scuola pubblica

Garanzia di neutralità

Il giudice: i figli alla scuola pubblica

Milano, il provvedimento del Tribunale per risolvere la contesa tra genitori separati sull’istruzione. “Gli istituti privati possono condizionare l’educazione, solo quelli statali garantiscono la neutralità”.

di Franco Vanni – Repubblica.it, 30 marzo 2016

MILANO. La scuola pubblica rappresenta una scelta neutra, mentre la privata potrebbe “orientare il minore verso determinate scelte educative o culturali in genere”. Con questa motivazione, il Tribunale di Milano ha deciso che i figli di una coppia separata debbano frequentare un istituto statale, come chiesto dal padre, e non uno cattolico paritario, indicato invece dalla madre. La sentenza, firmata lo scorso 18 marzo dal giudice Giuseppe Buffone della nona Sezione civile, conclude che “non si possa affatto dire che la scuola privata risponda “al preminente interesse del minore”, poiché vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche “. Pertanto, conclude il giudice, “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.

Il caso su cui il Tribunale si è trovato a decidere riguarda due ragazzini di 12 e 9 anni. Quando la famiglia era unita, frequentavano scuole paritarie cattoliche. Dopo la separazione, nonostante la difficile situazione economica che i genitori si sono trovati ad affrontare, la madre ha insistito perché fosse garantita ai bambini “un’istruzione in continuità con quanto fatto fino a quel momento “. Il giudice della nona Sezione civile, presieduta da Paola Ortolan, ha rimarcato come “pretendere che i figli continuino a godere del medesimo benessere che prima poteva essere garantito costituisce l’espressione di un “diritto immaginario” che non trova tutela nell’ordinamento giuridico “. E ha concluso che “laddove sussista conflitto dei genitori separati sulla frequenza dei figli tra scuola privata e pubblica”, in mancanza di “evidenti controindicazioni”, allora “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.

Secondo la statistica del Tribunale, le decisioni riguardanti la scuola sono l’argomento di lite più frequente nelle coppie riguardo ai figli, insieme a quelle sulla residenza. Laura Cossar, avvocato di diritto di famiglia e membro dell’ufficio di presidenza dell’Ordine degli avvocati di Milano, dice: “La sentenza, che condivido in pieno, mette ordine in una questione che genera diatribe. Capita che la scuola privata risponda a un bisogno identitario del minore, come gli istituti ebraici per i figli di ebrei ortodossi, o gli istituti “nazionali” a cui gli stranieri iscrivono i figli. Ma sono eccezioni. Spesso uno dei genitori fa della scuola privata una questione di appartenenza a un’élite o un capriccio”. Per l’avvocato Cinzia Calabrese, presidente Aiaf Lombardia, “più in generale, nel momento in cui i genitori non sono in grado di fare una scelta per il figlio e devono rivolgersi a un giudice, significa che non stanno tutelando il suo interesse”.

C’è chi dice no

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LA LETTERA DELL’INSEGNANTE: “HO RIFIUTATO L’ASSUNZIONE A SCUOLA, NON INSULTATEMI” 

La donna spiega le ragioni del suo no: “È un salto nel buio. Non difendo un privilegio ma un diritto”

di Marcella Raiola – Repubblica.it, 18 agosto 2015

CARO DIRETTORE,  ho 44 anni e faccio con passione l’insegnante pendolare da 13. Insegno Latino, Greco e materie letterarie nei licei classici della provincia di Napoli, e poche volte ho lavorato a meno di 25 chilometri da casa. Sono laureata e abilitata con il massimo dei voti e ho conseguito un dottorato di ricerca in Filologia. Sono iscritta in graduatorie che per legge sono provinciali, non nazionali, e ho pieno titolo all’assunzione.

Da 13 anni accumulo punteggio lavorando da “ultima arrivata”, con studenti, colleghi, dirigenti sempre diversi, e con meno diritti (niente ferie, niente scatti stipendiali).  A differenza di tanti altri, poche volte mi è capitato di lavorare su uno spezzone orario, cioè a stipendio ridotto, oppure su due o tre scuole. Non ho, come tanti miei colleghi di età compresa tra i 40 e i 55 anni di cui ho raccolto gli sfoghi dolorosi in questi giorni tesi e tristi, figli piccoli, disabili, genitori anziani da accudire da sola o una casa appena comprata con un mutuo salato, ma ugualmente non ho prodotto la famigerata domanda di deportazione.

“Deportare” è una parola forte, è vero, ma è affiorata spontaneamente alle labbra di lavoratori precari da dieci o addirittura venti anni, con alle spalle peregrinazioni in varie regioni e grandi sacrifici, sia per l’aggiornamento (a carico nostro) che per la maturazione di un punteggio che ora viene azzerato e vanificato. A quelli che puntano il dito contro di noi, in questi giorni, denigrandoci e accusandoci di “sputare in faccia al posto” per difendere il privilegio di lavorare “sotto casa”, voglio spiegare le mie ragioni e perché ci viene chiesto un vero e proprio salto nel buio. Quale lavoratore, dopo 15/20 anni di precariato, accetterebbe che un computer stabilisse dove deve andare a sopravvivere con mille euro al mese, andando a svolgere, per di più, mansioni ad oggi non definite e sicuramente diverse da quelle per cui ha studiato e lavorato?

La “fase” in cui la maggior parte dei precari rientra, infatti, me compresa, è quella in cui si viene assunti non da docenti, ma da “personale-jolly” e tuttofare, che il dirigente onnipotente utilizza a piacimento. Non solo. L’incarico che viene offerto ai precari dura solo tre anni e comporta l’obbligo di fare ulteriore domanda di trasferimento presso scuole del nuovo comprensorio in cui ci si verrà a trovare, con tanti saluti alla continuità. E dopo? È questa la grande “stabilizzazione”? I nostri detrattori dicono pure che i lavoratori devono spostarsi dove sono i posti, ma non si chiedono come mai i posti siano tutti al Nord, mentre è al Sud che occorrerebbero più insegnanti, dato l’alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica.

Il piano di assunzioni del governo è solo un altro gigantesco taglio mascherato: il Pd aveva promesso il ritiro dei tagli Gelmini, 88.000 dei quali sono stati dichiarati illegittimi dal Consiglio di Stato, ma non ha mantenuto la promessa e si è invece inventato l’organico “funzionale”, con la conseguenza che una parte dei precari verrà assunta per fare chissà cosa chissà dove (probabilmente il “tappabuchi” fino alla fine della carriera). Un’altra cospicua parte, quella impossibilitata o indisponibile a cedere al ricatto della migrazione coatta e della dequalificazione professionale, resterà nelle graduatorie. Questo confligge con la sentenza della Corte europea del 26 novembre scorso, che condanna l’Italia per abuso di contratti a tempo determinato e impone l’assunzione di tutti i precari che hanno maturato 36 mesi di servizio.

Ci hanno chiesto di buttare a mare una vita di studio e sacrifici, di partecipare a una lotteria calpestando chi non può “concorrere”, nello spirito del “si salvi chi può”. Perché? Perché non posso insegnare le mie materie nelle scuole in cui lavoro da 13 anni e in cui ci sono classi da 34 alunni (una l’ho avuta proprio io, nel 2009-2010). Smembrate, potrebbero essere meglio gestite da un maggior numero di docenti? Perché chi ha punteggi altissimi deve finire a Pordenone mentre chi è in fondo alle graduatorie potrà coprire le cattedre su cui i deportandi lavorano continuativamente da anni? Qual è la ratio sottesa a questo sistema caotico e lambiccato?

Il governo sembra voler punire una categoria che ha protestato vigorosamente, negli ultimi mesi, contro una riforma che non piace a nessuno e i cui primi danni già si iniziano a vedere e, inoltre, penalizza le donne, che sono il welfare dello svantaggiato Sud. Faccio un appello a tutti i lavoratori: invece di dilaniarci, facciamo in modo che il lavoro non sia percepito o elargito come un favore, perché è un diritto costituzionale. Difendiamo la dignità del lavoro e la Scuola pubblica, che è di tutti e per tutti.

La scuola in piazza

 

Proseguono, come già annunciato, le iniziative di mobilitazione dei cinque sindacati rappresentativi della scuola dopo lo sciopero generale del 5 maggio.

FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Snals Confsal e Gilda Unams promuovono per venerdì 5 giugno “La cultura in piazza”, un’iniziativa a livello territoriale con fiaccolate che avranno luogo contemporaneamente in tutte le principali città italiane.

Cosa chiederanno le piazze italiane? Che il DDL in discussione al senato venga radicalmente cambiato. Perché così com’è peggiora la qualità della scuola pubblica, non risolve il problema del precariato, afferma logiche autoritarie e incostituzionali nella gestione organizzativa delle scuole, mette in discussione diritti e libertà e cancella la contrattazione. In altre parole: realizza tutto meno che una “buona scuola”.

Fai sentire la tua voce e partecipa anche tu

Agrigento, Alessandria, Aosta, Arezzo (e le altre iniziative in Toscana), Benevento, Bologna,CagliariCaltanissetta, Castrovillari, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Feltre, Genova, LivornoMacerata, Mantova (e le altre iniziative in Lombardia), Messina, Modena, Napoli, Nuoro, Palermo,Perugia, Ragusa, Ravenna, Roma, San Benedetto del Tronto, Savona, Termoli, Terni, Torino,Udine, Vibo Valentia.

Burattini in cattedra?

LA SCUOLA E GLI INSEGNANTI SECONDO IL PD

di Amalia Signorelli – ilfattoquotidiano.it, 12 maggio 2015

Per la ministra Maria Elena Boschi, le insegnanti e gli insegnanti italiani di ogni ordine e grado del sistema scolastico, sono dei poveretti incapaci di intendere e di volere, dei burattini manovrati dai sindacati. Per il sottosegretario Faraone sono anche dei semideficienti incapaci di capire il valore innovativo e costruttivo della proposta di legge nota come “La buona scuola”.

Se queste sono le loro convinzioni, converrebbe ai due esponenti del governo progettare non una riforma della scuola italiana, ma l’abolizione, l’eliminazione totale del sistema scolastico così com’è; e la sua rifondazione ex-novo con personale docente tutto diverso, non delle povere marionette semideficienti manovrate da un sindacato curruttore, ma dei very smart esperti delle soft skills tanto amate dal loro ispiratore Abravanel. Insomma dei professori delle “Istruzioni per l’uso” che le insegnino in conformità delle direttive impartite da Confindustria.

Sono indignata, anzi un po’ più che indignata. La scuola italiana ha mille pecche e difetti. Ma la presunzione, l’ignorante saccenteria, l’approssimazione velleitaria, il disprezzo per le competenze altrui con cui costoro che pretendono di governarci, parlano della scuola, non ha a che fare in prima battuta con i problemi della scuola stessa, ma con loro. Con la loro superbia e la loro maleducazione.

Vorrei che provassero ad andare a insegnare per un inverno in una scuola media della borgata romana di Tor Bella Monaca o in quella napoletana di Scampia; vorrei che mettessero piede in un istituto professionale e tentassero di catturare l’attenzione e tenerla per un’ora, di sedicenni abulici e senza speranze; vorrei che spiegassero a quindicenni del terzo millennio la storia del pentimento dell’Innominato. Anzi, cara ministra Boschi, visto che Lei è una giovane donna fragile e delicata, mi accontenterei che svolgesse un compito meno gravoso. Mi piacerebbe vederla portare una quinta ginnasio di un liceo romano a fare un viaggio di studio a Siracusa, Modica e Noto, incluse tre tragedie di Euripide al teatro greco, e non solo spiegare tutto sulla Magna Grecia, sulla Tragedia greca e la catarsi e sul barocco siciliano; ma riuscire a riportare tutta la classe a Roma, senza perdite neppure di zainetti e portafogli, senza mal di pancia e caviglie rotte. Per poi tornare in classe con loro il giorno dopo e riuscire a persuaderli che comunque, viaggio o no, devono studiare l’aoristo e la biologia.

Cara Boschi, caro Faraone, avete idea di chi sono gli insegnanti? Di qual è la funzione sociale che svolgono? E se ce l’avete, come vi permettete di mancare loro di rispetto in questa misura?

Preferisco pensare che non lo facciate intenzionalmente, ma perché siete dei superficiali, dei bambini viziati convinti di essere capaci di fare tutto e di farlo meglio di chiunque altro; sicuri di non fare mai errori e di non meritare mai critiche e neppure consigli. Per giunta il vostro basic italian non vi aiuta perché non vi consente di articolare granché tra critica e insulto.

Abbiamo avuto amaramente modo di constatare quanto poco teniate conto non solo dei pareri, ma addirittura della competenze che si permettono anche solo di discostarsi della vostre convinzioni. Non mi piace questo vostro stile, non mi è piaciuto fin dall’inizio. Ma sulla scuola mi indigna particolarmente.

Vi piace dire che la scuola è di tutti. Ebbene, no. La scuola è prima di tutto degli insegnanti perché sono loro che la fanno funzionare, sono loro che bene o male l’hanno tenuta e la tengono in piedi, sono loro che l’hanno mandata avanti tra tagli finanziari scellerati e ‘innovazioni’ e ‘riforme’ scriteriate. Sono loro che hanno sopportato la mancanza di risorse, di rispetto e di attenzione; la petulanza di genitori semianalfabeti che pretendono di sapere quanto è bravo il loro figlio (per definizione unico, meraviglioso, mitico); le accuse all’ingrosso del primo esperto che trova da qualche parte statistiche che ‘dimostrano’ quanto è arretrata la nostra scuola. E sono loro, gli insegnanti, che anche quando sono (ed è raro) incompetenti e oziosi, fanno comunque qualcosa che è sempre, almeno un pochino, utile alla società; e sono loro che sono stati ridotti a livelli ignobili di precariato e di bassa retribuzione.

E poi, a voler essere gentili con voi e a cercare di ragionare insieme: se oltre un milione di persone ‘non capisce’, sottosegretario Faraone, la validità della vostra proposta, io non dico che vi debba venire il dubbio che sia una cattiva proposta, dato che per definizione le vostre proposte sono buone; ma almeno che l’abbiate spiegata male? O no? Pure le vostre spiegazioni sono sempre infallibili?

Leggi anche:

http://espresso.repubblica.it/palazzo/2015/05/13/news/buona-scuola-in-aula-alla-camera-quel-che-c-e-da-sapere-sulla-riforma-1.212581?ref=HEF_RULLO

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/scuola-sindacati-insoddisfatti-dallincontro-col-governo-su-ddl-modifiche-non-sufficienti/1676818/

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/scuola-sindacati-ce-stato-ascolto-ma-giannini-li-stronca-no-passi-indietro/371107/

http://www.repubblica.it/scuola/2015/05/12/news/scuola_boicottaggio_invalsi-114192011/

Non mi fa risparmiare

segnalato da barbarasiberiana

NO, LA TUA SCUOLA PRIVATA NON MI FA RISPARMIARE

leonardo.blogspot.it, 09/03/2015

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo, ho un blog, e non mi va di pagare per la privata dei vostri figli. Chi mi conosce da un po’ di tempo lo sa – è una cosa che scrivo a intervalli regolari, più o meno ogni volta che qualche lobbista o politico di area cattolica bussa al governo con la mano sul cuore e l’altra tesa.

Stavolta però mi hanno letto in tantissimi, non so neanche io perché. Scherzi di facebook. Tra i tantissimi era normale che ci fosse anche qualche lettore che non la pensa come me. Qualcuno convinto che finanziare le scuole private coi miei soldi di contribuente sia una cosa buona e giusta – se non altro perché, pensate un po’, farebbe risparmiare allo Stato un sacco. 

È in effetti una storia che ho sentito spesso. Siccome l’articolo 33 della Costituzione è chiarissimo (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), l’unico sistema per aggirarlo è sostenere che le scuole private facciano addirittura risparmiare. Anche la recentissima letterina pubblicata su Avvenire e controfirmata da 44 parlamentari di area Pd spiega che il “sistema [delle private paritarie] costa allo stato solo 470 milioni di euro/anno [fonte?], pari a circa 450 euro/anno/alunno per la scuola dell’infanzia e primaria [fonte?], mentre lo stanziamento per le secondarie di I e di II grado è praticamente inesistente”. Siccome secondo il Ministero dell’Istruzione ogni studente costa allo stato 6000€ all’anno, il risparmio appare evidente.

Ma sarà vero?

Tanto per cominciare, mi piacerebbe sinceramente capire chi ha fatto il famoso conteggio dei 470 milioni di euro l’anno. Se è un dato vero, che problema c’è a citare la fonte? E invece nessuno la cita mai. Se la prendono con te che non sai l’aritmetica, ma non ti spiegano da dove loro hanno preso i dati. È curioso.

Ma anche volendo prendere per buono il dato dei 470 milioni di euro all’anno, qualcosa non mi torna – no, in generale non mi torna niente. È uno di quei problemi che sembrano appunto banalmente aritmetici e poi a guardarli bene non lo sono affatto. Un ente – non necessariamente una scuola – un qualsiasi ente che mi promette di farmi risparmiare se gli do dei soldi, mi lascia perplesso. Forse davvero non sono abbastanza intelligente da capire come funziona. Mi piacerebbe che qualcuno intervenisse qua sopra e me lo spiegasse. Finora non c’è riuscito nessuno, forse sono senza speranza.

Proviamo a capirci. Le scuole private esistono già. Se per assurdo scomparissero all’improvviso; se gli alunni fossero a causa di ciò costretti a iscriversi alle pubbliche, è chiaro che la spesa pubblica leviterebbe. Credo che sia appunto il caso che hanno in mente i 44 parlamentari quando parlano di un “risparmio evidente”. Ma è un caso abbastanza assurdo, no? Le scuole private esistono già, e tanti genitori ci manderanno comunque i loro figli. Che lo Stato li aiuti o no. Quale convenienza ha lo Stato aiutandoli?

Gli studenti di queste scuole costano poco allo Stato – 5530€ in meno ad alunno, a dar retta ai vostri numeri. Sembra un bel risparmio, ma se aumentassimo il numero di posti, lo Stato risparmierebbe di più? Ne siete convinti? Io non ne sono del tutto convinto.

E se invece lo calassimo?

Partiamo da un presupposto: si tratta di scuole paritarie. Gli alunni che le frequentano dovrebbero essere in grado di sostenere gli stessi esami degli alunni che frequentano le statali. I pochi dati che abbiamo in riguardo non ci permettono di sostenere che le scuole paritarie finanziate dallo Stato offrano in media un servizio di qualità. A quanto pare per ora il servizio medio è inferiore a quello delle pubbliche – ma a parte questo: qualcuno si aspetta che le scuole paritarie costino di meno?

Da un punto di vista meramente economico non c’è nessun motivo perché ciò succeda. Anche se non è in grado di assicurare ai propri studenti un’istruzione dello stesso livello di quella delle scuole pubbliche, una scuola paritaria dovrebbe far fronte a tutte le spese di quella pubblica. A meno di non credere alla favola del volontariato – ovvero: mi va bene se in cortile c’è un volontario che sta attento che i bambini non si ammazzino sull’altalena – ma se in classe c’è un volontario che insegna ai bambini l’inglese, non è un volontario. È un insegnante non abilitato e non pagato – oppure pagato poco e in nero. È schiavitù, al limite evasione fiscale – non volontariato. Siamo d’accordo su questo? Lo spero.

Dunque non si capisce effettivamente come possa una scuola paritaria costare ai genitori meno di una scuola pubblica. Quest’ultima, tra l’altro, facendo parte di un’enorme rete di scuole presenti in modo capillare sul territorio italiano, può ottenere diversi servizi a un prezzo di favore. Può selezionare insegnanti in tutto il territorio italiano mediante concorsi (anche se spesso non lo fa), razionalizzando una serie di risorse (mezzi di trasporto, personale non docente, cancelleria), con un’efficienza molto maggiore. È un po’ il motivo per cui la grande distribuzione può permettersi di tenere i costi più bassi di una bottega in centro. Per lo stesso motivo, ci si aspetterebbe che una scuola paritaria privata costasse al pubblico un po’ di più della scuola pubblica. E infatti è così.

Ma ad alcuni non va bene.

Vorrebbero pagarla di meno.

Vorrebbero che gliela pagassi un po’ io.

E se io smettessi di pagargliela?

Prendiamo per buoni i dati dei 44 parlamentari. Uno studente di privata primaria costa allo Stato 450 euro? Ma se la scuola costa più o meno quanto quella pubblica (e davvero, non si capisce come potrebbe costargli di meno), questo significa che gli altri 5000 euro e rotti ce li mette il genitore. Abbiamo dunque davanti un genitore che è disponibile a sborsare 5000 euro all’anno per l’educazione di suo figlio, ma ne pretende 450 da me. Ma se smettessi di dargliene 450? Se gliene dessi soltanto, diciamo, 225? Lui toglierebbe suo figlio dalla privata paritaria? Secondo me no. Cioè, magari alcuni sì. Ma pochi. La maggior parte continuerebbe a iscriverlo alla privata, perché cosa sono in fondo i miei 225 rispetto ai suoi 5000?

Vedete come funzionano i numeri? Voi li usate per dirmi che i buoni scuola fanno risparmiare. Io vi prendo gli stessi numeri e vi dimostro che posso risparmiare ancora di più – se i buoni scuola ve li taglio a metà. Chi avrà ragione? Il dibattito è aperto.

Prendete, per esempio, la questione del volontariato. L’istruzione di massa ha convinto il gonzo che lo stato non può – e forse neanche deve – far fronte ai bisogni essenziali dei miserabili, e che a questo può – addirittura preferibilmente deve – supplire l’attività benevolente del volontariato, che tuttavia non può farsene interamente carico, sicché necessita di un aiuto, e da chi se non dallo stato? Al gonzo si fa credere che questo si traduca comunque in un risparmio, e il gonzo, oggi, ci crede. Al gonzo d’una volta, invece, mancava il concetto di sussidiarietà: alla richiesta di denaro pubblico per fare beneficenza avrebbe drizzato le antennine, fottendosene altissimamente di poter apparire cinico, ancor meno di rivelarsi ignorante sul ruolo dei cosiddetti corpi intermedi. Il gonzo d’oggi non se lo può permettere (Malvino)

Scuole private, soldi pubblici

Alle scuole private un fiume di soldi pubblici

Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame.

da espresso.repubblica.it (02/02/2015) – di Michele Sasso (ha collaborato Paolo Fantauzzi)

Alle scuole private un fiume di soldi pubblici
L’ingresso degli studenti in un liceo pubblico di Roma

 

C’è un paradosso nel mondo dell’istruzione che sopravvive alle riforme e ai proclami. Da una parte scuole pubbliche a corto di risorse, con 250 mila insegnanti precari ed edifici senza sicurezza come testimoniano i crolli nell’asilo di Milano e nella media di Bologna di inizio gennaio.

Dall’altra istituti privati che continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità.

Il governo Renzi ha promesso di mettere mano almeno alle condizioni delle aule, con un piano di investimenti ambizioso che però stenta a partire proprio per la carenza di fondi: l’operazione richiede quattro miliardi di euro. Così il dossier “La buona scuola” considera inevitabile il sostegno agli imprenditori dell’istruzione: «Va offerto al settore privato e no-profit un pacchetto di vantaggi graduali, attraverso meccanismi di trasparenza ed equità che non comportino distorsioni».

Così ogni anno il ministero dell’Istruzione versa poco meno di mezzo miliardo alle paritarie.

Un lascito mai rimosso del secolo scorso, quando il maestro non arrivava nei paesi più remoti e ai piccoli studenti ci pensavano soprattutto le suore.

Oggi quel finanziamento è un nervo scoperto tra i pasdaran della statale ad ogni costo e i paladini delle strutture private. Per i primi andrebbe cancellato il contributo per gli istituti laici e confessionali che vogliono stare sul mercato, mentre i secondi difendono la possibilità di educare ai valori cattolici o con sistemi alternativi.

La rivoluzione annunciata più volte da Renzi per la scuola non ha cambiato nulla.

Le due opzioni sono sempre sullo stesso piano, rispolverando un vecchio mantra caro al centrodestra italiano: la libertà di scegliere dove mandare i figli a scuola è sacrosanta e siccome le paritarie costano, ci vuole un aiutino. Tesi sposata in pieno anche dal ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato».

Per gli “amici delle famiglie” sono riservati per quest’anno 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni. Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo.

La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review, ma ha fatto lievitare il malcontento. Come spiega padre Francesco Macrì, presidente della federazione degli istituti cattolici: «Siamo il vaso di argilla più debole di tutti, subiamo il taglio dei finanziamenti a fronte di una crescita di responsabilità e di impegni educativi».

Di diverso avviso Massimo Mari della Cgil:«Quella della Giannini è una presa di posizione degna dei governi democristiani. Con un problema mai superato: al centro dell’istruzione c’è il cittadino e non la famiglia. Finanziare la scuola cattolica contrasta con lo Stato stesso».

Ancora più tranchant la Rete studenti:«Investire nelle paritarie è un insulto ai milioni di ragazzi che frequentano istituti che cadono a pezzi, senza servizi e sotto finanziati».

Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625. Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione.

Per stare in piedi chiedono una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. Tanto. E allora oltre allo Stato ci pensano gli enti locali a dare una mano, con il buono-scuola della Regione Lombardia a fare da modello o gli aiuti dei comuni emiliani: a Bologna il milione di euro destinato ogni anno alle scuole d’infanzia è stato bocciato da un referendum. Governatori e sindaci alimentano un altro fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, che si somma alla sovvenzione ministeriale.Un assegno in bianco, che non premia solo le eccellenze: finisce pure ad enti privati che non brillano per qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame.

STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO

Tra le distorsioni più frequenti delle private ci sono gli insegnanti alle prime armi che diventano vittime del ricatto.

Funziona così: per scalare la graduatoria nazionale devono accumulare punteggio con le ore di docenza, ma i professori a spasso sono così tanti che pur di mettere da parte ore utili sono disposti a salire in cattedra a gratis.

Lezioni a costo zero e tenuti sotto scacco nel purgatorio delle parificate per prendere il volo il prima possibile verso il paradiso delle statali. Paolo Latella, insegnante e sindacalista Unicobas, ha raccolto le testimonianze: «È un fenomeno così diffuso che tocca almeno il cinquanta per cento delle strutture. “Vuoi che ti pago quando c’è la fila fuori?” è la risposta più frequente data dai gestori senza scrupoli ai docenti disarmati». In centinaia firmano il contratto e una lettera di dimissioni senza data. È sufficiente aggiungerla e cacciarli. Senza strascichi in tribunale. Lo stipendio in diversi istituti è sotto la soglia di sopravvivenza: ci sono esempi di retribuzioni da 200-300 euro al mese, significa due euro all’ora. E poi un elenco vergognoso di condizioni a cui sottostare. Dai rimborsi della maternità da restituire, fino alla pratica del pagamento con assegno mensile da ridare in contanti alla segreteria.

Centinaia di casi, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, con tanto di minacce e pressioni. Tutte segnalazioni anonime, come se fare la prof fosse un mestiere a rischio. «Per sei anni sono stata malpagata a Cagliari. Sei mesi fa ho fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro e ho scoperto l’ovvio: i contratti a progetto che avevo firmato sono illegali». Dopo l’esposto però la beffa. Licenziata con una motivazione paradossale: «Mancanza di fiducia a causa del mio comportamento».

Epicentro del fenomeno la provincia di Caserta, dove si contano oltre 400 tra srl e cooperative e solo 217 istituti con lo stemma della Repubblica. Da qui arriva la storia di Maria: «Ho lavorato un anno intero senza ricevere neppure un euro, firmando però la busta paga. Ho fatto anche gli esami di idoneità senza portare a casa nulla, tutto sotto minaccia di licenziamento e di perdere posizioni in graduatoria».

In Campania nelle scuole private resiste anche la pratica dei “diplomifici”: pago tanto, studio poco e prendo il pezzo di carta. Ecco il racconto di una ragazza bolognese: «A Nola mi sono presentata tre volte per le prove scritte ed orali. Mi facevano copiare tutto». È una delle testimoni ascoltate dai finanzieri dopo il sequestro di due istituti nel Napoletano. La maturità partendo da zero, grazie a registri taroccati e atti pubblici falsi. Il tutto per 12mila euro in contanti. A chi organizzava la truffa sono finiti in tasca milioni di euro: in centinaia si sono catapultati qui da Roma, Foggia e dalla Sardegna. Per prendere un diploma che non vale nulla: dopo l’inchiesta i titoli sospetti sono stati cancellati.

SOPRAVVIVE IL SISTEMA FORMIGONI

Sul fronte dei finanziamenti, in Lombardia una dote ad hoc è stata il vanto dell’ex presidente Roberto Formigoni. Partiti nel lontano 2001, in tredici anni i contributi regionali hanno superato quota 500 milioni.

Messi a disposizione in nome della possibilità di scegliere: la libertà educativa è in mano ai genitori, che se vogliono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche ricevono sostegno dal Pirellone, che sborsa una parte delle rette. Un sistema fortemente contestato dalla Cgil, come spiega Claudio Arcari: «Per come viene distribuita, la dote finisce alle famiglie benestanti, alimentando un diritto allo studio al contrario: tanto a chi si può permettere rette da migliaia di euro e nulla a chi ha poco».

L’aiuto non si è inceppato neppure con la bocciatura del Tar dello scorso aprile. Ecco come è andata. Due studentesse milanesi fanno ricorso: troppa differenza (a parità di reddito familiare) tra quanto destinato a loro – tra 60 e 290 euro – e quello che va a una coetanea privatista, che può intascare fino a 950 euro. Una disparità non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria».

La sentenza è tuttavia una vittoria a metà perché è stata respinta la parte del ricorso che colpiva il sostegno economico. E anche per quest’anno scolastico sono arrivati trenta milioni di euro sotto forma di dote. La scelta del leghista Roberto Maroni è stata copiata dal compagno di partito Luca Zaia.

Il governatore veneto ha messo sul tavolo 42 milioni (21 per gli asili nido e altrettanti per le scuole d’infanzia) con questa motivazione: «Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alle comunità parrocchiali e congregazionali. In Veneto non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa».

PRIMA GLI ULTIMI

Non sempre vince il malaffare. Oltre ai predatori voraci e governatori generosi, non mancano le buone pratiche: inclusione sociale, esperienze di eccellenza e una visone moderna dell’insegnamento.

A Rimini il centro educativo italo-svizzero (Ceis) è stato fondato nel dopoguerra dal Soccorso operaio elvetico. Una istituzione privata  laica che col tempo è diventata un modello: niente cattedre, orari flessibili e classi che  gestiscono in autonomia le lezioni per oltre 350 bambini fino a dieci anni. Di questi, cinquanta hanno una qualche forma di disabilità, oltre il triplo di una scuola pubblica.

Un’attenzione simile a quella riservata dall’Istituto per le arti grafiche di Trento, di proprietà della congregazione dei Figli di Maria Immacolata, ma finanziata interamente dalla Provincia.

È normale trovare in ogni classe almeno un paio di ragazzi con handicap. «Il dualismo normalità-disabilità va superato», afferma il direttore Erik Gadoni: «Ognuno può portare un contributo al gruppo in cui è inserito». Ottimi i risultati anche sul fronte dell’autismo. Rudy è un ragazzo con la sindrome di Asperger: quando entrò la prima volta si nascondeva sotto il banco. Grazie un percorso ad hoc allargato alla famiglia e ai compagni, la sua capacità relazionale è migliorata.

E adesso Rudy ha lasciato Trento per iscriversi all’Università. Una vita normale, dopo cinque anni e tanti investimenti per la sua educazione. A buon fine.

 

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