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La supremazia statale e le autonomie meno autonome

Chiamiamolo pure “la schiforma e l’ambiente, atto 1”. Spero di riuscire a scrivere l’atto 2 nei prossimi giorni

di Barbara G.

La riforma costituzionale, prevedendo una diversa ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni rispetto alla Costituzione vigente e introducendo la clausola di supremazia, ha impatti potenziali non certo trascurabili sull’ambiente, sulla nostra vita, sul ruolo di istituzioni ed enti locali nelle scelte a tutela della popolazione.

Fra le materie di competenza esclusiva dello stato ci sono produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, infrastrutture e grandi reti di trasporto di interesse nazionale. In realtà questa ripartizione potrebbe essere ulteriormente modificata, più o meno “localmente”. All’art.117 c4 post riforma si afferma:

Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Nei paesi in cui tale clausola è prevista vengono indicate le materie per le quali è possibile farvi ricorso, e in quali condizioni. La riforma Renzi-Boschi non dice nulla. Ogni decisione è rimessa al Governo, con un’indicazione molto vaga relativamente ai casi in cui la clausola di supremazia può essere fatta valere, senza alcun vincolo relativamente alle materie. Qualora la Corte Costituzionale venisse chiamata ad esprimersi circa la sua applicazione, i giudici potrebbero trovarsi in seria difficoltà, vista la vaghezza delle indicazioni contenute nella proposta di modifica costituzionale.

In un certo senso, la clausola di supremazia è un déjà vu. E non è una bella sensazione…

Facciamo un po’ di storia – Lo sblocca Italia

L’11/11/2014 viene approvato, con voto di fiducia, il Decreto Sblocca Italia. Dovrebbe raccogliere misure urgenti per il rilancio del paese, si dice. Nel concreto, contiene provvedimenti che vanno a definire, tra le altre cose, alcuni aspetti legati alla politica ambientale ed energetica sul lungo periodo. Lo strumento del decreto, che dovrebbe avere carattere di urgenza e contenuto omogeneo, non è lo strumento adatto per definire aspetti della politica economica e ambientale di un paese. Le scelte di lungo periodo vanno ponderate e discusse; dovrebbero ovviamente essere coerenti con gli impegni presi a livello internazionale ed elaborate avendo bene in mente un’idea di futuro, quello che si vuole per il paese.

Beh, questo non è successo. Inoltre vengono previsti meccanismi per scavalcare la volontà e gli interventi di pianificazione delle regioni imponendo il volere del Governo su scelte strategiche. Alcune di queste disposizioni sono state oggetto di ricorsi alla Corte Costituzionale, che in certi casi si sono risolti in favore dei ricorrenti (si veda ad esempio il ricorso della Regione Puglia, estromessa dai processi autorizzativi per alcuni interventi sulle infrastrutture).

Mi soffermerò su due esempi che sono, a mio avviso, rappresentativi dell’impostazione del documento.

Problema rifiuti

Il titolo dell’art 35 è “Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio (…)”.

Mentre a livello internazionale si prendono impegni su riduzione produzione rifiuti, mentre si parla della necessità di ridurre la produzione pro capite di rifiuti, di tariffa puntuale come metodo per spingere la raccolta differenziata e contribuire ad innescare un’economia di tipo circolare, la strada scelta dal Governo per risolvere l’emergenza rifiuti è quella dell’incenerimento.

Si afferma infatti (primo comma) che il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e sentita la Conferenza Stato Regioni, deve emanare un decreto nel quale viene valutata la capacità degli impianti di incenerimento (in esercizio o autorizzati), a livello nazionale e per ciascun impianto, e da realizzare per coprire il fabbisogno residuo. Gli impianti così individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale. Si fa riferimento, contemporaneamente, a:

  • riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale;
  • obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale;
  • autosufficienza nella gestione dei rifiuti;
  • superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.

Ovvero: siamo sotto procedura di infrazione e il problema lo risolviamo aprendo nuovi inceneritori, facendo funzionare a pieno regime gli altri, eventualmente spostando rifiuti da una regione all’altra. Se si parla di “fabbisogno residuo” e si danno pochi mesi per fare la valutazione è evidente che il discorso “differenziata” passa in secondo piano. Nuovi inceneritori al sud, dove la raccolta differenziata è ridotta, utilizzo degli inceneritori del nord, da riclassificare come “produttori di energia”, secondo la loro capacità massima per sopperire alle carenze delle zone non attrezzate. Con gli inceneritori si “attua un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati”, tutto questo in barba ai Piani Regionali di Gestione Rifiuti, che in certi casi avevano già individuato impianti da dismettere perché obsoleti, in un contesto in cui l’aumento della frazione di rifiuti recuperata toglieva di fatto “cibo” agli inceneritori. E l’Europa non ha certo chiesto di incenerire i rifiuti per uscire dal procedimento di infrazione.

Conseguenza: le comunità virtuose, dove si fa la differenziata, si trovano a dover bruciare rifiuti mal differenziati (e quindi potenzialmente più inquinanti). Inoltre: se proprio si deve risolvere un’emergenza, ci vuole molto meno tempo per avviare una raccolta differenziata piuttosto che costruire inceneritori, che poi richiedono lunghi tempi per ammortizzare costi…

Fonti fossili

Con lo Sblocca Italia di fatto sono state estromesse le Regioni dal processo di pianificazione sullo sfruttamento delle risorse fossili. E’ stato dato un gran potere alle imprese del settore, che con un unico titolo possono fare ricerca ed estrazione. E’ stato dato carattere di strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi; le infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi sono diventate strategiche. In base alla legge vigente in precedenza le Regioni dovevano essere coinvolte nel processo. Ciò ha causato la richiesta, da parte di alcune regioni, di 6 quesiti referendari.

Il governo è così corso ai ripari modificando alcune parti della legge con il preciso scopo di evitare i referendum, e il quesito residuo, rimodulato sulla base delle indicazioni della Corte di Cassazione, non è stato compreso nella su portata (sia tecnica che simbolica), e sappiamo tutti come è andata a finire. Per inciso, alcune settimane orsono c’è stata la prima applicazione del concetto di vita utile dell’impianto.

Cosa potrebbe succedere con la “riforma”

Introdurre la clausola di supremazia dopo aver ridotto le competenze delle regioni, sostanzialmente senza limiti al campo di applicazione e senza paletti ben definiti, significa dare facoltà all’Esecutivo di “espropriare” le Regioni delle loro competenze residue, le comunità e gli Enti locali della possibilità di far sentire la propria voce, di far valere le proprie scelte nel campo della pianificazione. Significa far subire alla collettività scelte calate dall’alto in favore di pochi, negli interessi di pochi.

Quello che era stato previsto nello Sblocca Italia e poi tolto con il preciso scopo di far fallire il referendum sulle trivelle in sostanza è introdotto in costituzione.

Presumibilmente si proseguirà con la logica delle grandi opere senza una seria valutazione delle reali necessità della zona, dei flussi di traffico.

L’Italia ha invece bisogno di fare un cambio di passo: riduzione ulteriore del ricorso alle fonti fossili, passare ad un’economia circolare nella logica della riduzione dei rifiuti e nella loro valorizzazione come risorsa, passaggio dalla logica delle grandi opere a quella della manutenzione del territorio, della prevenzione, delle opere puntuali per risolvere le criticità, di opere fatte bene e con logica di rete nelle zone più svantaggiate (perché non è più possibile pensare di impiegare 4 ore per andare in treno da Trapani a Palermo o vedere la Sicilia tagliata in due da frane e cantieri mai terminati). E queste opere non necessitano l’imposizione dall’alto, ma un continuo dialogo con le comunità locali, per intercettare le esigenze da in lato e cambiare la mentalità dall’altro. Viviamo in un Paese con notevoli criticità dal punto di vista ambientale, infrastrutturale; la stragrande maggioranza dei comuni sono a rischio idrogeologico e/o sismico e noi continuiamo ad affrontare le problematiche con la logica dell’emergenza invece che con quelle della prevenzione e della pianificazione.

Se vogliamo sperare in un serio cambio di passo non possiamo che votare no alla riforma, dobbiamo farlo noi come cittadini e dovrebbero farlo gli amministratori per evitare di consegnare un’arma carica al Governo, da usare alla bisogna…di qualche potente o amico degli amici.

Referendum, che confusione su ambiente e cultura

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – libertaegiustizia.it, 30/10/2016

Con il referendum d’autunno saremo chiamati a decidere anche del futuro dell’ambiente e del patrimonio culturale della nazione. Non molti lo sanno, perché il dibattito sulla riforma costituzionale non ha finora lasciato spazio all’analisi dell’impatto che essa avrà su quest’ambito cruciale. Eppure i cambiamenti del riparto delle competenze tra Stato e Regioni introdotti dal nuovo articolo 117 comportano conseguenze rilevanti.

Come è ben noto, l’assetto attuale di quell’articolo è frutto della riforma del titolo V della Carta promossa nel 2001 da un Centrosinistra sotto la pressione dell’assedio secessionista della Lega. Schizofrenicamente, esso mantiene allo Stato la «legislazione esclusiva» in fatto di «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», ma assegna alla legislazione concorrente delle Regioni la «valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali». Una mediazione che ha funzionato solo sulla carta: perché i confini tra la tutela e la valorizzazione sono impossibili da fissare in teoria, e a maggior ragione in pratica. Infatti l’unico risultato di quella riforma è stato un enorme contenzioso tra Stato e Regioni, che ha intasato per anni la Corte Costituzionale e ha finito per intralciare pesantemente il governo del patrimonio culturale.

Una riforma di quella riforma era dunque auspicabile: purché riuscisse a risolverne i guasti optando con decisione per una soluzione (statalista o regionalista), o almeno dividendo le competenze con chiarezza.

Non è questo, purtroppo, l’esito della riforma su cui siamo chiamati a votare. Perché, se da una parte l’articolo 117 ricompone l’unità naturale assegnando (condivisibilmente) allo Stato la legislazione esclusiva su «tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici», dall’altra lo stesso articolo assegna, contraddittoriamente, alle Regioni la potestà legislativa «in materia di disciplina, per quanto di interesse regionale, delle attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici». Esattamente come nel caso, ben più noto, dell’iter legislativo tra Camera e nuovo Senato, anche in questo settore la riforma crea più incertezza e confusione di quante non riesca a eliminarne. Sia che le intendiamo (come dovremmo) in senso culturale, sia che le intendiamo (come accade normalmente) in senso commerciale nessuno è infatti in grado di spiegare quali siano le differenze tra la «valorizzazione» (su cui potrà legiferare solo lo Stato) e la «promozione» (su cui lo potranno fare anche le Regioni): ed è facile prevedere che, ove la riforma fosse approvata, si aprirebbe una nuova stagione di feroce contenzioso.

Ma cosa ha in mente il riformatore che prova a introdurre in Costituzione la nozione di promozione? Un’analisi del lessico attuale della politica mostra che siamo assai lontani da quel «promuove lo sviluppo della cultura» che, d’altra parte, i principi fondamentali (all’articolo 9) assegnano esclusivamente alla Repubblica (intesa come Stato centrale, come chiarisce la lettura del dibattito in Costituente). Tutto il discorso pubblico del governo Renzi dimostra che «promozione» va, invece, intesa in senso pubblicitario, come sinonimo di marketing. E anzi, i documenti ufficiali del Mibact arrivano a dire apertamente (cito un comunicato del 2 maggio) che il patrimonio stesso è «uno strumento di promozione dell’immagine dell’Italia nel mondo».

Se, dunque, la promozione è questa, è difficile capire perché, in uno dei pochi interventi del governo su questo punto della riforma (il discorso del ministro Dario Franceschini all’assemblea di Confindustria), si sia affermato che la riforma diminuirebbe la spesa, per esempio impedendo alle Regioni di aprire uffici promozionali all’estero: quando, al contrario, l’invenzione di una competenza regionale proprio in fatto di promozione apre le porte a una stagione di spesa incontrollata.

La grave approssimazione con cui il riformatore si è occupato di patrimonio culturale risalta particolarmente quando si consideri la determinazione e la coerenza con cui egli ha, invece, affrontato il nodo delle competenze – strettamente collegate – in materia di governo del territorio e dell’ambiente: competenze da cui vengono rigidamente escluse le Regioni, cui pure è affidata la redazione e l’attuazione dei piani paesaggistici.

L’articolo 117, infatti, riserva senza equivoci allo Stato la legislazione in fatto di «produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia e di infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale». Tutte materie, queste, che l’articolo 116 esclude esplicitamente da quelle su cui le Regioni potrebbero in futuro godere di «particolare autonomia»: laddove lo stesso articolo continua, invece, ad ammettere che essa possa investire i beni culturali e il paesaggio.

La ratio di queste norme era stata anticipata dallo Sblocca Italia del governo Renzi, che la Corte ha giudicato incostituzionale proprio dove ha estromesso la voce delle Regioni da materie sensibili per la salute dei cittadini come gli inceneritori, o le trivellazioni: uno degli obiettivi della nuova Costituzione è evidentemente proprio quello di impedire, in futuro, referendum come quello sulle trivelle. E non è dunque un caso che la campagna del Sì si apra riesumando la più insostenibile delle Grandi Opere: il Ponte sullo Stretto di berlusconiana memoria.

Insomma: se si tratta di decidere come consumare il suolo, le Regioni vengono escluse. Ma vengono invece riammesse al banchetto della mercificazione del patrimonio culturale. C’è evidentemente del metodo in questa, pur confusa, revisione costituzionale: ma è un metodo che rafforza le ragioni di chi si appresta a votare No.

Voto a Credulonia

Segnalato da barbarasiberiana

Di Carlo Cornaglia – MicroMega blog, 19/04/2015

Il voto nei Comuni e alle Regioni

si sta rapidamente avvicinando

ed il prode Matteo con i suoi cloni

per un nuovo trionfo sta operando.

Per esser più vicini al territorio

vengon dalle primarie i candidati

e nel Pd parrebbe obbligatorio

lo sceglier fra inquisiti, condannati,

parolai, vecchie glorie, ras potenti,

voltagabbana, grandi trafficoni,

gente che sa sfruttare tutti i venti

per aver tanti voti alle elezioni.

In Liguria la Paita n’è l’esempio:

indagata per l’ultimo disastro

che di Genova a ottobre ha fatto scempio,

espression di un inciucio che è l’incastro

degli interessi di sinistra e destra

da erede in tutto degna di Burlando,

in primarie truccate gran maestra

e pasionaria di chi sta al comando

spacciandosi per grande innovatore.

In Campania è De Luca il candidato,

delle primarie super vincitore.

In primo grado è stato condannato

per abuso d’ufficio ed al marpione,

a causa delle legge Severino,

sarebbero vietate le poltrone.

Soffre l’inferno il guitto fiorentino

che per vincere ovunque sempre smania:

fotter la legge e dopo si vedrà

oppur cacciarlo e perder la Campania?

Ma per cacciarlo via come si fa?

In Veneto c’è ladylike Moretti,

un’altra insopportabile fanciulla

con trucco, linea, peso e andar perfetti

e nel giro di chi in Renzi si annulla.

E’ pronta a rinunciare a mezza paga,

ma se le dicon: “Ecco, firma qui!”

rimanda tutto ad una legge vaga

da presentar per conto del Pd.

E’ la Sicilia una Region speciale,

ma non soltanto per il suo statuto:

perché in ogni battaglia elettorale

a vincere è lo schifo più assoluto.

Ed il Pd non ne risulta esente…

Ad Enna il ras Mirello Crisafulli,

da Bersani cacciato ignobilmente

per abuso d’ufficio e per trastulli

con amici dal dubbio pedigree,

vuol fare il sindaco e con dileggio

a chi non vuol dice più o men così:

“Ad Enna vincerei pur col sorteggio…”.

Ma han fatto anche di peggio ad Agrigento:

alle primarie del Pd ha trionfato

di Forza Italia un ottimo elemento,

tal Silvio Alessi il quale ha dichiarato:

“In città non esiste Cosa Nostra,

abbiam sol microcriminalità!”

Cazziato per l’inciucio messo in mostra

con disinvolta temerarietà,

cacciato Alessi, a sindaco il Pd

ha scelto tal Calogero Firetto,

un ottimo politico Udc

che è di Angelino Alfano il prediletto.

Che il Pd di sinistra sia un partito

è la bugia più grande ed evidente

che orecchio umano abbia mai sentito

o che possa sentir prossimamente.

Mentre Renzi gran palle ci propina,

la massa dei plagiati testimonia

che, grazie e lui, risalirem la china.

“Vi diamo il benvenuto a Credulonia!”

Legge stabilità, tagli alle regioni: l’usuale approccio del non distinguere.

 Segnalato da Chicco.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/23/legge-stabilita-tagli-alle-regioni-lusuale-approccio-del-non-distinguere/1166133/

di Michele Caruggi