richiedenti asilo

Tutti i danni del vicepremier

segnalato da Barbara G.

Tutti i danni che causerà il decreto Salvini sull’immigrazione

di Stefano Catone – possibile.com, 25/09/2018

L’approvazione all’unanimità in Consiglio dei ministri dei decreti voluti da Matteo Salvini, riguardanti sicurezza e immigrazione, confermano almeno due cose: la prima è che Matteo Salvini si è messo in tasca tutto il Movimento 5 Stelle, incapace di esprimere una sola voce in dissenso; la seconda è che la Lega cambia nome e segretario, ma come già successo con la legge Bossi-Fini si conferma campione del mondo nel creare problemi al nostro paese in maniera scientifica, articolo dopo articolo, comma dopo comma.

Il decreto Salvini parte da un assunto falso e cioè che coloro che hanno diritto alla protezione umanitaria siano dei “falsi profughi”, “finti rifugiati”, come ama chiamarli. Questo perché scappano da paesi nei quali “non c’è nessuna guerra”, come ripete ossessivamente. Il diritto a ricevere protezione, però, non è subordinato all’esistenza di guerre nel paese dal quale si scappa, ma alla storia individuale del richiedente asilo. L’articolo 10 della nostra Costituzione prescrive infatti che ha diritto d’asilo in Italia il cittadino straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», mentre il diritto internazionale, citando l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, ha consolidato il divieto di espellere o respingere «in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Per queste ragioni, per dare piena attuazione a queste prescrizioni e in accordo con la normativa europea, l’Italia ha introdotto l’istituto della «protezione umanitaria», riconosciuta nel caso in cui non vi siano gli estremi per riconoscere l’asilo o la protezione sussidiaria, ma ricorrano comunque «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano». Il decreto Salvini, al primo articolo, cancella la protezione umanitaria e la sostituisce con un coacervo di altre protezioni, circoscritte e confusionarie, di difficile interpretazione e quindi di difficile applicazione.

Partendo sempre dal medesimo assunto, la seconda applicazione non poteva che essere la cancellazione del Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), e cioè il sistema di accoglienza pubblico che offre maggiori garanzie, sia dal punto di vista della presa in carico della persona e della sua autonomia, che dal punto di vista amministrativo ed economico. Lo Sprar non esisterà più perché verranno espulsi dal sistema tutti i richiedenti asilo, anche coloro che sono considerati vulnerabili: «i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale o legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere, le vittime di mutilazioni genitali». Dallo Sprar vengono espulsi anche coloro che saranno titolari delle sei fattispecie che sostituiranno la protezione umanitaria. Tutti questi soggetti sono destinati a strutture di fatto affidate ai privati, sulle quali si sono concentrati scandali e indagini, a partire dai Cara e dai Cas. Nello Sprar resteranno solamente titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati.

Il decreto prevede inoltre una stretta virtuale sulle espulsioni, aumentando i periodi di detenzione per l’accertamento dell’identità e per il rimpatrio, prevedendo procedure accelerate, spostando risorse dai rimpatri volontari assistiti ai rimpatri forzati. «Virtuale», dicevamo, perché tra il detenere una persona in un centro per il rimpatrio e procedere all’effettivo rimpatrio c’è di mezzo il mare.

Tra eliminazione della protezione internazionale, smantellamento dello Sprar, investimento nelle espulsioni, ampliamento delle fattispecie per cui può essere revocata la protezione internazionale (vi rientra la minaccia a pubblico ufficiale: se minacci un pubblico ufficiale puoi essere torturato in patria) il finale sembra già scritto: maggiore irregolarità, più persone che cadranno in situazioni di marginalità.

Per concludere, in spregio alla mobilitazione che negli anni scorsi ha percorso l’Italia da sud a nord, il decreto estremizza il concetto di ius sanguinis introducendo la «revoca della cittadinanza», da applicarsi a chi compie reati connessi con il terrorismo. Ma non a tutti: solo a coloro che non sono nati italiani, ma che lo sono diventati. Pensare che la cittadinanza sia una concessione allo straniero e non un diritto acquisito e da riconoscere svela il disegno di fondo: uno straniero non potrà mai essere veramente italiano perché non è nato italiano, perché non ha sangue italiano. Vengono inoltre ampliate le tempistiche e inasprito il tributo dovuto per il riconoscimento della cittadinanza.

Infine, un altro mostro giuridico: al richiedente asilo che dovessero essere investito da un procedimento penale per ipotesi di reato legate alla sicurezza dello Stato (non condannato!) viene bloccato l’iter per il riconoscimento dell’asilo ed è tenuto ad abbandonare il paese. Si configura in primo luogo una violazione dell’art. 27 della Costituzione secondo il quale «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» e, inoltre, non si capisce per quale ragione – se il soggetto dovesse realmente rivelarsi colpevole e quindi essere una minaccia per lo Stato – nel frattempo sia stato costretto a lasciare il paese.

Profili di incostituzionalità e la volontà, nemmeno tanto nascosta, di fare a pezzi la parte migliore del sistema di accoglienza, per investire decisamente sulla gestione emergenziale e straordinaria che negli anni scorsi ha creato problemi di tutti i tipi. Ed è proprio sguazzando tra questi problemi che l’attuale ministro dell’Interno ha costruito il proprio consenso.

Siamo scienziati, chiediamo asilo

segnalato da Barbara G.

Scappati da Siria, Libia, Afghanistan. Sono i profughi che gli istituti di ricerca e le università si contendono.

L’economista afghano Sahil a Trieste

Di Giovanni Tomasin, Piero Martinello – espresso.repubblica.it, 30/03/2017

L’Egeo nero si agita di fronte alla costa turca, Sahil guarda in tralice il gommone di pochi metri con cui dovrà navigarlo. Con lui ci sono una cinquantina di persone, tra cui donne, anziani e bambini. La traversata richiederà un paio d’ore. Al contrario di tanti, loro riusciranno ad approdare all’altra riva, in Europa. Oggi, a qualche anno di distanza, Sahil ricorda quel momento come il più difficile dell’odissea che l’ha portato dall’Afghanistan all’Italia.

La sua storia è simile a migliaia di altre e al contempo è diversa. Racconta un aspetto del grande esodo che contrasta con l’immagine dei migranti coltivata in Occidente. A meno di trent’anni, in Afghanistan, Sahil aveva in mano un master in economia finanziaria ed era il direttore di un programma di sviluppo agricolo che interessava una ventina di province in tutto il paese. Collaborando con realtà internazionali, ha attirato l’attenzione di un gruppo terroristico che intendeva reclutarlo come spia. «Io ho rifiutato», racconta. «Poi un giorno hanno cercato di uccidermi, crivellando di colpi la mia auto. Sono sopravvissuto ma ho capito che dovevo scappare».

È iniziato così un viaggio di quasi cinque mesi, conclusosi in Italia con oltre un anno di permanenza in un Cara, un centro per richiedenti asilo. Oggi Sahil vive in una località sicura, ma non vuole diffondere troppe informazioni su di sé: teme per la sicurezza della sua famiglia, rimasta in Afghanistan. «L’Italia è bellissima», dice, «ma tanta gente pensa che i rifugiati vengano in Occidente a cercare un lavoro. Noi ce l’avevamo una vita e un lavoro a casa nostra. Siamo dovuti scappare. E qui non siamo più nulla».

È impossibile calcolare il numero preciso degli esuli scienziati, ricercatori e accademici creati dai conflitti degli ultimi anni. Tra Siria, Iraq, Libia, Yemen, Afghanistan e altri paesi il numero è alto. Trieste ha da poco ospitato un convegno che ha mostrato questo volto dei migranti richiedenti asilo: “Refugee Scientists: Transnational resources ”, organizzato dalla Twas (Accademia mondiale per l’avanzamento delle scienze nei paesi in via di sviluppo) in collaborazione con l’Istituto nazionale di oceanografia (Ogs), l’Università euromediterranea slovena di Pirano e l’Agenzia svedese di cooperazione allo sviluppo. Per una settimana ricercatori, accademici, rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali si sono confrontati sull’impatto delle guerre sul mondo scientifico. E sui loro colleghi costretti a fuggire.

Per James R. King, assistente direttore dell’Iie-Srf, un ente di New York che offre borse di studio a scienziati rifugiati, è «difficile dare numeri precisi». «Basti pensare che in Siria prima della guerra c’erano 10 mila accademici – spiega – e che oggi metà della popolazione del paese ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. La proporzione non sarà perfetta, ma rende l’idea». Molti di quegli accademici sono ora sfollati all’interno della Siria, vivono nei campi in Turchia oppure hanno imboccato la rotta balcanica.

Qualche fortunato è riuscito ad arrivare in Europa proprio grazie al suo ruolo accademico. Shifa Mathbout, siriana, oggi è parte del gruppo di climatologia dell’università di Barcellona. Studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo e gli effetti del calo delle precipitazioni. È arrivata in Europa nel 2012, dopo aver atteso il visto in Giordania e in Libano per mesi: «Sono andata via per due ragioni», racconta, «per proseguire la mia carriera accademica e per sopravvivere». Suo fratello è un oppositore politico del regime e ora vive da rifugiato in Svezia, assieme alla famiglia. Sebbene Shifa non fosse impegnata in politica, questo bastava per metterla in pericolo. Il programma Erasmus Mundus le ha consentito di arrivare in Europa. I suoi genitori sono rimasti in Siria, a Latakia: «Non vedo la mia città e mio padre da cinque anni», racconta.

«Mia madre è venuta a trovarmi una volta in Spagna. All’aeroporto di Barcellona l’hanno interrogata per ore, prima di lasciarla andare». Secondo le statistiche solo una minima parte dei 65 milioni di rifugiati dispersi nel mondo vive in paesi occidentali. Questo vale anche per gli scienziati. La yemenita Eqbal Dauqan è una chimica convertitasi alle scienze del cibo e ora lavora in Malesia. Studia gli effetti benefici degli antiossidanti per conto dell’università: «Ho scelto la Malesia perché ero già stata lì, prima della guerra, per ragioni di studio».

Originaria della città di Taiz, non ha avuto altra scelta che la fuga: «Quando il conflitto è iniziato la zona dell’ateneo è stata colpita per prima. Poi anche la via da casa al lavoro si è fatta pericolosa, fino a quando io e la mia famiglia abbiamo lasciato la nostra casa per trasferirci fuori dal centro. Un mese dopo è stata colpita da un missile e ora non esiste più». Espatriare è stata una scelta obbligata: lo stipendio malese di Eqbal è una fonte di sopravvivenza per tutta la sua famiglia. Suo padre, suo fratello e sua sorella, rimasti in Yemen, sono tutti dipendenti pubblici e da tempo non percepiscono più la paga. «Anche se volessi tornare rischierei la vita. L’unico aeroporto aperto in tutto il paese è lontano da Taiz, non avrei certezza di arrivare viva dalla mia famiglia». Al momento, aggiunge, non è rifugiata: «Sono docente ospite. Ma fra un anno scadrà il mio contratto e, se non riuscirò ad averne un altro, dovrò chiedere asilo come è successo a molti ricercatori miei connazionali».

Altri sono diventati profughi pur vivendo all’estero già da molti anni. Il siriano Nader Akkad è arrivato a Trieste negli anni Novanta per studiare all’Ictp, il Centro internazionale di fisica teorica fondato dal premio Nobel pakistano Abdus Salam: «Il professor Salam era il primo Nobel musulmano», racconta Nader, «per noi giovani scienziati dei paesi islamici poter studiare con lui era un sogno».

In Italia Nader ha ottenuto diversi master e un dottorato in ingegneria sismica: «Islam e scienza sono in sintonia», dice, «Secondo un hadith gli scienziati saranno gli eredi dei profeti». Membro dell’Unione delle comunità islamiche, come imam è intervenuto condannando il terrorismo ai funerali di Valeria Solesin, la giovane vittima italiana della strage del Bataclan di Parigi. «Tecnicamente oggi sono un profugo», racconta». «Perché la mia città, Aleppo, è stata distrutta dalla guerra e non potrei tornarci nemmeno se volessi. Nel 2012 sono riuscito a portare in Italia i miei genitori. Ci siamo affidati a un passeur che li ha fatti fuggire attraverso un tunnel. Hanno dovuto attraversare quattro linee di cecchini, abbiamo rischiato grosso».

Tra gli ospiti di Trieste c’era anche Radwan Ziadeh, analista dell’Arab Center di Washington. Siriano, ha dovuto lasciare il suo paese ben prima della rivoluzione e della guerra. «In Siria lavoravo come chirurgo in un ospedale. Nel 2001 sono stato licenziato perché avevo iniziato a operare nel campo dei diritti umani, agli occhi dello Stato ero un “pericolo per la sicurezza nazionale”».

Dal 2007 si è trasferito negli Usa, dove opera per far conoscere gli orrori della guerra civile. Ha testimoniato due volte al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. «La questione degli scienziati rifugiati è fondamentale», dice. «Secondo alcuni calcoli almeno 7mila medici siriani lavorano oggi negli Usa. Pensiamo agli effetti che il travel ban può avere in un quadro simile». Per Ziadeh «le organizzazioni internazionali sono un ponte che consente agli scienziati di trovare un ambiente in cui proseguire le ricerche anche dopo l’esilio. Bisogna dare loro sostegno e al contempo dare valore alle storie dei rifugiati».

Nel frattempo Sahil guarda il mare che l’ha portato in Europa. «Gli scienziati rifugiati sono come alberi già maturi, pieni di frutti. Possono dare molto ai paesi che li ospitano». Altrimenti non resta loro che una vita sospesa nel limbo. «Quando sei nella mia condizione tutti i tuoi sogni cadono a pezzi. Puoi solo sentire i giorni accumularsi uno sull’altro».

Sette giorni all’inferno

segnalato da Barbara G.

Sette giorni all’inferno: diario di un finto rifugiato nel ghetto di Stato

Dormitori stracolmi. Dove la legge non esiste. Fabrizio Gatti è entrato, clandestino, nel Cara di Foggia. Dove oltre mille esseri umani sono tenuti come bestie. E per ciascuno le coop prendono 22 euro al giorno

di Fabrizio Gatti, foto di Carlos Folgoso – espresso.repubblica.it, 12/09/2016

Fabrizio Gatti all’interno del centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone

La quinta notte apro la porta sull’inferno. Dal buio dello stanzone esce un alito di aria intensa e arroventata che impasta la gola. Si accende un lumino e rischiara una distesa di decine di persone, ammassate come stracci su tranci di gommapiuma. Niente lenzuola, a volte solo un asciugamano fradicio di sudore sotto le coperte di lana. Nemmeno un armadietto hanno messo a disposizione: ciabatte e scarpe sono sparse sul pavimento, i vestiti di ricambio dentro sacchetti di carta. Rischio di calpestare una serpentina incandescente, collegata alla presa elettrica da due fili volanti. Qualcuno sta preparando la colazione per poi andare a lavorare nei campi. Cucinano per terra. Se scoppia un incendio, è una strage.

No, questa non è una bidonville. È un ghetto di Stato: il Cara di Borgo Mezzanone vicino a Foggia, il Centro d’accoglienza per richiedenti asilo, il terzo per dimensioni in Italia. Ce ne sono molti altri di stanzoni ricoperti di corpi. I ragazzi africani vengono sfruttati anche quando dormono. Per trattarli così, il consorzio “Sisifo” della Lega delle cooperative rosse, e la sua consorziata bianca “Senis Hospes”, amministrata da manager cresciuti sotto l’ombrello di Comunione e liberazione, incassano dal governo una fortuna: ventidue euro al giorno a persona, quattordicimila euro ogni ventiquattro ore, oltre quindici milioni d’appalto in tre anni. Più eventuali compensi straordinari, secondo le emergenze del momento.

La quinta notte rinchiuso qui dentro ho già visto i gangster nigeriani entrare nel Cara a prelevare le ragazzine da far prostituire. I cani randagi urinare sulle scarpe degli ospiti messe all’aria ad asciugare. E perfino i trafficanti afghani offrire viaggi nei camion per l’Inghilterra. Mi hanno anche interrogato. Un picciotto dei nigeriani, non la polizia. Agenti e soldati di guardia non si muovono dal piazzale asettico del cancello di ingresso. In una settimana, mai incontrati. Nessuno protegge i 636 ospiti dichiarati nel contratto d’appalto. Ma siamo sicuramente più di mille. Contando gli abusivi, forse millecinquecento. Perché da quattro buchi nella recinzione, chiunque può passare. E da lì sono entrato anch’io. Un nome falso, una storia personale inventata. Da lunedì 15 a domenica 21 agosto. Una settimana come tante. Nulla è cambiato, nemmeno oggi. Quello che segue è il mio diario da finto rifugiato nel Ghetto di Stato.

Telecamere e buchi nella rete

Dentro il Cara di Borgo Mezzanone il giorno non tramonta mai. Una costellazione di fari abbaglianti splende non appena fa buio sul Tavoliere, la grande pianura ai piedi del Gargano. La cupola di luce appare a chilometri di distanza. Bisogna arrivare alla rete arrugginita di un aeroporto militare dismesso. C’è un varco a est, dopo una lunga camminata nei campi. Ma a ovest entrano addirittura le macchine e i furgoni dei caporali, carichi di schiavi di ritorno dalla giornata di lavoro. Sono quasi le dieci di sera. Le prime casupole lungo la pista di decollo formano la baraccopoli abitata da quanti negli anni sono usciti dal centro d’accoglienza, con o senza permesso di soggiorno. Una stratificazione di sbarchi dal Mediterraneo e di sfruttamento da parte degli agricoltori foggiani. Da qualche mese però la bidonville si sta allargando. Da Napoli è arrivata la mafia nigeriana e si è presa metà pista: nelle baracche hanno aperto bar, due ristoranti, una discoteca che con la musica assorda ogni notte il riposo dei braccianti. Da Bari sono venuti alcuni afghani piuttosto integralisti e ora controllano l’altra metà: hanno allestito un negozio che vende di tutto e una misteriosa moschea. Questa è la zona chiamata Pista, appunto. Ancora qualche centinaio di metri e si può toccare la recinzione del Ghetto di Stato.

I fari sono puntati a terra e le telecamere inquadrano tutto il perimetro. Il Cara è diviso in due settori. Il primo, proprio qui davanti, è composto da diciotto moduli prefabbricati. Quattro abitazioni per modulo. Ogni abitazione ha tre stanzette: due metri per due, una finestra, lo spazio per due brande, raramente quattro a castello. Ciascun modulo ospita così tra le 24 e le 48 persone. Oppure, per dirla brutalmente, rende ai gestori tra i 528 e i 1.056 euro al giorno. La piazza centrale è un campetto di calcio, davanti al capannone con la mensa, la moschea e i pavimenti di tre camerate ricoperti di materassi. Anche il secondo capannone accanto è un dormitorio stracolmo. I bagni sono distribuiti in una dozzina di casupole: sei rubinetti ciascuno, sei turche, sei docce malridotte, alcune con l’acqua calda. Il secondo settore è invece rinchiuso dietro cancellate alte cinque metri: due fabbricati illuminati a giorno sotto un’altra schiera di telecamere. È il vecchio Cie per le espulsioni, una prigione. Lo usano per l’accoglienza. I rapporti sulle visite ufficiali sostengono che il secondo settore sia la parte dove si sta meglio. Oltre non bisogna andare. Lì vigila, si fa per dire, il personale di guardia. I buchi nella recinzione del Cara sono quattro, proprio sotto le telecamere. Dopo una nottata e una giornata di sopralluoghi, il fotografo Carlos Folgoso sa cosa deve fare. Adesso posso entrare.

Una camera del Cara dove vengono ammassati i richiedenti asilo, uno accanto al’altro sulle brande

I fantasmi respinti

Una voce sguaiata al megafono della moschea ricorda all’improvviso che Allah è il più grande. È l’ora della preghiera che precede l’aurora. Sono le quattro e diciannove. Addio sonno. Fino alle tre e mezzo avevamo il tormento della musica afro dalla baracca appena fuori il recinto, lì dove i gangster nigeriani fanno prostituire le ragazzine. Poi due auto si sono sfidate con frenate e sgommate lungo la Pista. Quindi un ragazzo ha telefonato al fratello in Africa e parlava così forte che sembrava volesse farsi sentire direttamente. Adesso chiamano alla preghiera anche dalla misteriosa moschea degli afghani. Le voci dei muezzin erano scomparse da questo cielo il 15 agosto del 1300, giorno d’inizio del massacro dei musulmani a Lucera. Migliaia di morti, i sopravvissuti venduti come schiavi: le radici europee del cristianesimo non sono più pacifiche di certi fanatici islamisti di oggi.

Ogni angolo protetto dalla luce dei fari è occupato da qualcuno che prova a dormire all’aperto. Un po’ per il caldo asfissiante. Un po’ perché dentro non c’è posto. Lo sanno anche le zanzare. Quando il sole è ormai a picco, Suleman, 24 anni, nel Cara da tre mesi, esce a raccogliere babbaluci, le lumache aggrappate agli arbusti. «Al mercato di Foggia», spiega, «gli italiani le comprano a tre euro al chilo». Già. E le rivendono su Internet a sette. Ma servono ore a mettere insieme un chilo. Da dove vieni? «Dal Ghana, ho chiesto asilo», rivela Suleman. Il Ghana è una Repubblica. Forse è un oppositore perseguitato. Alla domanda, lui guarda stupito: «No, spero di ottenere i documenti e trovare un lavoro qualsiasi in Italia o in Europa. Dove non lo so. E tu?». Meglio non dire la verità, l’inchiesta è ancora lunga. È il momento di collaudare il nome preso in prestito da Steve Biko, l’eroe sudafricano della lotta contro l’apartheid: «Sono senza documenti e voglio raggiungere mia sorella a Londra». Lui non capisce subito. «Sono un sudafricano bianco. La terra di Mandela. Conosci Nelson Mandela?». «No Steve, who is this man, chi è quest’uomo? Ma hai il tesserino da rifugiato?», vuol sapere Suleman. No. «Allora non hai mangiato Steve, hai fame?», chiede con apprensione. No, grazie. «Però non dormire qui fuori. È pericoloso. Dentro nessuno controlla. Puoi anche mangiare. Stasera mi trovi dopo la preghiera quando distribuiscono la cena. Tu vieni in moschea?».
Sotto il caldo del pomeriggio ci si va a riparare nei pochi metri d’ombra. Quanti attraversano il Sahara e il mare per sfuggire alla povertà meritano totale rispetto. Ma il diritto internazionale protegge soltanto chi scappa da dittature e guerre, come accade per eritrei, somali e maliani che dormono nei due grandi capannoni. La domanda di asilo di Suleman verrà comprensibilmente respinta. E anche lui si aggiungerà alle migliaia di fantasmi che riempiono le bidonville. Come la Pista, là fuori.

Gli schiavi in bicicletta

Un altro giorno è passato. È la seconda notte qui dentro. I gangster nigeriani hanno appena spento il loro tormento musicale. Sono le tre e alla fontanella della piazza centrale c’è già la coda. Prima di partire i braccianti devono rifornire i loro zaini con le bottigliette di plastica piene. I padroni italiani non regalano più nemmeno l’acqua. I quattro varchi nella recinzione sono una manna per l’agricoltura pugliese. Forse è per questo che non li chiudono. Centinaia di richiedenti asilo escono che è ancora buio. E ritornano che è già buio. I caporali nigeriani li aspettano su furgoni e auto sgangherate all’inizio della Pista: per il trasporto ai campi di ortaggi e pomodori, incassano cinque euro al giorno a passeggero e li trattengono dalla paga. I capibianchi, gli sgherri italiani, li prendono invece a bordo lungo la strada che porta a Foggia. Così molti ragazzi per evitare il costo del passaggio partono in bici da soli.

Le biciclette nel Cara sono grovigli di manubri e fatica parcheggiati a centinaia davanti alle casupole. Qualcuno nelle camerate si è portato la sua in mezzo ai materassi dove dorme. Farsi rubare la bici significa dover consegnare ai caporali 35 euro a settimana, il guadagno di due giornate di lavoro. I braccianti che vivono nel Ghetto di Stato vengono pagati meno dei loro colleghi di fuori: anche 15 euro a giornata, piuttosto che 25. I padroni foggiani decurtano il corrispondente di vitto e alloggio. Tanto sono garantiti dalla prefettura. Uno squilibrio che crea tensione tra la generazione ormai uscita dal centro d’accoglienza e gli ultimi arrivati, disposti a lavorare a meno.

Il muezzin ancora non ha chiamato alla preghiera. E i primi ragazzi venuti a rifornirsi d’acqua alla fontanella sono già in viaggio. Erano tornati ieri sera quasi alle dieci. Si sono fatti la doccia. Hanno lavato e steso gli abiti da lavoro. Poi hanno mangiato la pasta della mensa, tenuta da parte da qualche compagno di stanza. Era mezzanotte passata quando sono andati finalmente a dormire. Dopo appena tre ore di sonno già pedalano silenziosi, uno dietro l’altro, che sembra il via di una tappa a cronometro. Scavalcano bici in spalla il muretto sotto i fari e le telecamere. Poi si dissolvono nel buio come bersaglieri del lavoro, chiamati in prima linea a riempire i nostri piatti.

Lo stesso periodo, subito dopo la richiesta d’asilo, in Germania è dedicato ai corsi obbligatori di tedesco. Chi non frequenta è respinto. Qui dopo un anno di sfruttamento sanno al massimo dire “cumpà”. Compare, in foggiano. E quando li trasferiscono sono spaesati, impreparati, analfabeti. Come appena sbarcati. Nonostante quello che lo Stato versa alla cooperativa di gestione, nessuno ha insegnato loro nulla dell’Italia. E magari, una volta in città, passano la notte a gridare al telefonino. Così dal vicinato si aggiungono nuovi voti alla destra xenofoba.

Le spie dei gangster nigeriani

«Ehi Steve, South Africa, come stai?», chiede in inglese Nazim. Ha 17 anni anche se sul tesserino magnetico gli hanno scritto che è nato nel 1997. Viene da Dacca, Bangladesh, via Libia. Martedì sera ha saputo che non mangiavo dalla notte prima. È tornato con un piatto di plastica sigillato con la pasta della mensa, una scatola di carne, una mela, due panini. «Steve, prendi», ha insistito: «Sono piatti avanzati oggi». Vuole raggiungere l’Inghilterra o la Germania. Sa molto poco delle conseguenze di Brexit, delle frontiere europee chiuse. «Adesso vado dai nigeriani là fuori alla festa di un amico di Dacca. Gli hanno riconosciuto l’asilo. Domani parte per Milano. Ha invitato gli amici a bere birra. Portano anche le ragazze. Vieni, Steve?». È l’una di notte. Meglio non esporsi troppo.

Precauzione inutile. La polizia non si è mai fatta vedere. Ma le spie dei nigeriani mi hanno già notato. Sono l’unico bianco con la faccia europea. Sono qui da quattro giorni. Non rispetto gli invisibili confini interni. E ho il doppio dell’età media degli ospiti. Così nel corso della notte provano a sapere di me. Prima con un africano del Mali. Poi con due pakistani. Alla fine con Cumpà, un senegalese alto e grosso. Sono marcato a zona. Non appena mi sdraio a dormire sulla solita piattaforma di cemento, arriva lui. «Cumpà, che succede?», chiede il picciotto in italiano. Puzza di birra. «Cumpà, di dove sei?». Rispondo in inglese che non capisco. E Cumpà si arrabbia: «Cumpà, vieni a dormire da me perché se arrivano i miei amici nigeriani da fuori, tu passi dei guai». Entra nel suo loculo. Riappare con un materasso sporco. «Cumpà, tu ti sdrai qui e non te ne vai». Ora si sistema sul suo materasso. Siamo sdraiati uno accanto all’altro, sotto il cielo nuvoloso. Lui si gira su un fianco. Cerca di fare l’amicone. «Cumpà, allora mi dici che cosa fai qui?».

I suoi amici nigeriani non scherzano. La notte del 18 aprile hanno rapinato un ospite del Cara e lo hanno trascinato fuori. Lì lo hanno accecato con una latta di gasolio rovesciata negli occhi e bastonato fino a farlo svenire. Qualche giorno prima avevano ferito un connazionale con un machete. A giugno la polizia ha poi arrestato cinque appartenenti agli Arobaga, il clan che controlla caporalato e prostituzione lungo la Pista. «Io non parlo inglese», torna ad arrabbiarsi Cumpà: «Ho capito: tu sei un poliziotto. Adesso chiamo gli altri». Si alza e se ne va. Un messaggio parte subito per il telefonino di Carlos, il fotografo nascosto da qualche parte là fuori: “Vai via” seguito da una raffica di punti esclamativi. Steve resta sdraiato sul materasso, con le pulci che gli pizzicano le caviglie. È più sicuro rimanere nel Cara e vedere cosa succede. Cumpà riappare dopo mezz’ora. Solo. Si sdraia. Ronfa come un diesel. Anche i suoi amici saranno ubriachi. Al richiamo del muezzin, un connazionale viene a scuoterlo: «Madou, la preghiera». Non si muove. Al risveglio religioso, stamattina Cumpà preferisce il sonno di Bacco.

L’assalto dei cani randagi

Qualche riga oggi bisogna dedicarla alla pet therapy. È quella prassi secondo cui l’interazione uomo-animale rafforza le terapie tradizionali. Alla prefettura di Foggia, responsabile della fisica e della metafisica di questo Ghetto di Stato, devono crederci profondamente: perché il Cara è infestato di cani, ovunque, perfino dentro le docce. Nessuno fa nulla per tenerli fuori. Quando è ancora buio, subito dopo la preghiera, tre braccianti escono in bicicletta dal buco a Ovest, dove la recinzione è stata smontata. Le loro sagome sfilano nel chiarore della luna. Un cane abbaia e la sua voce richiama un’intera muta che si lancia all’inseguimento dei tre poveretti. Sono una decina di grossi randagi. Corrono. Ringhiano e si mordono. Poi diligentemente tornano a sdraiarsi tra gli ospiti del centro.

Nasrin, 27 anni, afghano di Tora Bora, si tiene alla larga dai cani. Una sera parliamo davanti alla partita di cricket improvvisata dai pakistani, sul piazzale vicino ai rifiuti. Nasrin dice che se ne intende di viaggi fino in Inghilterra. È andato e tornato, rinchiuso nei camion. Un suo conoscente, che dorme alla Pista, conferma più tardi che può trovare i contatti. Deve solo verificare i prezzi. Dopo Brexit sono aumentati. «In Inghilterra i caporali pakistani pagano bene con la raccolta di spinaci e ortaggi: 340 sterline a settimana», spiega Nasrin. Con i documenti? «No, senza. Però si lavora 18 ore al giorno. In sei anni ho messo via ottantamila euro. E in Afghanistan mi sono costruito una bella casa». Allora perché sei qui? «Perché per avere i documenti avevo chiesto asilo in Italia».
Stasera è meglio stare lontani dalla piazza. Una macchina dei carabinieri è ferma lì da un po’. Dicono siano venuti per una notifica. Poco più tardi tre nigeriani entrano a prendere le prostitute. Le ragazzine sono a malapena maggiorenni. Due in particolare. Nessuno sa se siano ospiti o abusive. Dormono nella sezione femminile, dice qualcuno, ricavata nell’ex centro di espulsione. Le portano dalle parti della discoteca, la causa dell’insonnia di molti di noi. Entrano nell’anticamera illuminata a giorno. E scompaiono oltre il separé, nella sala con la musica al massimo, le luci colorate, la palla di specchi al centro del soffitto.

La corrente la rubano dalla rete di illuminazione pubblica. La Pista, anni fa, era un centro d’accoglienza. E molti braccianti, a loro volta ostaggi del caos, abitano là da allora. Bisogna stare molto attenti ai cavi elettrici. Per collegare le nuove baracche appena costruite e in costruzione, li hanno stesi ovunque nell’erba secca del campo tra la bidonville e il Cara. Sono semplici cavi doppi da interni, collegati tra loro da banalissimo nastro adesivo. Quando piove c’è il rischio di prendersi una bella scarica.

Immigrati dormono all’esterno della struttura, su materassini o direttamente per terra

Benvenuti all’inferno

Adesso è più difficile girare indisturbati. Trovarsi davanti Cumpà potrebbe essere pericoloso. Un angolo controluce del grande piazzale è il nuovo nascondiglio. I fari puntati negli occhi di chi passa sono lo schermo più sicuro dietro cui proteggersi. Il sottofondo musicale stanotte è dedicato al reggae. Il volume aumenta via via che scorrono le ore. E durante la preghiera sfuma in un fruscio assordante. Una mano sta cambiando canale alla radio. Si ricomincia con la voce di Malika Ayane. Le parole piovono direttamente dal buio: «La prima cosa bella che ho avuto dalla vita…». Parte una fila di braccianti in bicicletta. Attacca un vecchio successo di Luis Miguel: «Viviamo nel sogno di poi…». Se ne vanno a lavorare altre schiene sui pedali. Vengono tutti dall’ex Cie. Bisogna sfidare le telecamere per avvicinarsi e vedere. Anche lì hanno aperto un buco nella recinzione. Si salta sopra un fossato di fogna putrida a cielo aperto. E si scende agli inferi. Le camerate sono al buio. Hanno appeso stracci e teli alle finestre per tenere fuori la luce dei fari. Non c’è spazio nemmeno per la porta. Si apre a fatica. L’aria è densa, ma ancora non è chiaro cosa ci sia oltre. Sono quasi le quattro e mezzo. Un ragazzo si sta vestendo e adesso accende la pila. Una scritta incollata alla colonna al centro del salone saluta beffarda: «Benvenuti». Un orsacchiotto sotto il cuscino di un adulto sporge la testa e fissa il soffitto. La vita è tutta raccolta nei sacchetti e nelle scatole sotto le brande. Un vecchio televisore trasmette il replay delle Olimpiadi. E rischiara di un poco il suo orizzonte di corpi ammassati. Impossibile contarli tutti.

Quattro sedie separano dall’angolo cottura i tranci di gommapiuma, usati come materassi. Per terra la serpentina elettrica incandescente sta riscaldando due uova, la pasta avanzata ieri sera, una teiera. Un sacchetto di plastica e un rotolo di carta igienica sono pericolosamente vicini al calore. Pentole, un piatto, due bicchieri. Tutto per terra. Non c’è lo spazio per un tavolo. Nel cortile al centro del Cie, per terra ci dormono pure. Il piccolo loculo di Cumpà al confronto è un lusso. Almeno ha un po’ di riservatezza, l’aria intorno, i vasi con gli oleandri. Perfino l’architettura qui dentro è oscena. È stata progettata e costruita in modo che si possa vedere soltanto uno spicchio di cielo. La mente che l’ha pensata voleva probabilmente umiliare le donne e gli uomini da rinchiudervi. L’effetto è questo, anche ora che è un centro di accoglienza.

Stesse condizioni nelle altre stanze. Non ci sono uscite di sicurezza. Nemmeno maniglioni antipanico. Molte porte si incastrano prima di aprirsi. E il loro movimento va verso l’interno. Dovevano servire a non far scappare i reclusi, non ad agevolarne la fuga. Se scoppia un incendio, questa è una trappola.

Montagna di spazzatura accanto al Cara

Lo sconto sulla dignità

I bagni e le docce non profumano mai di disinfettante. Hanno perfino sloggiato dei profughi per trasformare le loro stanzette in privatissimi negozi. Ce ne sono cinque tra le casupole statali. Vendono bibite, riso, farina, pane, accessori per telefonini direttamente dalle finestre. Quattro li controllano gli afghani della Pista. Il quinto due ragazzi africani. Non ci sono cestini per i rifiuti, solo sacchi neri appesi qua e là. Stanotte i cani li hanno strappati e hanno disperso avanzi della cena ovunque. Un favore alla catena alimentare, sì. Perché alla fine anche i ratti hanno un motivo per uscire allo scoperto. Quello che colpisce è la rinuncia totale a spiegare, insegnare, preparare i richiedenti asilo a quello che sarà. Se i gestori lo fanno nei loro uffici, i risultati non si vedono. Qui fuori sembriamo tutti pazienti di un reparto oncologico. In attesa permanente di conoscere la diagnosi: vivremo da cittadini o moriremo da clandestini?

Forse non ci sono abbastanza soldi per seguire il modello tedesco. Oppure noi italiani siamo troppo furbi, oggi. E contemporaneamente troppo stolti per pensare al domani. Non c’è soltanto la crisi umanitaria internazionale a rendere precario qualsiasi intervento. La ragione del fallimento si trova già nella gara d’appalto per gestire il Cara: premiava il «maggior ribasso percentuale sul prezzo a base d’asta, pari a euro 20.892.600». Un cifra di partenza che equivaleva a 30 euro al giorno a persona. E il consorzio “Sisifo” di Palermo si è aggiudicato il contratto con uno sconto di 8 euro. Ha abbassato la diaria a 22 euro e rinunciato a quasi cinque milioni e mezzo in tre anni. La logica matematica ci suggerisce una sola cosa: o i funzionari della prefettura di Foggia hanno sbagliato a formulare i prezzi, o il consorzio della Lega Coop sapeva di non starci nelle spese. Anche se è davvero difficile pensare che 22 euro al giorno a persona non bastino a fornire il minimo di dignità. Comunque il ministero dell’Interno chiede sempre di aumentare il numero di ospiti di qualche centinaio. E l’emergenza è pagata bene: i soliti 30 euro, ma senza gara. Così perfino lo sconto è rimborsato.

La cooperativa cattolica “Senis Hospes”, che per conto di “Sisifo” gestisce Borgo Mezzanone e altri centri, corre al galoppo. Fatturato in crescita del 400 per cento in due anni: dai 3 milioni del 2012 a 15,2 milioni del 2014, ultimo bilancio disponibile. Dipendenti dichiarati: dai 109 del 2014 ai 518 di quest’anno. «Tali attività…», scrive nella relazione annuale Camillo Aceto, 52 anni, presidente di “Senis Hospes”, «rispondono alla missione che la cooperativa si prefigge dedicando l’attenzione alle categorie più bisognose». Ma qui dentro, nel grande stanzone degli inferi, oggi la luce è accesa alle quattro. È domenica. Alcuni richiedenti asilo sono già partiti per i campi. Altri preparano lo zaino. Sempre sotto quella scritta sulla colonna centrale, che martella la vista: «Benvenuti».

Dal generale al caporale

segnalato da Barbara G.

Così i rifugiati di Mineo diventano schiavi nei campi di arance

Lavorano in condizioni disumane attorno al “villaggio della solidarietà” voluto dal governo Berlusconi. Il Cara di Mineo è diventato una fabbrica di braccianti a basso costo. Richiedenti asilo che l’Italia dovrebbe proteggere e che invece finiscono nella filiera dello sfruttamento. Lo rivela la seconda edizione del dossier “Filiera sporca”

di Giovanni Tizian – espresso.repubblica it, 23/06/2016

Il Cara di Mineo

Fuggiti da guerre e dittature. Accolti in Italia da caporali e sfruttati come schiavi nei campi di arance rosse. Il frutto siciliano più pregiato, e venduto in tutto il mondo, raccolto dai migranti del Cara di Mineo: il grande “villaggio della solidarietà” voluto dalla coppia Maroni-Berlusconi e grande affare per cooperative bianche, rosse e S.p.a. del calibro di Pizzarotti. Già, perché il centro per richiedenti asilo altro non è che un insieme di villette all’americana destinate, un tempo, ai militari dell’Us Navy della vicina Sigonella. La proprietà è del colosso imprenditoriale di Parma, Pizzarotti, che riceve annualmente un lauto compenso.

Il villaggio della solidarietà è un complesso costruito nel nulla. In un deserto dell’entroterra siculo, tagliato in due da una lingua d’asfalto chiamata Catania-Gela. Strada tra le più pericolose d’Italia per numero di incidenti. Da una parte colline e rocce, dall’altra aranceti a perdita d’occhio. Nell’attesa di ricevere lo status di rifugiati molti migranti hanno iniziato a lavorare nelle campagne limitrofe. Una manna dal cielo per quegli imprenditori che cercano di limare il più possibile sui costi di produzione. Alle storie dei nuovi schiavi delle arance è dedicato un intero capitolo del secondo rapporto “Filiera Sporca”.

Grafico Produttori I dati relativi al 2011-2012 indicano che in Sicilia ci sono 5692 produttori e 45 OP con una media di 126 produttori per OP. Per avere un termine di paragone basti pensare che in Emilia Romagna ci sono 25 OP per 26.790 produttori e in Trentino Alt Adige ci sono 7 OP per 26.741 produttori. Anche un report della Commissione europea pubblicato nel 2014 sottolinea che “in Italia il tasso di organizzazione dei produttori relativamente elevato a livello nazionale (circa 47%) risulta dalla media tra l’elevato tasso di organizzazione in alcune regioni settentrionali e la scarsa organizzazione in numerose altre regioni”

Una vera e propria inchiesta sul campo. Oltre che una campagna di sensibilizzazione che pone questioni politiche irrisolte. La repressione del caporalto non è sufficiente. Alla base dello sfruttamento in condizioni disumane in cui costretti a lavorare i richiedenti asilo c’è il fallimento di un sistema industriale, che avvantaggia pochi e affama molti. Il progetto di ricerca è il frutto di una joint venture tra diverse associazioni: daSud, Terra!, Terrelibere.org, con il patrocinio di Open Society Foundation.

I giornalisti che hanno curato la seconda edizione di “Filiera sporca” analizzano i diversi passaggi della produzione: dalla concimazione alla grande distribuzione. E nel mezzo la descrizione delle singole storture che inquinano il settore e le deviazioni che portano, poi, all’impoverimento dell’intero mercato.

Chi vive sulla propria pelle tutte le contraddizioni del neoliberismo applicato all’agricoltura sono loro, i migranti, gli anelli più deboli e indifesi della catena. Marcus, per esempio, è scappato dal regime del Gambia. Come tanti suoi coetanei e connazionali sognava l’Europa. Il continente dei diritti, delle opportunità, del lavoro senza ricatti. Eppure prima in Libia, poi in Italia, ha trovato esattamente il contrario: schiavitù e ricatti. È uno dei tanti rifugiati che invece di essere protetto raccoglie arance destinate alla trasformazione (diventeranno i succhi che compriamo nelle nostre città) per pochi euro al giorno.

«O così, Marcus, oppure ne troviamo a centinaia», gli ha detto il padrone siciliano. E Marcus che non è libero di poter scegliere ha accettato di essere sfruttato. È arrivato a Lampedusa dopo un giorno di mare con il gommone. Dopo avergli preso le impronte lo hanno traferito nel “villaggio della solidarietà” di Mineo. In quel nulla di cemento sul quale persino mafia Capitale ha fatto affari. Qui, per lui, inizia una lunga attesa.

Il costo delle arance

Il Gambia è riconosciuto come un paese sotto dittatura. Arrivano migliaia di gambiani da anni. Ma ogni volta si inizia da zero. Una lunga procedura burocratica in attesa di incontrare la commissione che deve valutare le richieste degli aspiranti rifugiati. A volte danno un pocket money da 2,5 euro al giorno, a volte sigarette e una carta telefonica. «Ma io non fumo. Mi servono soldi da mandare ai miei genitori malati» dice Marcus. Tutti i migranti del Cara hanno presentato richiesta d’asilo. Chi la ottiene avrà i documenti. Gli altri dovrebbero essere espulsi. Negli ultimi anni, per avere una risposta passavano anche 24 mesi. Altrettanti per il ricorso in caso di diniego. Non è stata predisposta una commissione all’interno, la più vicina è a Siracusa. Così, rispettare i termini di legge è impossibile.

Che fare durante tutto questo tempo? La direttiva europea prevede che dopo sei mesi un richiedente asilo abbia un permesso temporaneo. In questo modo può lavorare regolarmente. Eppure, in passato, spesso non veniva consegnato. Per ottenerlo bisognava fare ricorso, come hanno denunciato gli avvocati Asgi. «Dunque si può scegliere tra limbo e schiavitù.  Basta un rapido giro per incontrare estensioni senza fine. di piccoli proprietari e grandi latifondi. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo» scrivono gli autori del rapporto. «Ho comprato una bicicletta qui dentro per 25 euro. Ogni giorno, aspettiamo le 8. È l’orario di apertura, prima non si può. Stiamo dietro i cancelli, come in gabbia. Poi le porte si aprono e cerchiamo qualcuno per la giornata», Marcus è diventato una merce a basso costo. Un bracciante senza diritti. Le condizioni di lavoro sono durissime.

«Ma non è questa la cosa più grave. Dove vanno a finire le arance raccolte dai rifugiati? Fanno parte di un circuito illegale parallelo? Oppure confluiscono nel normale flusso che porta al succo delle multinazionali?». Un salto nel buio del passato della Sicilia, terra di rivolte, di sindacalisti uccisi da cosa nostra per aver difeso i contadini dall’arroganza dei latifondisti.

La trasparenza delle aziende Chi ha risposto e chi no alle domande degli autori del dossier. Molte aziende della Gdo, come si evince dai grafici, hanno evitato il confronto

«Accanto al Cara di Mineo non ci sono soltanto i campi di arance. Ci sono i magazzini di conferimento, dove i produttori portano le arance. E ci sono le industrie di trasformazione. Che vendono ai maggiori marchi, dai supermercati alle multinazionali del succo. Tra le arance che finiscono nel normale circuito distribuitivo possono esserci anche quelle raccolte dai richiedenti asilo del Cara?» si chiedono in i giornalisti del dossier.

A questo interrogativo gli autori cercano di rispondere coinvolgendo i diretti interessati: «Diciamo che può essere una realtà» spiega il presidente di una cooperativa che si trova nei pressi di Mineo. «Noi siamo un punto di incontro per i produttori ma se qualcuno di loro mette al lavoro persone provenienti dal Cara non è nelle mie competenze verificarlo. Quello che posso fare io è sensibilizzare i produttori a una cultura del lavoro differente». «La ricerca sul campo, e il tentativo di risalire la filiera che dal Cara di Mineo porta alla produzione di succhi, non vuole puntare il dito contro nessuna azienda. Quella che emerge però è la fotografia di una filiera estremamente frammentata in cui nessuno può essere certo delle condizioni di lavoro in cui la raccolta delle arance avviene».

La soluzione? «Un’etichetta trasparente per eliminare ogni dubbio sull’eticità di ciò che stiamo bevendo». Per capire fino in fondo se l’aranciata nel nostro frigorifero è stata prodotta da braccia che fuggono da guerre. Trasformate da imprenditori europei in schiavi senza futuro.

 

Il burocrate

Tremilaquattrocentodiciannove migranti morti senza alcun colpevole

di Alessandro Ingaria – qcodemag.it, 23/12/2014

È del 5 dicembre la strage di benvenuto: 17 migranti non ce l’hanno fatta, probabilmente a causa del freddo e della sete. La transizione tra la fine di Mare nostrum e l’inizio dell’operazione Triton, nell’ambito di Frontex Plus, comincia con i peggiori auspici.

Questa è la notizia ripresa da molti quotidiani a seguito dell’ultima strage di migranti, ma altrettanto importante è una segnalazione riportata in una nota Adnkronos del 9 dicembre 2014.

Frontex è “preoccupata” per i ripetuti interventi “fuori area” di queste settimane nel Mediterraneo, oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane (ed europee), vale a dire in un raggio d’azione che nei mesi scorsi è stato coperto dalle navi dell’operazione italiana Mare Nostrum impegnate nei soccorsi dei migranti. Lo mette nero su bianco, apprende l’Adnkronos, il Direttore della divisione operativa di Frontex, Klaus Rosler, in una lettera al Direttore dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere del Viminale, Giovanni Pinto, in cui fa il punto sulla prima fase di attuazione della missione europea Triton. Dall’agenzia europea per la cooperazione alle frontiere esterne della Ue giunge un fermo richiamo sul fatto che le attivazioni impartite alle navi di portarsi “in zone poste fuori dall’area di operazioni di Triton” per prestare soccorso a imbarcazioni in difficoltà “non sono coerenti con il piano operativo e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro”. Nella lettera si fa riferimento ad una serie di interventi di soccorso compiuti nelle scorse settimane

Vorrei concentrare l’attenzione sulla solerzia di Klaus Rosler (di seguito sig. R.) e unirla con una notiziola di qualche settimana fa. I funzionari dipendenti di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea, si difendevano dai ripetuti attacchi subiti dalla stampa e dalla società civile, rifiutando ogni responsabilità diretta nella gestione dei flussi migratori e nei casi di naufragio di migranti nel Mediterraneo e dichiarando che loro applicavano regole e leggi decise in altra sede.

Verrebbe da chiedersi se lo zelo con cui lavorano includa il rammarico che qualche migrante venga salvato da naufragio oltre le 30 miglia marine, sottraendosi ad una morte sicuramente lenta. Non è dato sapere.

Non conosco il sig. R., tuttavia mi premerebbe chiedergli cosa direbbe a fronte di un evento per lui inatteso: passata questa generazione ne subentrerà un’altra con un senso etico superiore. Questo potrebbe comportare che in luogo delle miopi politiche di chiusura e pseudo-accoglienza, si ponga al centro dell’interesse comune l’essere umano in quanto tale. Un’Europa faro di civiltà che inizi ad applicare il principio per cui «il diritto degli stati non può essere superiore ai diritti dell’essere umano». In questa situazione potrebbe insediarsi un tribunale internazionale che aprirà un processo per la strage di migranti avvenuta all’inizio del secolo XXI.

Inverosimile? Forse. Ma in fondo, chi nel 1934 immaginava che solo 11 anni dopo una corte avrebbe giudicato i funzionari dei regimi sconfitti nella seconda guerra mondiale?

Immaginiamo che il sig. R. venga accusato di crimini contro i richiedenti asilo (o crimini contro l’umanità) in una sorta di processo di Norimberga su una delle più grandi stragi di questi anni. In questo ipotetico caso, cioè se la generazione successiva lo incriminerà per aver permesso la morte di decine di esseri umani, quale sarà la sua linea difensiva? Probabilmente il suo avvocato cercherà di dimostrare l’innocenza del cliente sulla circostanza che egli, da funzionario solerte, applicava semplicemente le leggi e i trattati internazionali in vigore in quel momento. E all’avvocato potrebbero anche sfuggire parole del tipo «la solerzia del sig. R. era quella di un comune postino».

E, all’argomentazione del giudice che nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti «non uccidere (o non omettere soccorso causando la morte)», potrà rispondere che le regole dell’operazione Triton prevedevano che la voce della coscienza dicesse a tutti: «lasciateli morire», anche se gli attori in gioco erano consapevoli che ciò è contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione.

Così come recentemente è emerso che nella Guardia Civil spagnola, pur costituita da persone consapevoli dell’abominio di lasciar morire delle persone senza intervenire per la loro salvezza, è più forte la resistenza alla tentazione di rispondere alla propria coscienza, rifugiandosi dietro ordini superiori o presunti pericoli che mettono a repentaglio la propria incolumità.

Ma vorrei tornare al sig. R., sarebbe facile accusare il suo ufficio di Varsavia di inefficienza e spreco di soldi: 40 mila euro spesi ogni anno in fiori per addobbare la sede, 20mila euro per le bandiere, 30mila euro per la cena di natale. Ma sarebbe solo superficiale.

Quel che si può fare è dare un volto a quei burocrati che permettono la morte di migliaia di persone in mare. Chi applica senza coscienza le regole, chi non rilascia un visto che costringe ad una rischiosissima traversata in mare (ad esempio le ambasciate italiane hanno preciso ordine di non rilasciare visti “regolari” ai cittadini siriani), o chi semplicemente comunica l’ordine di lasciar morire le persone a 30,01 miglia marine, facendo dipendere la vita e la morte da una questione di centimetri.

«Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato: io non ho avuto fortuna». Sono le parole di Adolf Eichmann pronunciate a propria difesa durante il processo di Gerusalemme, che l’avrebbe condotto all’impiccagione per crimini contro il popolo ebraico compiuti durante il terzo reich. Chissà se al proprio processo il sig. R. pronuncerà le stesse parole, magari inconsapevolmente, per difendersi dall’accusa che gli addebiterà quell’eccesso di zelo applicato da funzionari più o meno consapevoli. Funzionari che altro non sono che piccoli e grigi burocrati. È il burocrate senza volto che può uccidere migliaia di persone.

Gli assassini di questo secolo non hanno la grandezza dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano

“La Banalità del male” di Hannah Arendt.