rom

L’odio

segnalato da Barbara G.

Pierpaolo Capovilla: «Ho perso un amico»

Il frontman di One Dimensional Man ha vissuto la questione Rom – Salvini in prima persona e ce la racconta

di Pierpaolo Capovilla – rollingstone.it, 28/06/2018

Ho perso un amico.
Ma sto perdendo qualcosa di più importante.
Sto perdendo la fiducia nella gente che mi circonda.
La gente per la strada, negli uffici, nelle fabbriche, la gente tutta insomma.

Ciò che sto per dire è interamente vero, con l’unica eccezione del nome del mio amico, l’amico che fu, e che per pietà cambierò con uno di fantasia. Lo chiamerò Alvise, un nome adespota, senza il santo in calendario, ma fra i più diffusi nella mia città, Venezia, la cui storia è piena zeppa di patrizi e dogi che portarono questo nome. Cambierò anche il nome della sua ragazza, che comunque non ricordo.

Venerdì sera, a Venezia, appunto.
Sto preparando una cenetta che mi auguro deliziosa, per Elisa, la mia compagna, e per me, che adoro cucinare. Ceneremo molto tardi, come sempre. Vorrei servirla in terrazzino, al fresco della brezza serale, che già soffia decisa.
Vado al supermercato più vicino, quello in Salizada San Lio, giusto prima che chiuda, sono ormai le 21 e 30, a fare un’ultima spesa. Mi mancano il parmigiano, un po’ di mentuccia, e una bottiglia di Salice Salentino, il mio rosso preferito. Ritorno verso casa in tutta fretta, ma mi fermo un attimo in un pub irlandese, in Calle del Mondo Novo, giusto per un aperitivo, solitario y final, ma sopratutto per vedere chi sta vincendo fra Svizzera e Serbia.
La Serbia mi affascina, da sempre. Il prossimo viaggio che faremo, io ed Elisa, sarà a Belgrado. Se proprio devo fare il tifo, questa sera, tifo Serbia.
Nel pub incontro Alvise, un vecchio amico che non vedo da anni.

È strano, ma lo avevo pensato qualche giorno fa, il buon Alvise. Sarà la solita sincronicità.
Sotto lo sguardo un po’ torvo e un po’ stupito dei tanti svizzeri che gridano nel pub, Alvise, che è lì con Nadia, la sua ragazza, la stessa di sempre, si mette a gridare anche lui: Yu-go-sla-via! Yu-go-sla-via!.
Scoppio a ridere. Il vecchio compagno non è cambiato!
Mi vengono in mente le interminabili discussioni alla Letizia, l’osteria che frequentavamo, dalle parti di Rialto, sull’Unione Sovietica, l’internazionalismo, Berlinguer e l’eurocomunismo. Tutto perduto, nella notte dei tempi, come un mito lontano.
Lo inseguo immediatamente. Yu-go-sla-via! Yu-go-sla-via! Scenetta divertente.
A quel punto un bel signore, di una certa età, si avvicina e si aggiunge sorridente al nostro coretto provocatorio. È serbo, questo signore così magro, il volto affilato, gli occhi azzurrissimi. Un bel tipo. Come Alvise anche lui è ubriaco. Ci faccio due chiacchiere. È proprio di Belgrado, ed è qui a Venezia per lavoro.

Da quanto non ci vediamo?
Alvise ci pensa qualche secondo.
Saranno tre, quattro anni!
Ma sei stato via?
No, affatto. Sempre qui in città.
È strano. Malgrado Venezia sia così piccolina, a volte ci si perde di vista. Entrambi abbiamo cambiato casa e sestiere negli ultimi anni; qui a Venezia funziona così, ognuno si vive il suo pezzetto di città, si rintana nel proprio angolino, il più lontano possibile dai turisti, anche se ormai sono dappertutto, anche nei luoghi più nascosti, un tempo ignorati dai “foresti”. Google Maps e Airbnb hanno trasformato Venezia in un percorso guidato e in un immenso albergo; i croceristi scendono dalle navi, dalla porta del vicino sbucano fuori messicani, una mattina alle sei e mezza due corpulente americane ti chiedono se tu sia certo che la casa in cui vivi non sia quella che hanno prenotato. Ho dovuto mettere un avviso sulla porta di casa: “This is not a B&B”.

Alvise, che fa il gondoliere, s’è comprato un bell’appartamento, spazioso e confortevole, in un palazzo antico, dalle parti di Campo Santo Stefano. Io invece sto in un modesto appartamentino, un bilocale al piano terra, esente acqua alta, come si dice da noi, vicino a San Lorenzo.
Chiacchieriamo un po’ del più e del meno, e io inevitabilmente gli chiedo se tifi ancora per il Livorno. L’ho conosciuto così, Alvise, parlando di calcio, e quella volta se ne uscì con questa passione ‘amaranto’. Mai mi sarei aspettato che un gondoliere veneziano potesse essere un tifoso, un tifoso accanito, del Livorno. Singolare.

Ti fai ancora le trasferte?
Alvise mi dice che… No, ormai il Livorno non gli interessa più. È retrocesso in C, mi spiega. S’è pure stufato del calcio in genere. Ora preferisce il rugby.

Io non sono un tifoso, ma il calcio mi piace. Lo sport più bello del mondo, altroché. Mi piace perché conservo in me il ricordo di quel grand’uomo di Bearzot e della sua nazionale, campionessa del mondo. Di Zoff, Scirea, di quell’opportunista di Paolo Rossi, e poi Conti, Cabrini, Tardelli. E poi Pertini. Quanto era bello, Pertini. Avevo quattordici anni, e a quel tempo il calcio mi piaceva eccome. Mi entusiasmava. I ragazzini amano il calcio.
Ad un certo punto Alvise mi chiede: ti piace il biliardo?
Resto sorpreso. Un’altra sincronicità.
Io adoro il biliardo. Non sono bravo, non sono mai stato bravo in alcuno sport né in alcun gioco che preveda specifiche abilità motorie, lo ammetto. Ma mi piace davvero, e proprio in questi giorni stavo pensando di andare a passare una serata in quella sala che c’è a Mogliano, proprio dirimpetto alla stanza prove dove suono con One Dimensional Man. Ci andrei anche da solo, giusto per allenarmi un po’, e per vedere se ancora riesco a mettere qualche biglia in buca.

Alvise mi dice di avere un tavolo a casa.
Hai un tavolo a casa?
Si! Vieni a fare un paio di partite!
Ci penso su.
Ci vengo eccome!

In un battibaleno decido di lasciar perdere la cenetta in terrazzino.
Chiamo Elisa per dirle che farò un po’ tardi, ma sta ancora lavorando, e non mi risponde.
In dieci minuti sono a casa di Alvise e Nadia.
Nadia prepara delle bruschette, Alvise una canna d’erba, di quella super buona. A me affidano il compito di scegliere ed aprire una bottiglia di vino bianco. Trovo un Malvasia del Carso, eccezionale.
Tutto è eccezionale questa sera!
E fra poco… Lo sarà ancor di più.
Ci fiondiamo al tavolo. È di tipo americano, con le buche molto più larghe di quelle a cui ero abituato, e penso: meglio così, la mia figuraccia sarà meno penosa.

Alvise mi confida d’averlo comprato non soltanto per la passione per il biliardo, ma per invitare gli amici a casa, che quando capiscono di poter giocare a gratis, non ci pensano su due volte. Esattamente quel che ho appena fatto io.
È soddisfatto, felice di compiacermi. E sono felice anch’io.

La prima partita, giochiamo a palla otto, la stravince Alvise. E ci credo. Però io non sono così male. Alvise osserva la mia postura, e mi dice: ma allora sai giocare!
Sono inorgoglito.
Nella seconda partita do il meglio di me, e con un po’ di fortuna passo in vantaggio. Complice una spaccata favorevole le biglie si distribuiscono propizie, scelgo le piene, e ne metto in buca tre di fila.
Poi Nadia ci chiama in cucina per le bruschette.
Nadia è una donna buona e gentile. Sembra un po’ svampita, come se vivesse in un mondo tutto suo, e mi sembra di riconoscere in lei quei classici aspetti di chi fa uso di psicofarmaci. Niente di strano, penso. Le benzodiazepine sono fra i farmaci più venduti al mondo. Quel che non mi piace di lei, è la sua arrendevolezza. Alvise la tratta in modo un po’ rude, un po’ padronale, patriarcale. Incomincia a non piacermi neanche lui.
A tavola beviamo e fumiamo ancora. Ormai sono alticcio pure io, mentre Alvise è decisamente su di giri. La cosa non mi preoccupa neanche un po’ perché è sempre stato così, il buon Alvise. Un vero alcolista, uno di quelli che ci danno dentro tutto il giorno.

Gli chiedo cosa ne pensa del nuovo governo.
“Na manega de stronsi”, mi dice in perfetto veneziano, non veneto o mestrino, ma veneziano DOC. “No cambia mai na sboraa”. Questa è una di quelle locuzioni vergognose che si usano a Venezia, la parola “sboraa” significa “sborrata”, e molti qui la usano in continuazione, intercalandola in ogni dove.
“Però Salvini no xe mae!”…
Perché, ti piace quel fascista?
“No xe fascista! È un p-r-a-g-m-a-t-i-c-o”.
Incomincia una discussione che avrei preferito non dover fare mai.

Ma insomma. Un ministro dell’Interno appena insediato che si scaglia come un cane rabbioso contro gli immigrati, contro gli oppositori politici, contro i Rom, ma fammi il piacere Alvise! Ma non hai capito di che pasta è fatto quell’individuo? Non lo vedi come parla, ogni santo giorno, come se fosse ancora in piena campagna elettorale. Io lo trovo indecente, altro che pragmatico. E poi scusa, che vuol dire pragmatico? Uno che vorrebbe che la gente si armasse per sparare ai ladri, come in America, santiddio, lo chiami pragmatico.

Siamo ubriachi, tutt’e due. In Vino Veritas.
Ma a questo punto scopro qualcosa che non avrei voluto scoprire.
Alvise odia gli zingari.
Li odia con rancore, con livore, con astio. Un risentimento profondo, come se avesse subito un torto grave.
Non lavorano, mi dice.
Trovami uno zingaro che abbia mai lavorato!
Non lavorano e rubano, rubano i bambini, ‘sti porsei!
Alvise… Ma che diavolo dici.

Non sono certo tutti uguali. Ce n’è che lavorano. Gli zingari sono degli amanuensi straordinari, e sono dei musicisti straordinari. Se non lavorano è perché la gente ha paura di loro, una paura ancestrale. Se vivi in un campo Rom, e non hai neanche l’acqua per lavarti, chi vuoi che ti dia un lavoro. È un cortocircuito, è evidente. Più ti spingono verso i margini, e più verrai emarginato. E poi, diciamocelo, che problema potranno mai rappresentare duecentomila zingari in un paese di sessanta milioni d’abitanti. Sai cos’è che ti fa incazzare? Il fatto che siano poveri, ma che ce la facciano ugualmente. In barba a tutti. Sono i più poveri di tutti. E proprio per questo stanno insieme, in piccole o grandi comunità, perché quando sei povero, anzi misero, se sei da solo crepi, se stai in una comunità sopravvivi. Che male c’è?

Ma ne hai mai conosciuto uno? Gli hai mai stretto la mano? Prova a stringere la mano ad uno zingaro. Prova a fargli un sorriso, a fargli capire che non gli sei nemico. Prova ad abbracciarlo! A me è successo, più di una volta. E ho visto negli occhi di quel mio fratello, come dire, … Amore. Un amore improvviso, repentino, e sorpreso. Sorpreso, si, anzi stupefatto.

Nessuno li avvicina, tutti gli stanno lontano almeno due metri, manco fossero bestie fuggite dallo zoo: se gli dai un sorriso, una moneta magari, ma non guardando dall’altra parte, guardandolo negli occhi, con un briciolo di cristiana compassione, scatta in loro subito un moto d’amore, una sorta di complicità umana, umanissima. Li trovo bellissimi.

Aò, gli faccio in romanesco, a Roma n’ho incontrati de spaventevoli, e ‘mo me so allontanato pur’io!
Te ne potrei raccontare un paio di interessanti. Una volta, a Roma, ero con Federico, che c’aveva un rolex esagerato e …

Ucciderli tutti, bisognerebbe, dice Alvise.
Ucciderli?
Tutti e duecentomila?
Si. Tutti.

A questo punto incomincio a incazzarmi. Mi prendo una pausa di riflessione.
Penso che Alvise non poteva sapere della mia passione per questa gente e per la loro cultura. L’avversione per gli zingari è ormai cosa comune, dev’esserci cascato anche lui. E poi è sbronzo. A volte da sbronzi si dicono stupidaggini gigantesche.

Lo guardo, Alvise, negli occhi.
Anche lui mi guarda, con aria di sfida.
Ma non eri un compagno, Alvise? Che ti succede?
Compagno? E che vuol dire compagno?
Vuol dire comunista, Alvise. E cos’altro, altrimenti?

I comunisti, Paolo, possono esistere solo in un paese comunista. Che senso ha oggi, in Italia, essere comunisti. È un controsenso.
Ma che diavolo dici! Essere comunista vuol dire stare dalla parte degli ultimi, o no? Tanto mi basta. Vuol dire credere nella grandezza del cuore umano, come direbbe Majakovskij, ma vuol dire anche combattere i nostri egoismi, quelli che ci portiamo appresso ogni giorno, per paura e per aridità, come diceva Pasolini. Insomma, io posso essere comunista anche qui in Italia, in questo momento storico. E infatti, lo sono. E lo eri anche tu.
Alvise è stordito ormai. Troppe birre a doppio malto al pub, troppo vino a casa, quella canna troppo forte, e per di più Capovilla e i suoi poeti e le sue interminabili citazioni. Io, di colpo, mi sento più sobrio che mai.

Alvise, amico mio. Sei cambiato, vedo.
Ma che t’hanno fatto gli zingari, per odiarli tanto.
“A mi? Gnente, diocan! Che i ghe prova!”

Ma se non t’hanno fatto niente, da dove ti viene tutto questo odio nei loro confronti? Perché ne parli come se… T’avessero ammazzato un parente. Non lavorano? E ci credo, nessuno offre loro un lavoro. Ma in realtà non è vero. Anche loro lavorano, fanno quel che possono. Io ne conosco uno, si chiama Vasco, è un mio caro amico, ed è un pittore straordinario.
Pittore! Un artista… Quello non è un lavoro, mi dice Alvise.

Vedi Alvise, gli zingari, come tu li chiami, non godono di “riconoscimento sociale”. È una definizione che si usa in sociologia. Un extracomunitario, socialmente, lo riconosciamo, è un immigrato. Lo zingaro invece, non è nessuno. Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa non avevamo un rapporto così ostile con loro. Persino nella musica! Pensaci. Te le ricordi le canzoni? “Zingara”, era Bobby Solo. Bobby Solo! Vinse a San Remo! E va beh… Era il sessantanove, noi eravamo appena nati, ma la canzone ce la ricordiamo! E poi, negli anni ottanta, Umberto Tozzi! Si! Tozzi. Non te la ricordi quella canzone? Io la so quasi a memoria… “Zingaro, voglio vivere come te, andare dove mi pare, non come me…”. Umberto Tozzi! Non so perché, ma mi è sempre piaciuto. Che resti fra me e te. E che dire di quel capolavoro di Lolli, “Ho visto anche degli zingari felici”, te la ricordi? È bellissima, è commovente, è vera, è una canzone stupenda, dai…

Alvise mi guarda stupito, ma continua a subirmi. La canna mi ha reso loquace.
Io non ho cambiato idea. Non cambio le mie idee. Ho preso una decisione, tanti anni fa, ed è una decisione “politica”, che più “politica” non si può. Io sto dalla parte degli ultimi. E sto dalla parte dei Romanì. Si chiamano così, Alvise. Romanì, non zingari. Li abbiamo disumanizzati, per ridurli nella più cupa emarginazione. Dovremmo fare un bell’esame di coscienza, tutti quanti. Una democrazia la si riconosce quando rispetta le minoranze. E ci vuole rispetto per il popolo Romanì. Altroché! L’unico popolo al mondo a non aver mai mosso guerra a un altro popolo. Sempre scacciati via. Sempre esclusi e perseguitati, ecco perché sono diventati nomadi. Gli unici ad aver tentato una rivolta in un campo di sterminio, proprio ad Auschwitz, dove tennero sotto scacco le SS per mesi, e ne uccisero pure un po’. Poi furono tutti massacrati e bruciati, a migliaia. Ci vuole rispetto per questa gente, per Dio!

Alvise sembra non credere a ciò che sta ascoltando.
Sbarra gli occhi imputriditi di rabbia.
Mi fissa.
Attende qualche secondo, concentrato.
In un perfetto italiano questa volta, con calma, una calma terrificante, alzando la voce e scandendole bene, mi dice queste parole. E che dio mi perdoni.
“Se anche fosse una ragazzina quindicenne incinta. Se la trovassi a scassinare la mia porta. Le infilerei un coltello in pancia. E ucciderei il bambino, per primo”.

Sono pietrificato.

Nadia gli dice… Beh… Non ti sembra di esagerare un po’.
Cerco le forze. Dove sono, le mie forze?
Non so se sprofondare o se alzarmi di scatto e tirargli un cazzotto in faccia.
Cerco di rimanere calmo.
Mi metto una mano sul petto, e tiro un respiro profondo.
Mi sento desolato. Mortificato. Un soffio di morte, lo sento, nei polmoni.

Prova a ripetere ciò che hai detto, se ne hai il coraggio.
Alvise si alza, mi si avvicina flemmatico e porta il suo viso vicino al mio.
E le ripete.
Lentamente.
Uguali a prima.
Se anche fosse una ragazzina incinta…
Poi si allontana, con un ghigno ebbro e avvinto. Si avvia verso il salotto, e si siede. Si accende una sigaretta.

Guardo Nadia. La guardo negli occhi.
È dispiaciuta. È imbarazzata.
Non ci diciamo niente.
Restiamo in silenzio per un paio di minuti.
Decido di andarmene.
Il corridoio è buio.
Non ricordo dov’è l’uscita di casa.
Osservo Alvise per un ultimo istante, seduto su quel bel divano di pelle nera.
Ha l’aria smarrita.
Credo si senta colpevole di qualcosa.
Me ne vado Alvise. Giocheremo un’altra volta.
Alvise si alza, e mi accompagna alla porta.
È affranto, si vede.
“Ho soltanto espresso francamente il mio pensiero”.
Poi aggiunge, “mi dispiace”.
Lo guardo negli occhi, l’antico amico.
Il compagno.
Di bisbocce e sbronze, di sovietiche discussioni.

E mi viene in mente quella sera di tanti anni or sono, alla Letizia, quando due fasci di Forza Nuova, durante un dibattito di bestemmie, impaurirono allo sguardo furioso di Alvise, e se ne andarono alla chetichella, senza proferire una sillaba.
Ora Alvise non fa paura più a nessuno.
Il suo sguardo è rassegnato, si è chiuso in se stesso, in quell’odio primigenio, quella cosa abominevole che chiamiamo razzismo.
Con un po’ d’assurdo amore, gli rispondo.
Dispiace anche a me.
Non sai quanto.

Venerdì sera ho perso un amico.
Ma sto perdendo qualcosa di più importante.
Sto perdendo la fiducia nella gente.
La gente per la strada, negli uffici, nelle fabbriche, la gente.
Il popolo del Paese in cui vivo sta diventando un mostro.

Antiziganista a sua insaputa

segnalato da Antonella feat. Barbara G.

I diritti agli italiani, i doveri ai Rom: Virginia Raggi, antiziganista a sua insaputa.

di Carlo Gubitosa – “Matita rossa” – gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it, 10/06/2016

Di recente ho riassunto in questa infografica pubblicata nel volume “Tracce Migranti” alcuni dati sulla questione Rom pubblicati dall’associazione “21 Luglio”, che negli ultimi due anni ha prodotto nei suoi rapporti annuali quella che considero finora la piu’ seria analisi sul problema dell’antiziganismo, dei campi nomadi come ghetti segregazionisti, della logica emergenziale come comodo espediente per avere sempre un cattivo su cui puntare il dito mentre si chiedono voti ai cittadini.

Il Rapporto Annuale 2015 – scrivono dall’associazione – contiene inoltre un focus sulla situazione a Roma, dove oggi circa 8 mila persone vivono in baraccopoli istituzionali, micro insediamenti e “centri di raccolta”. Nel solo 2015, nella Capitale, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34). Tali azioni – prosegue il rapporto – in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno coinvolto 1.470 persone, tra cui donne e minori, per un costo complessivo superiore a 1,8 milioni di euro, pari a 1.255 euro per ogni persona sgomberata“.

Ma per Virginia Raggi, in ossequio ai più classici stereotipi dell’antiziganismo, il “dato più devastante” relativo ai campi Rom e’ che ci costano troppo (e non che sono dei ghetti indegni dove il segregazionismo abitativo su base etnica nega a molti bambini il diritto alla scuola, alla salute e al futuro), il problema dei Rom e’ che non lavorano, li manteniamo con i nostri soldi, mandano a rubare i bambini, e se i campi Rom vanno chiusi perché ci obbliga l’Europa, e non perché i nuovi ghetti di Roma ci fanno schifo quanto il vecchio ghetto di Varsavia.

In breve, “i Rom devono pagare le tasse e rispettare la legge come gli Italiani, e i loro bambini devono andare a scuola” come se per loro fosse in vigore un regime fiscale e un codice penale a parte, con la contestuale sopensione dell’obbligo scolastico.

Verrebbe da chiamarlo razzismo, se fosse basato su una ideologia organica e su un sistema di pensiero strutturato, ma il problema e’ che quello della Raggi e’ un pensiero unico discriminatorio “a sua insaputa”, che non nasce da una ideologia organica, per quanto malata e aberrante, ma dal cocktail mortale tra ignoranza, superficialita’ e “buon senso” da bar, appena imbellettati con polvere di stelle. In altre parole il temibile, disinformato e pericoloso pensiero della “brava gente” animata da buone intenzioni e tanti pregiudizi, che nel nostro paese ha fatto danni quanto la cattiva.

Il problema non e’ una etnia su cui la politica scarica le proprie responsabilita’ e il cittadino le proprie frustrazioni, ma la negazione del diritto alla casa, un diritto che va riconosciuto ai Rom che vivono nei campi, ai poveri che vivono nei dormitori caritas, alle famiglie povere e sfrattate, ai giovani che cercano nell’occupazione quella soluzione al problema abitativo che nessun’altra agenzia sociale riesce a fornire.

Una soluzione che la politica potrebbe fornire con poco sforzo, a condizione di saper tenere la schiena dritta contro i palazzinari, contro l’ondata montante di insofferenza fasciopadana (che pure sposta voti) e contro le grandi aziende che preferiscono veder crollare le loro strutture dismesse piuttosto che accettarne l’uso a fini sociali (*).

Non si può ignorare inoltre un curioso paradosso: per Virginia Raggi i Rom (anche quelli con cittadinanza italiana) devono lavorare perché adesso “li mantiene lo stato”, e devono rispettare dei precisi doveri.

Ma per Raggi Virginia gli italiani (anche quelli di etnia Rom) devono avere un reddito di cittadinanza e farsi mantenere dallo stato, perché gli vanno riconosciuti dei diritti.

E il razzismo inconsapevole sta tutto qui: quando chiedi rispetto dei doveri per alcuni in base all’etica del lavoro mentre chiedi riconoscimento dei diritti per altri in base all’etica della sussidiarieta’, e la differenza tra gli “uni” e gli “altri” viene fatta su base puramente etnica.

Non mi basta che la Raggi parli di chiusura dei campi Rom ritrovando un europeismo che sembra perduto tra le fila della sua compagine politica, o che abbia fatto l’encomiabile sforzo di prendere atto che i Rom sono per la maggior parte cittadini italiani. Sul delicato tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del razzismo non mi basta cambiare la classe politica.

Mi piacerebbe invece che si cambiasse mentalità a partire dalla capitale, passando dall’egoismo abbrutito di sempre (anche se verniciato a nuovo) ad una visione della socieà’ dove il nemico da combattere e’ la poverta’ e non sono i poveri, e si va a cercare la soluzione fuori dal recinto degli stereotipi.

Magari presentando il conto fiscale del disagio sociale a chi si e’ arricchito dalla crisi, quel 5% di famiglie che in base ai calcoli Bankitalia controlla il 30% della ricchezza nazionale, lasciando i piu’ poveri a scannarsi tra di loro per decidere se il nemico del giorno e’ il vigile urbano fannullone, l’insegnante parassita, l’invalido finto, il sindacalista inutile, il pensionato d’oro, il commerciante evasore o il Rom delinquente, con quest’ultimo che accontenta un po’ tutti perche’ tanto sara’ sempre e comunque “straniero”, “altro” e “diverso”, anche se in tasca ha un passaporto italiano.

*****

(*) A tal proposito si segnala questo.

Art. 42 Costituzione Italiana

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Secondo alcuni costituzionalisti, fra cui Paolo Maddalena, è centrale il concetto di “funzione sociale” della proprietà privata. Un immobile volutamente tenuto vuoto non assolve alla sua funzione sociale, di conseguenza la proprietà privata non è più “giustificata” e lo Stato (o altro Ente) può legittimamente appropriarsene per restituire alla società il bene, assicurandone l’accessibilità a tutti. Forse la terminologia utilizzata non è la più corretta, ma in sostanza un immobile inutilizzato può essere espropriato e restituito alla collettività.

Qualche tentativo in tal senso è stato fatto.

Beni privati e abbandonati, ok all’esproprio “Saranno restituiti alla funzione sociale”

repubblica.it, 30/04/2014

In nome della Costituzione la giunta de Magistris dà il via libera all’esproprio di beni privati e pubblici abbandonati. Capannoni industriali, palazzi, orti verranno restituiti ai cittadini con progetti di auto finanziamento. «Per la prima volta in Italia, dopo 66 anni di Costituzione, viene riconosciuta prima la proprietà del territorio che spetta al popolo e poi la proprietà privata », le parole dell’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena suggellano così le due delibere di giunta del Comune di Napoli per restituire “una funzione sociale ed economica agli edifici presenti sul territorio cittadino che sono inutilizzati o abbandonati siano essi di proprietà pubblica, ecclesiastica o privata”. «In caso di abbandono ci approprieremo di beni privati senza indennizzo. È questa l’assoluta novità», spiega in prima persona il sindaco Luigi de Magistris.

I provvedimenti hanno l’obiettivo di eliminare il degrado in alcune zone della città, e a valorizzare e regolarizzare esperienze ormai radicate come le case del popolo di Ponticelli, Bagnoli, Scampia. Per le strutture pubbliche che sono state “occupate” da cittadini, gruppi, comitati «secondo quanto previsto — spiega l’assessore al Patrimonio Alessandro Fucito — nessuno verrà cacciato via, ma i cittadini potranno proporre un progetto di utilizzo della struttura». Per quanto riguarda i beni già di proprietà del Comune, tra cui i 391 beni del Demanio di cui l’amministrazione ha fatto richiesta, si provvederà all’affidamento attraverso bandi. Più spinosa è l’apprensione di beni di proprietà privata. A fondamento dell’acquisizione di beni privati da parte dell’amministrazione, l’Osservatorio dei beni comuni istituito dal Comune di Napoli — come spiegato dall’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena — pone gli articoli della Costituzione (in particolare il 42) e gli articoli del codice civile secondo cui «la proprietà privata non è garantita come diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare una funzione sociale del bene», consentendo al Comune di acquisire il bene in quanto «bene comune» della città a cui restituire «una funzione sociale e ed economica» da decidere attraverso «modalità partecipate». «Le case del popolo, le esperienze di autogestione dal basso, la partecipazione dei cittadini devono essere valorizzate » scrive il sindaco su Facebook. Il Comune è pronto a contenziosi e ricorsi. «Ma queste delibare segnano una svolta culturale » commenta Maddalena.

«Le due delibere approvate dalla giunta tutelano l’illegalità », attacca Gianni Lettieri, leader dell’opposizione in consiglio comunale e presidente di Fare Città. «Si è toccato il fondo: la giunta che si era presentata come vessillo di legalità – dice – arriva addirittura a legittimare le occupazioni abusive degli edifici pubblici». «La logica dell’occupazione forzata, dell’arroganza e del non rispetto della legge andrebbe combattuta senza se e senza ma», aggiunge Lettieri, «invece la giunta giustifica la presenza di alcuni gruppi che, con prepotenza, si appropriano di strutture pubbliche destinate alla collettività tramite discutibili soluzioni ad hoc. Alla luce di ciò, come devono reagire tutte le associazioni e gli enti che rispettano regole e procedure e che pagano le tasse?».