Senato

La prima volta di Liliana

segnalato da Barbara G.

Respingere la tentazione dell’indifferenza

Il primo intervento al Senato di Liliana Segre

voisapete.it, 05/06/2018

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.

In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.

Liliana Segre, Senato della Repubblica, 5 giugno 2018.

Disposti a tutto per il consenso

segnalato da Barbara G.

Referendum, la senatrice a vita Elena Cattaneo: “Ho visto politici disposti a tutto per il consenso”

huffingtonpost.it, 09/10/2016

CATTANEO

Sul referendum: “Sento urlare slogan che umiliano la discussione e i cittadini, a cui si chiede devozione verso un sì o verso un no”. In particolare: “Si dice che questa riforma riduca i costi della politica, che disegni un Senato simile a quello tedesco o francese. Ma è falso. E non accetto la menzogna nel 2016. Non posso accettare che i cittadini siano ingannati in questo modo”.

Il sentimento che cita più spesso in questa conversazione con l’Huffington Post Elena Cattaneo – professoressa di farmacologia, biologa, ricercatrice, senatrice a vita dal 2013 e ora autrice di un libro che fa il bilancio della sua esperienza in parlamento “Ogni giorno. Tra politica e scienza” (Mondadori, 205 pagine, 19,50 euro) – è “tormento”. E la si vede – proiettata su uno schermo dalla telecamera del suo pc nel corso di una videochiamata Skype – raggomitolarsi nello sforzo di asciugare le parole dall’emozione, pulirle dall’istinto di pronunciarle senza meditarle a fondo: “Mi raccontano che è difficile spiegare la riforma costituzionale. Che è necessario comunicarla così, dicendo cose false. E non capisco come si possano riavvicinare le persone alle istituzioni in questo modo. È una politica fallimentare, questa, che non mi troverà mai dalla sua parte”.

Quando dice “persone” la professoressa Cattaneo non ha in mente gli esperti che frequenta in aula o nei convegni dei ricercatori, ma, probabilmente, quelli come suo padre: “Un operaio Fiat che mi ha sempre insegnato a essere intransigente con me stessa, coltivando il desiderio di superare i limiti. Mi piaceva moltissimo andare a trovarlo in fabbrica a Milano, in Corso Sempione. Quando era salito di qualche grado nella gerarchia interna, lo vedevo camminare con la sua tuta bianca. E pensavo a come l’aveva conquistata, frequentando le scuole medie a trent’anni, dopo la guerra. Ancora oggi mi racconta di quando i suoi compagni di classe lo videro arrivare per la prima volta e corsero in aula. Pensavano fosse il professore. Invece, li raggiunse e si mise a sedere insieme a loro”.

Che insegnamento ha tratto?
Il gusto per i piccoli avanzamenti e la voglia di scoprire l’ignoto che c’è dietro la montagna. Anche la scienza si muove così: con una scoperta minuta dopo l’altra, andando verso qualcosa di oscuro, che non si conosce.

Ha imparato anche la passione politica in famiglia?
A casa c’era un grandissimo rispetto per la cosa pubblica, ma non una travolgente passione per i partiti. Alla politica mi sono avvicinata con il mio lavoro di scienziata. Raccontando le ricerche, rendendo conto dei soldi che ricevevo per farle e interrogandomi su quale sia il modo migliore per investire i finanziamenti pubblici.

Nel 2013 Giorgio Napolitano la chiama e le chiede di fare la senatrice a vita. Come è stato l’incontro tra scienza e politica?
Per quel che ho visto, l’incontro non c’è. Il più delle volte la politica vuole servirsi della scienza per realizzare i suoi fini. E, viceversa, alcuni scienziati vogliono usare la politica per trarne dei benefici. È deludente constatare che nel 2016 non ci sia ancora né una collaborazione reale né la volontà di mettere l’una a servizio dell’altra.

Sta crescendo anche la diffidenza verso la scienza?
Sento una sfiducia generalizzata verso le competenze. Tutte le competenze. E internet ha peggiorato le cose. Ci sono persone che sul web condividono esperienze e si rafforzano nelle loro convinzioni irreali. Basta qualche paginetta e ci si inventa esperti di conflitti mediorientali o di cellule staminali. Diventa difficile persino spiegare che i vaccini non causano l’autismo, che il fatto che i sintomi della malattia si manifestino alla stessa età in cui si iniettano i vaccini è solo una correlazione, non un rapporto di causa effetto. Credo però che questa diffidenza riguardi solo una minoranza di persone.

È una minoranza che però oggi ha trovato una rappresentanza politica: Donald Trump negli Stati Uniti e alcune posizioni anti-scientifiche – “l’Aids non esiste”, “si può convivere con il cancro” – di Beppe Grillo in Italia.
È un fenomeno pericolosissimo. Alimenta un’isteria di massa che fa sì che l’opinione di un ciarlatano valga quanto quella di un esperto. Pensi a Stamina: a un certo punto è arrivato un signore che diceva di poter curare tutti. E noi – io, Michele De Luca, Paolo Bianco – a spiegare con grande difficoltà che non era così. Con il parlamento che non riusciva a distinguere tra le opinioni di un impostore e le verità della scienza. Le fesserie e i fatti messi sullo stesso piano: un messaggio terribile.

Perché è successo?
La politica non riesce a fare argine perché cerca i voti, non la verità. E lo fa anche a costo di accarezzare certe pulsioni. Ho visto politici disposti a sostenere l’irrealtà pur di guadagnare un briciolo di consenso in più.

Un resoconto amaro, il suo.
Per natura sono super ottimista, ma non posso nascondere che la scienza fa fatica a entrare nel parlamento italiano. È bandita, ignorata, utilizzata solo strumentalmente. C’è una parte della politica che si sente minacciata dal suo metodo. E un’altra parte che capisce le sue ragioni, ma non è disposta a rinunciare al consenso che ha costruito intorno ad alcune posizioni, come quelle contro gli OGM. Sono pochi coloro con cui si può discutere veramente.

E la sua categoria?
Penso che anche gli scienziati a volte – come è successo con Human Technopole – vogliano usare la politica per scopi personali. È un errore gravissimo, a cui mi sono opposta. Perché la virtù più importante che la scienza può dare alla politica è l’indipendenza di giudizio.

Se la riforma costituzionale passerà, non potranno più essere nominati dei senatori a vita. È una perdita o un guadagno per l’Italia?
Fare il senatore a vita può essere un valore aggiunto per il paese se la nomina non è vissuta come una medaglia da appuntarsi al petto ma come la intendevano padri costituenti, cioè un modo per aggiungere competenze e sguardo largo al parlamento.

Ha altre perplessità?
Non ho apprezzato la discussione che c’è stata in aula né quella che stiamo facendo nella campagna referendaria. Mi stupisce che chi sostiene questa riforma porti avanti degli argomenti che si sgretolano alla prova dei fatti: la riduzione dei costi, la somiglianza del nuovo senato con quello francese o tedesco. Semplicemente, non sono veri.

Non c’è niente che la convinca?
Mi convincono la fine de bicameralismo perfetto e l’eliminazione della fiducia al senato. Ma il senato doveva essere uno strumento di controllo dei cittadini, non un luogo di rappresentanza dei cooptati dalla politica. Peraltro, non eletti direttamente dal popolo. E che si aggiunge a una camera composta da nominati dai partiti. Mi sembra un salto nel buio.

E nell’approvazione cosa non andava?
In privato alcuni senatori hanno espresso anche con me le loro riserve. Poi, però, sono stati costretti a votare sì per obbedire alla disciplina di partito. Mi turba il fatto che un politico possa non essere libero. E mi preoccupa, anche.

Cosa farà se vincerà il sì?
Sarò al servizio dei cittadini, qualsiasi cosa decidano.

Controriforma costituzionale – appello alla mobilitazione

segnalato da Barbara G.

INVITIAMO TUTTI A MOBILITARSI E AD ORGANIZZARE MANIFESTAZIONI PUBBLICHE

Di Massimo Marnetto – libertaegiustizia.it, 21/09/2015

La controriforma costituzionale è approdata nell’aula del Senato senza che fosse terminato l’esame in Commissione.

In vista della scadenza del termine per la presentazione degli emendamenti, sono iniziate delle grandi manovre per condizionare la libertà di voto dei senatori e le decisioni che deve assumere, in piena autonomia, il Presidente del Senato in ordine all’ammissibilità degli emendamenti volti a introdurre profonde modifiche del provvedimento in discussione.In questo contesto fanfare e rulli di tamburo annunciano la possibile intesa nel Partito democratico sulla base di un emendamento “chirurgico” all’art. 2 che suonerebbe così: “la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, su indicazione degli elettori in base alle leggi elettorali regionali”.

Una simile intesa sarebbe una volgare truffa ai danni del popolo sovrano.

L’emendamento non farebbe altro che ribadire il no all’elezione popolare diretta dei senatori, affidando al Consiglio regionale il potere di scegliere i rappresentanti in Senato, mentre al popolo sovrano sarebbe consentito solo di esprimere un parere. Rimarrebbero comunque in piedi tutti gli altri elementi che rendono inaccettabile questa riforma.
E’ più che mai necessario ed urgente far sentire alta la nostra voce di dissenso e smascherare ogni tentativo di raggirare l’opinione pubblica.

Per questo il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ha indetto un presidio di cittadini innanzi al Senato, Piazza cinque Lune, dalle h. 15 alle 20 di mercoledì 23 settembre.

Invitiamo tutti a mobilitarsi e ad organizzare manifestazioni pubbliche (presidi, sit in, volantinaggi) ovunque possibile sul territorio e ad incrementare la raccolte delle firme su questa petizione:

https://www.change.org/p/senato-della-repubblica-sbloccare-la-democrazia-per-far-ripartire-l-italia

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Se volete “passare parola” ai vostri contatti, potete far riferimento anche a questo “evento” di Lista Civica Italiana

Love giver

Fotogramma tratto dal film The Sessions (2012)

Assistenti sessuali in Italia diventano realtà. Giulia: «Vi spiego perché ho scelto di donare amore»

da sociale.corriere.it (06/02/2015) – di Paola Arosio

FIRENZE – Immaginate di avere molta sete: davanti a voi c’è un bicchiere di acqua fresca. Ma non lo potete bere, perché non riuscite ad afferrarlo con le vostre forze. Ecco, la maggior parte dei disabili si sente così: ha, come tutti, bisogno di intimità e carezze, ma è costretto a restare immobile, imprigionato in un corpo che rischia di diventare una gabbia. Un problema diffuso, su cui cala il silenzio. A rompere il tabù è la Regione Toscana con una proposta di risoluzione che impegnerà la Giunta ad andare verso il riconoscimento dell’assistente sessuale per i disabili. «Le persone con disabilità, soprattutto i giovani, hanno impulsi sessuali ed è necessario trovare il modo per soddisfarli», spiega Enzo Brogi, consigliere regionale del Pd.

Il documento segue il disegno di legge presentato al Senato ad aprile 2014 dal parlamentare del Pd Sergio Lo Giudice. A caldeggiare una normativa in materia è il comitato Lovegiver (lovegiver.it), fondato da Maximiliano Ulivieri: «Chi la dura la vince, dicono. E noi vinceremo».

Si fa presto a dire assistente sessuale. Ma quella del love giver è una professione complessa e delicata, che richiede preparazione ed empatia. Si tratta di una figura che in Italia ancora non esiste e che verrà per la prima volta proposta, in via sperimentale, in Toscana. Alla base di tutto, un’adeguata formazione per agire nel modo corretto di fronte a un tetraplegico, a un autistico o a un malato di spina bifida. Il primo passo risale a ottobre 2014, quando viene fatta, a livello nazionale, la selezione di trenta persone idonee a intraprendere il percorso formativo vero e proprio. Gli aspiranti love giver sono sia uomini che donne, etero o omosessuali, tra i 30 e i 50 anni, provenienti da tutta la penisola. Alcuni sono educatori, altri operatori socio sanitari, altri ancora assistenti sociali. Tutti hanno voglia di rendersi utili e di aiutare il disabile a essere più sicuro, consapevole del proprio corpo e dei propri limiti. Il corso, che verrà probabilmente avviato nei prossimi mesi e che prevede dodici fine settimana (dal venerdì alla domenica) per un anno, alternerà lezioni teoriche, tenute da sessuologi, psicologi, medici, ed esercizi pratici. Al termine, i partecipanti otterranno un attestato e potranno iscriversi in appositi elenchi regionali.

L’INTERVISTA

«L’amore non deve avere confini». Ne è convinta Giulia, 36 anni, originaria della Campania e che vorrebbe diventare un’assistente sessuale. Il nome è di fantasia perché, mettendo quello vero, rischierebbe di essere inondata, fin da ora, da richieste di aiuto. Una ulteriore conferma che, in questo ambito, il bisogno c’è, è elevato e ancora da soddisfare.

Giulia, come le è venuta l’idea di diventare love giver?
«Ho frequentato all’università il corso triennale di Educazione professionale. Tra i vari tirocini obbligatori, mi ha colpita quello con i disabili. La disabilità è un mondo intero, dove ci sono tante difficoltà e tantissimo bisogno di normalità».

Questo vale anche per la sessualità, giusto?
«Senza dubbio. In alcuni contesti siamo purtroppo all’età della pietra. È un argomento che ancora scandalizza alcune famiglie e, a volte, anche alcuni operatori. Va un po’ meglio ai maschi disabili, per i quali questo aspetto viene in genere tollerato, ma se si tratta di femmine…guai! La loro sessualità è del tutto negata, cancellata. Una discriminazione nella discriminazione».

Si è mai trovata di fronte a un «caso» difficile?  
«Purtroppo sì. Ricordo il caso di un ragazzo di 16 anni, ospite di una struttura. Non potendo sfogare i propri impulsi era irrequieto, agitato. Così lo sedavano regolarmente con dei farmaci».

Alla sua esperienza lavorativa si affianca quella personale…
«Il mio compagno è tetraparetico dalla nascita. In pratica costretto su una sedia a rotelle, con molte difficoltà nel muovere braccia e gambe. Stiamo insieme da circa un paio d’anni e abbiamo intenzione di sposarci».

La sessualità con lui è possibile?
«Certamente, è come con qualsiasi altro uomo. Anzi, è pure meglio».
 
Non è che è geloso del suo futuro lavoro?
«Al contrario, mi sostiene. È una persona intelligente e sicura di sé».

Cosa risponde a chi è contrario, agli scettici?
«Dico di provare a vivere un anno senza sesso, autoerotismo incluso. Sono sicura che poi cambierebbero idea».

Sui diritti del lavoro

segnalato da barbarasiberiana

SUI DIRITTI DEL LAVORO

di Walter Tocci – intervento al Senato, 07/10/2014

La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto.

Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento – sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti – l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma.

L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea.

Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento.

La furia distruttiva stavolta è indirizzata verso un bersaglio inesistente, un altro ceffone alle mosche. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non esiste più nella legislazione italiana, è stato cancellato da Monti due anni fa.

Si racconta ancora la bufala secondo cui nell’Italia di oggi un’impresa non può licenziare per motivi economici e disciplinari. Eppure, lo scorso anno ci sono stati circa 800 mila licenziamenti individuali, il 10% portati in tribunale e solo 0.3% annullati. Infatti,Il governo tecnico ha eliminato tutti i vincoli degli anni settanta, venendo incontro alle pressanti richieste degli imprenditori. Il reintegro è rimasto solo nel caso più estremo, quando cioè il magistrato constata la falsità della “giusta causa”. Se ora si cancella questa ultima garanzia un lavoratore potrà essere licenziato con l’accusa di aver rubato oppure con la giustificazione di una crisi aziendale, perfino se un processo dimostrasse che si tratta di falsità. In altre parole, per licenziare una persona diventa legittimo dichiarare il falso in tribunale. Non è flessibilità economica, ma barbarie giuridica che nega un principio generale del diritto: “Quod nullum est nullum effectum producit”. Una soglia mai varcata dal ministro Fornero – o forse dovrei dire dalla “compagna” Fornero, riconoscendo amaramente che il governo tecnico ha certo sbagliato sugli esodati ma ha difeso i diritti dei lavoratori meglio del governo a guida Pd.

In seguito alle nostre critiche è stato riproposto il reintegro nei casi disciplinari fasulli, ma non per le false cause economiche. Questo diventerà il canale privilegiato per ottenere i licenziamenti ingiustificati. D’altronde, per svuotare un secchio d’acqua basta un solo buco, non ne servono due.

In apparenza Renzi attacca la Camusso, ma nella realtà contesta la Fornero. Ed è curioso che l’ex-presidente del Consiglio, Mario Monti, presente in quest’aula come senatore a vita, non senta il bisogno di difendere la sua legge, che pure presentò in tutti i consessi internazionali come strumento per la crescita del Pil.

Solo in Italia può accadere che dopo due anni si scriva un’altra legge sul lavoro, senza neppure analizzare gli effetti della precedente. È un film già visto, da venti anni la legislazione è in continua mutazione senza risolvere alcun problema, aumentando solo la burocrazia. Si attacca la magistratura per la varietà di giudizi su casi similari, a volte davvero troppo ampia, dimenticando che proprio l’eccesso di legislazione ha impedito il consolidarsi della giurisdizione sui casi esemplari. Ciò che allontana davvero gli investitori stranieri è proprio il susseguirsi frenetico di nuove regole.

Se si riflette onestamente su questa anomalia italiana appare ridicola la retorica dei conservatori che hanno bloccato le riforme degli innovatori. È vero esattamente il contrario: sono state approvate troppe riforme, tutte purtroppo sbagliate. E questa proposta di legge persevera negli errori del passato:

– Si continua a far credere che abbassando l’asticella dei diritti riprenda la crescita. L’esperienza dovrebbe averci convinto che la svalutazione del lavoro ha contribuito pesantemente alla crisi della produttività totale dei fattori perché ha ridotto la capacità di innovazione.

– Si continua a contrapporre i garantiti e i non garantiti mentre è evidente che entrambi hanno perso diritti nel ventennio, come certifica ormai anche l’Ocse attribuendo all’Italia uno dei massimi indici di precarizzazione. La contrapposizione è ancora più falsa in questo disegno di legge poiché mantiene il reintegro per i lavoratori occupati e lo toglie ai giovani neoassunti.

– Si continua nella politica dei due tempi – “ora aumentiamo la precarizzazione, e poi verranno gli ammortizzatori sociali”. Fin dalle leggi Treu la promessa non è mai stata mantenuta e anche stavolta il passo indietro nei diritti è certo e immediato mentre il sussidio di disoccupazione è incerto e insufficiente.

– Si continua a denunciare il freno del sindacato, quando è evidente a tutti che non ha mai contato così poco nelle fabbriche. I politici, anche della vecchia guardia, hanno sempre polemizzato con i leader sindacali ma hanno sempre impedito l’approvazione di una legge di rappresentanza che desse voce ai lavoratori.

– Si continua nell’illusione che basti incentivare il tessuto produttivo attuale per creare lavoro. Ma la ripresa non avverrà facendo le stesse cose di prima. Non suscita alcuna riflessione il fallimento dei bonus fiscali per le assunzioni e della Garanzia giovani, né la scarsa risposta alle offerte dei prestiti della Bce. Che altro deve succedere per capire che ormai le norme e gli incentivi sono strumenti inutili se non si innova la struttura produttiva?

Nel primo annuncio del Jobs Act subito dopo le primarie tutte queste leggende sembravano abbandonate, ma ora sono tornate in auge. La forza del passato ha preso il sopravvento, riducendo l’entusiasmo della novità a stanca retorica. Il Grande Rottamatore porta a compimento i programmi dei rottamati di destra e di sinistra.

Ben due generazioni hanno creduto agli annunci di una flessibilità coniugata ai diritti e sono rimaste ferite. La promessa di uscire dal buco nero della precarietà è troppo seria per essere delusa. Stavolta alle parole devono seguire i fatti. Solo da questa preoccupazione muove la mia critica.

Sento dire che il contratto a tutele crescenti dovrebbe eliminare la sacca della precarietà. Qualcuno mi sa indicare il comma che assicura il risultato? Purtroppo non esiste, poiché il nuovo contratto si aggiunge ai precedenti, adottando quindi la soluzione Ichino contro quella Boeri. Le imprese non ricorrono al tempo indeterminato se possono continuare a gestire rapporti di lavoro meno costosi e senza futuro. Anzi, questi sono stati ulteriormente incentivati con il decreto Poletti di luglio che ha abbassato le garanzie dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato, e in questa delega si amplia l’uso del voucher che nega perfino il rapporto tra lavoratore e impresa.

Si è annunciata l’eliminazione del cocopro, ma è molto difficile che da questa figura parasubodinata si approdi a un vero contratto di lavoro. Più facile invece che si regredisca nel sommerso delle partite Iva. D’altro canto, anche i critici di sinistra peccano di normativismo, illudendosi che basti togliere questa o quella figura contrattuale per migliorare la qualità del lavoro.

C’è un lavoro autonomo di seconda generazione che è legato alla trasformazione tecnologica e produttiva del nostro tempo. È una figura anfibia che non si può ingabbiare negli schemi tradizionali dell’imprenditore e del lavoratore, ma va riconosciuta nella sua peculiarità e sostenuta con strumenti non convenzionali. Dovremmo saperlo soprattutto in Italia, avendo sotto gli occhi quei sei milioni di nuclei produttivi con meno di tre dipendenti che ci ostiniamo a chiamare imprese per ragioni ideologiche, mentre costituiscono una mutazione della figura del lavoratore. L’armatura giuslavoristica di questa legge delega non riesce a contenere il fenomeno e anzi rischia di soffocarlo.

Il carattere anfibio del lavoro terziario richiede l’attivazione di tutele di tipo universalistico – pensionistiche, formative, di welfare territoriale – a prescindere dalle forme contrattuali. Perfino il sostegno al reddito deve essere legato allo status di cittadinanza e non può essere limitato solo al passaggio da un’occupazione all’altra, come invece è necessario e assolutamente prioritario per il lavoro dipendente.

La complessa flessibilità è quella del lavoro autonomo, per quello subordinato sarebbe molto più facile ricondurre l’ordinamento a poche e chiare figure contrattuali che prevedano un periodo di prova e di formazione prima dell’assunzione definitiva e forme di impiego temporaneo più costoso e legato a reali esigenze produttive. Questa semplificazione è credibile solo se si attua la riforma più difficile in Italia, cioè l’obbligo di rispettare la legge.

La gran parte della precarietà nel lavoro subordinato si regge su una pratica di illegalità ed elusione. In questa proposta si delega il governo a fare tutto, tranne che a organizzare un efficiente sistema di controlli sulle condizioni di lavoro. Basterebbe rafforzare il corpo degli ispettori del lavoro e incrociare le banche dati con la lotta all’evasione fiscale e previdenziale, con l’obiettivo di sopprimere il lavoro nero e aumentare la vigilanza sulla sicurezza.

Ma a dare il buon esempio dovrebbe essere prima di tutto lo Stato. Nella stragrande maggioranza i contratti precari della pubblica amministrazione sono illegali, perché utilizzano rapporti temporanei per funzioni continuative e in alcuni casi di delicato interesse pubblico. La recente promessa di assumere 150 mila insegnanti che attualmente hanno cattedre annuali va nella giusta direzione e dovrebbe riguardare le tante figure che si trovano in condizioni simili: ricercatori e archeologi, ingegneri e architetti, informatici e operatori sociali. Non solo per rispettare la dignità di quei lavoratori, ma anche perché la valorizzazione delle loro competenze aumenterebbe la qualità delle politiche pubbliche. Anche le gare di appalto a massimo ribasso oggi contribuiscono a diffondere l’illegalità e il precariato selvaggio, mentre la committenza pubblica dovrebbe prendersi cura del rispetto dei diritti del lavoro. È curioso che questa proposta di legge si occupi del mercato privato e ignori completamente le responsabilità dello Stato come datore di lavoro diretto e indiretto.

Tra le righe si legge una sfiducia nel futuro del paese. Si ritiene che l’Italia non possa essere diversa da come è oggi, non sia in grado di modificare la sua struttura economica tradizionale ormai messa fuori gioco dalla competizione internazionale. Si pretende di risolvere il problema eliminando i diritti e riducendo i salari, già oggi i più bassi in Europa, magari utilizzando gli 80 euro e il Tfr per pareggiare il conto.

Sembra una scelta di buon senso ma è una via senza uscita. I paesi emergenti saranno sempre nelle condizioni migliori di costo per vincere la concorrenza. L’unico modo per mantenere il rango di grande paese consiste invece nel migliorare il livello tecnologico, la specializzazione del tessuto produttivo, l’accesso nell’economia della conoscenza. Ma ci vorrebbe un’agenda di governo tutta diversa; bisognerebbe puntare sulla formazione permanente per migliorare le competenze, mentre qui si promuove per legge il demansionamento dei lavoratori; si dovrebbe puntare sulle politiche industriali della green economy mentre il decreto sblocca-Italia rilancia la rendita immobiliare; si dovrebbe puntare sulla ricerca scientifica e tecnologica, che invece subirà altri tagli con la legge di stabilità; si dovrebbe puntare sull’economia digitale non a parole ma con azioni concrete che ancora non si vedono.

Non si è mai cominciato a cambiare verso. Finora si sono visti i passi indietro. Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti.

Quer pasticciaccio brutto #2

segnalato da barbarasiberiana

di Paolo Sinigaglia – Stefano Catone

D’Alimonte, sul Sole 24 Ore, parla delle elezioni provinciali di II livello dicendo che per i partiti è più conveniente colludere che competere.
Ma le elezioni immaginate per il nuovo Senato sono di II livello e D’Alimonte è il principale artefice di quella riforma!