Renzi

L’odio in politica

L’odio in politica e i luoghi comuni

di Sarantis Thanopulos – ilmanifesto.info, 29 luglio 2017

Nella crisi generale della cultura avanza un pensiero ad effetto che scambia le impressioni di superficie con il senso profondo dell’esperienza e lavora nel senso della conservazione dell’esistente. Così un giorno si viene a sapere che il problema del Pd, in difficoltà secondo i sondaggi, è l’odio che la sinistra nutre nei confronti di Matteo Renzi. Questa idea, che non è un pensiero politico, né una tesi “scientifica”, anima le discussioni tra amici. Poiché lascia il tempo che trova, ha fatto venire la tentazione di una sua presentazione più «dotta».

Si scopre allora che nel Dna della sinistra alberga un odio nei confronti dei militanti eterogenei ai suoi dogmi. Questo odio scatterebbe secondo il meccanismo della salivazione condizionata del cane di Pavlov. L’analisi, pubblicata su un importante quotidiano nazionale, non è adeguata: i concetti sui quali è fondata potrebbero con ugual successo spiegare l’odio delle nuore per le suocere.Tuttavia, l’argomento merita la nostra attenzione perché il tema dell’odio in politica è molto importante per lasciarlo alle improvvisazioni linguistiche.
È avventato usare a cuor leggero la parola «odio», carica di tensione e passibile di grande fraintendimento, per assegnare un difetto «congenito» a qualcuno. Il suo uso come argomento politico stimola un’emotività impulsiva che danneggia lo spazio del nostro comune sentire, pensare e vivere.

Con il termine «odio» designiamo due cose tra loro molto diverse. La prima è un sentimento che fa parte della passione d’amore ed e un esporsi non distruttivo al riconoscimento doloroso di ciò che sfugge al nostro possesso a causa della sua differenza e libertà. Fa parte dell’elaborazione del lutto e tiene in caldo la possibilità di amare in attesa di tempi migliori. La seconda è un sentimento dissociato dalla passione, frutto di un narcisismo negativo, oppositivo, che si chiude alla vita piuttosto che schiudersi ad essa: un rifiuto dell’altro come oggetto d’amore che rende il lutto impossibile e il desiderio sterile.
Questo narcisismo tratta l’oggetto del desiderio in termini di bisogno: lo usa come strumento di semplice scarica delle tensioni o se ne sbarazza se individua in esso la loro origine. Esiste, infine, un agire senza emozioni, estremamente autodistruttivo e distruttivo che è un odio impersonale nei confronti della vita in se stessa. Esprime un’inerzia psichica che distrugge come uno tsunami ciò che trova nel suo passaggio.

L’odio in politica esiste, non ha di per sé nulla di riprovevole. Ha un’importante funzione nella costituzione del senso di responsabilità nei confronti del nemico, senza il quale la lotta politica degenererebbe in uno scontro all’arma bianca. È l’odio a informare i cittadini che è l’ostacolo, l’irriducibile differenza di altri modi di pensare e di essere che rende la convivenza nella Polis interessante, libera e significativa.
La libertà dell’amico di costituirsi come nemico delle nostre intenzioni e l’altrettanto importante possibilità del nemico di diventare oggetto del nostro desiderio è minacciata dal trasformismo (opportunismo) e dal ridursi della lotta politica a una relazione stabilizzata e asfissiante tra oppressori e oppressi. Gli oppressori odiano (e facilmente uccidono) chi mette in seria discussione il loro potere, chiudendosi nel loro imbarbarimento, e gli oppressi possono rimanere incastrati nel loro odio legittimo e perdere le ragioni della passione che in loro resta viva.
Definire Renzi come oggetto di un odio chiuso in se stesso, per evitare di parlare della mancanza di idee che ci affligge, è avvilente.

“Pisapia è il mio leader”

Massimo D’Alema: “Primarie a novembre e Pisapia è il mio leader. Renzi? Educa i figli a odiarmi”

Il “Líder Massimo” – Annuncia il ritorno in Parlamento e traccia i confini della nuova sinistra sotto la guida dell’ex sindaco di Milano.Santi Apostoli – Il comizio di Giuliano Pisapia a Roma per il lancio di “Insieme” con Bersani e Mdp – Ansa

Cosa c’è di diverso rispetto a un passato recente che l’ha vista protagonista di epici scontri nel centrosinistra?

Vedete, noi siamo stati un gruppo dirigente che si rispettava. Quando ero a Palazzo Chigi ho proposto Veltroni segretario, Prodi a capo della commissione Europea. Oggi prevale il culto del capo, la cultura del sospetto. Renzi ha impedito che Letta diventasse presidente del Consiglio europeo e questa era una proposta della Merkel.

Significa che la mutazione è antropologica, prima ancora che politica.

C’è un episodio rivelatore che mi ha colpito molto, quando Renzi scrive nel suo libro che sua figlia chiede se è certo dell’abiura del dalemismo da parte di Orfini. È aberrante, questa è educazione all’odio, è l’elogio del tradimento. Se questi sono i principi educativi, c’è da essere seriamente preoccupati.

Allora lei ha letto Avanti?

Per l’amor del cielo. Concordo con Letta quando parla di disgusto. Ho altro da leggere. Ho visto le numerose anticipazioni pubblicate dai quotidiani. Quante sono? Otto?

Dieci in tutto.

Una cosa sconcertante, questa è informazione di regime, che però contribuisce a far crescere quel sentimento dilagante contro Renzi.

Oggettivamente un dato positivo per voi di Articolo 1. Avete praterie a sinistra, tra astensionismo ed elettori vostri che ora votano Grillo.

Dobbiamo presentarci con un soggetto unitario, non possiamo andare con due liste che litighino tra di loro: non ci voterebbero nemmeno se li andiamo a prendere con il servizio d’ordine.

Pisapia divide? Ci sono le riserve di Fratoianni di SI.

Bisogna smetterla di accusare Pisapia di essere ambiguo. In piazza Santi Apostoli, alla manifestazione del primo luglio, Pisapia è stato netto: ha parlato di discontinuità, ha chiesto la reintroduzione dell’articolo 18. Fratoianni è un simpatico giovanotto, a volte inutilmente polemico. Finiamola con le punzecchiature, ci vuole un atto di generosità. Non possiamo fare una nuova e perdente Sinistra Arcobaleno.

Che invece è il timore di quanti non vogliono andare troppo a sinistra.

Anche qui: Sinistra Italiana nasce da Sel che è stata alleata del Pd alle ultime elezioni. Non viene dalla luna: senza di loro non avremmo avuto la maggioranza. Lo ricordo a quanti oggi sono stati beneficiati da questo fattore e ora parlano di estrema sinistra. Ci sono personaggi che non hanno mai amministrato neanche i loro condomini. A questi vorrei ricordare che Vendola ha governato una delle più importanti regioni d’Italia. Lo stesso Pisapia è stato un militante di Sel che ha vinto le primarie a Milano.

Fino a qualche settimana fa c’era la convinzione che lei puntasse su Anna Falcone che, insieme con Montanari, ha organizzato la sinistra civica del Brancaccio.

Ho grande stima per la Falcone e Montanari. Al Brancaccio erano presenti importanti esempi di civismo e di associazionismo impegnato sul territorio. Alcune posizioni critiche e aggressive, assunte da quel momento in poi, non servono a nessuno e rischiano di marginalizzarli.

Pisapia dice che resta in campo ma non si candida.

Pisapia ci ha fatto fare un salto di qualità nel percorso per un nuovo soggetto politico di centrosinistra, rappresenta un valore aggiunto, come Mdp lo sosterremo. Spero che cambi opinione. Quando un leader genera speranza e aspettativa ha il dovere di confrontarsi con il voto popolare.

Il percorso dove porterà?

Ora c’è un nucleo di partenza composto da Mdp e Campo Progressista di Pisapia, io immagino a conclusione di questa fase una consultazione popolare a novembre.

Primarie?

Certo, ma senza truppe cammellate, con regole che impediscano ogni forma di inquinamento.

Per fare cosa?

Un manifesto, un programma, una lista unitaria per le elezioni, vi sembra poco?

E il leader?

Chiaro che con un sistema proporzionale, non credo il tedesco, ma quello della Consulta, non c’è un candidato premier da scegliere. Serve un leader unitario, non un candidato premier. Abbiamo anche un altro obiettivo: noi ci batteremo contro i capilista bloccati che loro vogliono introdurre anche al Senato.

Loro chi?

Renzi e Berlusconi, ovvio. Hanno un patto anche su questo.

Oltre che per governare dopo.

Il disegno di Berlusconi è di fare il governo con Renzi. Altrimenti non si spiegherebbe perché con questi sondaggi che danno in testa il centrodestra, Berlusconi continui a volere il proporzionale e non il maggioritario. La frattura tra lui e la Lega è profonda.

Prodi ha tentato di sventare questa operazione. Vinavil sprecato, almeno fin quando c’è Renzi alla guida del Pd. Lei non ci ha mai creduto.

La posizione di Prodi è stata rigettata da Renzi in modo brutale.

Arriveranno anche Cuperlo e Orlando?

Non lo so, ma io a loro dico sempre una cosa.

Quale?

Fate quello che volete, ma sappiate che se noi saremo forti voi avrete peso nel Pd, se noi saremo deboli voi sarete deboli.

Lei si candiderà?

A me sembra molto prematuro. Se ci saranno i capilista bloccati, decideranno gli elettori con le primarie.

Quindi è sì?

Ripeto, ci saranno le primarie…

E nella “sua” Puglia c’è Emiliano…

Il governatore Emiliano può contare sul nostro sostegno.

Gentiloni di meno.

Noi stiamo costruendo un polo unitario per un autentico centrosinistra e dobbiamo marcare la nostra identità. Gentiloni non può più procedere in assoluta continuità con Renzi. Non si può ingannare la gente dicendo che dalla prossima legislatura avremo un sacco di soldi in più violando i patti europei. Questo è berlusconismo di risulta.

L’Europa nell’urna.

Un tempo il Pd aveva un grande peso, oggi un po’ meno. Il Pd avrebbe dovuto impostare il tema di una profonda riforma dei Trattati.

Invece?

Ha usato la sua forza contrattuale per chiedere un po’ di soldi e flessibilità anziché fare una battaglia per riformare il patto di stabilità e chiedere che gli investimenti non possono essere calcolati nel rapporto deficit-Pil.

Renzi chiede meno tasse.

Ci vuole un grande piano di investimenti, basta sfogliare Keynes. Il moltiplicatore che deriva dalla fiscalità è basso. Meno tasse per tutti è uno slogan vecchio ed è immorale riprenderlo aumentando il debito. Non possiamo rubare i soldi ai nostri figli, distribuendo mance ai banchieri.

I poveri aumentano, secondo l’Istat.

I dati sono drammatici: il numero di poveri aumenta costantemente. Le politiche del governo sono fallimentari, non hanno determinato alcun cambio di tendenza. Gli unici che si preoccupano della situazione sono la Chiesa e il volontariato. È inaccettabile che 12 milioni di italiani debbano rinunciare a curarsi. Bisogna incidere sulla progressività fiscale e incidere sui patrimoni. Oggi poco più dell’uno per cento della popolazione possiede il 20 per cento della ricchezza.

Un programma liberale e liberista quello di Renzi. Eppure è accusato di essere il suo erede blairiano.

Questo è un discorso superficiale, da analfabeti della politica. L’ultimo governo di centrosinistra di cui ho fatto parte da vicepremier fece nel biennio 2006-2007 investimenti per 40 miliardi di euro. Oggi sono venti. La riforma Bindi della sanità è stata l’ultima vera svolta in questo settore. Ma era un altro mondo.

Poi cosa è accaduto?

La crisi della globalizzazione ha fatto scoppiare contraddizioni selvagge. Non si può far finta di niente. È cambiato il clima culturale, c’è un pensiero critico sul capitalismo. Si torna a valutare la necessità di un ruolo dello Stato. Per affrontare queste sfide bisogna riprogettare la società. Ora c’è Corbyn, non più Blair.

Un modello insieme con il francese Mélenchon.

Mélenchon ha ottenuto un risultato importante, quasi il 20 per cento alle presidenziali. Corbyn ha vinto tra i giovani. Noi in Italia abbiamo tre milioni di ragazze e ragazzi che non studiano e non lavorano. Con un salario minimo potrebbero accudire anziani e disabili, partecipare alla manutenzione del nostro patrimonio naturale. Noi non possiamo fermare luddisticamente la rivoluzione dei robot ma non è più possibile un futuro dominato solo dal capitalismo finanziario.

Ci vuole una Quarta Via.

Io con le vie mi fermerei, diciamo. Ci vuole una sinistra illuminata.

Che sui migranti farebbe cosa? C’è una corsa ad aiutarli a casa loro.

Sapete che siamo l’ultimo Paese d’Europa in quanto ad aiuti allo sviluppo? Appena lo 0,16 per cento del Pil. Ci vuole una faccia da tolla a dire “aiutamoli a casa loro”. Siamo gli ultimi, non so se mi spiego?

E le ondate di migranti hanno ormai una dimensione epocale.

Ci sono precise responsabilità. Il governo Renzi ha accettato una deroga che prevede la possibilità di sbarco nei porti italiani anche per la navi battenti altra bandiera. Ora Minniti sta supplicando a mani giunte di cambiare le regole che hanno sottoscritto i suoi predecessori. Andavano fatti dei centri sulle coste libiche, siriane per gestire l’emergenza, con una protezione internazionale. Se l’avessimo fatto avremmo evitato 30mila morti nel Mediterraneo, un vero Olocausto.

Il populismo ingrassa.

Salvini non mi meraviglia, la Lega ha una coloritura razzista ma assisto a uno slittamento a destra dei Cinquestelle. La mia impressione è che lancino messaggi per fare un governo con l’appoggio esterno della Lega. Anche questo per noi è un terreno di competizione: cosa faranno gli elettori di sinistra del M5s delusi?

Lei provò a fare qualcosa nel 2013.

È noto che proposi Rodotà presidente del Consiglio per sbloccare la situazione.

Gli eterni alibi dei Michele Serra

Gli eterni alibi dei Michele Serra

di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it, 6 luglio 2017

È spesso un piacere leggere Michele Serra. Lo è per la forma e la sostanza, quando parla di tutto tranne che di politica. Se scrive di quest’ultima, il piacere si limita unicamente alla forma. È sempre meno attratto dalla scrittura politica, e lo capisco ogni giorno di più. Dopo l’ultima batosta patita dal partito che non smetterà mai di votare, Michele ha scritto una settimana fa: “La ingovernabile presunzione di Renzi e il vecchio calcificato settarismo dei suoi odiatori porteranno quasi certamente allo stesso esito anche alle politiche: perché nei miracoli non crede più nessuno, forse nemmeno chi, come Pisapia e Prodi, sta provando a progettarne uno. Nel frattempo i voti di destra tornano a casa, come i bambini dopo le vacanze”. Si noti: per Serra l’unico difetto di Renzi è la presunzione. Un po’ come il traffico in Sicilia in Johnny Stecchino.

Era però la seconda parte del corsivo a contenere la summa del pensiero dei fiancheggiatori del Pd: l’alibi. Il dare sempre la colpa agli altri, perché non farlo li costringerebbe all’autocritica: “Il Movimento di Grillo è servito a tenerli ben custoditi, e a ogni ballottaggio li riconsegna al mittente in ottime condizioni: come nuovi. Alla fine della parabola non stupirebbe scoprire che soprattutto a questo è servito il grillismo: sbarrare la strada alla sinistra dopo il crollo di Berlusconi (chiedere notizie a Bersani) e riconsegnare il paese alla destra. Da un certo punto di vista, un capolavoro politico”.

Capito come funziona? Non è che Berlusconi, e con lui il centrodestra, siano tornati in auge perché tra copia (Renzi) e originale (Berlusconi) è sempre meglio il secondo. Non è che il centrodestra vinca perché il centrosinistra ha una classe dirigente pietosa o perché la sua politica è pressoché identica a quella del centrodestra. E non è che Berlusconi sia sempre lì perché a fine 2011 il partito preferito da Serra ebbe la straordinaria pensata di non andare al voto ma appoggiare quel bolscevico di Monti (che al tempo piaciucchiava anche a Michele).
No: è colpa del Movimento 5 Stelle.

Per carità: i grillini hanno tante colpe, e quando leggo della Lombardi possibile candidata alla Regione Lazio penso che l’Armageddon sia davvero ormai prossimo. La tesi di Serra è analoga a quella che una tal Bresso, dopo essere riuscita a perdere nel 2010 in Piemonte con tal Cota, propinò ai media: non era colpa sua, ma dei grillini che le avevano “tolto” voti. Una sintesi politica così citrulla che infatti Mario Calabresi, al tempo “direttore” de La Stampa e ora (guarda caso) di Repubblica, sposò in pieno. Come se i voti appartenessero per decreto regio al Pd e i grillini si ostinassero a non rispettare odiosamente tale dogma.

Michele Serra è libero di credere che ogni nequizia del Creato dipenda dal suo ex amico Grillo, che il buco nell’ozono sia colpa di Vito Crimi e che il Pd sia ancora il partito di Berlinguer e non di Nardella: ognuno ha le coperte di Linus che vuole. Chissà però se Serra, al buio e nel segreto delle sue stanze curiali, ammette ogni tanto a se stesso che la colpa di tutto questo sfacelo è anche di quelli come lui. Giornalisti, scrittori e artisti “de sinistra”: ieri incendiari e oggi tifosi, che è molto peggio d’esser pompieri. Ieri scudisciavano il potere, o almeno così sembrava. E oggi fanno i supporter finto-critici di uno che, se solo fosse stato iscritto al PSI oppure in Forza Italia, avrebbero combattuto in ogni modo.

Caro Michele, te lo dico con la stima che sai: se Berlusconi è tornato in auge, è perché nel frattempo anche tu hai cominciato a votarlo. E il dramma è che fingi pure di non essertene accorto.

Caro Matteo, oltre le mamme c’è di più

segnalato da Barbara G.

di Michela Cella – glistatigenerali.com, 08/05/2017

Ieri l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico ci ha regalato un viaggio indietro nel tempo quando il neo-proclamato segretario Matteo Renzi ha elencato le tre parole chiave che ha scritto sul foglio bianco (cit) del nuovo mandato: lavoro, casa, mamma.

Sì proprio mamma, non donna, mamma.

Io, che sono figlia degli anni 70 e sono una mamma, crescendo già sapevo che il diventare madre era solo una delle opzioni che avevo davanti. Eppure nel 2017 il leader del Partito Democratico per parlare del genere caratterizzato dai cromosomi con tutte le gambette utilizza un sostantivo che ormai nemmeno i parroci durante le omelie.

Da non crederci, decenni di femminismo buttati al macero e la donna ridotta alla sua sola funzione riproduttiva.

Come se non ci fossero altri modi per mettere un apostrofo rosa nel discorso programmatico.

Come se l’essere madre fosse per forza un requisito di merito per fare politica o essere oggetto dell’azione politica: “Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro”.

Come se all’inizio di quest’anno non ci fosse stata un manifestazione mondiale che ha riportato alla ribalta il ruolo delle donne, non delle mamme, in politica e nel mondo del lavoro.

Dubito che sia stato uno scivolone inconsapevole, credo che la scelta sia stata ben ponderata, ed è l’ennesima riprova (tra le più recenti il decreto Minniti o la legittima difesa) che Renzi non si rivolge più alla constituency che ha dato vita al Partito Democratico ma a quel calderone informe di moderati più o meno clericali che erano la constituency della Democrazia Cristiana senza dimenticare qualche strizzatina d’occhio anche un po’ più a destra. Perché anche la parola chiave “casa” a ben vedere (“Casa è anche legittima difesa”) è un richiamo al privato e ai muri. Non proprio la parola chiave della società accogliente e inclusiva che la sinistra-sharing moderna vorrebbe costruire.

Sorpasso e decollo M5S. Il fortino di Renzi restringe i confini del PD.

Dimensione Mendez

Nel giorno in cui il più importante quotidiano del Paese mette in stampa i risultati del sondaggio che sancisce il consenso senza precedenti del M5S (32,3%) e il precipitare del PD ormai quasi a livelli da Bersani 2013 (26,8%), l’uomo solo al comando Renzi decide di impartire al padre-padrone Grillo una lezione di democrazia.

Consolidati o meno che siano, i 5,5 punti di distacco elaborati da Ipsos (ma il sorpasso è comunque un dato comune in diverse rilevazioni), vengono legittimamente evidenziati dal Corriere della Sera come fatto politico di portata assoluta, e provocano in Matteo Renzi una reazione che, sfruttando il congresso PD, prende corpo con queste parole:

“Da Bagnacavallo a San Giorgio a Colonica, da Volpago di Treviso fino a Carpi, da San Martino in Rio che è in provincia di Reggio Emilia fino al circolo Pd di San Paolo del Brasile ieri i primi circoli si sono espressi…

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Il compagno Renzi

segnalato da Barbara G.

di Lucia Del Grosso – nuovatlantide.org, 11/02/2017

E’ uno spasso commentare l’iniziativa di Renzi al Lingotto, a cominciare da quel ridicolo trolley (ma si può scegliere come simbolo di un’assemblea una valigia? Ha un qualche significato politico il cambio di biancheria?). Per non parlare della conoscenza etimologica della parola “compagno” che ha esibito Renzi. Ora, io posso capire un ex comunista convertitosi al renzismo che tenti il recupero di quella bellissima parola per far dimenticare i suoi peccati politici, ma Renzi, quando mai è stato compagno?

Ma in fondo si capisce anche questa intemerata: è stato sotto il suo regno che il PD è entrato a far parte della sinistra socialista europea. Perché aveva capito (o meglio, i suoi pupari gli avevano spiegato) quale banda di liberisti erano diventati i socialisti europei. E i simboli e le parole possono essere passione e sangue o solo volgare paccottiglia, dipende da chi li maneggia.

Perciò Renzi può essere pure compagno, una volta che hai tolto a quella parola tutte le lettere, può essere compagno anche suo padre, Lotti, tutto il Giglio Magico e la quasi totalità della Consip.

Ma anche più a sud del Lingotto c’è la stessa confusione sul perimetro di una proposta di sinistra: Pisapia allarga le braccia sul palco e abbraccia sia Speranza che Cuperlo, purché dica ai suoi compagni del PD che non si devono alleare con Verdini.

E’ il virus dell’ecumenismo di sinistra: ha infettato pure Civati che mette insieme nella compagnia da Boccia a Che Guevara. Poi dicono che la sinistra sa solo scindersi.

E visto che a questo rave party si possono presentare tutti ne approfitta pure Martina perché: “Senza il Pd il centro sinistra non ha futuro e senza il Pd si battono le destre”. Lui porta Renzi, sono in coppia e non lo può lasciare a casa.

Più che la Sinistra del Paese sembra l’appuntamento dei quindicenni del sabato sera: intanto vediamoci sotto casa mia, poi si vede cosa fare, l’importante è non rimanere a casa il sabato sera. In questo caso l’importante è non far vincere i populismi.

E mentre si cazzeggia poche voci isolate provano ad avvertire che non sarà un cartello di sigle che si richiamano alla sinistra, alcune solo nel nome, spruzzato di un po’ di civismo, un po’ di comitati e un po’ di arancione, ad arrestare i populismi, e nemmeno tornare ad “ascoltare” nei luoghi del dolore sociale (per dire cosa?). Fesserie! Occorre invece un’autentica sinistra socialista (in grassetto corsivo, peccato che non ho la funzione del sottolineati) che faccia il suo mestiere di socialista (ancora) e che in quanto socialista (aridaje) proponga un programma socialista senza freni inibitori, della serie no, di nazionalizzazioni non si può parlare, no, dell’ampliamento della spesa pubblica non si può parlare, no, l’Europa è casa nostra.

E’ facile recuperare la parola “compagno”, ci riesce pure Renzi. Più difficile è recuperare il patrimonio di pensiero del socialismo. Ci vuole coraggio, non è roba da ragazzini del sabato sera.

Ps Lucia Del Grosso – 12 marzo 2017 : Al netto di tutto sono scemi. Venerdì tutta quella retorica sui compagni e oggi il pugno chiuso è diventata una macchietta. Io domando e dico: “Che le fai a fare le sceneggiate se poi le smentisci nella stessa assemblea?”. Non sai fare neanche il pagliaccio che è un ruolo che richiede un po’ di competenza.

Green Economy alla rignanese

segnalato da Barbara G.

Renzi, la ‘green economy’ dell’ex premier: niente Strategia energetica nazionale e grandi agevolazioni per gli idrocarburi

Dalla California l’ex premier rilancia “la scommessa sulle energie alternative” perché “durante i mille giorni abbiamo fatto molto ma ne abbiamo parlato poco”. La realtà è diversa: il suo esecutivo verrà ricordato per le trivellazioni più facili nel Mediterraneo, il calo degli investimenti sul fotovoltaico, le mosse del Mef per non far pagare l’Imu alle piattaforme petrolifere, gli annunci per la Sen e il Green Act mai arrivati. Ma ora l’obiettivo è quello di spuntare le armi di Michele Emiliano.

di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 24/02/2017

E’ la carta che rispunta ciclicamente dal cilindro alla vigilia delle battaglie più importanti. L’aveva tirata fuori quando, nei panni del rottamatore, andò alla conquista del comune di Firenze. Lo fece di nuovo alle primarie del 2012, quando sfidò Pier Luigi Bersani per la leadership del centrosinistra. Poi nel febbraio 2014, presentando il suo governo. E’ successo ancora questa settimana, con la partita del congresso alle porte e il tentativo di fare proprie le armi dell’avversario: dalla California Matteo Renzi torna a rilanciare “la scommessa sulle energie alternative” e sulla sostenibilità ambientale. I temi sui quali Michele Emiliano, suo principale sfidante alle prossime primarie del Pd, ha costruito la propria figura politica e la propria ascesa nel partito. Ma, al di là delle dichiarazioni, per la green economy nei 2 anni e mezzo a Palazzo Chigi l’ex premier ha fatto meno di quanto annunciato.

La gestione del comparto energetico a resta ancorata a “una concezione dello sviluppo troppo legata a modelli del passato“, ha scritto il 16 gennaio Ermete Realacci in un intervento su Linkiesta. Eppure tre anni fa, il 24 febbraio 2014, lo stesso presidente della Commissione Ambiente esultava per i cenni alle “fonti rinnovabili, l’innovazione in campo ambientale con la chimica verde” contenuti nel discorso con cui il neo-premier aveva chiesto la fiducia in Senato. La prima legge a portare gli ambientalisti sulle barricate era stato il cosiddetto “Spalma incentivi“: il decreto 91 convertito il 7 agosto 2014 prevedeva che dal 1° gennaio 2015 tutti gli impianti fotovoltaici di potenza superiore ai 200 kWp non avrebbero più goduto dei sussidi previsti, lasciando la possibilità di scegliere tra un’erogazione dell’incentivo su 24 anni invece che su 20, oppure un taglio secco del sussidio.

L’intero settore aveva bisogno di una regolamentazione, data anche la mole di truffe e casi di “solare fantasma” che andavano a ingolfare i tribunali del Sud Italia, ma l’effetto ha influito negativamente sugli investimenti. “L’aspetto più critico del provvedimento – si legge nel rapporto Rinnovabili nel mirino pubblicato da Greenpeace nel marzo 2016 – risiede nella sua retroattività. Si è deciso di modificare accordi definiti in precedenza per investimenti già effettuati”. Così secondo il report “Global Trends in Renewable Energy Investment 2016” elaborato dall’Unep, il Programma ambientale dell’Onu, nel 2015 “l’Italia ha visto gli investimenti sulle  rinnovabili scendere sotto quota 1 miliardo di dollari, – 21% rispetto al 2014 e molto al di sotto dei 31,7 miliardi registrato durante il boom del fotovoltaico del 2011 (prima della lunga sequela di tagli inaugurata dal governo Monti, ndr). Il taglio retroattivo degli incentivi ha contribuito a smorzare l’interesse degli investitori”. Nel 2015 anche la Germania, si legge ancora, aveva conosciuto un calo consistente, “il peggiore da 12 anni”, ma il crollo si era fermato a quota a 8,5 miliardi.

“Sulle rinnovabili il governo Renzi ha soltanto tagliato – spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – dopo la promessa fatta ai tempi del referendum sulle trivelle (e ribadita il 21 aprile 2016 a New York in occasione del dibattito sugli obiettivi per lo sviluppo sostenibile alle Nazioni Unite, ndr) di arrivare entro fine legislatura al 50% di energia prodotta da fonti rinnovabili, l’esecutivo non ha fatto un solo provvedimento serio che va in questa direzione. Non a caso tra il 2015 e il 2016 la percentuale si è ridotta dal 38% al 33%“.

Un mese più tardi scoppiava la grana trivellazioni. Il 12 settembre 2014 il governo aveva varato il decreto Sbocca Italia“, ribattezzato dai detrattori “Sblocca Trivelle“, perché toglieva alle Regioni e dava a Roma il potere di rilasciare le autorizzazioni per le nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi nel Mediterraneo. Immediatamente la Puglia guidata da Michele Emiliano si metteva a capo di una cordata formata da Basilicata, Marche, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise – oltre a Greenpeace, Legambiente e WWF Italia – che chiedeva e otteneva dopo un lungo braccio di ferro legale e politico il referendum abrogativo. Il 20 marzo 2016, a meno di un mese dal voto del 17 aprile, Renzi chiariva ufficialmente la linea del partito: la segreteria del Pd è per l’astensione. Per poi ribadire qualche giorno dopo nel pieno delle polemiche: “L’astensione a un referendum che ha il quorum è una posizione sacrosanta e legittima“. Risultato: la consultazione non raggiunse il quorum e “le compagnie hanno continuato a richiedere autorizzazioni per impianti nel Mediterraneo – continua Zanchini – come il progetto Vega di Edison che viene presentato in questi giorni, quando loro negavano che si potessero costruire nuove strutture”.

Nel frattempo, il 19 maggio 2015, il Senato aveva approvato in via definitiva il testo unificato sugli Ecoreati, che aggiornava il codice penale prevedendo il carcere per 5 nuovi reati: disastro ambientale e inquinamento ambientale, traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività, impedimento dell’eco-controllo, omessa bonifica. Un testo salutato con soddisfazione da tutte le parti politiche (approvato a Palazzo Madama grazie all’inedita alleanza M5s-Sel-Pd), ma che le associazioni mettevano nel mirino perché orfano del divieto dell’utilizzo dell’air-gun, tecnica che prevede esplosioni ad aria compressa per la ricerca di idrocarburi in mare. Contro la quale il solito Michele Emiliano partiva per l’ennesima crociata.

Ulteriore conferma del senso di Matteo per gli idrocarburi era arrivata il 1° giugno 2016, giorno in cui il Ministero dell’Economia era intervenuto in un pluridecennale braccio di ferro tra giganti del petrolio e diversi territori del Sud. Con la risoluzione numero 3/DF il Dipartimento delle Finanze stabiliva che per le piattaforme di trivellazione le compagnie non devono pagare Imu e Tasi. La motivazione: quel tipo di impianti non è inventariato dal Catasto ma dall’Istituto idrografico della Marina, e di conseguenza per ottenere il pagamento servirebbe “l’ampliamento del presupposto impositivo dell’Imu e della Tasi”, scriveva il Mef. Che prendeva così nettamente posizione in favore dell’Eni contro il comune di Pineto, nel teramano, tentando di superare la sentenza del 24 febbraio 2016 della Corte di Cassazione. Che ribadiva l’obbligo del pagamento in un successivo pronunciamento del 30 settembre 2016.

Tra le misure adottate Renzi può annoverare il Collegato ambientale. Approvato il 22 dicembre 2015, il testo prevedeva tra le altre cose 35 milioni di euro a favore dei comuni con più di 100mila abitanti per finanziare progetti di mobilità sostenibile, credito d’imposta del 50% in favore delle imprese per la bonifica dell’amianto, norme contro l’abbandono di rifiuti di piccole dimensioni come mozziconi di sigarette, gomme da masticare, scontrini, fazzoletti di carta. Ancora presto per valutare gli effetti del decreto Rinnovabili del 23 giugno 2016, che mette sul piatto 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili non fotovoltaiche.

Provvedimenti che, tuttavia, non si inseriscono in una Strategia energetica nazionale, che il governo Renzi non ha mai varato. L’ultima Sen risale a inizio 2013, ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Al di là degli annunci, il lavoro dell’esecutivo in questo senso è approdata appena a una risoluzione approvata in Commissione Ambiente al Senato il 16 febbraio in cui si consegna “al governo una serie di impegni“. L’ennesimo libro dei sogni.

Altrettanto campato in aria è il Green Act di cui Renzi aveva parlato per la prima volta due anni fa, in un tweet del 2 gennaio 2015 in cui elencava i capitoli principali dell’azione del suo governo. Il tema era stato oggetto di una infinita serie di annunci del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti che iniziava il 25 febbraio 2015 (“Il Green Act partirà a  marzo“) e terminava il 10 giugno 2016 (“Il Green Act potrà rappresentare il primo passo verso un nuovo modo di vedere e vivere la normativa ambientale”). Con la capogruppo Pd in Commissione Ecomafie Laura Puppato che ancora il 27 ottobre 2016 ne parlava al futuro sottolineando la necessità di “varare al più presto il Green Act”.

Assemblea senz’anima

segnalato da Barbara G.

Un’assemblea senza anima avvicina la scissione del Pd

Nella riunione di sette ore parlano tutti i leader, renziani e di minoranza, Ma le parole più importanti arrivano alla fine, a telecamere spente, con Emiliano, Speranza e Rossi che accusano Renzi di “aver scelto la strada della scissione”. Da oggi il M5S è il primo partito del Paese. I democratici sono ormai bruciati.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 19/02/2017

La svolta arriva alla fine, quando l’assemblea del Pd è ormai terminata da più di un’ora. Via i delegati, i curiosi, i contestatori, le telecamere, le guardie rosse, ecco la nota dei tre tenori, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza alle sette di sera, in tempo per i tg, con la parola esorcizzata, invocata, temuta, carezzata per tutta la giornata: «Renzi ha scelto la strada della scissione», scrivono i tre. E questa volta, a quanto pare, è davvero finita. Tra accuse reciproche: decisione già presa, avanspettacolo.

L’annuncio dell’addio arriva dopo un’assemblea di sette ore, all’hotel Parco dei Principi immerso nei Parioli, tra stucchi dorati, lampadari, finti busti neo-classici. Di fronte ai recinti del bioparco si alterna al microfono il bestiario del partito che governa il Paese: i falchi, le colombe, le volpi, i leoni, le faine, i serpenti, le iene e le belle gioie. Il dolore, più volte tirato in ballo, i sentimenti e i risentimenti, le trappole, i trabocchetti.

La sottosegretaria Maria Elena Boschi, silente e a lungo inquadrata dalla regia. Le convergenze parallele: attribuite da sempre al pugliese Aldo Moro per il centro-sinistra (ma lui, in realtà, non pronunciò mai questa frase), sembrano rivivere in formato per così dire minore alle cinque del pomeriggio, quando al microfono a sorpresa chiede di intervenire il presidente della Puglia Michele Emiliano. Al raduno del teatro Vittoria nel quartiere Testaccio era stato il più duro del trio contro Renzi: «Vi chiedo scusa di averlo votato». Per tutto il giorno c’è il mistero sulle sue reali intenzioni, gli spin renziani fanno sapere che è pronto a tradire Rossi, Speranza e Bersani (e Massimo D’Alema). E il governatore sembra confermare i sospetti. Si traveste da agnello. Sventola il ramoscello della pace. Afferma che se Renzi farà un passo indietro, lui ne farà altrettanti, «per fare cento passi in avanti». Fino alla mozione di fiducia: «Io dico: mi fido del segretario, di Renzi, ho fiducia nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. Siamo a un passo dalla soluzione per portare dentro il partito una sfida dignitosa». Con un’avvertenza finale: «Se non troviamo un accordo tra di noi sarà poi difficile convincere gli italiani che siamo la forza da votare».

Convergenze parallele, perché Renzi e Emiliano sembrano fino a quel momento avere un interesse in comune. Fare il congresso e le primarie. Senza uno sfidante vero e agguerrito, per l’ex premier rischiano di essere un flop: gazebo deserti, in una calda giornata che già invita al mare, la prova che come dice Bersani il popolo ha voltato le spalle al Pd. E per Emiliano le primarie contro Renzi sarebbero un formidabile palcoscenico mediatico per rafforzare la sua leadership nazionale, oggi ancora legata alla Puglia e al Sud. Nella tagliola sembrano finire gli scissionisti: Rossi, Speranza e i leader. Bersani, presente per l’ultima volta, D’Alema ormai uscito in mare aperto. «Io ho deciso, vi aspetto fuori, fatemi sapere», ha salutato i compagni prima di lasciare il teatro Vittoria.

Sull’ex leader Massimo e sui bersaniani piovono per tutto il giorno appelli, richiami agli affetti, minacce. Nella sua relazione Renzi non concede neppure un millimetro a chi vuole andare via: «Don Milani diceva che chi perde il tempo bestemmia. Noi negli ultimi due mesi abbiamo bestemmiato il tempo. Adesso basta discutere, fuori di qui ci prendono per matti». Accusa gli avversari interni di volere la sua fine politica: «Più brutta della parola scissione c’è la parola ricatto. Non potete pensare che per evitare la scissione io possa togliermi di mezzo. Avete il diritto di sconfiggermi con un vostro candidato, non di eliminarmi!». Fa sfilare i fantasmi del 1998 e del 2009, ovvero la caduta di Romano Prodi a Palazzo Chigi e quella di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd, entrambe con la regia di D’Alema. Il vero nemico Innominato. E per la prima volta il rottamatore, il ragazzo dell’anno zero, del momento presente, chiama in suo soccorso il passato nobile del centrosinistra: Arturo Parisi e l’Ulivo, il Lingotto di Veltroni (da cui partì nel 2007 l’avventura del Pd), i valori della sinistra, l’identità, le primarie, «il potere che appartiene ai cittadini», il Pd che è l’unico «modello alternativo all’azienda-partito (M5S di Casaleggio) e al partito-azienda (Forza Italia di Arcore)». E ammette: «Il Pd è più forte dei destini personali dei leader».

In carne e ossa, in sala, ci sono molti protagonisti di questa storia. Parlano tutti, contro la scissione, nel silenzio surreale dei contendenti: i bersaniani spediscono Guglielmo Epifani sul podio a parlare per tutti, i renziani ancora una volta dimostrano incapacità di intervenire fuori dalla propaganda, quando il gioco si fa duro. Al loro posto, la vecchia guardia: Piero Fassino, Dario Franceschini, Franco Marini, ex segretari di Ds, Pd, Ppi. Parla, rompendo un silenzio che durava da anni, Walter Veltroni. E nella sala finalmente si fa attenzione. Scuola di prim’ordine, l’ex segretario rompe l’indifferenza reciproca. La sua è una lezione di discorso politico, prendano nota e lo studino nei loro corsi i giovani del Pd renziano i cui concetti non durano un tweet. Ed è una lunga lettera ai compagni di sempre che oggi potrebbero andarsene. Non si interrompe un’emozione, una storia. E Walter si toglie qualche antico sassolino nei confronti del rivale di sempre, D’Alema: «Vogliamo dirci che se il governo Prodi fosse proseguito la nostra storia sarebbe stata diversa? E che senza le nostre divisioni Prodi sarebbe diventato presidente della Repubblica nel 2013?». Ma Veltroni ha qualcosa da dire, e molto, anche sulla conduzione degli ultimi anni: «Il Pd non può essere un monocolore culturale o un partito personale. Se la prospettiva è la proporzionale, i partitini e le preferenze, il ritorno a un partito che sembra la Margherita e uno che sembra i Ds, non chiamatelo futuro, la parola più giusta è passato». Standing ovation. E per un istante qualcuno sogna che possa essere lui, Veltroni, il reggente del Pd nella fase congressuale.

Chi rompe e chi costruisce. Gianni Cuperlo paragona Renzi e i suoi antagonisti a James Dean in “Gioventù bruciata”, due auto in corsa verso il burrone, ed è l’immagine più cruenta e vera della giornata: «Non siamo mai stati un gruppo dirigente». Franceschini squarcia un velo sul nuovo che avanza: «Nella prossima legislatura le alleanze saranno larghe, politicamente improbabili, ma i numeri hanno una loro forza, solo la nostra unità ci consentirà di tenere in mano il timone di queste coalizioni». Traduzione: se in futuro dovremo allearci anche con Forza Italia meglio restare uniti e grandi, piuttosto che piccoli e deboli. Siamo alle ovvietà. Ma intanto nei corridoi i colonnelli bersaniani attaccano Renzi, si aspetta la mossa di Emiliano che alla fine arriva. Fuori tempo massimo, però. La soluzione è a un passo. La fine del Pd anche.

«La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario», disse il capogruppo dc Mino Martinazzoli chiudendo alla Camera nel 1987 la legislatura del governo Craxi. Nessuno lo ha ripetuto, eppure sarebbe stato necessario. Non lo ha fatto la minoranza, persa nell’ansia di non finire sotto il bastone renziano. E non lo ha fatto Renzi, che ha dimenticato l’insegnamento dell’Uomo Ragno: da grande potere grandi responsabilità. In un’assemblea di sette ore in cui in pochissimi hanno saputo parlare fuori dall’acquario o dal bioparco per rivolgersi al paese, all’altezza della «crisi democratica», come ha detto Veltroni, che attraversa e strema le istituzioni in Occidente, riscrive la storia e la geografia, da Washington all’Europa.

Il passato bussa alla porta, senza i partiti e i protagonisti del passato. Sarà una scissione, se tale sarà, senza anima e pathos. Nulla di paragonabile ai drammi novecenteschi, e neppure alla nascita della Quercia, quando – garantì Michele Serra in una poesia – «ho visto piangere Massimo D’Alema/ là, dentro il grembo della tribuna rossa». Piansero tutti anche nel 2007, a Firenze, quando Fabio Mussi lasciò i Ds che entravano nel Pd. Non ha pianto nessuno, in morte del Pd così come lo abbiamo conosciuto. Una gelida separazione, di chi non ha più nulla da dirsi, di chi non sopporta più la presenza reciproca, neppure il tono di voce. Ma molto ci sarà da soffrire nelle prossime settimane: elezioni amministrative, Rai, Parlamento, il vento della divisione fuori dall’assemblea del Pd rischia di travolgere molte imprese, compreso il governo Gentiloni.

Fino ad arrivare alle prossime elezioni, quando saranno. Perché da stasera M5S è virtualmente il primo partito italiano. E se la destra si sveglia, sarà un disastro politico annunciato per il centrosinistra e, chissà, forse, per il Paese. Il Pd è un partito bruciato. Un bel risultato, in ogni caso, per chi si era candidato a guidare l’Italia per decenni.