ripubblicizzazione

L’acqua è nostra e la gestiamo noi

segnalato da Barbara G.

Acqua pubblica, la resistenza del paese più povero contro la Regione Toscana: “E’ nostra, non la daremo alla spa”

Il paesino montanaro di Zeri, in provincia di Massa Carrara è l’unico su 288 a aver conservato proprietà e gestione delle risorse idriche. Firenze vuole che si allinei e entri nella municipalizzata dell’alta Toscana. Ma sindaco e abitanti non mollano: “Ci faranno la multa? Faremo una colletta”

di Melania Carnevali e Diego Pretini – ilfattoquotidiano.it, 17/01/2016

Non c’è filo spinato all’inizio della strada, né ragazzi appostati in attesa dell’invasore in divisa. Eppure, senza che nessuno lo sappia, i mille abitanti di Zeri hanno iniziato l’anno così come lo hanno finito: facendo resistenza. Fanno resistenza bevendo, lavandosi, cucinando, pulendo casa, innaffiando, abbeverando gli animali. A Zeri, cioè, i 1096 abitanti usano la loro acqua e i loro acquedotti. “Loro”, cioè del Comune: nessuna società, né pubblica né privata, tocca la loro acqua. Zeri è l’unico Comune su 288 in tutta la Toscana che ha conservato proprietà e gestione diretta delle risorse idriche. E’ da fine 2004 che vede arrivare le diffide dei sopracciò della Regione, siamo a 7: guardate, amici di Zeri, la legge dice che dovete sganciare tutto, acqua e acquedotti. E loro, quelli di Zeri, niente. Non mollano. Bevono e si lavano con la loro acqua. Perché lo dice il referendum stravinto nel 2011, spiegano. Perché lo dice la Costituzione, insistono. A guidarli c’è il sindaco. Si chiama Egidio Pedrini, ha 71 anni ed è un ex parlamentare di UdeurIdv, ma nato tra i giovani democristiani, cresciuto nella sinistra Dc, “irruenta e intellettuale” come dice lui. Una volta il partito lo sospese con l’accusa di filocomunismo perché manifestava contro la guerra in Vietnam. Quello che si potrebbe definire un rompicoglioni. E ora, quasi 50 anni dopo, combatte contro il Pd, fondato dagli eredi di Pci e Dc. “Se quelli sono di sinistra, io sono vergine – risponde ailfattoquotidiano.it – Comunisti se ci siete battete un colpo. Democristiani se ci siete battete un colpo. Qui non ci sono più né i comunisti né i democristiani. Qui non c’è un cazzo”.

Zeri è il paese più povero della Toscana per reddito pro capite. Si trova all’incrocio esatto di tre regioni: un metro più in là e c’è la Liguria, un passo più oltre e comincia l’Emilia Romagna. Per il momento il paese è sotto la provincia di Massa Carrara, che già di loro, tra l’altro, si sentirebbero molto meglio se fossero Massa da una parte e Carrara dall’altra. La gente di Zeri va tenuta nella giusta considerazione: una volta, nel 1799, le truppe di Napoleone che si stavano mangiando l’Emilia si avvicinarono un po’ troppo al paese montano e dovettero scappare fino a Borgotaro per evitare di prenderle dalla guerriglia guidata nientemeno che da un prete.

Il rischio di finire a Borgotaro se lo prende ora la Regione Toscana, guidata da Enrico Rossi, che vuole costringere – armata di legge – a trasferire l’acqua di Zeri alla cosiddetta Autorità d’ambito ottimale e a Gaia, una spa a totale partecipazione pubblica che dal 2005 gestisce i servizi idrici di gran parte dei Comuni tra le aree di Lucca, Pistoia e Massa Carrara, per un totale di 48 amministrazioni (49 meno uno, Zeri). E da quando è arrivata Gaia, in quei posti, nessuno ha messo i festoni al balcone. Le bollette sono dilatate fino anche a triplicare. In vari paesi sono nati uno dopo l’altro comitati “No Gaia” che hanno messo d’accordo sinistra, destra, centro, sopra e sotto. A Massa, città sanguigna, hanno anche impiccato dei manichini davanti alla sede. “Io non cedo – ripete il sindaco al Tirreno – L’acqua è un bene pubblico e non farò entrare il mio Comune in Gaia. Nemmeno se mi vengono a prendere in catene”.

A Zeri, come in buona parte dei paesi montani, molti abitanti sono vecchi, vivono della sola pensione. Altri vivono di allevamento, l’agnello zerasco ha l’etichetta Slow food. E poi, spiega Pedrini, il rischio è che con una crisi ci sia bisogno dell’ingresso di un socio privato e allora ciao acqua pubblica. Pedrini non ha paura delle battaglie solitarie. Litiga con gli altri sindaci anche per il sistema integrato sui rifiuti per l’alta Toscana, per esempio. Litiga con l’Unione dei Comuni perché il corpo unico dei vigili urbani fa spendere di più anziché meno (“e gli autovelox non li voglio, non servono alla sicurezza stradale, ma solo a fare cassa”).

Così sorprende poco, a questo punto del racconto che, con quel suo taglio dei capelli da pentapartito, il sindaco cresciuto nella Dc passi per una specie di rivoluzionario con l’eskimo. Tifano per lui dal Movimento Cinque Stelle alla Lega Nord passando perForza Italia. La sinistra tace. “Anch’io ho la mia impostazione politica – disse lui una volta – Ma quando si appartiene a un partito, bisogna sapere che uno è di una parte. Io ho un interesse di tutela maggiore e tutelo il mio territorio: i miei cittadini”. Ha scritto ai parlamentari: “Sotto ogni profilo intendo tutelare sia i miei cittadini sia il bilancio del mio Comune. Chi vuole privatizzare l’acqua non è né di sinistra né di destra, è solo uno speculatore ‘finanziario politico’”. Ora però le chiacchiere rischiano di stare a zero: la Regione ha dato tempo al Comune di Zeri fino al 22 prossimo. Se entro quella data consegnerà servizio idrico e acquedotti a Gaia, bene. Altrimenti, arriverà il commissario e Zeri dovrà pagare anche quello. “Mi faranno una multa? Non mi interessa, ne ho già parlato ai miei paesani e siamo pronti a tassarci, a fare una colletta, a fare qualche festa popolare per reperire le risorse. Ho già dato anche mandato ai miei legali perché, lo ribadisco, non torno indietro. Non sono entrato in Gaia fino ad oggi e non ci entrerò nemmeno ora”.

Solo i Comuni montani con meno di mille abitanti hanno il diritto di tenersi gli acquedotti. E Zeri, di abitanti, ne ha 1096 logorato da quello che il sindaco Pedrini chiama “un saldo negativo di meno trenta l’anno: devo entrare in Gaia e fra tre anni farmi riconsegnare l’acquedotto? Non ci penso nemmeno”. Un altro po’ di tempo, insomma, potrebbe fare da giudice senz’appello della causa.

Referendum, 4 anni dopo

segnalato da Barbara G.

Il controllo pubblico e il ruolo dei colossi quotati, in un articolo di Luca Martinelli – altreconomia.it, 12/06/2015

Il 12 e 13 giugno 2011 oltre 27 milioni di italiani votarono i quesiti sui servizi pubblici locali. Oggi Napoli ha affidato il servizio ad “Acqua bene comune”, mentre Reggio Emilia ha preparato una ri-pubblicizzazione che oggi è messa in discussione (e per questo sabato 13 giugno in città si terrà una manifestazione). Ecco chi cerca di tradurre in pratica i “2 sì per l’acqua bene comune”.

“Napule è mille culure” cantava Pino Daniele. Uno è senz’altro l’azzurro del mare che bagna la città, e dell’acqua pubblica, e forse per questo i comitati cittadini hanno usato le parole del cantautore scomparso a gennaio 2015 per festeggiare l’affidamento del servizio idrico della città adABC (www.arin.na.it), azienda speciale del Comune di Napoli. ABC significa Acqua Bene Comune: l’azienda, infatti, porta nel nome il dna del referendum del 2011. Il 12 e 13 giugno di quattro anni fa la maggioranza degli italiani manifestò la volontà di affidare ovunque la gestione del servizio idrico integrato a soggetti pubblici, ma si rincorrono nell’ordinamento interventi normativi che vanno in direzione “ostinata e contraria”, nonostante a livello globale si assista prevalentemente a fenomeni di ri-municipalizzazione (vedi l’intervista a p. 24).

Il Comune di Napoli, in controtendenza rispetto al resto del Paese, ha invece deliberato a marzo l’affidamento -per trent’anni-, e ABC si è impegnata entro la fine di ottobre alla presentazione di un Piano industriale: “La delibera del Comune di Napoli è arrivata in un momento particolarmente importante, perché la Regione Campania stava approntando una nuova legge regionale sul servizio idrico integrato che prevede la creazione di un unico ‘ambito territoriale ottimale’ su scala regionale” racconta ad Altreconomia l’avvocato Maurizio Montalto, specialista in Diritto e gestione dell’ambiente e presidente di ABC, una dimensione che secondo Montalto “il pubblico non sarebbe in grado di gestire”. Anche se formalmente nessuno obbliga alla privatizzazione, cioè, la scala prevista potrebbe essere compatibile solo con la presenza di un soggetto privato. Che in Campania ha già un nome, ed è quello di Acea, lamultiutility romana quotata in Borsa, controllata al 51% dal Campidoglio, presente nel capitale di Gori spa – il gestore che opera nell’area sarnese-vesuviana- e di Gesesa, presente in 13 Comuni del beneventano, tra cui il capoluogo. “Gori ha cumulato un debito di circa 270 milioni di euro nei confronti della Regione, e la giunta Caldoro ha deciso di condonarne 70 e rateizzare la restituzione degli altri duecento -spiega Montalto-: per noi, invece, pare impossibile arrivare a rateizzare un debito di 50 milioni di euro”.

Oggi ABC fattura circa 100 milioni di euro all’anno, e ha circa 300mila utenze (nel centro storico e in molti quartieri di Napoli i condòmini hanno un unico contatore). Cittadini che bevono acqua di alta qualità, convogliata grazie ad opere importanti, come l’acquedotto che collega Napoli alle sorgenti del Serino, in provincia di Avellino, lungo circa 60 chilometri.

La legge regionale -la cui approvazione prima della decadenze del consiglio in vista delle elezioni di fine maggio è stata frenata dall’opposizione dei comitati per l’acqua pubblica, http://retecivica-ato3.blogspot.it– avrebbe ridisegnato i bacini idrografici, “scippando” a Napoli le sorgenti più importanti per farle ricadere nell’area di pertinenza di Gori. Montalto invita a considerare Napoli, e il suo golfo, come “assediate con una strategia di tipo bellico, puntando direttamente alle fonti”. Anche l’Acquedotto pugliese (AQP), società per azioni di proprietà della Regione Puglia, a fine marzo 2015 ha stretto con Gori una partnership, salutata dall’ad della società pugliese come “una importante opportunità per perseguire economie di scala a livello di distretto idrografico dell’Appennino meridionale”.

Pure l’AQP prende acqua (di qualità) in Irpinia, riserva importante per tutto il Sud Italia. L’acqua bene comune è del resto una risorsa scarsa, e usi ed abusi agricoli e industriali ne degradano la qualità, come evidenza l’ultimo rapporto Ispra sui pesticidi nelle acque, diffuso a inizio 2015: l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale nella sua attività di monitoraggio ha trovato pesticidi nel 56,9% dei 1.355 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,0% dei 2.145 punti di quelle sotterranee.

La presenza di importanti sorgenti è, probabilmente, una delle ragioni che hanno spinto l’ente d’ambito alessandrino ad intimare la consegna delle reti al Comune di Costa Vescovato, che ancora le gestisce in proprio. Gli utenti serviti -500 abitanti sparsi sui colli tortonesi- non paiono sufficienti a muovere l’interesse di un gestore privato. In tutta la provincia, è l’ultimo comune resistente: la consegna delle reti sarebbe “obbligata”, secondo l’ente d’ambito, da quanto previsto nella legge Sblocca-Italia del novembre 2014.

Di avviso diverso è però la Regione Piemonte, che con una circolare ha ribadito la salvaguardia per le gestioni dei Comuni montani sotto i mille abitanti.

Anche nel Lazio, alcuni Comuni dell’Ato 2, quello che “contiene” anche la città di Roma, hanno ricevuto una diffida a consegnare le reti ad AceaAto2, che è il gestore d’ambito. Secondo il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) la richiesta sarebbe illegittima, perché nel territorio regionale è in corso una rideterminazione degli ambiti territoriali ottimali, dopo l’approvazione nel 2014 di una nuove legge regionale sul servizio idrico integrato, “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”. Otto enti hanno fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio.

In Parlamento, intanto, avanza l’iter di approvazione della riforma della pubblica amministrazione: gli articoli 13 e 14 del “ddl Madia” (dal nome del ministro proponente, Marianna Madia), che mentre scriviamo è alla Camera in seconda lettura, per l’approvazione definitiva, puntano a limitare drasticamente la possibilità di gestione pubblica e incentivano i processi di aggregazione tra aziende intorno ai quattro colossi multiutilities quotati -che sono A2A, Iren, Hera e Acea-, oltre a favorire la perdita del controllo pubblico dei soggetti gestori. In Emilia-Romagna, così, è già in corso la “discesa” della partecipazione pubblica in Hera dal 51% al 38%. I maggiori azionisti pubblici della società sono il Comune di Bologna (9,99%) e quello di Modena (9,82%).
Pochi chilometri più a Ovest lungo la via Emilia, però, lo scenario è completamente diverso. E Reggio Emilia potrebbe essere, dal 1° gennaio 2016, la seconda città italiana a “realizzare il referendum”, dopo Napoli. “L’affidamento del servizio idrico integrato a Iren Emilia è scaduto a fine 2011” racconta Emiliano Codeluppi, del Comitato acqua bene comune reggiano (www.facebook.com/groups/acquapubblica.re). Sono quasi 4 anni, quindi, che in città e negli altri 44 Comuni della provincia si discute il futuro della rete acquedottistica realizzata (e un tempo gestita) da Agac, la società pubblica reggiana poi “diluitasi” nel decennio scorso prima in Enia e quindi in Iren, entrambe utility quotate in Borsa. “Il Comune di Reggio Emilia, attraverso ATERSIR, l’Agenzia regionale per i servizi, ha incaricato un soggetto terzo di sviluppare un piano di fattibilità dell’affidamento a un soggetto pubblico. A partire dalle indicazioni contenute nel Piano d’ambito, in particolare per quanto riguarda investimenti e tariffe, sono definiti tre scenari, e tutti evidenziano che la nuova azienda pubblica potrebbe sostenere, tranquillamente, il livello di investimenti previsti senza dover ritoccare verso l’alto le tariffe”. Con un documento dell’8 giugno, la direzione provonciale del Partito democratico ha preso posizione contro l’opzione della ri-pubblicizzazione.

La società di consulenza ha calcolato anche il costo di subentro, da riconoscere al vecchio gestore per gli investimenti realizzati e non ancora ammortizzati: servono circa 125 milioni di euro. Come recuperare queste risorse è l’unico elemento di incertezza, insieme alla definizion della natura societaria del nuovo gestore. Le due opzioni possibili sono quelle di una società per azioni al 100% pubblica o di un’azienda speciale, sul modello napoletano. Solo quest’ultima, per statuto, non deve distribuire utili agli azionisti.

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