scienza

Tierra y libertad

 
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva

di Silvia Ribeiro

A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.

E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.

Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.

In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.

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Zapatisti nei campi. Foto tratta da http://www.tierraylibertad.org

Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.

Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.

Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.

La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.

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Il primo giorno dell’incontro L@s Zapatistas y las ConCiencias por la Humanidad foto: Koman Ilel

Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.

Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

fonte: http://comune-info.net/2016/12/coscienze-critiche/

originale: https://desinformemonos.org/la-culpa-es-de-la-flor-ezln-ante-cientificos-del-mundo/

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

Che il 2017 vi sia dolce e buono. Lame

La scienza non è democratica

Meningite, prof. Burioni: “Migranti non hanno colpa, basta con derive xenofobe. La scienza non è democratica”

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Meningite? Non possiamo dare la colpa ai migranti e non accetto queste derive xenofobe sulla mia pagina Facebook. E ribadisco: la scienza non è democratica“. Così, ai microfoni di “Genetica Oggi” (Radio Cusano Campus), Roberto Burioni, medico e professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, puntella la propria posizione, già espressa sulla sua pagina Facebook. E spiega: “In un post avevo scritto che i ceppi di meningite circolanti in Africa sono diversi da quelli che circolano in Italia. Quindi, non possiamo dare la colpa ai migranti. Alcuni hanno messo commenti xenofobi, altri hanno postato documenti che neppure avevano letto, perché confermavano la mia tesi. Non avevo tempo di spiegare, quindi per una volta ho deciso di cancellare quei commenti e ho spiegato le ragioni: la scienza non è democratica” – continua – “Due più due fa quattro. E anche se il 99% della popolazione mondiale in una votazione dicesse che fa 5, continuerebbe ancora a fare 4. I dibattiti devono avvenire fra persone che conoscono gli argomenti. Stranamente questo è un concetto non accettato in campo scientifico, ma valido in campo sportivo , visto che non c’è mai un telecronista di calcio che non conosca la regola del fuorigioco“. Burioni, che su Facebook è seguito da quasi 120mila persone ed è celebre per la sua opera di divulgazione scientifica a favore dei vaccini, sottolinea: “Penso che internet abbia modificato le cose perché un professore e uno studentello di medicina al terzo anno sono sullo stesso piano. Non bisogna perdere il principio di autorità: quando si parla di un argomento, bisogna conoscerlo”. Poi ribadisce: “La vaccinazione non è un atto di protezione individuale, ma un atto di responsabilità sociale. Lo dico da cittadino e non da medico: ritengo che bisognerebbe introdurre un elemento di obbligatorietà. Perché chi non vaccina non solo danneggia il proprio figlio, ma danneggia anche i figli degli altri e gli adulti”.

Disposti a tutto per il consenso

segnalato da Barbara G.

Referendum, la senatrice a vita Elena Cattaneo: “Ho visto politici disposti a tutto per il consenso”

huffingtonpost.it, 09/10/2016

CATTANEO

Sul referendum: “Sento urlare slogan che umiliano la discussione e i cittadini, a cui si chiede devozione verso un sì o verso un no”. In particolare: “Si dice che questa riforma riduca i costi della politica, che disegni un Senato simile a quello tedesco o francese. Ma è falso. E non accetto la menzogna nel 2016. Non posso accettare che i cittadini siano ingannati in questo modo”.

Il sentimento che cita più spesso in questa conversazione con l’Huffington Post Elena Cattaneo – professoressa di farmacologia, biologa, ricercatrice, senatrice a vita dal 2013 e ora autrice di un libro che fa il bilancio della sua esperienza in parlamento “Ogni giorno. Tra politica e scienza” (Mondadori, 205 pagine, 19,50 euro) – è “tormento”. E la si vede – proiettata su uno schermo dalla telecamera del suo pc nel corso di una videochiamata Skype – raggomitolarsi nello sforzo di asciugare le parole dall’emozione, pulirle dall’istinto di pronunciarle senza meditarle a fondo: “Mi raccontano che è difficile spiegare la riforma costituzionale. Che è necessario comunicarla così, dicendo cose false. E non capisco come si possano riavvicinare le persone alle istituzioni in questo modo. È una politica fallimentare, questa, che non mi troverà mai dalla sua parte”.

Quando dice “persone” la professoressa Cattaneo non ha in mente gli esperti che frequenta in aula o nei convegni dei ricercatori, ma, probabilmente, quelli come suo padre: “Un operaio Fiat che mi ha sempre insegnato a essere intransigente con me stessa, coltivando il desiderio di superare i limiti. Mi piaceva moltissimo andare a trovarlo in fabbrica a Milano, in Corso Sempione. Quando era salito di qualche grado nella gerarchia interna, lo vedevo camminare con la sua tuta bianca. E pensavo a come l’aveva conquistata, frequentando le scuole medie a trent’anni, dopo la guerra. Ancora oggi mi racconta di quando i suoi compagni di classe lo videro arrivare per la prima volta e corsero in aula. Pensavano fosse il professore. Invece, li raggiunse e si mise a sedere insieme a loro”.

Che insegnamento ha tratto?
Il gusto per i piccoli avanzamenti e la voglia di scoprire l’ignoto che c’è dietro la montagna. Anche la scienza si muove così: con una scoperta minuta dopo l’altra, andando verso qualcosa di oscuro, che non si conosce.

Ha imparato anche la passione politica in famiglia?
A casa c’era un grandissimo rispetto per la cosa pubblica, ma non una travolgente passione per i partiti. Alla politica mi sono avvicinata con il mio lavoro di scienziata. Raccontando le ricerche, rendendo conto dei soldi che ricevevo per farle e interrogandomi su quale sia il modo migliore per investire i finanziamenti pubblici.

Nel 2013 Giorgio Napolitano la chiama e le chiede di fare la senatrice a vita. Come è stato l’incontro tra scienza e politica?
Per quel che ho visto, l’incontro non c’è. Il più delle volte la politica vuole servirsi della scienza per realizzare i suoi fini. E, viceversa, alcuni scienziati vogliono usare la politica per trarne dei benefici. È deludente constatare che nel 2016 non ci sia ancora né una collaborazione reale né la volontà di mettere l’una a servizio dell’altra.

Sta crescendo anche la diffidenza verso la scienza?
Sento una sfiducia generalizzata verso le competenze. Tutte le competenze. E internet ha peggiorato le cose. Ci sono persone che sul web condividono esperienze e si rafforzano nelle loro convinzioni irreali. Basta qualche paginetta e ci si inventa esperti di conflitti mediorientali o di cellule staminali. Diventa difficile persino spiegare che i vaccini non causano l’autismo, che il fatto che i sintomi della malattia si manifestino alla stessa età in cui si iniettano i vaccini è solo una correlazione, non un rapporto di causa effetto. Credo però che questa diffidenza riguardi solo una minoranza di persone.

È una minoranza che però oggi ha trovato una rappresentanza politica: Donald Trump negli Stati Uniti e alcune posizioni anti-scientifiche – “l’Aids non esiste”, “si può convivere con il cancro” – di Beppe Grillo in Italia.
È un fenomeno pericolosissimo. Alimenta un’isteria di massa che fa sì che l’opinione di un ciarlatano valga quanto quella di un esperto. Pensi a Stamina: a un certo punto è arrivato un signore che diceva di poter curare tutti. E noi – io, Michele De Luca, Paolo Bianco – a spiegare con grande difficoltà che non era così. Con il parlamento che non riusciva a distinguere tra le opinioni di un impostore e le verità della scienza. Le fesserie e i fatti messi sullo stesso piano: un messaggio terribile.

Perché è successo?
La politica non riesce a fare argine perché cerca i voti, non la verità. E lo fa anche a costo di accarezzare certe pulsioni. Ho visto politici disposti a sostenere l’irrealtà pur di guadagnare un briciolo di consenso in più.

Un resoconto amaro, il suo.
Per natura sono super ottimista, ma non posso nascondere che la scienza fa fatica a entrare nel parlamento italiano. È bandita, ignorata, utilizzata solo strumentalmente. C’è una parte della politica che si sente minacciata dal suo metodo. E un’altra parte che capisce le sue ragioni, ma non è disposta a rinunciare al consenso che ha costruito intorno ad alcune posizioni, come quelle contro gli OGM. Sono pochi coloro con cui si può discutere veramente.

E la sua categoria?
Penso che anche gli scienziati a volte – come è successo con Human Technopole – vogliano usare la politica per scopi personali. È un errore gravissimo, a cui mi sono opposta. Perché la virtù più importante che la scienza può dare alla politica è l’indipendenza di giudizio.

Se la riforma costituzionale passerà, non potranno più essere nominati dei senatori a vita. È una perdita o un guadagno per l’Italia?
Fare il senatore a vita può essere un valore aggiunto per il paese se la nomina non è vissuta come una medaglia da appuntarsi al petto ma come la intendevano padri costituenti, cioè un modo per aggiungere competenze e sguardo largo al parlamento.

Ha altre perplessità?
Non ho apprezzato la discussione che c’è stata in aula né quella che stiamo facendo nella campagna referendaria. Mi stupisce che chi sostiene questa riforma porti avanti degli argomenti che si sgretolano alla prova dei fatti: la riduzione dei costi, la somiglianza del nuovo senato con quello francese o tedesco. Semplicemente, non sono veri.

Non c’è niente che la convinca?
Mi convincono la fine de bicameralismo perfetto e l’eliminazione della fiducia al senato. Ma il senato doveva essere uno strumento di controllo dei cittadini, non un luogo di rappresentanza dei cooptati dalla politica. Peraltro, non eletti direttamente dal popolo. E che si aggiunge a una camera composta da nominati dai partiti. Mi sembra un salto nel buio.

E nell’approvazione cosa non andava?
In privato alcuni senatori hanno espresso anche con me le loro riserve. Poi, però, sono stati costretti a votare sì per obbedire alla disciplina di partito. Mi turba il fatto che un politico possa non essere libero. E mi preoccupa, anche.

Cosa farà se vincerà il sì?
Sarò al servizio dei cittadini, qualsiasi cosa decidano.

Il dogmatismo ottuso della Chiesa

segnalato da Barbara G.

Maternità e famiglia, il dogmatismo ottuso della Chiesa

di Eleonora Mazzoni – MicroMega On Line, 10/02/2016

Pel desiderio spinto di avere prole poco si ragiona, scriveva Giuseppe Petacci, medico presso il Vaticano e zio della più famosa Claretta. In questi giorni “caldi” di Family Day, ddl Cirinnà e conferenza parigina sull’abolizione della maternità surrogata, mi piace ricordare che proprio questo desiderio spinto, complesso, ambivalente ma sempre oltre misura, ha dato vita lungo i secoli a molteplici tentativi per favorire, ove necessario, i concepimenti, così come a manovre per limitare, quando c’era bisogno, il numero delle nascite: nel papiro Kahun, stilato in Egitto milleottocento anni avanti Cristo, un capitolo illustra le fumigazioni vaginali per aumentare la fertilità femminile, nel capitolo successivo vengono descritti metodi contraccettivi riservati alle donne, quali pessari di sterco di coccodrillo.

Questo desiderio spinto si porta dietro qualcosa di trasgressivo. Bastino le parole di una signora al medico che, nella seconda metà dell’800, le aveva per tre volte iniettato lo sperma del consorte per cercare di ingravidarla: se con quello di mio marito non riuscite, sostituite quello di un altro uomo, più giovane e robusto. Io non voglio sapere chi lo abbia fornito, e quindi non commetto alcun peccato.

A proposito di trasgressivo mi piace anche ricordare che all’inizio della procreazione medicalmente assistita, ben prima della nascita della prima bambina concepita in provetta nel 1978, c’è un prete, per giunta italiano. È infatti l’abate Lazzaro Spallanzani a eseguire in laboratorio la prima inseminazione artificiale su una barboncina, prelevando manualmente lo sperma lui stesso, trovando il tempo per descrivere “gli occhi riconoscenti” e soddisfatti del cane nel corso di questa operazione e iniettando il seme dentro la femmina che in seguito partorirà tre cuccioli. Siamo nel 1770, anni in cui non è poi così trasgressivo che un prete rivendichi la piena autonomia della scienza. Spallanzani infatti scrive: in una materia sì tenebrosa e sì interessante, come si è quella della Generazione, deve essere permesso al Filosofo l’immaginare sperienze o combinazioni le più bizzarre e le più lontane dall’ordinario andamento della Natura.

Invece no. Purtroppo tale immaginazione non sarà permessa. Nel 1878, quando la fecondazione sta piano piano cominciando a diventare una terapia concreta contro la sterilità, con le prime cifre e casistiche, persino i primi disegni satirici (molto divertenti gli spermatozoi in frac e cilindro al bancone di un bar, in attesa di incontrare l’ovulo-femmina!), la Chiesa cattolica ne decreta l’assoluta illiceità. E questa condanna categorica rimane invariata fino ai nostri giorni.

Il primo importante motivo è che, entrando direttamente nella camera matrimoniale, violando quindi l’intimità tra marito e moglie e catapultandoci dentro una terza persona, il medico, anzi, facendo del suo intervento l’elemento risolutivo della procreazione, la fecondazione artificiale rischia di incrinare la certezza della paternità, fa aleggiare lo spettro dell’adulterio e squassa quell’istituzione su cui il cattolicesimo concentra da sempre le mire e attraverso la quale esercita un immenso controllo sociale: la famiglia. Secondo l’antropologo Jack Goody l’aver messo eventi come nascita, matrimonio, sesso e morte nelle sue mani, ha conferito alla Chiesa un potere senza paragoni. Nessun’altra religione al mondo ha mai avuto una tale capacità di controllo.

L’altro motivo è noto e risiede nel concetto di Natura, per convenzione sempre buona e giusta, in quanto emanazione divina. In quest’ottica “l’artificiale”, invece di raccontarci, attraverso la sua bellissima etimologia, cioè “ars”, da cui “artifex”, il vitalissimo ingegno umano, acquista il significato di “cattivo” e “moralmente condannabile”, diventa sinonimo della tracotanza con cui l’uomo ambisce a prendere il posto di Dio. Gli scenari che i seguaci della Natura prospettano sono allarmanti, capaci di far risuonare paure ataviche di punizione anche nelle menti più progressiste: la possibilità di un incrocio mostruoso tra razze diverse, ad esempio, addirittura l’infusione di seme di scimmia in una donna.

Passano i secoli, eppure la Chiesa continua a mostrare un dogmatismo ottuso. Vitrea e immobile, ancora oggi guarda senza comprensione i cambiamenti della società, non accetta che la percezione della famiglia, dei rapporti parentali, della maternità si stiano modificando, non capisce che famiglie adottive, monogenitoriali, ricostituite, omosessuali convivono già da tempo accanto a quelle tradizionali. All’opposto molte chiese protestanti accolgono con spirito pragmatico le tecniche di fecondazione, ormai richieste da milioni di persone nel mondo e destinate a far parte sempre di più della nostra contemporaneità e, senza dimenticarne le tante contraddizioni, ne valorizzano la finalità, cioè aiutare le creature di Dio ad adempiere alla funzione cui Dio le ha destinate, ovvero procreare.

A metà del secolo scorso risale però un episodio bislacco. Quando i ricercatori dell’azienda farmaceutica Serono scoprirono che le gonadotropine, sostanze che servono a stimolare la produzione di ovociti, si trovavano in abbondanza nell’urina delle donne in menopausa, ebbero dapprima qualche difficoltà nel reperire grandi quantità di pipì necessarie per realizzare questi farmaci. Ma certo, nei conventi!, fu a un certo punto l’idea geniale di Pietro Bertarelli, in quel periodo a capo dell’istituto. E di lì a poco nei conventi arrivarono i contenitori per l’inusuale raccolta. Così, grazie al contributo di suore votate alla castità (tra l’altro in grado di garantire urine non contaminate dalle infezioni sessuali), l’azienda commercializzò uno dei primi medicinali che favorivano il concepimento. Le coppie che non potevano avere figli erano contente, le monache soddisfatte di contribuire a far nascere tanti bambini, e anche il Vaticano non si lamentava. Nel 1954, infatti, attraverso lo IOR, assunse il controllo della maggioranza delle azioni Serono. Forse prevalse l’idea pratica che dare un’aggiustatina alla natura, aldilà di tutti i proclami teorici, fosse cosa buona, essendo buono il fine. O forse fecero gola i notevoli guadagni, miraggio da sempre per credenti e non credenti. Forse. Chissà.

Non c’è comunque da farsene un cruccio. Oggi le gonadotropine si sintetizzano chimicamente, senza alcuna necessità di fluidi corporali. E tutta la faccenda è stata archiviata. Addirittura dimenticata. Come se non fosse mai esistita.

Vaccinarsi è di sinistra e non vaccinarsi di destra?

di Roberto C.A.

Prima di tutto un “disclaimer”: io sono uno “scienziato”, ma mi occupo di tutt’altro, e quindi la mia opinione al riguardo non è “autorevole” (al massimo posso saperne qualcosa di più sulle pratiche della scienza). E’ semplicemente un’opinione personale, magari nemmeno tanto originale, che come si fa nei blog porto all’attenzione degli altri, per aprire una discussione. E scusate la lunghezza.

Sappiamo tutti cosa fanno i vaccini: immunizzano la persona contro una malattia virale potenzialmente grave o letale, rendendo la probabilità di sviluppare la malattia praticamente nulla, a fronte di una probabilità di effetti collaterali piccola. Io ricordo ancora i paralizzati dalla poliomielite, anche in famiglia. Appena comparsi, naturalmente la gente ha fatto la fila per vaccinarsi, senza nemmeno domandare quale fosse la percentuale di rischi del vaccino, ben consapevole del rischio enorme della malattia.

Ora la situazione è cambiata, gran parte delle malattie vaccinabili sono state sostanzialmente rimosse (anche se di ufficialmente eradicato credo ci sia solo il vaiolo). E questo genera una nuova situazione. Se decido di non vaccinarmi, non mi ammalo comunque, semplicemente perché la malattia non viene trasmessa da nessuno se gli altri sono vaccinati. Si chiama “immunità di branco”. Quindi, se decido egoisticamente di non vaccinarmi, non pago pena, e non corro nemmeno i rischi (molto piccoli ma mai nulli, nulla è a rischio nullo). Che per me è equivalente a quanto fanno gli evasori fiscali: io non pago le tasse, ma altri le pagano, e quindi se mi ammalo ho gli ospedali, se la casa va a fuoco i pompieri etc.

L’immunità di branco è poi utilizzata dalle organizzazioni sanitarie per proteggere dalle malattie tutti quelli che per qualche motivo non possono essere vaccinati. Neonati ovviamente, ma anche persone con seri problemi al sistema immunitario, o comunque a rischio in caso di vaccino (e ancora di più di malattia). Ora, l’immunità di branco vale al di sopra di una certa soglia (diversa a seconda della contagiosità del virus), tipicamente 80-90% della popolazione deve essere vaccinata. Se si scende al di sotto la malattia si diffonde, e i deboli rischiano. Qui, è un tipico esempio di un bene comune (la salute pubblica) messo a rischio da comportamenti individualisti. Destra e sinistra potrebbero avere opinioni diverse al riguardo.

Bene, ma perché si rifiuta il vaccino? Un motivo è semplicemente l’egoismo unito ad ignoranza (o a visione corta). Mi fido dell’immunità di branco, per evitare di pagare anche quel minuscolo rischio che il vaccino può portare (egoismo). Senza sapere quanti altri lo faranno e quindi quanto siamo vicini alla soglia, oppure quali ambienti frequenterà in futuro il non-vaccinato, tipicamente il figlio, che potrebbero essere lontani dalle condizioni presenti (ignoranza)

Poi ci sono tutte le ipotesi complottiste o alternativiste, non so in quanta parte sincere e in quanta solo alibi verso l’egoismo. Ma esiste una sfiducia verso “l’istituzione”, considerata qualcosa diversa da noi (evidente quando si usa il “loro”), e nell’istituzione è compresa la scienza. E quindi i vaccini servono solo ai gruppi farmaceutici per fare soldi, dimenticando o non sapendo cosa era il mondo prima, e trascurando che molto probabilmente un cartello farmaceutico guadagnerebbe di più dal curare le medicine che dal prevenirle. I vaccini non sarebbero davvero responsabili della rimozione delle malattie, ma lo sarebbe il migliorato stile di vita:  facile da smontare vedendo che ormai dove l’immunità di branco è andata sotto soglia le malattie riprendono fregandosene degli stili di vita, come per il moribillo in USA e UK. I risultati mostrano che la ricerca pubblicata su Lancet sulla relazione autismo-vaccini era falsa e artefatta? Certamente un complotto, quel medico (ora radiato) è un martire, e noi ci sentiamo gratificati nell’averlo capito, non ci facciamo fregare così facilmente. Sembra quasi un gioco di società quello di smontare le “affermazioni ufficiali”, fa sentire diversi, alternativi, quelli che hanno capito. E invece si rischia di far parte di una massa di pecore. Credere a tutto quello che ci viene detto o credere a tutte le ipotesi alternative sono due facce della stesso atteggiamento acritico, in cui basta mettersi da una “parte” ed è tutto facile, nessuno sforzo richiesto.

C’è poi la difficoltà di comprendere i metodi della scienza e di tradurne il linguaggio (*), difficoltà che è uno dei problemi critici in una società moderna dove la scienza e le tecnologie derivatene hanno un ruolo centrale. Per esempio, un ricercatore dice che non ci sono evidenze che il vaccino trivalente causi l’autismo, e la persona comune capisce che non ne è proprio sicuro, vorrebbe sentire che è totalmente escluso. Cosa che un ricercatore non dirà perché è umanamente impossibile affermare un negativo, anche in assenza di positivi. Direbbe lo stesso se qualcuno ipotizzasse che il trivalente possa causare qualunque altro fenomeno, che ne so, la calvizie. Ma per qualche motivo ci si sente più furbi. Noi sappiamo che non è vero, perché c’è qualcuno che è stato vaccinato e diventa precocemente calvo e quindi … (post hoc ergo propter hoc). E una volta prima dei vaccini non c’erano tanti calvi (vai a dimostrare che non è vero). Una perla che ho trovato in un commento ad un “antivaccinista”: il vaccino per la polio è una truffa, il 79% delle persone che hanno contratto la polio dopo l’avvento dei vaccini erano già vaccinate. Confondendo valori assoluti e percentuali, prima del vaccino i casi erano centinaia di migliaia, dopo qualche centinaio. Alcuni di questi per una non totale copertura del vaccino? E allora?

Ed infine c’è internet, che ha portato ad una sorta di democratizzazione delle opinioni, che è del tutto fallace. E’ vero, tutti abbiamo libertà di parola, ma il peso di quello che diciamo è diverso (sull’economia, per dire, il peso di quello che dico io è enormemente inferiore a quello che dice Boka). Qui si dovrebbe riprendere il discorso della “distorsione cognitiva” di cui ho scritto parecchi tempo fa in un altro post.  In passato, come scrive Eco, le opinioni di scarso peso rimanevano confinate all’osteria, probabilmente a causa del costo necessario a diffonderle, mentre ora si diffondono a costo nullo, e diventano meme. Ma questo non le rende più rilevanti. Forse l’evoluzione della rete è stata così rapida che non ci siamo ancora adattati. E forse affrontare le distorsioni cognitive generate dalle variazioni troppo rapide di paradigmi che non fan tempo a creare tradizioni e senso comune è uno dei grossi problemi che dobbiamo affrontare.

Ma tornando ai vaccini, mi pare che a tutti gli effetti da “bene individuale” (mi vaccino e quindi mi salvo) siano ora diventati un “bene collettivo” (mi vaccino e mi proteggo proteggendo la comunità), e che quindi il discorso vada anche affrontato in temi di beni comuni rispetto a somme di libertà individuali. Sinistra verso destra?

(*) Della trasmissione della conoscenza, del rapporto cittadini scienza e della responsabilità dei media e della politica ne avevamo parlato QUI

I politici italiani e la medicina, scienza o pratiche sciamaniche?

Segnalato da Antonella

Elena Cattaneo: “Per molti politici non c’è differenza tra ciarlatani e medicina”

Vaccini, Ogm, Stamina. Non è l’Italia ad essere oscurantista, ma la politica a dar retta alle spinte meno serie della gente. E i media non aiutano

Di Daniela Minerva – espresso.repubblica.it, 30/03/2015

Elena Cattaneo La rivista “Nature” l’ha salutata con un “Brava Elena”, attribuendole, giustamente, la vittoria nell’affaire Stamina. Ma Elena Cattaneo è molto di più. Scienziata dell’Università di Milano, seduta su una pila di riconoscimenti internazionali, è stata nominata da Giorgio Napolitano senatore a vita. Ed è convinta che educare la politica alla scienza sia la mossa vincente. Ma non solo.

ElenaCattaneo

Caso Stamina, sperimentazione animale. Ma non solo. Spesso gli orientamenti degli italiani vanno contro i risultati della scienza. Perché secondo lei?
Benchè gli italiani, come tutti, siano immersi ed indissolubilmente legati a quanto conseguito dalla scienza, succede che venga vissuta, paradossalmente, come poco accessibile e poco vicina al sentire dei cittadini. Per un verso gli scienziati dovrebbero fare di più per spiegare non tanto i risultati ma la fatica, il coraggio, i fallimenti e raccontare come le conquiste scientifiche sono di tutti e per tutti.
Anche i media hanno la responsabilità di fare da cinghia di trasmissione dei fatti. Spesso, invece, tra semplificazione del messaggio e ricerca del clamore si tradisce il significato ed il portato della “nuova conoscenza”. Spesso scienziati e media comunicano il “risultato”, il “prodotto” trascurando il processo, il percorso che ha condotto a quel risultato.
Così i cittadini sono privati della consapevolezza necessaria per comprendere che una cura, ad esempio, non è “un coniglio che esce dal cilindro”. Nello stesso tempo li si priva anche della grande opportunità formativa e costruttiva che il metodo scientifico porta con sé per chiunque vi si accosti. Così gli italiani non percepiscono “veramente” cosa significhi fare scienza e quale straordinario strumento sia per appurare la realtà, ogni giorno, al meglio della nostra possibilità.
Se ne parla poco sui media. Pochissimo in TV. Si predilige una comunicazione fatta di “narrazioni umorali” anche quando si trattano temi che obbligherebbero ad ancorarsi ai fatti, a ciò che è stato verificato. Quindi, se è ovvio che la scienza non possa che dire come stanno le cose, anche quando è doloroso, i ciarlatani, al contrario, promettono miracoli (che ogni volta si dissolvono nel nulla).
Questo rende la scienza debole, a prima vista, agli occhi di un pubblico che ha una dieta mediatica composta essenzialmente di grandi miracoli o grandi catastrofi. Invece, i Paesi in cui i cittadini sanno cosa sia la scienza hanno grandi vantaggi, prima di tutto il prezioso strumento di comprendere che il metodo scientifico, nelle condizione date, è l’unico strumento che consente di appurare al meglio i fatti dell’oggi, coltivando fiducia nel domani.

I dati dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società indicano che, in maggioranza variabile a seconda dei temi, gli italiani sono sempre meno ignoranti scientificamente. Che hanno in grande considerazione il lavoro degli scienziati. Che accettano in maniera strumentale i benefici delle scienze, soprattutto biomediche. E che sono favorevoli a molte delle innovazioni scientifiche osteggiate invece dalla politica. (ricerca biotech, fecondazione assistita ad esempio). E i sociologi della scienza affermano che spesso la percezione che i politici hanno dei desideri dei cittadini in materie scientifiche non corrisponda affatto alla realtà di questi desideri. Non è che i politici sono più antiscientifici degli italiani? Cosa ne pensa? 

La categoria del politico in astratto rispetto al cittadino è una pericolosa semplificazione. Il tema sotteso alla domanda è quanto il personale politico del Paese sia in grado di rappresentare il sentire e il volere dei cittadini in generale. Restando alla scienza, sulla base dei dati a cui si riferisce, si può osservare come, forse, i cittadini che si confrontano quotidianamente con le difficoltà e la speranza della vita abbiano sempre di più il polso di quanto un’innovazione scientifica possa incidere sul loro benessere e sulla libertà più di quanto, i loro politici, riescano a immaginare che siano in grado di fare. Politici che, inoltre, rispondono spesso a logiche di appartenenza che – paradossalmente – potrebbero allontanarli dal sentire comune e dal comprenderlo e guidarlo in modo più razionale, basato sulla conoscenza dei fatti.
Sulla “antiscientificità dei politici”, da quando frequento le aule parlamentari, posso però testimoniare come la situazione sia molto eterogenea. Così come vi sono alcuni con profonde competenze in ambito umanistico e aperti ed interessati anche a capire altre discipline, vi sono pure parlamentari che su temi scientifici sarebbero pronti a approvare qualunque legge sulla scorta del sentito dire e senza alcun indispensabile approfondimento tecnico.
Ci sono un bel po’ di esempi: non hanno alcuna idea di cosa sia in concreto la sperimentazione animale, ma chiedono che sia abolita; non hanno idea di come si arrivi a identificare un trattamento per una malattia umana e ti dicono che puoi arrivarci comunque con un computer o un piattino di cellule. Magari sono anche gli stessi che non capiscono la differenza tra i ciarlatani e la medicina.
Ci sono persino parlamentari che, ribaltando la realtà delle cose, cercano di far passare lo scienziato come “persona con pregiudizi”, ad esempio semplicemente perché si avvale delle prove della scienza per argomentare a sostegno dell’innocuità di specifici Ogm. Alcuni politici, sempre restando a questo esempio, li definiscono “pericolosi per la salute umana” e poi accettano che vengano importati a tonnellate per nutrire le nostre filiere alimentari. Sono posizioni incoerenti oltre che non documentate. Sta al cittadino, in definitiva, non solo percepire quanto gli sia utile la scienza, ma orientarsi verso rappresentanti, diciamo così, in grado di comprendere e includere le conquiste fatte per tutti nelle scelte per il Paese.
Sempre, di fronte a fatti come quello di Stamina o a questioni come Ogm o vaccini le posizioni si polarizzano: da una parte la comunità scientifica che afferma le sue conclusioni in maniera apodittica, senza esplicitare quelli che sono i limiti della conoscenza scientifica. Dall’altra una parte dell’opinione pubblica che nel formarsi il giudizio fa prevalere un atteggiamento politico o etico. Sembrano entrambe posizioni fideistiche. Insomma, l’impressione è che nessuna delle parti abbia un atteggiamento “laico” che metta in campo i pro e i contro. Cosa ne pensa?

Non so se la comunità scientifica non espliciti i limiti della conoscenza scientifica, mi pare piuttosto che, a volte, rinunci ad adeguare il suo linguaggio alle modalità della divulgazione. Talvolta in Italia, a differenza dei paesi di cultura anglosassone, c’è una ritrosia di una parte della comunità scientifica circa l’opportunità di impegnarsi, al pari dell’attività accademica, nel portare la scienza al pubblico. Parallelamente c’è un apparato mediatico che, non di rado per incapacità o disinteresse o tornaconto, trova ben più comodo dello studio e della preparazione che servirebbe per proporre un ragionamento degno di questo nome, rifugiarsi in schemi di narrazione ideologici che in questo paese sembrano buoni per ogni occasione. Molto spesso il giudizio distorto del pubblico, il prevalere di atteggiamenti incomprensibilmente irrazionali, dipende dalla sciatteria di ciò che si comunica o dalla sua parzialità, che è anche peggio.

È indubbio che la comunità scientifica in Italia sia meno capace di influenzare il dibattito pubblico di quanto non lo sia in altri paesi. Perché?

Quel che forse fa più male è quando lo scienziato addirittura si autolimita perché teme che la sua esposizione pubblica possa nuocere alla carriera, ai finanziamenti o semplicemente alienare simpatie politiche. Talvolta qualcuno nella comunità scientifica è troppo silente, poco coraggioso. Oppure si chiude in se stesso forse perché da sempre non considerato, e questo ha peggiorato le cose.Bisogna anche dire che nel paese manca un’educazione, anche politica, che ritenga necessario, come avviene in tante democrazie avanzate, l’ascoltare con serietà massima i dati empirici dei fenomeni, prima di adottare le scelte di politiche pubbliche decisive per la società. Questo punto richiama le responsabilità della classe politica, che troppo spesso ha mostrato di seguire furbescamente il richiamo “della pancia delle piazze” piuttosto che onorare con senso di responsabilità il proprio compito, primo fra tutto quello di volere (e far) conoscere prima di deliberare.Invece, spesso, si sono trattate le raccomandazioni della scienza, legate ai fatti, come opinioni alla stregua di tutte le altre opinioni. Questo è un atto di colpevole irresponsabilità, le cui conseguenze gravano poi sugli stessi cittadini e sui più deboli tra loro, oltre che sulla credibilità delle istituzioni del nostro paese. 

La comunità scientifica dal canto suo ha gli argomenti per essere utile al paese: tirarsi indietro per poi lamentarsi non è un atteggiamento che condivido. Così come da parte delle Istituzioni, non è giustificabile che la scienza la si invochi a tratti, spesso come spauracchio, senza riconoscerne gli indubbi meriti e competenze. La fiducia nelle istituzioni nel nostro paese è debole. E le istituzioni scientifiche sono vittima di questo handicap di contesto. Cosa ne pensa? In realtà le competenze in Italia le abbiamo. Molteplici sono le eccellenze mondiali, proprio in campo scientifico, di cui possiamo andare orgogliosi. Nell’immediato è necessario che ciascuno svolga il proprio lavoro al massimo della propria professionalità, cercando le evidenze e stando lontani dalle convenienze.
 Così si recupera fiducia. Ciascuna Istituzione Scientifica rifletta su quali siano gli aspetti su cui può migliorare nell’aprirsi alla comunità e senza timori si mostri per quel che quotidianamente fa per la collettività. Per altro, verso lo Stato, dati empirici alla mano, serve che vi sia un rinnovato impegno -anche di risorse- nel rilanciare la formazione e le attività del Paese in materie ad alto tasso di scientificità, perché ogni ritardo arreca un grave danno alla nostra competitività. Bisogna preservare almeno la ricerca pubblica di base da politiche squisitamente depressive, rilanciare un patrimonio di conoscenza che ancora sopravvive, ma che se non difeso (e in questo campo la stasi è equiparabile alla regressione) potrebbe definitivamente depauperarsi in pochi anni, “bruciando” molta più speranza per il futuro di quanto si possa immaginare.

Verità

di Roberto C.A.

Vedo che i commenti si avviluppano, quasi inevitabilmente, sul fare e non fare della politica italiana ed europea, e sul nostro disperato senso di impotenza al riguardo. Ma io non ne ho voglia, e allora provo ad approfittare di stimoli laterali per qualche sproloquio diverso.

Qualche giorno fa ho intercettato un talk show in cui un giornalista ha fatto a un esperto la domandona intelligente: “Cosa è la verità?” (un esperto di verità?) e quello ha risposto con la solita supercazzola: la verità non c’è, cambia, si aggiorna continuamente, con la storia, il tempo, le persone. Che è una risposta sostanzialmente inutile (come anche il suo contrario). E qualche tempo fa mi pare che una siberiana abbia detto che anche la realtà descritta dalla scienza va storicizzata (o qualcosa del genere, dovrei avere il database di Ciarli per ritrovarlo). Ora, tutte queste affermazioni possono anche essere vere, ma non vanno fraintese.

Allora partiamo dalle basi. Se dico 2+2=4, difficilmente verrò contraddetto. In realtà Ciarli mi potrà dire che non è proprio così, che in base 3 2+2=11 e in base 4 2+2=10, e avrebbe ragione. Semplicemente ho lasciato delle cose indefinite, non ho descritto tutto il contesto. Ma comunque tutte e tre le risposte sono equivalenti, sono rappresentazioni diverse e complete della stessa verità.

Andiamo avanti con gli esempi. Le equazioni di Maxwell (niente paura non le scrivo, ma solo perché mi mancano i simboli) descrivono le forze elettromagnetiche, cioè la luce e sostanzialmente quasi tutti i fenomeni a cui siamo soggetti. Possono essere scritte in rappresentazioni molto diverse: per esempio in forma locale o in forma integrale (chi ha fatto un esame di Fisica 2 all’Università lo sa). Non importa cosa siano, importa che le forme con cui sono scritte non solo sono sostanzialmente diverse, ma ne danno descrizioni concettuali sostanzialmente diverse, che ci permettono diversi punti di vista nell’interpretazione della realtà. Poi si dimostra che le due descrizioni sono matematicamente equivalenti, data una si ricava l’altra, quindi la realtà è una, ma è come guardare un oggetto da punti di vista molto diversi, se ne capiscono proprietà distinte per quanto correlate.

Potremmo anche parlare della meccanica quantistica che pone ulteriori tensioni al nostro concetto di realtà e verità. È vero che un elettrone è una particella? Sì, è vero, se specifico il contesto in cui lo è; in altri è un’onda, e le cose non sono affatto contraddittorie, a patto che il contesto sia definito (come prima con la base numerica per l’operazione di addizione). E fino a qui si parla di rappresentazioni diverse della stessa realtà sottostante vista in contesti diversi.

Nell’ultimo caso rappresentazioni vere, ma non complete, che fa una certa differenza. Ma c’è poi il solito discorso che la scienza non sa tutto, la realtà sottostante non è ben definita, ci sono ancora un sacco di cose ignote. Tanto per dire la materia oscura, che sembra costituire parte dominante della massa dell’universo. Ma questo non significa che se non sappiamo tutto allora non sappiamo niente, cioè che la mia mancanza di una “conoscenza totale” rende qualunque cosa possibile (aprendo le porte a qualunque ciarlatano). Tutt’altro, io posso dire con estrema precisione come si sviluppa un fenomeno che conosco, e questo significa che, entro quella precisione, tutto quello che non conosco non andrà comunque a variare le mie misure, la mia verità (conoscenza della realtà). Cioè, se so che la forza tra due oggetti è descritta con una certa precisione, lo so e basta. È vero. Se poi scopro cosa diavolo è la materia oscura (magari!), e che questa ha qualche effetto sulla gravità, avrò aumentato la mia conoscenza, sarò in grado di dire quanto vale quella forza con precisione ancora maggiore (o quanto vale in contesti diversi). Ma la verità precedente rimane (ne avevo già scritto, sono ripetitivo). Quindi la relativizzazione della realtà va benissimo, se si sa di cosa si sta parlando. La relativizzazione a caso (una cosa è vera oggi, può essere falsa domani indiscriminatamente) è una fesseria.

Naturalmente nella descrizione delle realtà complesse (umana, economica etc.) le cose sono più complicate, non nel senso che sono diverse, sono solo appunto (molto) più complicate e dinamiche. E in quanto tali ne possiamo dare una descrizione sempre limitata, approssimata e dipendente dal contesto (quando ci va bene). Questo però non significa che non possiamo ambire a una qualche forma di verità, a patto che sia ben contestualizzata. È per questo che mi innervosisco spesso con il modo con cui la stampa (italiana) tratta i fenomeni, perché non li contestualizza, e in questo modo li strumentalizza per indicare una qualunque “verità”, che è spesso un pretesto per supportare qualche tipo di interesse (come minimo, quello della “notizia” in sé). Mi vengono in mente i giornali che ogni giorno, dopo un caso di meningite che aveva avuto risonanza, riportavano: “Nuovo caso di meningite a Canicattì, o a Lodi etc.”, dimenticando di dire che la media storica dei casi di meningite in Italia è di quasi tre al giorno. Non è la realtà il problema, è la sua interpretazione dato il contesto. La verità non era una terribile epidemia, ma la banale norma.

Ora lo so, si può dire che in un sistema complesso dobbiamo ampliare lo sguardo, non perderci nei singoli elementi, cercare una verità globale (olistica). Guardare il formicaio e non le formiche. Ma ci sono dei trabocchetti. Da una parte, la sineddoche logica (che mi sono inventato ora). Cioè è spesso difficile definire “il tutto”, tutto quello che serve per descrivere in maniera sufficiente un sistema. E ci si fa ingannare da chi ci mostra solo una parte propagandandola per il tutto. Una soluzione che sicuramente può essere vera, corretta in un ambito ristretto dove è chiaro che funziona, e viene estesa impropriamente ad essere “la” soluzione.

L’altro trabocchetto è di trascurare le falsità in quanto locali, e quindi perdonabili. Che è una parodia dell’approssimazione (che invece serve). Ma, secondo me, chi propaganda visioni o soluzioni con argomenti almeno in parte falsi va smascherato perché spesso sono falsi strumentali (a differenza delle approssimazioni necessarie, ed è lì spesso la difficoltà di giudizio).

Tanto per provocare, se ci vengono a dire che l’articolo 18 tutela solo poche migliaia di lavoratori (perché tanti sono stati i processi per la sua violazione), beh è una totale falsità, tutela 6.5 milioni di lavoratori (mi risulta), perché una legge è fatta per definire gli illeciti e quindi indurre a non commetterli, e solo in secondo ordine per punire chi nonostante essa li commette. Sarebbe come dire che i semafori non servono perché sono pochi quelli che passano con il rosso. Questo a prescindere dal merito dell’articolo 18, che magari si può anche voler modificare o eliminare, ma per favore su basi non false e pretestuose (e così sono tornato all’attualità, inevitabilmente e per colpa anche vostra).

Insomma dovremmo abituarci a una disciplina della verità, ancorché limitata e ben definita. Cioè, anche se non possiamo arrivare a una conoscenza esaustiva di qualcosa, questo non ci autorizza a dire che qualunque cosa va bene, qualunque affermazione vagamente verosimile ha uguale dignità di verità. Né ci autorizza ad accettare che ci vengano propinate falsità in base ad una presunta visione o interesse più generale. E qui ci si riallaccia al problema che avevo sollevato qualche giorno fa in un commento ad Antonio (e che si lega anche a una recente risposta di Antonio a Laura). Come si fa, quando quello che sosteniamo essere la verità è spesso o quasi sempre contro il senso comune ed il comune sentire. Ma questo lo lascio a voi, ho già sproloquiato abbastanza.

 

The Big Bang Theory

di Roberto C.A.

Non è che voglia tediarvi troppo con la scienza. Ma qui è attualità: è vero quello che ha scritto Antonio, i risultati annunciati da Harward sul “big bang” sono molto importanti. Ed io vorrei usarli anche come pretesto per parlare un po’ di come sono trattate queste notizie dalla stampa, soprattutto italiana,  e di come vadano presi con un po’ di cautela.

Però mi serve inquadrare un minimo la situazione, vediamo se riesco a essere sufficientemente terra terra (è volutamente un ossimoro, si parla di astrofisica).

Credo che tutti sappiano che in astronomia guardare lontano significa guardare indietro nel tempo. Se guardo una stella lontana un milione di anni luce, la vedo come era un milione di anni fa. Quindi se guardo abbastanza lontano (circa 14 miliardi di anni luce), potrei vedere come era l’universo immediatamente dopo il big bang. C’è un limite però. Fino a circa 300 mila anni dopo il big bang, l’universo era così caldo che non c’erano atomi, che sono neutri, ma solo i loro componenti che sono particelle cariche. Un enorme, caldissimo conduttore. E i conduttori non sono trasparenti alla luce. Così non si può guardare ancora più indietro nel tempo, perché non c’è nessuna luce che viene direttamente da una qualche elemento primordiale, l’universo era opaco. La luce veniva continuamente assorbita e riemessa dalle particelle cariche. Pensate a una zuppa di particelle cariche e radiazione elettromagnetica, che interagiscono continuamente. Poi, quando a circa 300 mila anni di età l’universo espandendosi si è raffreddato abbastanza, si sono formati gli atomi e l’universo è diventato trasparente come adesso. E la luce (radiazione elettromagnetica) che pervadeva in quel momento l’universo dove è andata a finire? E’ rimasta, ed è quella “radiazione fossile” scoperta nel 1964 (cosmic microwave background) che è una delle prove più sostanziose della teoria del big-bang.

Però, questa radiazione potrebbe portare un ricordo di quanto è successo nei primissimi istanti (frazioni di secondo). Si ritiene, per spiegare la struttura attuale dell’universo, che immediatamente dopo il big bang ci sia stato un processo di espansione rapidissima (inflation). Questo processo avrebbe generato delle onde gravitazionali (sono oscillazioni, in realtà, della struttura dello spazio, visto che la gravitazione è una perturbazione di questa struttura). E un effetto di queste onde rimarrebbe nella distribuzione della radiazione fossile di fondo, che è l’unica cosa rimasta che possiamo misurare.

E questo è quanto cerca di misurare l’esperimento Bicep2. L’esperimento misura la direzione della polarizzazione della radiazione di fondo. La polarizzazione è semplicemente la direzione dell’oscillazione dell’onda elettromagnetica (le onde del mare vanno solo su e giù ma quelle di una corda possono essere su e giù, destra sinistra etc. quella è la polarizzazione). Le onde gravitazionali possono indurre un disegno nella distribuzione nello spazio della polarizzazione, con delle strutture che girano come dei vortici che altri processi non possono generare. E Bicep2 riporta una misura di ciò, compatibile con una inflazione avvenuta quando l’universo era ancora estremamente denso, con una densità di energia altissima. Risultato molto interessante.  Il risultato principale è riportato nel grafico qui sotto (la misura sono i puntini neri).

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Vediamo allora perché serve essere cauti.

1)   E’ il risultato di un singolo esperimento. Ricordate qualche anno fa quando Opera, al Gran Sasso, aveva pubblicato l’evidenza che i neutrini andassero più veloci della luce? Qualunque esperimento, per quanto ben fatto, può fare degli errori nel valutare i dati (problemi di strumentazione, di analisi etc.). Non è questione di sfiducia, ma di prudenza che viene dall’esperienza. Una singola misura non è mai una scoperta, lo diventa a posteriori se sufficientemente confermata. Naturalmente, i ricercatori pubblicano i risultati dopo un intensissimo screening interno, ed in genere gli errori se ci sono vengono trovati prima. Ma nulla sostituisce una verifica incrociata.

2)   Guardando il grafico (i puntini neri) si vede che il risultato è spiegato da due componenti. Quello indicato da “r=0.2” più a sinistra è il segnale che si assume sia generato dalle onde gravitazionali del big bang.  E quello indicato come “lensing” a destra, è dovuto a effetti di galassie che con la loro enorme forza gravitazionale distorcono la luce (come una lente), e generano effetti simili a quello cercato, ma a scale angolari diverse (vortici più piccoli). Però notate che nella parte “lensing” il segnale misurato è in eccesso rispetto alle attese (punti neri rispetto a linea rossa, e notate la scala logaritmica). Se abbassassi tutto il grafico per fare coincidere la misura con quanto atteso sulla destra, il segnale più a sinistra diventerebbe molto meno rilevante. Di solito, questi effetti si chiariscono con più dati. Quello che fanno (certamente lo faranno) i colleghi nelle conferenze in cui Bicep2 presenterà le misure è di chiedere conto di questi fatti e valutare le spiegazioni proposte.

3)   Ci possono essere altri effetti non considerati che generano lo stesso (o una parte) del segnale. Polveri interstellari o cose simili. L’esperimento nel suo articolo ha valutato molto accuratamente che l’effetto dovrebbe essere piccolo, ma comunque potrebbe ridurre la significatività statistica della misura. E di nuovo, ora i dati sono esposti al “pubblico” dei colleghi, che potrebbero suggerire effetti finora non considerati. Le pubblicazioni anche a questo servono, e contengono tutti i dettagli che permettono ai colleghi di valutare quanto fatto.

4)   Anche se l’effetto fosse genuino, il valore misurato (r=0.2) potrebbe essere sovrastimato (ha comunque un errore grande) Cioè una cosa è dire che si sono visti gli effetti delle onde gravitazionali generate dall’inflazione, un’altra è stabilirne l’intensità.

Quindi, massimo interesse, ma dire “è stato misurato per la prima volta l’effetto dell’inflazione dopo il big bang” è prematuro. Bisogna essere sicuri che l’esperimento sia corretto (cioè che il segnale ci sia sul serio come misurato, e qui servono conferme di altri), e che poi anche se misurato, il segnale sia veramente attribuibile a quella sorgente: le onde gravitazionali del big-bang.

(Altri errori che fa la stampa: non sono state misurate per la prima volta le onde gravitazionali, questa è, se confermata, una misura indiretta dell’effetto delle onde gravitazionali su altri fenomeni, e non è la prima di queste misure)

Se confermata però, questa sarebbe una misura importantissima. Non solo confermerebbe la teoria dell’inflazione subito dopo il big bang. Ma se viene confermato anche il valore dell’intensità dell’effetto (quel r=0.2), si tratterebbe di un effetto molto grande, che significherebbe che l’inflazione avrebbe avuto luogo a un tempo molto piccolo dopo il big bang, con una densità di energia solo 100 volte più piccola di quella iniziale. E questo ha implicazioni interessanti per tutta la fisica fondamentale.

Ora attenzione, non sto dicendo che i giornali sbagliano a parlarne, tutt’altro! L’attenzione è importantissima. Però bisognerebbe un po’ abituarsi a spiegare come funziona la scienza. Una misura non è una scoperta. E’ un passo nel processo, che è lungo e spesso irto di ostacoli e problemi. Ci sono tantissimi esempi di singole misure poi non confermate, e la scienza ha un meccanismo per gestire queste situazioni. Se andate a vedere quanto aveva riportato la stampa riguardo al bosone di Higgs, vedrete che c’è stata moltissima prudenza. E non per caso ma perché il CERN ha insistito moltissimo su quale fosse il messaggio corretto da dare. In questo caso c’è forse un po’ di entusiasmo eccessivo, che ovviamente si spera sia alla fine motivato. Ma pedagogicamente, per fare capire veramente come funziona il processo scientifico, servirebbe più attenzione. Perché poi, se non si capisce il metodo, è facile lasciarsi trasportare da annunci tipo “trovata una nuova cura”, o “trovata una nuova fonte di energia”. Insomma, siamo in un mondo in cui la componente tecnico scientifica è importante, nel bene e nel male, e un po’ più di comprensione dei suoi meccanismi sarebbe importante.

E soprattutto, fino che vivremo in un modo non ideale in cui la stampa non è perfetta, ricordiamoci, come ho scritto in un commento al mio post precedente, che i risultati scientifici non sono quelli riportati dai giornali, sono quelli pubblicati. Capisco che non tutti possono accedere direttamente ai risultati comprendendoli (io lo posso fare per un sottoinsieme di argomenti molto ridotto). Ma poiché spesso si sentono commenti e critiche basate su quanto letto sui giornali, ricordiamoci che spesso si commenta su rappresentazioni assolutamente fuorvianti della realtà (e chissà se questo è vero solo per quanto riguarda la scienza).

PS, per non contraddirmi, l’articolo originale è qui

 http://bicepkeck.org/b2_respap_arxiv_v1.pdf