povertà

I Giochi e i traslochi coatti

segnalato da Barbara G.

Le Olimpiadi sono sempre un disastro per la povera gente. E Rio non fa eccezione

di Travis Waldron e Edgar Maciel (*) – huffingtonpost.it, 20/08/2016

Ricardo Moraes/Reuters La demolizione di una delle ultime abitazioni rimaste in piedi a Vila Autódromo, una favela in prossimità del villaggio olimpico di Rio, il 2 agosto scorso

Sette anni fa Vila Autódromo non era altro che un tranquillo villaggio di pescatori situato all’estremità della laguna di Jacarepagua, di fianco alla pista dalla quale aveva preso il nome. Così come centinaia di altre favelas che costellano la mappa di Rio de Janeiro, era stato a lungo trascurato dall’amministrazione municipale, ed era perciò privo di quei servizi pubblici essenziali che rappresentano invece la norma nei quartieri più benestanti che stanno spuntando dall’altro capo dello specchio d’acqua. Ma per le più di 600 famiglie che ci vivevano, quella era casa.

“Questo era un paradiso”, ricorda Luiz Cláudio Silva, che all’Autódromo c’è vissuto per più di vent’anni. “Ero convinto che qui ci avrei trascorso il resto della mia vita”.

Entro la fine delle Olimpiadi di Rio, delle famiglie che vivevano all’Autódromo nel 2009 — cioè l’anno in cui il Comitato Olimpico Internazionale aveva scelto questa città per ospitare i giochi — ne saranno rimaste appena venti. La comunità, situata a meno di un chilometro e mezzo dal Parco Olimpico di Rio, è stata spazzata via per permettere al municipio di realizzare una nuova viabilità di collegamento alle strutture olimpiche.

Gli organi d’informazione brasiliani, così come quelli del resto del mondo, hanno documentato per anni il dramma di queste famiglie, riferendo ai propri lettori gli impegni presi dai funzionari municipali di Rio: agli abitanti dell’Autodromo sarebbe stato concesso di restare dov’erano per l’intera durata delle Olimpiadi, e l’unico impatto che i giochi avrebbero avuto sull’area sarebbe stato di natura migliorativa. Dopodiché hanno raccontato il modo in cui i politici hanno tradito quegli impegni — il modo in cui il municipio ha costretto la maggioranza degli abitanti dell’Autódromo ad andarsene, il modo in cui la polizia ha adottato tolleranza zero nei confronti di coloro che protestavano contro il trasferimento coatto, e il modo in cui i bulldozer hanno raso al suolo le abitazioni di persone come Silva, che nel marzo scorso s’è visto ridurre in macerie la casa che aveva costruito per sua moglie.

Ecco che cosa succederà a partire da domenica, quando le Olimpiadi di Rio si concluderanno: i giornalisti se ne andranno, e i mezzi d’informazione internazionali dimenticheranno la gente di Vila Autódromo. Il loro trasferimento coatto non si ridurrà ad altro che a una nota a piè di pagina nella storia di questa tornata di giochi olimpici, mentre l’attenzione del resto del mondo andrà a concentrarsi su quali problemi esistano nella città che ospiterà le prossime Olimpiadi.

Ma la distruzione di Vila Autódromo è ben lungi dal costituire una solitaria eccezione. Le sei olimpiadi estive che si sono tenute dai giochi di Seul del 1988 a quelli di Pechino del 2008 hanno sfrattato con la forza o sfollato più di due milioni di persone: lo si legge in un rapporto datato 2008 dell’organizzazione svizzera Centre on Housing Rights and Evictions. Pechino in particolare si è resa responsabile di oltre la metà di questo totale. Secondo le stime dei gruppi locali di attivisti e delle associazioni per i diritti umani, la città di Rio dal canto suo ne ricollocherà una cifra che va dalle 70 alle 90 mila in più.

Benché le amministrazioni municipali che hanno ospitato i giochi abbiano contestato nello specifico il numero degli spostamenti di persone avvenuti nelle rispettive città in occasione dei giochi, un dato resta chiaro: lo sfollamento della povertà urbana è un tratto caratteristico delle Olimpiadi moderne, una virtuale certezza, non un’eventualità imprevista.

Negli ultimi due decenni le Olimpiadi, da semplice evento sportivo, si sono trasformate in uno strumento di riqualificazione urbana, con le città che riversano centinaia di milioni — se non miliardi — di dollari in infrastrutture e altri progetti che in teoria dovrebbero lasciarsi alle spalle degli effetti positivi a lungo termine. A Rio così come altrove, i politici hanno presentato questi investimenti come un modo per migliorare la città nel suo complesso, a beneficio di tutti.

In realtà i principali beneficiari delle Olimpiadi risultano i costruttori del posto e quelli provenienti dall’estero, a cui vengono assegnati gli appalti, così come le fasce più benestanti della popolazione nelle città che le ospitano. I poveri finiscono per rimetterci.

“Qui non si tratta di un effetto secondario dei giochi”, sostiene Christopher Gaffney, ricercatore senior nel campo della geografia urbana all’Università di Zurigo. Dal 2009 al 2014 Gaffney è stato anche visiting professor e ricercatore a Rio, mentre la città si preparava a ospitare le Olimpiadi, e da allora è diventato uno dei critici più feroci dell’evento.

“Questo è il prodotto dei giochi”, dichiara.

Vent’anni dopo, nell’ultima città statunitense ad aver ospitato le Olimpiadi estive, Atlanta, i danni risultano ancora evidenti.

Travis Waldron/The Huffington Post Questo edificio, il Techwood Homes Historic District, è tutto ciò che resta di un complesso residenziale molto più ampio che esisteva prima delle Olimpiadi di Atlanta.

Un chilometro e mezzo a nord del centro di Atlanta c’è un mastodontico casermone-condominio, completamente deserto. Le ringhiere bianche alle sue finestre brillano ancora alla luce del sole, ma quei portoni oggi sono ricoperti di tavole di compensato dipinte di un verde bosco. Rami di alberi e cespugli incolti ricoprono le staccionate dei cortili, e cogli anni i pali in legno degli stendibiancheria si sono inclinati.

Non c’è traccia evidente del fatto che l’edificio sia iscritto nel National Register of Historic Places. Ma durante un gelido mattino di novembre del 1935 fu proprio qui vicino che cinquantamila persone si radunarono ad ascoltare il presidente Franklin Delano Roosevelt, che presentava questo luogo, Techwood Homes, quale primo progetto d’edilizia residenziale pubblica realizzato grazie a fondi federali negli Stati Uniti.

Il condominio in questione, oggi meglio noto come Techwood Homes Historic District, è ormai l’unico ad esser rimasto in piedi delle ventidue unità immobiliari che una volta costituivano il complesso residenziale. Atlanta fece abbattere gran parte del Techwood e del vicino complesso di Clark Howell per far spazio alle Olimpiadi del 1996. Stando al Centre on Housing Rights and Evictions quella distruzione costrinse almeno quattromila persone ad abbandonare le proprie case.

Non furono questi gli unici complessi d’edilizia pubblica che Atlanta demolì e riconvertì in vista dei giochi. Nel periodo precedente alle Olimpiadi la città trapiantò seimila inquilini di alloggi pubblici, mentre la rapida gentrificazione che seguì i giochi costrinse altre 24 mila persone ad abbandonare le proprie case: lo si legge sempre nel rapporto del Centre on Housing Rights and Evictions.

Perfino i più entusiastici sostenitori della candidatura di Atlanta avrebbero fatto fatica a immaginare che la città avrebbe finito per ospitare le Olimpiadi del 1996. Si trattava dei giochi del centenario, e l’impressione diffusa era quella che a restare in testa nella gara ci sarebbe facilmente finita Atene, la capitale del paese che secoli fa alle Olimpiadi aveva dato i natali, nonché la città che aveva ospitato il primo evento moderno nel 1896. Ma con un annuncio fra i più scioccanti nella storia delle Olimpiadi, nel settembre del 1990 il CIO proclamò d’aver optato per Atlanta.

La città si mise presto al lavoro per prepararsi ai giochi, e i complessi di Techwood e Clark Howell si ritrovarono loro malgrado al centro di quel processo. Il piano formulato da Atlanta includeva la costruzione di un nuovo immenso parco vicino al centro, e di un villaggio per gli atleti in prossimità del Georgia Institute of Technology, da convertire alla fine dei giochi in alloggi per studenti. Il Techwood e il Clark Howell erano collocati in una zona ad alto valore immobiliare — col nuovo parco a sud, il Georgia Tech a nord e il quartier generale mondiale della Coca-Cola ad ovest — e gli alti livelli di povertà e criminalità della zona la rendevano ideale per una riqualificazione.

Benché i due complessi immobiliari avessero suscitato già da tempo l’interesse dei costruttori, i precedenti tentativi di radere al suolo Techwood e Clark Howell si erano conclusi con un nulla di fatto, a causa dell’assenza della volontà politica o delle difficoltà nello sgombrarne gli abitanti. Ma non appena Atlanta s’assicurò le Olimpiadi, il desiderio di mettere in mostra la città di fronte a centinaia di migliaia di atleti, turisti e dignitari stranieri oliò gli ingranaggi dando il via alle demolizioni.

“Le Olimpiadi hanno fornito la copertura necessaria alla distruzione”, osserva Larry Keating, docente di pianificazione urbanistica al Georgia Tech, che ha analizzato l’impatto avuto dai giochi sugli abitanti delle case popolari di Atlanta. “Dubito che la campagna per abbatterle avrebbe potuto esser avviata con la medesima efficacia politica se non ci fossero state le Olimpiadi”.

Quando, nei mesi successivi all’annuncio [del CIO], i funzionari del municipio cominciarono a fare capolino alle riunioni di condominio, facendosi almeno apparentemente latori di buone notizie, gli inquilini dei due complessi si mostrarono piuttosto scettici. La città li aveva trascurati per anni.

Ma con le Olimpiadi che stavano per sbarcare in città, tutt’un tratto sembrava che ai funzionari qualcosa gliene importasse. Dissero agli inquilini che gli ultimissimi programmi di riqualificazione avrebbero migliorato notevolmente le loro abitazioni. Promesse che portarono gli abitanti del Techwood e del Clark Howell a collaborare coi costruttori e gli addetti municipali all’edilizia, per elaborare una proposta che riuscisse a soddisfare coloro che vi abitavano in quel momento, i costruttori, i funzionari locali e le autorità federali per l’edilizia, che avrebbero garantito i finanziamenti necessari.

La proposta iniziale non prevedeva la demolizione totale del Techwood e del Clark Howell, ma solo una serie di migliorie da apportare agli edifici, che si trovavano in uno stato d’abbandono. Le bozze successive invece puntarono a una riqualificazione completa della zona, che avrebbe portato alla sostituzione di alcune unità abitative, ma non tutte — e avrebbe permesso a molti abitanti di restare dov’erano.

L’elaborazione del programma si trascinò per quasi cinque anni. Nel frattempo cambiarono le persone alla guida delle autorità politiche municipali e di quelle per l’edilizia pubblica. Una serie di nuove leggi federali eliminò i precedenti requisiti in base ai quali le città dovevano sostituire ogni singola unità abitativa che avessero distrutto realizzandone un identico numero altrove. E così il programma definitivo di riqualificazione puntò a demolire quasi tutte le unità all’interno dei due complessi.

Il piano, reso pubblico nel marzo del 1995, avrebbe adoperato 40 milioni di fondi federali per abbattere più di 1100 alloggi al Techwood e al Clark Howell, rimpiazzandoli con un nuovo complesso di appartamenti da 900 unità a reddito misto. Il quaranta per cento dei nuovi appartamenti — per un totale di 360 — sarebbe stato destinato all’edilizia pubblica. Il quaranta percento sarebbe stato affittato a tassi di mercato. Le restanti 180 unità sarebbero state “edilizia accessibile” — cioè gli affitti avrebbero goduto d’incentivi grazie a crediti fiscali federali per i cittadini d’Atlanta con reddito medio e basso. Per approvare il piano di Atlanta, il Dipartimento statunitense per l’edilizia e lo sviluppo urbano ci mise meno di un mese.

Quando cominciarono le demolizioni i condomini ormai erano quasi vuoti. Benché più del 90 per cento degli alloggi del Techwood fossero state abitati nel 1989, l’anno prima che Atlanta si aggiudicasse le Olimpiadi, in quei cinque anni di dibattito gli inquilini avevano cominciato ad andarsene, nel timore che alla fine vi sarebbero stati comunque costretti. Entro l’aprile del 1993 il tasso di residenza nei due complessi era crollato al di sotto del 50 per cento. Entro l’ottobre dello stesso anno il 77 per cento delle case era rimasto disabitato: lo ricostruì Harvey K. Newman, docente della Georgia State, nel suo studio del 2002 sulla demolizione del Techwood.

Ancora oggi i funzionari dell’edilizia pubblica di Atlanta la presentano come una situazione in cui la gente ha optato per andarsene alla ricerca di migliori opportunità, e fanno notare come gli inquilini del Techwood e del Clark Howell avessero votato per l’approvazione del piano che portò alle demolizioni. Ma i trasferimenti dei residenti erano tutt’altro che tipici nel quartiere, la cui popolazione prima dei giochi era rimasta relativamente stabile. Nel 1990 l’inquilino medio del Techwood ci viveva da quasi otto anni — si legge nella ricerca di Keating — e quasi un terzo delle famiglie ci viveva da più di undici.

Alcuni residenti se ne andarono di propria spontanea volontà, su questo non c’è dubbio. Ma altri furono invece sicuramente logorati da una procedura lunga e complicata che vide diverse variazioni dei piani e rese gli abitanti incerti sul fatto che sarebbero riusciti a restarvi dopo le Olimpiadi.

L’autorità municipale dell’edilizia contribuì a mandar via la gente da quei condomini, scrisse Newman, riformulando le disposizioni vigenti di modo che gli inquilini potessero essere sfrattati anche solo per “minime violazioni dei termini del contratto d’affitto”. I funzionari pettinarono i risultati dei sondaggi condotti fra gli inquilini per dare l’impressione che a volersene andare fosse la maggioranza degli abitanti del Techwood e del Clark Howell, sostiene Lawrence Vale, docente del Massachusetts Institute of Technology che ha analizzato l’impatto delle Olimpiadi di Atlanta sull’edilizia, dopo i giochi. Uno di questi sondaggi ad esempio aveva dimostrato che il 51 per cento dei residenti sosteneva d’aspettarsi di andare a vivere altrove, dopo le Olimpiadi. I funzionari presentarono il risultato come la dimostrazione che la gente avesse intenzione di trasferirsi altrove. Ciò che il sondaggio dimostrava in realtà, fa notare Vale, è che molti degli abitanti erano convinti che sarebbero stati tenuti ad andarsene.

La fuga dei residenti non fece che aggravare i problemi del quartiere, concordano Vale e Keating. Le tante case disabitata portarono ad un aumento del tasso di criminalità, alimentando la teoria che la gente volesse andarsene — cosa che rese il quartiere bersaglio ancor più facile della politica.

“Li avevano incastrati”, sostiene Keating.

Quando i giochi olimpici ebbero inizio, le demolizioni erano già state portate a termine, lasciando in piedi quell’unico edificio che ancora viene chiamato Techwood Homes Historic District. Il fatto d’esser stato incluso nel registro storico federale l’aveva salvato, per un pelo.

Bettmann via Getty Images Fu il Presidente Franklin Roosevelt a inaugurare il Techwood Homes nel 1935. Quando l’anno dopo l’edificio cominciò ad accogliere i primi inquilini, esso fu il primo progetto d’edilizia pubblica ad esser stato finanziato con fondi federali.

Gli edifici che presero il posto del Techwood, meglio noti come Centennial Place Apartments, sono più gradevoli esteticamente di quelli li avevano preceduti. Il ritorno alla rete stradale originaria, quella precedente alla costruzione del Techwood, rese il quartiere più sicuro, più piacevole e più adatto alle passeggiate.

In superficie, l’impressione è che i funzionari municipali siano effettivamente riusciti a raggiungere l’obiettivo di restituire vita al quartiere, salvandone gli abitanti dal degrado pre-olimpico.

Sì, ma quali abitanti?

Nonostante tutte le promesse che questo processo sarebbe andato a beneficio dei residenti, furono solo in pochi a tornare, alla fine delle Olimpiadi. Nel 1990, quando Atlanta si conquistò i giochi, il Techwood e il Clark Howell ospitavano più di 900 famiglie. Nel 2000, quando i Centennial Place Apartments raggiunsero la loro piena capacità, solo 78 di quelle famiglie — cioè il 7 per cento — ricevette alloggio nel nuovo complesso, come dimostrano le ricerche di Keating.

Le analisi del governo federale conducono a risultati analoghi. All’inizio degli anni ’90 il Congresso aveva inaugurato una nuova iniziativa intitolata HOPE VI, che puntava a rivitalizzare o a risanare l’edilizia pubblica nazionale. L’obiettivo, come scrisse nel 1998 l’ispettore generale dell’HUD, era partire dalle condizioni di vita dei residenti, e non solo da “mattoni e cemento”.

Al Techwood e al Clark Howell, scrisse l’ispettore generale, la città di Atlanta “ha realizzato una notevole ristrutturazione dal punto di vista architettonico”.

“Tuttavia”, proseguì, “i miglioramenti nella vita degli inquilini che ci vivevano sono molto meno evidenti”.

Quando, tre anni più tardi, l’HUD tornò a prendere in esame gli stessi luoghi ad Atlanta, si fece notare come la città avesse ottenuto risultati mediamente peggiori rispetto a quelli di altre città che avevano avviato progetti con analoghi finanziamenti, e che non avevano ospitato le Olimpiadi. Il sessanta per cento delle nuove unità abitative al Centennial Place non erano categorizzabili come edilizia pubblica — una proporzione superiore al doppio della media in tutti gli altri siti presi in esame dall’HUD. Cinque su quindici siti analoghi avevano visto il ritorno di più della metà degli inquilini originari. Atlanta era riuscita a riportarne indietro appena il 9 per cento — una percentuale di poco superiore a quella indicata da Keating nel suo studio, ma comunque inferiore a qualunque altra città presa in considerazione dallo studio dell’HUD.

Atlanta aveva promesso agli inquilini trasferiti che avrebbero trovato casa in altri complessi d’edilizia residenziale pubblica, o che in alternativa avrebbero ricevuto dei voucher per aiutarli a pagare l’affitto nelle loro nuove abitazioni.

Un’ulteriore ricerca mette in dubbio il fatto che la città abbia mantenuto fino in fondo quella promessa. Secondo il professor Newman della Georgia State, degli inquilini che vivevano fra il Techwood e il Clark Howell nel 1990, “più della metà … si trasferì o fu sfrattata senza ricevere alcun aiuto, o senza che si tenesse traccia dei loro spostamenti”.

E tuttavia alcuni ex residenti del Techwood manifestarono il loro apprezzamento per i cambiamenti. Andrell Crowder-Jordan, presidentessa dell’associazione degli inquilini del Techwood negli anni precedenti ai Giochi del 1996, nel Centennial Place trovò una nuova casa — un appartamento con quattro camere da letto e due bagni, più adatto ai bisogni della sua famiglia.

“I cambiamenti sono stati per il meglio”, sostiene. “Molti degli inquilini in cui ancora m’imbatto, beh, adesso vivono molto meglio”.

E quelli a cui invece era andata peggio, quelli che non avevano ricevuto né un nuovo alloggio né alcun aiuto? Difficile da sapere. A cinque anni dalla fine delle Olimpiadi era “impossibile stabilire” dove fossero andati a finire gli inquilini che avevano lasciato le loro case al Techwood e al Clark Howell negli anni precedenti alla demolizione, scrisse Newman, rendendo altresì impossibile valutare in modo complessivo quanti degli ex inquilini ne avessero effettivamente tratto beneficio.

A vent’anni di distanza dall’impatto che le Olimpiadi avevano avuto sul Techwood, è ancor più dura individuare coloro che non sono rimasti all’interno del sistema, cioè nell’ambito dell’edilizia residenziale pubblica o dei voucher.

Un mattino di quest’estate Anita Beaty, direttrice esecutiva della Metro Atlanta Task Force per i Senzatetto se ne stava a sfogliare le pagine della sua vecchia rubrica, alla ricerca dei nomi degli ex inquilini di Techwood e Clark Howell con cui aveva collaborato, battendosi contro il loro trasferimento tanti anni prima. Ogni numero a cui telefonava era staccato; e ulteriori ricerche sul conto di quegli inquilini si sarebbero dimostrate inefficaci.

“Tutti i miglioramenti apportati nel corso dei giochi — sostanzialmente volti a rendere Atlanta un villaggio Potëmkin — avrebbero potuti essere concepiti per migliorare anche le condizioni di vita della gente che aveva perso la propria casa”, argomenta la Beaty. “Il fatto di concentrare le fasce più povere della popolazione in una certa area è terribilmente sbagliato. Ma poi per rimediare a quell’errore non puoi limitarti a radere tutto al suolo e a mandarli via, per poi dire: ‘Beh, non abbiamo idea di dove siano andati a finire’”.

Anche fra chi è poi ritornato a vivere nei nuovi condomini c’è chi ha notato che qualcosa mancava.

“La condizione degli alloggi adesso è migliore, ma nel vecchio quartiere c’era più un senso di comunità”, ha dichiarato — intervistata dalla rivista “Georgia Trend” nel 2006 — Margie Smith, un’ex presidentessa dell’associazione degli inquilini del Techwood a cui era stata assegnata un nuovo alloggio nel Centennial Place. “Lì conoscevi tutti, la gente si parlava, ci si prendeva cura degli altri. Se la Sig.ra Jones in fondo alla strada s’ammalava, c’era qualcuno che se ne prendeva cura. Ma quando la Sig.ra Jones s’è trasferita dall’altra parte della città, mentre costruivano il Centennial Place, poi si è finito per perdere i contatti, dopodiché ho sentito dire che la Sig.ra Jones era morta. Abbiamo perso parecchi amici che non son tornati, o che non son riusciti a tornare”.

“E ora tanti di noi se ne sono andati. Sento che abbiamo avuto qualcosa di bello, ma d’aver perso tanto di più”.

Renee Glover, a capo dell’Atlanta Housing Authority dal 1994 al 2013, non è d’accordo con questa valutazione. E sostiene che “in linea di massima” le famiglie che vivevano fra il Techwood e il Clark Howell “stanno sostanzialmente meglio” di quanto non fosse prima dei giochi.

Degli abitanti che erano ancora qui nel 1994 — sostiene la Glover — “tutti quelli che soddisfacevano i requisiti” hanno ricevuto un qualche genere d’aiuto coi loro alloggi. Il piano Techwood, fa notare, includeva la costruzione di una nuova scuola di quartiere, nonché programmi di counseling per aiutarne i residenti. Le ricerche condotte da un altro docente del Georgia Tech, Thomas D. Boston, hanno scoperto che gli studenti andavano meglio nella nuova scuola di quanto non fosse in quella che era andata a rimpiazzare.

Glover inoltre sostiene che tutte quelle voci critiche nei confronti del modo in cui la città di Atlanta ha gestito la situazione del Techwood e del Clark Howell si siano levate un po’ tardi. “All’epoca in cui la gente viveva nell’orrore, in queste orride case popolari dove i tassi di violenza erano fuoriscala, dove i bambini frequentavano scuole fallimentari e le famiglie si stavano sgretolando, nessuno pareva prestare [loro] molta attenzione”, obietta. “Ma poi non appena cominci a cercare di lavorare … per ottenere risultati migliori, allora saltano tutti fuori dal nulla a dire: ‘Beh, questa è una cosa tremenda’”.

“Dov’erano tutte queste persone quando quelle famiglie venivano sistematicamente fatte a pezzi?”, chiede. “Da qualche parte bisognerà pur cominciare”.

Sergio Moraes/Reuters DIDA: Gli abitanti di Vila Autódromo si scontrano con la polizia nel corso di una serie di proteste che intendevano fermare la demolizione delle loro case nel 2015.

La promessa dello sviluppo edilizio delle città connesso alle Olimpiadi è che queste vadano a ricostruire una determinata area, in modo tale da migliorare la vita degli attuali residenti. Ma ciò accade di rado.

I quartieri che si ritrovano investiti dai bulldozer pre-olimpici sono quasi sempre abitati da famiglie a basso reddito. Nei quartieri che poi vanno a prenderne il posto s’assiste spesso a una significativa riduzione dell’edilizia pubblica, rimpiazzata da abitazioni di maggior lusso, concepite per gente con redditi più elevati.

Nel 2004, otto anni dopo i giochi, gli affitti a tassi di mercato degli appartamenti del Centennial Place — cioè quelli che non erano stati destinati all’edilizia pubblica — erano aumentati in una forbice che andava dal 42 al 72 per cento — cioè dieci volte superiore al tasso complessivo della città di Atlanta.

E perfino gli appartamenti destinati alla cosiddetta “edilizia accessibile”, con affitti ribassati, finirono probabilmente per risultare inaccessibili alla maggior parte di coloro che avevano vissuto fra il Techwood e il Clark Howell prima dei giochi.

“Il punto è, che cosa s’intende esattamente per ‘accessibile’?”, chiede Deirdre Oakley, una docente della Georgia State che ha avuto modo d’analizzare gli effetti del protratto sfollamento degli inquilini dagli alloggi pubblici in seguito alle Olimpiadi. “Se parliamo dei residenti originari di quegli alloggi … allora, a quei livelli di reddito, non sono accessibili”.

A Londra, che ha ospitato le Olimpiadi del 2012, si è potuto assistere a un fenomeno analogo. La città aveva promesso che lo sviluppo di nuovi alloggi sarebbe stato uno degli effetti più importanti dell’evento.

I giochi vennero concentrati nell’East London, fra i borghi di Stratford e Newham, delle zone industriali che avevano davvero bisogno di nuove case. Anche Londra finì per abbattere un complesso di condomini a basso reddito: il Clays Lane Estate di Stratford, che prima dei giochi aveva ospitato più di 400 persone. E gli organizzatori promisero che la metà dei nuovi alloggi da costruire sarebbe ricaduta nella categoria “accessibile” secondo la legge inglese, cioè in base ai tassi di mercato della zona.

Ma negli anni successivi ai giochi i prezzi degli immobili a Stratford e Newham schizzarono alle stelle. Dal 2005, anno in cui il CIO assegnò a Londra le Olimpiadi, agli inizi di quest’anno Stratford vide i prezzi del real estate aumentare del 71 per cento — un incremento che superava di gran lunga il resto della città nel suo insieme. Ciò significava che, così come ad Atlanta, gran parte dell’edilizia “accessibile” specificamente destinata a persone a basso e medio reddito non sarebbe più andata a collocarsi in una fascia di prezzo adatta ai residenti più poveri e vulnerabili della zona.

Penny Bernstock, docente all’Università di East London, spiega che oggi in un nuovo complesso all’interno dell’area del Parco Olimpico, a risultare idonei per le unità immobiliari “accessibili” sono coloro che guadagnano fino a 95 mila dollari l’anno. “Insomma [per i bisognosi] accessibile proprio non è”, conclude Bernstock.

E quella non è stata certo l’unica promessa pre-olimpica ad esser stata tradita. Quasi immediatamente dopo i giochi del 2012 i funzionari della città di Londra stavano già ritrattando il loro impegno in base al quale una nuova unità residenziale su due sarebbe avrebbe dovuto risultare “accessibile”, riducendone la proporzione al 41 per cento. Oggi invece la London Legacy Development Corporation sostiene che “il 31 per cento al massimo” delle nuove abitazioni sarà accessibile, riporta Bernstock.

Alla fine l’area di East London sarebbe comunque andata incontro a una riqualificazione, pure se non ci fossero state le Olimpiadi, ragiona Julian Cheyne, che perse la propria casa a Clays Lane quando questa fu abbattuta per fare spazio alle strutture olimpiche. Ma in assenza dei giochi e delle loro scadenze, il processo avrebbe subito meno pressioni, e sarebbe stato più ponderato, cosa che avrebbe portato a benefici maggiori per chi vi abitava all’epoca.

“Sarebbe stato più democratico. Sarebbe stato più collaborativo”, osserva Cheyne. “Non c’è un vero e proprio dibattito. Non c’è un referendum o niente di simile. È solo, ‘sfondiamo tutto’”.

Edgar Maciel/HuffPost Brazil Dopo che la sua casa all’Autódromo è stata demolita, Iran Souza è stato trasferito in un nuovo alloggio, ma non ne è felice. “La maggior parte delle famiglie rimpiange il fatto d’esser venuta a vivere qui”, racconta.

Agli inizi del mese il sindaco di Rio, Eduardo Paes, s’è vantato sull’Huffington Post di come Rio stia “restituendo vitalità ad aree dimenticate della città, avviando alcuni dei più ambiziosi progetti a lungo termine a cui una città olimpica abbia mai assistito”.

Ma a Vila Autódromo e in analoghi quartieri gli abitanti hanno da tempo rinunciato alla speranza che, a giochi conclusi, il governo mantenga gran parte delle proprie promesse pre-olimpiche.

Nel corso della campagna per la sua rielezione nel 2012, Paes ha descritto un piano ambizioso per migliorare le condizioni nelle favelas di Rio — che ospitano 1,4 milioni di persone — assicurando loro stabilmente corrente, raccolta dei rifiuti, impianti per il trattamento delle acque reflue e altri servizi statali basilari da sempre assenti. Benché il Morar Carioca, il nome di questo piano, non facesse ufficialmente parte del programma per le Olimpiadi, s’affiancava alle promesse del sindaco di adoperare i giochi a beneficio di tutti gli abitanti di Rio.

Invece, non appena ha ottenuto la sua rielezione, Paes ha sostanzialmente abbandonato il Morar Carioca. Solo alcuni piccoli progetti sono stati avviati, spiega Christopher Gaffney docente dell’Università di Zurigo, che a Rio c’è vissuto nel periodo immediatamente precedente ai giochi.

La città di Rio ha già reso noto che dopo la conclusione dei giochi il suo Villaggio Olimpico diventerà un complesso di lusso, le cui unità si venderanno a un prezzo massimo di 925 mila dollari. E nonostante il fatto che nel candidarsi a ospitare le Olimpiadi la città avesse promesso la creazione di “villaggi” dotati di 24 mila nuovi alloggi a basso reddito, ci sono poche speranze che ciò possa effettivamente accadere.

Intanto alcuni degli inquilini andati via dall’Autódromo hanno riferito ad HuffPost Brasile i gravi problemi dei loro nuovi alloggi. “Ci è stato assegnato un appartamento tremendo. Le mura cadevano a pezzi … le fogne si erano rotte. Mi sono lamentato, ma non è successo nulla”, racconta Iran Souza. “La maggior parte delle famiglie rimpiange il fatto d’esser venuta a vivere qui”, racconta.

Insomma con tutta probabilità i Giochi di Rio si concluderanno come tanti altri in precedenza, con case rase a zero, promesse infrante e poveri abitanti la cui unica vera risorsa ormai è pregare i futuri ospiti delle Olimpiadi di non imporre ancora una volta a gente come loro la stessa situazione.

“Alle città che fanno richiesta per ospitare le Olimpiadi, io chiedo di riconsiderare la propria posizione”, dice Luiz Cláudio Silva, l’abitante dell’Autódromo che nel marzo scorso ha perso la propria casa. “Non lasciate che questi eventi distruggano così tante storie di vita”.

Potrebbe esser troppo tardi per riparare agli effetti distruttivi che le Olimpiadi hanno sortito sul Techwood o sull’Autódromo. Ma le loro vicende hanno trovato eco in altre città.

La campagna per la candidatura olimpica di Boston è stata coordinata da organizzatori privati che erano riusciti a convincere il Comitato olimpico statunitense a proporre la città per i giochi del 2024 — era il gennaio del 2015. Dopodiché un gruppo di movimenti d’opposizione è talmente riuscito a dar voce al dissenso dei cittadini che nel luglio dello stesso anno l’USOC ha finito per bloccarla.

La principale argomentazione addotta dagli attivisti si concentrava sul costo dei giochi — e sull’idea che i contribuenti locali avrebbero finito per pagarne il prezzo. Ma paventavano anche il rischio che le Olimpiadi potessero diventare cavallo di troia per progetti immobiliari mal congegnati che avrebbero inevitabilmente finito per allontanare dalle proprie case degli abitanti della città.

“La gente ha cominciato a svegliarsi e a dire: ‘Aspetta un attimo, qui in realtà non si tratta solo di organizzare un evento della durata di tre settimane’”, riferisce Chris Dempsey, consulente politico del luogo e cofondatore di No Boston Olympics, uno dei principali gruppi opposti alla candidatura.

“Ormai fa parte integrale delle Olimpiadi”, sostiene. “Se si costruisce in vista dei giochi olimpici, alla fine si manda via la povera gente”.

(*) Travis Waldron ha scritto da Rio, Londra e Atlanta. Edgar Maciel ha scritto da Rio.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta su Huffpost Usa ed è stato poi tradotto dall’inglese da Stefano Pitrelli

#17O

segnalato da Barbara G.

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA POVERTA’

Domani 17 ottobre la rete di organizzazioni della campagna Miseria Ladra promuove una mobilitazione diffusa su tutto il territorio nazionale in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, indetta dalle NU nel 1993. Dopo 22 anni da quel solenne impegno, oggi come non mai le diseguaglianze e l’esclusione sociale colpiscono un numero sempre più grande di persone mettendo a rischio coesione sociale e democrazia. In Italia come in tutta Europa si registrano livelli inaccettabili di povertà e diseguaglianze. Nel nostro paese la povertà assoluta negli ultimi sette anni è quasi triplicata, arrivando a colpire 4,5 milioni di cittadini. La povertà relativa è raddoppiata, trascinando in basso quasi 9 milioni di persone. Oltre un milione sono i minori in povertà assoluta, mentre l’11% della popolazione è in condizione di grave deprivazione materiale ed un quarto è a rischio povertà. Gli ultimi dati Svimez fotografano il dramma di una gigantesca questione meridionale: un terzo della popolazione a rischio povertà, caduta del 59,3% degli investimenti dal 2008, disoccupazione giovanile oltre il 60%, dispersione scolastica e reddito medio procapite peggiori del continente, nuova ondata emigratoria che ci riporta ai livelli del 1860. In Europa sono 123 milioni le persone a rischio povertà, 50 milioni nell’indigenza e 26 milioni sono i minori in povertà assoluta. L’1% della popolazione europea ha invece accresciuto le proprie fortune sino ad arrivare a detenere il 33% della ricchezza complessiva. Oggi la povertà non colpisce solo le categorie storicamente più deboli, ma anche chi ha un lavoro, come dimostrano gli oltre 4 milioni di lavoratori poveri del nostro paese, i giovani che sono la generazione con meno diritti della storia del continente, le donne, le famiglie monoparentali, i pensionati, le partite Iva, una fascia enorme dei ceti medi ed i migranti già residenti nei paesi europei. È un fatto ineludibile che ceti popolari e ceti medi abbiano pagato e stiano ancora pagando il prezzo della crisi determinata da un modello economico insostenibile sul piano sociale ed ambientale, ormai al servizio di una finanza criminogena e fuori da qualsiasi controllo democratico. Ma allo stesso tempo non possiamo non considerare come il venir meno delle categorie del novecento e l’esasperata personalizzazione nel quadro politico abbiano determinato un crollo dei valori di riferimento legati ai principi della Costituzione, lasciando senza rappresentanza politica una enorme fetta di società, non solo i più deboli. La questione nuova con cui fare i conti è che la lotta alle diseguaglianze oggi non rappresenta più una priorità della politica. Ma le diseguaglianze non danneggiano solo coloro che hanno a cuore la democrazia ed i suoi valori. Gli ultimi studi dell’OCSE confermano come sia fondamentale contrastarle per rendere più stabile e sana l’economia di un paese. Un aumento del Pil non rappresenta quindi di per se un miglioramento delle condizioni materiali di chi sta peggio, non serve a ridurre le diseguaglianze ed a rendere sana l’economia se non si investe sulle politiche sociali e sul sostegno al reddito. In tutta Europa è evidente invece la connessione tra diseguaglianze e condizionamento politico. Più si concentrano le ricchezze in poche mani e maggiore è la capacità di influenzare e dominare i processi decisionali da cui scaturiscono le norme che rispecchiano gli interessi dei più forti. La concentrazione della ricchezza è direttamente proporzionale al potere di influenzare i processi decisionali, mentre chi sta in povertà e vulnerabilità oggi non ha nessuna voce che sia capace di chiedere politiche più eque, diritti e pari opportunità, come sostiene l’ultimo rapporto sulle diseguaglianze in Europa di Oxfam. La conseguenza è l’istituzionalizzazione delle grandi ricchezze e della dilagante povertà. Vi è un altro elemento sul quale occorre prendere coscienza: il potere delle lobby ha determinato una relazione strettissima tra politica ed affari, segnalata come il fattore più importante nell’aumento della corruzione. Negli ultimi 3 anni i rapporti internazionali sulla trasparenza hanno denunciato come solo la Slovenia abbia messo in campo una normativa appena sufficiente a garantire trasparenza e parità di accesso. Il “condizionamento politico” è la principale causa non solo della corruzione ma dell’allontanamento dalla partecipazione attiva dei cittadini. Il 70% degli italiani secondo le ricerche fatte dalla ong Trasparency percepisce i governi come dominati dagli interessi dei più forti. La conseguenza pratica è che negli anni della crisi le scelte fatte hanno rispecchiato gli interessi economici e finanziari delle elite invece che quelli della popolazione, aumentando a dismisura le diseguaglianze. Questo spiega perché le politiche di austerità hanno colpito così duramente i ceti più deboli ed i ceti medi senza toccare le grandi ricchezze, che hanno visto aumentare il loro patrimonio, mentre si sono tagliate le risorse per welfare e diritti sociali. In Italia i miliardari sono triplicati, così come i milioni di cittadini in povertà. I più deboli da noi hanno pagato e continuano a pagare di più. Le cause sono un sistema fiscale iniquo; il patto di stabilità che impedisce di dare la priorità ai diritti sociali in nome delle compatibilità finanziarie delegittimando il ruolo fondamentale degli enti locali; l’assenza di una misura universale di sostegno al reddito; l’assenza dei livelli minimi di assistenza sociale; le privatizzazioni dei servizi basici; un welfare depotenziato ed ancorato ad un modello “familistico corporativo” incentrato sulla famiglia a discapito dell’intervento pubblico che ha dato risposte non omogenee sul territorio, rafforzando invece una cultura patriarcale che scarica sulle donne il ruolo di cura e protezione; il taglio negli ultimi 7 anni del 58% del fondo nazionale per le politiche sociali; l’attacco al sistema della contrattazione collettiva e l’assenza di una politica industriale legata ai settori ad alta intensità lavorativa ed alla riconversione ecologica; l’intreccio tra politica, affari e mafie che ha sottratto risorse e chiuso spazi di innovazione sociale. Dinanzi a questo quadro sono due le misure che continuiamo a proporre da molto tempo e che rilanceremo domani con forza in tutti le regioni del Paese: 1) una buona legge per garantire un Reddito di Dignità così da rendere effettivo anche nel nostro paese un diritto sociale fondamentale costituzionalizzato attraverso l’articolo 34 della Carta Europea; 2) il rifinanziamento del fondo per le politiche sociale e per la non autosufficienza ai livelli del 2007, definendo i livelli essenziali di assistenza a livello nazionale. Due misure che darebbero immediatamente una risposta a 9 milioni di persone che non possono più aspettare e rilancerebbero l’economia del nostro paese. Questa urgenza, la necessità di restituire voce a quanti è stata negata e la speranza del cambiamento sono i motivi che mettono insieme centinaia di realtà provenienti da mondi diversi, ma unite dall’impegno affidatori dall’articolo 3 della nostra Costituzione.

Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale campagna Miseria Ladra

Per info su iniziative e proposte: www.libera.it www.miserialadra.it

Il dibattito sul reddito base: aspetti politici, filosofici ed economici

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

BasicIncome

di Daniel Raventós e Julie Wark – znetitaly.altervista.com, 21 agosto 2015

Barcellona

Il sostegno a un reddito base universale (definito qui [in inglese – n.d.t.]) sta crescendo. In Europa, ad esempio, la città di Utrecht sta per introdurre un esperimento che mira “a contestare l’idea che chi riceve soldi pubblici deve essere tenuto sotto controllo e punito”, per dirla con un responsabile di progetto del consiglio comunale di Utrecht. Nijmegen, Wageningen, Tilburg e Groningen sono in attesa del permesso dell’Aia per condurre programmi simili. In Svizzera sono state ottenute le centomila firme necessarie per indire un referendum su se i cittadini svizzeri debbano ricevere un reddito base incondizionato di 2.500 euro il mese, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. Il 16 giugno il governo di centrodestra della Finlandia, in cui il 79% della popolazione è a favore di un reddito base universale, ha mantenuto la sua promessa elettorale e ratificato l’attuazione di un “reddito base sperimentale”. Un recente sondaggio in Catalogna (dal 13 al 17 luglio) mostra che il 72,3% della popolazione (fondamentalmente con l’eccezione della destra e dei settori più ricchi) appoggerebbe un reddito base di 650 euro il mese e, contrariamente a un’affermazione fastidiosamente abusata, l’86,2% afferma che continuerebbe a lavorare se fosse introdotta la misura. Cosa più rimarchevole, l’84,4% dei disoccupati afferma che continuerebbe a voler lavorare.

Si tratta di misure temporanee o incomplete ma sono anche significative perché significano dare potere alle persone, economicamente – e anche politicamente – in una situazione in cui il potere globale è largamente nelle mani di istituzioni non elette e di altri organismi oscuri, come ha reso più che chiaro il recente strazio della Grecia. Tuttavia il crescente interesse per il reddito base non significa un’agevole avvio all’implementazione. Argomenti da lungo tempo smentiti continuano a essere sollevati contro di esso e sono brandite dubbie proposte “alternative” quali il “lavoro garantito”, la “piena occupazione” e il reddito minimo garantito condizionato. Con un reddito base le persone non accetteranno il lavoro salariato, le donne saranno confinate in casa, gli immigrati “sciameranno” (come direbbe David Cameron), ci vorrebbe una rivoluzione per introdurlo e ammazzerebbe lo stato sociale. Indipendentemente dal fatto che queste affermazioni sono stato solidamente rigettate in numerose diverse lingue, esse continuano a rialzare la loro stupida testa. Ci sono ancora altri malintesi (o vere e proprie menzogne) che vanno affrontati poiché le disuguaglianze economiche e sociali si stanno amplificando così rapidamente e il reddito base è una misura ideale per combatterle.

Innanzitutto c’è la questione del finanziamento. Non c’è ancora molto materiale dettagliato su questo aspetto chiave ma uno studio recente condotto in Spagna, basato su due milioni di dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010 (nel mezzo della crisi economica) è eloquente. Lo studio è stato basato su tre criteri: 1) il reddito base di 623 euro dovrebbe autofinanziarsi e non influire sulla spesa pubblica in sanità, istruzione, ecc.; 2) l’impatto distributivo dovrebbe essere fortemente progressivo in modo che ne benefici più dell’80 per cento della popolazione; e 3) le aliquote fiscali effettive dopo la riforma non dovrebbero essere molto elevate. Il reddito base deve essere al livello della linea della povertà (623 euro in Spagna) o superiore. Non sarebbe soggetto all’imposta personale sul reddito e sostituirebbe tutte le provvidenze assistenziali inferiori a 623 euro, mentre si riceverebbero interamente le provvidenze superiori a tale somma.

Finanziare questo reddito base per tutti gli adulti in Spagna – 43,7 milioni di persone – è possibile con un’aliquota fiscale unica del 49% che, combinata con un reddito base esente da imposte, sarebbe fortemente progressiva. Per il decile più povero tale 49% diventerebbe in realtà un – 209% (negativo poiché, in questo caso, sarebbe un trasferimento netto). Ne guadagnerebbe circa l’80% della popolazione e l’importo totale trasferito dai ricchi ai poveri sarebbe di circa 35 miliardi di euro. Ciò senza prendere in considerazione il problema dell’evasione fiscale (calcolata in circa 80 miliardi di dollari) in Spagna.

“Ah sì” – dicono – “Ma questo modello di finanziamento ‘inciderebbe negativamente sulle classi medie’”. Classi medie? In Spagna chi guadagna solo 3.500 euro il mese si situa nei due decili più elevati, mentre quelli che guadagnano 4.500 euro appartengono al 5% al vertice. Questi dati provengono da dichiarazioni ufficiali dei redditi! O per ignoranza o per malafede molti non riconosceranno che ciò segnala un enorme problema di frode fiscale che richiede attenzione urgente se deve essere intrapresa una qualsiasi riforma fiscale a favore della popolazione non ricca. Dati pubblicati dalla società di servizi finanziari globali UBS AG rivelano che solo 22 miliardari spagnoli hanno un patrimonio totale pari al 5% del PIL spagnolo  (cioè, ad esempio, circa il 60% del bilancio nazionale dell’assistenza sanitaria). Se i veri membri più ricchi della popolazione fossero individuati attraverso la loro dichiarazione personale dei redditi, il finanziamento del reddito base sarebbe più facile, l’aliquota fiscale inferiore e settori che potrebbero perdere nel modello attuale potrebbero finire col guadagnare. Questa ostinata idea che il reddito base sarebbe un’aggressione alle classi medie incoraggia alcuni atteggiamenti di farsesco attendismo. Così il PSOE (Partito Socialista) afferma di appoggiare il “reddito base” (ma intende il reddito minimo garantito) mentre altri della sinistra più o meno postmoderna sono entrati nella serie A del contorsionismo intellettuale affermando che il reddito base e il reddito minimo garantito sono “più o meno la stessa cosa”. Questi luoghi comuni sono politicamente dannosi, perché hanno indotto i progressisti a sostenere proposte “più moderate”.

Sfortunatamente il nuovo partito di sinistra Podemos sta cercando di eludere la questione del reddito base. Anche se la sua base preme molto forte per un reddito base, Podemos ha proposto un Piano di Reddito Minimo Garantito, apparentemente senza fare i conti. I nostri calcoli mostrano che il 50% della popolazione sarebbe colpito negativamente a causa del cambiamento dell’attuale struttura fiscale senza compensazione con un reddito base. Ciò è molto diverso da una politica che colpisce il 20% più ricco. Sembra che alcuni leader di Podemos, mostrandosi sordi alle idee di membri della loro base, stiano affermando che il reddito base è “troppo radicale”. Ma davvero? Garantire l’esistenza materiale dell’intera popolazione è troppo spaventoso quando il divario di ricchezza in Spagna è il maggiore d’Europa e, in termini globali, entro il 2016 l’un per cento al vertice avrà un patrimonio superiore a quello del 99%?

Quella che è davvero spaventosa è la generale accettazione di uno status quo in cui la maggior parte delle persone diventa sempre più povera, persino quando recenti studi dimostrano che la cosiddetta economia della “ricaduta dall’alto” si traduce in un flusso di reddito verso l’altro fino a quando vi ristagna come ricchezza tesaurizzata. Ciò ostacola la creazione di ricchezza nell’economia, come ha concluso l’Institute for Policy Studies dopo aver utilizzato modelli moltiplicatori economici standard per dimostrare per ogni dollaro extra pagato a un lavoratore a basso salario aggiunge circa 1,21 dollari all’economia statunitense. Se tale dollaro andasse a un lavoratore a salario elevato aggiungerebbe solo 39 centesimi al PIL. In altri termini, se i 26,7 miliardi di dollari pagati in premi ai giocatori d’azzardo di Wall Street nel 2013 fossero andati a lavoratori poveri, il PIL sarebbe salito di circa 32,3 miliardi di dollari.

Il denaro in basso è più di tre volte più efficace nel muovere la crescita economica del denaro al vertice. E’ buon senso, anche se la teoria ha il titolo sofisticato di “propensione marginale al consumo”: chi ha un reddito minore spende più rapidamente i suoi soldi mentre i ricchi li tesaurizzano. Con il mostruoso divario di ricchezza odierno la velocità del dollaro nell’offerta monetaria totale è più bassa di quanto sia stata mai. E’ anche logico. In effetti un nuovo modello prodotto da Ricardo Reis e Alistair McKay mostra che “i programmi di tassazione e trasferimento che incidono sulla disuguaglianza e l’assicurazione sociale possono avere un effetto più vasto sulla volatilità aggregata”. Persino dati del FMI suggeriscono che aumentare la quota del venti per cento al vertice di solo l’1% della ricchezza totale riduce la crescita economica di 0,08 punti. Ma se il venti per cento più in basso ricevesse la stessa quota dell’1% , la crescita economica aumenterebbe di 0,38 punti. Dunque non sarebbe una buona idea introdurre un reddito base universale? Scott Santens calcola che, negli Stati Uniti, la redistribuzione sotto forma di reddito base di 1.000 dollari il mese per ogni cittadino adulto e di 300 dollari per i minori di diciotto anni costerebbe circa 1,5 trilioni di dollari – circa l’8,5% del PIL – tenendo conto dell’eliminazione delle agevolazioni non più richieste una volta che sia operativo il reddito base. Il costo totale della sola povertà infantile è circa il 5,7% del PIL.

Se la disuguaglianza sta uccidendo la crescita economica, allora l’economia neoliberista ha sicuramente fallito. L’OCSE rileva che “l’aumento della disuguaglianza è stimato aver abbattuto di più di 10 punti percentuali la crescita in Messico e in Nuova Zelanda negli ultimi due decenni fino alla Grande Recessione. In Italia, Regno Unito e Stati Uniti il tasso cumulativo di crescita sarebbe stato da sei a nove punti percentuali più elevato se le disparità di reddito non si fossero accentuate …” Il punto chiave qui è che i programmi contro la povertà non possono mai essere sufficienti perché “l’impatto della disuguaglianza sulla crescita deriva dal divario tra il 40 per cento più in basso e il resto della popolazione, non solo del 10 per cento più povero”. Se il programma di trasferimento di denaro deve essere efficace, deve beneficiarne circa la metà della popolazione. Ciò suona molto simile alla proposta di reddito base universale presentata in Spagna. Ridurre la concentrazione di reddito al vertice dove il denaro produce altro denaro da accumulare è più di una questione morale o di una questione di giustizia; è competenza economica, come sta ora riconoscendo un numero crescente di economisti rispettabili, ad esempio (il barone) Robert Skidelsky.

Per quanto solidi possano essere gli argomenti economici e per quanto a lungo posso aver circolato in Spagna, soluzioni parziale continuano a essere promosse come “alternative” al reddito base. Il lavoro garantito è una di queste, promosso, tra gli altri, dal partito di sinistra Izquerda Unida (IU) anche se è molto più costoso (circa 10 euro lordi l’ora costerebbero allo stato 233,422 miliardi di dollari) nel lungo termine e meno efficace di un reddito base, che entrerebbe immediatamente in vigore per alleviare le dure condizioni di lavoro (o di non lavoro) e di vita del settore più povero. Peggio, il “lavoro garantito” (che non tiene conto del lavoro domestico o volontario) ha la patetica idea di libertà. Suppone che le persone debbano lavorare per un salario, l’implicazione essendo che se le persone avessero un reddito base se ne andrebbero in giro tutto il giorno a girarsi i pollici. La Spagna ha i dati di disoccupazione peggiori dei paesi OCSE (più del 15% in 25 degli ultimi 37 anni, mentre la seconda posizione peggiore, quella dell’Irlanda, ha toccato queste cifre solo in nove di tali 37 anni) e inoltre le proposte di lavoro garantito sono state ideate per economie con numeri relativamente ridotti di disoccupati. In breve l’idea è una pura sciocchezza, specialmente quando è dimostrato che un reddito base rafforzerebbe le posizioni negoziali dei lavoratori e stimolerebbe un maggior numero di piccole imprese.

Un’altra critica stramba (ma non per questo meno diffusa) è che il reddito base non combatterebbe la “divisione sessuale del lavoro”. Nemmeno il sistema di assistenza sanitaria pubblica porrebbe fine alla divisione sessuale del lavoro! Il reddito base affronterebbe parecchi problemi sociali, ma non questo. Quello che può fare è dare alle donne molta più autonomia in molti aspetti delle loro vite, il che non è poca cosa. Il reddito base non è una politica economica completa. Sarebbe parte di una politica economica che favorisce la popolazione non ricca. Altri problemi sociali come la divisione sessuale del lavoro, la generalizzata indifferenza al sapere scientifico, poteri privati che impongono la loro Weltanschauung a tutti gli altri, corruzione, traffico di esseri umani, brutalità nei confronti dei profughi e degli immigrati … vanno anch’essi affrontati, ma con strumenti appropriati specifici. Si potrebbe sostenere che una società con minor disuguaglianza e maggior interesse per gli esseri umani avrebbe maggiori probabilità di produrre tali strumenti.

Arriviamo poi a qualche dibattito più economico. Brandendo argomenti della Scuola Austriaca, alcuni a destra declamano i vantaggi di basse aliquote fiscali su una base vasta. Un aumento delle aliquote fiscali a favore del reddito base, affermano, ridurrebbe la base fiscale, le imposte incassate e l’elasticità della base fiscale, aggiungendo che non tener conto di questa elasticità annullerebbe qualsiasi conclusione. In realtà dati empirici da studi in Spagna mostrano che imposte aumentate non causerebbe minor elasticità con un effetto negativo sull’attività economica ma produrrebbero maggiore elasticità: maggiori imposte, maggiore PIL e accresciute entrate fiscali. Maggiori imposte ai ricchi consentono una spesa pubblica maggiore, con un effetto positivo sull’attività economica, generando maggior reddito e compensando possibili disincentivi. Era oltre la portata dello studio spagnolo sul reddito base calcolare in dettaglio gli effetti positivi che il reddito base potrebbe avere sull’attività economica e, di qui, sulle entrate fiscali ma, chiaramente, l’80% più povero della popolazione che ne guadagna consumerebbe più del 20% più ricco, dunque uno stato sociale più forte, finanziato da imposte e con un sistema di provvidenze sociali, compreso un reddito base, realizzerebbe una maggior partecipazione della forza lavoro e maggiori tassi di occupazione e, ne segue, maggior uguaglianza e benessere generale oltre a un’economia più resiliente in un sistema globale instabile.

Il reddito base non è solo una misura contro la povertà ma sarebbe una parte integrante di una politica economica complessiva che stimolerebbe la crescita economica e darebbe a tutti i membri della società un’esistenza materiale garantita e con essa una libertà effettiva. La libertà effettiva dei non ricchi reca il seme di un potere politico sovversivo ed è per questo motivo che la destra presenta pannicelli caldi quali il reddito minimo garantito che gli entusiasti di Hayek, che ritengono che le tasse siano una rapina, appoggiano come una forma di carità. Ma la carità è l’antitesi della giustizia. Dipende da umori liberamente decisi dei più abbienti donare ai poveri non liberi cui è negata la dignità umana precisamente perché sono costretti a essere destinatari della carità. Il reddito base non beneficia tutti ma si interessa di alleviare il fardello della parte non ricca della popolazione. Le sue fondamenta anti-neoliberiste sono da ricercare nel pensiero repubblicano classico e nella sua insistenza che una persona non può essere libera se non le sono garantiti i mezzi dell’esistenza materiale. Uno dei molti vantaggi del reddito base universale è che libererebbe le persone dalla tirannia del mercato dell’occupazione in cui sono semplici merci, garantendo il diritto umano più fondamentale di tutti, quello dell’esistenza materiale. Un reddito base sostiene non solo il diritto a una vita dignitosa ma, in termini pratici, consentirebbe anche alle persone di ampliare le loro vite e di difendersi dalle aggressioni alla loro libertà e dignità.

Infine, poiché questi diritti umani fondamentali sono dichiarati universali, c’è un ulteriore mito sul reddito base che andrebbe abbattuto, cioè che si tratta di una politica che può essere contemplata solo dai paesi ricchi. Esperimenti in Brasile, Namibia e Sudafrica, Messico, India, Kenya e Malawi mostrano che progetti modesti e parziali di reddito base hanno risultati economici e sociali impressionanti. In Namibia, ad esempio, un progetto pilota biennale (2007-2009) in Otjivero-Omitara, un’area rurale a basso reddito, in cui 930 abitanti hanno ricevuto un versamento mensile di 100 dollari namibiani ciascuno (12,4 dollari) ha ridotto la povertà dal 76% al 16%; la malnutrizione è scesa dal 42% al 10%; gli abbandoni scolastici sono precipitati dal 40% a quasi zero; i debiti medi delle famiglie sono scesi del36% e la polizia locale ha segnalato che i dati sulla delinquenza era del 42% inferiori; e il numero di piccole imprese è aumentato, così come è aumentato il potere d’acquisto degli abitanti, creando così un mercato per nuovi prodotti.

L’ostacolo principale al reddito base oggi è politico (e psicologico se l’avidità è da intendersi come patologica) perché no, non favorisce i ricchi ma, piuttosto, in termini morali e solidamente economici, chiede loro di contribuire con solo un pizzico della loro ricchezza a salvaguardare il diritto a un’esistenza dignitosa per tutti. Ma non si tratta solo di far sborsare i ricchi. Il vero problema è che chi sta più in basso, invece di stendere la mano per afferrare l’inesistente ricaduta, possa cominciare a trasformare la società e l’economia coerentemente con le proprie visioni e a difesa della propria dignità. E’ improbabile che l’un per cento costituito da persone disgustosamente ricche se ne stia con le mani in mano ad assistere alla propria estinzione.

Daniel Raventós è docente di economia all’Università di Barcellona e autore, tra gli altri, di ‘Basic Income: The Material Conditions of Freedom’ (Pluto Press, 2007) [Reddito base: le condizioni materiali della libertà]. Fa parte del comitato editoriale della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Julie Wark è membro del comitato consultivo della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Il suo ultimo libro è ‘The Human Rights Manifesto’ (Zero Books, 2013) [Il manifesto dei diritti umani].

Originale:

http://www.counterpunch.org/2015/08/21/the-basic-income-debate-political-philosophical-and-economic-issues/

Traduzione © 2015 znetitaly.org Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Sulla pelle dei disabili

Nuovo Isee, M5S contro governo. Che vuole impugnare le sentenze pro disabili

di  – ilfattoquotidiano.it, 21 aprile 2015

I parlamentari del MoVimento hanno inviato una lettera a deputati e senatori di maggioranza perché sensibilizzino l’esecutivo sui diritti dei portatori di handicap. A febbraio il Tar del Lazio ha annullato un decreto del presidente del Consiglio che considerava le loro pensioni come stipendi e ora Palazzo Chigi intende impugnare la sentenza.

Il nuovo Isee, utilizzato per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate, prevede che concorrano al reddito anche entrate come pensioni di invalidità e indennità di accompagnamento. I contributi percepiti in virtù di una condizione di svantaggio, in sostanza, vengono considerati come una fonte di ricchezza, al pari di uno stipendio. Un punto che ha scatenato la protesta delle famiglie con disabili e di diverse associazioni, che si sono rivolte ai giudici con tre diversi ricorsi. A febbraio il Tar del Lazio ha bocciato l’impostazione dell’esecutivo, annullando un decreto del presidente del consiglio dei ministri (dpcm) adottato da Enrico Letta ed ereditato da Matteo Renzi.

Ma il governo non si è adeguato a tale rilievo e, anziché modificare il decreto, ha deciso di presentare ricorso al Consiglio di Stato, come annunciato in aula dal sottosegretario al ministero dell’Economia Enrico Zanetti. Anche alle sue parole si fa riferimento nelle lettere, firmate in particolare dalla capogruppo del M5S in commissione Affari sociali della Camera Giulia Grillo e dall’omologa in commissione Finanze del Senato, Laura Bottici, che giudicano “inopportune” le motivazioni alla base della decisione di inserire le provvidenze assistenziali erogate dallo Stato nel calcolo dell’Isee: “Secondo Zanetti, infatti, tale decisione è legata agli ‘effetti negativi sui saldi di finanza pubblica’. Non è vessando i cittadini più deboli che uno Stato degno di questo nome può pensare di ridurre la spesa pubblica”.

Il ricorso al Consiglio di Stato, secondo i Cinque Stelle, è un “errore che va a discapito di fasce deboli, che andrebbero tutelate più di altre e non vessate”. Di qui l’appello “alla sensibilità e al buonsenso” dei parlamentari di maggioranza, invitati a unirsi a “una battaglia condivisa di civiltà e dignità”. E a farsi vivi con il governo amico, per spingerlo a ritornare sulle proprie decisioni.