primarie

“Pisapia è il mio leader”

Massimo D’Alema: “Primarie a novembre e Pisapia è il mio leader. Renzi? Educa i figli a odiarmi”

Il “Líder Massimo” – Annuncia il ritorno in Parlamento e traccia i confini della nuova sinistra sotto la guida dell’ex sindaco di Milano.Santi Apostoli – Il comizio di Giuliano Pisapia a Roma per il lancio di “Insieme” con Bersani e Mdp – Ansa

Cosa c’è di diverso rispetto a un passato recente che l’ha vista protagonista di epici scontri nel centrosinistra?

Vedete, noi siamo stati un gruppo dirigente che si rispettava. Quando ero a Palazzo Chigi ho proposto Veltroni segretario, Prodi a capo della commissione Europea. Oggi prevale il culto del capo, la cultura del sospetto. Renzi ha impedito che Letta diventasse presidente del Consiglio europeo e questa era una proposta della Merkel.

Significa che la mutazione è antropologica, prima ancora che politica.

C’è un episodio rivelatore che mi ha colpito molto, quando Renzi scrive nel suo libro che sua figlia chiede se è certo dell’abiura del dalemismo da parte di Orfini. È aberrante, questa è educazione all’odio, è l’elogio del tradimento. Se questi sono i principi educativi, c’è da essere seriamente preoccupati.

Allora lei ha letto Avanti?

Per l’amor del cielo. Concordo con Letta quando parla di disgusto. Ho altro da leggere. Ho visto le numerose anticipazioni pubblicate dai quotidiani. Quante sono? Otto?

Dieci in tutto.

Una cosa sconcertante, questa è informazione di regime, che però contribuisce a far crescere quel sentimento dilagante contro Renzi.

Oggettivamente un dato positivo per voi di Articolo 1. Avete praterie a sinistra, tra astensionismo ed elettori vostri che ora votano Grillo.

Dobbiamo presentarci con un soggetto unitario, non possiamo andare con due liste che litighino tra di loro: non ci voterebbero nemmeno se li andiamo a prendere con il servizio d’ordine.

Pisapia divide? Ci sono le riserve di Fratoianni di SI.

Bisogna smetterla di accusare Pisapia di essere ambiguo. In piazza Santi Apostoli, alla manifestazione del primo luglio, Pisapia è stato netto: ha parlato di discontinuità, ha chiesto la reintroduzione dell’articolo 18. Fratoianni è un simpatico giovanotto, a volte inutilmente polemico. Finiamola con le punzecchiature, ci vuole un atto di generosità. Non possiamo fare una nuova e perdente Sinistra Arcobaleno.

Che invece è il timore di quanti non vogliono andare troppo a sinistra.

Anche qui: Sinistra Italiana nasce da Sel che è stata alleata del Pd alle ultime elezioni. Non viene dalla luna: senza di loro non avremmo avuto la maggioranza. Lo ricordo a quanti oggi sono stati beneficiati da questo fattore e ora parlano di estrema sinistra. Ci sono personaggi che non hanno mai amministrato neanche i loro condomini. A questi vorrei ricordare che Vendola ha governato una delle più importanti regioni d’Italia. Lo stesso Pisapia è stato un militante di Sel che ha vinto le primarie a Milano.

Fino a qualche settimana fa c’era la convinzione che lei puntasse su Anna Falcone che, insieme con Montanari, ha organizzato la sinistra civica del Brancaccio.

Ho grande stima per la Falcone e Montanari. Al Brancaccio erano presenti importanti esempi di civismo e di associazionismo impegnato sul territorio. Alcune posizioni critiche e aggressive, assunte da quel momento in poi, non servono a nessuno e rischiano di marginalizzarli.

Pisapia dice che resta in campo ma non si candida.

Pisapia ci ha fatto fare un salto di qualità nel percorso per un nuovo soggetto politico di centrosinistra, rappresenta un valore aggiunto, come Mdp lo sosterremo. Spero che cambi opinione. Quando un leader genera speranza e aspettativa ha il dovere di confrontarsi con il voto popolare.

Il percorso dove porterà?

Ora c’è un nucleo di partenza composto da Mdp e Campo Progressista di Pisapia, io immagino a conclusione di questa fase una consultazione popolare a novembre.

Primarie?

Certo, ma senza truppe cammellate, con regole che impediscano ogni forma di inquinamento.

Per fare cosa?

Un manifesto, un programma, una lista unitaria per le elezioni, vi sembra poco?

E il leader?

Chiaro che con un sistema proporzionale, non credo il tedesco, ma quello della Consulta, non c’è un candidato premier da scegliere. Serve un leader unitario, non un candidato premier. Abbiamo anche un altro obiettivo: noi ci batteremo contro i capilista bloccati che loro vogliono introdurre anche al Senato.

Loro chi?

Renzi e Berlusconi, ovvio. Hanno un patto anche su questo.

Oltre che per governare dopo.

Il disegno di Berlusconi è di fare il governo con Renzi. Altrimenti non si spiegherebbe perché con questi sondaggi che danno in testa il centrodestra, Berlusconi continui a volere il proporzionale e non il maggioritario. La frattura tra lui e la Lega è profonda.

Prodi ha tentato di sventare questa operazione. Vinavil sprecato, almeno fin quando c’è Renzi alla guida del Pd. Lei non ci ha mai creduto.

La posizione di Prodi è stata rigettata da Renzi in modo brutale.

Arriveranno anche Cuperlo e Orlando?

Non lo so, ma io a loro dico sempre una cosa.

Quale?

Fate quello che volete, ma sappiate che se noi saremo forti voi avrete peso nel Pd, se noi saremo deboli voi sarete deboli.

Lei si candiderà?

A me sembra molto prematuro. Se ci saranno i capilista bloccati, decideranno gli elettori con le primarie.

Quindi è sì?

Ripeto, ci saranno le primarie…

E nella “sua” Puglia c’è Emiliano…

Il governatore Emiliano può contare sul nostro sostegno.

Gentiloni di meno.

Noi stiamo costruendo un polo unitario per un autentico centrosinistra e dobbiamo marcare la nostra identità. Gentiloni non può più procedere in assoluta continuità con Renzi. Non si può ingannare la gente dicendo che dalla prossima legislatura avremo un sacco di soldi in più violando i patti europei. Questo è berlusconismo di risulta.

L’Europa nell’urna.

Un tempo il Pd aveva un grande peso, oggi un po’ meno. Il Pd avrebbe dovuto impostare il tema di una profonda riforma dei Trattati.

Invece?

Ha usato la sua forza contrattuale per chiedere un po’ di soldi e flessibilità anziché fare una battaglia per riformare il patto di stabilità e chiedere che gli investimenti non possono essere calcolati nel rapporto deficit-Pil.

Renzi chiede meno tasse.

Ci vuole un grande piano di investimenti, basta sfogliare Keynes. Il moltiplicatore che deriva dalla fiscalità è basso. Meno tasse per tutti è uno slogan vecchio ed è immorale riprenderlo aumentando il debito. Non possiamo rubare i soldi ai nostri figli, distribuendo mance ai banchieri.

I poveri aumentano, secondo l’Istat.

I dati sono drammatici: il numero di poveri aumenta costantemente. Le politiche del governo sono fallimentari, non hanno determinato alcun cambio di tendenza. Gli unici che si preoccupano della situazione sono la Chiesa e il volontariato. È inaccettabile che 12 milioni di italiani debbano rinunciare a curarsi. Bisogna incidere sulla progressività fiscale e incidere sui patrimoni. Oggi poco più dell’uno per cento della popolazione possiede il 20 per cento della ricchezza.

Un programma liberale e liberista quello di Renzi. Eppure è accusato di essere il suo erede blairiano.

Questo è un discorso superficiale, da analfabeti della politica. L’ultimo governo di centrosinistra di cui ho fatto parte da vicepremier fece nel biennio 2006-2007 investimenti per 40 miliardi di euro. Oggi sono venti. La riforma Bindi della sanità è stata l’ultima vera svolta in questo settore. Ma era un altro mondo.

Poi cosa è accaduto?

La crisi della globalizzazione ha fatto scoppiare contraddizioni selvagge. Non si può far finta di niente. È cambiato il clima culturale, c’è un pensiero critico sul capitalismo. Si torna a valutare la necessità di un ruolo dello Stato. Per affrontare queste sfide bisogna riprogettare la società. Ora c’è Corbyn, non più Blair.

Un modello insieme con il francese Mélenchon.

Mélenchon ha ottenuto un risultato importante, quasi il 20 per cento alle presidenziali. Corbyn ha vinto tra i giovani. Noi in Italia abbiamo tre milioni di ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano. Con un salario minimo potrebbero accudire anziani e disabili, partecipare alla manutenzione del nostro patrimonio naturale. Noi non possiamo fermare luddisticamente la rivoluzione dei robot ma non è più possibile un futuro dominato solo dal capitalismo finanziario.

Ci vuole una Quarta Via.

Io con le vie mi fermerei, diciamo. Ci vuole una sinistra illuminata.

Che sui migranti farebbe cosa? C’è una corsa ad aiutarli a casa loro.

Sapete che siamo l’ultimo Paese d’Europa in quanto ad aiuti allo sviluppo? Appena lo 0,16 per cento del Pil. Ci vuole una faccia da tolla a dire “aiutamoli a casa loro”. Siamo gli ultimi, non so se mi spiego?

E le ondate di migranti hanno ormai una dimensione epocale.

Ci sono precise responsabilità. Il governo Renzi ha accettato una deroga che prevede la possibilità di sbarco nei porti italiani anche per la navi battenti altra bandiera. Ora Minniti sta supplicando a mani giunte di cambiare le regole che hanno sottoscritto i suoi predecessori. Andavano fatti dei centri sulle coste libiche, siriane per gestire l’emergenza, con una protezione internazionale. Se l’avessimo fatto avremmo evitato 30mila morti nel Mediterraneo, un vero Olocausto.

Il populismo ingrassa.

Salvini non mi meraviglia, la Lega ha una coloritura razzista ma assisto a uno slittamento a destra dei Cinquestelle. La mia impressione è che lancino messaggi per fare un governo con l’appoggio esterno della Lega. Anche questo per noi è un terreno di competizione: cosa faranno gli elettori di sinistra del M5s delusi?

Lei provò a fare qualcosa nel 2013.

È noto che proposi Rodotà presidente del Consiglio per sbloccare la situazione.

Democrack

Italicum e Ulivo, gli opposti Pd

Democrack. Polemica fra Renzi e minoranza: «C’è un disegno per screditare i gazebo. Mi accusano di non aver rispetto per il centrosinistra? Sono quelli che lo hanno rovinato». Bersani: «Non merita commento». Dal luogo di culto prodiano la ’sinistra’ chiede la modifica della legge elettorale. Per dire sì al quesito costituzionale.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti, il candidato sindaco del Pd di Roma

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Lo scontro va avanti per tutto il pomeriggio a colpi di dichiarazioni e twitter. Renzi attacca da Roma, dalla terza giornata di Classe dem, la scuola di formazione Pd, dopo essere andato a trovare l’anziano leader radicale Marco Pannella («Un omaggio doveroso a un grande della storia italiana, l’ho trovato bello tonico»); la minoranza bersaniana risponde dalla kermesse di Perugia. Renzi prima promette che non userà l’occasione per «litigare», ma poi si fa prendere la mano: i giovani dem dispensano applausi ad ogni passaggio, il segretario-premier non resiste e si lancia nel dibattito postumo sull’Ulivo e sul centrosinistra. La minoranza dem, insieme a D’Alema e anche alla sinistra fuori del Pd lo accusa di essere il killer del centrosinistra per via dell’Italicum e del progetto di ’partito della nazione’: «Quelli che oggi mi vogliono dare lezioni e chiedono più rispetto per la storia dell’Ulivo sono quelli che hanno distrutto l’Ulivo consegnando per vent’anni anni l’Italia a Berlusconi». Da Perugia, e precisamente dal luogo in cui nel 2006 Prodi riunì i suoi ministri per affiatare il governo – senza ottenere i risultati sperati, notoriamente – risponde Pier Luigi Bersani, già ministro dei governi dell’Ulivo e dell’Unione: «Affermazioni del genere non meritano un commento. Renzi ricordi che noi l’abbiam fatto l’Ulivo».

Poi c’è la questione delle primarie. A Roma D’Alema annuncia che non voterà il candidato dem Giachetti; a Napoli Bassolino chiede di annullare il risultato della consultazione. Renzi, senza nominare nessuno dei né l’ex premier né l’ex governatore, non fa sconti: «Esiste un disegno per screditare le primarie», «Il principio del ’chi perde se ne va’ non mette in discussione le primarie ma mette in discussione il partito. Chi perde resta nel partito e fa battaglia dentro il partito, come ha detto Cuperlo che ringrazio, non prende il pallone e se ne va per conto suo e scappa». Infine: la minoranza Pd medita la scissione e punta a far perdere Renzi alle amministrative, come da lettura dei media? «Chi cerca di utilizzare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sbaglia campo di gioco. Il campo di gioco c’è: chi vuole mandarmi a casa, la battaglia la farà al congresso del 2017». Ma da Perugia le accuse sono rispedite al mittente: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Il che è una cosa più profonda», si sgola Roberto Speranza. E su Renzi: «Sono abituato a un’idea di partito in cui il segretario lavora a unire il Pd, non a insultare la minoranza». I bersaniani restano nel partito «con tutti e due i piedi», ripetono Speranza e Bersani.

Ma è vero che non è ancora chiaro come condurranno la campagna del referendum costituzionale. Da Perugia viene rilanciata la richiesta di cambiare l’Italicum. Spiega il senatore Miguel Gotor: «Il problema è il rapporto tra la riforma del bicameralismo e la legge elettorale», «A me interessa capire quale sarà il rapporto con l’Italicum. Se il rapporto resterà questo, ci sarà un tipo di voto. Se sarà modificato, come auspico, ci sarà il sostegno al referendum». E il deputato Andrea De Giorgis: «La legge elettorale così com’è indebolisce la solidità del governo, in quanto riduce e mortifica la rappresentanza». Sull’Italicum, comunque votato dalla gran parte della minoranza Pd, Bersani è drastico: «Ne penso tutto il peggio possibile. Non è una novità e penso che sarebbe interesse di Renzi cambiarlo» perché M5S e destre «avrebbero l’occasione di mettere insieme un listone al ballottaggio e tentare di prendere tutto. Ma non sono sicuro che Renzi abbia ben presente il rischio».
Ma la modifica dell’Italicum e quella della legge elettorale dei futuri senatori sono condizioni per dire no al referendum, libertà che peraltro Renzi ha già annunciato di non voler concedere? Per ora la minoranza Pd non risponde: «Il referendum è lontano», ragiona Gotor, «ora siamo impegnati nelle amministrative che vengono prima e condizioneranno anche il tipo di campagna referendaria del Pd, sia della maggioranza sia della minoranza».

Chi invece ha di fatto già fatto capire che al referendum voterà no è Massimo D’Alema. Che nel pomeriggio arriva a Perugia per discutere di medioriente con il direttore della Stampa Maurizio Molinari. E decide di non rinfocolare le polemiche, e magari anche di rimediare ai giudizi poco generosi che nei due giorni precedenti ha espresso nei confronti della minoranza Pd: «Vorrei esprimere mio apprezzamento per il lavoro di elaborazione, mai come in questo momento c’è bisogno di idee nuove per rilanciare il ruolo della sinistra senza ripercorrere ricette già sperimentate da altri o anche da noi in altre epoche storiche». Vuole essere una frase gentile, ma nel luogo del rimpianto prodiano non suona poi così bene.

*

Bassolino preme sul Pd

Napoli. L’ex governatore spera ancora di essere lui il candidato del partito.

Antonio Bassolino

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Al teatro Augusteo ieri mattina Antonio Bassolino ha detto cosa si aspetta dal Pd: «Cancellare il voto nei seggi dove si è violata la democrazia e violentata la Costituzione». Eliminare cioè i cinque gazebo, oggetto dei video di Fanpage e contestati nel primo ricorso (bocciato mercoledì scorso), dal calcolo complessivo: sottraendo quei voti, otterrebbe il ruolo di candidato sindaco della coalizione di centrosinistra a guida dem. «Bisogna cancellare una vergogna, un’offesa alla dignità di 30mila votanti delle primarie – ha proseguito -. C’è ancora la possibilità di ribaltare un autogol, di evitare un nuovo possibile suicidio del Pd».
Il teatro era pieno, circa 1.500 persone radunate per sostenere il secondo tempo di una battaglia che si annuncia lunga, così Bassolino ci scherza su: «Ci sono quasi tutti gli iscritti al partito». Il tesseramento del 2014 ne contava 2.800. In sala il suo stato maggiore a cominciare dal consigliere regionale Antonio Marciano, in prima fila, e l’eurodeputato Massimo Paolucci (fedelissimo di Massimo D’Alema) a coordinare l’organizzazione dietro le quinte. E poi tanti ex assessori, pezzi di apparato dell’epoca bassoliniana, arancioni delusi come Pina Tommasielli e Bernardino Tuccillo. Uno striscione sopra la platea segnalava la presenza dei supporter di San Giovanni a Teduccio, una volta quartiere operaio, da sempre feudo dell’ex governatore. Alle primarie il consigliere comunale della zona, Antonio Borriello, fedelissimo di Bassolino, ha però scelto all’ultimo minuto Valeria Valente: immortalato nel video finito in rete, rischia il deferimento agli organi di garanzia del partito.
Nessun accenno alla lista civica, ma la possibilità resta sul tavolo: «Aspettiamo l’esito del ricorso e poi vediamo» spiega dal palco. Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, venerdì è arrivato in città per parlare con Bassolino, svelenire il clima, soprattutto prendere tempo ed evitare strappi. «Non sono in campo per far perdere il Pd o per perdere io – ha proseguito l’ex governatore -. Combatto per vincere. Domenica sera siamo arrivati a un’incollatura, vincendo politicamente e moralmente. E anche numericamente, se si dicesse la verità su quei seggi».
Stamattina si dovrebbe riunire il comitato delle primarie che dovrà valutare il secondo ricorso, l’esito tuttavia potrebbe slittare a domani. Nel caso di rigetto, ci sarà un nuovo appello agli organi nazionali. Intanto Bassolino prova a tenere alta la pressione sul partito: «Non può esserci un colpo di spugna burocratico, la questione è democratica. Abbiamo bisogno di verità per Napoli, la politica e l’opinione pubblica italiana. Finora ci hanno risposto con cavilli, sentenze preconfezionate tra Roma e Napoli. I ragazzi di Fanpage sono da ringraziare». Un discorso molto duro che, però, nasconde una contraddizione: durante le primarie del 2011, annullate per sospetti brogli, ne chiese comunque la convalida.
Nessuno strappo ma con la dirigenza dem resta un forte gelo: «L’Italia delle primarie non può essere quella dei codicilli. Non lo è stata quando ha vinto Renzi, che io ho votato. I vertici del partito e di Palazzo Chigi riflettano e intervengano. Attendo con fiducia l’esito del nuovo ricorso. Domenica sera mi sarei aspettato, un po’ ingenuamente, che squillasse il telefono da Napoli e Roma per dire ’grazie Antonio, hai contribuito a far vivere la politica’. Invece niente».
L’unica contestazione arriva dal Comitato cassintegrati e licenziati Fiat: vestiti da pulcinella, si sono presentati in quattro all’Augusteo per promuovere la loro lista operaia alle prossime comunali. I toni forti contro l’ex governatore non sono piaciuti, i supporter di Bassolino li hanno spintonati via.
La battaglia per adesso è in stallo: Valeria Valente, uscita vincitrice dalle urne con 542 voti, attende in silenzio l’esito del nuovo ricorso ma chiede di visionare i video completi sospettando che si sia scelto di danneggiare una parte sola. Bassolino è deciso a non fermarsi.

Vincono i renziani, ma con le urne più vuote.

Triskel182

seggi sono più vuoti, ma vincono i renziani. Alle primarie per scegliere i candidati a sindaco del Pd alle Comunali di giugno vincono Roberto Giachetti a Roma, Valeria Valente aNapoli, Roberto Cosolini a Trieste, Raffaele Del Vecchio aBeneventoLorenzo Mascagni a Grosseto. A Bolzano unica sorpresa con la vittoria dell’outsider Renzo Caramaschi, ex city manager sostenuto da Sel, Idv e altre liste civiche. Il segretario Matteo Renzi ha telefonato ai vincitori nei capoluoghi di regione, congratulandosi e lasciando al presidente Matteo Orfini il compito di analizzare soprattutto il calo dei votanti. La flessione più vistosa è proprio nella Capitale dove dai 102mila del 2013 (quando fu scelto Ignazio Marino) si è passati ai 50mila circa di ieri.

View original post 862 altre parole

#votami

segnalato da Barbara G.

Perché le primarie del centrosinistra a Milano sono importanti

di Giorgio Fontana – internazionale.it, 05/02/2016

Giuseppe Sala a Milano, il 13 gennaio 2016

Alla vigilia del voto per le primarie milanesi del Pd, il tempo dei confronti diretti è ormai terminato. Il dibattito dei quattro candidati a Otto e mezzo il 3 febbraio scorso è stato all’insegna di un riconoscimento del fair-play. Il messaggio è evidente: chiunque vinca, siamo uniti e collaboriamo per sconfiggere il centrodestra alle elezioni di giugno.

In realtà, la sfida comunale non appare affatto impervia — di certo non come cinque anni fa, quando Pisapia affrontò Letizia Moratti. Dalla parte opposta regna il caos: nessun nome certo, i pochi di cui si parla senza radicamento politico o alleanze significative, mentre nelle gallerie della metro cittadina spicca solo la delirante campagna di Corrado Passera. Quanto al Movimento cinque stelle, lo stesso Grillo si è detto scettico delle possibilità nel suo recente spettacolo al Linear Ciak.

Allora perché queste primarie, il cui percorso finora è apparso abbastanza sciapo, sono così rilevanti per Milano e per l’Italia?

Manager tecnici e società civile

Innanzitutto facciamo il punto. La situazione può essere mappata facilmente lungo l’asse degli ultimi sondaggi.

Giuseppe Sala, commissario unico di Expo, resta il favorito – e, insieme, l’outsider politico delle elezioni. Già direttore generale del comune al tempo di Letizia Moratti, ex amministratore delegato di Pirelli, sia per curriculum sia per impostazione risulta difficile ascriverlo a un mondo pure molto “liquido” come quello del centrosinistra italiano (in aggiunta, sono interessanti le sue posizioni su Comunione e liberazione). Fino a una decina di giorni fa era dato come vincitore senza storia: il che la dice lunga sull’oblio che pervade la parte mancina del Pd milanese.

Eppure Francesca Balzani – assessora al bilancio di Milano dal 2013 e vicesindaca dal luglio scorso – ha visto lievitare le sue possibilità dopo avere ottenuto di recentel’appoggio ufficiale di Pisapia. Ciò le ha consentito un duplice scatto in avanti: l’idea (difficilmente sostenibile) di rendere gratuiti i mezzi pubblici di superficie entro cinque anni, e una mano tesa a Pierfrancesco Majorino per ricostruire un’unità di centrosinistra reale. Fino a nominarlo ufficiosamente vicesindaco, in caso di vittoria.

Dal canto suo, Majorino si è sottratto a questa stretta, ribadendo che è stato lui il primo a candidarsi; e rilanciando con un programma che pone come priorità la questione degli alloggi popolari, un reddito minimo comunale e un piano straordinario per gli asili nido. In coerenza con la sua attività di assessore alle politiche sociali fin dal 2011.

Infine ecco Antonio Iannetta, direttore generale dell’Uisp (Unione italiana sport per tutti): non appartenente ad alcuno schieramento, outsider puro e “candidato della società civile”, ma fermo allo 0,2 per cento nei sondaggi e pertanto ragionevolmente fuori dei giochi.

In sintesi: da un lato dello spettro c’è il manager moderato e centrista di un maxievento che ha destato molte perplessità, e dall’altro un candidato indipendente con chance quasi nulle. In mezzo, due persone con più punti in comune che giganteschi disaccordi, ma una differenza: Balzani mi sembra più attenta ad amministrare “tecnicamente” l’eredità di Pisapia, mentre a Majorino interessa un rilancio radicale di tale immaginario (per quanto uno slogan sia una misera riduzione di idee e programmi, contiene comunque un indizio: e quello di Majorino è “come prima, più di prima”).

Radicale. Questa è la parola su cui dovremmo soffermarci senza paura. Il lavoro svolto negli ultimi cinque anni è stato importantissimo e ha dato prova — pur con i suoi limiti e difetti — che Milano è in grado di accogliere e sostenere dei mutamenti significativi. Penso all’area C, all’ampliamento della rete trasporti, al registro delle unioni civili, all’istituzione del garante dei detenuti, all’intitolazione dei giardini Fausto e Iaio in piazza Durante, al rifiuto del pessimo Piano di governo del territorio approvato dall’amministrazione precedente…

Ma questo capitale sociale è tutt’altro che scontato, e senza delle scelte coraggiose rischia di disperdersi (e la borghesia milanese, che a molti ora sembra tanto illuminata, nasconde sempre un volto rapace e menefreghista pronto a risvegliarsi).

Una sintesi rara

A tal proposito, suona paradossale che proprio Sala abbia detto una cosa giusta al riguardo: “Giuliano Pisapia è l’unico che è riuscito a tenere insieme tutta la sinistra e l’unico che poteva farlo, ricandidandosi. L’ho detto mesi fa. Ma se ora lui mi accusa di non tenere insieme tutta la sinistra, allora gli chiedo: chi la terrebbe insieme? Balzani? Majorino? È veramente difficile”.

Vero. La personalità e l’esperienza di Pisapia hanno saputo creare una sintesi rara. Il punto però non è “tenere insieme tutta la sinistra”: è pensare qualcosa di nuovo per il milione e mezzo di abitanti milanesi, e non solo per le decine di migliaia che andranno a votare domani e domenica.

È qui che forse troviamo una risposta alla domanda iniziale: perché queste primarie sono comunque rilevanti? Forse proprio perché manca un avversario diretto temibile, una sfida capace di eccitare gli animi. Forse perché il rischio è che l’avversario sia generato proprio in seno al centrosinistra: per abitudine, per pigrizia, o per mancanza di visione.

Se c’è una massa che vorrei interrogare a tal proposito, sarebbe dunque proprio l’altra: quella che per un motivo o per l’altro la politica locale non ha saputo (o non ha avuto interesse a) raggiungere. Quella che non cede alla retorica del decoro e della sicurezza, ma nemmeno si interessa alle logiche di partito o agli “endorsement eccellenti”; quella degli stranieri; quella dei più poveri e disinformati; quella per cui conta innanzitutto lo stile morale; e anche quella dei movimenti.

Tutte queste persone non voteranno, e sono tantissime: ma il destino che si decide domani conta anche per loro. Perché domani arriva una sfida a quattro che lascia un po’ scontenti dopo un dibattito che lascia un po’ scontenti: il tutto per determinare il probabile futuro sindaco del laboratorio politico più interessante d’Italia. Come si dice da queste parti: sperèm.

Tecnici, amici, portaborse

Cacciari: altro che primato della politica, Renzi l’ha sostituita con tecnici e amici

Il filosofo: “Orfini incapace. Evocare l’Expo non c’entra nulla”.

di Marco Bresolin – lastampa.it, 1° novembre 2015

«La cosa comica è che è in atto una sostituzione della politica con tecnici e magistrati proprio per mano di uno che si è presentato dicendo che la politica doveva tornare al comando». Non usa mezzi termini Massimo Cacciari per criticare l’eccessiva presenza di tecnici in ruoli che dovrebbero essere affidati a politici.

Per Roma, Renzi ha puntato sul prefetto Tronca perché vuole applicare il modello Expo.

«Sì, ma c’è una piccola differenza: Expo era un evento eccezionale ed è dunque normale che venisse gestito da tecnici, mentre Roma è un Comune. Il modello Expo non c’entra nulla. Per il Giubileo c’è già un commissario, Gabrielli».

Quindi le scelte di Renzi non vanno nella giusta direzione?

«Diceva di voler rimettere la politica al comando. Invece in tutte le situazioni critiche deve ricorrere a tecnici. E a livello amministrativo locale ai vari Fassino, Chiamparino, De Luca e magari anche Bassolino. Vorrei capire chi ha rottamato, oltre a D’Alema».

Non è che l’Italia è obbligata a seguire la strada dei tecnici perché la politica non è in grado?

«Va be’, se è così allora prendiamone atto. Facciamo delle riforme istituzionali che ne tengano conto: aboliamo il Parlamento. Ma non scherziamo, dai». 

Allora che bisogna fare?

«Per rifondare la politica bisognerebbe ripartire da una riorganizzazione della medesima, formare un partito come dio comanda, istituire una formazione della classe politica decente… E non solo attorniarsi di amici e portaborse…».

La nostra classe politica è inadeguata?

«Per lo meno quella che sta attorno al capo del governo. Guardiamo quello che è successo a Roma: il Pd ha fatto ricorso a un politico per risolvere il problema. La prima cosa da mettere in discussione sarebbe l’operato di Orfini. Renzi ha messo lì un suo braccio destro che avrebbe dovuto avere autorevolezza e capacità per dirimere quel casino e invece guarda che disastri ha lasciato che accadessero. Si è dimostrato totalmente incapace. E allora lo caccino. Lo mettano a fare il capo sezione a Orbetello». 

E ora a Roma cosa succederà?

«Il centrodestra cercherà di competere con Marchini, ma vinceranno i Cinque Stelle. Il Pd non arriverà al 10%. Ci sarà una lista Marino: ormai è quasi costretto, per salvarsi la faccia». 

A Marino cosa si può rimproverare?

«Assolutamente nulla. Lui era uno che non sapeva neanche che fosse di casa a Roma, non aveva alcuna esperienza amministrativa. Era soltanto un semplice megalomane: questo era risaputo da tutti, dalla comunità scientifica, dai suoi stessi colleghi. La responsabilità non è sua, ma di chi l’ha messo lì, a dimostrazione dell’assoluta mancanza di una politica di formazione della classe dirigente. Avevano Gentiloni e invece si sono inventati Marino: bene, questo è il risultato». 

Marino però ha vinto le primarie.

«Le primarie, fatte in questo modo totalmente dilettantesco, non servono a niente. Servono solo alla resa dei conti interna al partito. O sono normate con regole rigidissime, con un albo degli elettori, come negli Usa, o sono delle bufale colossali».

Che scenari prevede per il Pd alle Comunali?

«Roma è perduta. Milano la possono salvare solo con Sala». 

Che, guarda caso, è un tecnico…

«Certo. Perché non hanno nessun politico in grado di affrontare emergenze, né sul piano della giustizia né sul piano amministrativo. Se vuole salvarsi il sederino, Renzi a Milano dovrà mettere Sala. Altrimenti rischia la pelle. E se Renzi perde sia a Milano che a Roma, voglio vedere come continua a governare il Paese…».

Belle parole

di Chicco

È da tempo che leggo il blog senza interagire. È lo sconforto di ricevere la solita risposta inutile che mi trattiene dallo scrivere più che la carenza di tempo.

Perché lo sconforto? Perché son stanco come molti di questa Italietta: una barzelletta fatta a nazione. Abbiamo sostituito un premier dedito agli affari propri con uno dedito agli affari dell’ex premier. Una persona che dice tutto e il suo contrario, appoggia tutto l’appoggiabile (destra, sinistra e centro), ma che davanti alla telecamera fa l’incantatore. Un popolo in catalessi che pende dalle sue labbra. Ma non è solo questo. Il rammarico nasce nel vedere persone come voi qui sul blog alle solite storie: un nuovo maquillage della sinistra (radicale?) con nuovi interpreti è bastato a tanti di voi per avere una nuova speranza.

Se penso alla storia recente, ogni volta che si è creato un nuovo partito a sinistra ci si è dovuti appoggiare a strutture già corrotte. Penso a Rivoluzione Civile, ma anche a Tsipras. Tutti partiti che hanno usato la vecchia sinistra (Sel, Rifondazione e quant’altro) per fondare qualcosa di veramente nuovo nelle intenzioni (come sempre), ma che, all’atto pratico, hanno dovuto (come sempre) imbarcare qualche vecchio cimelio, e hanno (come sempre) dovuto appoggiarsi alla struttura sul territorio: sedi, mezzi di comunicazione, etc. etc.

Basta rifarsi il trucco, prendere due figure nuove e rispettabili, metterle di fronte al carro e via, il gioco è fatto. Un Civati scontento del PD (ma che ripaga il partito a suon di decine di migliaia di euro, e chissenefrega come vengono spesi, che fa numero in aula, e manca solo laddove il risultato è acquisito), un Landini capo ultrà (che, pacioso, incontra sorridente Renzi dopo aver guidato un corteo a prender manganellate), una Spinelli figlia d’arte (che prima dice di esser foglia di fico, e poi diventa politica tout court, incollandosi alla poltrona che aveva promesso di lasciar libera). E il partito ha solo bisogno di un nuovo nome e un nuovo colore (sì, perché il rosso nostalgico tira meno di un neurone di Gasparri). E chissenefrega dei fatti.

Che mi frega se nessuno di questi partiti ha mai realizzato nulla, chissenefrega se queste persone hanno accettato compromessi scomodi, candidature dubbie, scorciatoie normative, soldi pubblici a spron battuto, ed è gente che vive di politica da sempre. Loro parlano benissimo: vogliono ridistribuzione, parlano di socialismo e aiuti ai più svantaggiati, vogliono Scuola e Lavoro. I risultati non sono importanti. Sono importanti le parole, le dichiarazioni, gli articoli di giornale. Perché, scusatemi tutti, ma questo è quello che vedo.

Sono d’accordo che le persone sono importanti, ma i fatti lo sono di più.

Quindi sapere che in un partito si mette un limite di due mandati agli eletti, si fa in modo di obbligare gli eletti a ridursi lo stipendio (tutti i politici si riempiono la bocca di risparmi, tagli, meno rimborsi e più rinunce, intanto gli unici a mettere in attivo qualche soldo sono quelli di un movimento criticatissimo), a rendicontare le spese (tutte), a mettere online i cv di chi si sceglie per una carica o l’altra, e a introdurre trasparenza dove non ve n’era, è già una bella boccata d’aria. E questi son fatti incontrovertibili, altro che le balle sull’articolo 18 e tutte le pur belle discussioni sulle riforme (sempre disattese e fatte alla cazz’e cane).

Eh, ma ci son le espulsioni… E poi decide tutto Grillo… E poi dovrebbe disattendere alcune regole cardine…

Anche se credo sinceramente che queste siano semplici scuse per non voler guardare in faccia la realtà, e cioè che tutte le decisioni prese finora sono semplicemente la dimostrazione di un grandissimo inciucio (orgia animale senza alcun pudore e confessione) da (ogni) destra a (ogni) sinistra, posso capire di non volersi convincere a patteggiare per questi altri, nuovi guidatori di un’auto senza navigatore o, a scelta vostra, con un navigatore pazzo con l’accento genovese. Ma, certo, affidarsi al nuovo maquillage è in fondo molto meglio.

Parole conosciute, metodi tradizionali, gente in giacca e cravatta che “politica” di professione: si trucca prima delle telecamere, ha polso nei discorsi, ha la frase ad effetto confezionata per il titolo del giornale amico, l’appoggio del giornalista amico che fa la domanda concordata…

Tutti vorremmo una rivoluzione di questo sistema, che sinceramente è molto, molto vicino al collasso (e il peggio sta per arrivare, aspetto solo i primi licenziamenti degli statali, e poi ridiamo tutti insieme). Ma tutti la vorremmo a modo nostro, possibilmente allungando la minestra sempre con il solito brodo rancido.

E mentre aspettiamo la rivoluzione giusta, continuiamo ad applaudire la nostra sgangherata orchestra politica, in cui il solito pifferaio guida il gruppo, mentre il giovane con l’asta e lo scudetto al suo fianco si convince di contar qualcosa di più delle singole persone che quella fanfara l’hanno finanziata.

Perché di questo si tratta. Mi basta vedere come ogni giornalista, anche quello che guardavo con piacere, attacca il 5stellino di turno (Fico da Fazio ne è l’emblema) senza pietà alcuna, cercando di trovar lo scandalo dove scandalo non c’è.

Ormai c’è solo un partito onesto, che vi piaccia o no, e non lo dico io, e nemmeno lo dice Grillo dal palco. Lo dicono i magistrati che in ogni scandalo trovano questo o quell’altro. Lo dice Vendola al telefono, lo dice Buzzi ai suoi compari, lo dice Alemanno con Poletti a cena co’ ‘r cecato, lo dice Galan a braccetto con Orsoni o il compagno G (l’era ‘n comunista chel lì) con Frigerio per l’appalto. Lo dicono semplici regole di buon senso: se vuoi giocare in politica, almeno sul codice penale non devi aver macchie… cosa che nessun altro partito ancora deve mettere nelle proprie agende…

Ma, si sa, questi parlan così bene…

PS. Questo partito ha messo nei primi punti del suo programma strumenti di democrazia partecipata, a oggi introdotti laddove è stato possibile: ne sono un esempio Parma e in Alto Adige. Il cosiddetto Partito Democratico non riesce a rispettare il principio nemmeno nelle primarie, in cui i candidati sono solo i suoi, e volete che rispetti questo principio nelle altre votazioni? Se questo non è illudersi…