privatizzazioni

Stop Madia!!!

segnalato da Barbara G.

STOP MADIA! Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista

FERMARE LE PRIVATIZZAZIONI, DIFENDERE IL REFERENDUM SULL’ACQUA

FUORI I BENI COMUNI DAL MERCATO

di Marco Bersani, 23/03/2016

Contesto

Nel giugno 2011, oltre 26 milioni di cittadini hanno votato “SI” a due referendum sull’acqua, determinando, con la vittoria del primo quesito, l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e, con la vittoria del secondo quesito, l’abrogazione dei profitti dalla tariffa del servizio idrico integrato.

Si è trattato, in maniera evidente, di un pronunciamento di massa contro le privatizzazioni e per la gestione pubblica di tutti i servizi pubblici locali.

E, nel caso dell’acqua, come ha ben specificato la Corte Costituzionale, con sentenza n. 26 del 2011, si è perseguita chiaramente:“(..) la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”.

Si inserisce dentro questo contesto il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della Legge Delega n. 124/2015, che definisce invece con le seguenti parole l’attuale quadro normativo: “(..) risultato di una serie di interventi disorganici che hanno oscillato tra la promozione delle forme pubbliche di gestione e gli incentivi più o meno marcati all’affidamento a terzi mediante gara” (relazione illustrativa, pag.1), includendo nella generazione di confusione normativa i referendum abrogativi e la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 (che difendeva l’esito referendario).

Un testo per mettere ordine, parrebbe.

Ma in quale direzione, lo esplicita subito (sez. 1, paragrafo B) l’Analisi di Impatto della Regolamentazione, allegata al testo di legge.

Fra gli obiettivi a breve termine, viene indicata “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità”, mentre sono obiettivi di lungo periodo: “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati e “attuare i principi di economicità ed efficienza nella gestione dei servizi pubblici locali, anche al fine di valorizzare il principio della concorrenza.

Si tratta, in tutta evidenza, di un decreto che si prefigge, cinque anni dopo la vittoria referendaria sull’acqua, la chiusura di quell’anomalia e la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Finalità

Altrettanto illuminanti sono le finalità della legge, così come descritte all’art.4.

Mentre il comma 1 recita incredibilmente la volontà di “affermare la centralità del cittadino nell’organizzazione e produzione dei servizi  pubblici locali di interesse economico generale, anche favorendo forme di partecipazione attiva”, il comma 2, aprendosi con le parole “In particolare” (quindi volendo rendere concreto quanto asserito nel comma 1) dice testualmente: “(..) le disposizioni del presente decreto promuovono la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”

Una definizione che ricalca pedissequamente quella utilizzata in tutti i trattati di libero scambio, dall’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi del WTO al più recente TTIP.

Funzione dei Comuni

L’art. 5 del testo sottolinea il ruolo dei comuni e delle città metropolitane, dichiarando, al comma 1 “funzione fondamentale”degli stessi “l’individuazione delle attività di produzione di beni e servizi di interesse economico generale”.

Peccato che, immediatamente dopo, e per tutto il testo della legge, questa funzione sia immediatamente misconosciuta: comuni e città metropolitane, infatti, per individuare i servizi pubblici, devono effettuare preventivamente una verifica, anche con forme di consultazione di mercato, sul fatto che tali attività non siano già fornite o fornibili da imprese operanti con regole di mercato (comma 2 e 3); verifica da inoltrare all’Osservatorio del Ministero dell’Economia sui servizi pubblici locali (comma 5).

Chi gestirà i servizi?

Le modalità di gestione sono la polpa del provvedimento normativo, e infatti, per quanto riguarda acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale, prevalgono su qualsivoglia normativa di settore (art. 3).

Qui il decreto (art. 2) opera una distinzione fra “servizi pubblici locali di interesse economico generale” e “servizi pubblici locali di interesse economico generale a rete”.

Entrambi sono servizi “erogati dietro corrispettivo economico su un mercato, che non sarebbero svolti senza un intervento pubblico”, i secondi sono “organizzati tramite reti strutturali”.

Il primo principio posto chiaramente sulle modalità di affidamento è che la gestione in economia o mediante azienda speciale è possibile solo per i servizi non a rete (comma 1, lettera d) art.7).

Si tratta di un preciso attacco alle proposte di ripubblicizzazione da parte del movimento per l’acqua, che da sempre propugna la gestione attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali, e di un attacco concreto alla realtà di ABC Napoli, azienda speciale che gestisce il servizio idrico della città partenopea.

Tutti i servizi pubblici locali a rete devono di conseguenza essere gestiti attraverso società per azioni.

Ma, perché sia chiaro quali siano le opzioni privilegiate dal decreto, ecco quali ulteriori vincoli vengono posti, laddove gli enti locali scelgano una società per azioni a totale capitale pubblico.

In questo caso, gli enti locali devono deliberare con provvedimento motivato, dando conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, nonché dell’impossibilità di procedere mediante suddivisione in lotti del servizio per favorire la concorrenza (comma 3, art.7).

Inoltre, il provvedimento deve contenere un piano economico-finanziario con la proiezione, per l’intero periodo della durata dell’affidamento, dei costi e dei ricavi, degli investimenti e dei relativi finanziamenti; tale piano deve specificare inoltre l’assetto economico-patrimoniale della società, il capitale proprio investito e l’ammontare dell’indebitamento, da aggiornare ogni triennio.

Dulcis in fundo, il piano deve essere “asseverato da un istituto di credito” (comma 4, art.7).

Adempiute tutte queste incombenze, l’ente locale dovrà inviare lo schema di atto deliberativo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per un parere che verrà espresso entro trenta giorni (comma 6, art.7).

Nulla di tutto questo è richiesto per le gestioni attraverso società per azioni a capitale privato o a capitale misto pubblico-privato.

Chi gestirà le reti e gli impianti?

Poiché nulla dev’essere tendenzialmente sottratto al mercato, ecco la possibilità, sempre “per favorire la tutela della concorrenza” di affidare la gestione delle reti, degli impianti e della altre dotazioni patrimoniali separatamente dalla gestione del servizi, nel qual caso l’affidamento dovrà essere fatto ad una società per azioni a totale capitale pubblico, a società a capitale misto pubblico-privato o a società a capitale privato (coma 4, art.9)

Anche in questo caso, la preferenza per le società miste o private si esprime con la possibilità per le stesse di realizzare direttamente e senza gara d’appalto tutti i lavori connessi alla gestione della rete e degli impianti (comma 2, art. 10)

A chi andranno i finanziamenti pubblici?

Domanda retorica: gli eventuali  finanziamenti statali saranno “prioritariamente assegnati ai gestori selezionati tramite procedura di gara ad evidenza pubblica (..) ovvero che abbiano deliberato operazioni di aggregazione societaria” (comma 2, art.33)

Le tariffe remunerano i profitti

Lo schiaffo al referendum non poteva essere reso più evidente: dopo anni con cui i profitti erano stati mascherati nella tariffa sotto la definizione di “oneri finanziari”, viene reintrodotta nella determinazione delle tariffe dei servizi pubblici locali, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” (comma 1, lett. d) art. 25), nell’esatta dizione abrogata dal secondo quesito referendario del giungo 2011.

L’Authority e il consumatore

L’ideologia liberista del decreto, trasparente in ogni paragrafo del testo, risulta oltremodo evidente laddove si affrontano le “garanzie” su erogazione e qualità del servizio. Qui scompaiono sia le comunità locali in quanto tali, sia il cittadino-utente: entrambi cedono il passo all’individuo consumatore da una parte -a cui va garantita (art. 24) la carta dei servizi- e l’Authority dall’altra, che, per l’occasione viene ridenominata (art.16): “Autorità per energia, reti e ambiente (ARERA)”.

Diritti garantiti dal mercato

Vale la pena riportare un ulteriore passaggio tratto dall’Analisi di Impatto della Regolamentazione allegata al testo di legge.

Ecco cosa si dice alla sezione 4: “(..) Il decreto attua la delega contenuta nell’articolo 19 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e la previsione di limiti e condizioni per l’assunzione del servizio pubblico locale permette di valorizzare il ruolo dei privati, secondo la regola generale che alle esigenze dell’utenza risponde il mercato in libera concorrenza, fatta salva la necessità di garantire a tutti un servizio che non sarebbe svolto senza un intervento pubblico”.

Peccato che il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recitasse:individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011

Si tratta quindi di un’ulteriore violazione: il decreto attuativo di una legge delega deve infatti attuare, e non stravolgere, quanto previsto dalla legge delega.

Riflessioni politiche finali

Il decreto Madia prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Questa volta l’attacco è esplicito: forte di quanto ottenuto con gli attacchi ai diritti del lavoro (Job Acts), alla scuola pubblica (“Buona Scuola”), alla difesa dell’ambiente e dei territori (“Sblocca Italia”), il governo Renzi si sente sufficientemente forte da tentare l’assalto finale, buttando a mare il referendum del 2011 e privatizzando tutti i servizi pubblici locali.

Il rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Renzi e Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni e privatizzando i servizi pubblici. Per poter attuare tutto questo, è essenziale sottrarre democrazia. Per questo, lo schiaffo al referendum non è un semplice effetto collaterale del decreto Madia, me ne costituisce il cuore e l’anima.

L’ennesima drammatica partita è appena cominciata. A tutte le donne e gli uomini che da anni si battono per l’acqua, per i beni comuni e per un altro modello sociale il compito di giocarla fino in fondo.

Non dobbiamo permettere a Madia/Renzi ciò che abbiamo impedito a Ronchi/Berlusconi.

I grandi affari sotto il pelo dell’acqua

di Roberto Lessio e Marco Omizzolo – 26 ottobre 2015 – il manifesto

Tra le grandi con­trad­di­zioni che Ale­xis Tsi­pras dovrà scio­gliere ce n’è una che atte­sta tutta l’ipocrisia del capi­ta­li­smo e che riguarda anche il nostro paese. In breve: con gli accordi per il sal­va­tag­gio mone­ta­rio fir­mati dal governo e rati­fi­cati dal Par­la­mento quest’estate, la Gre­cia si è impe­gnata a soste­nere un pro­gramma di pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi idrici, par­tendo dalle città di Salo­nicco e Atene. La con­trad­di­zione sta nel fatto che nelle capi­tali dei due paesi con­si­de­rati lea­der dell’Ue, Fran­cia e Ger­ma­nia, i cit­ta­dini hanno già can­cel­lato le rela­tive pri­va­tiz­za­zioni dell’acqua con il loro voto. A Parigi la gestione era stata affi­data alle due mul­ti­na­zio­nali fran­cesi Veo­lia e GdF-Suez (quest’ultima nata dalla fusione tra Gas de France e Suez). Si tratta delle due aziende più grandi al mondo sia nei ser­vizi idrici che nello smal­ti­mento dei rifiuti, eppure espulse dal mer­cato per via refe­ren­da­ria. Per otte­nere la con­ferma del man­dato nelle ele­zioni del 2008 il sin­daco socia­li­sta Ber­trand Dela­noë aveva garan­tito il ritorno alla gestione inte­ra­mente pub­blica e gli elet­tori lo ave­vano pre­miato con il 70% dei voti. E infatti dal 1° gen­naio 2010 le bol­lette dell’acqua sono state abbas­sate e ci sono stati con­si­stenti risparmi di gestione. A Ber­lino invece il comune ha riscat­tato prima le quote dete­nute dalla mul­ti­na­zio­nale elet­trica tede­sca RWE per 658 milioni di euro e poi quelle di Veo­lia per 590 milioni. Anche in que­sto caso è stata rispet­tata la volontà degli elet­tori mani­fe­stata con un refe­ren­dum nel feb­braio 2011 con il quale 666mila ber­li­nesi si erano espressi per la ripub­bli­ciz­za­zione del ser­vi­zio. Altre otto città tede­sche, tra le quali Stoc­carda, hanno fatto la stessa scelta.

Ora anche in Gre­cia i cit­ta­dini dovranno ascol­tare la bella pre­dica della pri­va­tiz­za­zione. E que­sto dovrebbe acca­dere anche se già nel 2014 la Corte costi­tu­zio­nale elle­nica aveva sta­bi­lito che la ven­dita del ser­vi­zio idrico di Atene, voluta dal pre­ce­dente governo Sama­ras, è inco­sti­tu­zio­nale. La spe­ranza delle lobby dei ser­vizi idrici e delle loro appen­dici poli­ti­che è che accada qual­cosa di simile a quanto avve­nuto e sta avve­nendo nel nostro paese, mal­grado il risul­tato dei refe­ren­dum del 12 e 13 giu­gno 2011. Alcune sen­tenze della nostra Corte costi­tu­zio­nale dicono che il governo non può legi­fe­rare su norme modi­fi­cate dal voto popo­lare prima che siano pas­sati cin­que anni. La stra­te­gia adot­tata pre­vede invece di fare le stesse cose ma con pic­cole modi­fi­che. L’ultima l’ha appor­tata Renzi con la rein­tro­du­zione della pos­si­bi­lità di ven­dere ai pri­vati le quote in pos­sesso dei comuni nelle società che svol­gono i ser­vizi pub­blici: il mal­loppo così otte­nuto resterà fuori dal patto di stabilità.

Da tempo le due mul­ti­na­zio­nali sono pre­senti anche in Ita­lia e in qual­che caso, anche se indi­ret­ta­mente, sono socie tra loro. La giran­dola di inte­ressi che le carat­te­riz­zano è molto vicina sia al nostro governo che a quello fran­cese e tede­sco. Il gruppo GdF-Suez ad esem­pio è pre­sente in Acea Spa che, oltre alla capi­tale, gesti­sce l’acqua in cin­que dei sette ambiti ter­ri­to­riali della Toscana (inclusa Firenze), in Umbria, Fro­si­none e nel com­pren­so­rio sarnese-vesuviano in Cam­pa­nia. Acea, attra­verso Crea Gestioni Srl, è azio­ni­sta della Geal di Lucca, nel cui capi­tale sociale tro­viamo Veo­lia. Quest’altra mul­ti­na­zio­nale con­trolla la società Siba, che a sua volta è socia di GdF-Suez (attra­verso Degre­mont) nei due Con­sorzi che hanno costruito il mega depu­ra­tore di Milano: Milano Depur Scarl e Nosedo Scarl. Nel secondo con­sor­zio è azio­ni­sta anche la Lega delle Coo­pe­ra­tive, attra­verso Unieco. La Lega­coop, della quale era Pre­si­dente l’attuale mini­stro Giu­liano Poletti, è poi socia della stessa Acea negli ambiti toscani, insieme al Monte dei Paschi di Siena e al gruppo Cal­ta­gi­rone, altro grande azio­ni­sta di Acea.

Sia GdF-Suez che Veo­lia invece sono par­te­ci­pate dall’equivalente fran­cese della nostra Cassa Depo­siti e Pre­stiti: que­sta par­te­ci­pa­zione rap­pre­senta il modello finan­zia­rio che si vor­rebbe appli­care anche in Ita­lia. Il governo tede­sco è l’attuale pro­prie­ta­rio, sem­pre in via indi­retta, della Depfa Bank: banca pri­va­tiz­zata nel 1992 e tra­sfe­rita in Irlanda nel 2002 per motivi fiscali, spe­cia­liz­zata negli inve­sti­menti nel set­tore pub­blico in Gre­cia, Irlanda, Spa­gna e Ita­lia, acqui­stata dalla Hypo R.E. Bank (il secondo gruppo ban­ca­rio tede­sco negli inve­sti­menti immo­bi­liari) alla vigi­lia dello scop­pio della crisi finan­zia­ria del 2008. Que­sto gruppo poi è stato sal­vato dal governo tede­sco con 10 miliardi di euro come finan­zia­mento diretto e 142 miliardi sotto forma di garanzie.

Il motivo della nazio­na­liz­za­zione di Hypo risiede nella quan­tità enorme di titoli tos­sici che Depfa aveva nel suo bilan­cio. Pro­prio que­sta banca in Ita­lia ha finan­ziato, tra gli altri, le gestioni di Sori­cal in Cala­bria e di Acqua­la­tina nel basso Lazio. Entrambe società pubblico-private che hanno come part­ner Veo­lia, la quale, attra­verso Siba è a sua volta azio­ni­sta dell’Acquedotto Cam­pano e di Sici­lac­que. Veo­lia, in sostanza, sarà l’avversario prin­ci­pale del Pre­si­dente della Regione Sici­lia Rosa­rio Cro­cetta dopo la recente deli­bera regio­nale che vuole far tor­nare pub­blico l’intero ser­vi­zio idrico dell’isola.

Se vuole farsi un’idea di come fun­ziona l’intero mec­ca­ni­smo, Tsi­pras può fare una visita nel comune di Apri­lia. Per giu­sti­fi­carsi con la popo­la­zione rima­sta senz’acqua nelle ultime set­ti­mane, Acqua­la­tina ha dichia­rato che ciò era dovuto ai «con­sumi ano­mali» che si sta­vano veri­fi­cando in città, salvo poi sco­prire che la causa era una gigan­te­sca per­dita che per­du­rava da tempo in un quar­tiere peri­fe­rico. Dai rap­porti sulle gestioni di que­sta società si sco­pre che la per­cen­tuale di per­dite nel 2002, quando è suben­trata alle gestioni comu­nali, era del 74%: lo scorso anno le mede­sime disper­sioni sono state del 69% in tutta la rete. In com­penso ogni anno Acqua­la­tina, della quale sono pro­prie­tari al 51% i comuni pon­tini, paga fior di euro sui pro­dotti finan­ziari deri­vati sot­to­scritti con la banca nazio­na­liz­zata dal governo tedesco.

Le multiutility e l’inceneritore

segnalato da Barbara G.

Inquinamento, qui più che viver bene si muore bene

artventuno.it, 17/12/2015

Cremona è una piccola città con una grande storia. Cremona è una piccola città con tante storie. Una di queste è quella della sua locazione, in mezzo alla pianura padana e dove non tira un filo di vento; un clima perfetto per una vocazione agricola e dell’allevamento; un clima perfetto per produrre vegetali ed allevare i bovini da latte, dai quali si ricava buona parte del latte consumato nell’Italia intera.

A Cremona c’era una raffineria, che per circa 60 anni ha inquinato la nostra aria e le nostre falde acquifere. Finalmente si è riusciti a chiuderla, ma nessuno parla di bonifica per paura di dover dichiarare che tutta la citta poggia su metri di profondità di terreni da buttare.

A Cremona, a pochi chilometri, esiste una delle più grandi acciaierie d’Europa. Che illumina la notte cremonese (la luce delle sue siviere si vede a km di distanza) e che, nonostante si tratti di un impianto di recente costruzioni e quindi all’avanguardia, da un certo punto di vista, non può non inquinare e regalare dei begli strati di depositi bruni sui campi circostanti. E nei nostri polmoni.

A Cremona esiste un inceneritore. Nel 1994 i cittadini avevano votato contro, ma a Cremona hanno costruito un inceneritore. Che dovrebbe essere spento perché è obsoleto. Perché inquina. Perché indirettamente ha ucciso molta gente (a Cremona non tira un filo di vento ed il prodotto della termovalorizzazione ristagna). Perché a Cremona la raccolta differenziata dei rifiuti è stata propriamente implementata e quindi nel giro di 2-3 anni l’inceneritore potrebbe essere spento. Come da programma. Come da piano e cavallo di battaglia elettorale della attuale Amministrazione comunale.

La multiutility che gestisce l’inceneritore a Cremona e province limitrofe si chiama Lgh. L’altro grande gestore lombardo si chiama A2A che gestisce, tra gli altri, anche l’inceneritore di Brescia. A Brescia e Cremona si respira l’aria peggiore della Lombardia; la Lombardia è in Pianura Padana; la Pianura Padana è una delle aree più inquinate al mondo. A2A detiene delle quote di Lgh, la maggioranza delle quali è di proprietà della municipalità. A2A vuole acquisire il 51% delle quote di Lgh; il Comune dice che questo renderebbe tutto, diciamo, più vantaggioso per la comunità; più smart.

Se si cede il 51% delle quote si perderà la sovranità ed A2A, come da programma, importerà rifiuti dal Sud, soprattutto dalla Campania per bruciarli nell’inceneritore e per produrre utile; la produzione dell’utile è l’obbiettivo di ogni impresa. La salute dei cittadini non è l’obbiettivo di ogni impresa.
I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove non tira un filo di vento; in un impianto dove il Comune più nulla fondamentalmente potrà (il caso di quanto sta accadendo a Brescia, dovutamente il suo inceneritore, in questi giorni mi sembra emblematico). I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove potremmo cominciare a pensare di dismettere l’inceneritore. Appresso ad una città inquinata.

A Cremona abbiamo avuto la raffineria, abbiamo l’acciaieria ed un inceneritore. A Cremona si muore di tumore. Si muore tanto di tumore. Inceneritore fa rima con tumore. L’inceneritore potremmo spegnerlo; e potremmo risparmiare sui reparti di terapia del dolore all’avanguardia, che mi fa più che altro pensare che a Cremona si muoia bene, più che viverci.

Ed i nostri politici locali ci dicono che sarà un’operazione vantaggiosa per la comunità. Un’operazione che ci esproprierebbe del controllo locale e diretto dell’inceneritore ma, nel contempo (e non ci vuole un economista per capirlo; io non lo sono), ci caricherebbe degli eventuali oneri di perdite azionarie nella misura del 49% sul totale. I guadagni non li considero, perché è ovunque ampiamente e chiaramente dimostrato che questo tipo di impianti di guadagni non ne produce. Questa operazione vantaggiosa lederebbe eventualmente, a discrezione di A2A, anche i diritti di chi lavora in Lgh.

E non si potrebbe decidere direttamente dello spegnimento dell’impianto, che funzionerebbe ancora per anni. Inquinando le nostre terre i cui prodotti agricoli, mi vien da dire (sarebbe opportuno qualcuno sollevasse l’argomento, prima o poi), non saranno poi così sani.
Inquinando le nostre terre, la nostra aria, e forme tumorali di vario genere.

E la nostra Amministrazione ha fatto di tutto per non informare. E la gente si sta lamentando, sta capendo, ma la nostra Amministrazione finge che tutto vada bene. che tutti siano d’accordo. Felici. E questa cosa mi rattrista davvero perché potrebbe davvero essere tutto diverso. Migliore. Migliorabile.

Domani i nostri amministratori, anche chi ha fatto dell’ecologia la sua bandiera, si incontreranno per discutere e firmare la cessione del 51% ad A2A. i giochi sembrano fatti.
Io lavoro in un’altra città, ma vivo a Cremona dove sono nato. E sto pensando di andarmene. Perché a Cremona si muore bene. Aiuto.

Sicilia a secco

segnalato da Barbara G.

La mappa della Sicilia rimasta a secco. Il viaggio dell’acqua in mano ai privati

Perdite nelle condotte, guasti agli impianti di potabilizzazione, problemi nei bacini idrici incastonati nelle montagne. Al centro di tutto c’è Siciliacque, la società partecipata dalla regione ma a maggioranza privata, con una concessione quarantennale. E la lista delle città dove l’oro blu è un lusso si allunga.

di Claudia Campese e Salvo Catalano – meridionews.it, 11/11/2015

Mezza Sicilia passa le giornate a cercare acqua, riempire i serbatoi e centellinare il prezioso liquido. Da Messina ad Agrigento, passando per le province dell’interno, i problemi sono simili, così come i protagonisti. Su tutti Siciliacque, la società partecipata dalla Regione (per il 25 per cento) e dalla multinazionale francese Veolia. È la spa a vendere l’acqua ai gestori privati, afflitti a loro volta da problemi di diversa natura. Ed è sempre Siciliacque a gestire i principali bacini idrici, spesso in contesti naturalistici incantevoli.

Se Caltanissetta ed Enna soffrono la sete lo devono alle carenze nella gestione da parte di Siciliacque del bacino artificale dell’Ancipa. Creato negli anni ’50 dall’Enel che con una diga bloccò il torrente Troina, si trova sui Nebrodi, a cavallo delle province di Enna e Messina. È un guasto al sistema di potabilizzazione delle acque ad aver costretto per diversi giorni senza acqua Enna e i Comuni di Piazza Armerina, Valguarnera, Aidone e Pietraperzia. A Caltanissetta, invece, dal 7 novembre i cittadini si riforniscono di acqua potabile dalle autobotti. Il sindaco ha infatti vietato l’uso a fini alimentari di quella che esce dai rubinetti. Stessa situazione a Gela, dove però l’emergenza è diventata normalità, visto che questi problemi si registrano dal 2007. Poco distante, a Niscemi, l’erogazione in alcuni quartieri avviene ogni 10-15 giorni e l’acqua arriva dalla diga Blufi, nel Palermitano, un viaggio di 140 chilometri segnato da perdite e guasti.

Cinque giorni fa è scattato l’allarme ad Agrigento, Ravanusa, Campobello di Licata e Canicattì: sono stati trovati batteri nell’acqua che proviene dal bacino di Fanaco, pure questo gestito da Siciliacque, e che arriva nelle case grazie aGirgenti Acque. Solo l’ultimo dei disservizi, visto il lungo elenco di problemi che grava sulla società dell’imprenditore Campione: per tre anni senza certificazione antimafia, il costo del servizio alle stelle, distacchi selvaggi, indagini sul depuratore di Ribera, mancanza di certificazione del bilancio 2013, un procuratore aggiunto che definisce Girgenti Acque «un assumificio», cittadini costretti a cucinare con l’acqua in bottiglia, casi di dubbia trasparenza come quello legato alle bollette Enel, indagini per truffa, riparazioni che non vengono effettuate da mesi, l’utilizzo, a Licata, del depuratore nonostante l’espresso diniego di scarico della Regione.

Siciliacque e il suo socio di maggioranza, la francese Veolia, sono stati recentemente oggetto di critica da parte del sindaco di Messina, Renato Accorinti. Il primo cittadino ha più volte denunciato che la spa, che controlla l’acquedotto Alcantara, vende l’oro blu a un prezzo troppo alto. Motivo per cui negli anni scorsi la città dello Stretto ha deciso di fare a meno di quella fonte, approvvigionandosi soltanto dalla condotta Fiumefreddo, nei giorni scorsi colpita dalla frana a Calatabiano. La concessione che lega Siciliacque alla Regione ha una durata quarantennale.

 

Referendum, 4 anni dopo

segnalato da Barbara G.

Il controllo pubblico e il ruolo dei colossi quotati, in un articolo di Luca Martinelli – altreconomia.it, 12/06/2015

Il 12 e 13 giugno 2011 oltre 27 milioni di italiani votarono i quesiti sui servizi pubblici locali. Oggi Napoli ha affidato il servizio ad “Acqua bene comune”, mentre Reggio Emilia ha preparato una ri-pubblicizzazione che oggi è messa in discussione (e per questo sabato 13 giugno in città si terrà una manifestazione). Ecco chi cerca di tradurre in pratica i “2 sì per l’acqua bene comune”.

“Napule è mille culure” cantava Pino Daniele. Uno è senz’altro l’azzurro del mare che bagna la città, e dell’acqua pubblica, e forse per questo i comitati cittadini hanno usato le parole del cantautore scomparso a gennaio 2015 per festeggiare l’affidamento del servizio idrico della città adABC (www.arin.na.it), azienda speciale del Comune di Napoli. ABC significa Acqua Bene Comune: l’azienda, infatti, porta nel nome il dna del referendum del 2011. Il 12 e 13 giugno di quattro anni fa la maggioranza degli italiani manifestò la volontà di affidare ovunque la gestione del servizio idrico integrato a soggetti pubblici, ma si rincorrono nell’ordinamento interventi normativi che vanno in direzione “ostinata e contraria”, nonostante a livello globale si assista prevalentemente a fenomeni di ri-municipalizzazione (vedi l’intervista a p. 24).

Il Comune di Napoli, in controtendenza rispetto al resto del Paese, ha invece deliberato a marzo l’affidamento -per trent’anni-, e ABC si è impegnata entro la fine di ottobre alla presentazione di un Piano industriale: “La delibera del Comune di Napoli è arrivata in un momento particolarmente importante, perché la Regione Campania stava approntando una nuova legge regionale sul servizio idrico integrato che prevede la creazione di un unico ‘ambito territoriale ottimale’ su scala regionale” racconta ad Altreconomia l’avvocato Maurizio Montalto, specialista in Diritto e gestione dell’ambiente e presidente di ABC, una dimensione che secondo Montalto “il pubblico non sarebbe in grado di gestire”. Anche se formalmente nessuno obbliga alla privatizzazione, cioè, la scala prevista potrebbe essere compatibile solo con la presenza di un soggetto privato. Che in Campania ha già un nome, ed è quello di Acea, lamultiutility romana quotata in Borsa, controllata al 51% dal Campidoglio, presente nel capitale di Gori spa – il gestore che opera nell’area sarnese-vesuviana- e di Gesesa, presente in 13 Comuni del beneventano, tra cui il capoluogo. “Gori ha cumulato un debito di circa 270 milioni di euro nei confronti della Regione, e la giunta Caldoro ha deciso di condonarne 70 e rateizzare la restituzione degli altri duecento -spiega Montalto-: per noi, invece, pare impossibile arrivare a rateizzare un debito di 50 milioni di euro”.

Oggi ABC fattura circa 100 milioni di euro all’anno, e ha circa 300mila utenze (nel centro storico e in molti quartieri di Napoli i condòmini hanno un unico contatore). Cittadini che bevono acqua di alta qualità, convogliata grazie ad opere importanti, come l’acquedotto che collega Napoli alle sorgenti del Serino, in provincia di Avellino, lungo circa 60 chilometri.

La legge regionale -la cui approvazione prima della decadenze del consiglio in vista delle elezioni di fine maggio è stata frenata dall’opposizione dei comitati per l’acqua pubblica, http://retecivica-ato3.blogspot.it– avrebbe ridisegnato i bacini idrografici, “scippando” a Napoli le sorgenti più importanti per farle ricadere nell’area di pertinenza di Gori. Montalto invita a considerare Napoli, e il suo golfo, come “assediate con una strategia di tipo bellico, puntando direttamente alle fonti”. Anche l’Acquedotto pugliese (AQP), società per azioni di proprietà della Regione Puglia, a fine marzo 2015 ha stretto con Gori una partnership, salutata dall’ad della società pugliese come “una importante opportunità per perseguire economie di scala a livello di distretto idrografico dell’Appennino meridionale”.

Pure l’AQP prende acqua (di qualità) in Irpinia, riserva importante per tutto il Sud Italia. L’acqua bene comune è del resto una risorsa scarsa, e usi ed abusi agricoli e industriali ne degradano la qualità, come evidenza l’ultimo rapporto Ispra sui pesticidi nelle acque, diffuso a inizio 2015: l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale nella sua attività di monitoraggio ha trovato pesticidi nel 56,9% dei 1.355 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,0% dei 2.145 punti di quelle sotterranee.

La presenza di importanti sorgenti è, probabilmente, una delle ragioni che hanno spinto l’ente d’ambito alessandrino ad intimare la consegna delle reti al Comune di Costa Vescovato, che ancora le gestisce in proprio. Gli utenti serviti -500 abitanti sparsi sui colli tortonesi- non paiono sufficienti a muovere l’interesse di un gestore privato. In tutta la provincia, è l’ultimo comune resistente: la consegna delle reti sarebbe “obbligata”, secondo l’ente d’ambito, da quanto previsto nella legge Sblocca-Italia del novembre 2014.

Di avviso diverso è però la Regione Piemonte, che con una circolare ha ribadito la salvaguardia per le gestioni dei Comuni montani sotto i mille abitanti.

Anche nel Lazio, alcuni Comuni dell’Ato 2, quello che “contiene” anche la città di Roma, hanno ricevuto una diffida a consegnare le reti ad AceaAto2, che è il gestore d’ambito. Secondo il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) la richiesta sarebbe illegittima, perché nel territorio regionale è in corso una rideterminazione degli ambiti territoriali ottimali, dopo l’approvazione nel 2014 di una nuove legge regionale sul servizio idrico integrato, “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”. Otto enti hanno fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio.

In Parlamento, intanto, avanza l’iter di approvazione della riforma della pubblica amministrazione: gli articoli 13 e 14 del “ddl Madia” (dal nome del ministro proponente, Marianna Madia), che mentre scriviamo è alla Camera in seconda lettura, per l’approvazione definitiva, puntano a limitare drasticamente la possibilità di gestione pubblica e incentivano i processi di aggregazione tra aziende intorno ai quattro colossi multiutilities quotati -che sono A2A, Iren, Hera e Acea-, oltre a favorire la perdita del controllo pubblico dei soggetti gestori. In Emilia-Romagna, così, è già in corso la “discesa” della partecipazione pubblica in Hera dal 51% al 38%. I maggiori azionisti pubblici della società sono il Comune di Bologna (9,99%) e quello di Modena (9,82%).
Pochi chilometri più a Ovest lungo la via Emilia, però, lo scenario è completamente diverso. E Reggio Emilia potrebbe essere, dal 1° gennaio 2016, la seconda città italiana a “realizzare il referendum”, dopo Napoli. “L’affidamento del servizio idrico integrato a Iren Emilia è scaduto a fine 2011” racconta Emiliano Codeluppi, del Comitato acqua bene comune reggiano (www.facebook.com/groups/acquapubblica.re). Sono quasi 4 anni, quindi, che in città e negli altri 44 Comuni della provincia si discute il futuro della rete acquedottistica realizzata (e un tempo gestita) da Agac, la società pubblica reggiana poi “diluitasi” nel decennio scorso prima in Enia e quindi in Iren, entrambe utility quotate in Borsa. “Il Comune di Reggio Emilia, attraverso ATERSIR, l’Agenzia regionale per i servizi, ha incaricato un soggetto terzo di sviluppare un piano di fattibilità dell’affidamento a un soggetto pubblico. A partire dalle indicazioni contenute nel Piano d’ambito, in particolare per quanto riguarda investimenti e tariffe, sono definiti tre scenari, e tutti evidenziano che la nuova azienda pubblica potrebbe sostenere, tranquillamente, il livello di investimenti previsti senza dover ritoccare verso l’alto le tariffe”. Con un documento dell’8 giugno, la direzione provonciale del Partito democratico ha preso posizione contro l’opzione della ri-pubblicizzazione.

La società di consulenza ha calcolato anche il costo di subentro, da riconoscere al vecchio gestore per gli investimenti realizzati e non ancora ammortizzati: servono circa 125 milioni di euro. Come recuperare queste risorse è l’unico elemento di incertezza, insieme alla definizion della natura societaria del nuovo gestore. Le due opzioni possibili sono quelle di una società per azioni al 100% pubblica o di un’azienda speciale, sul modello napoletano. Solo quest’ultima, per statuto, non deve distribuire utili agli azionisti.

Per saperne di più

Il numero di Left in edicola domani, QUI il sommario

Acqua pubblica subito!

segnalato da Barbara G.

Il compleanno del referendum e l’acqua che ancora deve essere ripubblicizzata. la multiutility che si fa difendere dai sindaci per non perdere la faccia, oltre l’acqua…

a Reggio Emilia, un evento regionale, una protesta pacifica che durerà nel tempo…

+++ Ore 17.30 RITROVO in Piazza Casotti +++

Musica, interventi e letture. Partirà verso le 18.30/19 un serpentone blu insieme a manifestanti, bandiere, striscioni, giocolieri, vampiri, attori, tangueri, asini, performer, buskers etc.. Il serpentone girerà per alcune piazze di Reggio ad abbracciare simbolicamente tutti i beni comuni, in ogni piazza una breve sosta in cui succederà di tutto…

+++ Ore 21.30 TAGLIO DELLA TORTA in Piazza Casotti +++

Grande brindisi di compleanno, spegnimento delle candeline e torta per tutti!

A seguire…GRAN FINALE CON CONCERTO

portate tutto quello che volete: bandiere dell’acqua, striscioni, pentole e mestoli per fare casino, bicchieri per brindare, fischietti, palloncini, di tutto e di più!

+++ DALLE ORE 24 scocca l’ ACAMPADA +++

Tende e gazebo sotto il Municipio fino a Lunedì pomeriggio quando si ritroverà il Consiglio Comunale, in mezzo testimonianze, volantinaggi, qualche suonata e una grande CENA popolare domenica sera in cui ognuno porterà qualcosa…

Si scrive acqua, si legge democrazia

Evento facebook QUI

Comitato Provinciale Acqua Bene Comune – Reggio Emilia

tel: 3491967628 – 3484932443

mail: acquapubblica.re@gmail.com

web: http://www.acquapubblica.re.it/

youtube: http://goo.gl/PPqdO

facebook: http://www.facebook.com/groups/acquapubblica.re/

twitter: https://twitter.com/#!/AcquapubblicaRE

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

http://www.acquabenecomune.org/

Il caso che ha fatto saltare il coperchio sui tribunali segreti della Banca Mondiale

segnalato da nammgiuseppe

CochabambaWaterRevolt

di Jim Shultz – 26 aprile 2015

E’ in atto un risveglio internazionale riguardo a un’estensione radicale del potere delle imprese, un risveglio che sta al centro di due storici accordi commerciali globali prossimi a essere sottoscritti.

Uno concentra gli Stati Uniti sull’Europa – è il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) – e l’altro sull’Asia, nel Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Entrambi creerebbero vasti nuovi diritti delle imprese straniere di citare in giudizio governi per vasti importi ogniqualvolta le nazioni modificano le loro politiche pubbliche in modi che potrebbero avere un potenziale impatto sui utili d’impresa.

Questi casi non sarebbero trattati da tribunali nazionali, con la loro relativa trasparenza, bensì da speciali tribunali segreti internazionali.

E’ uno strumento meravigliosamente potente e una doppia vittoria per le imprese: è una macchina per far soldi che saccheggia i tesori pubblici e un potente strumento per soffocare discipline sgradite, il tutto in un’unica confezione. Come ha scritto recentemente la senatrice Elizabeth Warren sul Washington Post: “Dare alle imprese straniere speciali diritti di contestare le nostre leggi fuori dal nostro sistema legale sarebbe un cattivo affare”. Ma è un affare che i legislatori statunitensi si stanno rapidamente preparando a concludere mentre dibattono l’estensione al presidente Obama di usare la “corsia preferenziale” per la promozione del commercio.

Il sistema dei tribunali commerciali a porte chiuse è in circolazione ormai da decenni, annidato come una bomba a orologeria in centinaia di minori accordi commerciali bilaterali tra nazioni. Ma non molto tempo fa il sistema dei tribunali commerciali non era materia di editoriali d’apertura d’alto profilo di senatori statunitensi. Era virtualmente sconosciuto, salvo che presso una piccola squadra di avvocati internazionali e specialisti del commercio.

Il caso che ha portato il sistema a una vasta conoscenza pubblica è nato quindici anni fa, in questo mese, nelle strade di una città in alto nelle Ande. Come quella causa è stata vinta costituisce una potente lezione oggi per le battaglie sul TTIP, il TPP e il tentativo di passare alle imprese globali nuovi poteri legali.

La rivolta dell’acqua

E’ iniziato a Cochabamba, Bolivia, nell’aprile del 2000, quando i cittadini si sono ribellati contro l’acquisizione del sistema idrico pubblico da parte di un’impresa straniera.

In quella che divenne nota come la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba migliaia di boliviani affrontarono pallottole e manganelli per riprendersi l’acqua dalla Bechtel, il gigante ingegneristico californiano. Nel giro di settimane dall’acquisizione del sistema idrico pubblico la società boliviana della Bechtel aveva colpito gli utenti dell’acqua con aumenti di prezzo in media superiori al cinquanta per cento, e spesso maggiori. Le famiglie erano poste di fronte alla scelta estrema tra continuare a far correre l’acqua dal rubinetto e apparecchiare la tavola.

Così si ribellarono.

I dimostranti fermarono tre volte questa città di mezzo milione di abitanti con blocchi e scioperi generali. Il governo di destra inviò i soldati e la polizia a difendere il contratto della Bechtel, uccidendo un adolescente e lasciando feriti migliaia di altri. Ma le proteste non fecero che aumentare e alla fine la Bechtel fu costretta a lasciare la Bolivia, restituendo l’acqua a mani pubbliche.

Un anno dopo, tuttavia, la Bechtel contrattaccò, questa volta in un tribunale della Banca Mondiale. La società pretese non solo il milione di dollari investito nel paese, ma anche 50 milioni di dollari in totale, il resto essendo i “profitti” futuri che l’impresa affermava di aver perso andandosene.

La causa della Bechtel contro la Bolivia innescò una seconda ribellione. Questa fu globale e solto altrettanto potente, una campagna d’azione di cittadini che si estese a livello mondiale. Alla fine la Bechtel se ne andò non con i cinquanta milioni di dollari che aveva preteso dai boliviani, ma con solo trenta centesimi e un’immagine pubblica malamente danneggiata. Il caso tolse anche la maschera a un sistema di tribunali commerciali segreti che oggi è al centro del dibattito sugli scambi.

Un sistema ideato a vantaggio delle imprese

Qui in Bolivia una squadra di calcio di qualsiasi altra parte del mondo sarebbe folle a giocare una partita contro una squadra boliviana a La Paz, la capitale della nazione. A quasi 4.000 metri di altezza sul livello del mare la maggior parte degli stranieri incontra grosse difficoltà semplicemente a salire una scala, figuriamoci correre dietro a un pallone per 90 minuti.

La sede legale scelta dalla Bechtel – il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Dispute sugli Investimenti della Banca Mondiale (ICSID) – ha una qualità simile. E’ un campo di gioco che piegato pesantemente a vantaggio delle imprese.

Non c’è poca ironia nel fatto che la Bechtel si sia rivolta alla Banca Mondiale, poiché, tanto per cominciare, era stata la Banca Mondiale a mettere in moto la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba.

Nel 1997 funzionari della Banca Mondiale fecero della privatizzazione del sistema idrico pubblico di Cochabamba una condizione dei prestiti che la banca stava concedendo per ampliare i servizi idrici nel paese. Così il governo boliviano fu costretto a offrire una concessione quarantennale alla Bechtel, completa di una garanzia di profitti annui del 16 per cento, un contratto da rapina, coperto dalla disponibilità del governo a sparare sul suo stesso popolo, se necessario.

L’ICSID della Banca Mondiale e altri sistemi giudiziari internazionali sono il sogno delle imprese. I tribunali che decidono queste cause sono costituiti da avvocati che passano dall’essere difensori lautamente pagati delle imprese in un caso a giudici presunti imparziali nel successivo, uno sfacciato conflitto d’interessi. E’ un sistema in cui le testimonianze sono normalmente segretate e in cui i casi sono trattati a migliaia di miglia di distanza dalle comunità interessate.

Non sorprendentemente le imprese conseguono una vittoria totale o parziale più di una volta su due.

Il tribunale dell’opinione pubblica

La campagna dei cittadini che attaccò la Bechtel si rifiutò di condurre la sua battaglia entro i confini della confortevole area giudiziaria attentamente scelta dalla Bechtel.

L’organizzazione che dirigo, il Democracy Center, e i nostri alleati boliviani e globali presero invece di mira la Bechtel nel campo di battaglia in cui i movimenti dei cittadini hanno la meglio: il tribunale dell’opinione pubblica. Tale campagna divenne un potente prototipo iniziale di come organizzarsi nell’era di Internet, guidata non tanto da un piano orchestrato grandioso, quanto da pura e semplice ispirazione virale.

Attraverso i nostri articoli e la nostra collaborazione con giornalisti del New Yorker, della PBS e altri, il Democracy Center insistette a raccontare, in continuazione, la potente narrazione di una vittoria di Davide contro Golia sulle strade di Cochabamba. Anche leader della Rivolta dell’Acqua della Bolivia girarono per il mondo a condividere direttamente la loro storia.

Usammo quella storia non solo come un cappio al collo societario della Bechtel ma anche al collo del suo amministratore delegato e omonimo, Riley Bechtel. Diffondemmo persino i suoi indirizzi email privati a migliaia di persone. Quando le persone si rivolgevano a noi per impegnarsi, le armavamo di solide prove e di qualche consiglio sulla strategia, incoraggiandole a intraprendere qualsiasi iniziativa fossero mossi a intraprendere che potesse costruire pressioni sulla società.

Il risultato fu magnifico, uno spettacolo globale di potere dei cittadini.

A San Francisco attivisti bloccarono la direzione generale della Bechtel incatenandosi insieme nell’atrio. Una coalizione locale ottenne anche che la Commissione di Vigilanza di San Francisco approvasse una risoluzione della città che sollecitava la Bechtel a lasciare cadere la sua causa boliviana, proprio mentre la società stava negoziando un grosso contratto con la città.

Ad Amsterdam fu montata una scala all’esterno dell’ufficio locale della Bechtel e la via fu reintitolata all’adolescente uccido dai soldati durante la Rivolta di Cochabamba. A Washington dimostranti picchettarono la casa del presidente della sussidiaria idrica boliviana della Bechtel. Al Vertice della Terra in Sudafrica, l’attiva boliviana Marcela Olivera reclutò organizzazioni per aderire alla “Petizione dei Cittadini alla Banca Mondiale” che chiedeva che la Bechtel abbandonasse la causa. EarthJustice presentò una petizione legale richiedendo la partecipazione del pubblico e l’Institute for Policy Studies mobilitò ONG di Washington.

Da un angolo all’altro del mondo la Bechtel fu sequestrata da lillipuziani arrabbiati che legarono a terra un potente Gulliver imprenditoriale.

Il potere della narrazione

A gennaio 2006 dirigenti assediati della Bechtel volarono in Bolivia e firmarono un accordo con il governo boliviano in base al quale abbandonarono la causa presso la Banca Mondiale in cambio di due lucenti monetine da 1 boliviano, il costo di un biglietto locale d’autobus. Nessun’altra grande impresa, prima o da allora, è mai stata costretta a rinunciare a una grossa causa commerciale dalla pressione di una campagna di cittadini mossale contro.

Alla fine la Bechtel è stata sconfitta da qualcosa di molto semplice: una storia. E’ stata una storia di persone che hanno combattuto per la loro acqua e di una società contenta di vederle uccidere al fine di strizzare i poveri per incassare utili che non si era mai guadagnata. La potente impresa non poté mai sottrarsi al potere morale di tale storia. Abbiamo colpito la Bechtel con essa usando non una sola tattica, ma ogni tattica che abbiamo potuto immaginare, da lettere di avvocati all’azione diretta. Non abbiamo sprecato tempo a discutere quale approccio fosse il migliore.

Le battaglie commerciali che abbiamo oggi di fronte, compresi TPP e TTIP, devono essere anch’esse combattute con storie che traggano il problema fuori dal gergo tecnico e lo rendano popolarmente comprensibile.

E non c’è carenza di storie da raccontare. Il gigante del tabacco Phillip Morris pretende due milioni di dollari dall’Uruguay per il peccato di aver rafforzato gli avvertimenti sulla salute sui pacchetti di sigarette. Il popolo di El Salvador affronta una causa da 300 milioni di dollari da parte di una compagnia mineraria canadese-australiana perché i salvadoregni sono stati capaci di bloccare operazioni minerarie tossiche. La Germania affronta una richiesta di 700 milioni di euro da parte di una compagnia dell’energia nucleare perché, dopo il disastro di Fukushima, movimenti popolari hanno ottenuto una moratoria delle nuove centrali nucleari nel paese.

Raccontare le storie di casi come questi è essenziale per costruire una più vasta consapevolezza pubblica di ciò che è in gioco in questi negoziati arcani: un gioco di potere delle imprese contro la democrazia fondamentale.

“E’ impossibile sopravvalutare l’impatto della vittoria popolare di Cochabamba contro la Bechtel”, ha osservato recentemente Naomi Klein. “In un periodo in cui conseguire vittorie reali sembrava un sogno lontano, abbiamo improvvisamente che era possibile vincere, anche contro una gigantesca multinazionale statunitense”. Nella battaglia del popolo boliviano contro la Bechtel, Davide ha battuto Golia non solo una volta, ma due. Nel mezzo delle attuali battaglie sul commercio, lo spirito di entrambe queste vittorie e le loro lezioni concrete meritano bene il nostro ricordo.

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione: znetitaly.org

 

Il vero obiettivo di Tsipras e Varoufakis

Segnalato da n.c.60

TROIKA-GRECIA, ECCO IL VERO OBIETTIVO DI TSIPRAS E VAROUFAKIS

Di Fabio Massimo Piersanti – dailystorm.it, 19/02/2015

Le trattative sono ben lontane dal conludersi. La scadenza del piano di aiuti è alle porte e il default greco sembra vicino. Ma il governo di Syriza ancora non cede. E non va sottovalutato. Perché, oltre a vincoli e regole, lo scontro riguarda ben altro: l’irreversibilità dell’euro. Su cui l’Ue rischia di affossarsi da sola.

Con lo stupore di molti e contro lo scetticismo dei più, le prime settimane del governo Tsipras sono state contornate da fittissime cronache relative alle contrattazioni in essere tra la Troika e il governo greco riguardo il rinnovo del piano di aiuti finanziari da parte dell’Ue alla Grecia. Nel mentre in Europa sembra essercisi dimenticati del “rivoluzionario” piano di Quantitative easing lanciato da Mario Draghi solo qualche settimana fa. Anzi, la minaccia che tale programma possa non essere esteso alla Grecia qualora essa non rispetti gli accordi in essere sembra non essere più un fatto di gran rilievo. Il motivo principale è che ad oggi, 20 marzo, data di inizio ufficiale del Qe, quella minaccia appare distante, ma soprattutto che non sarà tale manovra a garantire a Tsipras e ai cittadini ellenici una ripresa economica degna di nota. L’orizzonte temporale si è ridotto e probabilmente questo venerdì si conoscerà l’esito dello scontro Troika-Grecia. Ma c’è più di qualche dubbio.

Quello che risulta evidente, però, è come Varoufakis e Tsipras stiano facendo per far ammettere all’Ue che l’euro a questo punto non è più irreversibile. Il piano di aiuti finanziari in soccorso della Grecia scade il 28 febbraio e qualora non venisse rinnovato per quella data la Grecia sarebbe praticamente in default. A questo punto vale davvero la pena chiedersi quale possa essere l’oggetto della diatriba, ovvero il motivo per cui la Grecia e l’Ue non riescono ad arrivare ad un accordo che soddisfi entrambe le parti. Syriza, anche in campagna elettorale, non ha mai dichiarato di voler sforare i limiti di budget fiscale imposti dalla Troika, dunque non c’è motivo di scontro su questo punto. La realtà è che l’attuale governo greco non vuole cedere sulle privatizzazioni e sulle riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro imposte in maniera dogmatica a qualunque Paese abbia avuto la malaugurata sorte di trovarsi sotto il suo torchio, spesso con risultati opinabili.

È questa la mossa astuta da parte di Varoufakis & Co. Alla Troika infatti non interessa che si sforino i deficit di bilancio. Nessun, ad esempio, ha fatto troppe storie quando la Francia ha rimandato per l’ennesima volta il rientro dei deficit fiscali agli anni a venire. Più importante è riuscire ad imporre le privatizzazioni e le liberalizzazioni sul mercato del lavoro. Tutto il resto è noia e, se non lo è, ci va molto vicino. Il governo greco è riuscito a mettersi nella condizione di vedere fino a che punto la Troika è in grado di forzare la mano: se è persino disposta, in sostanza, a mettere in gioco l’irreversibilità dell’euro. A quel punto sarebbe davvero molto difficile capire chi ci perderebbe o chi ci guadagnerebbe.

È un punto che molti critici a priori fanno fatica a comprendere. Dichiarare di volersi attenere alle regole fiscali imposte dall’Ue è stato arguto da parte del governo greco, nonostante possa sembrare distante dalla linea keynesiana più spesso associata ad un partito di sinistra. Dichiarazioni del genere suggeriscono al pubblico più attento che in una situazione del genere sembra più la Troika a voler estromettere la Grecia dall’euro che la Grecia a volerne uscire. E non certo per motivi di inottepperanza dei vincoli fiscali, quanto per semplice disobbedienza all’imposizione di ulteriori politiche economiche d’austerità.

IL TESTO DELL’ACCORDO ALL’EUROGRUPPO DEL 20/02

Il parco all’asta

Segnalato da barbarasiberiana

LA PRIMA VOLTA DI UN PARCO ALL’ASTA, L’ELBA INSORGE CONTRO LA SVENDITA

Di Tomaso Montanari – eddyburg.it, 24/01/2015

Su qualunque versante lavorino (su quello delle istituzioni o su quello della svendita diretta del patrimonio pubblico) il risultato è lo stesso liquidare ciò che è di tutti e far cassa per remunerare i già molto ricchi a spese di tutti gli altri. Ma, da noi, pochi scendono in piazza a protestare. La Repubblica, 24 gennaio 2015

SEGNATEVELO in agenda: mercoledì prossimo potrete comprarvi il Parco Minerario dell’Isola d’Elba. Uno spettacolare insieme di miniere, cantieri, musei, laboratori, siti di archeologia industriale, paesaggi lunari affacciati sul mare, laghi rossi di ferro. Non è uno scherzo: con la modica spesa di 11.500 euro (questa la base d’asta fissata dalla Provincia di Livorno, che cede tutto il suo 70 per cento delle azioni del Parco) potrete controllare 1.948 ettari del paesaggio e del patrimonio storico della nazione italiana. E non ettari qualunque: quelli dove si estrae il ferro da tremila anni. Un luogo da millenni consacrato al lavoro, da secoli alla conoscenza: qua, nel Seicento, il naturalista danese Niccolò Stenone (beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988) studiò la forma dei cristalli; qua, appena dieci anni fa, si è scoperta una nuova specie mineralogica, la riomarinaite (dal nome di Rio Marina).

Non è la prima volta che si prova a privatizzare il più illustre parco minerario italiano: nel 2004 Giulio Tremonti tentò di conferirlo nientemeno che alla Coni Servizi spa, che a sua volta avrebbe dovuto venderlo per finanziare il debito del Coni (allora ammontava a 380 milioni di euro). Era l’epoca della Patrimonio dello Stato spa, la società per azioni che, almeno teoricamente, avrebbe potuto gestire e alienare qualunque bene della proprietà pubblica. Un’idea, questa, che ciclicamente risorge: solo poche settimane fa è stato Marco Carrai, intimo del presidente del Consiglio Matteo Renzi, ad auspicare la creazione del «Fondo Patrimonio Italia, dove conferire gli asset morti dello Stato per estrarne valore».

Ma a minacciare il futuro del Parco dell’Elba è oggi qualcosa di molto più banale: la sciatteria con la quale stiamo affrontando la soppressione delle province. Tra i mille nodi insoluti che riguardano i dipendenti e le competenze, un enorme punto interrogativo copre il futuro del patrimonio culturale provinciale: musei, biblioteche, archivi, istituti. Dall’inizio di quest’anno la loro gestione è passata a Regioni e Comuni, ma — denunciano le associazioni che raccolgono i professionisti di archivi, biblioteche e musei — «il rischio è che per molti beni culturali la riforma si traduca in un fallimento, e che centinaia di musei, biblioteche, reti e sistemi territoriali vadano incontro a una drammatica chiusura o a un drastico ridimensionamento di attività e servizi».

Ecco, la messa all’asta del parco dell’Elba è il primo, vero disastro determinato da questa situazione di nongoverno: e c’è da giurare che non sarà l’ultimo. Liquidando la sua quota nel Parco Minerario, la Provincia di Livorno si comporta come un inquilino che, dovendo subire uno sfratto, si disfi del mobilio, affibbiandolo al primo che passa. Ed è proprio così che la vede Nicola Casagli, ordinario di Geologia applicata all’Università di Firenze: «È un’idea astrusa di stampo burocratico che espone il Parco a ogni genere di speculazioni. Di fatto si tratta il Parco come se fosse una dismissione di attrezzature non più utilizzate. Per la verità l’anno scorso la Provincia di Livorno si era posta il problema e aveva promosso un accordo fra Provincia, Parco e Università di Firenze. Inspiegabilmente, l’accordo è stato fatto saltare dal presidente del Parco senza motivazione ». Beppe Tanelli, il primo presidente del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano (nel cui territorio ricade in gran parte il Parco Minerario), rincara la dose, dichiarando che «è auspicabile che la disinvolta e ridicola messa in vendita sia un’altra bufala». Il sindaco del Comune di Rio nell’Elba (che possiede l’altro 30 per cento di azioni della srl che controlla il Parco) è stato colto in contropiede, e ha reagito denunciando la natura «predatoria» dell’operazione. Già, perché il rischio è che il Parco se lo compri una società (magari straniera) interessata a commercializzare su larga scala i minerali pregiati da collezione, abbandonando ogni nesso con il territorio e ogni progetto di conoscenza, ricerca, divulgazione. Ci sono pochi giorni per fermare l’asta, e il professor Casagli annuncia che «l’Università di Firenze conferma il proprio interesse nel Parco minerario ed è disponibile a fornire ai Comuni interessati tutto il supporto necessario per salvare un bene così importante per tutti i cittadini». C’è da sperare che qualcuno lo ascolti, e che questa storia gloriosa non si esaurisca in un’asta caricaturale. Virgilio, nel X dell’ Eneide, canta le «inesauribili miniere» dell’Elba: ma la catastrofe delle province italiane nemmeno un poeta-mago poteva prevederla.