Ricerca

Dalla Siberia al Cern

segnalato da Barbara G.

Non vorrei che a qualcuno fosse sfuggita la notizia… anzi, LA Notizia…

Mi scuso per il ritardo con cui posto, ma mi pare doveroso rendere omaggio al cervellone che, di tanto in tanto, sale su questo treno scalcagnato, e che, in numerose occasioni, ci ha pure fornito ottimo combustibile per le nostre meningi (tipo il pezzo sul Bosone di Higgs o quello sulla Leadership, che val la pena di rileggere, per poi guardare il desolante panorama politico con occhio “scientifico”). 

Congratulazioni, grande Rob!!! Sperando che i tuoi nuovi impegni ti consentano di affacciarti qui, di tanto in tanto…

CERN, Roberto Carlin eletto Coordinatore di CMS: tripletta di italiani alla guida dei grandi esperimenti di LHC

home.infn.it, 12/02/2018

L’italiano Roberto Carlin, ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e professore all’Università di Padova, è stato eletto nuovo spokesperson di CMS, e guiderà quindi l’esperimento che, assieme ad ATLAS, ha consentito la scoperta del famoso bosone di Higgs per due anni, da settembre 2018 quando raccoglierà il testimone dall’americano Joel Butler, ad agosto del 2020.

“È un onore essere scelto a coordinare una collaborazione così grande e importante, con tremila scienziati provenienti da ogni parte del mondo, – commenta Roberto Carlin – e ritengo che la mia elezione sia una conferma dell’eccellenza della fisica italiana, che nella collaborazione ha un ruolo determinante”. “Il nostro esperimento si trova ora di fronte a notevoli sfide, – prosegue Carlin – dovendo contemporaneamente acquisire l’enorme mole di dati fornita dalle eccellenti prestazioni dell’acceleratore LHC del CERN, analizzarli a fondo, e iniziare un progetto molto ambizioso di upgrade che è nelle fasi conclusive di approvazione”. “Dopo più di dieci anni di lavoro a CMS, posso dire che conosco bene le straordinarie capacità della nostra collaborazione, e non ho dubbi che il coinvolgimento di tutte le persone da ogni istituto e paese ci consentirà di portare a termine con successo i nostri progetti”, conclude Roberto Carlin.

Con l’elezione di Carlin sale a tre su quattro il numero degli italiani a capo dei grandi esperimenti al Large Hadron Collider del CERN: oltre a Carlin a capo di CMS attualmente ci sono, infatti, Federico Antinori alla guida di ALICE e Giovanni Passaleva di LHCb, oltre a Simone Giani che coordina la collaborazione TOTEM, uno degli esperimenti più piccoli, rispetto ai quattro giganti, ma altrettanto determinanti per i risultati che il CERN sta ottenendo nella comprensione dell’universo dell’infinitamente piccolo. Ma non solo: oltre alla tripletta nazionale c’è anche particolare motivo di orgoglio per la sezione INFN di Padova, di cui sono ricercatori sia Roberto Carlin sia Federico Antinori.

Roberto Carlin è ricercatore INFN e professore ordinario di fisica presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova. Ha iniziato l’attività scientifica nei primi anni ’80 al CERN con l’esperimento PS170, e ai Laboratori INFN di Frascati con Fenice. A queste attività di ricerca, è quindi seguito un lungo periodo all’esperimento ZEUS, a DESY, ad Amburgo, dove ha lavorato alla progettazione, costruzione e messa in servizio del rilevatore di muoni, del suo trigger e dell’acquisizione dati. In seguito, Carlin ha ricoperto i ruoli di coordinatore del trigger dell’esperimento, project manager per la costruzione di un nuovo rivelatore di vertice e infine vice-spokesperson della collaborazione. Membro di CMS dal 2005, Roberto Carlin ha contribuito all’installazione e la messa in funzione del rivelatore di muoni, e alla gestione delle prime fasi di presa dati. Dal 2012 al 2015 è stato coordinatore del trigger di CMS, e da settembre 2016 è vice-spokesperson della collaborazione.

Siamo scienziati, chiediamo asilo

segnalato da Barbara G.

Scappati da Siria, Libia, Afghanistan. Sono i profughi che gli istituti di ricerca e le università si contendono.

L’economista afghano Sahil a Trieste

Di Giovanni Tomasin, Piero Martinello – espresso.repubblica.it, 30/03/2017

L’Egeo nero si agita di fronte alla costa turca, Sahil guarda in tralice il gommone di pochi metri con cui dovrà navigarlo. Con lui ci sono una cinquantina di persone, tra cui donne, anziani e bambini. La traversata richiederà un paio d’ore. Al contrario di tanti, loro riusciranno ad approdare all’altra riva, in Europa. Oggi, a qualche anno di distanza, Sahil ricorda quel momento come il più difficile dell’odissea che l’ha portato dall’Afghanistan all’Italia.

La sua storia è simile a migliaia di altre e al contempo è diversa. Racconta un aspetto del grande esodo che contrasta con l’immagine dei migranti coltivata in Occidente. A meno di trent’anni, in Afghanistan, Sahil aveva in mano un master in economia finanziaria ed era il direttore di un programma di sviluppo agricolo che interessava una ventina di province in tutto il paese. Collaborando con realtà internazionali, ha attirato l’attenzione di un gruppo terroristico che intendeva reclutarlo come spia. «Io ho rifiutato», racconta. «Poi un giorno hanno cercato di uccidermi, crivellando di colpi la mia auto. Sono sopravvissuto ma ho capito che dovevo scappare».

È iniziato così un viaggio di quasi cinque mesi, conclusosi in Italia con oltre un anno di permanenza in un Cara, un centro per richiedenti asilo. Oggi Sahil vive in una località sicura, ma non vuole diffondere troppe informazioni su di sé: teme per la sicurezza della sua famiglia, rimasta in Afghanistan. «L’Italia è bellissima», dice, «ma tanta gente pensa che i rifugiati vengano in Occidente a cercare un lavoro. Noi ce l’avevamo una vita e un lavoro a casa nostra. Siamo dovuti scappare. E qui non siamo più nulla».

È impossibile calcolare il numero preciso degli esuli scienziati, ricercatori e accademici creati dai conflitti degli ultimi anni. Tra Siria, Iraq, Libia, Yemen, Afghanistan e altri paesi il numero è alto. Trieste ha da poco ospitato un convegno che ha mostrato questo volto dei migranti richiedenti asilo: “Refugee Scientists: Transnational resources ”, organizzato dalla Twas (Accademia mondiale per l’avanzamento delle scienze nei paesi in via di sviluppo) in collaborazione con l’Istituto nazionale di oceanografia (Ogs), l’Università euromediterranea slovena di Pirano e l’Agenzia svedese di cooperazione allo sviluppo. Per una settimana ricercatori, accademici, rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali si sono confrontati sull’impatto delle guerre sul mondo scientifico. E sui loro colleghi costretti a fuggire.

Per James R. King, assistente direttore dell’Iie-Srf, un ente di New York che offre borse di studio a scienziati rifugiati, è «difficile dare numeri precisi». «Basti pensare che in Siria prima della guerra c’erano 10 mila accademici – spiega – e che oggi metà della popolazione del paese ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. La proporzione non sarà perfetta, ma rende l’idea». Molti di quegli accademici sono ora sfollati all’interno della Siria, vivono nei campi in Turchia oppure hanno imboccato la rotta balcanica.

Qualche fortunato è riuscito ad arrivare in Europa proprio grazie al suo ruolo accademico. Shifa Mathbout, siriana, oggi è parte del gruppo di climatologia dell’università di Barcellona. Studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo e gli effetti del calo delle precipitazioni. È arrivata in Europa nel 2012, dopo aver atteso il visto in Giordania e in Libano per mesi: «Sono andata via per due ragioni», racconta, «per proseguire la mia carriera accademica e per sopravvivere». Suo fratello è un oppositore politico del regime e ora vive da rifugiato in Svezia, assieme alla famiglia. Sebbene Shifa non fosse impegnata in politica, questo bastava per metterla in pericolo. Il programma Erasmus Mundus le ha consentito di arrivare in Europa. I suoi genitori sono rimasti in Siria, a Latakia: «Non vedo la mia città e mio padre da cinque anni», racconta.

«Mia madre è venuta a trovarmi una volta in Spagna. All’aeroporto di Barcellona l’hanno interrogata per ore, prima di lasciarla andare». Secondo le statistiche solo una minima parte dei 65 milioni di rifugiati dispersi nel mondo vive in paesi occidentali. Questo vale anche per gli scienziati. La yemenita Eqbal Dauqan è una chimica convertitasi alle scienze del cibo e ora lavora in Malesia. Studia gli effetti benefici degli antiossidanti per conto dell’università: «Ho scelto la Malesia perché ero già stata lì, prima della guerra, per ragioni di studio».

Originaria della città di Taiz, non ha avuto altra scelta che la fuga: «Quando il conflitto è iniziato la zona dell’ateneo è stata colpita per prima. Poi anche la via da casa al lavoro si è fatta pericolosa, fino a quando io e la mia famiglia abbiamo lasciato la nostra casa per trasferirci fuori dal centro. Un mese dopo è stata colpita da un missile e ora non esiste più». Espatriare è stata una scelta obbligata: lo stipendio malese di Eqbal è una fonte di sopravvivenza per tutta la sua famiglia. Suo padre, suo fratello e sua sorella, rimasti in Yemen, sono tutti dipendenti pubblici e da tempo non percepiscono più la paga. «Anche se volessi tornare rischierei la vita. L’unico aeroporto aperto in tutto il paese è lontano da Taiz, non avrei certezza di arrivare viva dalla mia famiglia». Al momento, aggiunge, non è rifugiata: «Sono docente ospite. Ma fra un anno scadrà il mio contratto e, se non riuscirò ad averne un altro, dovrò chiedere asilo come è successo a molti ricercatori miei connazionali».

Altri sono diventati profughi pur vivendo all’estero già da molti anni. Il siriano Nader Akkad è arrivato a Trieste negli anni Novanta per studiare all’Ictp, il Centro internazionale di fisica teorica fondato dal premio Nobel pakistano Abdus Salam: «Il professor Salam era il primo Nobel musulmano», racconta Nader, «per noi giovani scienziati dei paesi islamici poter studiare con lui era un sogno».

In Italia Nader ha ottenuto diversi master e un dottorato in ingegneria sismica: «Islam e scienza sono in sintonia», dice, «Secondo un hadith gli scienziati saranno gli eredi dei profeti». Membro dell’Unione delle comunità islamiche, come imam è intervenuto condannando il terrorismo ai funerali di Valeria Solesin, la giovane vittima italiana della strage del Bataclan di Parigi. «Tecnicamente oggi sono un profugo», racconta». «Perché la mia città, Aleppo, è stata distrutta dalla guerra e non potrei tornarci nemmeno se volessi. Nel 2012 sono riuscito a portare in Italia i miei genitori. Ci siamo affidati a un passeur che li ha fatti fuggire attraverso un tunnel. Hanno dovuto attraversare quattro linee di cecchini, abbiamo rischiato grosso».

Tra gli ospiti di Trieste c’era anche Radwan Ziadeh, analista dell’Arab Center di Washington. Siriano, ha dovuto lasciare il suo paese ben prima della rivoluzione e della guerra. «In Siria lavoravo come chirurgo in un ospedale. Nel 2001 sono stato licenziato perché avevo iniziato a operare nel campo dei diritti umani, agli occhi dello Stato ero un “pericolo per la sicurezza nazionale”».

Dal 2007 si è trasferito negli Usa, dove opera per far conoscere gli orrori della guerra civile. Ha testimoniato due volte al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. «La questione degli scienziati rifugiati è fondamentale», dice. «Secondo alcuni calcoli almeno 7mila medici siriani lavorano oggi negli Usa. Pensiamo agli effetti che il travel ban può avere in un quadro simile». Per Ziadeh «le organizzazioni internazionali sono un ponte che consente agli scienziati di trovare un ambiente in cui proseguire le ricerche anche dopo l’esilio. Bisogna dare loro sostegno e al contempo dare valore alle storie dei rifugiati».

Nel frattempo Sahil guarda il mare che l’ha portato in Europa. «Gli scienziati rifugiati sono come alberi già maturi, pieni di frutti. Possono dare molto ai paesi che li ospitano». Altrimenti non resta loro che una vita sospesa nel limbo. «Quando sei nella mia condizione tutti i tuoi sogni cadono a pezzi. Puoi solo sentire i giorni accumularsi uno sull’altro».

La cultura della cultura

segnalato da Andrea

L’INTERVENTO DI SALVATORE SETTIS AL CONVEGNO DI BOLOGNA

di Giovanni Cocchi – retescuole.net, 30/11/2014

Parlando di cultura e scuola in tempo di crisi, il punto di partenza è obbligato: è prevalsa in Italia una versione dei fatti, sbandierata dalla destra e vissuta con rassegnazione da buona parte della sinistra, secondo cui in tempo di crisi ridurre le risorse (cioè tagliare le gambe) alla ricerca, alla scuola, all’Università, al teatro, alla tutela dei beni culturali, alla musica è non solo necessario ma giusto. Questa volgare mistificazione, di solito citata con la formuletta (attribuita a Tremonti) “la cultura non si mangia”, ha un corollario importante: la riduzione dei fondi pubblici, dicono lorsignori, innescherà un processo virtuoso, per cui non solo si spenderà meglio quel poco che c’è, ma prontamente interverranno i privati ad assicurare il funzionamento delle istituzioni.

Vale la pena di smontare in poche mosse questo traballante castello di carta. Prima di tutto, non è vero che la politica dei tagli alla spesa pubblica in cultura sia una reazione-standard dei governi di destra alla crisi. Non è quello che ha fatto la Francia di Sarkozy, che anzi ha “sanctuarisé” le spese in cultura (dichiarazione del ministro Frédéric Mitterrand, 29 maggio 2012), e ha lanciato un programma di accresciuti investimenti in ricerca per 21,9 miliardi di euro nel quinquennio (discorso del ministro Valérie Pécresse, 1 giugno 2010). Non è quello che ha fatto la Germania di Angela Merkel, che anzi ha incrementato i fondi per la ricerca di 10 miliardi di euro con la Exzellenzinitiative lanciata tre anni fa e ancora in corso. Lo spirito di questi provvedimenti in questi due Paesi europei è identico a quello espresso dal presidente Obama nel suo discorso alla National Academy of Sciences del 27 aprile 2009: «In un momento difficile come il presente, c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire in ricerca, che sostenere la scienza è un lusso in una fase in cui bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita. (…) Per reagire alla crisi, oggi è il momento giusto per investire molto più di quanto si sia mai fatto nella ricerca applicata e nella ricerca di base, anche se in qualche caso i risultati si potranno vedere solo fra dieci anni o più: (…) i finanziamenti pubblici sono essenziali proprio dove i privati non osano rischiare. All’alto rischio corrispondono infatti alti benefici per la nostra economia e la nostra società».

Reagire alla crisi economica tagliando gli investimenti pubblici in cultura, dunque, non è la politica delle destre europee, bensì una specialità della destra italiana. Ma di quale destra? Una delle favolette consolatorie che ci raccontiamo per addormentarci è che vi sarebbero in Italia due destre: una destra becera e indecente (quella di Berlusconi, di Bossi, di Alemanno), per fortuna ormai sgominata; e una destra colta, “pulita” e tecnocratica che si è incarnata nel governo “tecnico”, e che si è poi riversata nella destra ai governi delle “larghe intese”, basata oggi sul patto di carta fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

Ma non dobbiamo accecare noi stessi al punto di non vedere che, sotto molti aspetti, dall’una all’altra destra nulla è cambiato: e questo è vero in particolare per quel che riguarda la spesa sociale e gli investimenti in cultura. Fra Gelmini e Giannini c’è una perfetta continuità di intenti, con un continuo depotenziamento della scuola, dell’università, della ricerca. Dobbiamo dunque constatare amaramente che il disprezzo per la cultura e la deliberata intenzione di relegarla al margine delle politiche pubbliche non è un attributo della destra “becera”, ma anche della destra “pulita” e tecnocratica, quella che ancor oggi ci governa, appena travestita sotto il velo di una strana maggioranza. Allargando le braccia, e magari fingendo di vergognarsi, si tagliano le spese in cultura, dando per scontato che scuola e ricerca siano optional a cui dedicare solo il superfluo (che non c’è mai).

Spendere per la scuola, per i musei o per i teatri è dunque, in Italia e solo in Italia, considerato un lusso che in tempi di magra non ci possiamo permettere. Possiamo vederlo bene ricordando un famoso articolo di Alessandro Baricco su Repubblica del 24 febbraio 2009. Il titolo era : Basta soldi di Stato al teatro. Un titolo eloquente. In tempi di crisi, questa la sua tesi, non si può pensare che la cultura sia finanziata con fondi pubblici. È arrivato il momento di scegliere. Basta soldi di Stato al teatro, puntiamo sulla scuola e la televisione, le sole cose che contino «nel paesaggio che ci circonda» (per la loro dimensione di massa). Quanto al teatro, all’opera lirica e così via, «meglio lasciar fare al mercato e non disturbare», tanto più che «se non sono stagnanti, poco ci manca». Ergo: tagliare tutti i fondi a musica e teatro, spostandoli integralmente sulla scuola e la televisione, «il Paese reale è lì». Sarebbe interessante analizzare le reazioni a questo articolo, ma non ce n’è il tempo: ricordo solo l’esultanza degli allora ministri Brunetta e Bondi e le critiche acute di Eugenio Scalfari. Più tardi, Vincenzo Cerami sull’Unità (3.1.2010) e Gioacchino Lanza Tomasi sul Sole ( 17.1.2010) hanno lapidariamente osservato che anche alla sinistra «manca la cultura della cultura». Non è un gioco di parole. Cultura della cultura vuol dire sapere che le attività artistiche, la creazione letteraria, la ricerca scientifica, i progetti museografici, la scuola, l’università hanno una funzione alta e insostituibile nella società. Sono luoghi di consapevolezza e di educazione alla creatività, alla democrazia e ai valori civici e identitari : il cuore di quella capacità di crescita endogena che i migliori economisti individuano come uno stimolo potente all’innovazione e all’occupazione non di quei settori specifici, ma di una società nel suo insieme.

Qualche domanda, allora:

  1. perché in Italia si taglia, altrove l’investimento in cultura è visto come una reazione positiva alla crisi?
  2. ha ragione Baricco di chiedere più soldi per la scuola e una decente TV pubblica che recuperi (se mai è possibile) il degrado culturale che proprio la televisione, privata e pubblica, va consolidando. Ma perché va fatto a spese del teatro (o del patrimonio culturale? o della ricerca e dell’Università? o della tutela del paesaggio?). In quale Paese al mondo si è mai dovuto scegliere fra scuola e musica, fra televisione e teatro?
  3. «Spostate quei soldi», scriveva Baricco, e intendeva : spostate su scuola e TV i fondi del teatro. Come se vi fosse un “paniere cultura”, necessariamente magrissimo, da cui pescare, in alternativa, o per la scuola o per l’opera. E perché mai non potremmo dire: «Spostate quei soldi», ma intendendo quelli destinati a opere inutili anzi dannose come il Ponte sullo Stretto, le varie Tav, la dannosa autostrada Orte-Mestre e le altre cementificazioni dello Sblocca-Italia, il cosiddetto salvataggio Alitalia che ha borseggiato il contribuente, e così via?

Ci viene propinata quotidianamente una dose letale di perversa retorica dello sviluppo inteso come profitto delle imprese e non come crescita civile ed economica del Paese. Storditi da un pulviscolo di cifre e dalla necessaria genuflessione al Dio Mercato, dimentichiamo che non può esservi nessun vero sviluppo economico, se non è anche crescita democratica del Paese. Dimentichiamo che la cultura non è un lusso, ma è stimolo potente di creatività non solo artistica e letteraria, ma scientifica e industriale. Quella creatività che produce innovazione e lavoro, e che oggi in Italia è agonizzante perché ha ceduto il passo ai facili guadagni di un’edilizia di pessima qualità, al riciclaggio dei denari delle mafie, allo smontaggio dello Stato e dei beni pubblici, oggetto privilegiato di un’economia di rapina che non produce nuova ricchezza, ma sposta le risorse dalla comunità dei cittadini alle nuove caste prodotte dal neoliberismo spinto che ci governa.

Per smontare la catena di menzogne che ci soffoca, è vitale ricordarsi che il “paniere cultura” non sta sotto una campana di vetro. È parte essenziale di un largo orizzonte di diritti, che ha nella Costituzione repubblicana il suo perfetto manifesto. La nostra Costituzione è davvero “la grande incompiuta” (Calamandrei): non è una ragione per cambiarla, bensì per esigere che venga finalmente messa in pratica. Il grandioso progetto che sinora non abbiamo saputo tradurre in pratica si esprime al meglio nell’art. 9, secondo cui «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Essenziale alla legalità di una Repubblica che è e deve restare «una e indivisibile» (art. 5 Cost.), il principio espresso nell’art. 9 si lega ad altri articoli della Costituzione in una sapiente architettura di valori. Esso va inteso come espressione dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2); dev’essere indirizzato al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3) e collegato alla piena libertà di pensiero e di parola (art. 21), alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento (art. 33), alla centralità della scuola pubblica statale e al diritto allo studio (art. 34). La tutela del paesaggio, inoltre, concorre alla formazione della nozione di ambiente come valore costituzionale primario convergendo con la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32). Secondo la Costituzione il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art. 42), la libertà d’impresa «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41).

Dando tanto risalto alla cultura, la Costituzione è in sintonia con grandi tendenze culturali del nostro tempo, secondo cui «l’etica dev’essere una condizione del mondo, come la logica» (Wittgenstein). La cultura fa parte dello stesso identico orizzonte di valori costituzionali che include il diritto al lavoro, la tutela della salute, la libertà personale, la democrazia. Perciò dobbiamo reagire contro l’indifferenza che uccide la democrazia, contro la tirannia antipolitica dei mercati. Io condivido pienamente quanto ha scritto Zagrebelsky: “antipolitica è una parola violenta e disonesta”, se applicata a movimenti di cittadini, anche confusi e sgangherati: se “antipolitico” è quel che opera contro la democrazia, nulla di più antipolitico della cieca forza dei mercati, a cui pure destra e sinistra si genuflettono senza fiatare. Dobbiamo rilanciare l’etica della cittadinanza, puntando su mete necessarie: giustizia sociale, tutela dell’ambiente, priorità del bene comune sul profitto del singolo. Dobbiamo far leva sui beni comuni come garanzia delle libertà pubbliche e dei diritti civili. Recuperare spirito comunitario, pensare anche in nome delle generazioni future. Ambiente, patrimonio culturale, salute, ricerca, educazione incarnano valori di cui la Costituzione è il manifesto: libertà, eguaglianza, diritto al lavoro. La scuola pubblica statale è lo snodo necessario fra l’orizzonte dei diritti e l’esercizio attivo della cittadinanza: perciò dovrebbe costituire il più importante investimento del Paese sul proprio futuro. Nessuno può dire “non ci sono risorse per farlo”: in un Paese che nel solo 2012 non ha pagato 154,4 miliardi di euro di tasse (dati Confcommercio), le risorse ci sono, ma vengono lasciate nel cassetto dell’evasione fiscale.

Ricordiamo l’ammonimento di Brecht «per la difesa della cultura» al I e al II congresso internazionale degli scrittori: «Si abbia pietà della cultura, ma prima di tutto si abbia pietà degli uomini! La cultura è salva quando sono salvi gli uomini. Non lasciamoci trascinare dall’affermazione che gli uomini esistono per la cultura, e non la cultura per gli uomini. (…) Riflettiamo sulle radici del male! (…) scendiamo sempre più in profondo, attraverso un inferno di atrocità, fino a giungere là dove una piccola parte dell’umanità ha ancorato il suo spietato dominio, sfruttando il prossimo a prezzo dell’abbandono delle leggi della convivenza umana (…), sferrando un attacco generale contro ogni forma di cultura. Ma la cultura non si può separare dal complesso dell’attività produttiva di un popolo, tanto più quando un unico assalto violento sottrae al popolo il pane e la poesia.» E Brecht conclude esortando a lottare per la cultura anche in nome della produttività, oltre che della libertà.

Per condurre questa battaglia, non c’è arma migliore della Costituzione repubblicana. Per la Costituzione, la comunità dei cittadini è fonte delle leggi e titolare dei diritti. Dobbiamo dunque riguadagnare sovranità, nello spirito della Costituzione, cercando nei movimenti civici il meccanismo-base della democrazia, il serbatoio delle idee per una nuova agenda della politica. Dobbiamo dare nuova legittimazione alla democrazia rappresentativa facendo esplodere le contraddizioni fra i diritti costituzionali e le pratiche di governo che li calpestano in obbedienza ai mercati. Dobbiamo ricreare la cultura che muove le norme, ripristina la legalità, progetta il futuro. Serve oggi una nuova consapevolezza, una nuova responsabilità. Una forte azione popolare in difesa del bene comune, della cultura, della scuola, di un’Italia declinata al futuro all’insegna della sua Costituzione.

Entrando nel merito…..

di Roberto CA.

La discussione sulla cronaca non mi entusiasma, o forse è quanto la cronaca ci fornisce a non entusiasmarmi. Ma qualche volta ci sono spunti che mi interessa approfondire. Nella discussione sulla finta telefonata Vendola-Barca, un commento diceva che “come tutti sanno, i concorsi universitari in Italia sono una farsa e vige la cooptazione”. E qui i tutti sono supposti assentire tristemente. Ma è vero che tutti sanno di cosa si parla? Vediamo un po’, anche se ne ho già accennato un’altra volta.

Cooptazione, cosa si intende? Certamente, da sempre e in tutto il mondo, i futuri accademici sono scelti dagli accademici stessi, è una forma di cooptazione tra professionisti. Ed è evidente che non può che essere così, non si vede chi altro possa scegliere (non c’è una meta-università che forma i professori universitari e così via). Però è vero che in Italia c’è una mobilità tra sedi molto limitata. Spesso per motivi esterni all’università, per una difficoltà di mobilità generale, ed anche per stipendi di ingresso che non invogliano a muoversi. Qui certamente c’è da migliorare.

Ma è sui concorsi farsa che è importante concentrarsi. E’ vero, i concorsi sono delle farse, ma non per il motivo che s’immagina. Mi è capitato di recente di essere commissario in un concorso per ricercatore in una nobile università italiana. Ed ho trovato delle regole, messe evidentemente per evitare “abusi”, che sono surreali. La valutazione va fatta in maniera fredda, sui titoli (pubblicazioni) e curriculum (responsabilità, partecipazioni a conferenze), con criteri rigidamente predeterminati. Nel colloquio non c’è possibilità di fare domande per valutare la preparazione in generale, e non si capisce cosa serva se non forse a valutare quanto presentato nel curriculum sia veritiero. Ma soprattutto, la valutazione va fatta su criteri generali all’interno dell’ampio “settore scientifico disciplinare”, senza poter tener conto dello specifico ruolo che il prescelto dovrà avere.  Naturalmente, pena ricorsi. I risultati potrebbero essere surreali. Come se, per fare un esempio, alla Ferrari avessero bisogno di un nuovo ingegnere per ottimizzare la termodinamica dei motori. Fanno un concorso, e vince un ingegnere bravissimo. A costruire ponti in calcestruzzo. Esagero un po’, ma se racconto i colleghi stranieri queste cose, o non ci credono, o mi guardano con compatimento.

Notate che noi facciamo concorsi per tutto, dalla scelta dei dottorandi a quella di professori ordinari. Allora, come fanno all’estero? Ad esempio, per i dottorandi. Quando lavoravo in Germania, uno studente appena laureato andava a parlare con il locale professore chiedendogli “hai un posto per un dottorato?” Quello ci faceva una chiacchierata assieme agli altri colleghi, magari gli chiedeva un curriculum se non lo conosceva già, se credeva faceva una telefonata al professore con cui si era laureato. E poi gli diceva “ok, presentati domani”. Andiamo all’altro estremo. Come viene selezionato un “full professor” negli Stati Uniti? Se c’è un posto da riempire (un vecchio professore si ritira, o si intende espandere un’area), i docenti della facoltà decidono il profilo che serve (che ne so, un neurochirurgo cranico specialista in tecniche mini-invasive), e fanno una chiamata su riviste specialistiche. Una volta ricevute le risposte, le valutano e fanno una “short list” che sottomettono per approvazione al rettore. Un aiuto importante alla valutazione sono le “reference letters” chieste a colleghi che hanno lavorato in passato con i candidati. Poi chiamano tutti i candidati della short list, e un comitato interno li ascolta, fa fare loro seminari, colloqui e alla fine decide. E lo stesso, con piccole variazioni, ovunque. Per esempio in Germania la facoltà chiama a fare parte del comitato interno di valutazione alcuni colleghi stranieri, ma le procedure sono comparabili. Quindi, nessun concorso, nessuna regola formale da soddisfare, nessuna possibilità di fare ricorso a una qualche magistratura se non si è scelti. Semplicemente, valutano e decidono, come farebbe uno studio di professionisti nello scegliere un nuovo collaboratore.

E allora, perché all’estero funziona, non chiamano l’amante del figlio o il figlio dell’amante nonostante la completa libertà di scelta, mentre in Italia nonostante concorsi con regole draconiane, succedono (a volte) le peggiori porcherie? C’è qualche difetto genetico degli italiani, o l’aria mediterranea porta alla disonestà? Certo che no. Molto più semplicemente, c’è un interesse forte ad assumere le persone migliori (più adatte a ricoprire quel particolare ruolo), perché poi gli sviluppi (i finanziamenti per la ricerca, i successivi posti) dipendono dalla qualità del lavoro fatto. E quindi c’è l’interesse di tutti a fare si che si lavori al meglio. E c’è un controllo tra pari: se un collega volesse fare una porcheria, tu ti opporresti perché danneggia anche te, i finanziamenti e i posti al tuo dipartimento, alla tua facoltà. E quindi il collega nemmeno ci prova.

Ora, bisogna anche dire che i concorsi universitari in Italia non sono per nulla tutti cooptazione farsesca, e nemmeno la maggioranza. Altrimenti, non si capirebbe come l’università possa produrre tutti questi cervelli, ahimè, in fuga. Tutti questi giovani che riescono a competere ottimamente per preparazione e competenze nello scenario internazionale. Il fatto è che in molti settori, almeno in quelli che conosco, propriamente scientifici o tecnici e ingegneristici, la ricerca si fa in contesti internazionali, in  cooperazione e concorrenza con  partner stranieri e c’è necessità di eccellenza per combattere alla pari, o meglio. E quindi ci sono “economic drivers” simili a quelli citati per le realtà straniere. E si cerca di assumere persone valide, quando ci sono posti, e nonostante le difficoltà economiche, e nonostante i concorsi. Ma sta diventando sempre più difficile.

Ecco, se guardate la proposta di Civati per le primarie, nella parte per l’università questo c’era scritto, e vi assicuro che non è così comune trovarlo.

(Disclaimer, io lavoro nell’università. Ma non sono affatto “figlio di”. Anzi, prendendo a prestito le parole del poeta di Pavana, “son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato”)