Rifugiati

Filantropi e capitale

Filantropi di ventura

Come le grandi imprese del capitalismo globalizzato sfruttano a loro modo la tragedia dei rifugiati. I loro portavoce scrivono: «l’umanitarismo può far fare buoni affari».

Progetto casa per i Rifugiati -Ikea BetterShelter.org (foto da comune-info.net)

di Paola Somma – eddyburg.it, 12 agosto 2017

1. La feroce determinazione con cui si colpisce chi cerca di salvare vite umane mentre si lascia carta bianca alle multinazionali che si stanno spartendo la “risorsa rifugiato” sono due aspetti non disgiunti, ma complementari, dello stesso disegno di appropriazione del pianeta e di riduzione in schiavitù della maggioranza dei suoi abitanti perseguito dalle istituzioni finanziarie e dai governi che ai loro dettami ubbidiscono. Un disegno nel quale la crescente collaborazione tra il settore pubblico e le grandi imprese coinvolte nelle così dette “partnership per i rifugiati” ha un ruolo non irrilevante.

Più che dalla abusata motivazione che gli stati nazionali non hanno denaro e quindi devono collaborare con i privati ricchi di risorse ed esperienza manageriale, la diffusione di tali iniziative è frutto di una scelta strategica delle imprese. Molte, infatti, hanno capito che firmare un assegno o farsi un selfie con un rifugiato per migliorare l’immagine della ditta sono gesti che rendono poco rispetto ai profitti che si possono ricavare diversificando gli investimenti e destinando una quota di capitale alla filiera filantropica e hanno deciso di adottare linguaggio e metodi del capitale di ventura per conquistare il mercato dei beni e servizi per rifugiati.

Tale approccio è apertamente condiviso ai più alti livelli delle pubbliche istituzioni, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate durante il Summit per il rifugiato del settembre 2016 e la contemporanea iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Obama, che ha lanciato un call for action per spronare il settore privato a impegnarsi per “risolvere la crisi” dei rifugiati. All’appello hanno rispoasto con entusiasmo oltre 50 corporations, da Google a Airbnb, da Western Union a Linkedin, oltre che Goldman Sachs e JPMorgan.

(foto da comune-info.net)

Anche l’UNHCR, l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, ha avviato una serie di compartecipazioni con grandi imprese mondiali. Uno dei primi accordi è stato siglato con IKEA, le cui iniziative, abilmente propagandate da campagne pubblicitarie, hanno suscitato il plauso unanime dei commentatori. In particolare Better shelter, un ricovero prefabbricato di semplice montaggio, ha avuto numerosi riconoscimenti. Nel 2016 è stato premiato come miglior oggetto di design dal museo di design di Londra e un suo esemplare è esposto al Moma di New York. UNHCR ne ha installati 5000 in varie parti del mondo: Iraq, Gibuti, Niger, Serbia, Grecia. Pressoché sotto silenzio, invece, è passata la notizia che IKEA ha dovuto ritirare dal mercato 10000 scatole di Better Shelter, già acquistate da UNHCR, dopo che la città di Zurigo si è rifiutata di usare le casette perché non soddisfano le norme antincendio svizzere.

Per Heggenes, amministratore delegato della IKEA foundation, ha ammesso che sapevano che il prodotto “non è adatto a tutti i climi” e che ora lo stanno ridisegnando. Comunque, sono soddisfatti perché è stata una esperienza istruttiva dalla quale hanno imparato molto. Quando il business incontra le Nazioni unite, ha aggiunto, ci sono sempre dei problemi… abbiamo bisogno di tempo di capirci… «noi non siamo organizzazioni umanitarie, noi investiamo. Ma cerchiamo un ritorno sociale e non solo finanziario».

Campagna “Il potere della Luce ” promossa da UNHCR e Ikea (foto da comune-info.net)

E la ricerca del ritorno sociale è l’obiettivo dichiarato del più recente progetto che IKEA sta mettendo a punto per far lavorare i rifugiati in Giordania, uno dei paesi confinanti con la Siria dove Banca mondiale, Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna sono a caccia di occasioni di investimento.

2. Il piano di Ikea è di creare una linea di tappeti ed altri manufatti tessili da far produrre dai siriani dei campi. Le prime 200 postazioni dovrebbero essere pronte entro pochi mesi, ma l’ambizione è di creare, entro 10 anni, 200 mila posti di lavoro in varie località.

(foto da comune-info.net)

Rispetto a better shelter, si tratta indubbiamente di un programma diverso, nel quale il valore aggiunto non deriva tanto dalla merce prodotta ma dal lavoratore, secondo la logica sintetizzata dallo slogan “rifugiato come opportunità” ed ampiamente illustrata in un rapporto di un consulente della Unione Europea dal titolo inequivocabile: il lavoro del rifugiato, un investimento umanitario che genera dividendi (Philippe Legrain, The refugee work, an humanitarian investment that yelds economic dividends, 2016).

Anche la scelta di cominciare dal campo profughi di Zaatari non è irrilevante. Creato nel 2012, il campo è ormai, per dimensione, la quarta città della Giordania e secondo gli esperti internazionali non solo è destinato a permanere nel tempo, ma rappresenta il modello di città del futuro. Ed in effetti, se si tiene conto che la Banca mondiale ha concesso fondi alla Giordania perché riformi il mercato del lavoro, che l’Unione Europea ha negoziato la qualifica di “mercato preferenziale” per le merci prodotte in 18 zone industriali dove almeno il 15% degli occupati sono immigrati e che gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di libero scambio commerciale con la Giordania, il futuro della città/deposito di esseri umani a disposizione degli investitori sembra garantito. Come ha spiegato il sottosegretario al commercio degli Stati Uniti, accompagnando una decina di rappresentanti di grandi imprese, tra le quali Microsoft, Master card, Coca cola e Pepsi cola a visitare il campo, «non vi portiamo in gita a Zaatari per farvi parlare con dei disgraziati, ma perché cogliate l’opportunità commerciale connessa all’impegno per una causa umanitaria».

Il campo profughi di Zaatari (foto da comune-info.net)

3. In questo fervore di iniziative benefiche poco si dice a proposito delle condizioni di lavoro, ed anche immani disastri, come l’incendio di un capannone o il crollo di un edificio, vengono rapidamente archiviati e le ditte continuano a profittare dei nuovi schiavi. Quando nel 2015 l’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource Centre ha distribuito un questionario alle grandi firme del tessile operanti in Turchia, solo H&M e Next hanno ammesso di aver scoperto che nelle fabbriche dei loro fornitori erano impiegati bambini siriani. Le altre hanno risposto in termini evasivi o non hanno nemmeno risposto.

In un momento in cui le organizzazioni senza scopo di lucro vengono trattate come criminali, non dovrebbe essere difficile pretendere trasparenza su questo punto da Ikea, che legalmente, cioè fiscalmente, è una onlus. Ikea foundation, infatti, non è una società per azioni ma una charity, con sede in Olanda, controllata dall’azienda olandese Ingka holding a sua volta posseduta da una fondazione non profit e paga le tasse con aliquota del 3,5%. La fondazione è una delle più grandi non profit al mondo ed ha un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. Come recita un famoso aforisma di Henry David Thoreau «la bontà è l’unico investimento che non fallisce mai».

Degrado

segnalato da Barbara G.

Salvini è arrivato come un falco

La Rozza, a quanto pare, sapeva.

Majorino casca dal pero.

Bah. Comunque, tutto questo dispiegamento di forze, con ragazzi perquisiti e caricati sui camion (ciò evoca ricordi molto “destri”), e poi i camion della nettezza urbana a raccogliere zaini, effetti personali e masserizie…

Risultato: circa 40 fermati e portati in questura, dei quali 30 in possesso di titolo per restare regolarmente in Italia (anzi, alcuni hanno saputo proprio lì che l’iter per avere la protezione internazionale era andata a buon fine) e dieci con posizione irregolare, dei quali (da quel che mi hanno riferito) in 5 rischiano effettivamente l’espulsione (fonte ufficiosa ma molto attendibile).

Riassumendo: scene da (quasi) film americano, camion da (quasi) deportati, persone fermate perché presenti lì e di pelle scura, un sacco di soldi spesi… per espellere (forse) cinque persone. E (cosa importantissima) benzina sul fuoco dell’intolleranza, con M5S sorpresi dalla maggior velocità (e spudoratezza) con cui l’avvoltoio Salvini è andato a filmare la retata, e PD che si barcamenano fra “c’era bisogno di fare qualcosa” e “bisognava farlo diversamente”. Ma chi ha proposto e votato il decreto Minniti? E’ forse il sistema migliore per gestire il problema dell’arrivo di migranti, e di chi fra loro non riesce ad ottenere protezione internazionale e non può, per un motivo o per l’altro, tornare indietro?

E cosa è il degrado? Vedere persone accampate ai giardinetti o veder calpestare i diritti delle persone e seminare terrore?

Milano, maxi-blitz alla stazione Centrale: polizia a cavallo, blindati ed elicotteri. Salvini tra selfie e slogan anti-immigrati

Imponente operazione della polizia disposta dal questore Marcello Cardona e coordinata dal commissariato Garibaldi Venezia. Nella stessa piazza, venerdì 21 aprile, un gruppo di extracomunitari aveva aggredito i militari dell’operazione Strade sicure e i carabinieri arrivati in loro aiuto.

ilfattoquotidiano.it, 02/05/2017

Decine di uomini, unità cinofile e della scientifica, polizia a cavallo, un elicottero a monitorare la situazione dall’alto. Obiettivo la “criminalità diffusa” e il contrasto alla “situazione di degrado” dell’area. La stazione Centrale di Milano è stata teatro di una imponente operazione della polizia disposta dal questore di Milano Marcello Cardona e coordinata dal commissariato Garibaldi Venezia. Nella stessa piazza, venerdì 21 aprile, un gruppo di extracomunitari aveva aggredito i militari dell’operazione Strade sicure e i carabinieri arrivati in loro aiuto.

Gli ingressi della stazione sono stati quasi tutti chiusi, a parte quelli laterali presidiati dagli agenti per procedere ai controlli e impedire il pericolo di fuga delle persone da identificare ed eventualmente accompagnare in questura. Su piazzale Duca d’Aosta – monitorato dall’alto da un elicottero, dal quale la scientifica ha effettuato riprese aeree – sono state impiegate poliziotti a cavallo e unità cinofile nel controllo dei giardinetti dove stazionano quotidianamente immigrati e senza casa.

Sulla piazza è stato inoltre chiuso l’accesso alla metropolitana, mentre le altre entrate alla linea M2 e M3 sono invece rimaste regolarmente aperte. L’attività ha permesso alle forze dell’ordine di identificare decine di persone, la maggior parte extracomunitari: alcune delle persone sottoposte al controllo sono state fatte salire sui pullman della polizia che stazionavano lungo la piazza, dopo essere state perquisite.

Poco prima delle 16, sulla scena è comparso anche Matteo Salvini, accompagnato da alcune decine di leghisti, non appena saputo del blitz: “Qui ci sono elicotteri, blindati, polizia a cavallo. Potrebbe essere la volta buona per fare un po’ di pulizia su un’area che sembra quarto o quinto mondo”, ha detto il segretario nazionale della Lega Nord, che ha filmato la scena con il telefonino. Tra un selfie con un ammiratore e l’altro, Salvini ha approfittato della scena per sciorinare in diretta Facebook i consueti proclami anti-immigrati: “Tra scippi, furti, rapini, tentativi di violenze sessuali, qua ce n’è da portarne via parecchi, non da fare qualche blitz”. “C’è di tutto e di più qua nei giardinetti – dice quindi il leader del Carroccio inquadrando delle persone di colore – la droga ovviamente la trovi a tutte le ore del giorno e della notte”.

Salvini è anche stato contestato da 4-5 persone presenti. Fra queste, un educatore che lavora con i richiedenti asilo che è stato sbeffeggiato dai leghisti per il lavoro che fa. Il leader della Lega aveva appena finito di indicare davanti alle telecamere un gruppo di migranti seduti auspicando che “vengano identificati ed eventualmente perseguiti quei personaggetti che tutti i giorni infestano le stazioni”. “Quando finisce lo spot elettorale? – gli ha urlato l’educatore – io vengo qui tutti i giorni a lavorare, quelle sono persone che scappano dalla guerra“. “Che lavoro fai, l’operatore dell’accoglienza? Bravo, lo fai gratis?”. “No, è il mio lavoro”, la risposta. A quel punto è partito il coro di scherno dei leghisti.

“Speriamo che non si tratti di una operazione episodica – si legge in una nota del il segretario metropolitano del Pd Pietro Bussolati – ma che si dia continuità a simili controlli, come l’amministrazione e il Partito Democratico chiedono da tempo. Tuttavia, spiace molto vedere che ci sia qualcuno, come Matteo Salvini, che cavalca e strumentalizza situazioni di degrado e difficoltà a fini elettorali, invece di mostrarsi solidale con il lavoro della polizia”.

Nessun paese è un’isola

di Barbara G.

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La Politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe preoccuparsi di risolvere i problemi alla radice, muovendosi fra i paletti rappresentati dai principi della Costituzione e dai principi di base nei quali ogni formazione politica si riconosce. Nel caso in cui non fosse possibile intervenire in modo definitivo deve proporre interventi atti a contenere gli effetti dei problemi, magari anche solo in via provvisoria mentre gli interventi di lungo termine entrano a regime.

Per far questo però bisogna conoscere. Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, ma questo sacrosanto principio pare ormai una cosa da gufi, perché si confonde la politica con il parlare alla pancia delle persone. Trovare la soluzione rapida da dare in pasto alla “plebe”, appiattendosi spesso su un linguaggio populista… atteggiamento che ora è trasversale, e che ha ormai invaso anche il sedicente centrosinistra, che, invece di inseguire la destra sul suo terreno per paura di perdere i voti, dovrebbe ricordarsi basi culturali, statuti e principi fondativi, e proporre una soluzione che sia ragionata e il più possibile congruente con i principi di base.

Il “Problema” (anche qui “P” maiuscola) è ad oggi la questione migranti, un po’ perché la questione è effettivamente seria e un po’ perché è facile terreno di propaganda per una politica alla continua ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare la qualunque, per nascondere altri problemi e per perpetuare uno stato di emergenza perenne che fa comodo a troppi. Una “P” che fa da fondale teatrale, facendo sparire altre questioni dietro le quinte.

Se invece si vogliono affrontare seriamente i problemi bisogna addentrarsi nelle questioni, ricercando le cause del fenomeno (ammettendo anche le responsabilità di noi occidentali), analizzando numeri reali, i flussi delle persone, verificando cosa funziona e cosa no nel sistema di accoglienza italiano e come ci rapportiamo con gli altri Stati, con l’UE, tenendo ben presente che ci si deve muovere all’interno dei principi fissati nella Costituzione e nei trattati internazionali, mentre le “regole del gioco” le stabilisce la normativa vigente. Solo dopo questa analisi si può pensare ad un miglioramento di carattere organizzativo e/o procedurale, valutando eventuali modifiche alla normativa.

Stefano Catone, trentenne, è consigliere comunale di Solbiate Olona, oltre che collaboratore di Civati. Lui questo lavoro lo ha fatto, curando la stesura di “Nessun paese è un’isola“, edito da Imprimatur.

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Contenuti del libro

Nel testo, grazie al contributo di operatori, attivisti, giornalisti, viene sviscerato nella sua interezza il tema dell’accoglienza dei migranti: le basi normative e il dritto di asilo nel contesto europeo, le tipologie di protezione che possono essere richieste, l’iter seguito e la distribuzione totalmente squilibrata dei richiedenti asilo fra SPRAR (ovvero il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo), che prevede centri gestiti direttamente dagli enti locali e con spese rendicontate, e CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), che sono quelli nei quali si verificano i più grossi problemi di sovraffollamento, di scarsa qualità dell’accoglienza, con l’ingresso di associazioni e cooperative non in grado di affrontare la situazione ma estremamente interessate ai famosi 35€/gg per migrante ospitato. Vengono anche raccontate le storie virtuose di alcuni esperimenti di accoglienza, prima di tutti quelli della Locride, dove un sistema già rodato (qui anni fa avevano già ospitato i profughi curdi) ha consentito un’accoglienza diffusa, che ha portato al ripopolamento dei centri storici, alla nascita di nuove attività economiche, a nuovi posti di lavoro (è stato calcolato che ogni 10 migranti ospitati si crea lavoro per una persona).

Viene trattato anche il tema delle rotte dei migranti, della differenza (spesso pretestuosa) fra profughi e migranti economici e delle pesantissime responsabilità delle nazioni europee, che stanno proseguendo imperterrite con il loro atteggiamento colonialista e con l’appoggio a dittature più o meno mascherate. Vengono evidenziati i numeri reali degli arrivi sul territorio europeo in rapporto sia alla popolazione residente nel paese di destinazione sia a quella che, fuggendo dal paese di origine, si ferma nei paesi limitrofi. Si tenga presente che circa l’86% dei profughi sotto mandato UNHCR si fermano nei paesi vicini e che il numero di migranti entrati in Europa è di poco superiore al milione di unità, cioè più o meno il numero delle persone ospitate…in Libano. Ma l’Europa conta circa 500 milioni di abitanti, il Libano solo 4!!!

distrib-rich-asiloI numeri effettivamente in ingresso in Europa sono assolutamente gestibili, basta la volontà di farlo, a cominciare dalla redistribuzione dei migranti sul suolo europeo, in attuazione degli accordi in essere ma non applicati. Sarebbe utile inoltre non vincolare il richiedente asilo allo Stato in cui presenta la richiesta: ad oggi infatti un migrante che chiede asilo politico in Italia non può muoversi finché la richiesta non è accolta, nemmeno se ha familiari in un altro Stato che potrebbero aiutarlo ad integrarsi, a trovare un lavoro.

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Altro aspetto su cui sarebbe opportuno intervenire è l’ampliamento della rete SPRAR, a cui i Comuni aderiscono su base volontaria: possibili incentivi potrebbero essere la garanzia di non vedere installati sul territorio comunale CAS e/o la possibilità di procedere ad assunzioni in deroga per implementare il sistema di accoglienza. A tale scopo è stato predisposto un modello di mozione consiliare per richiedere al Comune l’adesione al sistema SPRAR. Il documento è disponibile sul sito di Possibile, insieme alle slides di presentazione del libro, da cui sono stati tratti i grafici sopra riportati.

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Gli extrcomunitari ci costano? no…

Il lavoro di Catone sul tema migranti continua. Questa estate si era recato in un campo profughi in Grecia, recentemente è stato a Belgrado, il suo racconto potete trovarlo qui. I suoi contributi potete trovarli cliccando qui, inoltre potete iscrivervi alla sua newsletter.

Per informazioni: nessunpaeseeunisola@gmail.com.

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Intervista a Stefano Catone pubblicata su “Lombardia Oggi”, allegato a “La Prealpina” del 03/02/2017

Team rifugiati

segnalato da Barbara G.

Rose e gli altri: il Team rifugiati entra nella storia e ha già vinto

La ragazza originaria del Sud Sudan sarà la portabandiera della squadra che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: “E’ un sogno che si avvera”

globalist.it, 05/08/2016

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Rose Nathike Lokonyen, 23, Sud Sudan

Dal campo profughi di Kakuma in Kenya allo stadio Maracanà di Rio: sarà Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, originaria del Sud Sudan, la portabandiera olimpica della squadra dei rifugiati. Il team sponsorizzato dall’Unhcr ( l’Agenzia Onu per i rifugiati) e dal Cio (Comitato olimpico internazionale) che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: dieci ragazzi in tutto che stasera entreranno nella storia. E che, solo per essere arrivati fin qui, hanno già vinto. Rose e gli altri porteranno, infatti, con sè le storie dei paesi da cui sono stati costretti a fuggire: il dramma della situazione in Siria, ma anche i conflitti armati in Congo e in Sud Sudan.

Dal campo profughi di Kakuma in Kenya allo stadio Maracanà di Rio: sarà Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, originaria del Sud Sudan, la portabandiera olimpica della squadra dei rifugiati. Il team sponsorizzato dall’Unhcr ( l’Agenzia Onu per i rifugiati) e dal Cio (Comitato olimpico internazionale) che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: dieci ragazzi in tutto che stasera entreranno nella storia. E che, solo per essere arrivati fin qui, hanno già vinto. Rose e gli altri porteranno, infatti, con sè le storie dei paesi da cui sono stati costretti a fuggire: il dramma della situazione in Siria, ma anche i conflitti armati in Congo e in Sud Sudan.

Proprio dal Sud Sudan è fuggita Rose, a soli dieci anni. Il resto della vita l’ha passata in Kenya, in un campo profughi. Qui, durante una gara a scuola, un insegnante le suggerì di partecipare alla 10 chilometri.”Non ero addestrata – racconta – E’ stata la prima volta che correvo e sono arrivata seconda. Ero molto sorpresa”. Da allora si è trasferita in un campo di addestramento vicino Nairobi, e lì in questi mesi si è preparata per gareggiare a Rio 2016 negli 800 metri. Stasera sfilerà come simbolo di tutti i rifugiati nel mondo: “Rappresenterò la mia gente lì a Rio, e magari, se riesco, potrò tornare e gareggiare per promuovere la pace”.

207 nazioni + 1. La squadra dei rifugiati si aggiunge alle 207 nazioni in gara, ed è composta da due nuotatori siriani, due judoka provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e sei corridori provenienti da Etiopia e Sud Sudan. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni e hanno cercato rifugio in altri paesi come Belgio, Germania, Lussemburgo, Kenya e Brasile. La partecipazione alle Olimpiadi del team è particolarmente significativa e arriva nell’anno in cui il numero dei rifugiati nel mondo ha sfiorato la cifra record di 60 milioni. Servirà, dunque, ad accedere i riflettori su una vera e propria nazione di senza patria: i migranti forzati e gli sfollati di tutti i paesi.

Yusra Mardini, 18 anni

Il sogno si avvera. Durante la presentazione ufficiale della squadra a Rio, due degli atleti, Yusra Mardini , 18 anni , e Yiech Pur Biel , 21, hanno ringraziato il Comitato Olimpico e l’Unhcr, “per la possibilità che ci hanno dato di inseguire nuovamente i nostri sogni” hanno detto, spiegando cosa significa per loro gareggiare a Rio. Yusra, per esempio, l’anno scorso ha nuotato per la sua vita quando il gommone su cui viaggiava dalla Turchia alla Grecia ha imbarcato acqua e ha iniziato ad affondare.” Questo un nuovo inizio che cambierà la nostra vita per sempre – ha aggiunto Biel-. Non dimenticheremo ciò che Cio e l’Unhcr hanno fatto per noi: sono stati una madre e un padre. Ci sentiamo di appartenere di nuovo a una comunità, in quanto esseri umani. Grazie a tutti e che Dio vi benedica”. “La loro partecipazione ai Giochi Olimpici è un segno di speranza per tutti i rifugiati del mondo – ha aggiunto il presidente del Cio Thomas Bach -. Non avevano un paese o una bandiera con cui gareggiare. Da oggi ce l’ hanno”.

Yiech Pur Biel, 21 anni

Nelle mani del Sultano

di Ian Traynor – the Guardian – 27 novembre

I leader europei stanno per mettere in scena un vertice senza precedenti e molto controverso con il governo turco domenica prossima (il 29 novembre, n.d.t.), nel tentativo di esternalizzare la crisi migratoria, pagando ad Ankara tre miliardi di euro perchè sigilli il suo confine con la Grecia in modo da fermare o rallentare i flussi migratori verso l’Europa.

I turchi, che hanno richiesto il summit, hanno insistito su un prezzo alto per la loro cooperazione: la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, dopo anni di congelamento degli stessi, l’allentamento dell’obbligo di visto per i turchi che viaggiano verso l’Unione Europea, vertici regolari UE-Turchia e tre miliardi di euro in aiuti nell’arco di due anni.

“La quantità di denaro che stiamo offrendo è grottesca”, ha detto l’ambasciatore di uno dei paesi più grandi dell’UE. “Ci siamo messi in ginocchio implorando i turchi di chiudere i loro confini.”

Il sentimento è diffuso tra i politici a Bruxelles e nelle capitali dell’UE, con un forte scetticismo circa i meriti di cercare di giungere ad un accordo con l’autoritario e mercuriale presidente della Turchia, Recep Erdoğan Tayipp, che è stato criticato per il suo mancato rispetto dei diritti umani. Altri due giornalisti sono stati arrestati in Turchia questa settimana dopo la pubblicazione di notizie su armi turche fornite ai jihadisti in Siria.

“Conosce nessuno che creda che Erdoğan terrà fede agli accordi?” ha sottolineato un altro diplomatico, mentre un importante politico europeo ha detto che l’Unione Europea è stata messa “in trappola”.

Ma la strategia di comprare la cooperazione turca nella crisi dei rifugiati è stata concepita sotto la spinta della politica interna di diversi paesi dell’UE, in particolare della Germania, dove il cancelliere Angela Merkel non può mostrare di fare marcia indietro pubblicamente sulla sua politica della porta aperta verso gli immigrati, ma ha bisogno di una tregua, di rallentare il flusso, guadagnando così un certo controllo sul caos. Berlino ritiene che Erdoğan sia in grado di fornire quella valvola di sicurezza politica.

L’UE non ha mai tenuto un vertice plenario dei 28 leader alla presenza di un paese terzo. Questo avverà solo per le insistenze di Ankara. Ancora venerdì mattina, tra l’altro, non era chiaro chi avrebbe rappresentato la Turchia, se Erdoğan o il primo ministro, Ahmet Davutoğlu. Alla fine è stata confermata la presenza di quest’ultimo.

La Commissione europea, a nome della Germania, ha elaborato in fretta e furia, nelle ultime settimane, il piano. Non è chiaro però da dove verranno i tre miliardi visto che i negoziati sul finanziamento sono appena iniziati a Bruxelles.

La Gran Bretagna, di rado la prima ad offrire soldi per i progetti europei, è l’unico paese in Europa ad aver preso un impegno concreto per 400 milioni di euro, mentre 500 milioni sono destinati a venire dal bilancio dell’UE, lasciando scoperti più di 2 miliardi ancora da trovare.

La Turchia attualmente ospita più di 2 milioni di rifugiati siriani ed è la più grande fonte di migranti verso la UE, con circa 700.000 che hanno attraversato l’Egeo, per poi passare attraverso i Balcani solo quest’anno.

“Questo denaro non è per la Turchia. Sono soldi per i rifugiati” ha detto al Guardian Federica Mogherini, coordinatore capo della politica estera dell’UE. “Bisogna sostenere le comunità lì o saremo di fronte ad un collasso sociale”.

L’accordo proposto ad Ankara prevede che i Turchi pattuglino i confini dell’Egeo verso le isole greche per arginare il flusso di migranti e dare un giro di vite ai traffici delle mafie che contrabbandano i migranti, ma comporterebbe anche che, in una fase successiva, l’UE accetti di prendere sulla fiducia centinaia di migliaia di rifugiati ogni anno dalla Turchia e li reinsedi in tutta Europa.

La cifra indicata da Berlino è di 500 mila all’anno. Essi sarebbero condivisi nell’ambito di un nuovo sistema di quote permanente e obbligatorio all’interno della UE, secondo la Merkel. Ciò innescherebbe uno scontro colossale nell’UE, con molti paesi riluttanti a pagare la Turchia e ancor meno propensi ad accettare le quote.

La Merkel ha avvertito questa settimana che la zona franca di movimento dei 26 paesi europei, conosciuta come Schengen, non sopravviverà se lei non otterrà l’assenso al suo piano. Secondo alcuni diplomatici di alto livello, i responsabili politici dell’UE sono convinti che Schengen entrerà in una fase terminale entro pochi mesi a meno che i governi europei non riescano ad ottenere un maggiore controllo sul ritmo e le dimensioni dell’immigrazione dal Medio Oriente.

fonte: http://www.theguardian.com/world/2015/nov/27/eu-seeks-buy-turkish-help-migrants-controversial-summit

Per una Europa solidale

segnalato da crvenazvezda76

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LETTERA A TUTTE E TUTTI

IL 20 GIUGNO INSIEME A ROMA E IN TUTTA EUROPA

Cambia la Grecia Cambia l’Europa Italia

PRIMA FIRMATARIA: LUCIANA CASTELLINA.

Con i rifugiati, con i migranti e con la Grecia. Così salviamo la nostra Europa.

Il 20 giugno saremo a Roma con gli immigrati, i profughi, i richiedenti asilo alla manifestazione “Fermiamo la strage subito” promossa da tante organizzazioni e reti sociali.

Per gridare assieme contro la vergogna di chi, già colpevole per storia coloniale antica e recente arroganza militare, progetta adesso di rendere ancora più drammatico il tentativo di chi cerca di salvarsi attraverso il mare dalle guerre e dalla fame che dilaniano i continenti che si affacciano sull’altra sponda mediterranea. Per dire no al folle progetto di bombardare i barconi, così moltiplicando le vittime e destabilizzando ulteriormente le regioni da cui in tanti sono costretti a fuggire.

Noi vorremmo che chiunque avesse il diritto di scegliere dove abitare. Purtroppo sappiamo che moltissimi di coloro che approdano in condizioni disperate sulla nostra terra non scelgono, sono costretti a fuggire. Così come accadde a tanti italiani che abbandonavano la loro terra perché non dava loro la possibilità di sfamare i loro figli.

Oggi il mondo è ancor più in subbuglio che in passato, le disuguaglianze si sono fatte gigantesche, la miseria e i conflitti stanno spingendo in ogni parte del globo popolazioni intere verso una disperata migrazione. L’Europa che si lamenta accoglie in realtà una limitatissima quota di rifugiati rispetto ai milioni accampati nei campi profughi dell’Africa e dell’Asia. Eppure pretenderebbe di non aiutare neppure questa minoranza.

Chiamiamo a manifestare questo 20 di giugno, angosciati per le tragedie recenti del Mediterraneo, per pretendere dall’Europa una riflessione seria sul problema dei migranti, perché prenda atto che questo flusso oggi non è arrestabile e pensare di farlo con misure poliziesche o militari oltreché crudele è insensato. Inutile.

Bisogna piuttosto attrezzarsi a far fronte a questo drammatico e ancora a lungo ineluttabile sconvolgimento del nostro secolo accettando di aprirsi  alla convivenza multietnica e per questo sforzandosi di renderla più civile possibile: distribuendo chi arriva su tutto il territorio europeo, senza deportazioni forzate, concedendo a chi scappa dalle tragedie vie sicure e legali di accesso, corridoi umanitari, asilo e protezione umanitaria, e concedendo ai migranti un permesso di soggiorno che dia loro il tempo di trovare un lavoro, di inserirsi nel tessuto delle nostre società.

L’Unione Europea è nata da un sogno: quello di costruire una comunità unitaria che ci avrebbe preservato dai disastri delle guerre fra i nostri paesi. Come è possibile non capire che pace nella nostra epoca è sentirsi parte dell’umanità intera e ricerca di soluzioni comuni, non certo presumere di difendersi dentro una fortezza di cui si ritraggono i ponti levatoi?

Ma quest’Europa ufficiale, cosa ha più a che fare con quella sperata dagli antifascisti che, confinati dal fascismo a Ventotene, ne disegnarono per primi il modello? Il modo come chi a Bruxelles e a Francoforte, senza controllo democratico, sta affrontando la questione greca è indicativo.

Per questo sentiamo il bisogno di riproporre il problema Grecia, anche in occasione di questa manifestazione sull’immigrazione.

L’Unione Europea è nata sulla pretesa di rappresentare una comunità, sapendo che essa è fatta di paesi assai diversi fra loro, alcuni avanzate e ricche potenze industriali, altri, anche in questo caso per ragioni storiche e non certo per inadeguatezza razziale, invece alle prese con ritardi economici sempre più aggravati da speculazioni di ogni tipo.

Come è possibile continuare a pretendere di essere una entità unitaria e solidale se il solo modo in cui si sanno affrontare le difficoltà del fratello più debole è quello di costringerlo dentro la gabbia di una politica soffocante per tutti, ma mortale per un paese come la Grecia?

Se insistiamo nel riproporre anche in questa occasione il problema Grecia è proprio perché è emblematico di una concezione usuraia dell’europeismo che si manifesta su ogni questione: quella degli immigrati così come quella dei paesi indebitati, così come quella della disoccupazione dilagante e dell’impoverimento.

Manifestiamo anche per riproporre quanto gli esecutivi tecnocratici di Bruxelles hanno via via rifiutato: che il livello di disoccupazione di un paese sia considerato un criterio che richiede riforme urgenti per ridurlo, un elemento da tener in conto almeno altrettanto importante che quelli fissati dal patto di stabilità; che la restituzione del debito possa essere calcolata al netto degli investimenti pubblici per lo sviluppo; che i movimenti di capitale non possano giocare sulle diversità di imposizioni fiscali per spostarsi dove meglio conviene. Per queste cose e tante altre.

Così si salva l’Europa. Che oggi viene invece smantellata da chi già propone – Merkel, Hollande – di crearne due: una piccola e ricca, accanto il cerchione del purgatorio e poi quello dell’inferno, dei reietti.

Saremo dunque in piazza il 20 di giugno per l’Europa, per un’Europa solidale e democratica. Consapevoli che la principale garanzia della democraticità dell’Unione sta nella costruzione di una opinione pubblica comune, di una partecipazione davvero europea alle mobilitazioni intese a raggiungere questi obiettivi .

L’Europa in questi cinquantasette anni di vita è cresciuta male anche perché i popoli europei sono rimasti distanti, frammentati e perciò impotenti. Oggi siamo ottimisti perché questo 20 di giugno saremo invece insieme in tante piazze dell’Unione.

È un primo passo, decisivo.

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Causa, effetto. Rimedio?

Segnalato da Barbara G. e transiberiana9

Riportiamo due articoli sul tema dei migranti. Il primo è un’intervista a Marek Halter, il secondo un post di Cecilia Strada. Due punti di vista complementari…ma fino ad un certo punto.

MAREK HALTER: “L’OCCIDENTE RISPONDE SOLO CON RIFIUTI MA LE DISEGUAGLIANZE LE ABBIAMO CREATE NOI”

Anais Ginori intervista Marek Halter: «Oggi il problema non è più redistribuire i disperati alle frontiere ma pensare ai milioni che seguiranno» Comprendere questo è solo un primo passo per capire che cosa occorre fare. Ma proseguire il ragionamento è molto faticoso e scomodo.

Di Marek Halter – LaRepubblica, 14/06/2015 (tramite eddyburg.it)    

Fuori da una chiesa, quante persone si fermano per dare una moneta al mendicante? Pochissime. Eppure sarebbe un dovere prescritto in tutte le religioni, anche nell’Islam. Allo stesso modo, i governi si sottraggono alla loro responsabilità morale: non esiste una legge che obbliga a essere generosi». Lo scrittore francese Marek Halter ha vissuto per dieci anni come ebreo polacco sans papiers e poi trent’anni da rifugiato politico. «Porto con me la memoria delle mie origini. Ma non voglio essere un demagogo, né un sognatore», avverte. «L’immigrazione è un tema sul quale anche noi intellettuali dobbiamo provare a ragione in modo pratico».

Cosa pensa di due paesi europei che si rimpallano migranti al confine, come accade in queste ore a Ventimiglia?

«Non è un bello spettacolo ma il governo francese non lo fa per ragioni ideologiche. È sotto pressione dell’opinione pubblica che ha paura. Dagli anni ‘60 agli anni ‘90 l’Europa viveva in una relativa tranquillità sociale. La Francia ha accolto più di un milione di francesi di Algeria. Oggi non sarebbe più possibile. C’è la crisi, esistono tre milioni di disoccupati che vivono con i sussidi. Come può reagire un francese, o un italiano, che ha paura per l’avvenire dei suoi figli vedendo arrivare migliaia di migranti?».

Si può sconfiggere il discorso della paura?

«Dovremmo tutti farci una domanda: sono pronto ad accogliere una famiglia di rifugiati a casa mia? Io lo farei, perché mi ricordo nel 1938 quando Hitler non aveva ancora deciso di massacrare tutti gli ebrei ma voleva già sbarazzarsene. Ci fu la conferenza internazionale di Evian per sapere quali paesi erano disposti ad accogliere ebrei. La sola nazione che ha risposto positivamente è stata la Repubblica Dominicana. In fondo oggi accade la stessa cosa. La reazione dei governi a Bruxelles, davanti al piano della Commissione che prevede la redistribuzione dei rifugiati, è stata la stessa di Evian: una serie di rifiuti».

Il ruolo di chi governa non dovrebbe essere proprio affrontare con lucidità emergenze come queste?

«Oggi il problema non è più redistribuire i migranti che sono a Calais o Lampedusa. Bisogna pensare ai milioni che seguiranno. Dobbiamo essere capaci di immaginare una soluzione globale per l’Africa. Abbiamo lasciato che la miseria devastasse un continente e ne paghiamo le conseguenze».

Si può trovare un’alternativa alla retorica del ritorno delle frontiere?

«Come aveva già previsto Karl Marx, il mondo è diventato uno. Ma dentro a questo mondo abbiamo creato delle disuguaglianze sociali ed economiche immense. La redistribuzione della ricchezza si fa attraverso ondate di immigrazione non controllata anche se prevedibile. Ho parlato qualche giorno fa con il presidente del Congo. Proponeva di riunire alcuni paesi africani per creare in Libia una zona sicura nella quale accogliere i rifugiati. Non sono sicuro che sia una buona idea. Ma bisogna ragionare su piccoli passi».

I campi di migranti evacuati nelle capitali, i piani Ue rifiutati, i muri anti-migranti ai confini. Qual è la differenza tra sinistra e destra sull’immigrazione?

«Magari non nelle azioni, ma almeno nelle parole. La destra non ha bisogno di trovare giustificazioni morali. La sinistra è costretta a fare dei gesti. La Francia è pronta a mandare coperte e cibo per dei migranti a patto che rimangano in Italia. Se il governo decidesse di aprire la frontiera a Ventimiglia, sa con matematica certezza che perderebbe le elezioni. E comunque la questione è complessa. Anne Hidalgo (sindaco socialista di Parigi, ndr) ha chiesto di aprire un centro in cui accogliere i migranti. Ma per quanto tempo, e chi penserà al loro futuro? Non si tratta solo di accoglierli, bisogna anche sapere come integrarli nella società. Sono dilemmi umani che esistono dalla notte dei tempi. Caino si domanda se deve essere il guardiano di suo fratello. Di sicuro non deve essere il suo genitore».

Perché si sente così poco la voce degli intellettuali?

«Prima erano battaglie politiche: dovevamo salvare vittime dei gulag, del regime in Cambogia o dell’apartheid in Sudafrica. Era facile. Si lanciavano campagne di boicottaggio, petizioni e manifestazioni. Erano battaglie da fare per persone che volevano la libertà. Oggi ci troviamo in una situazione imprevista: dobbiamo immaginare la condivisione della ricchezza del mondo. Certo, potremmo organizzare una manifestazione di solidarietà con i migranti a Ventimiglia. Ma sarebbe solo per darci una buona coscienza. Dovremmo tutti farci una domanda: saremmo pronti ad accogliere una famiglia di rifugiati?»

CECILIA STRADA: “PERCHE’ NON OSPITO UN PROFUO A CASA MIA? PAGO LE TASSE: OSPITARE E’ GENTILEZZA, PREFERISCO LA GIUSTIZIA

huffingtonpost.it, 14/06/2015

“Risposta collettiva per tutti quelli che “perché non ospiti i profughi a casa tua, eh?”. A rispondere dal suo profilo Facebook è Cecilia Strada, figlia di Gino Strada, fondatore di Emergency. A chiare lettere e senza mezzi termini: “E perché dovrei? Vivo in una società e pago le tasse. Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. Pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un’istruzione ai miei figli”

E continua: “Pago le tasse e non mi compro un’autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno. Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. Creare – con le mie tasse – un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia”.

Rifugiàti

È banale, e per questo ancora più triste, constatare che la tragedia di Lampedusa e i suoi oltre 300 morti evidenziano per l’ennesima volta il fallimento delle politiche di gestione dei flussi migratori verso l’Europa. (1) Più complessa e controversa è l’attribuzione delle responsabilità.
Il 3 ottobre 2013, mentre diventava evidente la misura della catastrofe, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, additava le responsabilità degli scafisti, invocando il presidio delle frontiere per “stroncare il traffico criminale di esseri umani”. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ipotizzava addirittura un disegno divino per attribuire la responsabilità all’Europa: “Spero che la divina provvidenza abbia voluto questa tragedia per far aprire gli occhi all’Europa” . (2) Proseguendo con le metafore religiose, e senza voler in alcun modo minimizzare il ruolo di Europa e scafisti in queste morti, sarebbe forse più efficace iniziare a rimuovere le travi che albergano nei nostri occhi, indipendentemente dal fatto che quelle negli occhi degli altri siano pagliuzze, travi o intere foreste.
Se invece passiamo al linguaggio dell’economia, dobbiamo parlare di scelte e incentivi. Su quelle barche che cercano di approdare sulle nostre coste viaggiano sia immigrati “economici” che potenziali rifugiati. I primi vengono in Europa a cercare un lavoro e migliori condizioni di vita, i secondi cercano riparo da persecuzioni personali o da conflitti. In entrambi i casi, si tratta del risultato della sostanziale assenza di plausibili canali di accesso regolare in molti paesi europei e, in particolare, in Italia.
Degli immigrati “economici” si è già detto molto, anche su questo sito. Il punto cruciale è che gli immigrati che si trovano già in Italia senza documenti hanno una probabilità di diventare stranieri legalmente residenti (grazie a sanatorie o a un uso improprio del decreto flussi) assai più elevata di chi resta nel proprio paese di origine ad aspettare la chimera di un ingresso legale. (3) Difficile stupirsi, quindi, se molti di loro decidono di venire in Italia irregolarmente, spesso rischiando la vita.
La situazione è simile – e forse ancora più palese – per i potenziali rifugiati. Anche per loro ci sarebbero due modi per ottenere lo status di rifugiato. Il primo è arrivare fisicamente nel territorio dello stato ospitante e presentare la domanda di persona. Nulla, in teoria, impedisce ai potenziali richiedenti asilo di entrare per via aerea e con un regolare visto turistico. Naturalmente il problema è che i rifugiati, a differenza dei turisti, difficilmente hanno il tempo e la possibilità di ottenere passaporti e visti e, di conseguenza, l’ingresso irregolare rimane l’unica via percorribile, con le tragiche conseguenze che ne possono derivare.
Un secondo canale di ingresso prevede la possibilità di fare domanda di protezione internazionale “a distanza”, ad esempio dai campi profughi spesso allestiti in paesi confinanti con quelli in conflitto, e spostarsi nel paese ospitante solo quando (e se) lo status di rifugiato è stato ottenuto.
Il primo canale di ingresso è notevolmente più pericoloso, dunque sarebbe sufficiente che la probabilità di ottenere lo status di rifugiato attraverso il secondo canale fosse ragionevolmente elevata, per dissuadere gran parte dei profughi dal rischiare la propria vita attraversando il Mediterraneo su una barca. La domanda per passaggi sui barconi si abbasserebbe sensibilmente, con buona pace degli scafisti.

PERCHÉ L’ITALIA IGNORA LA RESETTLEMENT POLICY?

Il fatto che in Italia, come in molti altri paesi europei, sia previsto solo il primo canale di accesso non implica che il secondo resti un’ipotesi puramente teorica. La possibilità di ottenere lo status di rifugiato a “distanza” esiste: si chiama resettlement policy, ed è gestito dall’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. In sintesi, i paesi ospitanti che partecipano al programma permettono a profughi, che hanno trovato rifugio temporaneo in un paese terzo, di essere riconosciuti come rifugiati e trasferiti nel loro territorio. (4)

Il grafico sotto riporta il numero totale di rifugiati riconosciuti dai principali paesi Ocse nel periodo 2008-2012, distinguendo tra quelli che sono arrivati “autonomamente” (quindi, nella maggioranza dei casi, irregolarmente) e quelli resettled. Per ogni paese, il grafico mostra sia la percentuale corrispondente a ciascun canale di ingresso che i valori assoluti.
La percentuale di asili accordati attraverso programmi di resettlement supera il 50 per cento del totale dei rifugiati accolti in Nuova Zelanda (85 per cento), Usa (72 per cento) e Australia (55 per cento), ed è piuttosto elevata anche in Canada (36 per cento), Finlandia (34 per cento) e Danimarca (27 per cento). Gli Stati Uniti hanno permesso il resettlement nel loro territorio a oltre 260mila rifugiati, seguono l’Australia e il Canada con circa 30mila rifugiati resettled ciascuno. Al contrario, l’Italia si colloca fra i paesi in cui il numero di richiedenti asilo accolti attraverso programmi di resettlement è risibile: 288 rifugiati nel periodo 2008-2012, meno del 0,01 per cento dei circa 35mila rifugiati accolti in totale durante lo stesso periodo. Il motivo è semplice: l’Italia non partecipa, se non occasionalmente, al programma di resettlement dell’Unhcr.
In conclusione, mentre in Italia discutiamo di Europa, scafisti e vaghi progetti di “corridoi umanitari”, molti Stati partecipano attivamente ai programmi dell’Uhnrc, incluso, ad esempio, quello predisposto per l’emergenza siriana, che vede coinvolte sedici nazioni. Perché l’Italia non prende parte a questi programmi? La risposta più ovvia – “se lo facessimo verremmo sommersi di domande di asilo” – ha una conseguenza importante: ammettere che l’Italia, come molti altri paesi europei, utilizza la difficoltà di raggiungere le nostre coste come meccanismo di selezione per limitare le domande, scaricando il costo direttamente sui profughi (e creando il mercato per gli scafisti).
Siamo assolutamente certi che tutti i cittadini e i Governi europei condividano l’obiettivo minimo di evitare in futuro tragedie come quella di Lampedusa. Allora, i nostri governanti dovrebbero riconoscere che queste morti sono anche la conseguenza inevitabile di una precisa scelta (o non-scelta) politica e agire di conseguenza, senza attendere la prossima, annunciata tragedia.

Figura 1 – Rifugiati riconosciuti, per modalità di ingresso (totale 2008-2012)

devillanova fasani
Nostra elaborazione su dati Unhcr, Population Statistics Reference Database, United Nations High Commissioner for Refugees.

Ringraziamo Matteo de Bellis di Amnesty International (London).

(1) Secondo una stima per difetto, dal 1998 sarebbero circa 20mila le persone morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste meridionali dell’Europa (http://fortresseurope.blogspot.co.uk/p/la-strage.html).
(2) Entrambe le citazioni sono prese dal Sole-24Ore del 3 ottobre 2013:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-03/lampedusa-papa-vergogna-mobilitano-123003.shtml
(3) Si veda Fasani et al. (2013) “Immigration Policy and Crime”  (http://www.frdb.org/upload/file/Report%201.pdf).
(4) Si veda: http://www.unhcr.org/pages/4a16b1676.html.

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Rifugiati: la tragedia continua

lavoce.info, 21.04.15 – di Maurizio Ambrosini

I numeri delle migrazioni

La nuova tragedia del mare nel canale di Sicilia fa oscillare nuovamente il pendolo dell’opinione pubblica verso l’orrore e la compassione, dopo che con troppa fretta era stata archiviata l’operazione Mare Nostrum, accusata di attrarre nuovi sbarchi sulle nostre coste.
Poche settimane fa, avevano suscitato scalpore i dati diffusi dall’Eurostat: 626mila i richiedenti asilo nell’Unione Europea nel 2014, 191mila in più rispetto al 2013, con un incremento del 41 per cento: un record storico, sottolineavano le agenzie. L’Italia figurava al terzo posto per numero di domande ricevute, con 64.625. L’Eurostat indicava anche una crescita molto consistente dei siriani, passati da 50mila a quasi 123mila. Tutti dati veri, ma comunicati in questo modo, estrapolati dal contesto più ampio e drammatico in cui si collocano, sono tali da suscitare sentimenti di allarme e domande di contenimento.
L’Acnur, l’agenzia dell’Onu per l’assistenza ai rifugiati, ha diffuso a sua volta i numeri relativi ai primi sei mesi del 2014. Ci dicono che il piccolo Libano accoglieva in quel periodo 1,1 milioni di richiedenti asilo, la Turchia quasi 800mila, la Giordania 645mila.
Ciascuno di questi paesi da solo si faceva carico dunque di un numero di persone in cerca di protezione superiore a quello di tutti i 28 paesi dell’Unione Europea messi insieme. E da allora la situazione è molto peggiorata, per loro molto più che per noi. Un altro dato eloquente riguarda il numero di rifugiati accolti per ogni mille abitanti. Qui il Libano raggiungeva quota 257, la Giordania 114, la Turchia scendeva a 11. Il primo paese dell’UE è la piccola Malta con 23, la Svezia è a quota 9. L’Italia, sotto la media europea, si fa carico di 1,1 rifugiati ogni mille abitanti.

QUI l’articolo completo.

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segnalato da barbarasiberiana

limesonline.com, 21.04.2015 – di Riccardo Pennisi

COME EVITARE LA PROSSIMA STRAGE DI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO

[Carta di Laura Canali da Chi ha paura del califfo]

Accogliere tutti è impossibile e illogico, persegui(ta)re chi fugge da paesi in guerra anche. Ma qualche soluzione c’è, per l’Europa e per l’Africa.

Continua a leggere…

 

È una guerra (?)

di Lame

Forse ha ragione Beppe Grillo quando dice, anche se lui stesso non sa bene perché, che è una guerra.
E, come in tutte le guerre, le posizioni si irrigidiscono e ognuno resta nella sua trincea a sparare senza sapere bene, alla fine, perché è lì.
Ho avuto dei sussulti di leghismo/grillismo negli ultimi tempi di fronte alle dichiarazioni di vari personaggi (prevalentemente tedeschi, ahinoi) da Bruxelles.
Prima di tutto quelle dei conservatori tedeschi (la cricca di Juncker, per intenderci) sulla “flessibilità” da concedere/non concedere all’Italia.
C’è qualcosa di ottuso in quelle posizioni rigide che dicono, sostanzialmente, “dovete fare più profitto con meno soldi”. Non c’è profitto senza investimento. Punto (cit.)
Se un’azienda è messa male ci sono due scenari.
Primo: ci sono ancora potenzialità per riattivarla e farla crescere e allora è giusto sostenere nuovi investimenti.
Secondo: l’analisi dice che l’azienda ha perso ogni potenzialità (e non si parla solo di soldi, ca va sans dire) e quindi va chiusa/fatta fallire per evitare ulteriori inutili perdite.
Tertium non datur.
Invece, siccome qualcuno, senza saperlo (l’insaputismo va forte ultimamente), è entrato in guerra con l’Italia e altri piccoli stati spendaccioni, si continua a tenere una posizione rigidissima e insensata.
Però il sospetto che siamo in uno stato mentale di guerra, si è consolidato quando ho visto che la Ue sta pensando di aprire una procedura contro l’Italia per la mancata registrazione dei tanti rifugiati che arrivano sulle nostre coste. Come è noto, una volta fatta la registrazione, i rifugiati devono rimanere nel paese di approdo dal quale riceveranno lo status di rifugiato. E che dovrà occuparsi di loro.
Secondo la commissaria Ue agli affari interni (svedese, ma pare abbia nonni di Amburgo) l’Italia non li registrerebbe nella speranza che vadano oltre, verso altri paesi europei. Per un attimo, con mio grande orrore, mi sono sentita Matteo Salvini.
Perché é noto che chi arriva sulle nostre coste vuole sopra ogni altra cosa andare oltre. E quindi fa tutto quel che può per non farsi registrare.
Lasciando stare il piccolo problema che venga chiesto all’Italia da sola di farsi carico delle difficoltà pratiche ed economiche di gestire un tale flusso di rifugiati, rimane l’altrettanto minore dettaglio di riuscire a controllare tale flusso. Secondo la commissaria gli italiani invece ci marciano. Si voltano dall’altra parte e lasciano andare.
La Lega dovrebbe mandare dei cadeaux a questa donna. Con posizioni di questo genere non serve nemmeno che faccia campagna elettorale.
L’unica spiegazione che mi sono data è, appunto, che la Ue ci ha dichiarato guerra.
La stupidità di questi ragionamenti, la loro rigidità, non trova altro senso che questo. Last but not least: per quale motivo ci hanno dichiarato guerra? Potrei azzardare che, purtroppo, la classe dirigente europea è decisamente meno intelligente di quel che molti pensano e reagisce come il cane di Pavlov alla paura di diventare come noi. Respinge con furia cieca i problemi italiani che sono esattamente il prodotto finale del modello che a Bruxelles (e a Berlino come a Stoccolma) continuano a considerare il migliore del mondo. In attesa che il modello produca i suoi effetti finali anche a Berlino e Stoccolma.