Rodotà

Come nasce la Coalizione Sociale

Segnalato da barbarasiberiana

Di Alessandro Giglioli – “Piovono Rane”, 20/03/2015

«La vera scommessa è ricostruire un progetto e un disegno su come cambiare il Paese. Qui, in termini politici, oggi c’è un vuoto. Bisogna uscire da un’idea minoritaria, dalla convinzione che basti mandare in Parlamento una testimonianza di qualche interesse o valore. Il punto è che la sinistra dev’essere un soggetto che mette insieme persone con un’idea di trasformazione».

Sono alcune delle parole che Maurizio Landini mi ha detto circa un anno fa, quando ancora non si parlava del suo possibile ingresso in politica, Renzi era da pochi mesi a Palazzo Chigi e il Jobs Act era ancora oggetto sconosciuto. Come si vede, l’idea che si sta concretizzando in questi giorni frullava già da un po’, nella testa del leader Fiom.

Il fatto è che Landini è di quelli che quando parlano con un giornalista inizia un po’ svogliato, quasi gli toccasse ripetere sempre le stesse cose a un alunno un po’ zuccone; se poi però con le domande si riesce a svegliare il suo interesse, a mostrargli che non sei in cerca di un titolo a effetto su Renzi o la Camusso, ti guarda un secondo da dietro gli occhiali e poi inizia a parlare che non lo fermi più.

Quel giorno, l’idea di un libro sulla diaspora della sinistra evidentemente un po’ lo incuriosiva, e il diesel è partito. Sul “vuoto di rappresentanza”, soprattutto: «Quest’anno abbiamo mandato un questionario a tutti gli operai della Fiom, per capire meglio chi sono. I risultati sono impressionanti: primo, solo una piccola minoranza è iscritta a uno di quelli che si definiscono partiti di sinistra; secondo, anche il modo in cui votano è frantumato in modo estremo, dalla Lega al Movimento 5 Stelle. Insomma, in fabbrica stanno con noi perché vedono che rappresentiamo bene i loro interessi, ma in politica non trovano le stesse risposte. E, per chiarezza, non sono i lavoratori a essere schizofrenici: sono i partiti di sinistra che evidentemente non sanno più creare fiducia. E allora gli operai alle urne non scelgono in base ai loro interessi, che sentono ugualmente non rappresentati, ma in base ad altro: magari all’emotività, alla simpatia, al miraggio di pagare meno tasse o al desiderio di mandare tutti a casa».

Di qui l’obiettivo, diceva: «Tentare di recuperare un’egemonia culturale e di pensiero su principi come l’eguaglianza, la redistribuzione, la solidarietà, la giustizia sociale. Bisogna partire da lì, dall’elaborazione di un modello sociale alternativo a quello che c’è oggi. Ad esempio, io non credo che nella costruzione della sinistra di domani sia utile creare un soggetto che si ponga semplicemente “a sinistra del Pd”, altrimenti si ricasca nella testimonianza e nel minoritarismo: l’obiettivo da porsi semmai è puntare a creare l’epicentro di un nuovo disegno sociale, non una costola del centrosinistra attuale».

Pertanto, aggiungeva, i passaggi sono tre: «Primo, la costruzione di un progetto, di una visione generale di cambiamento, di un disegno verso cui tendere; sembra banale, ma oggi manca. Secondo, la partecipazione democratica e il coinvolgimento delle persone: se si ha la sensazione di non poter incidere veramente nel proprio partito, è già finita. Terzo, la coerenza dei comportamenti: non è pensabile che le persone di sinistra si identifichino in un partito se vedono che i suoi leader e i suoi apparati non fanno le cose che dicono, cioè si riservano dei privilegi e degli status che oggi non sono più accettati da nessuno. Se vuoi rappresentare le persone, devi vivere come fanno le persone. È proprio la condizione di base, per un rapporto di fiducia».

Oggi, un anno dopo, questi virgolettati possono forse aiutare a chiarirci un po’ le idee su Maurizio Landini e magari perfino sul percorso che può avere in mente.

Intanto, certo, «fare politica», che non vuol dire necessariamente fare un partito, almeno non subito. Si fa politica infatti in mille modi, nel tessuto sociale di un paese, con battaglie locali e nazionali. Non è stato fare politica il referendum sull’acqua pubblica del 2011, che pure non aveva alcun collegamento con i partiti in Parlamento? Non hanno fatto politica i Social Forum nel primo decennio di questo secolo? Non sarebbe politica una campagna accanto a Emergency per tagliare le spese militare o la sanità pubblica? Non è stata politica la miriade di iniziative mutualistiche e sociali implementata da Syriza molto prima di diventare governo, quando dava aiuto legale agli sfrattati o mandava autobus con medici e apparecchi sanitari nei centri in cui il governo aveva chiuso gli ospedali?

Poi, più avanti – se si crea un rapporto concreto e positivo tra un soggetto organizzato e una vasta fascia di popolazione – si può pensare a una sua rappresentanza nelle istituzioni. Ma non prima, che le case non si costruiscono dal tetto. Del resto le società di mutuo soccorso e le camere del Lavoro (prime esperienze italiane di “coalizione sociale”, sul finire dell’Ottocento) nascono prima non solo del Pci, ma perfino del Partito socialista di Turati.

Non so se Landini ha in mente di svolgere in prima persona un’eventuale futura rappresentanza: può darsi che altri emergano in questa funzione, proprio dall’esperienza precedente nella politica non partitica; di certo tuttavia il leader Fiom intende avere un ruolo in questa fase di tessitura e di «elaborazione di un modello sociale alternativo a quello che c’è oggi», con lo scopo di «creare un soggetto maggioritario e che non si ponga semplicemente “a sinistra del Pd”», per tornare alle sue parole.

Nell’agire di Landini pesano parecchio, è evidente, anche le ultime fallimentari esperienze tentate proprio a sinistra del Pd: la lista capeggiata da Bertinotti nel 2008 (sotto il 4 per cento), quella messa in piedi da Ingroia due anni fa (appena sopra il 2) ma anche L’Altra Europa per Tsipras che nel maggio scorso ha superato di un soffio lo sbarramento per dissolversi subito dopo nelle consuete risse. Tutte queste vicende raccontano di addizioni di sigle che hanno sempre assommato le loro debolezze (e nei primi due casi, i loro leader) senza costruire alcuna vera sintonia con il Paese, o almeno con alcune delle sue fasce più numerose.

In questo senso, il pensiero che sottende il ragionare del leader Fiom è facilmente rintracciabile nelle parole di Stefano Rodotà, il primo che ho sentito usare l’espressione “coalizione sociale”, nel medesimo periodo. Si parlava della lista Tsipras, appunto, di cui Rodotà pure era stato elettore ma senza nascondersene i limiti: «I miei dubbi sono relativi alla ripetizione delle semplificazioni che ci sono state sia con la Sinistra Arcobaleno nel 2008 sia con Rivoluzione Civile nel 2013: la convinzione cioè che basti mettere insieme un po’ di pezzi per arrivare al risultato. Il percorso di una coalizione sociale non si può improvvisare se si vuole che abbia un respiro ampio, che fondi una nuova cultura dei principi. Bisogna avere un po’ di pazienza e un po’ di programmazione per ripartire, dopo la terra bruciata che era stata fatta per tanti anni. Ci sono dei modelli, in questo senso: come l’esperienza di Emergency, quella di don Ciotti con Libera, quella della stessa Fiom. Che sono di successo perché hanno lavorato su un lungo lavoro di radicamento sociale».

Come si vede, anche i soggetti indicati da Rodotà un anno fa sono esattamente gli stessi che hanno partecipato alla prima riunione della Cosa che Landini sta cercando di mettere in piedi, il 14 marzo scorso.

Dove e quando andrà questo percorso, tuttavia, credo che non lo sappia nemmeno Landini. Intendo dire: sarebbe sbagliato pensare che nella testa sua e dei suoi ci sia una strategia precisa e con una tempistica stabilita per radicare il progetto e poi di lì fare un partito. È molto più probabile che il segretario Fiom – pur sperando in un progetto sul lungo termine maggioritario – preferisca sul breve “camminare domandando”, come recita un famoso slogan zapatista. Il che vuol dire ascoltare, conoscere, leggere continuamente la realtà nelle sue trasformazioni, per poi decidere in viaggio se è cosa fattibile o no anche la rappresentanza, insomma “il partito” – quale che ne sia la sua forma.

Ovviamente nella politica di palazzo, a sinistra, c’è chi caldeggia già questo passaggio – per farne parte – o al contrario lo teme, perché ha paura di esserne escluso e quindi di perdere la sua attuale (pur minuscola) rendita di posizione. Nella sua prima riunione, come noto, Landini li ha lasciati tutti fuori dalla porta.

Non so se è stato un errore o no. So però che anche questo è il contrario di tutto quello che è stato fino a ieri – che ha portato al nulla: quindi ogni nuova pratica difficilmente può fare peggio.

Civati sbuffa contro Rodotà e Landini

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info —  Redazione, 4.2.2015

Cose Rosse. Il deputato Pd: basta alle divisioni puntuali come la morte. Servono proposte, non solo moniti e antipolitica.

Pippo Civati, deputato dem

La vit­to­ria di Tsi­pras aumenta il buo­nu­more a sini­stra ma la «spinta pro­pul­siva» per la riunificazione pro­messa ancora non si vede. Anzi, ogni giorno ha la sua croce. Sabato scorso, per esem­pio, Sel ha applau­dito e votato il nuovo pre­si­dente Mat­ta­rella men­tre a nome dell’Altra Europa il socio­logo Revelli si dichia­rava scet­tico. Ha chiuso la diatriba Mau­ri­zio Lan­dini, sin­da­ca­li­sta ma anche rife­ri­mento della sinistra-sinistra, dichia­rando che se fosse stato in par­la­mento «anche io avrei votato Mat­ta­rella». A sua volta però il lea­der Fiom, insieme al costi­tu­zio­na­li­sta Rodotà, da qual­che set­ti­mana com­men­tano fred­da­mente il «coor­di­na­mento uni­ta­rio» lan­ciato a Milano, annun­ciando invece la nascita di una «rete della sini­stra sociale». Pippo Civati ieri si è sfo­gato sul blog: «Non credo che la sini­stra si ricosti­tui­sca con quella vena di anti­po­li­tica che ricorre pun­tual­mente (anche da parte di per­sone che hanno fatto poli­tica tutta la vita), né con i sin­da­cati che par­lano male dei par­titi né con il solito mes­sag­gio di divi­sione, pun­tuale come la morte civile». Civati pre­fe­ri­sce «un pro­getto di governo diverso» con il con­corso plu­rale di chi ha argo­menti e non solo moniti da pronun­ciare e una classe diri­gente rin­no­vata per­ché com­pe­tente e contemporanea».

Syriza, la sinistra che serve. Ora un nuovo partito

segnalato da n.c.60

da il Fatto Quotidiano (27/01/2015) – di Salvatore Cannavò

Sergio Cofferati è molto soddisfatto per la vittoria di Syriza che rappresenta una nuova sinistra riformista, riferimento obbligato per tutta l’Europa. E per quanto riguarda l’Italia non ha dubbi: “Serve un nuovo partito radicato”.

Perché la vittoria di Tsipras è importante?
In Grecia diventa presidente del Consiglio una persona di profilo molto interessante che guida un partito di sinistra dopo una crisi lunghissima. E dopo un intervento dissennato dell’Europa attraverso la Troika. Contrariamente a quanto sembrava non c’è stato il prevalere di una destra estrema nazionalista e tendenzialmente antidemocratica. Ma vince una sinistra di riformismo forte con elementi inediti molto interessanti.

Quali?
Non mette in discussione l’Europa, accetta l’euro ma punta a rinegoziare il patto costitutivo.

E quali saranno gli effetti?
Molto rilevanti perché Tsipras sfida i teorici e praticanti del rigore, ma ancor prima sfida il campo progressista. I progressisti si sono adeguati con piccoli e irrilevanti distinguo alla linea dell’austerità. D’altro canto hanno votato tutti compatti per Juncker.

Anche lei?
No, devo dire di essere stato l’unico tra i socialisti ad aver votato contro Juncker e la sua Commissione.

Syriza rappresenta quindi una nuova sinistra al posto della socialdemocrazia?
Sì, potrebbe esserlo. Si guardi a quel che accade in Spagna. Podemos non ha il peso elettorale che ha avuto Syriza domenica, però è il primo partito in Spagna. E il Pasok è entrato a stento in Parlamento. La novità è una nuova sinistra per un riformismo forte. Il pregio di Tsipras è stato mettere insieme orientamenti diversi e farli diventare un’area coesa.

Cosa devono fare, allora, le forze di sinistra?
Le forze progressiste non possono limitarsi a fare gli auguri a Tsipras, ma sono chiamate a dire se con Tsipras vogliono provare a scrivere una nuova politica. La sua proposta politica è diversa dai conservatori europei ma anche dai progressisti. O stanno con lui oppure no.

Syriza è un modello per l’Europa?
Ogni paese ha la sua conformazione. Tsipras dice che si può cambiare. È evidente che si può ripetere questo processo anche altrove. Non è scontato che quel che perde la vecchia socialdemocrazia vada a sinistra.

Le forze socialiste possono rigenerarsi oppure vanno sostituite?
Entrambe le cose.

E in Italia?
In Italia la tendenza del Pd è opposta a quella greca. Il Pd sta perdendo i suoi valori di riferimento ed è impegnato nell’ossessiva ricerca di voti e di rapporti stabili con il centrosinistra.

Non crede che Renzi possa raccogliere la sfida di Tsipras?
La questione non si pone nemmeno. Se il tentativo è quello di esportare le larghe intese nei territori siamo nella direzione opposta a quella di Tsipras.

Lei cosa propone?
C’è da scrivere una nuova storia. Con pazienza ma molta determinazione. La nuova storia deve avere come primo riferimento i valori e subito dopo le politiche.

E la forma organizzata?
Serve un partito radicato. Un partito leggero diventa evanescente.

Che tempi immagina?
Non ci saranno tempi brevi. Ma è importante che di questo si inizi a discutere. La cosa impressionante degli ultimi anni è che non ci sono state vere discussioni.

Un partito radicato. Non ha paura di essere additato come il “vecchio” contro il “nuovo”?
Ma per carità… È solo questione di tempo. Alla fine un nuovo partito, una forma di partecipazione, la chiederanno le persone. Il problema è il rapporto tra cittadini e istituzioni. In mezzo non c’è più nulla.

Vendola ha proposto un coordinamento delle sinistre. Ne farà parte?
Sono interessato e disponibile a lavorare con tutti quelli che hanno questo obiettivo: evitare che quel filo sottilissimo che rimane si interrompa.

Il professor Rodotà invita a ricominciare dal “sociale” senza affidarsi all’assemblaggio di gruppi dirigenti. Che ne pensa?
È un’idea del tutto condivisibile. Se il partito da costruire è presente nelle comunità dove si lavora, dove si vive, dove si studia sarà naturalmente chiamato a rappresentare i bisogni di quelle comunità.

Ci sarà una lista di sinistra alle Regionali in Liguria?
Non lo so, ci sono problemi ancora aperti. Credo che ci sia un grande spazio in Liguria per un’iniziativa di carattere civico. Un nuovo terreno di incontro tra culture e sensibilità diverse nel campo largo del civismo progressista.

Qual è la sua ipotesi per il Quirinale?***
La discussione la più trasparente possibile, fatta in Parlamento per far convergere consensi. Il presidente della Repubblica deve avere forte capacità politica e altrettanto marcata capacità di rappresentanza istituzionale. La figura che ha questo profilo è Stefano Rodotà e con lui Romano Prodi.

***L’intervista a Sergio Cofferati è stata realizzata qualche giorno prima dell’inizio delle votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Ripartiamo dal basso

segnalato da n.c.60

RODOTA’: “RIPARTIAMO DAL BASSO, SENZA LA ZAVORRA DEI PARTITI”

da micromega-online, 22/01/2015

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…

Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

Libertà d’informazione e democrazia

segnalato da n.c.60

Giornalismo, Stefano Rodotà: “La nuova legge sulla diffamazione è un pericolo per la democrazia”

da huffingtonpost.it (06/01/2015) – di Arturo Di Corinto

Costituzione: Rodotà, ritrovare via maestra ora abbandonata

Attualmente il disegno di legge di riforma delle norme relative alla diffamazione a mezzo stampa è all’esame della II Commissione Giustizia della Camera dei Deputati che si pronuncerà in “sede referente”.

Se il ddl sarà approvato dalla Camera senza emendamenti, rispetto al testo pervenuto dal Senato, diventerà legge. Fra i punti cardine del disegno di legge ci sono le norme che riguardano l’eliminazione del carcere per il giornalista autore della diffamazione, e la sua sostituzione con una pena pecuniaria fino a 50 mila euro, come pure l’obbligo di rettifica in 48 ore per le testate online e la possibilità di chiedere la cancellazione dell’articolo considerato diffamatorio.

Alcuni le ritengono delle previsioni legislative di buon senso ma non la pensa così la gran parte del mondo giornalistico italiano che in queste ore ha firmato attraverso il sito nodiffamazione.it la lettera rivolta al Parlamento dalle associazioni per la libertà di stampa in cui si chiede ai legislatori di fermare la legge. I motivi di questa levata di scudi sono molti.

Secondo Stefano Rodotà, si tratta di “una proposta che mette a rischio il diritto costituzionale ad informare ed essere informati”, “per questo la legge è pericolosa, non solo per la libertà d’informazione ma per la democrazia stessa.”

La lettera che anche lui ha firmato sottolinea il fatto che in un mondo in cui l’informazione digitale, il giornalismo partecipativo e il dialogo online diventeranno maggioritari, si stia facendo una legge che non prevede adeguate garanzie per il web. E infatti sempre Rodotà ci dice: “Quello che pure mi preoccupa, è che viene pericolosamente ampliata la responsabilità del direttore per omesso controllo, ormai improponibile in via di principio e sicuramente devastante per i giornali online, caratterizzati da un continuo aggiornamento”.

La riforma recita testualmente che “l’interessato può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di legge” e introduce nel nostro ordinamento il diritto all’oblio senza bilanciarlo col diritto di cronaca e all’informazione.

“Mi sembra” sostiene Rodotà che “la previsione di un assoluto diritto all’oblio, esercitato senza contraddittorio, è destinato a produrre un infinito contenzioso tutte le volte che, di fronte a richieste ingiustificate, il direttore legittimamente decida di non accoglierle. Ma la nuova norma può anche indurre ad accettare la richiesta solo per sottrarsi proprio ad un contenzioso costoso o ingestibile e, soprattutto, può portare alla decisione di non rendere pubbliche notizie per le quali è probabile la richiesta di cancellazione, con un gravissimo effetto di autocensura. I rischi non solo per la libertà d’informazione, ma per la stessa democrazia, sono evidenti.”

Alessandro Gilioli dell‘Espresso è molto netto nella sua presa di posizione: “La minaccia di una multa così salata verrà usata dai potenti per dissuadere chiunque a scrivere di loro.” “In particolare questa norma penalizza e intimidisce i giornalisti free-lance e i citizen journalist, ma anche i semplici utenti che esprimono il loro parere sui social network, insomma tutti coloro che non sono garantiti da un contratto e quindi dall’ufficio legale della loro azienda. Doveva evitare il carcere ai giornalisti colpevoli di riportare fatti falsi, rischia invece di diventare uno strumento di vendetta e di intimidazione senza precedenti della classe politica e dei potenti in genere verso chi dovrebbe controllarne l’operato.”

“Le mie perplessità riguardano invece l’obbligo di pubblicare la rettifica in così poco tempo – sostiene l’avvocato Carlo Blengino – La riforma prevede che le testate online lo facciano entro due giorni dalla richiesta. Chi conosce un poco come funzionano i giornali, sapendo che molti contributi vengono ormai da collaboratori esterni, che si dedicano anche a inchieste delicate, sa che questo lasso temporale è troppo stretto. E poi non sembra proprio un obbligo di rettifica, quanto un diritto di replica, assoluto e illimitato visto che il giornalista non può rispondervi”. Gilioli taglia corto: “In sostanza, si vuole lasciare l’ultima parola al potente della politica o dell’economia, impedendo al giornalista di difendere le ragioni di quanto ha scritto”.

L’avvocato Giulio Vasaturo, docente all’Università Sapienza di Roma ci dice: “Positivo eliminare la pena detentiva per il reato di diffamazione, l’obbligo da parte del direttore di informare l’autore dell’articolo di una richiesta di rettifica e viceversa dell’obbligo per il direttore di dare seguito alla richiesta del giornalista stesso di modificare un testo “sbagliato”, ma sono molte altre le cose che non funzionano nella legge. Ad esempio il fatto che nel caso di presunta diffamazione tramite il web la competenza territoriale spetti al giudice del luogo di residenza del querelante, ma soprattutto che non si siano esplorate norme più definite per porre un argine alle querele temerarie.

E questo è proprio uno dei motivi di tanta opposizione al disegno di legge. Milena Gabanelli ce lo spiega così: “Nei paesi anglosassoni i giornalisti che diffamano sono puniti molto più severamente, ma al tempo stesso il codice di procedura civile prevede che in caso di lite temeraria, il querelante rischia di essere condannato ad una sanzione che è pari ad un multiplo di ciò che chiede come risarcimento danni (tal de’ tali mi chiede 10 milioni, ma sa che rischia di doverne pagare 20). Questo perchè l’atto intimidatorio è un attacco alla libertà di stampa e quindi al diritto di ogni cittadino ad essere informato. Da noi nonostante sia prevista una sanzione, è raramente applicata ed è quantificabile in una multa da 1000 euro per aver disturbato il giudice”.

Diversi giornalisti dicono provocatoriamente che è meglio il carcere della riforma ma poi assentono con noti giuristi che andrebbe proposto un solo emendamento stralcio alla legge, che elimini il carcere e rinvii la discussione a una riforma organica della legge sulla stampa.

Festival del Diritto

 segnalato da Ciarli P.

SR Piacenza

Locandina_Piacenza_2014-150x30025 settembre, ore 18.00

Sala dei Teatini – DIALOGHI

L’AUTORITÀ E LE REGOLE

con FRANCO CARDINI, STEFANO RODOTÀ

coordina Geminello Preterossi 

Viviamo una crisi d’autorità, sentiamo ripetere con sempre maggiore frequenza. Ma l’autorità può avere significati molto diversi: può essere autorevolezza che genera riconoscimento, oppure mero comando che si impone. La stessa decisione, oggi continuamente invocata, può essere intesa come un taglio netto, insofferente alla mediazione e ai contrappesi istituzionali, oppure come risultato di un paziente scioglimento dei nodi. La dialettica tra autorità e regole caratterizza l’intera esperienza giuridica e politica occidentale.

26 settembre, ore 10.30

Auditorium Fondazione di Piacenza e Vigevano – FOCUS

DIRITTO ALLA CITTÀ E CAPITALE CIVICO

con SALVATORE SETTIS, introduce Pietro Veronese

Città, paesaggio, opere d’arte sono beni civici, perché in essi fiorisce la possibilità di una comunità che non sia dominata dai particolarismi e dall’illegalità. Per questo tutelare rigorosamente le testimonianze artistiche, la natura, i centri storici non significa avere lo sguardo rivolto al passato, ma ricollegarsi alle promesse emancipative della Costituzione. Senza spazi pubblici nei quali essere liberi e attivi insieme agli altri, nei quali sia possibile un’azione comune per impedire gli scempi e recuperare il territorio dai disastri lontani e recenti, non c’è futuro civile.

QUI la homepage, il programma completo e tutte le informazioni utili.

Narcisisti?

In riferimento alla mancata partecipazione di Rodotà e Zagrebelsky al seminario sulle riforme, vi riportiamo quanto scritto da Antonio Sicilia sul suo blog.

Ci sono giorni come questo per chi vota a sinistra. La sinistra italiana oggi ha vissuto uno dei suoi più classici giorni, i “giorni dell’anafora” come li chiamo da qualche anno a questa parte. L’anafora è quella figura retorica con cui si ripete una parola all’inizio di versi successivi, per sottolineare un’immagine o un concetto. L’anafora ha maggior effetto quante più sono le ripetizioni. “Piove dalle nuvole sparse.Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini …” per intenderci.  A volte però l’anafora fuoriesce dai confini della poesia e da figura retorica diventa vita, vita ripetitiva, routine, atteggiamenti stagnanti che rendono gli agenti incomprensibili e fuori dai tempi, totalmente asserviti ad un copione.

L’elettore di Sinistra è Truman, “buongiorno, e caso mai non vi rivedessi buon pomeriggio, buona sera e buona notte“. Giorni ripetitivi e uguali, vissuti guardandosi allo specchio.

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L’anafora che diventa vita, dalla “Pioggia nel Pineto” al “The Truman Show” il passo è breve, brevissimo. Parlo della sinistra a sinistra di Renzi per intenderci, quella di cui faccio parte per condanna, si perchè ho il vizio tremendo di odiare le disuguaglianze e l’individualismo al tempo di Matteo il Magnifico, quella Sinistra repressa, si perchè da decenni in Italia tutti governano grazie ad una “svolta a destra” o meglio grazie ad un “allontanamento dalla sinistra” (vedi Renzi, vedi Craxi). Oggi è andata in onda la spiegazione del perchè il rinnovamento in Italia è vissuto come qualcosa di rivolto a destra e mai a sinistra.

Il 5 maggio faremo un seminario sulle riforme, credo ci saranno anche Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, non abbiamo paura delle idee” dichiarava Matteo Renzi qualche giorno fa. Tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo, convinti che i Maestri avrebbero fatto ricredere il premier sulla velocità e la poca lucidità delle riforme costituzionali in cantiere, con il solito intervento magistrale e di spessore. 

E invece? “Il 5 non ci sarò, ho già detto no perché coincide con altri impegni” ecco la risposta di Rodotà di oggi. Zagrebelski? Idem.  

Eccola qui la “nuova Sinistra”, quella che con tante altre persone ci sforziamo ogni giorno di costruire con sacrificio ed impegno. Quella nuova sinistra che non nascerà mai, quella sinistra con una distorta percezione dei momenti importanti o sentiti tali dai cittadini, dagli elettori e dagli attivisti (proprio come il seminario del 5 maggio). E proprio il “5 maggio”, ironia della sorte, si spegnerà l’ennesima speranza per questa nuova Sinistra di rinascere, di esprimere rinnovamento. Si spegnerà l’ennesima speranza per chi combatte per l’uguaglianza prima che per il merito. “Ei fu siccome immobile” e non ci sarà bisogno dei posteri per emettere l’ardua sentenza.

A forza di specchiarci nel fiume, ci siamo finiti dentro e continuiamo ad annegare nei sondaggi, nei consensi. 

Sognavo e sogno una Sinistra Nuova, non un Fan Club di Narciso. Sogno una Sinistra che spende ogni giorno per rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, facendo diventare questa rimozione programma di governo o contributo per chi governa e non argomento da seminari d’elite. E invece ancora nulla, le Guide della sinistra italiana continuano a specchiarsi ogni giorno. Grandi discorsi davanti a CGIL, ANPI, poster di Pertini e documentari di Berlinguer.

E noi elettori condannati a morire alla sinistra di Renzi, assieme a pochi personaggi politici che con noi ci sperano ancora, chi dentro chi fuori dal PD, continuando a vivere ogni giorno come Truman, ripetendo un copione già scritto senza accorgerci di essere in un reality, sempre più lontano dalla realtà. Senza accorgerci che se le nostre Guide non ci sostengono tutte le nostre sfide diventano vane. Senza accorgerci che se Civati spende anni per spiegare agli elettori che il Paese cambia cambiando il PD tutti questi sforzi possono essere cancellati in un giorno dall’atteggiamento supponente di Rodotà che con il PD di governo non vuole neanche parlarci. 

Piove sulle occasioni perse, piove sulla Nuova Sinistra, piove e pioverà sull’entusiasmo e la passione di molti.

“I giorni dell’anafora” to be continued. Ma purtroppo e mai come oggi inspiegabilmente, questa maledetta passione non si spegne neanche sotto la pioggia battente. Basta provare con tanti altri ad uscire dal “Truman Show”. Alla fine Truman ce la fa, forse è proprio questo che mi fa ancora sperare.

Il Parlamento e la Consulta

Intervista a Rodotà, dall’Huffington Post

Fecondazione eterologa, Stefano Rodotà: “Mi scandalizzerei se il Pd discutesse in Parlamento della procreazione assistita”

La legge elettorale e la riforma del Senato rischiano di finire come la legge 40, polverizzata dai giudici costituzionali.

E’ questa la profezia di Stefano Rodotà, che allo stesso tempo consiglia al Partito democratico di non toccare la normativa sulla fecondazione assistita per non violare ancora una volta i principi fondamentali: “Mi scandalizzerei se il Partito democratico accettasse sia pur minimamente una discussione su questa materia”, come invece vorrebbero gli esponenti del Nuovo Centro Destra, a cominciare dalla ministra Beatrice Lorenzin. Rodotà ricorda come all’epoca della discussione della legge 40 cercò di mettere in guardia i parlamentari dall’ideologia oscurantista, invano. Poi intervenne anche la Conferenza episcopale, una ingerenza che secondo il giurista oggi molto probabilmente con papa Francesco non accadrebbe.

Domani Rodotà festeggerà la storica sentenza che abolisce il divieto della fecondazione eterologa presso la sede del Partito radicale, con Emma Bonino.

Professor Rodotà, dopo lunghi anni i giudici danno ragione a coloro che si opponevano strenuamente alle legge 40. Come si sente?
Questa è la cronaca di una morte annunciata. Quello che è accaduto, e cioè lo smantellamento progressivo della legge 40 con le sentenze dei tribunali, lo vaticinammo mentre questa normativa veniva messa a punto. Durante le audizioni in Parlamento, sui giornali e ovunque potessimo farlo – proprio ora ho trovato un mio articolo preoccupato apparso sul quotidiano La Repubblica nel 2002 – dicevamo che questa era la legge più pesantemente ideologica mai scritta negli ultimi decenni, figlia del fondamentalismo e dell’ideologia, una legge che ha considerato la donna oggetto delle attenzioni del legislatore fino a metterne a rischio la salute. Cercammo di mettere in guardia il Parlamento anche sul rischio del turismo procreativo, puntualmente accaduto, ma fu inutile, così come sapevamo che soltanto le coppie danarose e culturalmente accorte avrebbero potuto usufruire della scappatoia all’estero; io la chiamerei cittadinanza censitaria. In fondo questa è anche la cronaca della morte sperata di una legge che ha segnato una pesante regressione culturale, il rifiuto del riconoscimento del diritto, il ricorso all’antiscientificità. La legge 40 ha prodotto ingiustizie di inaudite gravità.

Ora il fronte cattolico promette di aprire nuovamente la discussione sulla fecondazione artificiale per tutelare i diritti dei figli della provetta. E’ giusto?
Sono perfettamente al corrente di questo e penso che lo vogliano fare nuovamente per imporre un particolare punto di vista per via legislativa. Ma questi parlamentari devono sapere che la Corte costituzionale ha indicato numerose violazioni nella legge 40, e se dunque vorranno aprire ancora una volta una controversia che possa portare davanti ai giudici della Consulta sono liberi di farlo. Sarebbe il segno di una prepotenza ideologica e di una incapacità culturale. Sfortunatamente il ceto politico ha perso la capacità di valutare il senso della tutela dei diritti, e la necessità di usare il diritto con misura soprattutto quando interferisce nella vita delle persone. Il diritto non può mettere le mani sul corpo delle persone.

Alcune voci del Partito democratico si dicono pronte a riparlarne in Parlamento…
Se esponenti del Nuovo Centro Destra vogliono affermare una loro esistenza politica andando contro le pronunce della Corte costituzionale, possono farlo. Mi scandalizzerei invece se il Partito democratico accettasse sia pur minimamente una discussione su questa materia. I parlamentari debbono sapere che non esiste ora alcun vuoto normativo e che ci sono amplissime garanzie anche accedendo alla fecondazione eterologa. Va sottolineato con forza la capacità del sistema giudiziario italiano a garantire i principii, facendo il proprio mestiere senza sostituirsi alla politica, poiché il legislatore non è onnipotente e lo dimostra una importantissima sentenza della Corte di Giustizia europea, ieri, sulla protezione dei dati personali. Anche in quel caso un tribunale ha riconosciuto che non è possibile violare i diritti personali senza essere richiamati a tornare nel recinto del quadro costituzionale. Ecco perché parlo di scandalo quando immagino il Pd a uscire dai confini costituzionali per imbarcarsi nella riproposizione di un’avventura voluta da persone che tutto sommato non accettano la logica dell’imposizione legislativa.

A che cosa si riferisce?
Al fatto che dopo aver fatto una legge così oscurantista poi l’atteggiamento fosse teso a consigliare di aggirare quella normativa, come capitò a Beppino Englaro quando si batteva per la figlia Eluana e spesso si sentiva consigliare di trovare un medico “attento” ovvero compiacente. Ecco, dobbiamo dire che ci sono persone che credono ancora nella legalità come gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini. Entrambi hanno svolto uno straordinario lavoro culturale relazionandolo a una elaborazione scientifica, un fatto significativo e rilevante dal punto di vista del rapporto tra legge e persone.

La legge 40 è stata varata dieci anni fa. Oggi ci sono le stesse condizioni per riproporla?
Se il referendum nel 2005 non ottenne il quorum è perché abbiamo subìto un pesantissimo intervento della Conferenza episcopale. I vescovi sapevano che gli italiani avrebbero abolito quella legge, perciò giocarono la carta dell’astensione. Mi chiedo se oggi con papa Francesco avremmo un’ingerenza così forte dal punto di vista politico da violare principi costituzionali. Che il Parlamento diventi il braccio secolare di una religione è illegittimo, e mi pare dalle parole del nuovo pontefice che la Chiesa stia ridisegnando i suoi rapporti e avrebbe tenuto lontana questa pretesa. Un atteggiamento che dovrebbe ridare alla politica la sua dignità e la sua autonomia.

Diceva che i giuristi avevano vaticinato questa pesante sconfitta giuridica della legge 40. Anche la riforma del Senato rischia di venire spezzata dai giudici?
Non solo la riforma del Senato ma anche la legge elettorale come viene esaminata alla Camera, con la pretesa di usare gli strumenti legislativi per violare i diritti civili. In questo caso si tratta del diritto di ciascuno di essere rappresentato, come ha ricordato la sentenza 1 del 2014 che ha abolito il Porcellum. Le preoccupazioni di alcuni di noi sono ben fondate nei principii costituzionali, e quello che ho detto della legge 40 vale anche per queste riforme: non vorrei che ci avviassimo verso una strada che magari obbligherà qualcuno a intervenire con un referendum o chiedendo l’intervento della Corte costituzionale.

Il monocameralismo secondo Rodotà

Da l’Unità, l’intgervista a Rodotà.

«Il mio disegno di legge del 1985 sul monocameralismo? Me lo ricordo perfettamente. Quel testo voleva rafforzare la rappresentanza dei cittadini e la centralità del Parlamento contro i tentativi che c’erano anche allora di spostare l’equilibrio a favore dell’esecutivo. Nel 1985 c’erano il proporzionale, le preferenze, i grandi partiti di massa, regolamenti parlamentari che davano enormi poteri ai gruppi di opposizione. Il nostro obiettivo era dare la massima forza alla rappresentanza parlamentare, mentre oggi la si vuole mortificare».

Stefano Rodotà è un fiume in piena. Il conflitto tra il premier Renzi e il fronte dei «professoroni» che lo vede in prima fila insieme a Gustavo Zagrebelsky ha ulteriormente rafforzato la sua volontà di lanciare un allarme sui rischi di una «deriva autoritaria».

E tuttavia anche lei il Senato lo voleva eliminare… 

«Certo, ma utilizzare questo argomento come obiezione alle mie critiche alle riforme di Renzi è culturalmente imbarazzante. Le critiche che ci arrivarono nel 1985 era che eravamo troppo parlamentaristi. Il nostro riferimento era rafforzare la reppresentanza del Parlamento, lo steso tema al centro della sentenza della Consulta contro il Porcellum. E l’Italicum è chiaramente in violazione di quella sentenza, basti pensare allo sbarramento dell’8% per i partiti non coalizzati. È qui l’abisso che divide le nostre proposte del 1985 da quelle di oggi».

Il vostro appello ha avuto anche l’endorsment di Grillo e Casaleggio…

«Ma che argomento è? Grillo firma quello che vuole, sono affari suoi. Quando c’è una proposta sul mercato chiunque ha il diritto di valutarla nel merito. Grillo vuole il vincolo di mandato per i parlamentari, noi no, mica c’è la proprietà transitiva verso Rodotà e Zagrebeslky».

Rispetto al Senato di Renzi lei che obiezioni muove? 

«Ho letto pochi testi così sgrammaticati. Non mi pare neppure emendabile. Vedo poi che cambia continuamente. Ma questa disponibilità a cambiare mi pare soprattutto un segno di debolezza culturale e di approssimazione istituzionale. Gli argomenti portati sono imbarazzanti. Risparmiamo un miliardo? Ma questo è l’argomento più antipolitico che abbia sentito. È questo il metro per misurare la riforma costituzionale? Se aboliamo la presidenza della Repubblica e vendiamo il Quirinale si risparmia ancora di più…».

Non rischia di sottovalutare l’indignazione popolare contro gli sprechi? 

«Assolutamente no. E infatti considero sacrosanta la proposta di eliminare i rimborsi nelle regioni che hanno generato fenomeni di corruzione. Ma di qui a tagliare il Senato per risparmiare c’è un salto pericoloso»: il Senato non è il Cnel».

Voi che tipo di riforma vorreste? 

«Ci sono state tante proposte da parte dei firmatari del nostro appello. All’inizio del governo Letta alcuni di noi proposero di evitare la modifica del 138 e di fare subito le riforme possibili: la riduzione dei parlamentari e la fine del bicameralismo perfetto. Se si fosse fatto, oggi avremmo già queste due riforme approvate. Altro che conservatorismo».

In quali aspetti le vostre proposte differiscono da quelle del governo? 

«Se una sola delle Camera ha la competenza sulla fiducia e sui bilanci, per evitare di modificare gli equilibri costituzionali occorre dare al Senato poteri sulle leggi costituzionali, le grandi leggi di principio, l’attività di controllo e inchiesta parlamentare. E poi un Senato eletto direttamente dai cittadini con il proporzionale. C’è una proposta in Senato firmata da Walter Tocci e altri che riprende alcuni di questi obiettivi. Sarebbe una strada per avere un Senato di garanzia, ancor più necessario se si sceglie per la Camera una legge ipermaggioritaria come l’Italicum. Altrimenti un partito con poco più del 20% rischia di diventare dominus dell’intero sistema. Di un governo con troppi poteri. Ecco perché parliamo di sistema autoritario. E poi c’è il tema della legittimità di questo Parlamento…»

Sarebbe illegittimo? 

«Questo Parlamento eletto con un Porcellum incostituzionale non è rappresentativo del Paese. E bisognerebbe interrogarsi sulla sua legittimazione a modificare la Costituzione in modo così radicale. Servirebbe un minimo di cautela, non certo la tracotanza di chi dice “prendere o lasciare”».

Il ragionamento può essere ribaltato. Istituzioni così delegittimate hanno la necessità di profonde riforme per arginare i populismi. 

«Dipende da quale risposta si intende dare. Accentrare i poteri nelle mani di poche persone è una vecchia ricetta già utilizzata più volte. È la ricetta di chi dice basta coi sindacati, con i partitini, con i professoroni. Ma ce n’è un’altra. Visto che c’è un deficit di rappresentanza delle istituzioni, si può fare una buona manutenzione della macchina dello Stato riaprendo dei canali di comunicazione con i cittadini di tipo non populista».

Come si traduce in concreto? 

«Si può rafforzare la capacità di decisione senza stravolgere gli equilibri e le garanzie. I cittadini devono poter intervenire valorizzando gli strumenti dell’iniziativa popolare e del referendum, rendendo vincolante la discussione delle proposte dei cittadini. Si potrebbe così canalizzare la rabbia che alimenta i populismi».

È una risposta alla sfida di Grillo?

«È un modo per aprire canali nuovi dopo che i vecchi, a partire dai partiti di massa, si sono rinsecchiti. Ci sono tante forme di partecipazione civica che vanno oltre le forme povere del M5S. Anche Obama ha saputo dare una risposta partecipativa capillare alla crisi della politica».

Verità e bugie

Da La Stampa

Il costituzionalista Ceccanti ripesca una proposta di legge del 1985. E piovono accuse di ipocrisia. Ma il testo aveva fini opposti rispetto a quelli del premier

Dunque Stefano Rodotà sarebbe stato beccato con le mani nella marmellata costituzionale. Il costituzionalista del Pd Stefano Ceccanti ha scovato e rilanciato su twitter una vecchia proposta di legge datata 1985 e firmata tra gli altri da Rodotà (all’epoca deputato eletto come indipendente nel Pci) per «sostituire il vigente bicameralismo paritario con il monocameralismo puro». L’argomento legittimamente malizioso è semplice: avendo in questi giorni firmato appelli contro la riforma Renzi che vuole per l’appunto abolire il bicameralismo, Rodotà si contraddice con se stesso (sia pure dopo 29 anni). Inevitabili le polemiche, gli attacchi, le irrisioni e i dileggi nei confronti di colui che «Il Foglio», sostenitore della riforma Renzi, definisce «il capo del partito dei parrucconi», criticando anche il fatto che si esprima sulle riforme costituzionali, lui che non è nemmeno costituzionalista (infatti è solo professore emerito di diritto civile alla Sapienza, la cattedra più prestigiosa e ambita dai giuristi italiani, il che per il quotidiano di Ferrara equivale ad avere «zero tituli»).

 Qualunque idea si abbia su Renzi, su Rodotà e sulle rispettive idee, è bene chiarire i termini della vicenda ponendosi una domanda semplice: la riforma Renzi del 2014 è uguale, nella sostanza e negli effetti, a quella Rodotà del 1985? E quindi, il «capo dei parrucconi» si contraddice, rinnega se stesso, sacrifica l’onestà intellettuale all’ipocrita posizionamento politico?

 Una analogia tra il Rodotà del 1985 e il Renzi del 2014 è la riduzione del numero dei parlamentari (anche se Rodotà è più renziano di Renzi: oltre a mandare a casa i senatori, voleva solo 500 deputati anziché 630!). Un’altra è la critica alle disfunzioni del bicameralismo. Spiegava allora il professore che due Camere gemelle riducono l’efficienza della produzione normativa, diventando solo casse di risonanza di «microinteressi» capaci per lo più di «reiterazione defatigante e distorcente del procedimento legislativo» per frenare le riforme con «tendenze conservatrici». Pare di sentire il premier rottamatore. Del resto, sia nell’appello di Libertà e Giustizia che nell’intervista al Fatto Quotidiano, il Rodotà del 2014 non contesta l’abolizione del Senato in sé (del resto già nell’assemblea costituente erano per il monocameralismo comunisti e socialisti), ma nell’attuale contesto politico e istituzionale. E qui emergono le differenze.

 Prima differenza. Una lettura meno superficiale del testo del 1985 fa capire che quei parlamentari della Sinistra Indipendente (Ferrara, Rodotà, Bassanini…) vogliono il monocameralismo innanzitutto per rafforzare il Parlamento («un’unica istanza rilegittimata») nel rapporto dialettico del governo (di cui si intendeva limitare il potere di decretazione d’urgenza), mentre la riforma Renzi combinata con l’Italicum rafforza il governo contro il Parlamento (già abbondantemente indebolito, ormai da anni si legifera quasi solo con decreto).

 Seconda. Come contrappeso alla eliminazione di un ramo del Parlamento, Rodotà nel 1985 propone l’introduzione del referendum propositivo. Di questo nel progetto Renzi non si parla.

 Terza. Il Rodotà del 1985 vuole modificare l’articolo 138 sulle procedure di revisione costituzionale «con motivazioni e finalità garantistiche», per rendere più difficile alla maggioranza dell’unica Camera disporre della Carta fondamentale. Nessuna preoccupazione di questo tipo nel testo di Renzi.

 Quarta. La proposta Rodotà del 1985 introduce sull’esempio francese e spagnolo una nuova categoria di leggi, dette «organiche» perché incidono su principi e diritti fondamentali (il catalogo è ampio: dalle libertà fondamentali ai sistemi elettorali, dalle confessioni religiose alla giustizia…). Per queste leggi, collocate a un rango «quasi costituzionale», viene prevista una procedura di approvazione rafforzata, per garantire il Parlamento dall’egemonia del governo e i cittadini dallo strapotere della maggioranza parlamentare. Niente decreti legge, niente leggi delega. Obbligo di maggioranza assoluta dei componenti della Camera per l’approvazione. Ancora un’esplicita previsione per limitare il governo. Tutto ciò manca nella riforma Renzi, che rimette tutta la legislazione alla maggioranza parlamentare, senza alcun contrappeso. La logica è opposta.

Quarta. E che maggioranza! Il Rodotà del 1985 si muove all’interno di un impianto costituzionale fondato sulla rappresentanza parlamentare proporzionale: tanti voti, tanti seggi. Un partito del 49 per cento non poteva approvare da solo le leggi, scegliere i presidenti delle Camere e della Repubblica, istituire commissioni d’inchiesta, designare gli organi di garanzia… Inoltre la forma di governo era rigorosamente parlamentare: il governo nasceva in Parlamento e dal voto di fiducia traeva la sua unica legittimazione. Oggi i sistemi elettorali (Porcellum o Italicum, da questo punto di vista, pari sono) garantiscono a partiti con la metà dei voti della Dc o del Pci una maggioranza assoluta in Parlamento e hanno modificato sostanzialmente la forma di governo: il premier ha una legittimazione elettorale sostanzialmente diretta dal popolo, il voto di fiducia del Parlamento è un atto dovuto. L’importanza di questa differenza di impostazione culturale è testimoniata dal fatto che il testo Rodotà del 1985, pur in un contesto proporzionalista e favorevole al Parlamento, vuole «costituzionalizzare» (oggi diremmo «blindare») il principio proporzionale, scelta «imposta dal monocameralismo e dalla riduzione dei parlamentari» proprio per evitare dittature della maggioranza.

Quinta differenza. Rodotà ha posto con Zagrebelsky e gli altri «parrucconi» una questione che è insieme giuridica e politica. Il Parlamento del 1985, eletto con una legge proporzionale conforme a Costituzione, era legittimato a cambiare la Carta fondamentale: rappresentava fedelmente «la nazione». Questo Parlamento, eletto con una legge elettorale anticostituzionale sia per l’abnorme premio di seggi (la maggioranza parlamentare è una minoranza tra i cittadini) che per l’inconoscibilità dei candidati agli occhi degli elettori data dalle liste bloccate, è legittimato a prefigurare un nuovo sistema costituzionale in cui minoranze popolari trasformate artificialmente in maggioranze parlamentari siano dotate di poteri largamente superiori a quelli che la Costituzione (e il Rodotà del 1985) riconoscevano a solide maggioranze popolari?

La proposta di legge costituzionale del 1985

Il testo dei giuristi contro la riforma Renzi