rappresentanza

Libertà e partecipazione

di Barbara G.

Nel dibattito relativo, o correlato, al referendum un tema molto importante sta passando in secondo piano, lo si sfiora senza affrontarlo in modo adeguato, quasi fosse un parente antipatico e noioso, da non invitare alle feste comandate: il ruolo dei cittadini nella società, la loro partecipazione (diretta o indiretta) alla vita politica.

La nostra Costituzione, quella che spesso definiamo “la più bella del mondo”, dice, all’art3 c2:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Già, qualcuno dirà: “cosa c’entra, la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, quella dei diritti fondamentali”. Ne siamo così sicuri?

Come possiamo dire che non viene intaccato il nostro diritto alla partecipazione se veniamo privati del diritto di eleggere i nostri rappresentanti al senato, che continuerà ad esistere con compiti parzialmente diversi da quelli attuali, definiti in modo confuso, ma che continuerà ad esaminare parte delle leggi approvate dalla camera? Come possiamo sentirci adeguatamente rappresentati?

Se i rappresentanti che noi eleggiamo per rappresentarci in consiglio regionale, o peggio il sindaco che abbiamo eletto per amministrare la nostra città, vengono mandati a fare i senatori part time (e quindi male), distogliendoli dalla funzione per la quale sono stati eletti, viene rispettato il nostro diritto ad essere rappresentati?

Che senso ha svilire un Senato pur caricandolo di compiti che, peraltro, non hanno niente a che fare con quelle di una Camera delle Autonomie, spesso citata a sproposito per giustificare un’elezione di secondo livello dei suoi componenti?

Ma l’elezione di secondo livello è ammissibile sulla base dei principi fondamentali della nostra Costituzione? C’è chi dice no: All’art1 c2 si afferma:

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

“La parola chiave è “esercita”. Nei principi fondamentali non compaiono deleghe all’esercizio della sovranità, come invece succede in quella francese, che all’art.3 c3 recita

Il suffragio può essere diretto o indiretto nei modi previsti dalla Costituzione. Esso è sempre universale, uguale e segreto.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo.

In seguito al confronto TV fra Renzi e Zagrebelsky in un editoriale su Repubblica Scalfari afferma che l’oligarchia è sempre stata in realtà la forma di governo in Italia, quella praticata dalla Democrazia Cristiana e dallo stesso Partito Comunista: l’oligarchia è quindi auspicabile, perché è, in sostanza, la stessa cosa della democrazia. A mio parere è un’affermazione pericolosissima, perché fa confusione fra il concetto di classe dirigente e le modalità con cui questa arriva al potere. Una classe dirigente è legittimata dai cittadini, mediante le elezioni, l’oligarchia comporta una selezione operata all’interno di un gruppo ristretto da parte dei componenti dello stesso. E c’è una bella differenza, direi…

L’opinione di Scalfari non è isolata, visto che anche un esponente PD come Fiano gli dà ragione. A questo punto mi chiedo: è un caso che all’interno del PD non ci si facciano particolari problemi ad espropriare la cittadinanza di un diritto fondamentale come quello di scegliere i suoi rappresentanti? Forse è per quello che hanno difeso così strenuamente l’Italicum?

E tutto questo avviene mentre i votanti sono in calo. Dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi si è passati da un’affluenza sempre superiore al 90% a poco più del 70%, ma ciò non sembra turbare più di tanto la nostra classe dirigente. Evidentemente importa che vadano a votare quelli giusti, e degli altri chissenefrega…

E quindi… chissenefrega se viene creato un senato che è un casino, se si toglie il diritto di voto, se si alzano le firme per presentare leggi di iniziativa popolare. Tutto si deciderà nelle segrete stanze.

E’ l’oligarchia, bellezza.

Il capo e la folla

segnalato da Barbara G.

Di democrazia recitativa ne avevamo già parlato QUI.

Così i capi rendono le folle stupide e servili. Parla lo storico Emilio Gentile

di Donatella Coccoli – left.it, 12/08/2016 (da Left n°22)

Si  parla di democrazia recitativa quando «la politica diventa l’arte di governo del capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile». Scrive così Emilio Gentile nel libro Il capo e la folla (Laterza) un viaggio nella storia sul rapporto tumultuoso tra i governati e i governanti a partire dalla repubblica di Atene per finire al ventesimo secolo. Tra i massimi studiosi internazionali di fascismo e delle religioni della politica, Gentile nel suo libro non tocca l’oggi. «Mi fermo a Kennedy. Per mia natura e per il lavoro che faccio non insegno agli altri come giudicare il tempo contemporaneo. Cerco però di fornire gli strumenti per capire come si è giunti al tempo contemporaneo», dice. Ecco quindi la repulsione di Platone per la democrazia “dei molti”, il concetto di democrazia come stile di vita di Pericle, la res publica romana che prima dell’avvento di Cesare aveva garantito un sistema di controllo dei poteri dello Stato, la codificazione del panem et circenses per tenere buoni gli ex cittadini ormai sudditi imperiali, i “sacri recinti” degli Stati guidati da capi “unti” dal Signore, fino ad arrivare alle rivoluzioni americana e francese e ai movimenti rivoluzionari dell’Ottocento. È del 1895 Psicologia delle folle di Gustave Le Bon, psicologo, antropologo e sociologo. «Mi dicono che nella classifica di Amazon è al secondo posto. Un po’ ho contribuito anch’io perché ne avevo parlato in una trasmissione televisiva», dice sorridendo Gentile. Con Le Bon la democrazia recitativa – che secondo Gentile inizia con Napoleone – trova il suo massimo teorico, perché lo studioso francese nel suo libro diventato ben presto cult, spiega tra l’altro anche “come governare le folle” con la suggestione e l’uso delle parole.

Professor Gentile, lei scrive che «conoscere il comportamento dei capi e delle folle del passato può aiutare a comprendere i capi e le folle della politica di massa che stiamo vivendo». Come trova oggi la democrazia intesa come la migliore forma di rapporto tra governati e governanti?

Mi sembra avviata – se non ci saranno dei correttivi – sempre più verso una forma di democrazia recitativa. Nel senso che i governati potranno scegliere e revocare sempre meno i propri governanti. Lo dimostra anche il fatto generalizzato dell’astensione. Un fenomeno che deriva non dalla fiducia nella democrazia – come accade nel mondo anglosassone – ma dalla profonda sfiducia nella classe politica e nella classe dirigente. Oggi in Italia ricorrono i 70 anni del referendum che ha istituito la Repubblica. Tutti nel 1946 rimasero colpiti dal fatto che una popolazione uscita da un ventennio di dittatura, nonostante i timori di un salto nel buio, partecipasse così in massa, circa il 90 per cento. Calamandrei addirittura gridò al miracolo. Ecco, oggi questa astensione crescente mi sembra una forma di protesta che purtroppo non si concretizza in una vera e propria alternativa.

La democrazia recitativa che avanza può portare alle derive della democrazia di cui lei parla nel suo libro?

È imprevedibile quello che può accadere. Questo è un fenomeno in gran parte nuovo, dovuto a tre fattori che sono stati riscontrati in tutte le democrazie occidentali. Il primo dipende dalla complessità sempre crescente dei problemi sui quali i cittadini vengono chiamati a decidere, poi bisogna considerare l’elevato costo della competizione politica, per cui soprattutto persone facoltose possono partecipare effettivamente, con speranza di vittoria. Infine il terzo fattore è, appunto, la minore partecipazione al processo democratico di cittadini consapevoli.

Sempre a proposito del presente, che cosa pensa della democrazia diretta, quella dei referendum dei radicali di Marco Pannella o della Rete del Movimento Cinque stelle?

Come sostenevano Rousseau e i padri fondatori degli Stati Uniti d’America, io penso che la democrazia diretta sia possibile solo in piccole repubbliche. Quando queste assumono vaste dimensioni territoriali, con milioni di cittadini, è inevitabile la democrazia rappresentativa. La democrazia diretta poi non è di per sé sana e buona, perché una democrazia diretta può scegliere capi non democratici. Vede, la democrazia è soltanto un metodo. Noi possiamo anche definirla come un valore attribuendole significati etici, perché attraverso la democrazia si può emancipare un individuo e la collettività, rendendoli sempre più padroni del proprio destino. Ma questo è un ideale, di fatto la democrazia è un metodo che può servire sia a favorire l’emancipazione che a impedirla. Se democraticamente vincono i reazionari, i conformisti, i fanatici, gli intolleranti, i razzisti o gli xenofobi, come possiamo negare che il loro governo sia una genuina democrazia?

Ma per rendere effettivo il metodo della democrazia nel senso dell’emancipazione, che cosa occorre?

La democrazia non può prescindere dalla divisione dei poteri che si limitano e si controllano reciprocamente, così come non può prescindere dalla libertà dell’informazione. E occorrono anche dei limiti all’uso del potere della maggioranza nei confronti della minoranza. Inoltre, se si perde l’idea originaria di democrazia che deve favorire l’emancipazione di ogni cittadino attraverso l’informazione, l’istruzione, la conoscenza, accadrà che si lascerà sempre agli esperti, ai tecnici, scelte decisive ignorando gli altri.

Ci parli quindi della folla, definita da filosofi o da uomini di Chiesa ora “gregge” ora “bestia feroce e selvaggia”, come sosteneva Lutero.

Il concetto di fondo è quello più comune, e cioè che la folla sia manipolabile. Ma non è sempre così, la folla deve essere riscattata dalla cattiva nomea che l’accompagna dalla democrazia greca. La folla infatti è quella stessa che compie atti di eroismi. Lo sosteneva anche Gustave Le Bon: non c’è solo la “folla bestia” c’è anche la “folla eroe”, diceva. La rivoluzione francese, come opera più importante per la libertà e l’uguaglianza, fu opera della folla che spinse a prendere l’iniziativa. Così come la rivoluzione in Russia nel febbraio del 1917: non fu guidata da un partito o da uomini politici, fu una rivoluzione spontanea delle folle di S.Pietroburgo che fecero crollare il sistema zarista dando vita a una democrazia che fu poi stroncata dal partito bolscevico con un regime che pretendeva di essere più democratico perché imposto come dittatura del proletariato. Questo fenomeno delle folle che si muovono spontaneamente si è ripetuto, sia pure con esiti diversi, in altre situazioni, come in Ungheria nel 1956, in Polonia nel 1981, e nelle “primavere arabe” del 2011.

Nel libro parla di folle a proposito della nascita degli Stati Uniti d’America. Nel senso che all’inizio fu una rivolta collettiva conclusa poi dai capi. Qual è la caratteristica di quella democrazia che secondo Abraham Lincoln era il “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”?

Nella storia umana gli Stati Uniti d’America furono il primo stato democratico moderno, dopo la democrazia greca. La democrazia greca era oligarchica, e la scelta dei governanti era riservata solo ai cittadini maschi di nascita ateniese, invece la democrazia americana almeno idealmente e teoricamente si proclama per l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sulla base di diritti dati dal creatore, pur essendo una società razzista e fortemente condizionata da pregiudizi religiosi protestanti. È una democrazia che in oltre duecento anni si è modificata superando sia i monopoli religiosi sia, ai giorni nostri, superando il monopolio bianco alla Casa bianca, con Obama al potere. E forse con le prossime elezioni presidenziali sarà superato anche il monopolio maschile se verrà eletta Hillary Clinton. Ma ancora non è finita perché rimane una minoranza che sembra ancora esclusa, almeno nel prossimo futuro.

Quale minoranza è esclusa dalla presidenza Usa?

I sondaggi dicono che gli americani sono disposti ad avere un presidente nero, in prospettiva una donna e un omosessuale, ma non ad avere un presidente ateo. Gli atei sono una minoranza del 20 per cento discriminati dal punto di vista politico, nonostante la Costituzione vieti qualsiasi presupposto religioso per le candidature. L’80 per cento degli americani non accetterebbe un presidente che non professi una fede in Dio, qualunque essa sia. Gli Stati Uniti sono il primo stato democratico nella storia dell’umanità che ha separato con la Costituzione lo Stato dalla Chiesa, ma rimane profondamente ispirato dalla religione. Non ci dimentichiamo che “In God we trust”, noi confidiamo in Dio, è il motto nazionale.

A proposito della religione lei scrive che nei primi secoli dopo Cristo «si inabissò nell’oblìo il potere dei cittadini basato sull’uguaglianza davanti alla legge». I governati lo erano per volontà di Dio, il cambiamento era previsto solo nell’Aldilà e la massa diventa massa salvationis. Un tale rapporto tra governo e religione quanto ha inciso nella storia dell’umanità non solo a livello politico, ma anche culturale e di pensiero?

Per gran parte dei millenni della storia umana, la religione e lo Stato si sono identificati nella persona del sovrano, delegato della divinità, se non dio egli stesso. L’avvento del Cristianesimo è stato uno straordinario fatto epocale, con enormi conseguenze. Soprattutto, fu decisivo il trionfo del monoteismo. A differenza di quello greco – la democrazia ateniese aveva un fondamento religioso e chi metteva in discussione gli dei della città poteva finire condannato a morte, come accadde a Socrate – il politeismo romano aveva stabilito una sorta di tolleranza dei culti. Invece l’avvento del monoteismo, per sua stessa origine – un popolo o una comunità riceve direttamente da Dio la rivelazione – porta all’intolleranza verso tutti coloro che non si convertono. Quindi c’è una potenziale incompatibilità fra monoteismo religioso e pluralismo democratico. E questo è durato nel mondo occidentale fino alla rivoluzione francese e americana. Millequattrocento anni in cui la massa è stata assoggettata alla credenza che esiste il pastore, il capo, unto da Dio sostenuto dalla Chiesa, al quale la massa dei governati deve obbedienza incondizionata. Quando qualcuno osava uscire dal sacro recinto, io lo chiamo così, o era massacrato – e pensiamo a quanti atei, eretici o pagani lo furono – o finiva per creare altri sacri recinti dove il capo benedetto da Dio rimaneva comunque il sovrano assoluto.

Quanto è chiara oggi questa eredità del passato?

Oggi addirittura si tende a confondere il significato storico della parabola di Cristo “date a Cesare quel che è di Cesare”, interpretandola come segno di laicità. In realtà la laicità come concezione fondamentale dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro fede, nasce dal pensiero laico, non da quello religioso. Solo molto faticosamente poi è stato accettato dalle Chiese.

Marx ed Engels avevano l’idea del cambiamento, l’immagine della massa dunque era positiva?

Sì, ma fino a un certo punto. Fin dalla rivoluzione francese anche i capi che hanno sostenuto teorie e pratiche di governo emancipatrici, non sempre le “sentivano” in pratica. Marx ed Engels teorizzavano che non sono gli individui e i capi a fare la storia ma sono le masse, in realtà però loro alla fine si allontanarono dal partito operaio.
Allo stesso modo Lenin diffidava delle masse organizzate nei sindacati e nei partiti socialisti, perché le considerava propense solo a conquistare benefici salariali invece di essere preparate alla rivoluzione. Perciò fin dal 1902 teorizzò il partito di minoranza dei rivoluzionari di professione, un’avanguardia formata anche da borghesi, per realizzare la conquista violenta del potere in nome del proletariato. Poi, nel 1917 concepì la partecipazione diretta delle masse al governo, come sostenne nel libro Stato e rivoluzione, ma quando conquista il potere e si trova ad agire con le masse reali comincia a preoccuparsi. Vede che la massa russa è bruta e inerte e riprende quindi il concetto di partito d’avanguardia. Babeuf, ancora prima, all’epoca della rivoluzione francese, e poi Blanqui, avevano già sostenuto la necessità di una minoranza attiva che indichi alle masse quali sono i loro veri interessi altrimenti queste, assoggettate per secoli alla monarchia o alla religione, non riescono a formarsi una propria coscienza rivoluzionaria. L’asserzione di Marx: «L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera di loro medesimi», in realtà viene negata da tutti coloro che sostengono il ruolo delle avanguardie rivoluzionarie.

«Considerare l’uomo naturalmente incline al bene o naturalmente incline al male, considerare gli esseri umani per natura eguali o diseguali» sono i presupposti, lei scrive, delle concezioni della politica e del potere. Quindi il timore per la folla è perché si pensa ad una cattiveria innata?

Io direi così, in maniera propriamente laica: la differenza è tra una concezione dell’uomo come essere razionale che può acquistare la consapevolezza di ciò che è il suo destino e vuole sceglierlo senza dipendere da altri, e quella che considera l’uomo irrimediabilmente irrazionale e incapace di governarsi e scegliere da sé e quindi ha bisogno sempre di essere guidato come un gregge . È chiaro che se le religioni partono dal presupposto che l’essere umano dipende dalla volontà di Dio o da chi la interpreta, non riusciranno mai a concepire che l’essere umano possa governarsi da solo.

Quanto è attuale oggi l’insegnamento di Le Bon?

Oggi c’è un rapporto diretto, sempre più accentuato tra la folla, elettorale, chiamiamola così, e i candidati. E sempre di più si personalizza la politica e il potere, ma i candidati al governo si rivolgono alle masse con metodi, modi e espressioni che sembrano mutuati dagli aspetti più demagogici dell’insegnamento di Le Bon.
Non si parla più delle visioni e programmi politici, ma tutto si riduce a espressioni come “metterci la faccia”, “parlare alla pancia”, “intercettare i bisogni”. Si assiste, insomma, ad una sorta di corporizzazione fisica della politica incarnata nella persona del capo, addirittura nella sua immagine, che si sovrappone e persino esaurisce in sé il significato delle proposte politiche.

In Europa i populismi avanzano, dall’Ungheria alla Francia, dall’Austria alla Polonia. C’è il rischio che la folla diventi “apatica, beota o servile”?

I successi elettorali dei movimenti populisti, i governi formati da questi movimenti, sono spesso il prodotto di elezioni col metodo democratico e godono del consenso della maggioranza, prima di essere imposti con un atto autoritario. Oggi tutti si proclamano democratici. Ma forse proprio in questo senso Le Bon può essere una lettura utile, può aiutarci non a diventare una folla apatica, beota e servile, ma a diventare e rimanere individui consapevoli e cittadini responsabili.
Le Bon era un conservatore che non amava la democrazia, temeva egualmente i “Cesari”, come lui li chiamava, che impongono un regime personale fondato sul plebiscito. Non voleva revocare il suffragio universale e sosteneva che il parlamento, pur con tutti i difetti, era una istituzione che poteva impedire il monopolio del potere nelle mani di un capo. Combatteva lo statalismo, sosteneva la libertà di stampa, e paventava il potere delle oligarchie economiche operanti su una dimensione globale alle spalle dei governi democratici. Le Bon insegnava ai capi come conquistare le folle, ma la sua lezione può essere utile anche per resistere alla seduzione dei capi che predicano la democrazia mentre praticano l’autocrazia mascherandola con la demagogia.

I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

IrenePereira

 

Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.

Crisi d’identità

segnalato da Barbara G.

Il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta

di Enrico Rossi – huffingtonpost.it, 19/04/2016

Il voto del 17 aprile non è stato né una dimostrazione di consenso nei confronti del governo né una prova generale dell’opposizione in vista del referendum costituzionale. I 16 milioni di persone che si sono recati alle urne – un elettore su tre – non sono facilmente catalogabili. Basta vedere come si è comportato l’elettorato del nostro partito. C’è chi si è astenuto, chi ha votato sì, chi ha votato no. Dalle prime analisi emerge che ad andare a votare tra i nostri elettori è stato circa il 25%.

Questo quadro suggerisce di evitare di ridurre tutto in termini di renzismo e anti-renzismo. Uno scontro simile alimenta solo una conflittualità costante, inutile al Paese. È sbagliato accusare questo governo di subalternità alle multinazionali del petrolio. Allo stesso stesso tempo penso che si commetta un errore ad attaccare le Regioni. Non si governa il Paese solo da Palazzo Chigi. E non si governa senza la collaborazione dei corpi intermedi.

Inoltre, faremmo bene a non dimenticare che quando l’astensione è alta, la democrazia non gioisce. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la distanza tra cittadini, politica, istituzioni resta alta.
Ora il Partito Democratico ha di fronte due sfide importanti: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Il PD deve farsi carico di quegli elettori che domenica sono andati a votare. Sono persone che chiedono al governo controlli e sicurezza sulle piattaforme, piani e misure per le energie alternative.

Elettori di centro-sinistra che saranno necessari per battere le destre e i populisti ai ballottaggi in città chiave come Milano, Torino, Bologna e Roma (dove tra l’altro l’affluenza è stata superiore). Lo hanno capito molti dei nostri candidati sindaco che sono andati a votare. Anche loro sono catalogabili come anti-renziani? Non credo proprio.

A ottobre ci sarà il referendum costituzionale: io voterò sì e farò campagna perché gli italiani approvino la riforma. Ma ritengo sbagliato diluire il Partito Democratico in un ‘comitato’ referendario indistinto. Il Partito va pensato, costruito e mantenuto in vita prima e oltre la leadership contingente.

Passata la stagione delle riforme istituzionali e delle larghe intese, il Pd dovrà caratterizzarsi con una chiara connotazione progressista e democratica. Per questo già da oggi abbiamo bisogno di costruire un partito più dialogante e più permeabile alla società e ai corpi intermedi. Questo non significa dare sempre ragione a tutti o perdere tempo. Ma che il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta, che forma di radicamento insegue e quali valori vuole diffondere nella società italiana.

Cara Cgil, ti presento gli operai

segnalato da Barbara G.

Cara Cgil, ti presento gli operai

di Piergiorgio Paterlini – paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it, 20/10/2015

Francesca Lupo per Le Nuvole

Mi chiamo Francesca, ho 37 anni e sono una libera professionista iscritta all’Ordine degli Architetti di Firenze.

All’ingresso nella professione, mi sono appassionata alle attività di Iva Sei Partita, mirate a portare all’attenzione pubblica il problema delle false partite Iva negli studi di architettura e ingegneria. Io non ero una falsa partita Iva, ero e sono una partita Iva povera, ma la questione mi toccava. Per giustizia sociale, e per solidarietà.

Partecipare alla Consulta delle Professioni durante questi anni ha significato confrontarmi con gli altri autonomi, dagli archivisti agli avvocati ai traduttori, e scoprire che sotto l’apparente frammentazione delle carriere, delle competenze, delle Casse, degli Albi e delle tassazioni, avevamo problemi molto simili. Avevo un bagaglio di diffidenza verso il sindacato: quasi tutti i miei colleghi erano stati respinti sulla soglia della Camera del Lavoro perché erano autonomi. E quelli che venivano accolti li si compativa e assisteva come se fossero precari.

Però qualche pioniere c’era anche lì dentro. Col tempo ho avuto sempre più chiaro che con l’aiuto delle competenze del sindacato potevamo tutti avere un altro raggio d’azione rispetto a quello delle associazioni di base. Mi era anche abbastanza chiaro che il sindacato aveva bisogno di noi, se non voleva perdere il contatto col mondo del lavoro contemporaneo.

Ma è tempo vi dica di cosa stiamo parlando. Di quante Francesche ci sono.

I professionisti come me si definiscono anche autonomi cognitivi, per distinguerli da commercianti e artigiani. Sono circa 3 milioni e mezzo fra iscritti a Ordini e non. Contribuiscono al Pil per circa il 18%. I redditi medi dei titolari di partita Iva individuale oscillano fra i 15mila e i 18mila euro all’anno. Un reddito di 18mila euro lordi non può essere in alcun modo un mezzo di sostentamento, non dà riconoscimento professionale né dignità. Manca un proporzionamento della fiscalità: il mio lavoro mi deve fruttare letteralmente meno di 5mila euro o più di 70mila per garantirmi un reddito netto appena decente. Niente vie di mezzo. Eppure la media, abbiamo detto, è 18mila euro. Il regime agevolato – almeno fino a oggi –  si può applicare solo in casi limitati e per i primi anni di attività: è strutturalmente inadeguato alla crisi dei nostri redditi. È così che tanti di noi chiudono la partita Iva, e rinunciano all’alta formazione acquisita cambiando lavoro. O peggio rinunciano alla permanenza in Italia ed emigrano. Di nuovo: cittadinanza negata.

Non c’è bisogno di specificare che non è per pigrizia che guadagniamo poco, o per indisponibilità a rimboccarci le maniche: siamo già flessibili al massimo. E non c’è più bisogno di specificare che l’evasione fiscale non basta a spiegare queste cifre, del tutto realistiche. L’evasione non è giustificabile, mai. Ma non è giustificabile nemmeno la presunzione di colpevolezza che continua a essere il criterio alla base delle nostre imposte. Non sanno se evadiamo, ma lo presumono, e ci trattano di conseguenza. Fra contributi e tasse paghiamo oltre il 50% del fatturato. E dobbiamo sostenere da soli formazione, organizzazione del lavoro, assicurazioni obbligatorie, strutture, strumenti, tempi morti, investimenti.

La Costituzione dice che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Ma la mia esperienza negli anni mi dice che di due fatture emesse, una resta non pagata. Un cliente su due non mi paga e sa che può permetterselo. Dovrei fargli causa. Ma la mia fattura tipo è di circa 1.000 euro. Rinunciare a 1.000 euro ogni 2.000 che mi sono meritata mi costa sempre meno che incaricare un avvocato di difendere i miei diritti. Quel pezzo di Costituzione, purtroppo, non è per me. Questa non è cittadinanza.

I nostri contributi li paghiamo noi. Le nostre Casse professionali ci impongono dei versamenti minimi annui non commisurati ai nostri redditi ma a cifre 5 o 6 volte superiori. Alcune Casse invece ci impongono un’aliquota contributiva unica che taglia le gambe ai piccoli redditi, senza darci granché in cambio. Non pagare i contributi causa l’interdizione a esercitare in proprio. E se si è studiato tanti anni per una professione e si perde l’abilitazione la soluzione è emigrare o andare a lavorare per un altro professionista.

Come ci siamo ridotti a questo? Io penso che ciò accade perché tutto il sistema degli autonomi è fondato sull’assenza di diritti. In tempi di vacche grasse, il riposo, la malattia e la maternità avevano la parvenza di privilegi e chi poteva se li è comprati accantonando grandi fatturati. Ma se te li devi comprare, semplicemente, non sono diritti.

C’è una cosa che mi turba del Jobs Act: il diritto al lavoro è stato messo in vendita. Mi turba la cosa in sé, ma soprattutto mi turba pensare che la nostra assenza di diritti sia stata usata contro chi li aveva, per farli apparire dei privilegi. Di questo passo un giorno qualcuno potrà dire: “gli autonomi hanno sempre fatto senza una vera indennità di malattia. Allora potete farcela tutti”. Invece i nostri diritti di persone e lavoratori sono gli stessi e vanno salvaguardati con strumenti adatti al nostro lavoro, in modo da proteggere anche quelli altrui. Non voglio essere usata né per dimostrare che c’è gente che sopravvive senza welfare, né per far sembrare “privilegi” i diritti degli altri.

Con la crisi e il prosciugarsi delle risorse si sono svelate le brutture “sommerse” – il vero sommerso è (anche) questo – del sistema. Non ci basta auspicare il ritorno dei grandi redditi e fingere che non sia successo niente: vanno sanate le storture, vanno estesi e garantiti i diritti agli individui. A prescindere dalla loro forma lavorativa.

Noi più di tutti abbiamo un bisogno vitale di rappresentanza, ma il sindacato ha bisogno di imparare a rappresentarci. Non fosse altro che per superare una delle tante guerre fra poveri che noi, però, non vogliamo combattere.