Russia

Siria come la Polonia

segnalato da Barbara G.

Il leader druso Jumblatt: Usa e Mosca già d’accordo
di Giordano Stabile – lastampa.it, 02/03/2016
«Stiamo per assistere alla spartizione della Siria. Come la Polonia nel 1939. Stati Uniti e Russia si sono già messi d’accordo. Si parla di soluzione federale. Ma sarà un federalismo mediorientale. Settario. La guerra non finirà mai davvero». Walid Jumblatt, leader storico dei drusi, a 66 anni è ancora un King Maker del Libano. Riceve nel palazzo di famiglia a Clemenceau, nel cuore di Beirut, con indosso il suo solito giubbotto di pelle nera. Sotto il pergolato nel cortile, davanti ai due leoni assiri in marmo che vegliano all’ingresso della casa, si sente il peso particolare della storia in Medio Oriente: «E il Libano? Ormai è una provincia dell’Impero persiano».

Presidente Jumblatt, chi ha vinto in Siria?  

«Chi è intervenuto direttamente. Chi ha mandato uomini sul terreno. L’appoggio degli iraniani, dei loro alleati libanesi Hezbollah, e dei russi, è determinante. Il regime sta vincendo. La tregua non significa molto. Non ci sarà mai una vera pace, ma una spartizione su base confessionale e settaria. Cioè un conflitto senza fine».

Chi l’ha decisa?

«Russi e americani si sono messi d’accordo alle spalle del popolo siriano. Parlano di Stato federale ma è come la Polonia nel 1939, un pezzo a me e un pezzo a te. I curdi avranno la loro parte, gli alawiti la loro, e poi i sunniti. Drusi e cristiani sono alleati di complemento. Circola già una mappa realizzata dalla Rand Corporation, che dice tutto. Ma la Siria non esiste più. Un Paese distrutto, dieci milioni di profughi e sfollati».

Poteva finire diversamente?  

«La svolta poteva esserci già nella grande battaglia di Homs, alla fine del 2011. Obama allora diceva: «Bashar al-Assad se ne deve andare». Se ne andrà prima lui dalla presidenza degli Stati Uniti, perché Assad probabilmente vincerà un altro mandato. Allora, all’inizio della guerra, Obama doveva fornire ai ribelli i missili anti-aerei, anti-elicotteri. I famosi Stinger che hanno sconfitto i sovietici in Afghanistan. Non l’ha fatto e ora ha perso».

Ma la tregua appare fragile, Turchia e Arabia Saudita non sembrano molto d’accordo con la linea russo-americana.

«L’unico pericolo serio lo vedo da parte della Turchia, che si è ritagliata una sorta di sua enclave nel Nord della Siria e vuole mantenerla. Se c’è un rischio di escalation del conflitto, di scontro diretto fra potenze, è fra russi e turchi».

La Siria è però parte della grande guerra fra sunniti e sciiti in Medio Oriente. Ci sono rischi per il Libano?  

«La coalizione russo-iraniana sta vincendo, perché gli avversari non sono sul terreno. Gli iraniani sono più forti, tutto qui. Anche in Libano, con i loro alleati».

E il Libano aspetta un presidente da 21 mesi.  

«C’è il fronte filo-sunnita e il fronte filo-sciita, con Hezbollah. Per questi ultimi va bene così, non hanno fretta di avere un nuovo presidente. In questo momento il campo di battaglia principale è la Siria. Il Libano è un campo di battaglia secondario. Ma siccome il regime siriano con l’aiuto dei russi e degli iraniani si sta rafforzando, vedremo una crescente pressione della Siria sul Libano. Torneremo a essere un satellite della Siria».

Può sopravvivere il Libano in questa situazione?  

«È sopravvissuto. La gente si è abituata. Non possiamo farci nulla per il momento».

Vede un rischio di nuova guerra civile?  

«No. Sono più preoccupato della crescente influenza della Siria e dell’Iran. Andiamo verso un maggior isolamento nei confronti del resto del mondo. E la crisi economica è grave. È tutto fermo: il turismo, l’edilizia, gli investimenti. In Libano abbiamo molti giovani di talento. Abbiamo uno dei più elevati livelli di istruzione nel Medio Oriente. Ma siamo troppo divisi. E il sistema premia attraverso criteri settari, politici, famigliari. Non premia il merito. Questo è il nostro maggiore problema».

Lei è il leader storico dei drusi, dello Shuf. È preoccupato per il futuro del suo popolo, anche alla luce di quello che accade in Siria?  

«Sono un libanese prima di tutto. Dobbiamo restare uniti. In questo senso l’accordo fra i due leader cristiani Michel Aoun e Samir Geagea è un buona cosa, va nel senso dell’unità. È la mia linea: essere corretto e onesto con tutti. Almeno fino all’elezione del presidente. Ma quella verrà decisa a Teheran, o a Mosca, non lo so. Siamo parte dell’Impero persiano, ormai».

A proposito di Isis

Attentati Parigi: per sconfiggere l’Isis è meglio essere razionali

di Peter Gomez – ilfattoquotidiano.it, 14 novembre 2015

“Ora saremo spietati su tutti i fronti”, Francois Hollande reagisce così alla carneficina islamista. Ed è comprensibile che lo faccia mentre a Parigi si contano i morti e ci si chiede se qualche terrorista sia ancora in fuga. D’ora in poi però più che spietati è bene tentare di essere razionali. Partendo da una serie di dati di fatto. La guerra con lo Stato Islamico è in corso ed è destinata a durare anni. Nell’opinione pubblica europea sono minoritarie le posizioni di chi, come il presidente della Camera, Laura Boldrini, afferma che “ci sono alternative all’azione militare”. A torto o a ragione, la maggioranza degli europei e dei loro governi dopo il massacro all’ombra della torre Eiffel vuole una reazione. Che prevedibilmente ci sarà.

Partendo da questa constatazione è quindi il caso di avviare una spiacevole riflessione su cosa si può davvero fare in Siria, in Iraq e in Europa. Dal punto di vista militare va ricordato che la guerra allo Stato Islamico non può essere vinta con i bombardamenti. Le bombe possono servire per rallentare l’avanzata dei guerrieri di Al Baghdadi. Ma non li sconfiggono. E anzi, con le centinaia di vittime civili che producono, finiscono per dare nuove ragioni a chi è intenzionato a colpire nel vecchio continente. Il probabile attentato all’aereo di linea russo di una decina di giorni fa e il massacro di Parigi ne sono la dimostrazione. L’Isis cita le operazioni francesi in Siria tra le ragioni che dal suo punto di vista hanno giustificato le azioni. E, verosimilmente, dà per scontati nuovi e più numerosi raid.

Contro il Califfato, se si sceglie la guerra, servono operazioni di terra. Ma se a muoversi fossero solo, o in maggioranza, gli eserciti occidentali il risultato politico sarebbe scontato: una sorta di scontro tra civiltà destinata a radicalizzare fasce sempre più ampie di popolazione mussulmana in tutto il mondo. Anche questo, a ben vedere, è uno degli obiettivi dell’Isis. Coinvolgere gli altri stati islamici è dunque una via obbligata. Ma, va detto chiaro, è pure una via complicatissima. In Iraq gli Stati Uniti non sono finora nemmeno riusciti a ottenere un vero appoggio da parte delle tribù sunnite, hanno speso 500 milioni di dollari per addestrare 60 (sessanta) miliziani siriani in funzione anti stato islamico, e la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Giordania e Arabia Saudita alla coalizione che bombarda i guerrieri è sostanzialmente di facciata. Gli accordi con gli sciiti (che continuano a subire attentati dinamitardi, l’ultimo a Beirut il 12 novembre ha fatto 43 morti) sono poi resi ardui dal loro legame col dittatore siriano Bashar Al Assad, appoggiato da Mosca. È indispensabile, per tentare di mettere assieme il puzzle, che Russia e Stati Uniti finalmente si parlino e trovino una via comune.

Per questo il premier italiano Matteo Renzi ha ragione quando dice che “la battaglia sarà lunga e difficile”. E lo sarà pure per l’Italia visto che il rischio terrorismo nel nostro Paese cresce di giorno in giorno. Roma per l’Isis è un obbiettivo reale. L’esperienza insegna che quello che lo Stato Islamico ha finora dichiarato via internet di volere fare, ha poi tentato di farlo. Spesso, come a Parigi, riuscendoci.

I nostri investigatori e la nostra intelligence, anche in virtù di antiche relazioni con le autorità di una serie di paesi dell’aerea, sono fino a oggi stati particolarmente bravi nel proteggerci. La stragrande maggioranza della comunità musulmana in Italia non vuole poi avere a che fare nulla con i terroristi. Ed è il caso che tutti i partiti politici si rendano conto di come, non per ideologia, ma almeno per convenienza, rafforzare rapporti con i suoi esponenti sia la cosa giusta da fare. Solo chi vive in quel mondo può segnalare i pericoli in essa presenti. Esattamente come è accaduto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta in molte fabbriche italiane dove erano i sindacalisti, gli operai e gli iscritti al Pci a indicare i simpatizzanti dei brigatisti. Oggi si deve seguire la medesima strategia. Ricordando, senza voler lanciare inutili allarmismi, che per 4 volte negli ultimi 5 anni le autorità di paesi dell’Est come la Moldavia hanno scoperto tentativi di vendere materiale radioattivo a gruppi estremisti da parte di organizzazioni criminali. E che, salvo quanto mai opportuni ripensamenti, il Giubileo è alle porte. Come alle porte, o già tra noi, sono gli uomini e le donne dell’Isis.

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Le reclute dell’odio (Quegli assassini della “Scheda S” che crescono nelle banlieue)

di Renzo Guolo – Repubblica.it, 14 novembre 2015 (segnalato da GiuliaPingon)

LA FRANCIA ancora sotto tiro del jihad. Questa volta non più la redazione di un giornale o un ristorante ebraico, comunque simboli direttamente collegabili all’ostilità palese degli islamisti radicali ma bar e locali notturni, considerati dai fanatici luoghi di perdizione e del vizio occidentali. È quella che, dopo l’attacco a un deposito di gas di un “lupo solitario”, avevamo chiamato la jihad della vita quotidiana. La più subdola e pericolosa, perché, nell’intento di generare terrore, colpisce luoghi nei quali non ci si aspetta di essere colpiti dal furore ideologico e la sorveglianza è difficile.

Accade non casualmente, nel giorno in cui in Siria viene colpito Jihadi John, nell’Esagono ormai terra della jihad. Lo dicono i numeri dei foreign fighters transalpini e dei simpatizzanti radicali che non hanno voluto o potuto espatriare. Sono circa millecinquecento i giovani francesi riconducibili alla filiera islamista radicale coinvolti nel conflitto siro- iracheno. L’età media è tra i 15 e i 30 anni. Nel totale sono aumentati, nel 2015, dell’84% rispetto all’anno precedente. I convertiti autoctoni sono circa un quarto del totale: il 22% degli uomini, il 27% delle donne. I francesi che si trovavano nelle zone di combattimento all’inizio del 2015 erano 413 fra cui 119 donne. In 261 hanno lasciato la regione: 200 dei quali per tornare in Francia. Alla metà del 2015 erano 126 i caduti in combattimento. Cifre che facevano presupporre quello che è accaduto Le partenze sarebbero verso Siria e Iraq state molte di più se senza l’azione di prevenzione delle forze di sicurezza, che hanno fermato centinaia di persone prima che partissero, e i colloqui “dissuasivi” avviati dalla Dcri, i servizi d’informazione interni, mirati a fare sentire al potenziali jihadisti il fiato sul collo dello Stato. Un panorama ancora più problematico, se lo sguardo si allarga ai titolari di una scheda “S”, sigla che indica quanti sono ritenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato: sono oltre cinquemila gli islamisti radicali che ricadono in questa classificazione. Cifra che impedisce una sorveglianza necessariamente indirizzata verso individui il cui grado di pericolosità viene ritenuto elevato. Non è casuale che alcuni degli autori degli attentati che, a partire dal 2012, hanno periodicamente colpito il paese, fossero titolari di una fiche “S”.

Questa terribile istantanea, che fissa numeri da brivido, fa comprendere come il livello di rischio sia enorme in Francia. Da tempo l’Is rivolge particolare attenzione all’Esagono, come ricorda la rivista

Dar Al Islam, edita da Al Hayat e specificamente rivolta al mondo francofono. Il fatto che l’Isis pubblichi una rivista in francese, testimonia l’importanza assegnata nella sua strategia alla penetrazione tra i musulmani francesi e francofoni. Dopo gli attentati a Charlie Hebdo la copertina di un numero della rivista, che ritraeva la Torre Eiffel, era titolata Allah maledica la Francia”. All’interno, oltre un articolo sul dovere di attaccare chi insulta il Profeta, un omaggio al “Soldato del califfato” Koulibaly, con la giustificazione religiosa del suo operato e un pezzo sull’inimicizia storica tra la Francia e l’islam. Alla Francia “crociata” gli jihadisti imputano il ruolo avuto nei conflitti in Afghanistan, Iraq, Siria e Mali. Ma la colpa si estende anche al passato, dal momento che, per gli islamisti radicali, la pesante eredità coloniale di Parigi ha prodotto deculturazione e secolarizzazione, anche nei paesi della Mezzaluna decolonizzati.

Odio e reclutamento prosperano per il diffondersi a livello globale dell’ideologia radicale. Ma nel caso francese si nutre anche di un malessere tutto transalpino. La situazione esplosiva nelle banlieue; la mancata integrazione, in assenza di politiche pubbliche falcidiate dalla crisi del welfare, dei giovani che le popolano. Il difficile rapporto tra i banlieusardes e le forze di polizia nei quartieri difficili, in un contesto nel quale la vita di strada ne fa presto clienti fissi di commissariati e tribunali. Naturalmente, tutto ciò non giustifica in alcun modo lo stragismo sanguinario che colpisce un paese che si vuole brutalmente terrorizzare con la violenza. Con le conseguenze sul piano della deriva xenofoba e delle torsioni della democrazia che si possono immaginare. Sparando sulla folla, gli jihadisti cercano una drammatica semplificazione del campo secondo la logica amico/nemico. Nell’intento di chiamare alle armi sempre più sostenitori in uno scontro che, nonostante la reazione che si profila all’orizzonte, non pare volgere al termine in tempi brevi.

Vola vola F35

segnalato da Barbara G.

Notizia di ieri: il primo F35 assemblato in Italia ha fatto il suo primo volo di prova.

“L’aereo ha eseguito il test in maniera eccellente e senza alcun imprevisto”, ha commentato il ‘test pilot’ di Lockheed Martin Bill “Gigs” Gigliotti, che è decollato alle 13.05 per un volo di prova di un’ora e 22 minuti. “Sono onorato – ha dichiarato Gigliotti – di aver volato con l’AL-1 nel suo volo inaugurale e sono grato al team di Cameri che mi ha affidato un aereo fantastico. Prevediamo grandi risultati da qui alla consegna del velivolo, prevista entro la fine dell’anno”. Altri test sono previsti nelle prossime settimane, quando l’aereo verrà sottoposto alle ultime regolazioni e sarà quindi pronto per la consegna. Ad inizio 2016 dovrebbe essere pronto anche il secondo F-35. Entrambi i velivoli attraverseranno poi l’Atlantico per arrivare in Arizona, dove verranno utilizzati per l’addestramento dei piloti italiani.

Che l’aereo si sia “comportato bene” in un volo di prova mi sembra il minimo. Ma, anche dimenticando per un momento che “l’Italia ripudia la guerra” e che questo invece è un aereo da attacco, e che i soldi spesi per acquistarli (e quelli che varranno spesi per manutenzione) potrebbero essere utilizzati per fini più nobili… siamo sicuri che questo aereo sia funzionale allo scopo per il quale è stato progettato?

Diciamo che qualche dubbio c’è…

Riporto due articoli, il primo di Vignarca (Rete disarmo) da altreconomia, il secondo da “il manifesto” con le preoccupazioni degli americani. Negli articoli originali potete trovare anche link a notizie correlate.

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LE FATICHE DELL’F35

Nel luglio di quest’anno dovrebbe essere dichiarata la prima operatività degli aerei in versione B, quella a decollo corto ed atterraggio verticale

Secondo un report ufficiale ottenuto dal blog “War is boring”, il nuovissimo e costosissimo caccia -sul quale hanno scommesso diverse aeronautiche- s’è dimostrato in scontro ravvicinato chiaramente inferiore ad un jet come l’F-16, sviluppato negli anni ’70 del Novecento.

di Francesco Vignarca – altreconomia.it, 01/07/2015

Grazie all’ottimo lavoro di David Axe per il suo blog “War is boring” su medium.com in queste ore stanno circolando i commenti di un pilota militare che avuto l’opportunità di salire sul caccia F-35 prodotto dalla Lockheed Martin.

Il giudizio è davvero negativo e dovrebbe far sobbalzare dalla sedia più di un sostenitore del caccia americano: il nuovo cacciabombardiere ancora in sviluppo non sarebbe in grado di deviare lateralmente e prendere quota abbastanza velocemente da permettergli di colpire un aereo nemico in combattimento. E nemmeno per essere in grado di evitare fuoco ostile.

Considerazioni pesanti e nette che, secondo un report ufficiale ottenuto da“War is boring” derivano da esperienze svolte durante un test di inizio 2015 in cui sono stati simulati anche combattimenti diretti, definiti in termine tecnico “dogfight”, con un vecchio F-16. Uno di quegli aerei che il nuovo F-35 dovrebbe andare a sostituire nei prossimi anni nell’ambito delle aeronautiche militari di diversi Paesi.

I due jet sono stati coinvolti in esercitazioni di scontro che l’Air Force Usa ha implementato specificamente per testare le capacità del JSF in un combattimento a corto raggio comprendenti anche alti “angoli di attacco” e situazioni di configurazione avvicina definite “aggressive”. Per il pilota dell’F-35 il risultato è stato evidenziare tutti i principali problemi di design e sviluppo del nuovo caccia. Secondo Axe, che ha potuto visionare direttamente il report, le cinque pagine scritte dal pilota sono “una litania di critiche aerodinamiche nei confronti dello scomodo JSF”.

Nel valutare le considerazioni espresse va inoltre notato come le configurazioni dei due aerei fossero differenti: mentre l’F-35 era in una situazione più “leggera” e senza carico di bombe, l’F-16 era al contrario in una condizione di alto carico complessivo e quindi sicuramente in una situazione di svantaggio aerodinamico forte per un tipo di combattimento del genere. Secondo il pilota che ha condotto il test non ci sarebbe alcun motivo valido per infilarsi in un continuato scontro di manovre ravvicinate con un altro aereo, trovandosi ai comandi di un F-35. Il problema è che forse questo sarebbe l’obiettivo di un eventuale nemico, soprattutto se diventasse ancora più esplicito e conclamato questo punto debole.

Solo in un caso, ponendosi ad angoli di attacco estremi, il caccia F-35 è risultato efficace nell’attaccare l’aereo avversario, ma con una manovra così delicata e divoratrice di energia da lasciare il pilota senza alcuna opzione successiva una volta effettuata. In pratica il caccia dal costo multimilionario avrebbe “un solo colpo” a disposizione in un eventuale scontro ravvicinato.

In realtà questi problemi non sono novità: da tempo diversi commentatori hanno sottolineato la debolezza dei velivoli Joint Strike Fighter in condizioni di scontro ravvicinato. Io stesso ho condotto un’analisi precisa in tal senso nel libro “F-35 l’aereo più pazzo del mondo”, facendo eco ad un’analisi della Rand Corporation già del 2008: “il caccia F-35 non può girare, non può salire, non può correre”.

La differenza ovvia delle critiche odierne risiede nella provenienza: un documento ufficiale dell’Air Force statunitense scritto da un pilota che ha provato direttamente a volare sul caccia. E con sottolineature soprattutto sull’ambito direttamente militare del problema, certamente derivante da una fallimentare situazione tecnica (ricordiamo in particolare il limite di peso ormai già raggiunto da tutte le versioni del caccia). E senza dimenticare gli usuali dettagli comici: il pilota ha addirittura avuto difficoltà a muoversi nella cabina di pilotaggio per le eccessive dimensioni dell’elmetto.

Il risultato in definitiva è che il nuovissimo e costosissimo F-35 (aereo su cui hanno scommesso tutto diverse aeronautiche) s’è dimostrato in scontro ravvicinato chiaramente inferiore ad un jet come l’F-16, sviluppato negli anno ’70 del Novecento.

I fautori del programma Joint Strike Fighter sicuramente cercheranno di replicare a queste clamorose affermazioni dicendo che il cacciabombardiere sognato come “stealth”, cioè invisibile ai radar, è stato sviluppato per poter colpire a distanza. Peccato che questo tipo di tecnica di combattimento (chiamata BVR Beyond Visual Range) ad oggi rimanga solo un bel sogno nei manuali di tattica militare aeronautica e che invece il tipo di missioni sempre di più previsto nei conflitti di oggi e del prossimo futuro preveda soprattutto un contatto diretto con aerei nemici.

Le preoccupazioni per Lockheed Martin ed amici del Pentagono sono quindi destinate a crescere, perché anche il “timing” di queste rivelazioni risulta essere per loro molto problematico. Secondo i programmi infatti proprio in questo luglio 2015 dovrebbe essere dichiarata la prima operatività iniziale degli aerei in versione B, quella a decollo corto ed atterraggio verticale, sviluppata per in particolare per il Corpo dei Marines e per le portaerei. Una corsa contro il tempo e contro i problemi tecnici se pensiamo che un Report dello scorso marzo del Direttore delle operazioni di valutazione del Pentagono (DOT&E) ha evidenziato come la situazione oggettiva non rendeva possibile un tale passo, atteso da molto e fondamentale per lo sviluppo dei prossimi anni di produzione dell’aereo. Non per nulla Lockheed Martin sta lavorando a marce forzate e solo lo scorso 22 giugno ha fornito all’USMC l’ultimo aggiornamento del sistema ALIS (Autonomic Logistics Information System) cioè il “cervello dati” di tutti i JSF e la componente chiave non solo per raggiungere davvero le capacità operative iniziali (IOC) ma anche per rendere gli F-35 l’aereo di superiorità promesso.

Sembra però che l’F-35 non sia pronto per il suo palcoscenico naturale, cioè un vero combattimento, e nemmeno per qualche vetrina prestigiosa. Lo dimostra anche l’assenza al recentissimo salone aeronautico militare di Le Bourget a Parigi, “buco” che fa il paio con la clamorosa e discusso forfait dell’ultimo minuto alla fiera di Farnborough nel Regno Unito dello scorso anno.

Una collezione di brutte figure che, purtroppo, (anche) noi stiamo continuando a pagare. Con un conto salato.

Vedi anche

In Parlamento tornano gli F-35: dimezzamento all’orizzonte?

F-35: i costi di mantenimento sono fuori controllo

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ANCHE LA DESTRA AMERICANA VUOLE ABBATTERE L’F35

di Matteo Bartocci – ilmanifesto.info, 25/07/2015

L’F35 è la «peggiore minaccia alla sicurezza degli Stati uniti da trent’anni a questa parte». Sono sempre di più i falchi repubblicani ipercritici con il progetto dell’aereo più costoso della storia.

Sulla ultraconservatrice National Review un articolo che ripercorre tutti i difetti del caccia che l’Italia si è impegnata ad acquistare senza discussioni. La critica? Costa troppo e non funziona La «peggiore minaccia alla sicurezza degli Stati uniti da trent’anni a questa parte» non è l’ultima portaerei cinese, i silenziosi sottomarini diesel nordcoreani o i satelliti spia russi, è… l’F35. Un «programma ingestibile, insostenibile e che non raggiungerà mai i suoi obiettivi militari», «staccare la spina a questo pericoloso spreco di denaro non avverrà mai troppo tardi». Non sono slogan della campagna presidenziale del socialista democratico Bernie Sanders, ma parole di Mike Fredenburg, fondatore dell’Istituto Adam Smith di San Diego, una penna ferocemente conservatrice.

Considerazioni tanto più interessanti visto il pulpito da cui provengono, il sito dell’americana National Review, magazine della destra repubblicana dal 1955. Una rivista reaganiana, libertaria, liberista e ultra-conservatrice, che considera i sindacati un puro «strumento socialista» e l’Onu una trovata diplomatica delle élite liberal. Tra i principi dichiarati dalla redazione la «lotta senza sosta alla crescita del governo federale» e la guerra senza quartiere al comunismo, una «utopia satanica con cui è impossibile coesistere».

Insomma, mentre in Italia il dibattito sull’F35 è stato insabbiato dietro le coltri del «Libro bianco sulla Difesa» e il parlamento osserva inerte la partecipazione tricolore a questo strumento di guerra e immane spreco di risorse, negli Usa l’«aereo del futuro» è criticato ferocemente soprattutto dalla destra.

L’articolo di Fredenburg sulla National Review ripercorre tutte le promesse mancate dalla Lockheed Martin, i dubbi a mezza bocca dei generali, i difetti ripetuti nei progetti, le critiche delle varie analisi indipendenti che in vent’anni hanno esaminato il programma.

Secondo stime ufficiali del 2013, lo sviluppo dell’F35 e il suo mantenimento operativo per i prossimi 55 anni costeranno 1.500 miliardi di dollari, «il più costoso sistema di armamenti della storia dell’umanità». E alla fine – osserva spietato Fredenburg – avremo «un aereo più lento dell’F14 Tomcat del 1970, meno manovrabile dell’A6 Intruder di quarant’anni fa, con una performance operativa paragonabile a quella dell’F4 Phantom del 1960», «un aereo che in recenti test di combattimento ha perso perfino contro l’F16».

Un caccia che non caccia

Le rivelazioni su questo test sono apparse su Medium pochi giorni fa. Il combattimento simulato F16 contro F35 risalirebbe al 14 gennaio 2015, sopra l’oceano antistante la base dell’Air Force a Edwards, California.

L’F35A (designato col codice AF-02 e dotato di tecnologia stealth di serie) doveva intercettare e abbattere un normale F16D, uno degli aerei che dovrà sostituire, a un altitudine compresa tra 3mila e 9.500 metri. Le cinque pagine del rapporto del pilota descrivono l’aerodinamica del nuovo aereo sostanzialmente come un «cancello» inguidabile, incapace di abbattere il «nemico» e anzi, alla fine, destinato a essere abbattuto.

Secondo il collaudatore, l’F35 ha una sola manovra in cui è stato superiore all’F16. Sfortunatamente, questa consuma talmente tanta benzina che si tratta di una sola pallottola, poi al malcapitato non resterebbe che scappare più velocemente possibile con la coda tra le gambe. Alla fine, il collaudatore certifica che in combattimento ravvicinato l’F35A è inferiore all’F15E degli anni Ottanta.

Un programma mefistofelico

I ritardi ormai sono leggendari. Deciso dall’amministrazione Clinton nel gennaio 1994 come unico aereo per tutta le forze Usa, il programma dell’F35 o Joint Strike Fighter doveva entrare in produzione operativa nel 2010, poi nel 2012, ora nell’aprile 2019 (ma alcune funzioni sono attese dal 2021). Tutti sanno che questa data difficilmente sarà rispettata.

Ad oggi, il motore dell’F35 può prendere fuoco, ha problemi di aerodinamica (viste le funzioni richieste dai vari generali non ha ancora un design e un assetto stabili), presenta gravissimi problemi al software, al casco del pilota, ai sensori del radar, al sistema elettrico (a 270 volt, unicum nell’aviazione), alla mitragliatrice, all’alimentazione e all’espulsione sicura del carburante (infatti ancora non può essere rifornito in volo), al raffreddamento del motore e perfino alle gomme!

L’aereo è talmente sensibile ai fulmini (se colpito potrebbe esplodere sia in volo che parcheggiato a terra) che il Pentagono ne ha ufficialmente proibito l’utilizzo entro 30 chilometri da un temporale (tutto ufficiale, riassunto qui).

Il software a bordo dell’F35 ha 8 milioni di linee di codice. Per capirci, lo Space Shuttle della Nasa ne aveva 400mila. Una quantità di informazione pari a 16 volte quella contenuta in tutta l’Enciclopedia Treccani. Ma il totale del software necessario in volo e a terra è pari a 30 milioni di linee di codice. Inevitabili, sono già migliaia i «bug» di sistema difficili da scovare e risolvere.

Per dire l’ultima, soltanto il 22 luglio scorso è partita la sperimentazione sul campo della mitragliatrice da 25mm. In un aereo stealth completamente liscio, infatti, la semplice apertura del foro della mitragliatrice interna è un inedito tutto da verificare.

L’arma più costosa della storia, privatizzata

Secondo i sempre più numerosi critici (anche militari e insospettabili, per esempio l’aviazione israeliana), il progetto è partito malissimo.

Questo circolo vizioso di vecchi e nuovi problemi porta a costi di manutenzione letteralmente stratosferici: dai 32mila dollari per ora di volo preventivati si è passati a un più realistico 68mila dollari l’ora. Ma la Difesa americana non è in grado di fare la manutenzione a un oggetto così complesso, perciò è già messo in conto il ricorso totale ai contractor fino alla fine del secolo. Una manna per Lockheed Martin, Northrop Grumman, Pratt & Whitney e il loro indotto.

Nei 400 miliardi fin qui preventivati dagli Stati uniti, non sono inclusi inoltre:

  • i maggiori costi per risolvere i problemi sopra sintetizzati
  • tutti gli armamenti e munizioni
  • l’adattamento al trasporto di bombe nucleari
  • l’adattamento per serbatoi esterni di carburante
  • e nemmeno l’integrazione e la comunicazione con la flotta di F15, F16 e F22 esistente!

In breve, è l’aereo nudo e crudo. Solo questo elenco di migliorie potrebbe portare a maggiori costi per 68 miliardi di dollari, pari al costo finale di tutto il programma per l’F22.

Nel progetto del 1994, ogni aereo doveva costare tra 28 e 35 milioni di dollari a seconda delle versioni (45 e 61 milioni in dollari attuali). Non a caso, invece, le stime attendibili più recenti parlano di un costo ad aereo tra i 190 e i 270 milioni di dollari, il quintuplo.

Ma la Russia è in vantaggio

L’F35 è uno strumento di guerra tra grandi potenze. Se alla fine il Pentagono acquisterà davvero tutti gli aerei ordinati, gli Usa avranno una flotta 15 volte più grande della Cina. Ma la loro «superiorità aerea» strategica mondiale sarà tutt’altro che garantita.

Secondo gli analisti militari citati da Fredenburg, infatti, la Russia è già molto più avanti: il suo Sukhoi Su-35S di quarta generazione (finirà i test quest’anno) «è più veloce, ha un raggio operativo più ampio e porta il triplo dei missili».

Il futuro PAK T-50 stealth (previsto per il 2018) sarà ancora migliore. I «nemici», infatti, hanno già preso le contromisure, visto che il programma dura da vent’anni (l’F16, per fare un confronto, durò “solo” 5 anni).

L’F35 è un «programma troppo grande per fallire», un buco nero finanziario e militare ma non politico.

Il Pentagono ha aumentato da 34 a 57 gli aerei richiesti per il 2016, quasi il doppio dei 38 finanziati dal Congresso per quest’anno. Molto opportunamente, infatti, la Lockheed ha sparso le sue fabbriche in centinaia di collegi in 5 stati chiave, e ben pochi congressmen vogliono rischiare la perdita di 60mila posti di lavoro garantiti dal governo con soldi pubblici.

Entro l’estate alcuni F35B dovrebbero entrare in servizio presso il corpo dei Marines, che a questo punto pregheranno per non utilizzarli in combattimento, visto che i difetti accertati ufficialmente finora sono 1.151 (di cui 151 critici e inaggirabili).

La parola che i serbi non vogliono sentire

Segnalato da Barbara G.

Di Gwinne Dyer (trad. F. Ferrone) – internazionale.it, 15/07/2015

Il centro culturale (Dom kulture) abbandonato a Pilica, vicino a Srebrenica, il 24 giugno 2015. Durante il massacro del 1995 nel centro sono state uccise circa settecento persone.

Chiedere scusa è difficile, ma ancor più difficile è chiedere scusa per un genocidio. La parola si blocca in gola a chi dovrebbe pronunciarla, come hanno dimostrato i turchi negli ultimi cento anni a proposito degli armeni dell’Anatolia orientale. Anche i serbi hanno appena dimostrato la stessa incapacità per quanto riguarda i musulmani bosniaci massacrati a Srebrenica.

L’11 luglio è caduto il ventesimo anniversario del massacro di circa ottomila persone in seguito alla presa di Srebrenica da parte delle truppe serbobosniache nel 1995. La popolazione dell’enclave era cresciuta in seguito all’afflusso di rifugiati che, per sfuggire alla “pulizia etnica” in corso in Bosnia orientale, erano giunti lì poiché la città era stata designata “zona protetta” dalle Nazioni Unite. O, sarebbe meglio dire, non protetta.

Quando i serbobosniaci, dopo aver assediato Srebrenica per tre anni, l’hanno attaccata nel luglio del 1995, i comandanti dell’Onu e della Nato si sono rifiutati di ricorrere ad attacchi aerei per fermarli. E i caschi blu olandesi che si trovavano lì per proteggere la città hanno deciso che non volevano rischiare la vita per difendere dei civili inermi.

Così tutti gli uomini e i ragazzi musulmani bosniaci di età compresa tra i quattordici e i settant’anni furono separati dalle donne e dai bambini con l’aiuto dei soldati olandesi e portati fuori città. Poi furono fucilati e sepolti con delle ruspe. Per ucciderli tutti ci vollero quattro giorni.

Il crimine è stato formalmente riconosciuto come un genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Sia l’allora presidente della Repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadzić, sia il comandante militare dei serbobosniaci a Srebrenica, il generale Ratko Mladić, sono sotto processo per genocidio. Si potrebbe pensare che neanche i serbi possano più negare che si è trattato di un genocidio, ma non è così.

Ci sono certamente alcuni serbi, come il giornalista Dušan Mašić, disposti a chiamarlo per quello che è. In occasione dell’anniversario, Mašić aveva pensato di far sdraiare settemila volontari per terra di fronte al parlamento di Belgrado per simboleggiare le vittime di Srebrenica. “L’11 luglio, mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulle fosse comuni di Srebrenica, vogliamo mostrare un’immagine diversa da Belgrado”, ha dichiarato.

“Non sarà una storia che riguarda il governo attuale, che non riesce a prendere posizione su un crimine accaduto vent’anni fa”, ha proseguito, “o su un luogo dove è ancora possibile comprare souvenir con il volto di Karadzić e Mladić. Sarà il racconto di una Serbia migliore”. Ma in realtà la Serbia migliore non è ancora arrivata.

Il ministro degli interni serbo Neboiša Stefanović non ha apprezzato l’immagine che Mašic voleva mostrare. Quando il 9 luglio dei gruppi di destra hanno minacciato d’interrompere la manifestazione, Stefanović l’ha vietata con il pretesto di garantire “la pace e la sicurezza in tutta la Serbia”. Dal canto suo, il governo serbo aveva già chiesto alla Russia di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che definiva il massacro di Srebrenica un “genocidio”.

La Russia è stata ben felice di assecondare la richiesta. Forse Mosca stava solo cercando di fare cosa gradita alla Serbia, nella speranza di distoglierla dal suo attuale desiderio di entrare nell’Unione europa. O forse il presidente russo Vladimir Putin ha pensato che era meglio non creare precedenti, nel caso qualcuno tentasse in futuro di definire un genocidio quello che lui stesso ha compiuto in Cecenia tra il 1999 e il 2002.

Le parole sono importanti. Il primo ministro serbo Aleksandr Vučić, che pure sembra aver cambiato opinione su Srebrenica dai tempi dei suoi primi passi nella politica serba, non riesce ancora a usare la parola “genocidio” quando ne parla.

Anni fa, nel 1995, Vučić era un nazionalista che pochi giorni dopo il massacro di Srebrenica disse in parlamento: “Se voi ucciderete un serbo, noi uccideremo cento musulmani”. Nel 2010, tuttavia, ha dichiarato che “a Srebrenica è stato commesso un crimine orribile”.

L’11 luglio Vučić si è perfino recato a Srebrenica per partecipare alla commemorazione degli eventi di vent’anni fa, un gesto coraggioso per un primo ministro serbo che deve affrontare un elettorato che, in maggioranza, non vuole ammettere che i serbi abbiano fatto qualcosa di particolarmente grave. Ma ancora non osa pronunciare la parola “genocidio”. Gli elettori non glielo perdonerebbero mai.

La maggior parte dei serbi ammetterebbe che la loro parte ha fatto alcune brutte cose durante la guerra nei Balcani degli anni novanta, ma aggiungerebbe che tutte le parti ne hanno commesse. Non accetteranno l’uso della parola “genocidio”. Eppure è questa la parola che i musulmani di Bosnia devono sentire prima di poter credere che i serbi hanno finalmente capito la natura e la portata del loro crimine.

Per questo motivo, quando Vučić era a Srebrenica per portare i suoi rispetti al cimitero, alcuni musulmani bosniaci hanno cominciato a tirargli dei sassi, rompendogli gli occhiali e costringendo il suo servizio di sicurezza a trascinarlo via in fretta e furia.

Si è trattato di un atto stupido e vergognoso, del quale le autorità musulmane bosniache si sono scusate. Ma come per i turchi e gli armeni, i serbi e i loro vicini non potranno mai davvero riconciliarsi finché i serbi non pronunceranno la parola magica.

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