propaganda

Come ti confeziono il nemico

segnalato da Barbara G.

di Chiara Cruciati – ilmanifesto.info, 21/10/2015

Saggi. «La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione», di Nurit Peled-Elhanan. L’autrice analizza 17 manuali (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati negli istituti pubblici israeliani dal 1997 al 2009, evidenziando la fabbricazione della memoria collettiva ad uso e consumo dell’odio per gli arabi.

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Una scuola bilingue in israeliano e arabo a Gerusalemme © Foto Reuters

A quattro anni dalla sua prima pubblicazione arriva in Italia uno dei libri che meglio analizza la società israeliana e la narrazione collettiva su cui fonda la sua apparente unità: La Palestina nei libri scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione, di Nurit Peled-Elhanan (EGA-Edizioni Gruppo Abele, pp.288, euro 18) apre uno squarcio nel radicato sistema di propaganda interna che ha accompagnato per decenni la costruzione dello Stato di Israele. Un sistema che si regge su pilastri indiscutibili e che accompagna ogni israeliano nel percorso di crescita, dalla scuola all’esercito fino al mondo del lavoro: la disumanizzazione del palestinese, la cancellazione e l’omissione della narrativa araba, la creazione di una memoria collettiva in contrasto con la Storia.

Partendo dallo studio dettagliato di 17 libri (10 di storia, 6 di geografia e uno di studi civici) utilizzati nelle scuole pubbliche israeliane dal 1997 al 2009, Peled-Elhanan imbastisce un’analisi onesta ed approfondita della natura stessa dello Stato israeliano attraverso diversi strumenti: da «analista della narrativa», come si definisce nella prefazione, Peled-Elhanan intesse una trama fatta di studi sociologici e antropologici, esperienza diretta e conoscenza profonda della realtà politica e sociale israeliana, ricerca sul campo. I risultati si dipanano sotto gli occhi del lettore, in un incalzante elenco di esempi volti a dimostrare la tesi dell’autrice: la scuola è il primo mezzo di creazione della memoria collettiva, di una narrativa nazionale per uno Stato e un popolo frammentati, frutto di un’immigrazione «forzata» da ogni angolo del mondo. L’istituto scolastico è il cuoco che sforna un’identità condivisa e comune, non fondata su fatti storici ma sulla loro interpretazione, la loro negazione o la loro omissione.

Così la memoria fabbricata finisce per prevalere sulla Storia e si radica nelle menti delle giovani generazioni, mantenenedo in piedi una società che riproduce, sempre uguali a se stessi, i propri schemi mentali. La conseguenza, tuttora visibile in Israele, è la creazione a tavolino di una società «sotto assedio», convinta di essere preda di un mondo ostile. La «mentalità da accerchiamento», spiega l’autrice permette alle autorità di modellare l’individuo, accompagnarlo nel cammino da studente a soldato a lavoratore verso la forma mentis desiderata.

Gli esempi riportati nel libro variano, spaziando dalle immagini a corredo dei testi scolastici fino alla terminologia utilizzata. Merito dell’autrice è l’analisi del libro di scuola nella sua interezza: ne studia il linguaggio, le mappe, le immagini, la grafica. Niente è lasciato al caso, tanto meno la presenza più o meno occulta di giudizi morali ed etici. Ed ecco che i massacri compiuti dalle milizie paramilitari sioniste nel ’47 e ’48 (Haganah, Irgun-Etzel, Stern) si trasformano in «atti gloriosi, azioni di redenzione e salvezza, compiuti da ’superbi combattenti, eroi dall’eccellente audacia’».

A completare il quadro, c’è la presenza-assenza palestinese. Disegnando mappe senza confini, senza Linea Verde, dove la Cisgiordania diventa Giudea e Samaria e Gaza e le Alture del Golan Siriano parte integrante del grande Israele, l’altro, l’arabo, non esiste. E se esiste, spiega l’autrice, è marginalizzato o additato come pericolo all’identità ebraica nazionale. La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, non è citata o è giustificata; il palestinese è disumanizzato, descritto come selvaggio a cavallo di asini o cammelli, non educato, «geneticamente terrorista, rifugiato o primitivo», caricatura negativa di se stesso. È parte integrante di quel mondo araboin cui va esiliato, ma allo stesso tempo è privato della cultura e le tradizioni che nei secoli ha prodotto: «In nessuno dei libri di testo viene trattato, verbalmente o visivamente, alcun aspetto culturale o sociale positivo del mondo palestinese – scrive l’autrice – Né la letteratura, né la poesia, né la storia o l’agricoltura, né l’arte o l’architettura».

Muovendosi su piani diversi, evitando stereotipi e semplificazioni e curando i dettagli, Peled-Elhanan decostruisce il sistema della propaganda israeliana verso i suoi stessi cittadini. Il cui obiettivo è chiaro, come si legge nelle pagine finali: «I libri di testo presentano la cultura ebraico-israeliana come superiore a quella arabo-palestinese, il comportamento ebraico-israeliano come allineato ai valori universali».

La sua autrice, Nurit-Peled Elhanan, è docente di Educazione del Linguaggio alla Facoltà di Scienze dell’Educazione Linguistica alla Hebrew University di Gerusalemme e fondatrice del Tribunale Russell per la Palestina. Nel 2011 è stata insignita dal Parlamento europeo del Premio Sacharov per la libertà di pensiero e diritti umani. Un percorso, il suo, segnato da una storia personale strettamente intrecciata agli sconvolgimenti di questa terra: nipote di Avraham Katsnelson, che firmò la Dichiarazione di indipendenza di Israele e figlia del generale Matti Peled, in prima linea durante la guerra del ’48 e quella del ’67, perse sua figlia Smadar nel 1997 in un attentato suicida. La bimba aveva 13 anni.

Un evento drammatico che non ha modificato l’approccio di Nurit all’occupazione israeliana, ritenuta la responsabile della morte della figlia. E per questo la ricerca si rivolge al mondo fuori: «La versione originale è in inglese, poi tradotta in spagnolo, italiano e arabo – spiega Peled-Elhanan al manifesto – Non esiste in ebraico perché non avrei trovato editori. Ma soprattutto perché, trattandosi di una ricerca accademica, è rivolta a professori, ricercatori, studenti di tutto il mondo. Voglio parlare alle opinioni pubbliche straniere, nessuno getta mai lo sguardo sulla società israeliana».

«Il mio obiettivo era svelare l’architettura della propaganda sionista, un modello che si propaga a educazione, arte, letteratura, archeologia, musica, teatro. Tutte le discipline sono reclutate per dare vita a una storia comune che ovviamente il popolo israeliano non ha, provenendo da ogni parte del mondo». E il sistema, come si evince dal libro, è vincente: «Gli israeliani diventano buoni soldati da subito, dall’età di 3 anni – ci dice l’aturice – Molti di loro non hanno mai visto un palestinese prima di entrare nell’esercito e quando lo incontrano lo identificano come un nemico. È un sistema di successo perché pervasivo, invade ogni settore. Non c’è un’altra realtà visibile. Nessuno in Israele sa cosa sta succedendo in questi giorni, chi vive a Tel Aviv non lo sa, chi vive a Gerusalemme Ovest non mette piede a Gerusalemme Est».

#Renziscappa reloaded

Segnalato da Barbara G.

Di #renziscappa ne avevamo già parlato QUI. Evidentemente il “problema” è andato peggiorando.

#Renziscappa. Debolezza, fughe e paura del confronto di un premier che diceva «la mia scorta è la gente»

Di Christian Raimo e Wu Ming – wumingfoundation.com, 31/07/2015

Pusillanimità vista dall’alto: il #Renziscappa tour 2014. Il “picco dei pacchi” coincide con le proteste di piazza contro il Jobs Act. Dopo quel momento, ‘enzi ha smesso di prendere impegni che lo esponessero a Rischi di contatto col paese Reale.

Paese che magari si astiene dal voto perché privo di rappresentanza politica (si veda il “terremoto” alle ultime regionali in Emilia-Romagna, quando si parlò di un vero e proprio “sciopero del voto”), ma non disdegna di accogliere i premier a peRnacchie e veRdura maRcia. O comunque, ‘enzi ha paura che accada.

Nella fase in cui, contro il parere di quasi tutti i lavoratori dell’istruzione, il suo governo ha imposto la controriforma autoritaria e liberista della scuola, ‘enzi si è ben guardato dal farsi vedere se non in telepresenza o, nei casi in cui doveva per forza esserci, protetto da spesse mura di scudi e manganelli, costretto a uscire dalla gattaiola per salire di corsa sull’auto blu che partiva sgommando. «La mia scorta sarà la gente», dichiarava a inizio mandato. Se avessimo media mainstream meno leccaculi e scodinzolanti, questa situazione sarebbe chiara a tutti da almeno un anno.

Clicca per aprire e consultare la mappa interattiva. [WM]

#renziscappa2

Due giorni fa è stato annullato l’incontro che Matteo Renzi doveva tenere alla festa dell’Unità di Roma. Sul sito della festa dal pomeriggio si poteva leggere questo comunicato:

Matteo Renzi ieri sera ha visitato a sorpresa la Festa dell’Unità di Roma, intrattenendosi a lungo con i volontari e i militanti tra gli stand.

Il previsto appuntamento di questa sera con il Segretario del PD, dunque, non si terrà.

Il comunicato dava così per espletato il senso dell’incontro pubblico. Il 27 luglio Renzi aveva fatto un’improvvisata tra gli stand: ha detto un po’ di ciao, ha lanciato qualche battuta, ha giocato una partita a biliardino con il presidente del Pd Matteo Orfini e il sottosegretario Luca Lotti – come mostrato da varie foto ufficiali e meno. E la visita era andata.

Non c’era dunque bisogno – sottolinea il comunicato – che affrontasse anche il dibattito il giorno stabilito.

Così dal programma ufficiale della festa il suo incontro è stato subito eliminato, come se non fosse stato nemmeno calendarizzato e quindi non fosse stato cancellato.

Le motivazioni appena meno elusive di questo forfait le dava qualche agenzia: il timore delle contestazioni. Era probabile che i movimenti romani per la casa, i precari delusi dal Jobs Act, i docenti ancora arrabbiati per la Buona scuola, si presentassero a fischiare sotto il palco di Renzi. I dirigenti del Partito democratico hanno preferito non rischiare: “motivi di ordine pubblico” come si dice in questi casi.

L’episodio della buca di Renzi alla festa del suo stesso partito sarebbe significativo già in sé, se non fosse che il presidente del consiglio spesso non partecipa a manifestazioni pubbliche: annulla, non si presenta, disdice all’ultimo, al massimo preferisce un’improvvisata e una foto a un dibattito vero. E ora svicola anche dalle feste del suo stesso partito.

Questa pervicacia nel sottrarsi al confronto era stata analizzata nell’autunno scorso qui su Giap. Si era addirittura disegnata la mappa dei luoghi dove Renzi avrebbe dovuto presentarsi e all’ultimo aveva disdetto: ne erano venuti fuori a decine.

Le ragioni di questa allergia al confronto sono diverse.

Le file dei contestatori nell’ultimo anno di governo si sono ingrossate: ai militanti dei Cinque stelle o dei movimenti per la casa, si sono aggiunti dagli insegnanti arrabbiati per la Buona scuola ai precari scontenti del Jobs act.

Ci sono poi molti militanti del Pd che si trovano sempre più in imbarazzo e spaesati nel partito renziano che somiglia, più che a un partito liquido, a un movimento di opinione molto gassoso. Questo si mostra dal calo consistente degli iscritti – nel 2009 gli iscritti erano 831.042, nel 2014 sono scesi a 376.849 – ma anche da un semplice giro tra gli stand della Festa dell’Unità di Roma a via Conca d’oro, che sono esattamente gli stessi che si trovano tutto l’anno nel mercatino che si svolge lì la domenica: vestitini a poco prezzo, bigiotteria, chincaglieria etnica.

La debolezza strutturale di Renzi è quella di aver “scalato” un partito neonato e già in crisi e non essere riuscito a dargli né una nuova identità, né una maggiore coesione e democraticità.

Una doppia fragilità che si manifesta per esempio nella difficoltà di un dibattito efficace e trasparente nella questione Crocetta e in quella Marino, ma anche – per dire – nel fatto che il Pd non fa un congresso dal 2013 o che l’indagine di Fabrizio Barca sui circoli romani ne abbia evidenziato la corruzione endemica.

Se l’aura del vecchio partito, con i suoi rituali gerarchici, è stata rottamata, anche la narrazione nuova, diretta, e “popolare” non è già più convincente.

Del resto Renzi anche quando simula un dibattito aperto, alla pari – come nel caso del famoso video della lezione alla lavagna in difesa della Buona scuola – l’effetto è un autogol: critiche e contestazioni nel merito, a cui però non si sente di dover essere tenuto a rispondere.

La sua comunicazione è sempre unidirezionale. Il dissenso, il confronto, l’attrito non sono evidentemente contemplati. E quando si infila da sé in un’impasse, prova a uscirne con le “visite improvvisate”.

Prima dell’altroieri, era successo anche il primo giugno scorso, all’indomani delle elezioni amministrative. La tornata elettorale non era stata felice per il Partito democratico, e Matteo Renzi piuttosto che presenziare ai dibattiti il giorno dopo, discutere le ragioni dell’insuccesso, era volato in Afghanistan: si era infilato una mimetica e aveva fatto un’improvvisata ai soldati italiani.

Non si capisce se sia una strategia comunicativa o l’assecondare un lato caratteriale allergico al conflitto. Quel che è certo però che c’è molto di antidemocratico in tutto questo. Oltre a mostrare una debolezza che non riguarda più la sua persona soltanto ma anche il suo ruolo.

Un leader deve rispondere del suo operato, deve sapere affrontare le contestazioni, deve saper rispondere alle critiche, e deve saperlo fare anche in piazza. Non solo in modo unidirezionale, attraverso twitter, le newsletter e la stampa a lui favorevole.