Roma

Raggi e miraggi

dal profilo fb di Virginia Raggi

Raggi e miraggi

di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 26 agosto 2017

L’arrivo a Roma del quarto assessore al Bilancio in un anno, senza contare i valzer all’Ambiente, all’Urbanistica, all’Ama (rifiuti) e all’Atac (trasporti) è l’ennesima prova del dilettantismo, del pressappochismo, dell’improvvisazione e dell’inesperienza con cui non solo Virginia Raggi, ma tutto il M5S hanno affrontato un’impresa già di per sé disperata: governare Roma. E questo lo sappiamo, ma repetita iuvant, visto che i 5Stelle si candidano nientepopodimenoché a governare l’Italia. Ciò che pochi notano, in un panorama informativo a senso unico, è che ai fallimenti grillini nella Capitale s’aggiungono quelli della “società civile” che avevano coinvolto nell’avventura romana. Fra i tanti errori, la Raggi ne aveva evitato almeno uno: quello di chiudersi nel recinto grillino con un monocolore pentastellato. A parte un paio di nomi, aveva pescato il grosso degli assessori, collaboratori e manager all’esterno, tra figure indipendenti “di area”, alcune brave e titolate. Ed è proprio da queste – tranne il vicesindaco e assessore alla Cultura Luca Bergamo e pochi altri – che ha subìto le più cocenti delusioni.

Paola Muraro, fra i massimi esperti di compostaggio-rifiuti, ha pagato suo malgrado un’inchiesta della Procura poi finita quasi nel nulla (a parte un’infrazione al Testo Ambientale oblabile con pochi euro) e un massacro mediatico mai visto per così poco, che infatti s’è interrotto il giorno delle dimissioni. L’urbanista Paolo Berdini, icona della sinistra ambientalista, aveva collaborato col M5S negli anni dell’opposizione in Campidoglio e aveva finalmente l’occasione di fare ottime cose: purtroppo l’ha persa, con pochi fatti e troppe parole, dalle continue giravolte sullo stadio della Roma e persino sulle Olimpiadi all’intervista-harakiri sugli amori (peraltro inventati) della sindaca. All’Atac, dopo vari sommovimenti, era giunto per concorso un fuoriclasse come Bruno Rota, risanatore dell’Atm milanese: la Raggi gli aveva dato carta bianca sul concordato preventivo, ma un po’ la paura di finire nei guai con la giustizia per qualche firma di troppo in quel verminaio, un po’ le resistenze dell’assessore Mazzillo, l’hanno indotto a fuggire dopo pochi mesi. Il primo assessore al Bilancio era Marcello Minenna, tecnico Consob di indiscusso prestigio, che però se ne andò in due mesi perché la sindaca aveva seguito il parere Anac sull’illegittimità del contratto d’ingaggio della giudice Carla Raineri come capo-gabinetto. Minenna fu sostituito con Raffaele De Dominicis, ex Pg della Corte dei Conti, che però era indagato e non aveva avvertito la sindaca.

Fu così che la Raggi optò per un grillino doc, Andrea Mazzillo. Che ha lavorato benino, ha superato i rilievi dei revisori su un bilancio che tutti giuravano impossibile far quadrare. Poi, ai primi caldi, ha sbroccato: interviste a raffica per attaccare la sindaca, Grillo e Casaleggio sui “manager dal Nord Italia” (manco portassero la peste), lanciare bizzarri “allarmi sui conti” (e a chi, se l’assessore era lui?), sparare sul concordato preventivo di Atac e addirittura sposare il referendum radicale per privatizzare la municipalizzata. Una bestemmia per un Movimento nato nel 2009 proprio per difendere i servizi pubblici (una delle cinque Stelle era proprio il trasporto comunale) e in prima linea per il referendum 2011 sui beni comuni. Se voleva farsi cacciare, Mazzillo non poteva scegliere parole migliori, infatti era noto a tutti che dopo le ferie sarebbe stato sostituito con uno che condividesse il programma M5S. Cosa che, mentre Mazzillo bloccava alcuni pagamenti ad Atac mettendo a rischio gli stipendi, è avvenuta l’altroieri con l’ingaggio di Gianni Lemmetti, l’assessore uscente della giunta Nogarin che in tre anni ha risanato i conti di Livorno e gestito il concordato preventivo della municipalizzata dei rifiuti Aamps. Quest’operazione gli ha procurato, in tandem col sindaco, un avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta, abuso d’ufficio e falso in bilancio tuttora pendente dopo due anni e probabilmente destinato all’archiviazione: non solo l’Aamps non ha fatto bancarotta, ma non è neppure fallita. Se la Raggi e i vertici M5S pensano che Lemmetti replicherà a Roma il piccolo miracolo livornese, possono pure assumersi il rischio di arruolare un indagato. Ma devono spiegare perché ciò che valeva per Muraro e De Dominicis non vale per Lemmetti. Ne va della trasparenza: spetta ai partiti valutare il merito di un “avviso” e deciderne le conseguenze politiche; ma se poi, anziché l’archiviazione, arrivasse il rinvio a giudizio, bisognerebbe cercare il quinto assessore. E supererebbe il ridicolo.

Intanto Mazzillo, come tutti gli ex della giunta Raggi, è stato prontamente adottato dai giornaloni, Repubblica in testa, come mascotte. Era già accaduto a Raineri, Minenna, Muraro e Rota: quando la Raggi li nominava, erano dei deficienti o dei delinquenti; quando se ne andavano o venivano cacciati, diventavano dei geni e dei gigli di campo da usare contro la putribonda sindaca. Quando Rota arrivò a Roma, i giornaloni gli diedero il benvenuto spacciandolo per un arraffa-poltrone imposto da Casaleggio (mai conosciuto) e superpagato dalla Raggi. Poi, quando se ne andò, ne magnificarono il sacrosanto concordato Atac ostacolato dal pessimo Mazzillo. Ora che l’ex incompetente Mazzillo si fa cacciare, diventa il competentissimo martire che vuole salvare l’Atac dall’assurdo concordato dell’ex incompetente ed ex genio Rota. Ora, la Raggi ha commesso un’infinità di errori. Ma è improbabile che sbagli sia quando sostiene il concordato, sia quando caccia Mazzillo perché si oppone al concordato. A meno che il vero errore della Raggi non sia quello di esistere.

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Sgomberare gli sgomberati

segnalato da Barbara G.

Sgomberare gli sgomberati, il fallimento dell’accoglienza a Roma

Durante lo sgombero a piazza Indipendenza, Roma, 23 agosto 2017

di Annalisa Camilli – internazionale.it, 24/08/2017

Con le prime luci dell’alba, giovedì mattina, la polizia in assetto antisommossa è arrivata di nuovo a piazza Indipendenza, a Roma, per disperdere i rifugiati eritrei che dormivano sulle aiuole da cinque giorni, dopo lo sgombero del palazzo in cui vivevano a via Curtatone, vicino alla stazione Termini. Poco dopo le sei di mattina, gli agenti si sono fatti strada con gli idranti e hanno caricato le persone che dormivano sulle aiuole e i marciapiedi.

Come fanno da giorni, i rifugiati eritrei hanno cercato di opporre resistenza: dal primo piano del palazzo di via Curtatone hanno lanciato oggetti e barattoli di vernice. Questa volta la polizia ha usato la violenza. I poliziotti si sono messi a rincorrere chi scappava. Secondo Medici senza frontiere, nelle cariche sono state ferite 13 persone e due sono state portate in ospedale. “Hanno picchiato diverse persone, anche delle donne”, racconta Simon, un rifugiato eritreo che al momento dello sgombero si trovava al primo piano del palazzo di via Curtatone insieme a una cinquantina di persone, tra cui venti bambini.

Dopo aver sgomberato la piazza, gli agenti sono entrati nel palazzo occupato. I bambini dal balcone dello stabile gridavano: “Vogliamo giocare, vogliamo giocare”. I poliziotti hanno costretto le persone all’interno dell’edificio a seguirli in questura. “Ci siamo nascosti, ma quando ci hanno trovato ci hanno manganellato per costringerci a uscire, due donne sono state picchiate”, racconta Simon. Nella piazza sono rimaste le valigie e gli oggetti delle famiglie sgomberate, e la polizia ha detto ai pochi ancora sulla piazza di recuperare le loro cose. “Non sappiamo che succederà ora, in questura siamo una cinquantina di persone, non sappiamo dove ci vogliono portare”, afferma Simon, mentre aspetta di sapere che ne sarà della sua vita.

Dopo lo sgombero di sabato, mercoledì c’era stato un primo tentativo di dispersione degli occupanti della piazza da parte della polizia. Mussie Zerai, il prete candidato al premio Nobel per la pace, che da anni è un punto di riferimento per la comunità eritrea italiana, alle 7.51 aveva mandato un messaggio a tutti i suoi contatti: un appello al ministro dell’interno Marco Minniti. “La prego d’intervenire, la polizia sta usando la forza per sgomberare le persone anche dalla piazza, ma queste persone non hanno dove andare”, era scritto nel messaggio che poi è stato ripreso da diverse agenzie di stampa. “Vi prego di trattarli come esseri umani”, concludeva.

Due ore dopo l’appello di Mussie Zerai, un gruppo nutrito di giornalisti, attivisti e operatori umanitari si era raccolto sulla piazza, a pochi passi dalla stazione Termini di Roma, senza che gli fosse concesso di avvicinarsi al palazzo o agli occupanti. Ma di politici o rappresentanti delle istituzioni nemmeno l’ombra. L’assessora ai servizi sociali di Roma, Laura Baldassarre, non è stata raggiungibile al telefono per tutta la mattina. La prefetta Paola Basilione ha convocato una riunione d’emergenza in prefettura.

Dopo una lunga negoziazione, la sala operativa sociale del comune di Roma ha proposto agli sgomberati 80 posti in un centro d’accoglienza del servizio Sprar a Torre Maura e un’altra ottantina di posti a Rieti per sei mesi, messi a disposizione dalla proprietà dell’edificio di via Curtatone. Le organizzazioni non governative, le associazioni e alcuni sacerdoti hanno fatto da mediatori, ma gli eritrei di piazza Indipendenza hanno rifiutato la proposta. C’è da considerare che molti degli occupanti non possono comunque beneficiare dei posti nei centri Sprar perché hanno ottenuto l’asilo da più di sei mesi.

Per sistemare tutte le famiglie dell’edificio sgomberato, inoltre, sarebbero necessari almeno altri trecento posti. Infine chi ha figli piccoli teme che un trasferimento possa impedire il regolare rientro a scuola dei minori tra qualche settimana. La verità è che la resistenza degli occupanti eritrei nessuno se l’aspettava. “Abbiamo fatto la guerra d’indipendenza, siamo scappati da una dittatura, abbiamo attraversato il Mediterraneo, resistiamo e andiamo avanti”, dice Simon.

L’intervento della polizia a piazza Indipendenza, Roma, 24 agosto 2017. (Stefania Mascetti, Internazionale)

Soluzioni improvvisate
Nella mattinata di mercoledì sui social network c’è stata un’esplosione di domande: “C’è un piano?”, “Dove li portano?, “Come si fa a sgomberare gli sgomberati?”, “Li sgomberano dalle aiuole per portarli in altre aiuole?”. Queste domande sono state rivolte ai giornalisti, che a loro volta le hanno rivolte ai politici, senza ricevere risposta per ore. “Quando si arriva allo sgombero si tratta di un problema di ordine pubblico”, ha dichiarato il sottosegretario del ministero dell’interno Domenico Manzione, intervistato da Daniele Biella di Vita.

“Come ministero, possiamo e stiamo cercando di mettere a disposizione strutture di accoglienza temporanee”, ha aggiunto. La sindaca Virginia Raggi per ora non ha commentato l’accaduto. Lo sgombero di piazza Indipendenza, tuttavia, è stato l’ultimo di una serie di provvedimenti, che negli ultimi anni ha affidato a soluzioni improvvisate la gestione dell’accoglienza nella capitale.

Questa tendenza può essere riassunta in tre punti: l’assenza strutturale di politiche di lungo corso su un tema così complesso come quello dell’integrazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati a Roma, la mobilitazione autorganizzata degli stessi richiedenti asilo e rifugiati – sostenuti da organizzazioni umanitarie e associazioni – per difendere i loro diritti nella città in cui vivono e lavorano da anni, e infine il ruolo decisivo, ma spesso ambivalente, dei mezzi d’informazione.

Tre anni fa raccontai la storia di tre ragazzi eritrei minorenni – Robiel, Bilal e Mengis – scappati dall’Eritrea per sottrarsi alla leva obbligatoria che nel paese si trasforma spesso in servizio militare a vita. Nella primavera del 2015 Robiel, Bilal e Mengis avevano trovato rifugio a Roma nel borghetto occupato di Ponte Mammolo, sgomberato l’11 maggio 2015 dalla giunta di Ignazio Marino senza una soluzione alternativa per gli occupanti di quella baraccopoli che sorgeva a pochi passi dalla stazione della metropolitana.

I tre ragazzi, dopo aver dormito qualche giorno al centro Baobab di via Cupa e poi in un convento di suore nel rione Monti, decisero di raggiungere illegalmente la Germania e la Svizzera dove avevano conoscenti e familiari e dove sapevano che avrebbero potuto lavorare con più facilità. Robiel e Mengis, che oggi sono maggiorenni, vivono ad Amburgo, in Germania, dove hanno ottenuto asilo politico. Il governo locale gli ha trovato una sistemazione in un appartamento vicino al centro della città e gli ha concesso un piccolo contributo mensile. In questi tre anni hanno frequentato corsi di tedesco e scuole professionali, che gli stanno permettendo di gettare le basi per trovare un lavoro e integrarsi nella società tedesca, versare le tasse e diventare cittadini. Bilal vive a Zurigo, in Svizzera, in condizioni simili.

La vita dei tre ragazzi eritrei è migliorata radicalmente da quella notte di giugno in cui salirono su un treno per Bolzano alla stazione Termini di Roma. Invece il sistema di accoglienza per i migranti e i richiedenti asilo nella capitale italiana è decisamente peggiorato. “Mai più situazioni come Ponte Mammolo, senza un piano alternativo prima di uno sgombero”, aveva detto ai volontari della Baobab experience e agli operatori di Medici per i diritti umani (Medu) all’indomani del suo insediamento l’assessora ai servizi sociali Laura Baldassare, che prima di assumere l’incarico nell’amministrazione cinquestelle ha maturato una lunga esperienza nell’Unicef.

Eppure i tavoli istituzionali sull’immigrazione aperti dalla giunta guidata da Virginia Raggi sono tutti naufragati e nel corso del tempo non è stata elaborata nessuna strategia a lungo termine per l’accoglienza, nessuna alternativa agli sgomberi, che creano allarme sociale e rafforzano nel senso comune l’idea che la migrazione sia legata all’ordine pubblico, alle misure contro il terrorismo e a un’ipotetica invasione fuori controllo. “Siamo rifugiati, non terroristi”, era scritto in uno degli striscioni appesi al palazzo sgomberato di via Curtatone.

Piazza Indipendenza, Roma, 24 agosto 2017. (Rosy Santella, Internazionale)

Numeri sotto controllo
Secondo i dati della prefettura di Roma, nella capitale risiedono meno richiedenti asilo di quelli previsti dall’accordo tra stato e regioni. Nei centri di accoglienza romani ci sono circa ottomila richiedenti asilo (5.581 nei centri di accoglienza straordinaria e 3.028 nei centri Sprar), una cifra molto al di sotto degli undicimila previsti dall’Anci. A questi si devono aggiungere i circa novemila richiedenti asilo e rifugiati che vivono in emergenza abitativa, cioè in stabili occupati, in situazioni di fortuna o per strada. Inoltre ogni giorni arrivano a Roma decine di transitanti: cioè migranti di passaggio che vogliono raggiungere i paesi del Nordeuropa. Ma nella capitale non esistono centri per accogliere questo tipo di migranti, anche se erano stati progettati già dall’ex assessora ai servizi sociali Francesca Danese nel giugno del 2015.

A tre anni dallo sgombero di Ponte Mammolo, i migranti che transitano dalla capitale dormono per strada o si rivolgono ai volontari dell’associazione Baobab experience, che hanno organizzato un presidio a loro spese e senza l’autorizzazione delle autorità, insieme ad altre associazioni come Medici per i diritti umani (Medu), il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), Intersos, Action, Radicali Roma e A buon diritto. Il presidio si trova in un parcheggio dietro alla stazione Tiburtina, chiamato dai volontari piazzale Maslax (in ricordo di un richiedente asilo somalo di 19 anni che si è suicidato dopo essere stato rimandato in Italia dal Belgio a causa del regolamento di Dublino). Ma è stato costretto a cambiare varie sedi ed è stato sgomberato venti volte in tre anni.

Nell’ultimo sgombero di piazzale Maslax, l’ingresso del parcheggio è stato chiuso con dei blocchi di cemento per impedire ai volontari di entrare con l’auto a scaricare il cibo, l’acqua e i vestiti per i migranti. Oggi nel presidio dormono circa cento persone, affermano i volontari. La promessa, che era stata fatta dall’amministrazione capitolina, di istituire un centro informazioni vicino alla stazione Tiburtina per l’orientamento logistico e legale dei migranti non è stata mai mantenuta. Infine c’è una struttura d’emergenza gestita dalla Croce rossa a via del Frantoio che dà ospitalità a un’ottantina di persone, di solito i casi più vulnerabili come le donne e le famiglie con bambini che sono segnalati dai volontari della Baobab experience. Ma per sua stessa natura la struttura è temporanea e la convenzione che la istituisce viene rinnovata ogni sei mesi.

Un dibattito tossico
Qualche giorno fa in un bellissimo articolo sulle condizioni dei campi di detenzione per i migranti in Libia, Domenico Quirico sulla Stampa ha scritto: “Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto”. Con le dovute differenze, penso che lo stesso ragionamento possa valere per qualunque politica dell’immigrazione anche al livello locale.

Perché nessun rappresentante delle istituzioni si è affacciato a piazza Indipendenza in questi giorni? Perché Roma da anni non riesce a varare un piano per l’accoglienza? La risposta è semplice nella sua brutalità: i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nelle nostre città non sono considerati parte delle nostre comunità, anche se sono al nostro fianco e nelle nostre vite da anni.

Negli ultimi mesi il dibattito pubblico sui migranti in Italia ha assunto toni ancora più foschi, perché abbiamo cominciato a desiderare o ad augurarci che si facciano da parte, che spariscano. Mi ha colpito la conclusione del messaggio di Mussie Zerai al ministro Minniti: una supplica a considerare “esseri umani” gli occupanti eritrei di piazza Indipendenza. Evidentemente abbiamo dimenticato che lo sono.

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La nota UNHCR

Eritrei ed etiopi mandati via senza avere un piano B – Il Manifesto

La nostra Europa

La nostra Europa – Unita, Democratica, Solidale

lanostraeuropa.org

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative.

Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

Ci vuole un progetto di unità europea innovativo e coraggioso, per assicurare a tutti e tutte l’unico futuro vivibile, fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento effettivo della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale.

Dobbiamo essere in grado di trasformare il “prima gli italiani, gli inglesi i francesi”, in “prima noi tutte e tutti”, europei del nord e del sud, dell’est e dell’ovest, nativi e migranti, uomini e donne.

Ripartiamo da qui, da Roma, uniti e solidali, per costruire quel campo che, oltre le nostre differenze, nel nostro continente e in tutto il mondo, sappia essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Invitiamo ad aderire a questo appello, a promuovere e inserire in questa cornice comune eventi e appuntamenti nel prossimo periodo in Italia e in tutta Europa, a essere a Roma il 23.24.25 marzo per mobilitarci in tante iniziative, incontri, azioni, interventi nella città e realizzare una grande convergenza unitaria.

Il Programma completo

Sottoscrivi l’appello

Un New Deal europeo

segnalato da Barbara G.

Varoufakis pronto a lanciare a Roma il primo partito transeuropeo

Con lui il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris

di Andrea Carugati – lastampa.it, 16/03/2017

Da Yanis Varoufakis, accompagnato dalla guest star Ken Loach, fino ai movimenti sovranisti dell’estrema destra, passando per gli ultraeuropeisti come Emma Bonino e Guy Verhofstadt. Il 24 e 25 marzo, in occasione del Consiglio europeo per i 60 anni dai Trattati, Roma sarà attraversata da cortei ed eventi che rappresentano tutte le sfumature politiche e sentimentali verso l’Ue.

L’ex ministro greco la sera del 25, al termine delle celebrazioni ufficiali, al teatro Italia lancerà il primo partito transeuropeo come evoluzione del movimento Diem25 da lui fondato un anno fa. Oltre al regista britannico, icona delle sinistre europee, ci saranno vari partner politici come il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller e (ancora in forse) il candidato socialista alle presidenziali francesi Benoit Hamon. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e Anna Falcone, tra i portavoce del comitato per il No al referendum del 4 dicembre. Attesi anche Nicola Fratoianni, Stefano Fassina e Pippo Civati.

«Abbiamo 60mila iscritti in Europa di cui 8mila in Italia, e non ci rivolgiamo solo alle forze di sinistra», spiega Lorenzo Marsili, tra i fondatori di Diem25. «Tra i sovranisti e chi difende lo status quo di questa Ue serve una terza via. Il nostro è un pensiero critico di chi non rinuncia all’Europa».

L’evento si terrà al termine del Consiglio europeo da cui uscirà rafforzata l’idea di una Ue a più velocità. «Non abbiamo bisogno di un’Europa a più velocità, ma con una differente direzione di marcia», spiega Varoufakis. Il suo gruppo lancerà 10 proposte per un New deal europeo. «Proposte subito realizzabili, senza bisogno di modificare i Trattati», spiega Marsili. Tra queste un piano di riconversione ecologica «in grado di produrre milioni di posti di lavoro a livello continentale», un piano anti-povertà «gestito dalla Bce» e uno di edilizia pubblica.

I seguaci di Varoufakis si uniranno il 25 marzo al corteo da Piazza Vittorio al Colosseo, organizzato da “La nostra Europa”, una rete di associazioni e reti italiane ed europee di cui fanno parte anche Arci, Cgil e Legambiente. L’obiettivo è combattere contro le «politiche di austerità che hanno prodotto diseguaglianze e insicurezza, mettendo a rischio un patrimonio comune di conquiste e democrazia».

Al Colosseo arriverà anche la Marcia per l’Europa organizzata dai movimenti federalisti, che partirà alle 11 dalla Bocca della verità. Una marcia che mira a fare dell’anniversario dei Trattati di Roma del 1957 l’occasione «per andare oltre gli attuali Trattati, verso un’unione federale del popolo europeo». Con i federalisti ci sarà anche Emma Bonino, che ha lanciato con Benedetto della Vedova e la sigla “Forza Europa” un appello a tutti gli europeisti dal titolo “Un impegno per l’Europa”. “Bisogna far sentire la voce di chi crede nell’Europa contro il pensiero unico euroscettico”, spiegano. «Noi siamo per la Ue senza se e senza ma». La mattina del 25, in concomitanza col vertice Ue, i movimenti federalisti hanno organizzato un convegno al centro congressi Alibert di piazza di Spagna con Romano Prodi, Eugenio Scalfari, la Bonino e il leader dell’Alde Guy Verhofstadt.

Sabato caldissimo anche per gli antieuropeisti. Il loro corteo partirà alle 15 da Santa Maria Maggiore in direzione Colosseo. Per l’Italia i più attivi sono Francesco Storace e Gianni Alemanno. «Porteremo la nostra protesta contro il super-Stato burocratico e asservito alla Germania di quest’Europa che ha tradito gli ideali dei Trattati», spiega l’ex sindaco di Roma. Al corteo ci sarà anche una delegazione di “Noi con Salvini”.

Chi ha paura di Raffaele Marra

segnalato da Barbara G.

Le inchieste dell’Espresso hanno fatto luce sul sindaco-ombra di Roma. Ma ci sono ancora molti segreti da svelare. Come quelli che hanno permesso a Virginia Raggi di scalare il M5S della Capitale

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica.it, 26/12/2016

Come in un domino la caduta agli inferi di Raffaele Marra rischia di far saltare una testa dopo l’altra. Al Comune di Roma. Nel Movimento 5 Stelle. Tra gli imprenditori romani con cui il braccio destro di Virginia Raggi faceva affari d’oro. All’Enasarco, dove la moglie dell’ex finanziere ha comprato la casa con lo sconto. Persino a Malta, dove gli inquirenti hanno individuato la sua seconda casa e dove forse si nasconde il tesoro di Raffaele e i suoi fratelli.  L’inchiesta giornalistica dell’Espresso iniziata a settembre ha infatti portato all’arresto di un dirigente che non era solo il «vero sindaco della città», come molti lo chiamavano in Campidoglio. Era anche il centro di reti e affari poco chiari, e dominus di manovre politiche che adesso rischiano di travolgere non solo la Raggi. Ma pure chi, tra i grillini, ha permesso l’ascesa dell’ex praticante dello studio Previti, e di coloro che l’hanno protetta strenuamente in questi primi difficili mesi da sindaca.

Andiamo con ordine. La domanda da un milione di euro che si stanno facendo tutti, compresi i magistrati della procura di Roma, è una soltanto: perché Virginia si è legata a triplo filo con Raffaele Marra, immolandosi per lui anche dopo gli articoli che scoperchiarono gli incredibili affari immobiliari tra il suo braccio destro e l’imprenditore della Casta Sergio Scarpellini?

Finora nessuno nei 5Stelle ha dato una risposta. Né il primo cittadino della Capitale, che non parla con i giornalisti se non attraverso post su Facebook e conferenze stampa senza domande, né i big del Movimento. Le ipotesi sul campo sono tante. L’ex capo dell’avvocatura del Campidoglio Rodolfo Murra ha detto ai pm di «aver sempre pensato che alla base» del rapporto tra Marra e il duo composto dalla sindaca e dal suo oggi non più vice Daniele Frongia potesse esserci «un ricatto». Non ha specificato quale. È un fatto che l’ex capo di gabinetto Carla Raineri abbia scritto in un esposto che l’allora suo vice Marra, quando capì che lei avrebbe chiesto di allontanarlo dagli uffici dello staff della Raggi, le urlò in faccia: «Non mi farò cacciare senza reagire, se parlo io qualcuno tremerà». Marra ha solo millantato segreti inconfessabili o li ha davvero usati per far fuori Raineri e l’ex assessore al Bilancio Claudio Minenna?

Altri invece sostengono che Marra fosse «imprescindibile» perché l’unico nel cosiddetto “raggio magico” «in grado di scrivere un atto amministrativo». Qualcuno, nei Cinque Stelle, fa risalire il patto di ferro tra Raggi e Marra al 2014, quando l’ex superdirigente assunto in Comune da Gianni Alemanno (lo fece suo delegato al dipartimento delle Politiche abitative e poi direttore dello stesso ufficio e di quello della Casa) era ormai finito in un cantuccio dopo l’arrivo della giunta Marino. Capo di un ufficio dedicato alle Partecipazioni e poi spostato agli ininfluenti rapporti con le associazioni dei consumatori, è certo che Marra stringe amicizia prima con Frongia (pare lo abbia addirittura aiutato a scrivere alcuni capitoli del libro “E io pago” sui conti di Roma) poi con Virginia. Presentandosi a loro come il Virgilio che li avrebbe guidati nei complessi e oscuri meandri del Comune di Roma.

All’inizio del 2016 il sodalizio è ormai indissolubile. Al terzetto si aggiunge Salvatore Romeo, un funzionario di medio livello che lavorava come secondo di Marra e che diventerà segretario politico della sindaca. Il quinto uomo, finora rimasto laterale alle cronache, si chiama Gianluca Viggiano. L’ombra di Marra, ex finanziere come lui, che lo ha seguito silenzioso nella scalata al Campidoglio, da ufficio a ufficio: oggi è ancora capo delle risorse umane. Un ruolo molto delicato, anche perché Viggiano ha preso il posto di Laura Benente, la dirigente cacciata perché osò negare a Marra l’autorizzazione di una trasferta a Bruxelles (pagata dal Comune).

L’amico di Scarpellini e di Franco Panzironi («è una brava persona», ha detto a novembre Marra parlando dell’ex ad di Ama ora imputato per mafia Capitale) ha però puntato su un cavallo che non sembra quello vincente: alle “comunarie” organizzate dalla Casaleggio Associati per scegliere il candidato sindaco per il Movimento, l’uomo da battere è infatti Marcello De Vito, che ha fatto il capogruppo dei grillini in consiglio comunale per due anni. Tra fine 2015 e inizio 2016, però, il vento cambia improvvisamente direzione, girando a poppa della barca su cui sono saliti i “quattro amici al bar”, come si autodefiniscono Marra, Romeo, Frongia e Virginia in un gruppo privato su WhatsApp. Non grazie a un colpo di fortuna. Ma perché Raggi e Frongia vengono in possesso di un dossier fasullo contro De Vito che di fatto ne affosserà la candidatura.

Dentro ci sono accuse gravi. Soprattutto una: l’attuale sindaco e il suo ex vice Frongia, davanti a consiglieri comunali e alcuni parlamentari grillini da loro convocati come Alessandro Di Battista, “processano” il collega, reo – questo il sospetto – di aver compiuto un abuso d’ufficio. «De Vito ha fatto un accesso agli atti per conto di un privato cittadino», attaccano. Sventolando un parere legale (non lo faranno vedere mai) e spiegando che la segnalazione del presunto abuso era arrivata dall’Ufficio condoni del dipartimento Urbanistica.

Per settimane De Vito viene messo sulla graticola a causa del dossier costruito da mani abili. Tutti gli iscritti che possono votare sulla piattaforma ne vengono messi a conoscenza. Nonostante sostenga la sua innocenza, la sua candidatura inevitabilmente si indebolisce, mentre quella della Raggi si consolida. Quando De Vito riuscirà a dimostrare che le accuse sono completamente fasulle (ogni consigliere comunale è abilitato a compiere accessi agli atti, in cerca di eventuali illeciti), è ormai troppo tardi: la macchina del fango ha funzionato, e lui prende pochi voti. La Raggi (che incamererà al secondo turno anche i voti di Frongia) lo sbaraglia e vince le comunarie. È febbraio. I sondaggi danno qualsiasi candidato di Grillo come sicuro nuovo sindaco di Roma. Raggi, Frongia, Romeo e Marra possono festeggiare.

È un fatto che Alessandro Di Battista conoscesse la storia di quell’incartamento contro De Vito: era presente a una delle riunioni a porte chiuse. Ed è certo che anche Luigi Di Maio abbia difeso Raggi nonostante le inchieste della stampa: mentre gli “ortodossi” del movimento come Roberto Fico, Paola Taverna, Carla Ruocco e soprattutto Roberta Lombardi cercavano di convincere Grillo e Davide Casaleggio dei pericoli che avrebbero creato Virginia e i suoi pretoriani (non dimentichiamo l’indagata ed ex assessore all’Ambiente Paola Muraro) all’intero movimento, Di Maio e Di Battista la difendevano a spada tratta. In ogni modo. «Ora traballano. Politicamente sono deboli come non mai: se Marra parlasse e inchiodasse definitivamente la sindaca alle sue responsabilità politiche, dovranno fare non uno, ma due passi indietro», spiega un deputato che crede che sarebbe stato molto meglio, per il futuro del Movimento, togliere subito il simbolo alla Raggi.

Il domino, però, può far cadere altre tessere. La procura vuole infatti indagare a 360 gradi. Sicura che sia Marra sia Scarpellini abbiano molto da nascondere, e poco da perdere. Nel mirino c’è la storia della nomina e del contratto di Salvatore Romeo, che si è messo in aspettativa ed è stato riassunto dalla Raggi con uno stipendio triplicato. E fonti giudiziarie spiegano che potrebbero essere analizzati anche i finanziamenti privati della campagna elettorale: la Raggi ha raccolto 225mila euro di contributi, in gran parte attraverso donazioni inferiori ai cinquemila euro. L’Espresso ha chiesto al M5S la lista dei nomi, ma senza successo: per la legge non è obbligatorio, sotto quella soglia, rivelarli al pubblico, e così sono rimasti finora sconosciuti. Probabilmente non ci sarà nulla di rilevante (notiamo come lo studio legale Sammarco si è attivato per favorire la raccolta fondi per la candidata), ma da chi fa lezioni un giorno sì e l’altro pure sulla necessità di trasparenza totale da parte dei partiti (vedi gli attacchi per le cene elettorali del Pd pagate da Salvatore Buzzi e sui soldi della fondazione di Renzi) ci si aspetterebbe maggiore coerenza.

Non sappiamo, invece, se i magistrati vorranno approfondire altre vicende intrecciate alla carriera e ai business di Marra. L’acquisto della casa dell’Enasarco da parte della moglie Chiara Perico, di certo, è sospetto: non solo perché comprata con due assegni di Scarpellini, ma anche perché nel 2008 – quando la Fondazione controllata dal ministero del Lavoro decide di vendere i suoi immobili – la Perico non era ancora inquilina dell’appartamento: cambierà residenza solo un anno dopo, a fine 2009. Come mai i dirigenti dell’Enasarco, invece di vendere quell’appartamento a prezzo di mercato, hanno permesso alla moglie di Marra prima di entrare in affitto e poi di comprare una casa da 160 metri quadri a 370 mila euro con il 40 per cento di sconto?

Non solo. I magistrati, grazie all’analisi dei conti correnti di Marra, vogliono indagare anche sulla compravendita di barche attraverso società maltesi, e poi su alcune vincite al Lotto. «Marra è stato beneficiario di alcuni assegni bancari per una somma complessiva di 30 mila euro emessi da agenzie partner della società di scommesse Snai a fronte di presunte vincite», scrive la Uif antiriciclaggio di Bankitalia. Le società sono la Ippica Talenti (per circa 21 mila euro) la Ge.Pe per 1.168 euro e la Laurentina Srl per 7 mila e 446 euro. È una fortuna sfacciata al gioco, quella di Marra, o c’è qualcos’altro dietro?

Non sappiamo nemmeno se la procura di Roma approfondirà la vicenda dei contratti da milioni di euro sottoscritti da Marra a favore di Fabrizio Amore, un imprenditore oggi indagato in una delle inchieste su mafia Capitale. Un costruttore che nel dicembre del 2008 e nel luglio del 2009 grazie a convenzioni a trattativa diretta firmate da Marra in persona, allora capo del dipartimento delle Politiche abitative, riuscì a mettere a segno un colpo da maestro: affittare al comune capitolino prima un palazzo a via Giacomini poi 96 appartamenti di medio taglio in periferia a un costo medio per abitazione di 2.256 euro al mese, il prezzo di una casa da 150 metri quadri in centro. Finora i contratti (firmati da società italiane controllate da fiduciarie del Lussemburgo) hanno fruttato ad Amore circa 17 milioni di euro.

È certo, invece, che a Malta sono già in tanti a tremare. I magistrati hanno fatto una rogatoria internazionale per scoprire se dietro conti e società maltesi che compaiono nelle carte di Bankitalia su Raffaele si nascondano altri illeciti. L’isola è la seconda casa di Raffaele. Non solo perché la moglie si è trasferita lì con i figli nel 2015 (ancora ignoti i motivi, i due sono ancora sposati e lui andava sull’isola quasi ogni weekend), ma perché il fratello di Raffaele, Catello, a Malta ha creato negli anni un piccolo impero economico. Anche lui ex finanziere implicato a fine anni ’90 in un’inchiesta su concorsi truccati per entrare nella Gdf (riuscì a cavarsela con la prescrizione dei reati), il fratello maggiore di Raffaele si trasferì sull’isola dopo la disavventura diventando “governatore” di una strana organizzazione chiamata “Corrispondenti diplomatici”.

Abbiamo parlato con un ex adepto del gruppo, che ci ha spiegato che l’organismo gestisce un sacco di soldi: per affiliarsi bisogna sborsare da 7.500 euro a 10.000 (i conti correnti sono della Bank of Valletta e un c/c postale italiano di cui l’Espresso ha il numero), la divisa con mostrine costa sui mille euro, mentre le placche di metallo (tipo corpo diplomatico) da attaccare sull’auto sono gratuite. Catello, Raffaele e Renato (il terzo Marra promosso di recente al dipartimento del turismo del comune di Roma, anche la sua nomina è sotto la lente d’ingrandimento) sono legatissimi, e spesso Raffaele è ospite degli eventi dei “Corrispondenti”. Non solo. Nell’isola esiste un anche un “Sovranordine di san giuovanni di geruslemnme” che fa il verso ai Cavalieri di Malta. È gestito da Catello, che si mostra spesso vestito a festa in ville da mille e una notte, tra belle donne (molte le foto con la show girl Ramona Badescu) e uomini in ghingheri.

C’è una terza associazione gestita da Catello, Italy for Malta, di cui risultano agit prop anche personaggi come Angelo Grillo, casertano e titolare di aziende operanti nel settore della pulizia di ospedali e uffici pubblici e della raccolta dei rifiuti, dal 2013 considerato dai pm vicino al clan Belforte, poi ristretto al 41bis e nel 2016 condannato per un omicidio di camorra.

Catello a Malta è proprietario anche di un ristorante (il Parthenope di San Julian, stessa località dove si è trasferita la Perico) e di un altra società che vende mozzarelle di bufala: si chiama La Bufala Ltd, di cui lui stesso era direttore fino al 2016. Un’azienda passata in un anno da un capitale sociale di 1200 euro a quasi 360 mila euro. Non solo: da controlli documentali risulta che il fratello maggiore di Raffaele sia il manager di una società, la Summer Sensation Limited, controllata da un trust (la Elise Trustees Limited), di cui i soci sono però schermati.
Sui business di Catello non tramonta mai il sole: alla Camera di Commercio di Miami risulta numero uno della misteriosa “Nosky”, una spa di import-export, insieme al figlio Manuel Marra e a Mario Russo. Ora il governo maltese sembra voler collaborare con le autorità italiane: è probabile che l’analisi dei conti correnti riservi altre sorprese. E che lo tsunami partito dalle nostre inchieste su Marra possa investire non solo Roma, ma anche a latitudini più lontane.

M5S, trasparenza impone di prevenire domande e critiche

di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano, 03/09/2016

 

Triskel182

È il caso che Virginia Raggi e il Movimento 5 Stelle di Roma si ricordino in fretta il motivo per cui hanno vinto. I tanti elettori che li hanno votati non erano solo nauseati dall’operato delle precedenti giunte di destra e di sinistra. Dai pentastellati i cittadini si aspettavano, e ancora si aspettano, un deciso cambio di registro rispetto alle logiche di potere che da sempre governano i partiti. Pretendevano, e pretendono, scelte cristalline da parte dell’amministrazione, fatte nella convinzione di favorire l’interesse generale e non questa o quella corrente del Movimento.

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