Riforme

Cancellate la riforma Franceschini

segnalato da transiberiana9

La diaspora del Pd, vi prego, cancelli anche la riforma Franceschini sui beni culturali

di Tomaso Montanari – huffingtonpost.it, 24/02/2017

In queste ore la diaspora del PD sta mettendo sotto accusa, e sta progettando di rovesciare, una buona parte dei provvedimenti chiave del Governo Renzi, che pure aveva votato in Parlamento. Bene, anzi meglio: meglio tardi che mai.

Vorrei però elevare una preghiera: accanto al Jobs Act, alla Buona Scuola, alla soppressione dell’Ici anche per i miliardari, allo Sblocca Italia del cemento non dimenticatevi di ripudiare (e di abrogare, se ne avrete la forza) la cosiddetta riforma Franceschini!

Vi prego di credere non tanto a me o a Salvatore Settis, ma alle centinaia di associazioni e tecnici del patrimonio culturale (molti riuniti nel cartello Emergenza Cultura), o ai cittadini delle zone colpite dal terremoto nell’Italia centrale, che da mesi cercano di bucare il muro del silenzio e della propaganda del potente, eterno Dario Franceschini. Che, se è impegnato nel puntellare il Pd (e nel puntellare soprattutto le sue ambizioni sulla presidenza della Camera, e oltre), è anche impegnatissimo nel far cadere ogni puntello che reggeva il nostro povero patrimonio culturale.

La riforma Franceschini si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.

Il progetto sui musei è chiaro: la messa a reddito selvaggia, la trasformazione in un luna park per ricchi. A Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato privati dei milionari; a Brera 50 tavole (tra cui un Piero della Francesca) si crettano mentre tutte le porte sono spalancate ad un clima polare perché si deve allestire una sfilata di Trussardi; la Galleria Borghese presta tredici opere delicatissime ad una grande fiera olandese di antiquariato per ricchi collezionisti; il Palazzo Ducale di Mantova è ridotto ad una fiera del mobile, e la Reggia di Caserta in un outlet di borse griffate. Il Colosseo si trasformerà in una location di eventi (esclusivi, ovviamente) e al Pantheon si impone il biglietto, mercificando un altro pezzo della città di tutti. E tutto questo circo per ricchi gira grazie ad uno schiavismo di massa: perché tutta la baracca è retta da una legione di precari, travestiti da volontari, che vanno avanti con 400 euro al mese, anche se hanno fior di lauree e dottorati di ricerca.

In gioco non c’è la dignità dell’arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell’ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto ad un’unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l’antidoto. Se il patrimonio non produce conoscenza diffusa, ma lusso per pochi basato sullo schiavismo, davvero non abbiamo più motivi per mantenerlo con le tasse di tutti: non serve più al progetto della Costituzione, che è “il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Il progetto sulla tutela, invece, è stato chiarito da Maria Elena Boschi. Dialogando amabilmente con Matteo Salvini in diretta televisiva (a Porta a Porta, il 16 novembre scorso), l’allora ministra per le riforme ha candidamente ammesso: “io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Ecco la verità. Renzi l’aveva scritto, in un suo libro: “soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della democrazia”. Detto fatto: ora chi vuole cementificare, distruggere, esportare clandestinamente, saccheggiare necropoli ha la strada spianata.

Peccato che il terremoto abbia svelato prima del tempo che non c’è più nessuna tutela del patrimonio. Pochi giorni fa un collega storico dell’arte mi ha scritto sconvolto, dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da “un ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia”. E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno scritto a Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: “Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?”.

Tra cento anni i libri di storia dell’arte diranno che furono un ministro (Dario Franceschini) e un governo (quello del Pd di Matteo Renzi) a distruggere ciò che in secoli si era costruito: il patrimonio culturale e il sistema di tutela grazie al quale esso era arrivato fino a noi.

Se ora davvero una parte di quel Pd si è svegliata dal sonno e ha deciso di reagire, ebbene, siamo in tanti a pregarlo: ricordatevi anche del nostro patrimonio culturale, ricordatevi dell’articolo 9 della Costituzione. Come scrisse Raffaello al papa Leone X nel 1519: “non deve essere tra gli ultimi vostri pensieri aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, e che eccita alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni, dagli ignoranti”.

Ecco tutti gli errori di Renzi

Lunghissima e dettagliata analisi, capitolo per capitolo, della politica seguita dall’ex presidente del Consiglio, scritta e firmata da quattro economisti che da anni animano i dibattiti e gli studi del Nens come Salvatore Biasco, Vincenzo Visco, Pierluigi Ciocca e Ruggero Paladini. Risultato: “Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva”

di Salvatore Biasco, Pierluigi Ciocca, Ruggero Paladini e Vincenzo Visco

nuovatlantide.org, 22/01/2017

1. La nascita del Governo Renzi era stata accolta con molta fiducia e aspettative favorevoli, sia per la personalità del nuovo Presidente del Consiglio, che per la forza derivante dal fatto di essere il segretario del PD. In particolare ci si aspettava da Renzi il rilancio dell’economia e dell’occupazione, il contenimento del fenomeno populista e in particolare del M5S, il varo di riforme strutturali e istituzionali. A consuntivo dei tre anni di governo il bilancio non appare particolarmente positivo, anche se provvedimenti condivisibili non sono mancati quali quelli sui diritti civili, tema sul quale i Parlamenti precedenti non erano riusciti a deliberate, l’inizio di interventi di natura sociale, senza peraltro affrontare in modo organico il problema della diseguaglianza crescente, l’alternativa scuola lavoro, e l’aumento della tassazione di alcuni redditi finanziari.

2. Per quanto riguarda l’economia, discutibile e contradittoria appare la linea seguita in Europa. La presidenza italiana dell’Unione Europea poteva essere l’occasione per porre in discussione formalmente la politica economica seguita, imposta dalla Germania, in quanto errata sul piano teorico e inefficace o controproducente su quello pratico (salvo che per la Germania stessa). Gli argomenti non mancavano certo. A questo si è arrivati molto più tardi dopo un periodo che è sembrato di acquiescenza alle posizioni di Schauble. Ci si è arrivati con una linea indebolita dall’obiettivo di ottenere individualmente una maggiore flessibilità di bilancio da utilizzare non già per maggiore spese per investimenti bensì per finanziare la politica dei bonus, senza rendersi conto che la credibilità di un Paese fortemente indebitato come l’Italia dipendeva (e dipende) dalla capacità di rispettare gli impegni assunti, pur mantenendo i propri punti di vista, cercando eventualmente di farli valere anche con convergenze e alleanze con altri Paesi, con il Parlamento europeo, ecc.. Anche questo è stato carente. Poco si è puntato sul ridisegno della architettura complessiva. Non si è cercato di porre sul tappeto la questione della ristrutturazione del debito europeo, nonostante che a una proposta italiana (Visco) se ne fosse aggiunta una (pressoché identica) avanzata dai “saggi” consulenti della signora Merkel. Non si è posta sul tappeto neppure la questione della concorrenza fiscale in Europa. Durante la crisi greca, invece di fornire un sostegno al governo di Tsipras, si preferì defilarsi lasciando la Grecia al suo destino, secondo una deriva nazionalista che è andata inevitabilmente crescendo.
3. Per quanto riguarda la politica interna, la strategia seguita dal Governo Renzi si è ispirata sostanzialmente a una politica dell’offerta: riforme strutturali (in primis quella del mercato del lavoro), riduzione delle imposte, tagli alla spesa pubblica, maggiore libertà all’azione privata e riduzione dei vincoli amministrativi. In sostanza l’approccio mainstream che ha dominato il pensiero economico negli ultimi decenni, ma che, dopo la crisi del 2007-08, appariva non solo carente, ma anche superato sia in concreto, in quanto del tutto inadatto ad affrontare una situazione di deflazione e stagnazione come quella attuale, sia da un punto di vista teorico. Il risultato inevitabile è stato quello di sprecare ingenti risorse con l’obiettivo di rilanciare il consumo delle famiglie che invece è rimasto stagnante (per es. la Banca d’Italia ha valutato che l’erogazione degli 80 euro si è tradotta in consumi solo per il 40%), e di aumentare i profitti delle imprese nella speranza che esse avrebbero aumentato gli investimenti, cosa che in carenza di domanda non poteva accadere. Peraltro, anche la riduzione del cuneo fiscale (Irpef e imposte sulle imprese) tentata dal II Governo Prodi nel 2006 non aveva avuto successo: la riduzione delle imposte, invece di tradursi in investimenti determinò similmente un aumento degli accantonamenti delle imprese (e degli imprenditori).
Anche l’occupazione è stata massicciamente sussidiata con risultati complessivi che andranno valutati allo scadere degli incentivi previsti, ma probabilmente non esaltanti. Inoltre bisogna chiedersi quanto gli incentivi non abbiano contribuito a rendere conveniente impiegare lavoratori a bassa qualifica piuttosto che investire in nuove tecnologie e quindi contribuito alla riduzione della produttività.
4. Un altro approccio era invece possibile, come auspicato da molti e dimostrato dal XV rapporto Nens sugli andamenti e prospettive della finanza pubblica italiana che ha simulato gli effetti di una diversa strategia di politica economica basata sul riassorbimento progressivo delle clausole di salvaguardia oggi previste, su una efficace politica di contrasto all’evasione (come quella più volte proposta da uno degli autori) con il contestuale utilizzo dei proventi per misure di riduzione dell’Irpef e dei contributi sociali (cuneo) e di sostegno delle situazioni di povertà, e utilizzando tutte le altre risorse disponibili, incluse quelle derivanti dalla flessibilità europea, per spese di investimento ad elevato moltiplicatore.
Come si ricorderà, questa è la politica che recentemente è stata proposta dal FMI, dall’OCSE, e da autorevoli economisti in tutto il mondo. Pur prendendo con cautela i risultati ottenuti dalla simulazione, le direzioni cui avrebbe portato una strategia alternativa sono inequivocabili e di rilievo: nel periodo 2015-18 il PIL sarebbe cresciuto di (almeno) il 6% invece che del 3,8% implicito nelle manovre governative considerando i risultati acquisiti nel 2015 e quelli previsti nei documenti governativi per i tre anni successivi (e probabilmente sovrastimati); l’indebitamento pubblico per il 2017 si sarebbe collocato sull’1,6% invece del 2,3-2,4% oggi previsto; il debito pubblico sarebbe sceso al 130,2% del PIL, 2,5 punti in meno della stima del Governo. Inoltre ci sarebbero stati effetti positivi sull’occupazione, le aspettative e il clima di fiducia generale nei confronti della nostra economia sia in Italia che all’estero.
5. Un’altra grave carenza dell’azione economica del Governo Renzi (in parte da condividere col Governo Letta) riguarda la crisi bancaria che è stata causata in Italia non già da un eccesso di investimenti in prodotti strutturati, come in UK, USA, Germania, ecc., bensì dalla doppia recessione che ha determinato il fallimento di decine di migliaia di imprese e l’esplosione delle sofferenze. In tale situazione era necessario costituire al più presto una bad bank per smaltire i crediti deteriorati e rimettere in funzione il sistema. Non è stato fatto, e la crisi si è trascinata fino alla deprimente conclusione della vicenda MPS. Alla base di tale comportamento vi è stato un pregiudizio ideologico, condiviso e rafforzato dalla comunità dei banchieri, contro ogni intervento pubblico diretto nel settore. Se i Monti bonds fossero stati convertiti in azioni tra il 2013 e il 2014 (Governi Letta e Renzi), la situazione si sarebbe stabilizzata, non si sarebbero sprecati aumenti di capitale per 8 miliardi, e non si sarebbe verificata la massiccia fuga di depositi dal Monte che è la causa principale della richiesta da parte della BCE di una maggiore capitalizzazione della banca. La questione bancaria è stata più volte evidenziata come urgente dalla Banca d’Italia, ma senza successo. Che sarebbe entrato in vigore l’accordo sul bail in non poteva sfuggire al Governo. Inoltre, le mancate dimissioni del ministro Boschi in occasione della vicenda della banca Etruria che, pur non strettamente necessarie, sarebbero state politicamente utili, ha fortemente indebolito il Governo esponendolo a critiche spesso infondate, ma sempre efficaci da un punto di vista comunicativo, da parte delle opposizioni, contribuendo alla sostanziale paralisi operativa, alla politica dei rinvii e delle “soluzioni di mercato”, in nome delle quali si è deciso perfino di sostituire d’autorità il vertice del MPS. Incomprensibile ed inaccettabile, comunque, è non essere intervenuti almeno subito dopo lo stress test del luglio scorso a salvare il Monte, lasciando marcire la situazione a causa della priorità del momento, il referendum istituzionale. Il costo ulteriore per i contribuenti è rappresentato dai 4 miliardi di maggior aumento di capitale richiesto. Né va dimenticato che anche le riforme delle banche popolari e di credito cooperativo non sono state fatte in modo da evitare rilievi sia di carattere amministrativo che costituzionale.
6. E’ difficile valutare quale sia stata la politica industriale del Governo Renzi, sempre che ce ne sia stata una. Con industria 4.0 si è cercato di recuperare il terreno per quanto riguarda la digitalizzazione del Paese, ma il processo deve ancora partire. Analogamente la digitalizzazione della PA stenta a decollare e non si vede un disegno ed una visione unitaria. Sono stati confermati gli sgravi fiscali per ristrutturazioni e interventi energetici e ambientali, ma senza disegnare una strategia complessiva di trasformazione ecologica di settori dell’economia (a differenza di quando fatto in altri Paesi, Germania in testa). Si sono predisposti strumenti per affrontare le crisi industriali utilizzando la CDP, ma non si è saputo affrontare la questione delle infrastrutture da una prospettiva generale. Per quanto il Piano per la logistica e i Porti abbia un approccio condivisibile (e così quello relativo agli interventi delle Ferrovie) esso è rimasto del tutto laterale rispetto all’azione di Governo diretta verso altri fronti. Gli impegni di spesa sono stati essenzialmente collocati verso gli anni di scadenza (2020) del piano e di fatto lo stato di avanzamento su tutti i lavori concernenti i corridoi europei è in ritardo a causa della esiguità dei fondi disponibili. Sulla banda larga si rischia di creare concorrenza tra più operatori, con relativo spreco di risorse trattandosi di un monopolio naturale. Si difende l’italianità di Mediaset, e si è lasciato che Vivendi acquisisse il controllo di Telecom. In concreto la politica industriale di Renzi si è basata soprattutto e principalmente su un consistente insieme di misure di detassazione e incentivazione fiscale a pioggia, sicuramente molto gradito alle imprese, ma non in grado di indirizzare il Paese verso un nuovo assetto industriale e neppure di recuperare il potenziale industriale perso durante la crisi. L’idea di fondo è sempre la stessa: se lo Stato riduce il suo perimetro (riducendo le tasse, i contributi, ecc.) il mercato, le imprese, troveranno nuova energia e nuove opportunità di crescita a beneficio di tutti. Non si è fatto nessuno sforzo, né si è suscitato nessun dibattito su quali settori potrebbe essere utile sviluppare in Italia con il sostegno pubblico tenendo conto delle esigenze del Paese, delle possibili sinergie con la ricerca e le Università, della possibilità di creare occupazione, né si è avviato un dibattito sulla possibilità di utilizzare in modo diverso e coordinato il residuo sistema delle partecipazioni statali, che continua ad essere visto soprattutto come fonte di reddito per la finanza pubblica, prova ne sia la privatizzazione di Poste che è avvenuta prima di esplorare le sinergie che poteva avere con la digitalizzazione del Paese e con lo sviluppo della logistica di consumo. Non è stata elaborata nessuna strategia valida per il Mezzogiorno, mentre si ripropone drammaticamente la questione del dualismo del Paese. Tardiva è stata la predisposizione di Patti con Regioni e Città, che pur andando nella giusta direzione, appaiono spesso affrettati oltre che imperniati su progetti tirati fuori dai cassetti degli Enti locali, e in ogni caso improntati a una logica frammentaria e priva di visione organica. In tutte le politiche verso cui sono state indirizzate risorse pubbliche o varati mutamenti di assetto è mancata una vera e propria regia di attuazione e coordinamento degli attori, in un attivismo mirato a poter vantare interventi e riforme in vari campi, più che curarne la completezza, la qualità, il raccordo e l’implementazione.
7. Particolarmente discutibile è stata la politica tributaria del Governo Renzi. Dall’ultima riforma organica del fisco italiano, quella del 1996-97, sono passati 20 anni e quindi sarebbe necessaria una revisione complessiva. Ma il problema di fondo del sistema fiscale italiano rimane quello della evasione di massa, considerevolmente ridotta (in via permanente) dai governi di centrosinistra tra il 1996 e il 2000, tollerata e incentivata dal centrodestra, ridotta di nuovo durante il Governo Prodi del 2006-08, aumentata durante il successivo Governo Berlusconi. Renzi ha ignorato il problema di una revisione sistematica del sistema e anzi ne ha accentuato il degrado con provvedimenti ad hoc, frammentari, episodici senza alcuna consapevolezza della necessità di una visione organica. Per quanto riguarda il contrasto all’evasione, all’inizio Renzi sembrava orientato ad intervenire, ed infatti adottò alcune delle misure proposte in un rapporto del Nens del giugno 2014, in particolare il reverse charge e lo split payment, misure che, visto il successo ottenuto (anche al di là delle previsioni) , sono state sistematicamente presentate come la dimostrazione dell’impegno e del successo del Governo nel contrasto all’evasione, sempre riaffermato pubblicamente, ma ben poco praticato in realtà. Le altre proposte contenute nel rapporto Nens sono state invece ignorate, tra queste l’uso dell’aliquota ordinaria nelle transazioni intermedie IVA, l’adozione del sistema del margine in alcune transazioni al dettaglio, la trasmissione telematica obbligatoria dei dati delle fatture IVA….In verità quest’ultima misura è stata adottata con l’ultima legge di bilancio, ma in modo tale da risultare in buona misura inefficace, in quanto è esclusa la trasmissione automatica dei corrispettivi delle vendite finali, non è previsto l’accertamento automatico in caso di evasione manifesta, non sono state introdotte misure di cautela nel caso in cui la reazione dei contribuenti comportasse una riduzione del margine abituale sui ricavi (mark up); le sanzioni, già modeste, sono state ulteriormente ridotte, l’entrata in funzione rinviata….In sostanza si è seguita la stessa logica in base alla quale, in seguito all’introduzione obbligatoria del POS ci si dimenticò di prevedere una sanzione in caso di inadempienza. Eppure il rapporto Nens stimava che la misura fosse potenzialmente in grado di produrre oltre 40 miliardi di recupero di evasione.
Contemporaneamente l’amministrazione finanziaria è stata delegittimata e indebolita, non si è salvaguardata la sua autonomia, si è consentito che membri del Governo attaccassero l’Agenzia delle Entrate, non si è data soluzione al problema creato da una discutibile sentenza della Corte Costituzionale relativa agli incarichi dirigenziali. Non si sono investite risorse nell’informatica.
Ma più in generale, l’intera politica fiscale si è indirizzata in direzione opposta a quella di serietà e di un ragionevole rigore: il sistema sanzionatorio è stato modificato innalzando le soglie di punibilità penale e restringendo le fattispecie incriminatrici; inizialmente era stato perfino proposto di depenalizzare la frode fiscale, misura poi rientrata; l’abuso del diritto (elusione) è stato depenalizzato e ridotto ad una fattispecie residuale, senza considerare il fatto che prima o poi la Cassazione e la Corte di Giustizia europea ristabiliranno l’interpretazione corretta. Ciò peraltro è già avvenuto con il falso in bilancio per cui la Cassazione ha già vanificato la portata della norma che allentava ben oltre quella approvata dal Governo Berlusconi, e per anni criticata dal centrosinistra, la possibilità di punire tale comportamento. E’ stato abolito il termine lungo di accertamento amministrativo per le condotte penalmente rilevanti, contrariamente a quanto previsto dalla normativa prevalente in Europa. La riscossione dei tributi è stata fortemente indebolita prevedendo la possibilità di rateazioni fino a 72 rate per i debitori decaduti negli ultimi due anni da un precedente piano di dilazione, ciò mentre per i debiti nei confronti di privati (banche) si sono accelerate le procedure di riscossione coattiva creando una inaccettabile discriminazione tra pubblico e privato. Ci si è uniformati alla propaganda del M5S sopprimendo, anche se solo in apparenza, Equitalia, e introducendo un condono (rottamazione) delle cartelle esattoriali, relative – è bene ricordarlo – a evasori conclamati, spesso sanciti come tali da più gradi di giudizio. Si sono varate due voluntary disclosures in apparente ossequio a un indirizzo internazionale, senza considerare che negli anni precedenti erano già stati varati da Tremonti ben due condoni in materia. Si è cercato di introdurre una sorta di riciclaggio di Stato prevedendo la sanatoria anche per il contante, norma che fortunatamente non è sopravvissuta alle critiche. Si è innalzata a 3000 euro la soglia di utilizzazione del contante favorendo così non solo l’evasione ma anche il riciclaggio. La norma sugli 80 euro, operando in un ristretto intervallo di reddito, da un lato ha penalizzato relativamente i redditi più bassi, e dall’altro ha introdotto un’aliquota marginale implicita pari al 79,5% (48% a causa del venir meno degli 80 euro, cui si aggiunge l’aliquota effettiva (formale e implicita) Irpef del 31,5%) per i contribuenti collocati sul limite superiore di applicazione della misura (tra i 24000 e i 26000 euro), per cui è stato necessario inserire nella ultima legge di bilancio, e in previsione degli aumenti contrattuali, una norma di deroga che non si sa ancora come opererà. L’Irpef è stata ulteriormente distorta dalla detassazione dei premi di produttività che fa sì che neanche i redditi di lavoro entrino più interamente nella base imponibile della imposta sul reddito in deroga a qualsiasi principio di progressività. Molte sono state le norme a favore delle imprese: dalla eliminazione dall’Irap dei redditi di lavoro (il che equivale ad escluderli da qualsiasi contributo specifico per la spesa sanitaria), alla decontribuzione per i nuovi assunti, alla patent box, al rafforzamento dell’ACE col recupero dell’incapienza sull’Irap, alla assegnazione agevolata dei beni ai soci, alle norme di accelerazione degli ammortamenti, alla riduzione dell’aliquota Ires al 24% e all’introduzione dell’IRI, all’eliminazione dell’IMU sui cosiddetti “imbullonati”. L’agricoltura è stata ulteriormente detassata (Irap, imposta patrimoniale), senza considerare che il settore era già quello più agevolato sul piano fiscale e quello in cui maggiore è l’evasione. La condivisibile esigenza di redistribuire il prelievo alleviandolo per alcuni settori e fattispecie non è stata affrontata, in altre parole, in modo organico e secondo un disegno preciso, ma con provvedimenti frammentari e ad effetto guidati da preoccupazioni di consenso. Si è inoltre rinunciato alla revisione del catasto dei fabbricati che era in dirittura d’arrivo e necessario avviare, e si è eliminata l’imposizione patrimoniale sulla casa di abitazione. Con le modifiche dell’Irap, della Tasi, e con le misure connesse all’obbligo di pareggio di bilancio e al funzionamento del fondo di solidarietà si è svuotata l’autonomia impositiva di regioni ed enti locali. Si è rinviato l’esercizio della delega di revisione delle cosiddette tax expenditures, che sono viceversa di molto aumentate. In tema di tassazione delle rendite finanziarie è stato aumentato il differenziale con la tassazione dei titoli pubblici, e nel complesso, pur essendo l’obiettivo condivisibile, il sistema il sistema è stato reso sempre più irrazionale.
8. Per quanto riguarda le riforme “strutturali”, quella più importante per il Governo era ovviamente la riforma istituzionale. Oggi è senso comune criticare Renzi per aver “personalizzato” e politicizzato lo scontro sul referendum confermativo, ma il problema nasce prima. La personalizzazione infatti è avvenuta immediatamente, fin dall’inizio del dibattito parlamentare quando Renzi ha imposto la sua peculiare visione della riforma senza accettare critiche né mediazioni, visione che aveva a cuore nella sostanza il fatto che i futuri senatori non dovessero beneficiare di alcuna retribuzione per ridurre i costi della politica oltre a quella derivante dalla drastica riduzione del loro numero. Questo è stato l’unico punto considerato irrinunciabile perché tutto il resto della proposta iniziale è stato oggetto di cambiamento per cercare convergenze tattiche. Questo approccio ha compromesso fin dall’inizio la possibilità di successo della riforma. Ed in verità il dibattito parlamentare al Senato mostra chiaramente che se si fossero accettati due punti essenziali, vale a dire che anche il numero dei deputati fosse ridotto a 400, e quello dei senatori a 200, e che i senatori fossero eletti direttamente dal popolo, ferma restando la differenza delle funzioni delle due assemblee e l’attribuzione del voto di fiducia alla sola Camera dei Deputati, la riforma avrebbe ottenuto un consenso molto ampio evitando la necessità del referendum, o comunque depotenziandone la portata politica. E’ qui emersa una caratteristica di fondo dell’approccio di Renzi alle riforme: la necessità di determinare in ogni caso rotture, divisioni, contrapposizioni, secondo una logica amici-nemici che, a ben vedere, riguardava principalmente una parte rilevante della sua costituency e del suo stesso partito. La questione di fondo era ideologica: le tradizionali posizioni della sinistra italiana non dovevano avere più legittimità: esse rappresentavano comunque il vecchio, qualcosa da rimuovere e “rottamare”.
9. La stessa logica è stata seguita sul jobs act, dove l’avversario principale è diventato il sindacato e in particolare la CGIL. Una riforma contro, quindi, e non una riforma utile per tutti. E anche in questo caso sarebbe stato sufficiente evitare alcuni eccessi e adottare, per esempio, il modello di contratto a tutele crescenti proposto da tempo da Tito Boeri, per ottenere un consenso pressoché unanime. Il risultato è stato quello di rischiare di sottoporre il Paese ad un ‘altra prova referendaria di cui non si sentiva certo il bisogno. Sui vouchers si sono allargate le maglie senza pensare ai possibili abusi, tanto che ora sarà necessario un intervento correttivo.
10. La riforma della scuola è avvenuta secondo lo stesso approccio: anche in questo caso il “nemico” era inizialmente il sindacato, ma ben presto sono diventati gli insegnanti. Il modello proposto è stato quello dell’autonomia scolastica interpretata come meccanismo in grado di simulare una sorta di mercato all’interno del settore pubblico, meccanismo che avrebbe inevitabilmente aumentato le diseguaglianze nei livelli di insegnamento tra le diverse zone del Paese e quartieri delle città. Ciò di cui avrebbe invece bisogno la scuola italiana è una modernizzazione dei programmi, un ripensamento dei cicli scolastici, una migliore qualità dei docenti, una carriera per i docenti, e investimenti rilevanti per ridurre le distanze tra le scuole di migliore qualità e le altre, rivalutando il ruolo sociale dei docenti, limitando le ingerenze indebite delle famiglie, prevedendo concorsi per le assunzioni, ecc. Ora il Governo Gentiloni è costretto a ritornare indietro (anche troppo) su alcuni punti della riforma cercando un accordo con i sindacati. E’ stata giusta l’introduzione nella nostra scuola dell’alternanza tra studio e lavoro. Ma al solito con fondi insufficienti e senza adeguata regia. Rimane non coordinato il canale dell’istruzione professionale di competenza statale con quello di competenza regionale e manca un Sistema Nazionale di Valutazione. Anche la ricerca pubblica non ha avuto alcuna razionalizzazione visto che non si è posto mano alla dispersione dei centri e al loro scarso coordinamento. L’Italia rimane nel mezzo delle due grandi direttrici della ricerca, quella dei grandi progetti diretti ai paradigmi tecnologici e che mettono insieme alte capacità realizzative industriali, Università, centri di ricerca (che può solo svolgersi come partecipazione a progetti di ricerca internazionali, in primo luogo quelli europei) e quella che si adatta alle situazioni concrete e esigenze tecnologiche specifiche. Di fatto l’Italia non segue né l’una né l’altra. Sebbene siano stati finalmente aumentati, dopo anni di tagli, i fondi per la ricerca pubblica, questi sono stati allocati in modo tale da suscitare una vera e propria sollevazione della comunità scientifica. L’eccessivo affidamento a criteri di mercato, soprattutto attraverso criteri di valutazione tecnicamente molto discutibili, si è riprodotto con l’Università producendo gli stessi problemi della scuola di determinare una frattura e differenziazioni che senza governance e correttivi del processo, rischiano di penalizzare pesantemente gli Atenei meridionali, non si capisce con quale vantaggio per il Paese.
11. La riforma della giustizia è rimasta al palo. In questo caso, la categoria presa di mira è stata quella dei magistrati attaccati sulle ferie, sulle retribuzioni e sulla età pensionabile, sulla quale, peraltro, si è fatta una parziale marcia indietro che si spera non diventi totale. In questo caso, tuttavia, va riconosciuto che, data la composizione del Governo, la riforma non era agevole. Va però sottolineato che il problema della legalità (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata) non sembra essere stato al centro delle preoccupazioni e del programma di Governo. In diverse occasioni Renzi ha negato che in Italia esista un problema di evasione di massa, o che in alcune regioni italiane il potere dello Stato è contestato e talvolta vanificato dall’esistenza delle mafie. Molta propaganda è stata fatta all’Autorità anticorruzione guidata da Cantone, e sono state approvate nuove norme, secondo alcuni insufficienti, ma il punto di fondo è che i tre fenomeni sopra ricordati sono intrinsecamente collegati e andrebbero affrontati insieme e posti all’attenzione dell’opinione pubblica e delle forze politiche, cosa che non è avvenuta. Uno degli strumenti possibili era quello di varare finalmente una buona legge sui partiti, legge di cui si è parlato, ma che non ha fatto passi avanti.
12. Quanto alla riforma della PA, si è seguito un vecchio modello, già sperimentato e fallito più di una volta, secondo una visione organicistica della PA, attaccando la dirigenza pubblica e portando alle estreme conseguenze una logica privatistica che mal si adatta al settore pubblico i cui dirigenti non possono essere assimilati a quelli delle imprese private, ma necessitano di competenze specifiche e specializzazioni. Anche in questo caso la riforma si è esposta a rilievi di ordine amministrativo e costituzionale.
13. Alla luce delle considerazioni precedenti, è difficile sostenere che quella del Governo Renzi sia stata un’esperienza positiva. Il Paese è oggi più diviso, il PD è politicamente isolato (salvo l’alleanza con Alfano e Verdini) ed è diviso, data la radicalità dello scontro sul referendum, si sono verificate fratture nelle famiglie e nelle amicizie. Le riforme sono state contestate e in parte sono rimaste sulla carta. L’opinione pubblica è confusa, disorientata, arrabbiata, e sempre più influenzabile da posizioni qualunquiste e di antipolitica. Dopo il risultato del referendum è inoltre diffusa, soprattutto all’interno dell’establishment la convinzione che il Paese è irriformabile e rassegnato al proprio destino. La colpa sarebbe della gente che non capisce. Ma così non è, la gente desidera riforme, ma vorrebbe capirne finalità e modalità, desidera essere coinvolta, e soprattutto vedere una classe dirigente preoccupata dei problemi e delle difficoltà dei cittadini comuni. Soprattutto ci sarebbe bisogno di un a classe dirigente competente e all’altezza. Uno dei lasciti del Governo Renzi rischia di essere proprio quello di aprire la strada a una classe dirigente ancora meno qualificata.

Parla con lui

segnalato da Barbara G.

Fu il premier a confidare: “Certo che ci parliamo, io e lui”
di Jacopo Iacoboni – lastampa.it, 07/01/2016

«Certo, ci parliamo, con Di Maio». Nei giorni complicati di giugno del 2014 – quelli dell’apertura del dialogo vero tra il Pd e il M5S, sulla legge elettorale – il leader Pd rispose così a chi gli chiedeva lumi sul suo rapporto con il giovane aspirante leader M5S. Ciò che venne dopo lo sappiamo, ma troppi dettagli ancora no: i cinque stelle si sedettero al tavolo con Renzi, vi furono alcuni battibecchi mediatici, certo, ma la sostanza è che Renzi offrì su un piatto d’argento un doppio turno con premio di lista, non di coalizione: il punto decisivo – Renzi lo capì col solito intuito ferino – per conquistare i cinque stelle (che ovviamente non lo riconosceranno mai).

Non si sa invece che Di Maio fece il diavolo a quattro per sedersi a quel tavolo con Renzi. Casaleggio era del tutto contrario; Grillo idem, scottato da un confronto con Renzi che era stato tragico, per l’ex comico. Fu una vittoria notevole per il giovane di Pomigliano convincere, non sappiamo come, i due fondatori: sedersi a quel tavolo significava per lui un’investitura a leader che arrivava dall’esterno – addirittura dal premier – ancor prima che dall’interno (il Movimento ha sempre detto di non avere leader).

Da allora fino alle unioni civili (Renzi avrebbe i numeri in Parlamento proprio grazie a una sostanziale intesa col M5S) questo anno e mezzo è una sequenza oggettiva di scambi tra Renzi e Di Maio, nella reciproca convenienza. Paolo Becchi, ex ideologo dei cinque stelle, oggi distante, ma uno che sa davvero alcuni meccanismi della Casaleggio associati, lo ha detto così: «Il M5S ormai è la stampella di Renzi». Ma Becchi ha detto poco. Il primo e l’ultimo caso sono Italicum e unioni civili, cosa c’è in mezzo?

Renzi ha fatto incassare a Di Maio la legge sugli ecoreati: molto annacquata, rispetto alle pretese originarie dell’ambientalismo dei cinque stelle, ma ha permesso a Di Maio di esibire ai suoi un primo risultato dopo mesi di inconcludenza (vi fu una festa serale romana del M5S, per celebrare quel risultato. In seguito, Di Maio e Roberto Giachetti si sono invitati alle reciproche feste di compleanno). Poi è venuta l’elezione, cogestita, nonostante le scaramucce, del Csm: Di Maio scelse Alessio Zaccaria (Casaleggio aveva un altro candidato), il relatore che risulterà cruciale nell’elezione del nuovo procuratore di Palermo, gradito ai consiglieri di centrodestra del Csm (allora si infuriarono don Ciotti, e molti pm, per esempio Nino Di Matteo).

La recentissima elezione dei giudici della Consulta avviene grazie a una mano che il M5S dà a Renzi: nel giorno di massima difficoltà mediatica del premier sul caso Boschi-Banca Etruria, i cinque stelle accettano di chiudere l’accordo per portare alla Corte Augusto Barbera e Franco Modugno (indicato dal M5S), e Renzi può respirare. A volte, per incapacità e non per un disegno, i cinque stelle compiono atti di opposizione solo teatrale come la mozione di sfiducia alla Boschi presentata alla Camera da Alesssandro Di Battista, che finisce per rafforzare la Boschi. Renzi, in un momento di verità alla fiorentina di quelli che gli scappano, arrivò a dire: «Il Movimento cinque stelle fa opposizione solo a telecamere accese». E chi meglio di lui può avere tutti gli elementi per dirlo? Non solo, come disse il premier, i parlamentari M5S non c’erano alle 2,38 di notte quando la legge di stabilità fu approvata: ma avevano mollato la battaglia già alcuni giorni prima. La legge di bilancio è passata senza barricate, è un fatto; il rompete le righe e andate in vacanza è arrivato ai grillini prima ancora che la partita si chiudesse.

Insomma: il grande filo diretto Renzi-Di Maio. Nella convinzione, come disse Boschi a una Festa dell’Unità, che «siamo tutti della stessa generazione, ci saremo tra dieci anni e oltre». Chi si accorge se in Commissione alla Camera passa un emendamento del M5S, prima firma Luigi Di Maio, che calmiera i costi della rc auto in Campania, la sua terra? Senza l’aiuto di Renzi, mai passerebbe la mancetta elettorale, così gradita in Campania.

Anche le omissioni sono ormai chiacchierate. Il M5S – aggressivissimo sulle note spese di Ignazio Marino – non ha fatto assolutamente nulla per chiedere le note spese di Renzi da presidente della Provincia: solo il consigliere comunale di Sel a Firenze s’è praticamente incatenato, ma in totale solitudine. Idem sulle polemiche sull’uso dell’aereo di Stato per prelevare la signora Agnese in un’occasione: nessunissimo fastidio a Renzi dal M5S. Le campagne cinque stelle, parrebbe, sono a corrente alternata.

Le controriforme di Renzi e la profezia nera di Cossiga

segnalato da Domiziasiberiana

di Domenico Gallo – ADISTA, 01/10/2015

Sono troppi anni che in Italia è stata imposta nel dibattito pubblico un’accesa discussione sull’esigenza di profonde riforme costituzionali ed istituzionali, al punto che ormai è penetrato nel senso comune lo stereotipo che la Costituzione del 1948 sarebbe un ferrovecchio di cui bisogna sbarazzarsi in nome della democrazia per far “crescere” il nostro paese. Pochi ricordano che questa discussione è partita dal vertice del potere politico, ha una ben precisa data di inizio ed un suo profeta: Francesco Cossiga.

Fu il Presidente della Repubblica dell’epoca che, il 26 giugno del 1991, mandò un formale messaggio alle Camere istigando il Parlamento ad attuare una profonda riforma della Costituzione, che avrebbe dovuto portare ad una modificazione della forma di Governo, della forma di Stato, del sistema dell’indipendenza della magistratura e ad abbandonare il sistema elettorale proporzionale a favore di un sistema maggioritario. Con questo messaggio Cossiga dichiarava obsoleto il modello di democrazia costituzionale prefigurato dai Costituenti, in quanto frutto della guerra fredda che avrebbe indotto i Costituenti stessi ad organizzare un potere “debole” custodito da garanzie “forti”, anziché un potere forte e stabile, svincolato da garanzie forti.

Quella che contestava Cossiga, in realtà, era l’impostazione antitotalitaria che aveva guidato le scelte dei Costituenti, determinati ad evitare che in Italia si potesse verificare un’eccessiva concentrazione di potere nelle mani dei capi politici, a scapito dello Stato di diritto e dei diritti dei cittadini, come era avvenuto con l’esperienza del fascismo.

L’esigenza delineata da Cossiga nel suo “profetico” messaggio alle Camere è quella di dare più potere al potere, di ridimensionare il sistema di pesi e contrappesi che fa sì che il potere di ogni organo trovi un limite nel potere di altri organi e che l’esercizio di ogni funzione di governo sia vigilata da robuste istituzioni di garanzia, capaci di assicurarne la conformità al diritto e di tutelare i diritti inviolabili dei cittadini. L’aspirazione è sempre stata quella di ricreare nuovamente un governo forte, se non addirittura un uomo forte, capace di realizzare la sua missione di governo, senza essere ostacolato dalle istituzioni rappresentative e da quelle di garanzia.

Dare più potere al potere è stato il leitmotiv che ha guidato il ventennio appena trascorso e le riforme che sono state praticate sia in tema di leggi elettorali che di modifiche formali alla Costituzione. Lungo i binari posti da Cossiga hanno viaggiato tutti i tentativi di riforma della democrazia costituzionale italiana, praticati nel tempo, con esiti vari, sia attraverso le riforme elettorali, sia attraverso le riforme della Costituzione del 48.

Il problema è che adesso questo lungo viaggio sta per terminare. Quando andranno a regime la riforma elettorale (italicum), la riforma del Senato, la riforma della pubblica amministrazione (che demolisce il principio costituzionale dell’imparzialità e del buon andamento), la riforma della scuola (che assoggetta l’istruzione pubblica ad una logica aziendale), le varie riforme del mercato del lavoro (che riconducono il lavoro a merce), allora si sarà completato un processo di vera e propria sostituzione del modello di democrazia, del modello di Stato e del modello economico sociale delineati nella Costituzione della Repubblica italiana.

Tutte queste riforme sono convergenti verso la creazione di un nuovo quadro istituzionale che si realizza con la figura dell’uomo solo al comando e con la sterilizzazione, se non l’abiura dei principi e dei valori che la Costituzione a posto a base della vita della Repubblica.

In questo contesto bisogna valutare l’ultima battaglia che si sta combattendo in questi giorni al Senato, intorno alla riforma/cancellazione del Senato ed al ridimensionamento dei poteri della Camera dei Deputati. In questo contesto risalta l’assurdità del compromesso sulla semi-elezione popolare dei senatori che ha fatto alzare bandiera bianca alla minoranza PD. Si tratta di compromesso che non restituisce ai cittadini il potere di elezione diretta dei senatori e lascia irrisolti tutti gli altri nodi.

In particolare: la sottrazione alle Regioni di ogni possibilità di governo del territorio; la sostanziale attribuzione al Governo del controllo dell’agenda dei lavori della Camera dei Deputati, già mortificata e sottoposta alla supremazia dell’esecutivo in virtù della legge elettorale voluta dal governo Renzi che garantisce al partito vincitore un premio di maggioranza sproporzionato come e peggio che nel “porcellum”, l’eliminazione della garanzia della doppia lettura per le leggi che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini; la sproporzione numerica fra senatori (100) ed i Deputati (630) che rende irrilevante il ruolo del Senato nell’elezione del Presidente della Repubblica.

La riforma costituzionale è un po’ la linea del Piave sulla quale si può arrestare la controrivoluzione in atto. Riusciremo ad impedire che si realizzi la profezia nera di Cossiga?

Ultime dal fronte greco

Grecia, Parlamento vota sì al pacchetto riforme. Mercati internazionali positivi

Via libera al secondo piano concordato con l’Eurozona. Favorevoli 230 parlamentari, tra cui l’ex ministro delle Finanze Varoufakis (63 i contrari e 5 gli astenuti). Il premier Tsipras riesce a ridurre lievemente il dissenso interno, ma non a stabilizzare l’esecutivo.

di Francesco De Palo – ilfattoquotidiano.it, 23 luglio 2015 

Parola d’ordine sfiducia, ma con lo screditamento che sta guadagnando rapidamente terreno. Il “sì” del Parlamento di Atene al secondo pacchetto di riforme (230 sì, 63 no, 5 astenuti) con a sorpresa anche il voto favorevole di Yanis Varoufakis, è la plastica raffigurazione delle contraddizioni politiche elleniche dell’ultimo semestre. Nonostante restino 36 (e non 39 come una settimana fa) i dissidenti di Syriza che non votano il ddl propedeutico al terzo memorandum imposto dalla Troika e accettato dal primo premier di sinistra della storia greca, i mercati apprezzano, l’euro recupera ma la politica segna ancora incertezza totale.

Certo, Alexis Tsipras ‘recupera’ cinque voti facendo ridurre lievemente il dissenso interno ma non stabilizza l’esecutivo che resta in bilico, almeno fino al prossimo passaggio parlamentare. Il voto notturno e soprattutto le ansie isteriche che lo hanno preceduto (come lo sfogo di Kostantopoulou contro Tsipras) sono il barometro di una situazione a tratti incandescente che non garantisce quell’equilibrio minimo che servirebbe al Paese, almeno in questa fase, per ricominciare a trattare con i creditori. Ieri i primi strali erano giunti proprio dalla presidente della Camera in direzione di capo dello stato e premier. In una lunga missiva la Kostantopoulu aveva scritto a Pavlopoulos e Tsipras dicendo che come deputato di Syriza non avrebbe mai votato una norma che sa tanto di colpo di Stato, mentre come presidente del Parlamento ne avrebbe volentieri ritardato tutti i passaggi. Concetti che ribadirà di persona oggi incontrando Tsipras. Forse, dice qualcuno, per consegnargli la propria lettera di dimissioni (dalla Camera e dal partito).

Di fatto se il distacco di Tsipras dalla placenta di Syriza, ovvero la rottura con la Piattaforma di Lafazanis e Kostantopoulou, fa sorridere i mercati e fa percorrere alla Grecia un altro metro nella direzione dei creditori internazionali, dall’altro non offre una chiarificazione politica. Le elezioni anticipate si terranno comunque, a questo punto più in autunno che a settembre (ma senza escludere sorprese) ma con la spasmodica necessità di Tsipras di individuare nuovi alleati, che intanto non sembrano disposti ad abbracciarlo.

L’ex ministro delle Finanze giustifica il suo sì con il fatto che quelle erano misure “che io stesso ho proposto in passato, anche se in circostanze diverse”. Il suo voto è per mantenere l’unità del partito anche se quelle riforme sono capestro e faranno solo del male alla Grecia. E quando ad esempio Varoufakis giustifica il suo voto favorevole con il fatto di voler dare ai suoi compagni la possibilità di “guadagnare tempo in modo da pianificare la nuova resistenza all’autoritarismo” non fa altro che aggiungere altra legna su un fuoco che non sarà facile spegnere. Tutti i partiti in Grecia pretendono infatti di uscire indenni dagli ultimi sei drammatici mesi.

Quella appena trascorsa è già stata ribattezzata la “lunga notte greca dei dissidenti”. Si dice che Tsipras voglia sostituirli con i “montiani ellenici“, ovvero i centristi di Potami  ma nessuno (almeno ufficialmente) intende avviare un’alleanza sotto il sole, dal momento che ne perderebbe di immagine. Il premier infatti è sempre più visto come un giocatore che ha sbagliato praticamente tutte le mosse, tra puntate e rilanci (nonostante un sondaggio che lo dà al 42,5%). Non riuscendo nemmeno ad alzarsi dal tavolo quando aveva perso tutto. “Come potrebbe oggi rimettere in moto la fiducia di un elettorato che si sente tradito e di chi, da europeista, comunque non si fida delle sue strategie strampalate?” si chiede ad alta voce un dirigente di Syriza. Tra un Syriza che diventa di colpo partito di centrosinistra come il Pasok e i socialisti stessi, gli elettori “sceglierebbero l’originale”, è il ragionamento che si fa.

Per cui, più che economico il nodo in Grecia adesso è politico ma soprattutto di fiducia. I socialisti del Pasok farebbero volentieri a meno di Tsipras, puntando su un esecutivo di unità nazionale con le altre opposizioni e cementando un fronte pro Ue e contro i populismi. I conservatori di Nea Dimokratia, con il nuovo segretario Evangelos Meimarakis, smaniano dalla voglia di ricostruirsi un’immagine dopo gli insulti che proprio Syriza ha riservato loro in campagna elettorale, accusando l’ex premier Samaras di aver consegnato la Grecia ai “creditori internazionali diventati nel frattempo strozzini”. In un clima del genere l’elettore medio che non dovesse cedere all’astensionismo potrebbe decidere di far lievitare il 7% dei voti di Alba dorata. “Almeno loro non cambiano idea, giusta o sbagliata che sia”, dice più di qualcuno dopo il voto.

Leggi anche:

http://www.repubblica.it/economia/2015/07/23/news/grecia_si_del_parlamento_al_secondo_pacchetto_di_riforme-119635970/?ref=HREA-1

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/23/foto/grecia_9mila_a_piazza_syntagma_contro_riforme_scontri_dieci_fermi-119644274/1/?ref=HREA-1#1

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L’accordo, poi elezioni. Ecco il piano di Tsipras

Grecia. Il premier gioca d’anticipo: prima il terzo pacchetto di aiuti, poi lo show down nel partito e il voto anticipato, il 13 o il 20 settembre. Obiettivo: «Un nuovo inizio per Syriza».

di Angelo Mastrandrea – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Il governo Tsi­pras 2.0 era atteso ieri a un deci­sivo “crash test” che ne avrebbe deter­mi­nato la pos­si­bi­lità di durare oltre l’autunno. Invece la sor­presa è arri­vata prima del voto sul secondo pac­chetto di riforme: si va dritti verso una Syriza 2.0 e verso il voto anti­ci­pato, già a set­tem­bre. Il pre­mier, sulla gra­ti­cola da giorni, ha gio­cato d’anticipo come gli capita spesso, ribal­tando il tavolo da gioco alla velo­cità che abbiamo impa­rato a cono­scere e dando appun­ta­mento a set­tem­bre per lo show down finale sul suo governo e all’interno del par­tito di cui è tut­tora pre­si­dente.
Cri­ti­cato per la scelta di aver fir­mato un accordo-resa senza pren­dere in con­si­de­ra­zione il piano B della Gre­xit (nella ver­sione Varou­fa­kis del default nell’Eurozona o in quella più radi­cale della Piat­ta­forma di sini­stra, con pro­gres­sivo ritorno alla dracma), nel mirino per non aver voluto incon­trare il Comi­tato cen­trale del par­tito, accu­sato dalla sinistra interna di voler tra­ghet­tare il governo e Syriza su posi­zioni mode­rate, messo in discus­sione per aver accet­tato i voti dell’opposizione che ora lo ricat­te­rebbe sulle ini­zia­tive da pren­dere, Tsi­pras ha lan­ciato il suo guanto di sfida. «Non nascon­de­tevi die­tro la mia firma sotto l’accordo», ha detto, annun­ciando un con­gresso «per chia­rire gli obiettivi e la stra­te­gia del par­tito, e le carat­te­ri­sti­che del governo di sini­stra nelle nuove cir­co­stanze», non prima però di aver por­tato la bar­chetta greca lon­tano dai marosi. L’obiettivo, ora, è otte­nere nel nego­ziato di ago­sto «il miglior risul­tato pos­si­bile», poi il pre­mier pro­verà a sfrut­tare il suc­cesso per fare il pieno nelle urne.

A pun­tua­liz­zare è stata in seguito la nuova por­ta­voce del governo Olga Gero­va­sili: «Syriza siamo tutti noi, que­sta è la verità», ha man­dato a dire al lea­der della Piat­ta­forma di sini­stra Pana­gio­tis Lafa­za­nis che aveva riven­di­cato una sorta di pri­ma­zia ideo­lo­gica. Una bat­tuta alla quale l’ex mini­stro dell’Energia ha rispo­sto riba­dendo le sue posi­zioni: «La Gre­cia non ha futuro nell’Eurozona, ma come paese pro­gres­si­sta e orgo­glioso che, nono­stante le dif­fi­coltà, combatte con­tro l’austerità». Gero­va­sili è stata molto chiara sulle pos­si­bi­lità di un «divor­zio» tra le due anime di Syriza: «Ci sono stra­te­gie diverse, dif­fe­renti punti di vista. Sarà dif­fi­cile restare insieme, forse impos­si­bile. Non è pos­si­bile andare avanti così».

Lo sce­na­rio che si apre è dun­que il seguente: voto in not­tata sul nuovo codice di pro­ce­dura civile e sulla diret­tiva ban­ca­ria (pro­ba­bil­mente con qual­che defe­zione in meno nella mag­gio­ranza rispetto alla scorsa set­ti­mana), avvio dei nego­ziati per l’accesso al Fondo salva-stati (da chiu­dere entro il 20 ago­sto) con fine dell’emergenza finan­zia­ria, congresso di Syriza ed ele­zioni anti­ci­pate, il 13 o il 20 set­tem­bre. Con l’obiettivo, spiega la por­ta­voce del governo, di un «nuovo ini­zio» per la sini­stra radi­cale greca.

In que­sto qua­dro, il voto di ieri è pas­sato un po’ in sor­dina, anche per­ché la discus­sione è comin­ciata solo alle 20, dopo che le 900 pagine da sot­to­porre al voto dei depu­tati (quanti avranno avuto il tempo di leg­gerle con atten­zione?) erano pas­sate al vaglio delle com­mis­sioni par­la­men­tari. Non fosse stato per i dolori di Syriza, la discus­sione sarebbe andata più liscia rispetto a quella per il primo pac­chetto di riforme. Can­cel­lato l’aumento di tasse per gli agri­col­tori a causa dell’opposizione di Nea Demo­cra­tia e degli alleati dell’Anel (ieri il mini­stro della Difesa Panos Kam­me­nos ha incon­trato Tsi­pras e, uscendo, ha detto ai gior­na­li­sti che i con­ta­dini non sareb­bero stati toc­cati) e rin­viata la legge sulle pen­sioni, sono andate al voto le meno con­tro­verse riforme banca­ria e della giu­sti­zia civile. Nel primo caso, si trat­tava di rati­fi­care la diret­tiva euro­pea sulle ban­che già appro­vata dagli altri par­la­menti con­ti­nen­tali (Ita­lia inclusa), che pre­vede la garan­zia dei conti cor­renti ban­cari fino a 100 mila euro ma con even­tuali per­dite sca­ri­cate sugli azio­ni­sti e non sullo Stato. Nel secondo, invece, la fina­lità è quella di snel­lire i pro­cessi civili, con l’eliminazione dei testi­moni, tra le altre cose, e la velo­ciz­za­zione della con­fi­sca dei beni.

C’era solo un punto dolente: la pos­si­bi­lità da parte delle ban­che di requi­sire le case pigno­rate e metterle all’asta. Per que­sto ieri mat­tina Ale­xis Tsi­pras ha con­vo­cato il ver­tice dell’associazione dei ban­chieri chie­dendo loro di non applicare que­sta norma almeno fino alla fine dell’anno, per dare al governo il tempo di poter inter­ve­nire sospendendo il prov­ve­di­mento. È un esem­pio di quello che il pre­mier inten­deva dire quando annun­ciava bat­ta­glia e misure com­pen­sa­tive per smus­sare gli angoli più spi­go­losi dell’accordo: c’è una riforma impo­sta, pra­ti­ca­mente dettata dalla troika senza il tempo di met­terci su le mani, che pre­vede tra le altre cose la ven­dita delle abi­ta­zioni dei morosi, e l’unico modo per inter­ve­nire è aggi­rarla non appli­can­dola nei fatti. Il pro­blema, sem­mai, sor­gerà se il governo dovesse cam­biare e il nuovo non dovesse deci­derne la sospen­sione.
Dopo il “crash test” not­turno depo­ten­ziato, le pros­sime misure dovreb­bero riguar­dare la lotta alla cor­ru­zione e il paga­mento delle fre­quenze tele­vi­sive (un punto cen­trale del pro­gramma di Salo­nicco con il quale Syriza ha vinto le ele­zioni), mirato a eli­mi­nare il mono­po­lio e i pri­vi­legi dei boss delle tv pri­vate.

Per que­sta mat­tina invece il pre­mier ha con­vo­cato al Megaro Maxi­mou, il palazzo del governo, la pre­si­dente del Parla­mento Zoe Kon­stan­to­pou­lou, che anche ieri ha chie­sto di votare no alle riforme. È pos­si­bile che, venuto a mancare il rap­porto fidu­cia­rio con il governo, le chie­derà di farsi da parte, cosa che get­te­rebbe ben­zina sul fuoco delle pole­mi­che interne a Syriza in quanto Kostan­to­pou­lou, ex avvo­cato per i diritti civili, è uno dei per­so­naggi più popo­lari dell’opposizione da sini­stra a Tsipras.

Il FMI e la deregolamentazione

Segnalato da barbarasiberiana

L’EFFETTO DELLA DEREGOLAMENTAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO SECONDO IL FMI: NESSUNO

Di Rita Castellani – newnomics.it, 05/05/2015

L’economia italiana non cresce, e ne avrebbe un disperato bisogno. Ad aprile 2015 il tasso disoccupazione torna a toccare il 13% ed è questo il segnale più evidente di un sistema produttivo che non riparte.  Le cause, vicine e lontane, sono plurime: il problema, tuttavia, non è tanto la loro identificazione, ormai largamente effettuata e condivisa, quanto il loro ordinamento in una scala di priorità a cui possa corrispondere una scala di interventi, altrettanto ordinato e, quindi, efficace. Prescindendo dalle polemiche, spesso sollevate prima che possa svilupparsi una discussione produttiva, mi sembra utile segnalare le riflessioni che si stanno portando avanti a livello internazionale, ormai con crescente attenzione. Otto anni di crisi e/o stagnazione internazionale, infatti, sono ormai una evidenza che indica le insufficienze interpretative del modello dominante, forzato ad offrire ricette per ogni scala temporale e per i più diversi contesti economici.

I ricercatori del Fondo Monetario Internazionale sembrano in questo momento i più sollecitati, e si capisce perché: a fronte della rigidità, esibita fin qui, nell’imporre presupposti e soluzioni che si sono rivelati più gravosi che efficaci, il prestigio internazionale di questa istituzione è andato diminuendo, comportando un conseguente calo del suo peso politico. Altre istituzioni sono pronte a prenderne il posto: ad esempio, si svolge nei primi giorni di maggio a Baku il meeting annuale dell’Asian Development Bank, che a conclusione del suo programma di interventi 2011-2014, lo scorso marzo ha raddoppiato il capitale di dotazione, e conseguentemente aumenterà il suo potenziale di interventi nell’area. Infrastrutture, lotta alla povertà e regolazione finanziaria i suoi principali obiettivi. Come non pensare che, a fronte dell’inerzia stagnante dell’occidente, e dell’Europa in particolare, la Cina stia cominciando a provvedersi di nuovi mercati di sbocco per i suoi prodotti?

In una delle più recenti pubblicazioni del FMI, “The new normal: a sector-level perspective on productivity trends in advanced economies”, i ricercatori assumono, classicamente, che la mancata crescita della produttività di sistema (Total Factor Productivity, TFP) sia dovuta ad un’allocazione inefficiente delle risorse tra settori produttivi. Prendendo in esame i dati settoriali di undici economie avanzate (Australia, Austria, Danimarca, Finlandia, Germania, Giappone, Italia, Olanda, Regno Unito, Stati uniti, Svezia), quelle cioè più vicine al limite della frontiera delle possibilità produttive, verificano poi quale misure di policy potrebbero indurre le risorse a spostarsi verso i settori maggiormente in grado di far slittare verso l’alto quella frontiera, e con essa produzione e reddito. E, forse, occupazione.

L’ottica del modello è di lungo periodo (1970-2007) e i risultati, come ci si poteva aspettare, sono robusti.  I suggerimenti che ne derivano sono in parte attesi, e in parte meno, soprattutto rispetto alla vulgata dominante. Nel complesso, le misure più efficaci (sia nella prospettiva di breve-medio periodo, che di lungo) per il complesso dei settori considerati riguardano investimenti diretti nel settore ICT, per la qualificazione del capitale umano e, più sorprendentemente dati i presupposti del modello, in infrastrutture. Insomma, da un modello neo-schumpeteriano, appare che l’imprenditore-innovatore trova il suo necessario e più efficace complemento nello Stato-imprenditore, come prospettato da Marianna Mazzucato.

Le misure che risultano meno influenti sono invece quelle di mera regolazione. E se una certa efficacia, per qualche settore, emerge ancora per la regolazione del mercato finale (in particolare dei servizi, dove la crescita della concorrenza ha portato miglioramenti di efficienza), gli effetti di interventi sulla regolazione del mercato del lavoro sono nulli o, nel caso del settore finanziario, negativi, sia nel breve che nel lungo periodo. L’indicatore utilizzato si concentra sulla facilità di assumere e licenziare e i ricercatori non riescono a spiegarne la totale irrilevanza, se non ipotizzando che un effetto sulla TFP magari si possa rilevare su un periodo più lungo. Ma, tra i paesi considerati, almeno la gran parte di quelli europei hanno attivato misure di deregolazione del mercato del lavoro negli ultimi dieci anni del periodo preso in esame: quanto dovrebbe essere lungo il periodo?

L’evidenza è un’altra. Le misure di deregolazione del mercato del lavoro hanno avuto ovunque l’effetto, univoco, di comprimere i salari e, in modo meno uniforme, di fare spazio a modalità di lavoro a bassa produttività (i mini-job in Germania, le molteplici forme di contratto “precario” in Italia). Una conferma indiretta nel modello si ha dalla considerazione degli effetti delle diverse misure sull’occupazione nei diversi settori: l’allentamento della jobs protection legislation ha portato (deboli) effetti solo nel settore dei servizi alla persona, un settore, appunto, a bassa produttività.

Questo è dunque quello che possiamo aspettarci dalla ulteriore della generalizzazione della deregolazione voluta dal Governo Renzi, prima con il Decreto Poletti sul lavoro a termine e poi con il cosiddetto Jobs Act.: come certifica la ricerca del FMI, assolutamente niente di più, né in termini di produttività, né in termini di occupazione.

Fantapolitica (continua…)

di crvenazvezda76

Allora, eravamo rimasti all’equilibrismo di Renzi sulle maggioranze variabili, a seconda della contingenza e della convenienza politica.

Ipotesi che (alla faccia della fantapolitica), a sentire i tanti commentatori più quotati di me (e ai quali chiederò i diritti), è sempre più presa in considerazione.

A testimonianza della brillante alzata d’ingegno di Renzi, culminata nella mossa Mattarella, c’è la bagarre che si è scatenata in tutte le forze politiche, da Forza Italia ai Grillini, passando per il povero Angelino, che ingoia rospi di continuo (ndr: non Angelino sempre in piedi, questo qua, ma Angelino sempre curvo).

Ma torniamo a noi. Dicevamo di una possibile maggioranza per la seconda parte del “Renzi Show”.

Quali sono gli ostacoli più grossi a che questo scenario si possa realizzare? Riforme e legge elettorale. Brunetta è stato chiaro: ‘d’ora in poi pagare moneta per toccare cammello’.

Eppure una via d’uscita per Renzi c’è, e Silvio non ne fa parte (consigliare a Crozza di rivedere lo sketch che vede i due contraenti del Nazareno al cinema).

L’approvazione delle riforme ha superato lo scoglio del voto al Senato, quello più a rischio a causa della risicata maggioranza. Superato, come sappiamo, col soccorso azzurro.

Ora però si va alla Camera, dove la maggioranza è più solida e dove il pacchetto, legge elettorale compresa, così come lo conosciamo, potrebbe subire modifiche.

Bene, queste modifiche potrebbero essere ottima merce di scambio.

Pensateci. A ben guardare, i cambiamenti che chiedono i dissidenti Pd non sono poi così sostanziali! E anche alcuni Cinquestelle potrebbero vedersi approvati alcuni piccoli emendamenti e saltare sul carro renziano. Vista l’aria che tira nel Movimento…

Già, alcune modifiche, quanto basta per garantirsi i voti che mettono in cassaforte il tutto (credo Renzi capace anche di cedere sulle preferenze, o rivedere almeno le percentuali,  in cambio della vittoria finale).

Poi il passaggio referendario sarebbe una formalità: la comunicazione è il piatto forte di casa Renzi, e l’italiano non aspetta altro che sentirsi importante per farsi infinocchiare per bene!

E poi c’è Tsipras e la sinistra nostrana (minuscolo voluto). Il primo, come già detto ieri, utile in Europa per via delle simpatie che riscuote (vedi Hollande e lo scenario spagnolo), la seconda per rifarsi il look in Italia. O crediamo davvero che Renzi non tenga conto del vento che tira, anche se fosse solo una moda del momento?

Tanto, data la memoria corta dell’italiano medio, basta una qualche concessione ogni tanto per far dimenticare anche il Jobs Act. Che so, una bella legge sulla rappresentanza sindacale e si garantirebbe anche le folle osannanti in qualche piazza romana!

Carissimi Transiberiani, fantapolitica o meno, oggi come oggi Renzi può permettersi un po’ di tutto, ma quel che conta è che permette a noi di correre con la fantasia, ognuno secondo le proprie inclinazioni.

In un Paese di nani, il più alto è un gigante!

“Mattarella.- Mattarella Sergio – S. Mattarella – Mattarella S. – Robi Facchinetti – Mattarella prof. Sergio – Sergio, Mattarella!…”

Anima greca

di Lame

Accecati da una vittoria che ricostruisce speranza per tutta l’Europa, ci sono alcune cose che non vediamo, di quel che sta succedendo in Grecia.
Sono aspetti che niente hanno a che fare (apparentemente) col debito e i problemi economici. Ma sono altrettanto importanti di questi. O forse perfino di più.
Partiamo dalle genealogie.
In Grecia, mi hanno spiegato, la politica è da sempre un “affare di famiglia”. Nel senso che i posti di potere sono appannaggio di alcune grandi famiglie. Le ultime, in ordine storico, sono state i Papandreou e i Karamanlis. Padri e figli che diventano primi ministri, oppure generi e nipoti che entrano a rotazione nel governo. Alternanze politiche che non sono veramente tali, gruppi familiari molto coesi che gestiscono tutto “inter nos”. A prescindere dalle posizioni politiche, destra e sinistra, su questo piano, sembrano un mero accidente.
Qui Tsipras e i suoi costituiscono la prima linea di frattura con abitudini consolidate. Un vero cambiamento, perché sono una vera nuova classe dirigente del paese. Non vengono dalle famiglie potenti. Quindi rompono il cerchio degli interessi, anche incrociati, di chi ha sempre gestito la cosa pubblica.
Devo spiegarvi cosa questo significa in termini di aria nuova, idee nuove e libertà di scelta? Penso di no.
Poi, oggi scopro che il giovane Alexis ha deciso di non rendere omaggio al patriarca. Per quanto noi possiamo patire la presenza di una chiesa cattolica che da sempre incombe sulla nostra politica, i greci non sono da meno. Anzi.
È una presenza che noi non vediamo (i nostri media non ci raccontano mai le storie profonde dei paesi del mondo) ma è imponente e limitante quanto e forse di più che la chiesa cattolica, soprattutto sul piano della cultura collettiva. Tanto importante che, da sempre, i deputati greci (e se non erro anche il presidente) giurano nelle mani del patriarca ortodosso.
Devo spiegarvi cosa questo significhi sul piano simbolico profondo? Sullo schema profondo del potere, che viene formalmente “concesso” da un religioso all’autorità civile?
Non baciare la mano del patriarca, come ha deciso il giovane Alexis, manda un messaggio enorme di cambiamento. È un’onda profonda e lenta, non si vedono i suoi effetti immediati, ma è una dichiarazione di laicità che mai prima, in Grecia.
Infine il giovane Alexis ha deciso di “far fuori” anche l’altra “chiesa” che incombe sulla Grecia: niente omaggio ai partigiani, altro gesto simbolico tradizionale dei potenti greci. Gius magari storcerà il naso, ma per me anche questo è un segnale di rottura profonda con gli schemi del potere tradizionale.
Come si legano questi aspetti non economici con la questione debito e, soprattutto, le riforme?
Personalmente credo che siano questioni importantissime quando si parla di un cambiamento vero della società greca. Altro che Jobs Act.
Sono rotture dello schema del potere, dello schema mentale con cui le persone si rapportano al potere in Grecia. Quindi consentono, ad esempio, vere riforme per quanto riguarda la corruzione e l’efficienza della macchina pubblica, da sempre influenzata dal criterio che la “famiglia” viene prima di tutto. Anche delle leggi, ovviamente. Anche della sostenibilità economica di queste scelte che, finora non era considerata quando si decideva l’assunzione di migliaia di funzionari pubblici per ragioni clientelari.
Anche e forse soprattutto di questo, secondo me, dovrebbe tener conto l’Europa di Bruxelles e Berlino, quando chiede “riforme”. Ma ho qualche dubbio che siano in grado di capirlo. All’Eurotower e al Palais de Berlaymont (sede della Commissione europea) non riescono a capire come si fa a “mettere a bilancio” l’anima dei popoli.

Province pasticciate

segnalato da barbarasiberiana
Di Paolo Sinigaglia
Alcune considerazioni relativamente alla riforma delle Province, inquadrata nell’assetto globale che stanno assumendo le istituzioni con le riforme volute dal Governo.

Arci ecoinformazioni giornalismo partecipato

taglioprovincePaolo Sinigaglia, esponente civatiano del Pd comasco e dell’associazione Como Possibile, interviene contestando fortemente la riforma delle province che giudica del tutto pasticciata e altro tassello dell’attacco complessivo alla rappresentanza democratica colpita dalla riforma del Senato: «Mentre la riforma del Senato cerca di eliminare un pezzetto di rappresentanza, un’altra riforma ci ha già pensato a eliminarne un altro, di pezzetto. Si tratta della riforma delle province, una riforma che più pasticciata di così non si può.

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Metodo Montessori

Dalla pagina facebook di Giorgio Santelli – Raitg24

Non tutti i miei amici di Facebook la pensano come me. E ne sono contento visto che da una vita sono un tifoso del pluralismo. C’è chi è renziano. Magari non per fede ma perché in quel 41% vede una rivincita per un partito che in Italia non ha mai vinto.

A loro come all’amico che mi dice “non rompiamo il giocattolo prima ancora di vedere se funziona” io voglio dire che la politica, per essere buona politica, dovrebbe pensare meno a fare cose solo perché rinsaldano il legame temporaneo con gli elettori e più cose che veramente possano cambiare il paese. Renzi sa molto bene che è forte ed in una fase in cui l’Italia è pronta ad accogliere ogni sua proposta come se fosse il taumaturgo. In quest’ottica Renzi ha una grande responsabilità. Può cambiare tutto perché tutto cambi o cambiare tutto perché nulla cambi. Oppure può distruggere tutto, buttare via il bambino con l’acqua sporca.

A nessuno piace la lentezza della politica, i costi della politica, la corruzione in politica. Ma la politica va salvata. Come i partiti. A nessuno piace questa Rai ma la Rai non va distrutta. Le riforme devono essere fatte ma senza penalizzare la democrazia a scapito della governabilità con il rischio di una deriva affidata a poteri oligarchici. La scelta del monocameralismo senza contrappesi e dell’italicum senza preferenze non è un giocattolo ma scempio della democrazia! Non c’è nulla da provare ma tutto da evitare!

La democrazia, insomma, non può rischiare il metodo montessori. Non ora, almeno!