Possibile

Venire al dunque

segnalato da Barbara G.

da possibile.com, 07/11/2017

Ci impegniamo a partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, con una proposta che punti a cambiare la vita delle persone e restituire speranza a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati.

Intendiamo costruire un progetto credibile solido e autonomo, che punti a riconnettere sinistra e società, per ribaltare rapporti di forza sempre più favorevoli alla destra in tutte le sue articolazioni.

Ci rivolgiamo a tutte le esperienze del civismo, a chi lavora quotidianamente nell’associazionismo, alle forze organizzate del mondo del lavoro, ma soprattutto a tutte le donne e gli uomini trascinati in basso dalla crisi, che hanno bisogno di una politica diversa per risollevarsi; ai tanti portatori di competenze che non trovano occasione per metterla in pratica, a coloro che ce l’hanno fatta ma non si rassegnano a una condizione diversa di tanti.

La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.

L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.

La crescita delle diseguaglianze è oggi principale fattore di crisi dei sistemi democratici.

La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.

Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.

Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.

Vogliamo riportare il lavoro e la sua dignità al centro della società.

Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.

La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.

Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.

L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.

L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.

Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.

Lo stesso deve essere fatto per Universitá e ricerca, umiliate da anni di tagli insostenibili.

Bisogna ricostruire il sistema di tutela del patrimonio culturale smantellato dalle ultime riforme, puntando sulla produzione e la redistribuzione della conoscenza. Vogliamo una cultura che formi cittadini sovrani e non consumatori o clienti.

Ci battiamo per il rilancio del welfare pubblico universalistico, a partire dalla sanità, che deve essere garantita contro processi striscianti di privatizzazione e messa in condizione di rispondere alle sfide aperte dai nuovi farmaci e dalle biotecnologie, da rendere accessibili per tutti.

Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.

Senza gli investimenti pubblici l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.

E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.

L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.

Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.

La riaffermazione di diritti sociali primari va di pari passo con una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili e di libertà che partano dallo jus soli, il testamento biologico e poi si estendano agli altri diritti .

Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.

Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.

La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.

Va combattuta senza tregua ogni forma di violenza sulle donne.

Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione discussione e di partecipazione dal basso, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone.

Per questo è il momento di costruire un grande spazio pubblico, aperto, trasparente plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il laboratorio di una proposta davvero innovativa e coraggiosa.

Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.

Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.

Mdp, Possibile, Sinistra Italiana e Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza

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Eppur si muove

segnalato da Barbara G.

Al Brancaccio i duri e puri contro Renzi: imbarazzi per D’Alema in prima fila, protesta contro Gotor

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma Politica Teatro Brancaccio. Assemblea per la Democrazia e l’uguaglianza Nella foto Anna Falcone, Tommaso Montanari Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma (Italy) Politic Brancaccio Theater. Assembly for Democracy and Equality In the pic Anna Falcone, Tommaso Montanari

Come previsto dagli organizzatori, alle 9 davanti al teatro Brancaccio di Roma c’è già la fila. Si riempie la platea, si riempie la galleria, qualche centinaio di persone resta fuori ma può ascoltare dagli altoparlanti. Dentro, Tomaso Montanari dà il via a questo tentativo di rianimare la sinistra puntando a una lista univa alle prossime politiche. “Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento”, dice tra gli applausi il presidente di Libertà e giustizia, dopo aver elencato gli errori da non ripetere: dal blairismo alla guerra in Kosovo. Di fronte a lui in prima fila, seduto tra Nichi Vendola e Luciana Castellina, Massimo D’Alema ascolta impassibile.

D’Alema in particolare, ma anche gli altri ex Pd di ‘Articolo 1 – Mdp’, sono la nota ancora stonata di questa assemblea lanciata da Montanari e Anna Falcone, ex vicepresidente del comitato per il no al referendum costituzionale. Sul palco ci sono solo loro due, Anna e Tomaso, e il relatore di turno. In platea ci sono i rappresentanti di Sinistra e libertà, tante associazioni di sinistra da sempre lontane dal Pd: D’Alema e anche Roberto Speranza si fanno spazio a fatica. E infatti la tensione a un certo punto trova sfogo e si scarica sul malcapitato Miguel Gotor: a lui tocca parlare per Articolo 1, ed è lui che viene contestato da una attivista napoletana che si arrampica addirittura sul palco per impedirgli di parlare.

Colpa del fatto che Gotor ha citato l’innominabile di questa assemblea: Giuliano Pisapia che – “per fortuna”, dicono qui – ha messo in chiaro che “non ci sono le condizioni per venire al Brancaccio”, Montanari ha letto il messaggio sul palco in apertura. A maggior ragione, proteste su Gotor e sguardi di ghiaccio verso Speranza, che va via subito per “altri impegni”, e verso D’Alema, che invece resta imperterrito in platea, scansando i fulmini che gli piovono addosso dal palco con la solita impassibilità apparente.

Il nodo cerca di scioglierlo il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni dal palco. “L’ho sempre detto ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi”. Applausi. “Non facciamo processi alle biografie ma non si sacrifichi la credibilità all’unità”, ci dice Peppe De Cristofaro, senatore di Sinistra Italiana. Nel frattempo la platea esplode in applausi per Andrea Costa del Babobab che arringa “contro gli sgomberi e per i diritti dei migranti”.

“Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata, con cui nessuna alleanza e’ possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”, mette in chiaro Montanari.

Qui c’è la sinistra che vuole provare l’alternativa a Renzi, al Pd, sfidando pure il M5s. È la sinistra che non andrà alla manifestazione del Campo progressista di Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli in nome di Prodi e del centrosinistra. Qui ti asfaltano anche il centrosinistra che è stato. “Renzi e il suo Jobs Act non nascono dal nulla ma vengono dal pacchetto Treu”, mette in chiaro Montanari. Chi sta in mezzo tra il Brancaccio e Santi Apostoli soffre.

Dal palco è Civati a lanciare un altro appello all’unità. “Io mi riconosco in questa piazza ma ci sono anche altre piazze, altri teatri”, spiega poi a margine, “non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…”. Stavolta applaude anche D’Alema.

Cosa succederà?

Al Brancaccio sono consapevoli che tutto è aperto. “Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia – questo è ancora Montanari dal palco – noi siamo la sinistra che non cerca un leader ma la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa”. E tra gli applausi scroscianti aggiunge: “Gli eletti verranno scelti collegio per collegio”, cioè no ai nominati. Ancora applausi quando lancia la proposta per le prossime politiche: “una grande lista di sinistra. Ma se non siamo centinaia di migliaia all’assemblea in autunno questa cosa non ha senso. Tutte la case costruite dal tetto del leader sono cadute. Ci sarà un motivo o no?”.

Dal palco danno l’annuncio che “chi esce dal teatro, poi non entra più”, i vigili del fuoco hanno deciso, motivi di sicurezza. “Basta: se non si può fumare, io cambio partito”, ci dice l’ironico Costa del Baobab. Sul palco sale Augusto Breda, “operaio Electrolux licenziato dal jobs act”. La platea si libera in un altro applauso. Augusto non ha la verve dell’oratore, ma questo pubblico non la cerca.

Sarà Possibile (?)

(venite possibilmente già mangiati)

di Barbara G.

Sabato scorso sono andata a Parma, agli Stati Generali di Possibile.

So che molti cominceranno immediatamente a sghignazzare e a fare battute (i famosi tre-gattini-tre), ma volevo brevemente raccontare le mie impressioni, visto che per me era la prima “volta”, la mia prima partecipazione ad una assemblea del partito.

Erano invitati a partecipare tutti i gruppi di Possibile, e quindi erano presenti rappresentanti di tutta Italia, da Trieste a Presicce e Sciacca, probabilmente pure qualcuno dai gruppi esteri. Volti noti e “semplici militanti”. E anche qualcosa di più di semplici militanti, perché allo sviluppo delle tematiche che vengono trattate sui canali informativi contribuiscono giovani il cui volto non è famoso come quello dei “frontman” del partito, ma magari il nome uno se lo ricorda. E molti di questi “nomi” hanno preso parola sul palco.

L’Assemblea aveva carattere prevalentemente organizzativo, nel senso che aveva per oggetto la comunicazione delle ipotesi di lavoro relativamente a finanziamento, a come dare maggior impulso al radicamento sul territorio, il funzionamento della piattaforma informatica, l’esposizione della relazione di Civati, che era stata inviata il giorno precedente e che doveva essere messa ai voti dopo la discussione. Chi aveva qualcosa da dire relativamente ai temi all’ordine del giorno infatti aveva la possibilità di iscriversi a parlare.

La “convenscion” si è tenuta al Workout Pasubio di Parma, un’ex officina meccanica a un tiro di schioppo dalla stazione: un salone spartanissimo con annesso bar e uno spazio destinato al book crossing, oltre ad altri locali dell’ex officina.

Alla fin della fiera, i gattini non erano tre ma circa 500 (la questura direbbe 80). Età dei partecipanti: la fascia più rappresentata ad occhio era quella 50-60, seguita da 40-50. C’era pure qualche settantenne. I giovanissimi non erano molti, però in parecchi sono intervenuti. C’era anche una supergiovanissima: la bimba di tre mesi di una coppia di miei amici, compagni di comitato. Riescono a portarsi la ranocchietta praticamente ovunque, complimenti. Io avrei avuto serie difficoltà a fare altrettanto, un po’ perché a fare figli da “vecchi” si diventa meno intraprendenti, un po’ perché il mio non dormiva nemmeno se lo passavi sopra al gas aperto.

La cosa positiva è che ci sono gruppi, soprattutto al sud, costituiti quasi totalmente da U25. Buon segno, direi: vuol dire che in questa fascia di età non è solo M5*. Ben diverso l’andazzo al nord, dove la situazione è un po’ più complessa (e l’età media un po’ più alta).

Ho avuto modo di capire, mettendo insieme la mia esperienza, gli scambi di opinione con referenti dei gruppi vicini e gli interventi di alcuni attivisti, che c’è difficoltà ovunque a mobilitare le persone. Alcuni gruppi sono nati all’inizio sull’onda dell’entusiasmo ma sono poi esplosi, altri resistono, qualcuno si sta costituendo in questi giorni. I gruppi sono generalmente poco numerosi e, come spesso accade in tutti i settori dove si richiede un po’ di impegno, a sbattersi sono sempre i soliti quattro gatti. Inoltre i possibili interlocutori sono spesso già attivi nell’associazionismo… oppure attivisti delusi e “scoglionati” e convincerli ad imbarcarsi in una nuova avventura non è cosa da poco.

La cosa positiva, stando a quanto è stato detto, è che in questo inizio 2017 il tesseramento sta andando meglio rispetto allo scorso anno, e ci sono parecchie nuove adesioni. E da parte del Comitato Organizzativo c’è la volontà di fare un lavoro specifico per stimolare la partecipazione e l’azione sul territorio… contando su aumento di tesserati e nascita di gruppi nelle aree scoperte. Intanto in Lombardia i comitati stanno facendo rete.

Si è parlato dell’implementazione della piattaforma web (che serve anche da supporto all’elaborazione di proposte, alla discussione, alle votazioni sui temi di interesse), delle fonti di finanziamento (ora non ci si basa più solo su tessere e contributi dei parlamentari, ma c’è la possibilità di usufruire del 2% IRPEF e di ricevere donazioni detraibili), delle azioni promosse dal partito, delle esperienze di alcuni comitati. Ci sono stati alcuni interventi pregevoli, come quello di Annalisa Corrado sul concetto esteso di “ecologia” e dei suoi rapporti con il lavoro e con i flussi migratori, spunti di riflessione su ciò che va migliorato a livello organizzativo e di comunicazione.

Ed è stata fissata a marzo, a Roma, una tre giorni dedicata all’elaborazione dei punti programmatici in vista di elezioni che, prima o poi, ci saranno. Perché è sulla base del programma che si cercano alleati e candidati, non il contrario.

Per inciso, è stata messa ai voti la relazione del segretario (presentata in mattinata da Civati); se siete interessati (Mario, forse…) la potete trovare qui. Da aggiungere a quanto scritto c’è da dire che, prendendo spunto dalla discussione, si è deciso di costituire due gruppi di lavoro, uno sulle tematiche lgbt e uno sui progetti solidali.

Complessivamente l’impressione è stata buona. C’è la consapevolezza di dover dare un impulso consistente per lo sviluppo del “progetto”, quantomeno ora dovrebbe girare qualche soldino in più, e ciò non guasta. Si capisce che nel marasma generale c’erano già reti di persone, e altre si stavano attivando. Volti sorridenti. Forse ci vorrebbe un po’ più di entusiasmo da parte di qualche coordinatore locale, e un po’ più di spirito di iniziativa per allargarsi al di fuori della cerchia più stretta.

L’unica cosa non totalmente positiva è stata…il buffet. Intendiamoci, la roba era buona, non abbondantissima, forse. Ma c’è stata un po’ di disorganizzazione da parte dei ragazzi del catering (e più o meno si sapeva in quanti avrebbero partecipato), chi non è riuscito a fiondarsi subito sui vassoi è rimasto per un po’ a secco… in attesa del secondo round.

La prossima volta magari mi porto la schiscetta 😀 .

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A grande richiesta, il “bonus track”

Verona Possibile

di Mario De Fusco

Come promesso, vi sottopongo alcune riflessioni scaturite dalla assemblea di Possibile ieri a Verona con qualche premessa. La prima è che non mi soffermerò sui singoli interventi di chi ha parlato dal palco, per quanto interessanti possano essere stati. Interventi, tra l’altro, seguiti fra una sigaretta e l’altra (io) e fra un vin brulè e l’altro (Roberto). La seconda è che quanto mi accingo a riferirvi è il frutto di quanto ho recepito dall’intervento di Civati e dialogando con gli altri partecipanti.
Prima di andare al dunque, permettetemi una nota di “colore”. L’organizzazione – sia per la location dell’assemblea sia per il piccolo brunch finale – è stata molto approssimativa. Spazio limitato. Molte persone hanno dovuto seguire il dibattito sul televisore della sala adiacente o, addirittura, nel cortile. Idem per il ristorante prescelto per il piccolo rinfresco. Il bello è che ne parlavo con Roberto seduti al tavolo e con un signore seduto proprio davanti a me, salvo poi scoprire che quel signore era il papà di Pippo!! Niente di che: anche lui era d’accordo, ma il convento è povero e questo passa al momento.
Tornando al nocciolo della questione, quello che provo a spiegarvi è la piattaforma di Possibile, che traguardi si pone e come intende raggiungerli. Confesso che neanche a me erano del tutto chiari, ma, dopo Verona, il quadro mi è molto più nitido.
Diciamo subito che il progetto non è sul breve periodo, ma sul medio – lungo. Non mira a raccattare qualche voto fin dalle prossime elezioni in scadenza, anche se si presenterà con proprie liste, ma è un processo più lungo che richiede tempi di un certo valore. Il tutto si basa sul coinvolgimento diretto di tutte le persone interessate, che saranno chiamate a fornire idee, prendere decisioni e fare opera di conoscenza nei confronti degli altri. Non più programmi calati dall’alto, ma un programma al quale tutti sono chiamati a dare il loro contributo sfruttando al massimo le conoscenze che ognuno di noi ha nel suo specifico campo. Il tutto avverrà a mezzo dei comitati che si sono creati, che si stanno creando e che si creeranno nelle varie zone.
È un progetto aperto, nel senso che chiunque, anche chi non se la sente di aderire pienamente o che, probabilmente, non voterà mai il partito, può dare il proprio contributo ed esporre le sue idee. In questo senso si spiegano anche gli inviti e gli interventi di persone venute a Verona che ben difficilmente faranno parte in pianta stabile del movimento: da Visco a Pasquino, da Seminerio a Gulli etc. Tutto questo per fare cosa? Innanzitutto per recuperare la fiducia nella politica che ormai in tantissimi hanno perso, anche perché è la stessa politica che li ha spinti a questo con eletti che, in quanto nominati, non rispondono più ai loro elettori, e con azioni e governo e quant’altro che spesso vanno in senso contrario a quanto promesso in campagna elettorale.
È chiaro che il progetto è quello di recuperare quei valori di sinistra (uguaglianza, legalità, equa distribuzione delle ricchezze etc.) che per qualcuno sono ormai obsoleti e non più praticabili nel periodo in cui viviamo. Come dicevo, i tempi non saranno necessariamente brevi. Tutto è ancora un work in progress, a cominciare dai comitati stessi, ma l’importante è che la macchina sia partita. Certo, è un lavoro improbo e dai risultati incerti, soprattutto in considerazione della mentalità e/o degli interessi dell’italiano medio (sapete come la penso in proposito), ma il non provare a renderlo Possibile sarebbe un peccato ancora più grave.
Un abbraccio a tutti

 

La via arancione al voto utile

segnalato da n.c.60

Imparate dall’Italia (una risposta alla lettera dei sindaci “arancioni”)

possibile.com, 09/12/2015

La lettera dei sindaci “arancioni” fa un passo avanti: dalla difesa delle esperienze del 2011 (dimenticate quasi subito dalla politica nazionale, che ha preferito dedicarsi alle larghe intese) si passa al piano politico. Non più l’eccezionalità di Milano e Cagliari, ma un dato nazionale: se non volete finire come la Francia, votate il Pd. Certo, si chiede al Pd di essere di sinistra (ne parleremo più avanti), ma in ogni caso l’appello invita a stare con il Pd e votare il Pd, qualsiasi cosa accada (a proposito di Francia, sembra quasi l’appello di Valls a votare Sarkozy, in questo caso sei mesi prima delle elezioni).

La lettera si presenta insomma come una versione anticipata ed esasperata del voto utile.

Ma andiamo con ordine: perché il centrosinistra in Italia non esiste più? Non sono stati gli alieni a portarcelo via, sono state scelte politiche, di indirizzo, di strategia e di alleanze del Partito democratico, prima e poi, all’ennesima potenza, con l’attuale segretario.

Perché esistono le larghe intese invece del centrosinistra? Anche in questo caso, non ci ha portato la stella cometa, ma ciò che è successo proprio dal 2011 in avanti, ma non con Pisapia, con Monti e poi con l’idea di fare un governo bipartisan e poi ancora con l’intuizione di trasformarlo in governo politico fino a fine legislatura.

Perché gli elettori sono delusi e magari votano altro? Perché il Pd, dopo aver rotto il centrosinistra, ha negato se stesso e il proprio programma elettorale, fin dai temi fondamentali: Costituzione, economia, lavoro, ambiente, scuola.

E pensare che già nel 2013 almeno un elettore su quattro che prima votava Pd, ha scelto M5s. Chissà perché. Nessuno lo han indagato più di tanto.

In questi anni gli autori della lettera non hanno mai avuto modo di discutere pubblicamente le scelte del governo, nessuna questione sul Jobs Act, sulla Costituzione, sullo Sblocca Italia, sulle scelte di questa ultima legge di stabilità, sul carattere non progressivo degli ottanta euro e sulla loro inefficacia sul piano economico generale, sulla decontribuzione senza diritti, ecc.

Eppure queste cose, nonostante il loro silenzio, sono accadute. E sono entrate nella nostra legislazione e anche in quella che riguarda i Comuni.

Pretendere che ora, grazie alla lettera, il Pd cambi rotta e torni a sinistra e un po’ come tentare di far rientrare il dentifricio nel tubetto, per dirla con una celebre espressione di Romano Prodi.

Certo, i sindaci, anche per via del legittimo desiderio di rimanere in carica, hanno forse una più forte capacità di persuasione nel confronto del premier: tutto sommato si parla di potere, ed è comprensibile che si voglia mantenerlo.

Ciò che più sorprende però è che con questa abile strategia si intenda combattere il populismo (quello stesso populismo che Marco Revelli attribuisce allo stesso premier, peraltro): perché il populismo si combatte con misure radicali, come il reddito minimo (che sarebbe costato come gli 80 euro), la rigenerazione della classe dirigente, le scelte in campo ambientale per la riduzione dei costi energetici, la riduzione selettiva delle tasse sul lavoro, la progressività più forte e chiara in campo fiscale e mille altre cose, che contemplino anche una maggiore forza in Europa (quando c’era Tsipras sulla graticola, i sostenitori dell’attuale governo ridevano un sacco e chissà che cosa c’era da ridere).

Insomma, sotto il profilo politico, elettorale, culturale, quella dei sindaci è la solita proposta: allearsi con chi non è disposto a farlo veramente, con chi non sente le cose che si pensano, con chi ha tradito gli altri e anche se stesso, per poter vincere, altrimenti vincono gli altri. Che se ci pensate è una bella scoperta.

Così si può andare da Pisapia a Sala (e magari anche a Lupi e Formigoni), da Marino a Malagò, da Bassolino a Alfano.

Altrimenti finisce come in Francia. O, forse proprio per questo, finisce come in Francia.

Non è Leopolda

Civati e Possibile: «Non una Leopolda»

Sinistra. A Bagnoli gli stati generali del nuovo partito-movimento. «Nessuno problema con Sel, ma servono facce nuove, non basta mettersi d’accordo fra noi».

Pippo Civati, leader dell’associazione Possibile © Foto La Presse

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 22 novembre 2015

L’Arenile reloded, un locale sul mare di Bagnoli, il luogo scelto da Pippo Civati per avviare l’iter congressuale (che si concluderà il 7 febbraio), varare regolamento e comitato di garanzia di Possibile: «Avevo promesso il 21 giugno che avremmo seguito un processo di condivisione dal basso per creare il nostro movimento o partito, non importa l’etichetta» spiegava ieri Civati. A Napoli, nell’arco dell’intera giornata, sono arrivati un migliaio di iscritti da tutta Italia (5mila i tesserati totali, secondo le cifre degli organizzatori), il contingente più numeroso dalla Lombardia, seguito da Lazio e Campania.

I lavori iniziano con un minuto di silenzio per gli attentati di Parigi. Poi avanti con i lavori. «Non è un evento, non è una Leopolda, oggi parleremo poco di Renzi e delle sue trovate — attacca Civati -. È un momento programmatico pure serioso, una volta approvata la parte legislativa discuteremo di progetti e impegni, anche in campo sociale come fa Maurizio Landini con la sua Coalizione».

Possibile dovrebbe funzionare così: i comitati territoriali decidono un progetto da portare avanti, che viene condiviso e votato sulla piattaforma internet, «una piattaforma democratica — sottolinea -, non come Casaleggio. La nostra sarà davvero una piramide rovesciata: ogni tre mesi si vota sul web ma prima si sta sul territorio a discutere. Non è un ’like’: facebook senza i banchetti non funziona, ci vuole la pratica politica».

Possibile come via d’uscita dalla struttura partito: «Ideiamo un modello nuovo, lo statuto lascia margini aperti, abbiamo solo due punti fermi: il comitato locale e l’assemblea permanente. Ma non vogliamo fare da soli: offriamo un modello per riorganizzare il campo largo del sinistra. È una formula per tutti quelli che non si riconoscono nel Partito della Nazione, visto che l’Ulivo si è essiccato, ha preso la xylella».

In sala l’età media è intorno ai trent’anni, qualcuno viene dal Pd o dai 5Stelle ma molti sono alla prima esperienza. Nel pomeriggio arriva il segretario del Prc, Paolo Ferrero. Resta aperto il tema dei rapporti a sinistra, spesso descritti come difficili. Con il leader della Fiom, ad esempio, c’era stata tensione sui referendum abrogativi proposti da Possibile: «Con Landini i rapporti sono ottimi — spiega oggi Civati -, certo lui fa un altro mestiere, sono curioso di sapere se la sua Coalizione sociale ha fatto passi avanti: è un modello simile al nostro a cui guardo con interesse. Per quanto riguarda Sinistra Italiana, sono le stesse persone che stimavo prima, non ho alcuna avversità nei loro confronti. È solo che non si tratta di metterci d’accordo tra di noi. Così non si liberano energie nuove. Voglio vedere anche facce diverse dalle nostre. Proviamo a fare un viaggio in Italia come fece Prodi: il suo manifesto è ancora attuale e se Renzi lo leggesse qualche dubbio, secondo me, comincerebbe a porselo».

Stefano Fassina e la pattuglia di Sel ieri erano a Roma alla manifestazione della Fiom: cosa li divide da Civati? «La formazione in Parlamento del gruppo — la replica — che è già un gruppo-partito. Ma la discussione resta aperta, a sinistra abbiamo l’esigenza di non rimanere schiacciati tra Grillo, Renzi e Salvini, modelli molto prepotenti. Se anche noi ci preoccupiamo subito dell’egemonia finiremo sopraffatti dalle formazioni più grandi. Ci sono molte contraddizioni anche nel Partito democratico che primo o poi verranno a galla. La dialettica tra destra e sinistra, che i dem cercano di negare, alla fine spunta fuori: qualche sospetto ce l’avevo dall’inizio, ma se avessi detto ai tempi della prima Leopolda ’Renzi farà le riforme del centrodestra’ mi avrebbero preso per un cretino. Oggi però parla di Ponte sullo stretto, Jobs Act e Sblocca Italia».

Durante la prima sessione di lavori arriva la notizia della candidatura di Antonio Bassolino alle primarie di coalizione del Pd per le comunali di Napoli: «Bassolino e il governatore Vincenzo De Luca sono la prova che Renzi non ha classe dirigente sui territori — il commento di Civati -. Quella di Renzi è proprio una modernizzazione impetuosa e sconvolgente: ha scambiato il futuro con il passato. Non discuto mai le vicende giudiziarie, ma De Luca non bisognava candidarlo, anche perché ha costituito una sorta di Partito della regione, in anticipo sull’intesa nazionale tra dem e Verdini». Da Fassina è già arrivato l’endorsement a Luigi de Magistris: «Il sindaco di Napoli — conclude Civati — cerca un po’ tardivamente il rapporto con i partiti. I comitati locali potranno confrontarsi, ragionare insieme sul tema. Non è una pregiudiziale ma la discussione va fatta. Nel 2011 consigliai il Pd di votarlo, allora la sua candidatura fu interessante perché saltò il Partito della nazionale ante litteram, cioè il blocco che si stava creando, ma è mancato un lavoro di relazione. È stato un sindaco molto ’demagistrisiano’».

Il gran rifiuto (di Landini)

Maurizio Landini e Pippo Civati

di crvenazvezda76

Landini non è un politico. L’ho ripetuto più volte. Questo può essere un pregio o un difetto, e dipende sostanzialmente dai punti di vista e da cosa si voglia da lui.

In molti lo vorrebbero a capo di un soggetto politico che restituisca dignità alla sinistra italiana, estinta ormai da molti anni. Landini è un ottimo sindacalista, ma non è un politico. A mio modesto parere, infatti, non ne ha le doti e (non me ne voglia, peraltro sovente lui stesso lo ammette) neppure la preparazione. Certamente, però, non è né uno sprovveduto né uno stupido. Ancor meno è votato all’autolesionismo.

Tanti, in questo blog e non solo, gli rimproverano di non aver appoggiato i referendum proposti da Civati e il suo nuovo soggetto politico, ‘Possibile’. In sintesi, l’accusa è questa: “Civati ha proposto dei quesiti attinenti ai cavalli di battaglia della ‘Coalizione Sociale’: perché allora Landini non ha aderito e partecipato alla raccolta firme?”.

Ho cercato di spiegare alcune delle ragioni all’indomani del mancato raggiungimento del quorum referendario. Ragioni che sembrano non essere state sufficienti ed esaustive, a leggere le frecciatine lanciate a Landini in questi giorni.

Come ho detto a suo tempo, Civati è un politico. Fa il politico di professione, da anni e ad alto livello. Lui e il suo nuovo movimento possono permettersi una sconfitta, se così può definirsi, ma a mio parere quella sui referendum non lo è stata, dal momento che è servita a dare a ‘Possibile’ una visibilità che non aveva e a creare una base su cui poter dare seguito al suo progetto. Landini, invece, fa il sindacalista, e per di più in uno dei periodi storici peggiori per il sindacato. Lui, o meglio, il sindacato, non può permettersi una sconfitta. Mi spiego: il sindacato non può permettersi di rischiare in un’impresa concepita in pochi giorni da un politico che sino all’altro ieri militava nel partito che ha proposto e approvato quelle riforme che il referendum intendeva abrogare. Già questo dato per me è sufficiente a giustificare Landini e la Fiom, se mai ci fosse bisogno di giustificazioni.

Ma qui nasce un altro problema: Landini e la Fiom rappresentano solo una parte di quella ‘Coalizione Sociale’ che Civati avrebbe voluto al suo fianco nella campagna referendaria. Davvero qualcuno pensa che sarebbe bastato uno schiocco di dita del leader dei metalmeccanici per indurre, così e dall’oggi al domani, ciò e chi sta dietro e dentro Coalizione Sociale a schierarsi? Vi garantisco che non è così semplice. A riprova, domandate a chi, ai tempi di l’Altra Europa per Tsipras, chiese a Landini una qualche forma di endorsement.

Qualcuno obietterà: “Allora perché oggi Landini dal palco di Roma ha lanciato la proposta di una raccolta firme per un referendum sul Jobs Act e sulla riforma del mercato del lavoro?”. Risposta: “Appunto. Si propone un referendum mirato a influire sulle riforme, sbagliate, che incideranno sul mondo del lavoro”.

Vedete, io penso che, se davvero si vuole contrastare con qualche risultato la deriva neoliberista intrapresa da Renzi e i suoi, in un contesto politico che non vede protagonista alcuna forza di opposizione (a sinistra), con un programma che su quei temi e quei valori di sinistra basi il proprio agire, lanciare una proposta referendaria con otto quesiti su temi diversi non è e non può essere la strada giusta. Non può esserlo, se questa battaglia si inizia senza adeguata preparazione, senza una campagna di informazione e sensibilizzazione che crei un’opinione pubblica attorno a quei temi. Non basta, infatti, raggiungere il numero di firme necessario: il referendum bisogna vincerlo, se si vuole incidere.

E in questo momento l’opinione pubblica su quei temi, o su molti di quei temi, ha le visioni più disparate. Sì, su lavoro, ambiente, scuola, riforme, non tutti la vedono come noi. Anche nella cosiddetta ‘Sinistra’ esistono varie correnti di pensiero, vuoi per la scarsa informazione, vuoi per effetto delle politiche e della comunicazione politica degli ultimi anni. Tutto ciò in un Paese che non si può certo dire ‘di Sinistra’, e che ha dimostrato più volte di essere disponibile a compromessi non proprio edificanti e di fottersene dei buoni principi in cambio di qualche beneficio immediato.

Molti giudicano dei privilegiati coloro che godevano dell’articolo 18 rispetto a chi non ha questa tutela o un contratto stabile; i docenti sono per lo più considerati come una casta di fannulloni da rimettere in riga anche grazie a un preside-padrone; nelle trivellazioni si vedono possibilità di sviluppo e benessere; nella riforma elettorale, per come è stata concepita dal governo, uno strumento di stabilità e certezza.

Questi sono i motivi per cui non si può imbastire – dall’oggi al domani – un referendum su temi così diversi, pur legati fra loro e parte di un unico disegno, senza adeguata preparazione e senza una strategia per il dopo. Perché non basta più dire NO, ma si deve anche offrire un’alternativa credibile.

E Civati lo è?

 

Tutti insieme appassionatamente (?)

di Barbara G.

Muoviamoci tutti insieme. Ma anche no. C’è un po’ di confusione a sinistra del PD. Diciamo a sinistra, punto (cit.), perché il Pd….vabbè…lasciamo perdere…

Proviamo a mettere in fila le informazioni e vediamo di capirci qualcosa.

PROVE TECNICHE DI TAVOLO COMUNE

Dell’assemblea di giovedì 5 avevamo parlato qui, dove riportavamo una traccia “di lavoro”. Traccia che è sostanzialmente stata confermata nel comunicato ufficiale, che porta le firme di ACT!, SEL, PRC, Altra Europa per Tsipras, Possibile, Futuro a sinistra (al tavolo hanno partecipato Andrea Ranieri e Sergio Cofferati). Nel documento viene stabilita una road map, ovvero il punto 4 (trascrivo integralmente):

Al fine di avviare il processo Costituente di questo soggetto politico, convochiamo per 15-16-17 gennaio 2016 una assemblea nazionale aperta a tutti gli uomini e le donne interessati a costruire questo progetto politico. Da lì parte la sfida che ci assumiamo e li definiremo la nostra carta dei valori.

L’assemblea darà avvio alla Carovana dell’Alternativa, individuando le forme di partecipazione al progetto politico. Si tratta di definire il nostro programma, le nostre campagne e la nostra proposta politica in un cammino partecipato e dal basso che con assemblee popolari e momenti di studio e approfondimento coinvolga movimenti, associazioni, gruppi formali e informali unendo competenze individuali e collettive.

Entro l’autunno del 2016 ci ritroveremo per concludere questa prima fase del processo e dare vita al soggetto politico della sinistra.

E dal Manifesto (gli altri quotidiani non ne parlano granché):

La corsa parte, dunque. Presto partirà anche la «Carovana dell’alternativa» per «innervare il processo nei territori, per portare in tutte le città i nostri contenuti, con una logica capillare», come spiega il professore Marco Revelli a nome dell’Altra Europa. Il primo passo è fatto. Anche se non tutte le tessere del mosaico sono già al loro posto. Su come si presenterà quest’area alle amministrative del 2016, per esempio, c’è ancora un pezzo di strada da fare. Secondo il testo approvato ci sarà una «valutazione in comune» e «ovunque» della «possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo». Non è detto però che in tutte le città questa valutazione comune porti a candidati unitari: ma ogni giorno ha la sua pena, si vedrà più avanti.

Ok, le intenzioni sembrano buone. Però mi scappa una domanda. Perché ho fatto fatica a trovare il testo dell’accordo sui siti dei firmatari?

Inoltre, qualcuno (vedi Possibile) fa giustamente qualche osservazione:

Sulle date si registra la perplessità del civatiano Gianni Principe: il periodo coincide con la campagna per le primarie del centrosinistra in alcune importanti città. Come Milano, sulla quale fin qui gli orientamenti di Sel non coincidono con quelli del Prc e di Civati.

In effetti, potrebbe essere un problema essere nella fase costituente di un nuovo soggetto e andare separati alle amministrative.

I GRUPPI PARLAMENTARI

Sabato c’è stato il lancio ufficiale dell’operazione Sinistra Italiana in Parlamento. In sostanza, SEL più qualche innesto ex PD. Al Quirino però c’erano anche altre persone, i rappresentanti dei movimenti NoTriv, dell’Arci, sono stati letti i messaggi della Boldrini e di Max Fanelli. In platea, venuti ad ascoltare, uomini e donne della «sinistra italiana»: l’archeologo Salvatore Settis, il costituzionalista Massimo Villone, il fondatore del manifesto Valentino Parlato, Aldo Tortorella, la portavoce della coalizione sociale di Landini Francesca Redavid, Rosanna Dettori, segretaria della Cgil Funzione pubblica. L’avvocato FeliceBesostri, autore del ricorso che ha smontato il Porcellum. E Vincenzo Vita, Michele Prospero, Giuliana Sgrena, Franco Giordano, Pietro Folena, Riccardo De Fiores, Andrea Ranieri.

Una cosa, forse banale, mi ha colpito (e voi capirete perché): D’Attorre che dopo il mini comizio all’aperto dice “non ho più voce, non ci sono più abituato”. Ecco, forse c’è bisogno di ricominciare a parlare con le persone, andare in piazza (non c’è bisogno di piazza San Giovanni, forse basta meno…).

Questa operazione ha causato però parecchia maretta. Leggo sul Manifesto:

Tra i parlamentari di Sel circola anche qualche scetticismo sulla nascita di Sinistra italiana. Il senatore Dario Stefàno (che da tempo dice che bisogna «ritrovare l’unità del centrosinistra») potrebbe non essere della partita, si sussurra. Mentre il deputato Adriano Zaccagnini, che è arrivato a Sinistra e libertà dai 5 Stelle e che ieri era alla manifestazione romana, dice: «Non condivido le scelte fatte. Confondere un’operazione parlamentare con il lancio di un partito politico tutto da costruire non è un presupposto positivo. Partire va bene, ma sovrapporre con consapevolezza i percorsi non funziona». Secondo Zaccagnini, «dai caminetti di queste settimane» non sarebbe stato «allargato il coinvolgimento», a partire «dalla scelta del nome che rifugge dal campo europeo». Conclusione: «Queste dinamiche sono troppo vicine a un’operazione di riproposizione di ceto politico escluso dall’Italicum» e «senza una spinta popolare vecchie volpi della ’sinistra perdente’ avranno la meglio». Per ora non entreranno nel gruppo parlamentare di Sinistra italiana i senatori Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella dell’Altra Europa con Tsipras, che pure partecipano alla costituzione del nuovo soggetto politico unitario. «La scelta — spiegano — è mantenere una posizione aperta per favorire l’ingresso di chi per ora sta a guardare anche se ha firmato il documento per la comune assemblea del 15–17 gennaio». Dunque «l’atto di iscrizione al gruppo avverrà in un secondo momento». «Mi auguro — dice Campanella — che presto saremo tutti insieme, anche con Civati».

CIVATI: IL SOLITO GNE’ GNE’ O HA RAGIONE?

Anche se già segnalata, vi ripropongo l’intervista rilasciata da Civati a Radio Popolare. Il punto principale del discorso è, per me, quello sulle alleanze alle amministrative, in primis le Primarie a Milano. In alcune città il partito di Vendola non ha ancora le idee chiare a proposito del rapporto con il PD e i suoi candidati, e a Milano, in vista della “probabile” candidatura di Giuseppe Sala

(…) lo spazio per una candidatura di sinistra è ampio. “Possibile” ci sarà, e se Sel si libererà dell’ “abbraccio” con il PD di Renzi sarà possibile arrivare a un candidato comune.

Gli stessi concetti espressi nell’intervista vengono ribaditi qui:

Per Civati, quella di ieri era un’assemblea di vecchi politicanti: “Bisogna rivolgersi anche ai giovani, fare alleanze senza Pd e costruire il programma con lo sguardo largo di un movimento politico e non di un gruppo parlamentare”.

Il fondatore di Possibile spiega di non aver raccolto l’invito al Quirino “perché non faccio parte del gruppo parlamentare che nasce. Non mi piace il metodo, è una operazione di vertice. Con loro – dice Civati sulle pagine della Stampa – collaborerò sempre con grande disponibilità. Ma quella platea non è la mia. Cos’è il popolo della sinistra? Chi milita in un partito o in un sindacato?”.

“Non so se era ceto politico ma di certo era un ceto molto politicizzato. C’era molto Pd in transito. Noi invece – sottolinea Civati – lanciamo la sfida a diverse generazioni di persone, a diversi tipi di elettori”. Spiega che Possibile e il gruppo nato ieri sono differenti “nell’approccio. Sinistra Italiana è un gruppo parlamentare che diventa un partito. Per me è un errore. Tutti dicono che bisogna partire dal basso, io ci sto provando a costruire una sinistra che parte dalla società e si rivolge alla società”.

Non so a voi, ma a me sembra un discorso sensato. Non un piagnisteo (perché lo so che qualcuno parte da questo presupposto), ma considerazioni sul percorso da seguire: partenza, itinerario, arrivo.

QUINDI…

…la “Cosa Rossa” si fa, almeno pare. Ma non mi sembrano ancora tutti convinti sul chi e sul come. Perché in effetti quelli che sono già strutturati a partito hanno metodi e motivazioni diversi da chi invece ha una struttura diversa. Sia l’Altra Europa che Possibile ne fanno più una questione di movimento dal basso verso l’alto, mentre SEL (a proposito, non doveva sciogliersi mesi fa?) sembra che stia cercando un modo per sopravvivere. E la questione delle alleanze non penso sia una fissazione di Civati… Se questi partiti hanno effettivamente intenzione di compiere un percorso comune, sarebbe cosa buona e giusta cercare fin da subito una convergenza sulle candidature per le amministrative. Ma il “patto” per primarie a Milano sottoscritto da SEL e linkato da T9 non sembra essere di buon auspicio (mica puoi dire “faccio le primarie, ma se vince Sala mi alleo con la sinistrasinistra”…).

Possibile poi si trova in piena fase costituente, non so fino a che punto possa sposare in modo incondizionato questa proposta.

Progetti sinistri

segnalato da Barbara G.

La sinistra si organizza: ecco il documento della nuovo progetto alternativo al Pd

huffingtonpost.it, 04/11/2015

È tutto pronto per la nascita del nuovo gruppo parlamentare a sinistra del Partito democratico. A farne parte, come riporta un articolo pubblicato sul Manifesto, saranno in tutto 31 deputati: ai 25 componenti di Sel si aggiungeranno Stefano Fassina, Monica Gregori, Claudio Fava, Alfredo D’Attorre, Vincenzo Folino e Carlo Galli. Il gruppo verrà battezzato sabato 7 novembre al Teatro Quirino di Roma.

Intanto HuffPost pubblica in esclusiva un documento che ha come orizzonte una costituente di un nuovo soggetto politico di sinistra. Giovedì 5 novembre alle 14 ne discuteranno, per fissare una data, Sel, Stefano Fassina, Sergio Cofferati, Andrea Ranieri, Rifondazione Comunista, Altra Europa con Tsipras, Act, Possibile con Civati.

1. NOI CI SIAMO, LANCIAMO LA SFIDA
Riteniamo non solo necessario ma non più procrastinabile avviare ORA il processo costituente di un soggetto politico di sinistra innovativo, unitario, plurale, inclusivo, aperto alle energie e ai conflitti dei movimenti dei lavoratori e delle lavoratrici, dei movimenti sociali, dell’ambientalismo, dei movimenti delle donne, dei diritti civili, della cittadinanza attiva, del cattolicesimo sociale.

Un soggetto politico in grado di lanciare in modo autorevole e credibile la propria sfida al governo Renzi e a un PD ridotto sempre più chiaramente a “partito personale del leader”, in rappresentanza del variegato universo del lavoro subordinato e autonomo, degli strati sociali che più soffrono il peso della crisi, dei loro diritti negati e delle loro domande inascoltate, orientato a valorizzare la funzione dei governi territoriali e dei corpi intermedi. Dobbiamo rispondere in modo adeguato – con la forza, il livello di unità e la chiarezza necessarie – alla domanda sempre più preoccupata di quel popolo di democratici e della sinistra che non si rassegna alla manomissione del nostro assetto democraticocostituzionale, alla liquidazione dei diritti del lavoro e alla cancellazione del residuo welfare.

L’obbiettivo è lavorare fin d’ORA, in un contesto di dimensione europea contro le politiche neoliberiste, all’elaborazione di un programma comune con cui candidarsi alle prossime elezioni politiche alla guida del Paese, con una proposta politica autonoma e in competizione con tutti gli altri poli politici presenti (la destra, il M5S e il PD), nella consapevolezza che in Italia la stagione del centro-sinistra è finita. In Europa è evidente la crisi profonda delle tradizionali famiglie socialiste.

Ogni giorno che passa aumenta il disagio e il disastro nel Paese. Renzi ha declinato il tema della vocazione maggioritaria come politica dell’uomo solo al comando, alibi per un partito trasformista pigliatutto in realtà dominato dall’agenda liberista dell’Eurozona. Noi vogliamo al contrario costruire una sinistra in grado di animare un ampio movimento di partecipazione popolare e di realizzare alleanze sociali e politiche che mettano radicalmente in discussione le “ricette” nazionali ed europee che hanno caratterizzato il governo della crisi da parte di Popolari e Socialisti. Sappiamo perfettamente che non è sufficiente unire quel che c’è a sinistra del Partito Democratico, o autoproclamarsi alternativi, per costruire un progetto all’altezza della sfida, davvero in grado di cambiare la vita delle persone. Ma siamo altrettanto convinte/i che senza questa unità il processo nascerebbe parziale, o non nascerebbe affatto. Per questo noi questa sfida la lanciamo oggi. Insieme.

2. DEFINZIONI DEL SOGGETTO
Il Soggetto politico che vogliamo sarà: DEMOCRATICO, sia nel suo funzionamento interno (una testa un voto regola guida, strumenti e momenti di partecipazione diretta e online, pratiche di co-decisione tra rappresentanti istituzionali e cittadini, costruzione dal basso del programma politico) sia perché deve essere il punto di riferimento e di azione di tutte/i i democratici italiani DI TUTTE E TUTTI, perché deve essere il luogo in cui tutte/i coloro che si contrappongono alle politiche neoliberiste, alla distruzione dell’ambiente e dei beni comuni, alla svalutazione del lavoro, alla crescente xenofobia, alle guerre, all’attacco alla democrazia possono ritrovarsi e organizzarsi in un corpo collettivo capace di superare antiche divisioni nell’apertura e nel coinvolgimento delle straordinarie risorse fuori dal circuito tradizionale della politica. ALTERNATIVO e AUTONOMO rispetto alle culture politiche prevalenti d’impronta neoliberista che ci condannano al declino sociale e culturale, di cui oggi il PD tende ad assumere il ruolo di principale propulsore e diffusore. INNOVATIVO sia nelle forme sia per la rottura con il quadro politico precedente, così come sta avvenendo in molti paesi europei. Differente dal sistema politico corrotto e subalterno di cui siamo avversari. EUROPEO in quanto parte di una sinistra europea dichiaratamente antiliberista, che, con crescente forza e nuove forme, sta lottando per cambiare un quadro europeo insostenibile.

3. L’ANNO CHE VERRA’ – IL 2016
Il 2016 ci presenta passaggi politici di grande importanza: le amministrative che coinvolgono le principali grandi città, il referendum sullo stravolgimento della Costituzione e la possibile campagna referendaria contro le leggi del governo Renzi.
In coerenza con il nostro obbiettivo principale per la scadenza delle amministrative vogliamo lavorare alla rinascita sociale, economica e morale del territorio, valutando in comune ovunque la possibilità di individuare candidati, di costruire e di sostenere liste nuove e partecipate in grado di raccogliere le migliori esperienze civiche e dal basso e di rappresentare una forte proposta di governo locale in esplicita discontinuità con le politiche dell’attuale esecutivo. Fondamentale è la costruzione di una forte campagna per il NO nel referendum sulla manomissione della Costituzione attuata dal governo Renzi e il sostegno alle campagna referendarie in via di definizione contro le leggi approvate in questi 2 anni.

4. QUINDI…
Al fine di avviare il processo Costituente di questo soggetto politico, convochiamo per il XX xx dicembre 2015 una assemblea nazionale aperta a tutti gli uomini e le donne interessati a costruire questo progetto politico. Da lì parte la sfida che ci assumiamo e li definiremo la nostra carta dei valori. L’assemblea darà avvio alla Carovana dell’Alternativa, individuando le forme di partecipazione al progetto politico. Si tratta di definire il nostro programma, le nostre campagne e la nostra proposta politica in un cammino partecipato e dal basso che con assemblee popolari e momenti di studio e approfondimento coinvolga movimenti, associazioni, gruppi formali e informali unendo competenze individuali e collettive.
Entro l’autunno del 2016 ci ritroveremo per concludere questa prima fase del processo e dare vita al soggetto politico della sinistra.

Il referendum? Possibile

segnalato da Lame

di Ciwati – 19 ottobre 2015

La riforma costituzionale ha fatto un altro passo avanti, con l’ultima approvazione in Senato. Dove non c’è stato nessun miglioramento della sostanza della riforma: rimane l’idea di sostituire al bicameralismo perfetto il bicameralismo impazzito, con un Senato eletto da consiglieri regionali tra loro stessi, con una bella spruzzata di sindaci pescati a casaccio nella regione e sottratti al governo delle loro città.

Manca la riduzione del numero dei deputati (da accompagnare – continuiamo a dirlo – a un contenimento delle loro indennità), manca una semplificazione del quadro politico, manca una semplificazione del procedimento legislativo, manca un miglioramento dei rapporti tra lo Stato e le regioni, mancano strumenti di controllo e soprattutto mancano maggiori garanzie di partecipazione dei cittadini.

Per questo i prossimi passaggi parlamentari dovrebbero portare alla bocciatura di una riforma che questo Parlamento ha ormai rinunciato a migliorare. Ci affidiamo, a questo proposito, oltre che eventualmente alla prossima prima lettura della Camera, soprattutto alla seconda lettura: quella in cui i deputati e i senatori potranno dire soltanto sì o no (un po’ come in un referendum sulla Costituzione).

Una scelta che spetterà poi ai cittadini se i parlamentari non avranno saputo scegliere una strada alternativa. E se i cittadini saranno chiamati a dire sì o no, noi – come abbiamo già dimostrato – ci saremo. Proprio come abbiamo già fatto per altre riforme (dall’Italicum al Jobs act, dallo Sblocca-Italia alla scuola) noi lanceremo una proposta alternativa e sapremo coinvolgere i cittadini nel definirla e portarla avanti.

Si tratta di un’alternativa che passa attraverso un no a una riforma costituzionale barocca, fatta solo per consentire al ceto politico di poter decidere sempre di più senza i cittadini. E passa soprattutto attraverso un sì al superamento del bicameralismo paritario per due Camere forti e diverse, scelte dai cittadini, per leggi più semplici ed efficai e un governo efficiente e responsabile con strumenti più avanzati per la partecipazione dei cittadini (referendum e Lip).

Per questo proponiamo a Possibile di tornare immediatamente in campo a fianco dei cittadini, con i suoi più di duecento comitati (altri se ne aggiungeranno nelle prossime settimane) presenti su tutto il territorio nazionale. Saranno i presìdi della Costituzione, per spiegare i reali contenuti della riforma approvata senza alcuna discussione di merito e per illustrare la proposta alternativa, con il contributo di noi parlamentari e degli esperti del Comitato scientifico.

Sarà un percorso volto ad accompagnare da fuori l’ultima fase parlamentare, per evitare che tutto continui a passare sotto silenzio, come qualcosa di inevitabile. Per mettere i parlamentari di fronte alle loro responsabilità: perché se questa riforma venisse approvata chi la vota diverrebbe responsabile di un modello costituzionale caotico e chiuso rispetto alla partecipazione dei cittadini.

E se, nonostante questo, la riforma venisse alla fine approvata, il percorso continuerà, appunto, nella fase del referendum costituzionale, che non lasceremo diventare un plebiscito in mano al governo, ma utilizzeremo come strumento per l’opposizione all’esistente e l’apertura a una alternativa per il futuro.

Con spirito costituzionale, anzi costituente o forse, ancor meglio, ricostituente.

Beatrice Brignone, Giuseppe Civati, Andrea Maestri, Luca Pastorino

fonte: http://www.ciwati.it/2015/10/19/i-presidi-per-la-costituzione-e-la-promozione-della-democrazia-la-proposta-dei-parlamentari-di-possibile-per-i-due-referendum-costituzionali-uno-tra-i-parlamentari-e-uno-tra-i-cittadini/