scissione

Assemblea senz’anima

segnalato da Barbara G.

Un’assemblea senza anima avvicina la scissione del Pd

Nella riunione di sette ore parlano tutti i leader, renziani e di minoranza, Ma le parole più importanti arrivano alla fine, a telecamere spente, con Emiliano, Speranza e Rossi che accusano Renzi di “aver scelto la strada della scissione”. Da oggi il M5S è il primo partito del Paese. I democratici sono ormai bruciati.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 19/02/2017

La svolta arriva alla fine, quando l’assemblea del Pd è ormai terminata da più di un’ora. Via i delegati, i curiosi, i contestatori, le telecamere, le guardie rosse, ecco la nota dei tre tenori, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza alle sette di sera, in tempo per i tg, con la parola esorcizzata, invocata, temuta, carezzata per tutta la giornata: «Renzi ha scelto la strada della scissione», scrivono i tre. E questa volta, a quanto pare, è davvero finita. Tra accuse reciproche: decisione già presa, avanspettacolo.

L’annuncio dell’addio arriva dopo un’assemblea di sette ore, all’hotel Parco dei Principi immerso nei Parioli, tra stucchi dorati, lampadari, finti busti neo-classici. Di fronte ai recinti del bioparco si alterna al microfono il bestiario del partito che governa il Paese: i falchi, le colombe, le volpi, i leoni, le faine, i serpenti, le iene e le belle gioie. Il dolore, più volte tirato in ballo, i sentimenti e i risentimenti, le trappole, i trabocchetti.

La sottosegretaria Maria Elena Boschi, silente e a lungo inquadrata dalla regia. Le convergenze parallele: attribuite da sempre al pugliese Aldo Moro per il centro-sinistra (ma lui, in realtà, non pronunciò mai questa frase), sembrano rivivere in formato per così dire minore alle cinque del pomeriggio, quando al microfono a sorpresa chiede di intervenire il presidente della Puglia Michele Emiliano. Al raduno del teatro Vittoria nel quartiere Testaccio era stato il più duro del trio contro Renzi: «Vi chiedo scusa di averlo votato». Per tutto il giorno c’è il mistero sulle sue reali intenzioni, gli spin renziani fanno sapere che è pronto a tradire Rossi, Speranza e Bersani (e Massimo D’Alema). E il governatore sembra confermare i sospetti. Si traveste da agnello. Sventola il ramoscello della pace. Afferma che se Renzi farà un passo indietro, lui ne farà altrettanti, «per fare cento passi in avanti». Fino alla mozione di fiducia: «Io dico: mi fido del segretario, di Renzi, ho fiducia nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. Siamo a un passo dalla soluzione per portare dentro il partito una sfida dignitosa». Con un’avvertenza finale: «Se non troviamo un accordo tra di noi sarà poi difficile convincere gli italiani che siamo la forza da votare».

Convergenze parallele, perché Renzi e Emiliano sembrano fino a quel momento avere un interesse in comune. Fare il congresso e le primarie. Senza uno sfidante vero e agguerrito, per l’ex premier rischiano di essere un flop: gazebo deserti, in una calda giornata che già invita al mare, la prova che come dice Bersani il popolo ha voltato le spalle al Pd. E per Emiliano le primarie contro Renzi sarebbero un formidabile palcoscenico mediatico per rafforzare la sua leadership nazionale, oggi ancora legata alla Puglia e al Sud. Nella tagliola sembrano finire gli scissionisti: Rossi, Speranza e i leader. Bersani, presente per l’ultima volta, D’Alema ormai uscito in mare aperto. «Io ho deciso, vi aspetto fuori, fatemi sapere», ha salutato i compagni prima di lasciare il teatro Vittoria.

Sull’ex leader Massimo e sui bersaniani piovono per tutto il giorno appelli, richiami agli affetti, minacce. Nella sua relazione Renzi non concede neppure un millimetro a chi vuole andare via: «Don Milani diceva che chi perde il tempo bestemmia. Noi negli ultimi due mesi abbiamo bestemmiato il tempo. Adesso basta discutere, fuori di qui ci prendono per matti». Accusa gli avversari interni di volere la sua fine politica: «Più brutta della parola scissione c’è la parola ricatto. Non potete pensare che per evitare la scissione io possa togliermi di mezzo. Avete il diritto di sconfiggermi con un vostro candidato, non di eliminarmi!». Fa sfilare i fantasmi del 1998 e del 2009, ovvero la caduta di Romano Prodi a Palazzo Chigi e quella di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd, entrambe con la regia di D’Alema. Il vero nemico Innominato. E per la prima volta il rottamatore, il ragazzo dell’anno zero, del momento presente, chiama in suo soccorso il passato nobile del centrosinistra: Arturo Parisi e l’Ulivo, il Lingotto di Veltroni (da cui partì nel 2007 l’avventura del Pd), i valori della sinistra, l’identità, le primarie, «il potere che appartiene ai cittadini», il Pd che è l’unico «modello alternativo all’azienda-partito (M5S di Casaleggio) e al partito-azienda (Forza Italia di Arcore)». E ammette: «Il Pd è più forte dei destini personali dei leader».

In carne e ossa, in sala, ci sono molti protagonisti di questa storia. Parlano tutti, contro la scissione, nel silenzio surreale dei contendenti: i bersaniani spediscono Guglielmo Epifani sul podio a parlare per tutti, i renziani ancora una volta dimostrano incapacità di intervenire fuori dalla propaganda, quando il gioco si fa duro. Al loro posto, la vecchia guardia: Piero Fassino, Dario Franceschini, Franco Marini, ex segretari di Ds, Pd, Ppi. Parla, rompendo un silenzio che durava da anni, Walter Veltroni. E nella sala finalmente si fa attenzione. Scuola di prim’ordine, l’ex segretario rompe l’indifferenza reciproca. La sua è una lezione di discorso politico, prendano nota e lo studino nei loro corsi i giovani del Pd renziano i cui concetti non durano un tweet. Ed è una lunga lettera ai compagni di sempre che oggi potrebbero andarsene. Non si interrompe un’emozione, una storia. E Walter si toglie qualche antico sassolino nei confronti del rivale di sempre, D’Alema: «Vogliamo dirci che se il governo Prodi fosse proseguito la nostra storia sarebbe stata diversa? E che senza le nostre divisioni Prodi sarebbe diventato presidente della Repubblica nel 2013?». Ma Veltroni ha qualcosa da dire, e molto, anche sulla conduzione degli ultimi anni: «Il Pd non può essere un monocolore culturale o un partito personale. Se la prospettiva è la proporzionale, i partitini e le preferenze, il ritorno a un partito che sembra la Margherita e uno che sembra i Ds, non chiamatelo futuro, la parola più giusta è passato». Standing ovation. E per un istante qualcuno sogna che possa essere lui, Veltroni, il reggente del Pd nella fase congressuale.

Chi rompe e chi costruisce. Gianni Cuperlo paragona Renzi e i suoi antagonisti a James Dean in “Gioventù bruciata”, due auto in corsa verso il burrone, ed è l’immagine più cruenta e vera della giornata: «Non siamo mai stati un gruppo dirigente». Franceschini squarcia un velo sul nuovo che avanza: «Nella prossima legislatura le alleanze saranno larghe, politicamente improbabili, ma i numeri hanno una loro forza, solo la nostra unità ci consentirà di tenere in mano il timone di queste coalizioni». Traduzione: se in futuro dovremo allearci anche con Forza Italia meglio restare uniti e grandi, piuttosto che piccoli e deboli. Siamo alle ovvietà. Ma intanto nei corridoi i colonnelli bersaniani attaccano Renzi, si aspetta la mossa di Emiliano che alla fine arriva. Fuori tempo massimo, però. La soluzione è a un passo. La fine del Pd anche.

«La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario», disse il capogruppo dc Mino Martinazzoli chiudendo alla Camera nel 1987 la legislatura del governo Craxi. Nessuno lo ha ripetuto, eppure sarebbe stato necessario. Non lo ha fatto la minoranza, persa nell’ansia di non finire sotto il bastone renziano. E non lo ha fatto Renzi, che ha dimenticato l’insegnamento dell’Uomo Ragno: da grande potere grandi responsabilità. In un’assemblea di sette ore in cui in pochissimi hanno saputo parlare fuori dall’acquario o dal bioparco per rivolgersi al paese, all’altezza della «crisi democratica», come ha detto Veltroni, che attraversa e strema le istituzioni in Occidente, riscrive la storia e la geografia, da Washington all’Europa.

Il passato bussa alla porta, senza i partiti e i protagonisti del passato. Sarà una scissione, se tale sarà, senza anima e pathos. Nulla di paragonabile ai drammi novecenteschi, e neppure alla nascita della Quercia, quando – garantì Michele Serra in una poesia – «ho visto piangere Massimo D’Alema/ là, dentro il grembo della tribuna rossa». Piansero tutti anche nel 2007, a Firenze, quando Fabio Mussi lasciò i Ds che entravano nel Pd. Non ha pianto nessuno, in morte del Pd così come lo abbiamo conosciuto. Una gelida separazione, di chi non ha più nulla da dirsi, di chi non sopporta più la presenza reciproca, neppure il tono di voce. Ma molto ci sarà da soffrire nelle prossime settimane: elezioni amministrative, Rai, Parlamento, il vento della divisione fuori dall’assemblea del Pd rischia di travolgere molte imprese, compreso il governo Gentiloni.

Fino ad arrivare alle prossime elezioni, quando saranno. Perché da stasera M5S è virtualmente il primo partito italiano. E se la destra si sveglia, sarà un disastro politico annunciato per il centrosinistra e, chissà, forse, per il Paese. Il Pd è un partito bruciato. Un bel risultato, in ogni caso, per chi si era candidato a guidare l’Italia per decenni.

È POSSIBILE

di Mario De Fusco

Quasi sicuramente molti di voi avranno preso visione di quanto successo dai resoconti dei giornali e dei mass-media in genere. Quello che vorrei fare è fornirvi una chiave di lettura molto personale e, in quanto tale, opinabile, su quello che è scaturito o meno da quella riunione.
Comincio con qualche nota di “colore”: Bologna sempre molto accogliente e facilmente raggiungibile, ma organizzazione alquanto discutibile. È una cosa che già scrissi dopo il Politicamp di Reggio Emilia, ma, a quanto pare, il vizio è rimasto: spazio angusto, moltissimi in piedi (fra cui io), servizio ristoro rivedibile in molte parti. Il nostro affezionatissimo si giustifica con il fattore dell’autofinanziamento, ma, anche così, si poteva e si doveva fare meglio.
Vengo alla parte politica che è poi il nocciolo della questione. Molti commentatori l’hanno definita come l’ennesima puntata di una storia che non finisce per mancanza di coraggio e/o di coerenza. Non sono d’accordo. Certo, lo strappo finale non c’è stato, come molti (compreso il sottoscritto) avremmo sperato, ma, forse, era pretendere troppo. Da quello che ho visto e sentito, mi è sembrato di capire che sabato è stata solo la prima tappa. L’idea di Civati è quella di far nascere un nuovo soggetto politico mettendo insieme dissidenti del PD, SEL, forse qualche dissidente grillino o grillini ancora in carica, Verdi e una dose massiccia di astensionisti. Conta sulle praterie aperte da Renzi a sinistra e sull’appoggio di sindacati, associazioni varie e di singole persone, ma di peso, che possano accompagnarlo. Fra i parlamentari a lui fedeli e presenti a Bologna, Pastorino sembra già un fuoriuscito dal PD, Mineo più fuori che dentro, Tocci e la Ricchiuti ancora con molti dubbi legati soprattutto alla mozione di affetto nei confronti di un partito che hanno contribuito a far nascere. Cosa succederà adesso?
A mio avviso, molto dipenderà dagli sviluppi della situazione politica. Civati ha detto in maniera molto chiara che, se si andasse a votare con questo partito e questo programma, sicuramente lui non entrerebbe in quelle liste. Certo, c’è di mezzo molto tatticismo. Il nostro, probabilmente, ancora non ha chiaro su quante “truppe” può contare. Vuol giocare in maniera dirimente sull’elezione del nuovo PdR. E, soprattutto, giusto o sbagliato che sia, non vuole apparire come un traditore che abbandona la trincea.

Un fatto positivo che mi è sembrato di cogliere è che in questa nuova sinistra non ci dovrebbe essere spazio per la vecchia nomenklatura PCI-PDS-DS-PD alla D’Alema, Bersani etc. Ha lasciato uno spiraglio solo per la Bindi, e anche su questo mi trova d’accordo. Qualcuno di voi si chiederà, alla fine della fiera, se valeva la pena andare e che conclusioni si possano trarne. Ritengo positivo aver partecipato, il risultato certo non mi ha entusiasmato, ma qualche minima luce di speranza l’ha accesa. D’altra parte, e concludo, non si vede per quale motivo Tsipras e Iglesias in Grecia e Spagna possano farcela e, qui in Italia, un movimento del genere, no.

Il Ragazzo e la Ditta

IL RAGAZZO E LA DITTA, DUE PARTITI IN UNO. IL FUTURO DEI DEMOCRATICI ALLE PROVE D’AUTUNNO

Renzi scardina la tradizione, Bersani e D’Alema resistono. Ma i “figli” dei vecchi big sono attratti dal leader. Civati e la scissione: “Tanti la chiedono”.

da Repubblica.it (05/10/2014) – di Concita De Gregorio

LA DITTA, il Ragazzo. La luna di miele era per i fotografi, in verità una tregua armata. Estranei erano ed estranei sono rimasti. Al Partito (quello novecentesco, quello delle tessere che non ci sono più) il Ragazzo non è mai piaciuto: un’altra tradizione politica, tutta quella spregiudicatezza, occhiolino alle telecamere e nessuna gratitudine verso i padri. Alle Frattocchie lo avrebbero messo a rilegare atti del congresso, così si calma. Ma il Ragazzo le Frattocchie sa a malapena cosa siano, e poi quello era il Pci. A Renzi, d’altra parte, la Ditta è servita soprattutto come mezzo di trasporto: capolinea Palazzo Chigi. Come legittimazione, anche: vuoi mettere l’aura che ti dà essere alla guida del primo partito del centrosinistra europeo in confronto, mettiamo, a una lista civica. Difatti pazienza se non si iscrive più nessuno, “contano gli elettori”, ha ripetuto venerdì. Pazienza se nemmeno in Emilia vanno più a votare alle primarie, “nessuno ha interferito”, se la Ditta è in liquidazione perché “un partito senza iscritti non è più un partito”, parola di Bersani. Renzi: “Io parlo agli italiani, non ai dirigenti del Pd. Ogni volta che D’Alema apre bocca mi regala un punto”. Ecco, questo.

Dall’ultima direzione Pd è cambiato il mondo: ora è finalmente chiaro a tutti. Esistono due partiti dentro il Pd, anzi tre. Il partito di Renzi, la vecchia Ditta, la sinistra di Civati. Guardate i video su Youtube. Osservate come si muovono, ascoltate cosa dicono. La velocità, la quantità di parole per minuto. Lo schema di gioco: i vecchi in difesa, il Ragazzo all’attacco. I verbi al passato, i verbi al futuro. Bersani, D’Alema, i dirigenti venuti dal Pci hanno patito, irriso, combattuto Matteo Renzi – un boy scout scaltro e ambizioso, un democristiano 2.0 fissato con Twitter, ridevano – fino a che non ha vinto: le primarie prima, le europee dopo con un risultato da lasciare tutti muti. Il 40, e zitti. In mezzo la partita del Quirinale, che senza i 101 e rotti “traditori” avrebbe potuto davvero cambiare le sorti del Paese, ma non è accaduto e ancora resta da spiegare come, perché, per mano di chi. Ora preparano la fronda. D’Alema riunisce i suoi parlamentari a cena, Bersani parla con Pippo Civati, il quale a sua volta parla con Vendola. Ieri erano insieme in manifestazione in piazza Santi Apostoli: Vendola, Civati, Landini. Un’altra sinistra possibile, ancora una. La scissione è il tema del momento. Subito? A dicembre? Non appena mancheranno i voti al Senato, magari per la legge di Stabilità?

Ora: a chi vive nel mondo reale è piuttosto chiaro che quel che accade dentro il Pd interessa ormai solo a chi lo abita. Agita curve sempre più esigue. Interessa pochissimo anche Renzi, infastidito dalle diatribe delle minoranze interne almeno quanto Berlusconi lo era dal dibattito parlamentare. Una zavorra: “Se decidono di uscire fanno il 5, e andiamo più veloce”, ha detto l’altro giorno a uno dei suoi tre uomini di fiducia – di tre persone sole si fida davvero. Fanno il 5, dice di Civati e del possibile “nuovo soggetto politico” che si è affacciato ieri dal palco di Sel. “È troppo presto, ora, per rompere”, dice rientrando verso casa Felice Casson, senatore civatiano e possibile candidato sindaco per Venezia. “Con l’articolo 18 in aula si andrà per le lunghe. Lo stesso governo non ha chiesto, in conferenza di capigruppo, di contingentare i tempi del dibattito: segno che il governo per primo non ha fretta”. Il governo non ha fretta di arrivare al voto finale. Civati ragiona sui tempi: “Mi chiedono di uscire dal Pd per strada, in treno, al bar mentre prendo un caffè”. Ma è presto, ripete. “Non prima di dicembre di sicuro, deve passare dicembre”.

Dicembre è il mese chiave. Perché se il riposizionamento dei Giovani turchi e le strategie di Area democratica (se Roberto Speranza in Direzione si astiene, se Andrea Orlando vota a favore e D’Attorre contro) sono ghiottonerie solo per i feticisti della materia è anche evidente che si tratta di segnali che annunciano una partita più grande. Fuori dal Pd c’è il campo esteso del centrosinistra, il destino del governo e delle istituzioni supreme, presidenza della Repubblica in testa. Civati guarda allo spazio politico di Sel, vampirizzata alle europee dalla lista Tsipras. Lavora intanto al fianco dei ‘movimenti’ storicamente diffidenti verso la Ditta, diffidenza ampiamente ricambiata, e cerca sponda nel sindacato pronto a scendere in piazza il 25 ottobre. Un’area che va da Landini a Rodotà, Zagrebelsky, Libertà e Giustizia, Sel, i verdi rimasti. “Più o meno un dieci per cento dell’elettorato”, stima Civati raddoppiando la valutazione di Renzi. Quanti siano nel Paese si vedrà al momento del voto: intanto è interessante sapere quanti sono al Senato, e se per caso la loro defezione al momento di votare le riforme possa portare, appunto, al voto anticipato e quel che ne consegue.

Ecco il nodo di dicembre. I sondaggi danno il Pd in lieve crescita rispetto al 40 e la fiducia in Renzi in ascesa. Al Presidente del Consiglio – che non è passato da un voto politico ma ha avuto una legittimazione per così dire postuma, con le europee – converrebbe andare a votare al più presto, lo sa e lo dice. Per liberarsi dalla zavorra del dissenso interno e ricalibrare le forze rispetto a Forza Italia e a Berlusconi, in declino – quest’ultimo – personale e di consensi. C’è tuttavia il vincolo del patto del Nazareno che prevede, tra l’altro, un accordo per l’elezione del prossimo Presidente da farsi con questo Parlamento. Giorgio Napolitano ha fin dalla rielezione immaginato di dimettersi per i suoi 90 anni, a giugno. Renzi vorrebbe “che fosse lui ad inaugurare l’Expo 2015”. Ma neppure il presidente del Consiglio sa con certezza se a maggio ci sarà questo o un altro Parlamento. Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme, renziano: “Ai dissidenti non conviene andare a votare, parecchi metterebbero a rischio la propria rielezione. È piuttosto triste, inoltre, assistere ad un’alleanza fra D’Alema e Civati in chiave anti-renziana. D’Alema e Bersani incarnano una sinistra conservatrice: operaista fuori tempo massimo, tutta schiacciata a garantire un mondo in estinzione, il loro mondo. Non li abbiamo mai visti in piazza a difendere le finte partite Iva dei giovani senza garanzie, né dei precari. Hanno governato, non hanno fatto quel che potevano e dovevano. Civati, mi duole dirlo, finisce per ingrossare le fila di quella sinistra minoritaria e identitaria, quella che sta sempre e solo all’opposizione felice di occupare una riserva indiana in cui tutti sono puri e sono amici, si conoscono. La polemica lessicale dell’altro giorno in direzione – se gli imprenditori siano ‘padroni’ o ‘datori di lavoro’ – sembrava una riedizione dello scontro fra Occhetto e Berlusconi”. Padroni che sfruttano i lavoratori, diceva Fassina. Datori di lavoro che partecipano al destino dei loro dipendenti, insisteva al contrario Renato Soru. Pippo Civati: “Partirei da Soru, che ha avuto problemi col fisco e siede al Parlamento europeo mentre i lavoratori dell’Unità di cui era editore sono in cassa integrazione: fossi in lui parlerei d’altro, non di rapporti societari e aziendali. Quanto al rischio scissione: certo che esiste. Oggi è il lavoro, domani sarà la legge di stabilità: che cosa facciamo, continuiamo a votare contro, restiamo dentro in dissenso dalle scelte fondamentali? Non mi pare possibile”.

Sull’altro fronte, quello della Ditta, due sono i livelli di frattura con Renzi. Quello evidente della vecchia guardia, D’Alema e Bersani ostili. Poi quello generazionale e “ministeriale”: i giovani ex dalemiani, figli di quegli anziani padri, oggi al governo del Paese e del partito – ministri, capigruppo, presidenti – che proiettano su Renzi la loro personale traiettoria politica. Orfini, Orlando, Speranza, Martina. Il Ragazzo e la sua capacità di vincere trascinano nell’orbita renziana i più giovani della Ditta.

Queste le divisioni cellulari interne al Pd. Più seria e più grave, tuttavia, è l’unica divisione di cui Renzi dovrebbe aver timore: il solco che si è creato fra il vertice del partito che dirige e la sua base, quel che ne resta nell’emorragia di iscritti. Esiste il mondo della direzione del Pd, esiste il mondo di Twitter e Facebook, poi esiste il mondo fuori. C’è un’Emilia in cui vanno a votare alle primarie solo i politici di professione, una Puglia che fa accordi con il centrodestra incomprensibili ai militanti. Una Toscana che ha lasciato Livorno ai Cinquestelle, c’è Venezia commissariata, il sindaco eletto dal Pd travolto dagli scandali. C’è un Pd che si sfalda, sul territorio, una disillusione che cresce nell’ironia feroce e nella rabbia. Renzi parla al Paese, non al partito. In questo senso l’unico che davvero, per ora, ha mostrato di potere e volere “uscire dal Pd” è stato lui.

Civati dixit…

GIUSEPPE CIVATI: “SCISSIONE NEL PD? UNA FOLLIA, MA RENZI LA CERCA CON UNA RIFORMA DI DESTRA”

“Sull’articolo 18 ha cambiato opinione perché vuol dividere. Ci tratta da cassintegrati, però stia attento: i giapponesi nel Pd sono tanti. Voto nel 2015? Possibile, ma il Patto del Nazareno durerà più di una legislatura”.

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da l’Espresso.it (22/09/2014) – di Susanna Turco

Si scrive articolo 18, si legge rischio scissione: insomma sulla discussione intorno allo jobs act, puntuale come una certezza, riesplode la tensione nel Pd. Con il contorno di spettri mai davvero sopiti, che – mentre i lavori in commissione al Senato procedono – si agiteranno in crescendo almeno fino alla Direzione di lunedì prossimo, dove la riforma del lavoro sarà il piatto forte. Per portarci avanti, chiediamo lumi a Pippo Civati, ex rottamatore con Renzi e oggi minoranza dura e pura, l’unica a non essere entrata nella segreteria unitaria.

Ma davvero i democratici sono a rischio scissione?

“Di per sé sarebbe una follia, che si faccia davvero una scissione nel Pd. Eppure, nel caso dell’articolo 18 – sul quale nel programma di Renzi alle primarie non c’era una riga – siamo in presenza di una evidente forzatura. Il premier pretende dal partito una fedeltà quasi feudale, e non contempla alcun tipo di relazione politica con le minoranze che non sia il dileggio o l’umiliazione. Usa le lettere agli iscritti, addirittura. Un atteggiamento molto aggressivo, su una questione che non dipende in realtà dalle minoranze. Leggo che Orfini, presidente del Pd, dice “no a diktat”. Ma chi è che li pone i diktat?

Lei?

“Io no. Io mi attesto sul contratto unico alla Boeri, che dava come soluzione la stabilizzazione e non la precarizzazione, e su cui Renzi, ai tempi delle primarie, era d’accordo”.

Anche Grillo adesso gli rimprovera scarsa coerenza, ricordando che la sua posizione nel 2012 era opposta a quella di adesso.

“Non solo nel 2012, anche ad agosto. E comunque, da come si muove, capisco benissimo che la posizione non riguarda il merito, ma la volontà di dividere. È una scelta politica per distrarre da altre situazioni. Dopo i gufi serve un altro tipo volatile”. 

Fassina dice che se si va avanti così “Renzi ci porta al voto in primavera”. Possibile?

“Il patto del Nazareno durerà più di una legislatura: è un’intesa di lungo periodo sulla gestione politica del sistema italiano, nella quale è possibile anche sia messo nel conto di votare nel 2015, per poi ritrovarsi con uno schema analogo a quello di oggi, col Pd maggioranza e Fi all’opposizione. Comunque, è chiaro che se Renzi drammatizza così tanto adesso, in caso di problemi di stabilità si andrà a votare. Il gioco è pesante”.

Lei dice che Renzi usa l’articolo 18 come scusa per spaccare il partito. Ma è quello che dicono anche i renziani di voi. Pina Picierno, ad esempio, alle minoranze: “Spero che la polemica sull’articolo 18 non diventi uno strumento per regolare conti in sospeso”…

“Ma perché dovremmo farlo noi? È una falsità, portata avanti con una disinvoltura sorprendente, e modi allucinanti. Se si vuol tornare a una Margherita più robusta lo si dica: ma nel Pd c’è anche una storia della sinistra, che non si può ignorare. E chi è che ha posto il tema articolo 18, dividendo tra buoni e cattivi ? Non io. Chi ha iniziato, chi vuole drammatizzare? Se il contratto a tutele crescenti prevedesse che dopo tre anni un lavoratore è stabilizzato, nessuno sarebbe in disaccordo. Se invece si parla di persone che non avranno mai la tutela del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, a questo punto potevamo votare Berlusconi e facevamo prima”.

Ma si vuol davvero smantellare l’articolo 18? L’ultima ipotesi sul tavolo del premier è che l’articolo 18 sia l’ultimo gradino del contratto a tutele crescenti.

“Dopo dieci anni, capisce? Un’eternità. Mi sembra allucinante, anche rispetto alla soluzione di Boeri che abbiamo tutti frequentato”.

Comunque siamo ancora alle ipotesi, cioè non si sa esattamente quale sarà l’intervento di riforma, giusto?

“Cosa esattamente sarà non è nella legge delega, perché la delega è vaga, e comunque andrà poi interpretata, come faceva notare Bersani. Comunque si tratta di una scelta molto pesante. Poletti cerca di smussare, ma la direzione del premier è chiara. E sarebbe un cambiamento culturale epocale per la sinistra”.

In concreto, a Palazzo Madama dove si discute il jobs act cosa succederà? Ci saranno le fronde come è accaduto in estate per la riforma del Senato?

“Non ne ho idea e non faccio previsioni. Ci sono malumori traversali e scelte personali in ballo”.

Il premier li chiamerebbe i “giapponesi”.

“Mah, i giapponesi sono tanti… Alla fine può anche vincere il Giappone, per dire”.

E nel Pd, chi vincerà? La Boschi invita a dimostrare che si vuol bene alla “ditta” e, in generale, si chiede di rispettare l’indicazione della maggioranza del Pd.

“Il partito ha un equilibrio delicato: è chiaro che Renzi predomina nel dibattito interno, però bisogna rappresentare anche chi non è d’accordo: altrimenti invece del Partito democratico si fa il partito di Renzi. E se il segretario continua sulla linea dura, finisce che o umilia o perde un terzo di noi”.

Lo vede che allora la scissione aleggia?

“Io dico che è in gioco l’equilibrio del partito nel suo complesso. Un equilibrio ancor più delicato in Parlamento”.

Perché?

“Renzi governa senza essere passato dalle elezioni, non è mai stato il nostro candidato premier, mentre i parlamentari del Pd hanno preso, con chi li ha eletti, impegni che erano altri da questi. Con grande velocità e furbizia, sostituendo Letta, Renzi ha voluto usarli, ma non può dimenticarsi l’equilibrio delicato sul quale tutto ciò si regge, e da dove viene”.

È una minaccia?

“Intendo solo dire che se oggi Renzi mettesse nel programma elettorale l’abolizione dell’articolo 18, magari qualcuno deciderebbe di non candidarsi col Pd e qualcun altro di non votarlo. Invece lui tratta i suoi parlamentari come fossero tutti cassintegrati: della serie ora si adeguano e lavorano come dico io, perché sono il segretario. Ma in questa logica, mancano i cittadini”.

È in atto una trasformazione, nel Pd?

“Più che trasformazione il rischio è il trasformismo, direi. In questo caso, abbiamo l’assunzione da parte della sinistra di un progetto di riforma della destra. Non a caso, i complimenti più scatenati arrivano da Vittorio Feltri e Maurizio Sacconi”.

Dunque?

“Io sono pronto ad assumermi la quota di responsabilità che mi compete, dopodiché tanto l’astensione di Forza Italia è scontata, quindi la riforma passerà lo stesso. Il Patto del Nazareno, come dicevo, durerà a lungo. E del resto il Nazareno, si sa, è eterno”.

QUI la riforma del lavoro possibile proposta da Civati.