referendum

Nuova stagione referendaria: beni comuni

segnalato da Barbara G.

www.referendumsociali.info/beni-comuni/

Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del 2011, il governo Renzi e la maggioranza rilanciano i processi di privatizzazione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali e cercano di cancellare definitivamente il contenuto politico-culturale di un pronunciamento democratico del popolo italiano, che ha affermato il principio che l’acqua è un bene comune.

Questo attacco prevede:

  • lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sulla gestione pubblica dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, con una serie di modifiche che eliminano ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa;
  • la pubblicazione del Testo Unico sui servizi pubblici locali (decreto attuativo della Legge Madia sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione – n. 124/2015), con l’obiettivo di: ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità e di vietarla per quelli a rete, come il servizio idrico; di rafforzare il ruolo dei soggetti privati; di promuovere la concorrenza; di reintrodurre il principio dell’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nel calcolo della tariffa, proprio la dicitura che il referendum aveva abrogato.

Contro questo progetto lanciamo una campagna contro le privatizzazioni e i monopoli privati, per una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, e raccogliamo le firme a sostegno di una petizione popolare in cui chiediamo:

  • il riconoscimento dell’esito referendario sull’acqua e sui servizi pubblici locali del giugno 2011;
  • il ritiro dei decreti attuativi della legge Madia sulle aziende partecipate e sui servizi pubblici locali;
  • l’approvazione della proposta di legge “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, nel testo originario;
  • l’avvio di una discussione parlamentare per l’inserimento del diritto all’acqua nella Costituzione.

Firma anche tu la petizione presso i banchetti dei Referendum Sociali, o verifica se è possibile firmare nel tuo comune

 petiz acqua ref soc

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Nonna Barbara vota per la prima volta

segnalato da Barbara G.

Il Referendum del 2 giugno 1946. Nonna Barbara vota per la prima volta

Il primo voto libero dopo la guerra. Era consapevole che votare, per una donna , era un fatto storico che non poteva dimenticare facilmente. Legge il racconto la nipote Giuliana Lena

di Gian Carlo Storti – welfarecremonanetwork.it, 01/06/2016

Il primo voto di Nonna Barbara. Nonna Barbara, nel ’46, aveva 51 anni essendo nata infatti nel 1897. In quel mezzo secolo aveva visto di tutto. Nascere il movimento socialista, di cui suo padre era attivista. Vide partire il suo ” bel promesso sposo” per la guerra del ’15 , fortuna volle che tornò nel ’18 ma era cambiato , molto cambiato. La felicità del matrimonio e della nascita delle tre figlie durò poco perché vide morire il suo vecchio padre a causa delle botte di quei violenti che si chiamavano fascisti. Suo marito Annibale partecipò poi alla fondazione del partito comunista d’Italia nel ’21 e con lui condivise tutto il periodo della dittatura vantandosi di non aver mai lavato e stirato una camicia nera. Raccolse viveri per i partigiani, li ospitò nella legnaia della cascina, vide partire gli ultimi tedeschi con il viso triste verso la Germania, salutò gli americani con una bandiera rossa e partecipò alle grandi manifestazioni del 25 aprile e del 1° maggio a Cremona ed il 2 giugno 1946 partecipò per la prima volta a libere elezioni. Per anni continuò a ripetere che quello fu il suo piu’ bel giorno di tutta la vita, ancor di piu’ del matrimonio. Era consapevole che votare, per una donna , era un fatto storico che non poteva dimenticare facilmente.

(continua…)

Nuova stagione referendaria: blocca gli inceneritori

di Barbara G.

Sta passando parecchio sotto silenzio, ma in questi giorni è in corso la mobilitazione per la raccolta firme per alcuni referendum e per alcune petizioni pubbliche/proposte di iniziativa popolare. I temi sono tanti, e il gran can can che si sta (giustamente) facendo per la riforma costituzionale e l’italicum sta nascondendo, almeno mediaticamente, la mobilitazione di tanti attivisti che si stanno dando da fare per raccogliere le firme su alcuni temi che ci riguardano più o meno da vicino.

Sotto la definizione di “referendum sociali” sono riassunti, in particolare, quattro quesiti riguardanti la scuola, uno sulle trivelle, uno sugli inceneritori e una petizione popolare sull’acqua bene comune.

Il tempo per firmare è poco (indicativamente fino al 20/06), perché i comitati devono poi recuperare i certificati elettorali e spedire tutto per la consegna, ma ci si sta provando.

Vorrei proporvi un po’ di materiale sui temi in questione. Poi…vedete voi se pensate possa valerne la pena. Per me un tentativo va fatto. Il siti di riferimento è www.referendumsociali.info.

Cominciamo con…gli inceneritori.

L’argomento

Sblocca-inceneritori – di Domenico Finiguerra – da “Rottama Italia”, Altreconomia edizioni

Ad un conduttore televisivo che le chiedeva di dire qualcosa di positivo sugli inceneritori, Patrizia Gentilini, nota oncologa dell’ISDE (Associazione medici per l’ambiente) rispondeva: “Mi procura troppi malati”.

Con un guizzo e magistrale padronanza del mezzo televisivo, Matteo Renzi, all’epoca presidente della Provincia di Firenze, investiva il medico con una raffica di tweet: “una signora che fa l’oncologa non può dire mi procura troppi #malati; lei non può dire il #termovalorizzatore fa venire il #tumore; lei sta facendo del #terrorismo; ci vedono le persone #malate che in questo momento hanno un tumore e che arrivano a #immaginare che sia per colpe di #scelte #infrastrutturali; questa è una gigantesca #baggianata.”

Lo scambio animato lo si trova in rete facilmente scrivendo “Renzi accusa Gentilini”.

Per commentare il capitolo dello Sblocca-Italia, questa premessa è indispensabile, perché in quello scambio verbale si ritrova tutta l’arroganza e la violenza verbale del potere (che talvolta diventa anche fisica, basta pensare alla repressione del movimento No Tav in Val di Susa) oggi incarnato dal governo Renzi. Arroganza che lo Sblocca-Italia traduce in un testo di legge.

Il nostro Paese è attraversato da molti luoghi comuni. Alcuni veri altri no. Siamo il Paese della pizza, mafia e mandolino. Siamo il Paese più bello del mondo. Siamo il Paese delle emergenze. Siamo il Paese delle deroghe e dei condoni. Siamo il Paese dove in alcune città la “monnezza” si accumula in strada. Ed è proprio attorno a quest’ultima circostanza (vera) che si è costruita e consolidata negli anni un’ideologia pro-termovalorizzatori. Un’ideologia che non racconta tutta la verità rispetto ai danni provocati alla salute e che non tiene conto delle leggi della natura.

La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato di Lavoiser: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Quindi se metti una tonnellata di rifiuti in un forno inceneritore, una quota (fino a un terzo) ti resta in ceneri da smaltire in discariche di servizio, una quota (per la pulizia degli impianti) va in liquidi e quindi nel ciclo idrico, una quota è trattenuta da filtri. Ed il resto? Non sparisce certo. Non si distrugge. Semplicemente vola via. Piccole (nano) particelle che prima o poi te le ritrovi nell’insalata o nel latte, anche materno. Nanopolveri di dimensioni infinitesimali e nocive che spesso sono composte da cromo, cadmio, nichel, arsenico, mercurio. Tant’è che ormai sono decine gli studi che indicano chiaramente l’incremento di tumori nei pressi degli inceneritori.

Ma gli inceneritori s’hanno da fare. Ci servono per metterci al passo. Al passo con chi? Con l’Europa? Ce lo chiede forse l’Europa di incenerire?

Il primo comma dell’articolo 35 dello Sblocca-Italia recita: “Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, individua, con proprio decreto, gli impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti atto a conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza e superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”. Ripetiamolo: “Superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”-

Il lettore, e immaginiamo anche gran parte dei deputati e senatori chiamati a convertire in legge il decreto, premendo il bottone dirà: Ah, ok, ce lo chiede l’Europa”. Ed invece non è vero! Perché non esiste alcuna direttiva europea che ci obblighi ad incenerire una quota dei nostri rifiuti.

Al di là della ricaduta sulla salute dei cittadini, gravissima e dimostrata, e che dovrebbe far scattare il principio di precauzione, lo Sblocca-Italia calpesta i diritti delle autonomie locali e le buone pratiche realizzate nei territori.

Innanzi tutto l’accelerata sugli inceneritori viene imposta senza alcun vincolo di bacino. Ovvero, se un inceneritore è sottoutilizzato perché l’ambito territoriale non conferisce più rifiuti a sufficienza (con conseguenze negative sui bilanci delle aziende che li gestiscono), grazie allo Sblocca-Italia si apre definitivamente all’arrivo di rifiuti da altri territori. E la lobby degli inceneritori ringrazia.

Non si discute certo il principio di solidarietà in base al quale sarebbe cosa buona e giusta aiutarsi l’un l’altro. Ma in questo caso si produce un effetto perverso e punitivo che vanifica tutte le politiche e le buone azioni di comuni e cittadini virtuosi. Facciamo un esempio.

Se una provincia ha lavorato bene riducendo la quantità di rifiuti prodotta, portando al massimo la raccolta differenziata, investendo in impianti e tecnologie che non inceneriscono ma valorizzano i rifiuti, rendendo di fatto obsoleto il modello che ruota attorno al camino di un inceneritore, con lo slocca-Italia viene di fatto azzerato tutto il suo lavoro, tutte le risorse e tutto l’impegno civico dei suoi cittadini per tutelare l’ambiente e la salute, dei propri bambini in primis, perché l’inceneritore continuerà comunque a bruciare la medesima quantità di rifiuti semplicemente importandoli da altri territori.

La formulazione del citato articolo 35 presenta contraddizioni al limite dello scherzo. Basta leggere il comma 1 per restare attoniti: “Tali impianti [inceneritori], […] concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio […]”. Tradotto: gli inceneritori servono a migliorare la raccolta differenziata. Un colpo ad effetto degno della miglior agenzia pubblicitaria che però squalifica di ogni base razionale e logica l’intero impianto dello stesso articolo 35. Ma di più. Mentre tutti i Paesi europei approntano politiche ambientali volte al superamento dello smaltimento dei rifiuti in forno imboccando la strada della circolarità, del riciclo, del riuso, del recupero nel rispetto dell’ambiente, della salute ed anche di riduzione dello spreco attesa la scarsità di risorse, il governo Renzi impone, in totale controtendenza, la realizzazione di nuovi impianti. Per mesi migliaia di cittadini, ambientalisti e comitati hanno lavorato in tutto il Paese per una legge di iniziativa popolare denominata “Rifiuti Zero”. La mobilitazione ha fatto crescere la consapevolezza di quanto sia importante cambiare rotta, dell’urgenza di passare da un sistema distruttivo di risorse e materiali ad uno fondato sul recupero, retto dal principio “chi inquina paga” con la previsione di una responsabilità civile e penale per il reato di danno ambientale. La proposta del comitato “Rifiuti Zero”, che persegue la riconversione ecologica in perfetta linea con i Paesi europei considerati più moderni rispetto al nostro, proprio sul “dossier rifiuti” (il ministro dell’Ambiente del governo francese Sègoléne Royal, pochi mesi fa ha testualmente dichiarato: “Les incinératuers sont une solution dépassée. Il faut arreter les incinérateurs”), viene completamente ignorata dal governo italiano con lo Sblocca-Italia arrivando addirittura a prevedere l’applicazione del potere sostitutivo nel caso in cui non venisse rispettato il dimezzamento dei tempi previsto per il rilascio delle Autorizzazioni integrate ambientali.

Gli interventi di interesse strategico saranno dichiarati di pubblica utilità, e quindi, urgenti e indifferibili. Si annunciano partenze a razzo via veloci con l’esproprio, rimozione di ogni opposizione, tacitazione di ogni contestazione, e interventi drastici sui gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste che osassero mettersi di traverso.

Lo sblocca-Italia avrà come unico effetto positivo quello di essere uno spartiacque. Sarà un vero e proprio banco di prova per chi si dichiara ambientalista, per chi “si misura” sulla tutela del territorio, del paesaggio, della bellezza, della salute. Da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito degli inceneritori, del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.

Dall’altra parte ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute, e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere.

Il referendum

Bloccare il piano per nuovi e vecchi inceneritori

La richiesta di abrogazione vuole cancellare la previsione dell’art. 35 della Legge 133/2014, conosciuta come “Sblocca Italia”, nelle parti che prevedono:

  1. la classificazione degli inceneritori di rifiuti quali “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”, e l’individuazione da parte del governo della localizzazione regionale e persino della capacità specifica di quindici nuovi impianti, da collocare nelle Regioni del centro – sud – isole, sottraendo questa decisione alla programmazione dei Piani Regionali di gestione rifiuti;
  2. l’’obbligatorietà del “potenziamento al massimo carico termico” di tutti gli impianti, senza tenere conto delle autorizzazioni di Valutazione di Impatto Ambientale già rilasciate;
  3. la loro “riclassificazione obbligatoria a recupero energetico”;
  4. la decadenza del limite regionale di conferimento di rifiuti, che potranno essere prodotti in una Regione ed inceneriti in altre;
  5. il “dimezzamento dei termini di espropriazione per pubblica utilità” e la riduzione dei tempi per la Valutazione di Impatto Ambientale;
  6. il “commissariamento delle Regioni in caso di mancata ottemperanza”, da parte del governo, che mette “sotto tutela” i poteri costituzionali delle Regioni previsti all’art. 117.

Votare SÌ al quesito significa perciò volere:

  • restituire alle Regioni il potere di programmazione e gestione in materia di rifiuti, nel rispetto dell’art. 117 della Costituzione, riconsegnando agli amministratori pubblici e ai cittadini il diritto di decidere sul futuro dei propri territori;
  • contrastare l’incenerimento dei rifiuti per tutelare la salute pubblica e l’ambiente dalla conseguente ed irreversibile contaminazione tossica di aria – suolo – falde idriche da polveri ultra-sottili, ceneri e scorie contenenti diossine, policlorobifenili e metalli pesanti, dispersi in atmosfera o accumulati in discariche, che entrano nella catena alimentare;
  • spostare risorse economiche pubbliche dall’incentivazione di inutile produzione di energia al potenziamento della raccolta differenziata domiciliare e del riciclaggio, incentivando la riprogettazione degli imballaggi ed il recupero di materia, per avviare un nuovo percorso sostenibile di “Economia Circolare”, l’unico in grado di produrre ampia occupazione locale stabile e professionale.

Il testo del quesito

testo refer triv

La stagione dei referendum sociali

segnalato da Barbara G.

L’autonomia dei movimenti, la consapevolezza dei propri limiti, la voglia di connettere temi (la scuola, le trivellazioni, il ricatto del lavoro, gli inceneritori e l’acqua) e pezzi di società, ma soprattutto il rifiuto del dominio dall’alto. Il puzzle dei referendum sociali mostra, prima di tutto, mondi che vogliono una società diversa, qui e adesso. Ecco perché è un percorso tutto da accompagnare nei territori, a cominciare dal Firma day (14 e 15 maggio), con mille banchetti nelle piazze di tutta Italia

di Paolo Carsetti (*) – comune-info.net, 13/05/2016

In due anni di governo Renzi, abbiamo visto applicare nei fatti la nota lettera del luglio 2011 alla BCE, ispirata da una ferrea logica neoliberista. Su questa base, si è attaccato il ruolo della scuola pubblica, privatizzati i beni comuni e i servizi pubblici, aggredito l’ambiente, a partire dalle trivellazioni e dal moltiplicarsi degli inceneritori, abbattuti i diritti del lavoro. Con la controriforma costituzionale, poi, si progetta di rendere permanente quest’impostazione, passando attraverso la riduzione degli spazi di democrazia e il primato del potere esecutivo e dell’”uomo solo al comando”.

Queste scelte sono passate anche perché si è fatto pesare il ricatto della crisi; e tutto ciò in un quadro di debolezza della politica e di frammentazione, anche volutamente costruita, delle mobilitazione e dei soggetti che hanno provato a contrastarle.

Attraverso la campagna sui referendum sociali vogliamo provare ad invertire questa tendenza, in primo luogo rilanciando il conflitto e la mobilitazione diffusa contro quelle scelte. Soprattutto iniziando a dare gambe ad un processo di connessione e costruzione di legami tra i soggetti che hanno animato l’opposizione a quelle politiche. Da qui, pur con la consapevolezza della nostra parzialità, nasce la nostra idea di fondo di lanciare un’alleanza sociale dei movimenti per la scuola pubblica, di quello per l’acqua, della campagna contro la devastazione ambientale che si oppone alle trivellazioni e dal movimento che si batte contro il piano nazionale inceneritori.

In questo quadro, collochiamo anche l’opzione di ricorrere allo strumento referendario per abrogare e contrastare la legge 107 sulla scuola, la legislazione che consente le trivellazioni in mare e in terraferma, quanto prevede lo Sblocca Italia rispetto a un piano strategico per nuovi inceneritori e una grande raccolta di firme per una petizione popolare che vuole contrastare la ripresa dei processi di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni promossa attraverso il decreto sui servizi pubblici locali attuativo della legge Madia e lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua compiuta alla Camera il 20 aprile scorso con l’approvazione di un testo completamente diverso dall’originale (leggi Le mani sull’acqua di Marco Bersani).

È questa un’iniziativa e un percorso che muove dall’autonomia dei movimenti e dei soggetti sociali e, dunque, prevede che si costituiscano comitati promotori referendari composti da movimenti e soggetti sociali e comitati di sostegno in cui trovano posto anche i soggetti politici che concordano con tale iniziativa.

Con la nostra iniziativa, incrociamo anche il tema della democrazia e della sua espansione, che altro non è se non il rovescio della medaglia dell’affermazione dei diritti fondamentali. La nostra stagione dei referendum (e della raccolta firme) sociali, pur nella sua dimensione autonoma, vuole contribuire anche alla campagna per il NO alla controriforma istituzionale nel referendum confermativo che si dovrebbe tenere in autunno, con la convinzione che parlare di democrazia non significa ragionare puramente di architettura istituzionale ma del potere che hanno le persone di decidere sulle scelte di fondo che riguardano gli assetti della società.

Si apre una stagione di grande impegno, che necessita della mobilitazione e dell’intelligenza diffusa di tante persone nei territori volta a riprendere un rapporto largo con tante persone e soggetti interessati ad uscire dalla crisi affermando un’altra idea di modello sociale e di democrazia.

Per informazioni referendumsociali.info.

(*) Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Crisi d’identità

segnalato da Barbara G.

Il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta

di Enrico Rossi – huffingtonpost.it, 19/04/2016

Il voto del 17 aprile non è stato né una dimostrazione di consenso nei confronti del governo né una prova generale dell’opposizione in vista del referendum costituzionale. I 16 milioni di persone che si sono recati alle urne – un elettore su tre – non sono facilmente catalogabili. Basta vedere come si è comportato l’elettorato del nostro partito. C’è chi si è astenuto, chi ha votato sì, chi ha votato no. Dalle prime analisi emerge che ad andare a votare tra i nostri elettori è stato circa il 25%.

Questo quadro suggerisce di evitare di ridurre tutto in termini di renzismo e anti-renzismo. Uno scontro simile alimenta solo una conflittualità costante, inutile al Paese. È sbagliato accusare questo governo di subalternità alle multinazionali del petrolio. Allo stesso stesso tempo penso che si commetta un errore ad attaccare le Regioni. Non si governa il Paese solo da Palazzo Chigi. E non si governa senza la collaborazione dei corpi intermedi.

Inoltre, faremmo bene a non dimenticare che quando l’astensione è alta, la democrazia non gioisce. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la distanza tra cittadini, politica, istituzioni resta alta.
Ora il Partito Democratico ha di fronte due sfide importanti: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Il PD deve farsi carico di quegli elettori che domenica sono andati a votare. Sono persone che chiedono al governo controlli e sicurezza sulle piattaforme, piani e misure per le energie alternative.

Elettori di centro-sinistra che saranno necessari per battere le destre e i populisti ai ballottaggi in città chiave come Milano, Torino, Bologna e Roma (dove tra l’altro l’affluenza è stata superiore). Lo hanno capito molti dei nostri candidati sindaco che sono andati a votare. Anche loro sono catalogabili come anti-renziani? Non credo proprio.

A ottobre ci sarà il referendum costituzionale: io voterò sì e farò campagna perché gli italiani approvino la riforma. Ma ritengo sbagliato diluire il Partito Democratico in un ‘comitato’ referendario indistinto. Il Partito va pensato, costruito e mantenuto in vita prima e oltre la leadership contingente.

Passata la stagione delle riforme istituzionali e delle larghe intese, il Pd dovrà caratterizzarsi con una chiara connotazione progressista e democratica. Per questo già da oggi abbiamo bisogno di costruire un partito più dialogante e più permeabile alla società e ai corpi intermedi. Questo non significa dare sempre ragione a tutti o perdere tempo. Ma che il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta, che forma di radicamento insegue e quali valori vuole diffondere nella società italiana.

Referendum, da dove ripartire

Il 17 aprile hanno votato 15.533.567 aventi diritto al voto, il 31,18%

“La coscienza ambientale è ancora debole, stregata da una cultura sempre più impoverita che ancora vede le sue ragioni come antitetiche a qualsiasi ipotesi di benessere sociale ed economico. Sappiamo che non è così ma dobbiamo lavorare per rigenerarla”. Il commento di Paolo Pileri, professore associato di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano

di Paolo Pileri – altreconomia.it, 18/04/2016

Domenica non abbiamo scritto la data di inizio della nostra transizione ecologica “no oil”. Tante sono le lezioni che dobbiamo imparare da questo fallimento referendario. Ne dirò due.

La prima è innanzitutto non dimenticare. Se fra una settimana avremo dimenticato, la sconfitta referendaria avrà vinto due volte. Sta a noi convertire la batosta in nuova energia (rinnovabile) da usare per scovare tutte le ragioni del fallimento e sconfiggerle. Non basta solo rialzarsi dopo la caduta, ma occorre capire gli errori, buttarli via e innovare l’azione. La seconda cosa. Qualcuno dirà che l’esito referendario è il risultato del boicottaggio propagandato da parte di buona parte del governo, della cattiva informazione e del fatto che la macchina della comunicazione e della mobilitazione si è mossa tardi, troppo tardi. Tutto vero. E molto di tutto ciò ha distratto dall’obiettivo. Ma non è tutto qui. Quel che è accaduto ha trovato facile sponda, nelle settimane prima del referendum. Quel che è accaduto è figlio anche di una combinazione maligna dovuta al fatto che le ragioni del non si sono coagulate in un messaggio convincente e di interesse per non ‘ambientalisti’ (primo fatto) e al fatto che anche se ciò fosse accaduto, il destinatario (noi) non sarebbe stato il terreno fertile necessario al radicamento del messaggio (secondo fatto).

L’astensione non è solo il frutto di un’obbedienza al potere dei forti, ma ha probabilmente seguito il ventre molle di una ancora troppo debole coscienza ambientale, stregata da una cultura sempre più impoverita che ancora vede le ragioni legate alla tutela del Pianeta banalmente e pregiudizialmente come antitetiche a qualsiasi ipotesi di benessere sociale ed economico. Sappiamo che non è così, ma la questione è che tutti (o almeno il 50% + 1) devono saperlo e capirlo. Ed è su questo crinale che prende forma la lezione più importante e complessa di questa vicenda: se la cultura ambientale è (di nuovo) alla frutta, dobbiamo lavorare molto, ma molto di più, per rigenerarla sapendo bene che la costruzione passa dalla demolizione di molti preconcetti e luoghi comuni errati che in questi venti e più anni si sono “cementati” nelle nostre teste e che sopravvivono e vincono facendo rifornimento nell’ignoranza, nel populismo e nei luoghi comuni che ci rendono più plasmabili e convincibili. Davanti al bivio ambiente versus occupazione, un nodo cruciale, il pensiero ambientale non riesce ancora a proporre alternative possibili e credibili ai più, fatica a convincere e, spesso, non anticipa, ma rincorre l’avversario. Ma occasioni come questa sono sempre un punto di condensazione da non perdere.

15 milioni di cittadini sono tanti e sono il nocciolo consapevole da cui occorre ripartire. Le forze intellettuali e sociali che proprio in questo referendum si sono esposte e hanno dato prova di esserci e di saperla lunga non devono disperdersi. Più che aprire un tavolo, un forum, un’assemblea con cui capire come stare assieme occorre al più presto immaginare come impostare una nuova narrazione ambientale decisamente diversa da ieri, perché quella non ha funzionato. Occorre trovare modo di spiegare che con ambiente e sostenibilità si lavora, si fa società, si cresce, si mitigano le disuguaglianze e si migliora. Ovviamente occorre investire molto molto di più in cultura ambientale.

Siamo indietro e dobbiamo recuperare, non mollare. È chiaro che gli interessi finanziari ed economici hanno più mezzi per far sentire la loro voce di sirene, e la politica spesso ci va dietro, ma questo non è un buon motivo per rinunciare. Se questo è il risultato, vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa o che siamo timidi o diamo un’immagine pessimista e lamentosa o non riusciamo a comunicare le ragioni (belle) per cui la prossima società non può che essere votata alla sostenibilità. Ma questo -che è chiaro a molti- è ancora una novità per i più e allora occorre investire per formare un humus culturale indelebile, un basso continuo inestirpabile, altrimenti il terreno su cui si depositano le idee, si secca al punto che la prima brezza se lo porta via e le prossime idee avranno ancor meno possibilità di radicarsi, trovando ancor meno humus. Impariamo a far migliore uso dell’istituto della cooperazione delle idee, sosteniamoci e dedichiamoci a trovare una narrazione non solo alternativa, ma chiara, convincente e possibile. Chiediamo spazio sui giornali, nei dibattiti, in TV e impegniamoci ancor di più a svelare qual è la realtà. Non dimentichiamoci che le questioni ambientali hanno anche la grande forza di poter poggiare sulle spalle di un grande gigante: il fatto scientifico.Pensate ai cambiamenti climatici.
La “battaglia di Parigi”, quella della Conferenza ONU sul clima che si è tenuta alla fine del 2015, è stata vinta a colpi di dati scientifici che hanno messo spalle al muro anche i più riottosi. Dobbiamo uscire dall’ambiguità delle opinioni e sfoderare la forza del pragmatismo basato su cifre, prove, casi, esempi. Usiamolo e, mi rivolgo agli studiosi, impariamo a divulgare di più l’approccio e le informazioni scientifiche perché anche questo aiuta la formazione di una consapevolezza duratura che oggi nei cittadini è ancora troppo debole e liquida, nonostante siano già 15 milioni.

Nell’interesse dei lavoratori

segnalato da Barbara G.

Perché votare sì al referendum interessa anche i lavoratori del comparto degli idrocarburi

di Enzo di Salvtore – primalepersone.eu, 14/03/2016

I sostenitori del “no” al referendum abrogativo sulle estrazioni di idrocarburi in mare utilizzano due argomenti principali: il fabbisogno energetico nazionale e i posti di lavoro. Entrambi gli argomenti, però, costituiscono un falso problema. Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino. Non c’è nessun collegamento diretto tra le attività estrattive e il fabbisogno energetico nazionale. Dopo la scoperta del giacimento, le risorse presenti nel sottosuolo appartengono allo Stato, e cioè a tutti noi. A seguito del rilascio della concessione, però, quello che viene estratto diviene di “proprietà” di chi lo estrae. La società petrolifera, in questo caso, è tenuta a versare alle casse dello Stato solo il 10% del valore degli idrocarburi estratti se l’attività riguarda la terraferma e solo il 7% del petrolio e il 10% del gas estratti se l’attività riguarda il mare. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere dalla società petrolifera portato via e venduto altrove oppure può essere rivenduto direttamente allo Stato italiano.

Veniamo alla questione “occupazione”. Oggi, la realizzazione di progetti petroliferi non crea di per sé posti di lavoro significativi. Basti pensare al progetto “Ombrina mare”, il cui procedimento per il rilascio della concessione è stato chiuso solo di recente (ma la norma sulle «durata di vita utile del giacimento», sottoposta ora a referendum, “congela” di fatto il relativo permesso di ricerca). Qualora fosse stato realizzato, il progetto avrebbe dato lavoro solo a ventiquattro persone. Certo, ci sarebbe stato comunque l’indotto da considerare. Ma quel progetto – per le sue caratteristiche proprie (una “grande opera” collocata a soli 6 km dalla costa) – avrebbe potuto compromettere ben altre attività economiche: per esempio il turismo della costa teatina, il quale – diversamente da quello romagnolo (romagnolo, non ravennate, si badi) – non è un turismo di massa e risulta attrattivo per ragioni che non possono prescindere dalle tipicità del territorio: i trabocchi in mare, l’agriturismo, i borghi storici, ecc. Ora, quello che si sta sostenendo – anche da parte del Presidente del Consiglio Renzi – è che se il referendum del 17 aprile dovesse andare a buon fine si metterebbe in ginocchio l’occupazione dell’intero comparto degli idrocarburi. L’affermazione non è corretta. Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni. Se ci si attiene ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, in mare sarebbero presenti ben 135 piattaforme (tra produttive e non produttive), corrispondenti a venticinque concessioni ricadenti entro le dodici miglia marine (si tratta, in verità, di dati incompleti, in quanto, solo per fare un esempio, nel Canale di Sicilia non risulta attiva – come vorrebbe, invece, il Ministero – solo la concessione Vega A; in ogni caso, i dati diffusi non tengono conto che la norma sulla durata a tempo indeterminato dei titoli minerari incide anche sui permessi di ricerca e non solo sulle concessioni). Ebbene, soltanto cinque concessioni scadranno tra 5 anni. Tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. E questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro: almeno non per effetto del referendum. Anzi, è semmai vero il contrario: se non si vincerà questo referendum, c’è il rischio che in prospettiva si perdano posti di lavoro senza che si riesca a far fronte tempestivamente al problema. Mi spiego.

Il comparto degli idrocarburi è già in crisi. Proprio qualche giorno fa «Il Sole 24 Ore» pubblicava un articolo dedicato alle attività di estrazione del gas nel ravennate. Il titolo del pezzo era il seguente: “A rischio il futuro dell’oil&gas. In sei mesi persi 900 posti di lavoro”. Come si vede, la perdita dei posti di lavoro non può essere attribuita al referendum, non essendosi questo ancora tenuto. Il punto, allora, è il seguente: come ha pensato di porre rimedio il Governo alla crisi occupazionale che investe il settore? In nessun modo. La norma sulla durata a tempo indeterminato delle attività di estrazione degli idrocarburi non è stata varata per far fronte al problema occupazionale, ma solo per fare un favore alle multinazionali del petrolio. Mi pare evidente. Se il Governo avesse avuto a cuore i 900 lavoratori del ravennate, sarebbe intervenuto direttamente sulla questione con misure di altra natura e non già con una norma che, di per sé, non aggiunge e non toglie niente al problema. Quella norma, se non sarà abrogata rapidamente, e se non si indurrà il Governo a riflettere sin da ora intorno al reimpiego futuro dei lavoratori del comparto, finirà per scontentare tutti per il seguente motivo: essa è palesemente illegittima, in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. La norma, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che, al fine di realizzare taluni obiettivi, tra i quali il rafforzamento della competitività economica e la garanzia dell’accesso non discriminatorio alle attività di prospezione, di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi e al loro esercizio, secondo modalità che favoriscono una maggiore concorrenza nel settore, prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato!) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”. D’altra parte, il caso della direttiva Bolkestein, e cioè della legittimità delle proroghe delle concessioni balneari (sulla quale la Corte di giustizia si pronuncerà a breve), dovrebbe insegnare qualcosa.

Questo vuol dire che, al netto di una procedura di infrazione che l’Unione europea potrebbe aprire nei confronti dell’Italia, qualora la norma sulla durata delle concessioni arrivasse sul tavolo della Corte costituzionale, questa ne dichiarerebbe quasi certamente l’illegittimità per violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione. Se ciò accadesse, le concessioni tornerebbero di nuovo a scadere secondo la data originariamente prevista. Proprio come si propone ora con il referendum abrogativo. Ma con una differenza di non poco conto: che in questa evenienza, non conoscendosi ancora né l’ora né il giorno, sarebbe troppo tardi per intervenire e salvare quei lavoratori.

Stop Madia!!!

segnalato da Barbara G.

STOP MADIA! Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista

FERMARE LE PRIVATIZZAZIONI, DIFENDERE IL REFERENDUM SULL’ACQUA

FUORI I BENI COMUNI DAL MERCATO

di Marco Bersani, 23/03/2016

Contesto

Nel giugno 2011, oltre 26 milioni di cittadini hanno votato “SI” a due referendum sull’acqua, determinando, con la vittoria del primo quesito, l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e, con la vittoria del secondo quesito, l’abrogazione dei profitti dalla tariffa del servizio idrico integrato.

Si è trattato, in maniera evidente, di un pronunciamento di massa contro le privatizzazioni e per la gestione pubblica di tutti i servizi pubblici locali.

E, nel caso dell’acqua, come ha ben specificato la Corte Costituzionale, con sentenza n. 26 del 2011, si è perseguita chiaramente:“(..) la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”.

Si inserisce dentro questo contesto il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della Legge Delega n. 124/2015, che definisce invece con le seguenti parole l’attuale quadro normativo: “(..) risultato di una serie di interventi disorganici che hanno oscillato tra la promozione delle forme pubbliche di gestione e gli incentivi più o meno marcati all’affidamento a terzi mediante gara” (relazione illustrativa, pag.1), includendo nella generazione di confusione normativa i referendum abrogativi e la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 (che difendeva l’esito referendario).

Un testo per mettere ordine, parrebbe.

Ma in quale direzione, lo esplicita subito (sez. 1, paragrafo B) l’Analisi di Impatto della Regolamentazione, allegata al testo di legge.

Fra gli obiettivi a breve termine, viene indicata “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità”, mentre sono obiettivi di lungo periodo: “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati e “attuare i principi di economicità ed efficienza nella gestione dei servizi pubblici locali, anche al fine di valorizzare il principio della concorrenza.

Si tratta, in tutta evidenza, di un decreto che si prefigge, cinque anni dopo la vittoria referendaria sull’acqua, la chiusura di quell’anomalia e la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Finalità

Altrettanto illuminanti sono le finalità della legge, così come descritte all’art.4.

Mentre il comma 1 recita incredibilmente la volontà di “affermare la centralità del cittadino nell’organizzazione e produzione dei servizi  pubblici locali di interesse economico generale, anche favorendo forme di partecipazione attiva”, il comma 2, aprendosi con le parole “In particolare” (quindi volendo rendere concreto quanto asserito nel comma 1) dice testualmente: “(..) le disposizioni del presente decreto promuovono la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”

Una definizione che ricalca pedissequamente quella utilizzata in tutti i trattati di libero scambio, dall’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi del WTO al più recente TTIP.

Funzione dei Comuni

L’art. 5 del testo sottolinea il ruolo dei comuni e delle città metropolitane, dichiarando, al comma 1 “funzione fondamentale”degli stessi “l’individuazione delle attività di produzione di beni e servizi di interesse economico generale”.

Peccato che, immediatamente dopo, e per tutto il testo della legge, questa funzione sia immediatamente misconosciuta: comuni e città metropolitane, infatti, per individuare i servizi pubblici, devono effettuare preventivamente una verifica, anche con forme di consultazione di mercato, sul fatto che tali attività non siano già fornite o fornibili da imprese operanti con regole di mercato (comma 2 e 3); verifica da inoltrare all’Osservatorio del Ministero dell’Economia sui servizi pubblici locali (comma 5).

Chi gestirà i servizi?

Le modalità di gestione sono la polpa del provvedimento normativo, e infatti, per quanto riguarda acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale, prevalgono su qualsivoglia normativa di settore (art. 3).

Qui il decreto (art. 2) opera una distinzione fra “servizi pubblici locali di interesse economico generale” e “servizi pubblici locali di interesse economico generale a rete”.

Entrambi sono servizi “erogati dietro corrispettivo economico su un mercato, che non sarebbero svolti senza un intervento pubblico”, i secondi sono “organizzati tramite reti strutturali”.

Il primo principio posto chiaramente sulle modalità di affidamento è che la gestione in economia o mediante azienda speciale è possibile solo per i servizi non a rete (comma 1, lettera d) art.7).

Si tratta di un preciso attacco alle proposte di ripubblicizzazione da parte del movimento per l’acqua, che da sempre propugna la gestione attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali, e di un attacco concreto alla realtà di ABC Napoli, azienda speciale che gestisce il servizio idrico della città partenopea.

Tutti i servizi pubblici locali a rete devono di conseguenza essere gestiti attraverso società per azioni.

Ma, perché sia chiaro quali siano le opzioni privilegiate dal decreto, ecco quali ulteriori vincoli vengono posti, laddove gli enti locali scelgano una società per azioni a totale capitale pubblico.

In questo caso, gli enti locali devono deliberare con provvedimento motivato, dando conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, nonché dell’impossibilità di procedere mediante suddivisione in lotti del servizio per favorire la concorrenza (comma 3, art.7).

Inoltre, il provvedimento deve contenere un piano economico-finanziario con la proiezione, per l’intero periodo della durata dell’affidamento, dei costi e dei ricavi, degli investimenti e dei relativi finanziamenti; tale piano deve specificare inoltre l’assetto economico-patrimoniale della società, il capitale proprio investito e l’ammontare dell’indebitamento, da aggiornare ogni triennio.

Dulcis in fundo, il piano deve essere “asseverato da un istituto di credito” (comma 4, art.7).

Adempiute tutte queste incombenze, l’ente locale dovrà inviare lo schema di atto deliberativo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per un parere che verrà espresso entro trenta giorni (comma 6, art.7).

Nulla di tutto questo è richiesto per le gestioni attraverso società per azioni a capitale privato o a capitale misto pubblico-privato.

Chi gestirà le reti e gli impianti?

Poiché nulla dev’essere tendenzialmente sottratto al mercato, ecco la possibilità, sempre “per favorire la tutela della concorrenza” di affidare la gestione delle reti, degli impianti e della altre dotazioni patrimoniali separatamente dalla gestione del servizi, nel qual caso l’affidamento dovrà essere fatto ad una società per azioni a totale capitale pubblico, a società a capitale misto pubblico-privato o a società a capitale privato (coma 4, art.9)

Anche in questo caso, la preferenza per le società miste o private si esprime con la possibilità per le stesse di realizzare direttamente e senza gara d’appalto tutti i lavori connessi alla gestione della rete e degli impianti (comma 2, art. 10)

A chi andranno i finanziamenti pubblici?

Domanda retorica: gli eventuali  finanziamenti statali saranno “prioritariamente assegnati ai gestori selezionati tramite procedura di gara ad evidenza pubblica (..) ovvero che abbiano deliberato operazioni di aggregazione societaria” (comma 2, art.33)

Le tariffe remunerano i profitti

Lo schiaffo al referendum non poteva essere reso più evidente: dopo anni con cui i profitti erano stati mascherati nella tariffa sotto la definizione di “oneri finanziari”, viene reintrodotta nella determinazione delle tariffe dei servizi pubblici locali, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” (comma 1, lett. d) art. 25), nell’esatta dizione abrogata dal secondo quesito referendario del giungo 2011.

L’Authority e il consumatore

L’ideologia liberista del decreto, trasparente in ogni paragrafo del testo, risulta oltremodo evidente laddove si affrontano le “garanzie” su erogazione e qualità del servizio. Qui scompaiono sia le comunità locali in quanto tali, sia il cittadino-utente: entrambi cedono il passo all’individuo consumatore da una parte -a cui va garantita (art. 24) la carta dei servizi- e l’Authority dall’altra, che, per l’occasione viene ridenominata (art.16): “Autorità per energia, reti e ambiente (ARERA)”.

Diritti garantiti dal mercato

Vale la pena riportare un ulteriore passaggio tratto dall’Analisi di Impatto della Regolamentazione allegata al testo di legge.

Ecco cosa si dice alla sezione 4: “(..) Il decreto attua la delega contenuta nell’articolo 19 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e la previsione di limiti e condizioni per l’assunzione del servizio pubblico locale permette di valorizzare il ruolo dei privati, secondo la regola generale che alle esigenze dell’utenza risponde il mercato in libera concorrenza, fatta salva la necessità di garantire a tutti un servizio che non sarebbe svolto senza un intervento pubblico”.

Peccato che il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recitasse:individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011

Si tratta quindi di un’ulteriore violazione: il decreto attuativo di una legge delega deve infatti attuare, e non stravolgere, quanto previsto dalla legge delega.

Riflessioni politiche finali

Il decreto Madia prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Questa volta l’attacco è esplicito: forte di quanto ottenuto con gli attacchi ai diritti del lavoro (Job Acts), alla scuola pubblica (“Buona Scuola”), alla difesa dell’ambiente e dei territori (“Sblocca Italia”), il governo Renzi si sente sufficientemente forte da tentare l’assalto finale, buttando a mare il referendum del 2011 e privatizzando tutti i servizi pubblici locali.

Il rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Renzi e Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni e privatizzando i servizi pubblici. Per poter attuare tutto questo, è essenziale sottrarre democrazia. Per questo, lo schiaffo al referendum non è un semplice effetto collaterale del decreto Madia, me ne costituisce il cuore e l’anima.

L’ennesima drammatica partita è appena cominciata. A tutte le donne e gli uomini che da anni si battono per l’acqua, per i beni comuni e per un altro modello sociale il compito di giocarla fino in fondo.

Non dobbiamo permettere a Madia/Renzi ciò che abbiamo impedito a Ronchi/Berlusconi.

L’affare in fondo al pozzo

segnalato da Barbara G.

Trivellazioni, cosa c’è dietro quelle condizioni fiscali “troppo favorevoli” concesse ai petrolieri dallo Stato italiano

In Italia le società petrolifere pagano solo il 10% di royalties, contro l’80% chiesto da Norvegia e Russia, e hanno diritto a franchigie: non versano nulla se estraggono meno di 20mila tonnellate su terra e meno di 50mila in mare. Se superano le soglie, scatta una detrazione. E il Paese non ci guadagna: i posti di lavoro creati sono pochi e i conti delle regioni hanno scarsi benefici.

di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it 16/01/2016

Petrolio, risorsa e maledizione. In Italia le risorse sono scarse e difficili da estrarre, l’autonomia una chimera e il prezzo è sceso a meno di 30 dollari al barile. A chi conviene, allora, continuare a estrarre? Nonostante il mercato fluttuante e l’incertezza di poter recuperare l’investimento continuano a fioccare istanze di ricerca da parte delle società. Per una questione strategica, “ma soprattutto – dicono gli ambientalisti – per le condizioni fiscali troppo favorevoli ai petrolieri”. A cui si aggiungono procedure semplificate, leggi titolo unico concessorio. È vero che Stato e Regioni incassano le royalties, ma sono tra le più basse al mondo. Pochi gli enti che ci guadagnano e, spesso, non sono in grado di investire sul futuro. Come è accaduto in Basilicata, il Texas dell’Italia. E culla del referendum anti-trivelle a cui la Corte costituzionale ha appena dato il via libera. Oggi la produzione nazionale di petrolio arriva al 9,9 per cento del consumo annuale e si è passati dagli 80 pozzi del 1991 ai 18 del 2014. Eppure i giacimenti possono rimanere in piedi per anni e le tecniche di ricerca sono tutt’altro che innocue, almeno a sentire gli ambientalisti. Che si chiedono non solo chi ci guadagna, ma anche chi ci perde.

ROYALTIES FERME AL 10% – Per poter estrarre idrocarburi le società petrolifere devono pagare somme di denaro sotto forma di royalties, che sono legate all’andamento di mercato: se il prezzo del petrolio si abbassa, cala anche il loro gettito. Nel dossier ‘Figli di un dio minore’, il Wwf ha confrontato le royalties italiane con quelle previste in Croazia, dove i petrolieri pagano quasi cinque volte di più. In Italia dal 2010 per le estrazioni in terraferma la royalty è del10% su petrolio e gas, mentre in mare dal 2012 ci sono due diverse aliquote: 10% per il gas e 7% sul petrolio (in Croazia è del 10). Negli altri Paesi? Per l’oro nero si va dal 25% della Guinea all’80% di Norvegia e Russia.

LA CONVENIENZA DELLE FRANCHIGIE – Altra agevolazione sono le franchigie. Le società non pagano nulla se producono meno di 20mila tonnellate di petrolio su terra e meno di 50mila in mare. Ma rivendono tutto a prezzo pieno. E se si superano le soglie, ecco che scatta un’ulteriore detrazione di circa 40 euro a tonnellata. Morale: il 7% delle royalties viene pagato solo dopo le prime 50mila tonnellate di greggio estratto e neppure per intero. “Sistema comodo per le società, che possono mantenere in vita impianti da cui producono quantità modeste di petrolio”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Smantellare costa di più – aggiunge – meglio continuare a produrre anche poco, sotto la soglia della franchigia, senza pagare le royalties”. In Italia, inoltre, sono esentate dal pagamento le produzioni in regime di permesso di ricerca. “Se avessimo portato le royalties al 50%, nel 2014 avremmo avuto un gettito di 1,9 miliardi, invece dei 401,9 milioni”, ha spiegato Edoardo Zanchini,vicepresidente di Legambiente, commentando un recente studio sugli aiuti ai combustibili fossili.

CHI GUADAGNA CON I SOLDI DEI PETROLIERI – Secondo i dati del Mise, nel 2015 (per la produzione del biennio 2013-2014)otto società hanno versato 340 milioni di euro: 218 l’Eni, circa 94 la Shell. Ma chi ne beneficia? Alle Regioni sono andati 159 milioni, il resto al Fondo di sviluppo economico e social card (76 milioni), allo Stato (50), all’Aliquota Ambiente e Sicurezza (27) e, infine, ai Comuni (26). Tra le otto Regioni destinatarie al primo posto c’è la Basilicata, nelle cui casse sono entrati 142 milioni. A seguire Emilia Romagna (circa 7 milioni) e Calabria (6 milioni). Le Marche hanno ricevuto appena 64.763 euro, nonostante 8 permessi di ricerca e 19 concessioni di coltivazioni solo su terra. Altre regioni non guadagnano nulla. In Lombardia, ad esempio, con 17 concessioni di coltivazione di metano e 15 permessi di ricerca, nel 2014 non è stato incassato neppure un euro. Come mai, allora, la Regione che ha ricevuto più soldi è capofila nel referendum anti-trivelle? In Basilicata c’è il giacimento di petrolio più grande d’Europa: negli ultimi 15 anni alla Regione sono stati erogati quasi 1,3 miliardi di euro, di cui 225 milioni ai sei comuni della Val d’Agri. È Viggiano (Potenza) quello che ha ricevuto di più: 16 milioni.

BASILICATA: MILIONI ALL’UNIVERSITÀ MA I GIOVANI VANNO VIA – A Viggiano si trova il Centro Oli Eni coinvolto in uno dei filoni della maxi-inchiesta della Dda di Potenza: i reati contestati sono traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Nel registro degli indagati 37 persone, tra cui dipendenti Eni, imprenditori, funzionari di Regione e Provincia. L’altro filone riguarda le commesse collegate al programma di estrazioni nella Valle del Sauro. Sul territorio si discute da anni degli effetti dello sfruttamento. A fine 2015 la Regione ha approvato un regolamento per varare un reddito minimo garantito per disoccupati e famiglie in difficoltà. Il tutto con i soldi delle royalties. Dal 2010, attraverso una convenzione con la Regione, l’università riceve 10 milioni l’anno. Eppure qui, nonostante i soldi incassati, i giovani sono costretti a emigrare per trovare lavoro. Netta la bocciatura della Corte dei Conti: dal 2001 al 2013, del miliardo e 158 milioni andati a Regione e Comuni l’85% è stato utilizzato per la spesa corrente, solo il 7% per ricerca e innovazione. In Basilicata 47 milioni e mezzo sono stati utilizzati in progetti classificati sotto la voce ‘inclusione sociale’ e 39 milioni sono serviti per ildisavanzo nella Sanità. A Viggiano? Sono stati spesi 122 milioni in arredo urbano, fognature e segnaletica stradale. Altri 25mila euro sono stati ‘investiti’ in un viaggio in Australia tra gli emigranti lucani. I soldi sono spariti, mentre i segni di ciò che è accaduto restano. E, questa volta, lo dice la Procura di Potenza.

PER ASSOMINERARIA IN BALLO 25MILA POSTI DI LAVORO. L’ESPERTO SMENTISCE – SecondoAssomineraria “se si raddoppiassero le estrazioni si creerebbero 25mila posti di lavoro”. Gli ambientalisti controbattono: “Solo il settore della pesca oggi occupa 25mila addetti”. Su questo aspetto è intervenuto sul Sole 24 Ore Leonardo Maugeri, ex manager Eni e professore ad Harvard: “L’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro”. ha scritto, ricordando il caso della Saudi Aramco, che controlla le intere riserve di petrolio e gas dell’Arabia Saudita e impiega circa 50mila persone “per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre 7 volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale”. Anche Maugeri esclude, quindi, che si possa arrivare a 25mila posti di lavoro. “Forse si tratterebbe di poche migliaia”. sostiene il professore. Che non boccia in assoluto le trivelle, ma crede che sia necessario operare se ne vale la pena in termini di quantità e affidando le attività solo a grandi società capaci di garantire sicurezza e rispondere di eventuali danni.

POZZI DIMEZZATI: TROPPI RISCHI PER CHI INVESTE – Sempre in caso di raddoppio della produzione, ci sono diversi studi sui possibili incassi per Stato e Regioni. “Le stime andrebbero rielaborate alla luce dell’attuale andamento del mercato”, spiega a ilfattoquotidiano.it il costituzionalista Enzo Di Salvatore, coordinatore No Triv. Che aggiunge: “Discutiamo di estrazioni reali, non di potenziale estrattivo, perché già delle riserve certe si può estrarre il 90%. Mettere in piedi un giacimento non significa riuscire a sfruttarlo”. In Italia il petrolio non è di alta qualità ed è difficile da raggiungere perché i nostri giacimenti sono molto profondi. Allora non conviene? “Ecco perché il governo continua a proporre agevolazioni, altrimenti con il prezzo che crolla alle multinazionali non converrebbe”, aggiunge Boraschi di Greenpeace. Nel Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse del Mise si legge: “L’attività è ormai quasi esclusivamente orientata alla ottimizzazione e allo sviluppo dei giacimenti noti piuttosto che alla ricerca di nuove risorse”. Tra il 2008 e il 2014 sono stati aperti meno di 20 nuovi pozzi. Negli ultimi dieci anni l’unico pozzo esplorativo con un risultato incoraggiante è stato quello di ‘Ombrina Mare 2 dir’. L’ad Eni Claudio Descalziha criticato i movimenti anti-trivelle che si oppongono alle perforazioni. “L’Italia nel 2000 produceva 400 milioni di barili al giorno, mentre a tredici anni di distanza sono dimezzati”, ha detto, spiegando che non si fanno pozzi esplorativi dal 2009 “perché non si è certi di recuperare gli investimenti”.

GLI AMBIENTALISTI: “MANCA L’AUTORITA’ INDIPENDENTE IMPOSTA DA UE” – Secondo Legambiente, Greenpeace e Wwf  “il ministero dello Sviluppo Economico fa gli interessi dei petrolieri e non quelli dell’Italia”. Per gli ambientalisti “il Mise fa proprie le valutazioni di Assomineraria e non difende altri settori economici strategici per il Paese”. Primi fra tutti turismo e pesca. E cosa accade in caso di incidente? “Il ministero – denunciano – ha preteso e ottenuto l’istituzione di un comitato interministeriale e di strutture territoriali”, in cui sono presenti dirigenti e funzionari dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse. “Come richiesto dall’Ue, avrebbe invece dovuto far nascere anche in Italia una autorità indipendente – spiegano gli ambientalisti – come richiesto dalla normativa europea (direttiva 2013/30/UE), distinta dagli uffici ministeriali, per evitare conflitti di interesse”. E sui rischi per la salute si apre un altro capitolo. “Servono più ricerche sull’impatto sanitario, economico e ambientale”, aggiunge Boraschi. Eppure qualcosa c’è. Risale al 2006 il primo studio sullemalformazioni dei bambini di Gela, in Sicilia. Pochi giorni fa Eni è comparsa sul banco degli imputati alla prima udienza del processo. Ad accusare il gruppo pubblico sono 30 famiglie che da anni cercano di dimostrare che le malformazioni genetiche sono state causate dall’inquinamento provocato da Eni. La sentenza stabilirà se il nesso c’è. E, quindi, chi a Gela ci ha davvero guadagnato.

Sì o no?

Referendum Trivelle: le ragioni del Sì, le ragioni del No. Votare informati

di Angelo Romano e Antonio Scalari (con Arianna Ciccone, Marco Nurra, Andrea Zitelli – valigiablu.it

Il dibattito sul cosiddetto “referendum anti-trivelle” si è caricato, in queste settimane, di significati politici e simbolici che vanno al di là della stessa questione (tutto sommato limitata) oggetto del quesito referendario. Nel confronto tra le ragioni del sì e quelle del no, o dell’astensione, si è finito spesso per prendere di mira non le tesi, ma i loro sostenitori, finendo per parlare di questioni molto più ampie, come il fabbisogno energetico, l’inquinamento ambientale, i consumi. Da una parte si è evocato il rischio della “marea nera” o dei danni al turismo, dall’altra quello della perdita di posti di lavoro e della fine di un intero settore economico e industriale (in una polemica contro l’“ambientalismo ideologico” e l’“Italia dei no”).

Abbiamo, perciò, messo in fila alcune delle affermazioni che in queste settimane sono state pronunciate a sostegno del sì e del no, convinti che la correttezza degli argomenti utilizzati in una discussione sia indispensabile per comprendere il tema e quindi votare in modo consapevole.

In un altro articolo abbiamo ricostruito tutto il percorso referendario, la questione istituzionale e lo scontro Stato-Regioni, gli studi sulla qualità del petrolio in Italia, la storia dei nostri giacimenti e i rischi legati alle nuove tecniche di estrazione e ricerca idrocarburi, in particolare la tecnica air-gun e il rischio della subsidenza dei nostri suoli.

Qual è il quesito referendario?

Il testo del quesito referendario è:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Nello specifico si chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo. Nonostante, infatti, le società petrolifere non possano più richiedere per il futuro nuove concessioni per estrarre in mare entro le 12 miglia, le ricerche e le attività petrolifere già in corso non avrebbero più scadenza certa.

Il quesito referendario, quindi, non riguarda le trivellazioni sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa (22,2 chilometri), né nuove concessioni entro le 12 miglia marine, vietate dalle norme introdotte nella legge di stabilità 2016.

Cosa succede se vince il sì?

Se il quesito dovesse passare, alla scadenza naturale della concessione, le compagnie petrolifere non potranno rinnovare la licenza anche se i giacimenti non sono ancora esauriti.

Cosa succede se il referendum non passa?

Se il referendum fallisse, alla scadenza delle concessioni le compagnie petrolifere potranno chiedere un prolungamento dell’attività e, ottenute le autorizzazioni in base alla Valutazione di impatto ambientale, potranno estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia?

La soglia limite delle 12 miglia è stata introdotta nel 2010 dal cosiddetto “Decreto Prestigiacomo”, approvato subito dopo l’esplosione nel Golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, per la salvaguardia delle coste e la tutela ambientale.

Da allora questa soglia è stata più volte oggetto di revisioni. Nel 2012, il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” del governo Monti ha esteso il limite previsto dal precedente decreto all’intero litorale nazionale (e non solo alle aree marine protette) e ha stabilito che le richieste delle compagnie debbano essere sottoposte alla valutazione di impatto ambientale e al parere degli enti locali interessati. Questa rimodulazione – ratificata dal Decreto Ministeriale 9 agosto 2013 – ha ridotto del 44% la superficie totale delle zone marine aperte alle attività minerarie. Tuttavia, col nuovo decreto, tale divieto si applicava solo alle nuove richieste di ricerca ed estrazione di idrocarburi in mare, salvando tutte le richieste presentate e le concessioni autorizzate prima dell’emanazione del Decreto Prestigiacomo, ovvero il 20 giugno 2010.

La Legge di Stabilità 2016 ha stabilito il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Una compagnia può, così, continuare a trivellare entro le 12 miglia, se ha ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento. In altre parole, con questa norma il governo ha messo le concessioni già autorizzate al riparo dal divieto di poter estrarre idrocarburi entro le 12 miglia. È sparito, inoltre, ogni riferimento al parere sul rinnovo delle concessioni (che ogni 5 anni potevano essere prorogate di volta in volta fino all’infinito) degli enti locali, “posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività”, come recitava la vecchia legge.

Questo referendum, così come è stato riformulato dalla Cassazione, chiede, quindi, di ripristinare uniformare il divieto di estrarre idrocarburi entro le 12 miglia così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro però di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Le ragioni del Sì

Il referendum affronta diverse questioni. Innanzitutto una giuridica. Per il costituzionalista Enzo Di Salvatore (tra i promotori dei quesiti referendari) la norma presente nella “Stabilità 2016” è «palesemente illegittima in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza». La legge, prosegue Di Salvatore, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che in materia di ricerca e di estrazione di idrocarburi «prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”». La conseguenza, sempre per il costituzionalista, potrebbe essere l’apertura da parte dell’Unione Europea di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia.

Poi c’è la questione ambientale. Le trivellazioni andrebbero fermate per tutelare i nostri mari. I promotori fanno riferimento ai rischi legati alle tecniche di ricerca (la cosiddetta tecnica air-gun) ed estrazione di idrocarburi, che, secondo loro, possono incidere sulla fauna marina, elevando il livello di stress o provocando danni, al rischio di subsidenza (cioè l’abbassamento della superficie del suolo, causato da fenomeni naturali o indotto dall’attività dell’uomo), ai danni provocati da eventuali incidenti.

A queste, si aggiunge quella di politica energetica. Il voto, per i promotori, ha un grosso valore simbolico. Un’eventuale vittoria del Sì, darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Infine, il referendum ha un obiettivo politico. Mira a far sì che il divieto di estrazione entro le 12 miglia marine sia assoluto e ad evitare, qualora non si raggiungesse il quorum o prevalesse il No, che il Parlamento un giorno possa prevedere che si torni a cercare ed estrarre gas e petrolio ovunque, anche all’interno delle 12 miglia. Inoltre, in caso di fallimento del referendum, potrebbe esserci il rischio che le compagnie titolari di licenze possano anche raddoppiare le piattaforme legate alle concessioni loro assegnate.

Le ragioni del No

Contro il referendum è stato fondato il comitato “Ottimisti e razionali“, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista e poi del PdS, e che vede al suo interno, tra gli altri, Piercamillo Falasca (presidente di Stradeonline.it), Umberto Minipoli (Associazione Italiana Nucleare), Davide Tabarelli (Nomisma) e Chicco Testa (Presidente di Assoelettrica). Anche nel caso delle posizioni del comitato per il NO al referendum possono essere individuate quattro questioni fondamentali.

La questione energetica. L’Italia estrae sul suo territorio il 10% del gas e del petrolio che utilizza: se le concessioni in scadenza non dovessero essere rinnovate, la quota di energia prodotta da quelle attività estrattive non verrebbe sostituita da altrettante pale eoliche o pannelli solari, ma da altrettanto gas naturale o petrolio proveniente da altre parti del mondo. Diventeremmo quindi maggiormente dipendenti dai paesi fornitori come la Russia.

La questione ambientale. Se il referendum vincesse, arriverebbero in Italia più petroliere, aumentando i rischi di inquinamento da idrocarburi nel mar Mediterraneo.

La questione sociale e occupazionale. La chiusura delle piattaforme significherebbe per le migliaia di persone lavorano nel settore la fine dei loro posti di lavoro.

La questione politica. Il referendum è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili e, inoltre, svela, come scrive Giordano Masini su Strade (anch’egli membro del “Comitato Ottimisti e Razionali”), «un approccio fideistico e superstizioso ai problemi ambientali, che ne rifiuta la complessità e ne promuove la non-soluzione irrazionale in cambio di una comoda rimozione – occhio non vede, cuore non duole». Il referendum sarebbe, così, “intriso di sindrombe Nimby”, cioè attento a difendere il proprio cortile, senza porsi una visione d’insieme.

Il referendum fermerà le attività di estrazione di petrolio in Italia?

No > le piattaforme presenti entro le 12 miglia, oggetto del quesito referendario, sono 92, di cui 48 eroganti. Di queste 39 estraggono gas e solo 9 petrolio. Solo l’8,7% del petrolio estratto in Italia è in mare. Gran parte della ricerca di idrocarburi in Italia avviene, infatti, su terraferma. Su 107 concessioni autorizzate, 84 sono su terraferma e 23 sul fondale marino. Le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Lombardia, il Molise, il Piemonte, la Sicilia, la Toscana (con i giacimenti nelle aree di Grosseto e Pisa) e la Basilicata, dove viene estratto il 70% del petrolio nazionale.

Se vince il Sì mettiamo a rischio la nostra autosufficienza energetica?

No > perché le quantità di gas e petrolio estratte entro le 12 miglia non sono così significative da comportare scenari da crisi energetica per il nostro paese. Giovanni Esentato, segretario dell’Associazione Imprese Subacquee Italiane, in un post molto condiviso su Facebook ha scritto che:

In pratica con già tutte le strutture fatte, i tubi posati sul fondo del mare e senza dover fare nessuna nuova perforazione, saremmo costretti a chiudere i rubinetti delle piattaforme esistenti da un giorno all’altro rinunciando a circa il 60-70% della produzione di gas nazionale (gas metano stiamo parlando e non petrolio). Non potendo da un giorno all’altro sopperire a questo fabbisogno con le fonti rinnovabili il tutto si tradurrebbe in maggiori importazioni ed incremento di traffico navale (navi gassiere e petroliere) nei nostri mari, alla faccia dello spirito ambientalista che anima i comitati promotori e con sostanzioso impatto sulla nostra bolletta energetica

In realtà, come scrive Dario Faccini su Aspo Italia (Associazione per lo studio del piccolo per il petrolio), basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014). In questo calcolo sono state prese in considerazione solo le piattaforme eroganti, cioè funzionanti. Facendo riferimento anche ai pozzi marini senza piattaforme, o alle piattaforme che raccolgono la produzione di pozzi a terra, la percentuale di gas estratto cui rinunceremmo sarebbe maggiore di tre punti percentuali.

via Aspo Italia

Le 17 concessioni di gas interessate dal referendum hanno estratto 1,21 miliardi di metri cubi di gas, mentre le 4 concessioni di petrolio hanno estratto 500mila tonnellate di petrolio.

via Aspo Italia

Nel 2014, la produzione di idrocarburi in Italia ha soddisfatto quasi il 10% del consumo totale nazionale. I nostri giacimenti hanno prodotto 7.286 milioni di metri cubi di gas (e di questi, 4.863 milioni, pari al 67%, in mare) e 5,75 milioni di tonnellate di petrolio (di cui solo 0,75 milioni in mare).

via Ministero Sviluppo Economico

Se vince il Sì, le piattaforme chiuderanno immediatamente e saranno a rischio migliaia di posti di lavoro?

No > perché le concessioni saranno valide fino alla loro scadenza, come era già previsto fino al 31 dicembre 2015, prima che entrasse in vigore la norma della legge di stabilità che ha prorogato le licenze fino all’esaurimento dei giacimento. Di tali concessioni, una scade fra due anni, altre cinque fra 5 anni, tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. Questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro per effetto del referendum. Inoltre, 9 piattaforme non sono interessate dal referendum perché la richiesta di proroga è stata fatta prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità e, verosimilmente, verranno concesse anche in caso di vittoria del referendum.

Con queste piattaforme, l’Italia rischia un disastro ambientale come quello che si è verificato nel Golfo del Messico?

No, ma > Nel 2010 una esplosione avvenuta sulla piattaforma di estrazione Deepwater Horizon provocò nelle settimane successive la fuoriuscita di più di 500mila tonnellate di petrolio nel mare del Golfo del Messico provocando un grave disastro ambientale. Sebbene si possa escludere che in uno degli impianti italiani che estraggono petrolio possa accadere un disastro di queste dimensioni in termini di volume, il rischio di incidenti c’è, anche se ad oggi non sono mai avvenuti. Come spiega Ezio Mesini, docente dell’Università di Bologna, la struttura dei pozzi petroliferi italiani è molto diversa da quella delle piattaforme dove si sono verificati gravi incidenti. Negli anni ‘60 nel mare Adriatico si è verificato un incidente al largo di Ravenna, con fuoriuscita di metano ma, dice Mesini, si è trattato di una fuga di gas con danni ambientali non paragonabili a quelli provocati dalla Deepwater Horizon.

Il Mar Mediterraneo, però, soffre già di inquinamento da idrocarburi, causato dal trasporto di petrolio. Secondo quanto riporta l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), dal 1977 al 2010 sono state sversate nel Mediterraneo circa 312.000 tonnellate di petrolio, senza considerare alcune decine di incidenti per i quali non è nota la quantità di greggio fuoriuscito. Nello stesso periodo di tempo nei mari italiani si sono verificati 132 incidenti di cui 52 con sversamento del carico durante il trasporto.

L’Italia dipende ancora dai combustibili fossili per i propri consumi?

Sì, ma > Come gli altri paesi anche l’Italia non può ancora fare a meno di petrolio e gas naturali (nel 2015, infatti, secondo l’ultimo rapporto di GSE – Gestore Servizi Energetici, responsabile del monitoraggio statistico dello sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia – a livello nazionale la stima preliminare del consumo totale di energia proveniente da fonti rinnovabili è stato del 17,3%, +4,3% rispetto a cinque anni prima).

Tuttavia, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 si è registrata una riduzione del consumo interno lordo di petrolio dell’1,8% e di gas naturale dell’11,6% rispetto al 2013. In generale, il consumo di energia in Italia è diminuito del 3,8%.

Contestualmente, si è registrato un aumento della produzione nazionale di energia elettrica (+2,8%) e, in particolare, proveniente dalla produzione di petrolio (+4,8%) e da fonti rinnovabili (+4,7%), mentre è diminuita la produzione di gas naturale (-7,6%).

Il magazine Strade nota che «un terzo dell’energia elettrica che usiamo, anche quella che tiene accesi i nostri computer e ricarica i nostri smartphone da cui scriviamo accorati appelli “contro le trivelle”, viene dal gas». Tuttavia, come mostrano i dati sul consumo interno lordo di energia elettrica, raccolti dalla società Terna, operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica, nel 2013 la quota percentuale di energia elettrica prodotta da rinnovabili è stata del 33,9%. Ed è salita al 37,5% nel 2014. Mentre l’energia elettrica ricavata da fonti tradizionali è scesa dal 53,3 al 48,8%. Questi numeri dimostrano che il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione nazionale di energia elettrica eguaglia (e supera) ormai quello del gas naturale (sceso dal 33% del 2013 al 29,1% nel 2014).

Secondo un’indagine pubblicata da “Oil Change International” a dicembre 2015, l’Italia spende in sussidi ai combustibili fossili risorse 42 volte maggiori dei fondi destinati alle politiche climatiche. Per 84 miliardi di dollari l’anno dati all’industria petrolifera, solo 2 vengono destinati al Fondo verde per il clima, creato dall’ONU per catalizzare fondi da spendere in misure di adattamento e mitigazione degli effetti del riscaldamento globale. L’Australia spende in sovvenzioni alla dirty energy 113 volte di più ogni anno rispetto agli impegni che prende con il Fondo per il clima, il Canada ha un rapporto di 79:1, il Giappone 53:1, il Regno Unito 48:1, l’Italia 42:1, gli Stati Uniti 32:1, la Germania 21:1 e la Francia 6:1.

via Oil Change International

È un referendum “NIMBY”?

No > L’espressione Not In My Back Yard, letteralmente “non nel mio cortile”, viene utilizzata per definire la protesta di una comunità locale di fronte alla realizzazione di un impianto o di un’opera in prossimità di un centro abitato, per timore di conseguenze ambientali o sanitarie. L’acronimo NIMBY sottointende un giudizio dispregiativo nei confronti di una protesta che si suppone essere interessata soltanto a impedire che la realizzazione di un’opera avvenga “nel proprio cortile”, cioè vicino a casa propria, per un atteggiamento di egoismo locale. Secondo Dieter Rucht, NIMBY sono quei «gruppi e movimenti che vogliono liberarsi dei problemi nel loro territorio, ma non li definiscono come questioni di principio». Il referendum del 17 aprile non può essere definito una iniziativa NIMBY perché ha come oggetto una questione nazionale, anche se è stato presentato dalle regioni. Inoltre, tra le ragioni alla base del referendum non c’è soltanto la volontà di impedire la costruzione di piattaforme di estrazione vicino alle coste per non danneggiare l’economia del turismo, ma c’è anche la volontà di porre al centro del dibattito nazionale il tema della politica energetica. Gli stessi critici del referendum imputano ai sostenitori del sì l’intenzione di voler dare un segnale politico al di là del merito del quesito. Ma se è così, allora il referendum non può essere ridotto a una iniziativa NIMBY.

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