sindacato

I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

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Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.

The american way

Intervista. Il colosso della chimica LyondellBasell mostra i muscoli ai lavoratori e ai rappresentanti sindacali. Ed è allarme diritti. Parla Luca Fiorini, delegato Cgil, cacciato nel pieno della contrattazione: «Si vuole far passare l’idea che decidono tutto i dirigenti e tu non puoi dire la tua»
La mobilitazione per Luca Fiorini alla LyondellBasell di Ferrara

 

di Antonio Sciotto – il manifesto – 8 gennaio 2016

FERRARA – «Io ci vedo un attacco alle persone che lavorano e al sindacato: si vuole far passare l’idea che non puoi dire la tua, che decide tutto l’azienda, e che devi solo ringraziare perché ti pagano a fine mese. Con il sorriso stampato sulle labbra, sempre e comunque». Luca Fiorini è stato licenziato lunedì scorso dalla LyondellBasell, multinazionale della chimica, che a Ferrara ha un importante centro ricerca e produzione con 860 dipendenti.

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Di corporatura esile, parla senza mai alzare la voce, è venuto in bicicletta all’assemblea organizzata in sua difesa nella mensa accanto agli stabilimenti: un aspetto che stona rispetto alla motivazione addotta dalla Basell per metterlo fuori, «violenza sul posto di lavoro». Avrebbe spintonato un dirigente durante una trattativa. 52 anni, due figlie che studiano, da 28 anni Luca lavora per il colosso dei polimeri, ma è anche un pezzo della Cgil ferrarese. Delegato fin dall’assunzione, poi per otto anni segretario della Filctem, quando è tornato in fabbrica è stato l’Rsu eletto con più voti. Colpito lui, possono aver pensato, affondiamo tutti.

Come si è arrivati a licenziare un delegato nel pieno della contrattazione?

Dico innanzitutto che non ho mai visto un comportamento simile, neanche negli anni più cupi della crisi: e da segretario dei chimici ho dovuto gestire situazioni davvero complesse. Tra l’altro non si capisce come mai lo faccia un gruppo che nel mondo l’anno scorso ha fatturato 45 miliardi di dollari, 8 dei quali di guadagno. E che si vanta di essere quello che tra i suoi competitor – dalla Dow alla Basf – distribuisce più utili. L’unico modo in cui posso spiegarmelo è la volontà di applicare il modello nordamericano di azienda, d’altronde la Basell è in mano a fondi Usa: niente sindacato, decidono tutto i dirigenti, e interpretano loro stessi i tuoi bisogni. Tu devi solo ringraziare e sorridere.

Eppure dovreste avere una lunga consuetudine di contrattazione, anche di conoscenza personale con i manager. È cambiato il punto di vista delle aziende?

È cambiata l’idea stessa di contrattazione, chi e come si deve fare. Non si accetta più che il sindacato possa portare un punto di vista sulle scelte tecniche e organizzative di impresa, e che possa rappresentare i dipendenti. Io sono stato licenziato proprio mentre discutevamo, senza riuscire a metterci d’accordo, su una clausola di salvaguardia per gli esuberi: secondo noi il lavoratore deve poter accedere a tutte le posizioni aperte, pur di conservare il posto, mentre la Basell vuole conservarsi la possibilità di concedere o no il ricollocamento a sua discrezione, a seconda che pensi che il profilo dell’addetto in esubero c’entri o no con la nuova eventuale postazione. Proprio per dimostrare, muscolarmente, che il licenziamento deve essere libero, poche settimane prima hanno dato il benservito a due lavoratrici: la nostra protesta li ha obbligati a revocare la misura, e hanno dovuto trovare per loro un posto consono, mentre all’inizio avevano proposto un contratto a termine con una perdita netta di livello. È la dimostrazione che la nostra clausola è sensata, e che si può applicare: ma questa sconfitta deve aver bruciato nel momento in cui chiedevamo di metterla nero su bianco nell’integrativo.

Quindi avete litigato. C’è stata un’aggressione, come contesta l’azienda?

Non c’è stata nessuna aggressione, ma verrà dimostrato nelle sedi competenti. Eravamo da due giorni in trattativa, ci hanno dato degli «inaffidabili» e «irresponsabili», ci hanno accusato di voler far perdere tempo a loro e ai loro avvocati. Mentre noi cercavamo di far passare la clausola che può salvare dei posti di lavoro: a questo punto mi sono alzato, per rispondere che gli irresponsabili sono loro, se licenziano delle persone come hanno fatto con le due lavoratrici. C’è stato un contatto con uno dei capi, l’avrò toccato con una mano, ma lui ha alzato le mani come se lo stesse attaccando chissà chi. Ha la corporatura il doppio della mia, anche volendo non potrei mai fargli perdere l’equilibrio.

Con la Cgil avete deciso di fare causa.

Sì, rivoglio il mio posto di lavoro: sto in un team di ricerca che segue un impianto pilota. Devo tutelare il mio reddito e la mia famiglia, due figlie di 20 e 17 anni che voglio continuare a far studiare. Intendo difendere la mia storia, anche sindacale. Ovviamente faremo causa insieme alla Cgil, sapendo che la battaglia è anche politica, oltre che giudiziaria. Stiamo facendo di tutto per contrastare questo attacco alla libertà: le persone devono poter andare a lavorare serene, senza paura.

fonte: http://ilmanifesto.info/licenziato-allamericana-e-un-attacco-al-sindacato/

approfondimenti:

http://ilmanifesto.info/caso-ultrarappresentativo-ma-la-partita-e-collettiva/

http://ilmanifesto.info/licenziato-perche-ha-violato-il-codice-etico-ma-trattiamo-sullintegrativo/

Cara Cgil, ti presento gli operai

segnalato da Barbara G.

Cara Cgil, ti presento gli operai

di Piergiorgio Paterlini – paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it, 20/10/2015

Francesca Lupo per Le Nuvole

Mi chiamo Francesca, ho 37 anni e sono una libera professionista iscritta all’Ordine degli Architetti di Firenze.

All’ingresso nella professione, mi sono appassionata alle attività di Iva Sei Partita, mirate a portare all’attenzione pubblica il problema delle false partite Iva negli studi di architettura e ingegneria. Io non ero una falsa partita Iva, ero e sono una partita Iva povera, ma la questione mi toccava. Per giustizia sociale, e per solidarietà.

Partecipare alla Consulta delle Professioni durante questi anni ha significato confrontarmi con gli altri autonomi, dagli archivisti agli avvocati ai traduttori, e scoprire che sotto l’apparente frammentazione delle carriere, delle competenze, delle Casse, degli Albi e delle tassazioni, avevamo problemi molto simili. Avevo un bagaglio di diffidenza verso il sindacato: quasi tutti i miei colleghi erano stati respinti sulla soglia della Camera del Lavoro perché erano autonomi. E quelli che venivano accolti li si compativa e assisteva come se fossero precari.

Però qualche pioniere c’era anche lì dentro. Col tempo ho avuto sempre più chiaro che con l’aiuto delle competenze del sindacato potevamo tutti avere un altro raggio d’azione rispetto a quello delle associazioni di base. Mi era anche abbastanza chiaro che il sindacato aveva bisogno di noi, se non voleva perdere il contatto col mondo del lavoro contemporaneo.

Ma è tempo vi dica di cosa stiamo parlando. Di quante Francesche ci sono.

I professionisti come me si definiscono anche autonomi cognitivi, per distinguerli da commercianti e artigiani. Sono circa 3 milioni e mezzo fra iscritti a Ordini e non. Contribuiscono al Pil per circa il 18%. I redditi medi dei titolari di partita Iva individuale oscillano fra i 15mila e i 18mila euro all’anno. Un reddito di 18mila euro lordi non può essere in alcun modo un mezzo di sostentamento, non dà riconoscimento professionale né dignità. Manca un proporzionamento della fiscalità: il mio lavoro mi deve fruttare letteralmente meno di 5mila euro o più di 70mila per garantirmi un reddito netto appena decente. Niente vie di mezzo. Eppure la media, abbiamo detto, è 18mila euro. Il regime agevolato – almeno fino a oggi –  si può applicare solo in casi limitati e per i primi anni di attività: è strutturalmente inadeguato alla crisi dei nostri redditi. È così che tanti di noi chiudono la partita Iva, e rinunciano all’alta formazione acquisita cambiando lavoro. O peggio rinunciano alla permanenza in Italia ed emigrano. Di nuovo: cittadinanza negata.

Non c’è bisogno di specificare che non è per pigrizia che guadagniamo poco, o per indisponibilità a rimboccarci le maniche: siamo già flessibili al massimo. E non c’è più bisogno di specificare che l’evasione fiscale non basta a spiegare queste cifre, del tutto realistiche. L’evasione non è giustificabile, mai. Ma non è giustificabile nemmeno la presunzione di colpevolezza che continua a essere il criterio alla base delle nostre imposte. Non sanno se evadiamo, ma lo presumono, e ci trattano di conseguenza. Fra contributi e tasse paghiamo oltre il 50% del fatturato. E dobbiamo sostenere da soli formazione, organizzazione del lavoro, assicurazioni obbligatorie, strutture, strumenti, tempi morti, investimenti.

La Costituzione dice che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”. Ma la mia esperienza negli anni mi dice che di due fatture emesse, una resta non pagata. Un cliente su due non mi paga e sa che può permetterselo. Dovrei fargli causa. Ma la mia fattura tipo è di circa 1.000 euro. Rinunciare a 1.000 euro ogni 2.000 che mi sono meritata mi costa sempre meno che incaricare un avvocato di difendere i miei diritti. Quel pezzo di Costituzione, purtroppo, non è per me. Questa non è cittadinanza.

I nostri contributi li paghiamo noi. Le nostre Casse professionali ci impongono dei versamenti minimi annui non commisurati ai nostri redditi ma a cifre 5 o 6 volte superiori. Alcune Casse invece ci impongono un’aliquota contributiva unica che taglia le gambe ai piccoli redditi, senza darci granché in cambio. Non pagare i contributi causa l’interdizione a esercitare in proprio. E se si è studiato tanti anni per una professione e si perde l’abilitazione la soluzione è emigrare o andare a lavorare per un altro professionista.

Come ci siamo ridotti a questo? Io penso che ciò accade perché tutto il sistema degli autonomi è fondato sull’assenza di diritti. In tempi di vacche grasse, il riposo, la malattia e la maternità avevano la parvenza di privilegi e chi poteva se li è comprati accantonando grandi fatturati. Ma se te li devi comprare, semplicemente, non sono diritti.

C’è una cosa che mi turba del Jobs Act: il diritto al lavoro è stato messo in vendita. Mi turba la cosa in sé, ma soprattutto mi turba pensare che la nostra assenza di diritti sia stata usata contro chi li aveva, per farli apparire dei privilegi. Di questo passo un giorno qualcuno potrà dire: “gli autonomi hanno sempre fatto senza una vera indennità di malattia. Allora potete farcela tutti”. Invece i nostri diritti di persone e lavoratori sono gli stessi e vanno salvaguardati con strumenti adatti al nostro lavoro, in modo da proteggere anche quelli altrui. Non voglio essere usata né per dimostrare che c’è gente che sopravvive senza welfare, né per far sembrare “privilegi” i diritti degli altri.

Con la crisi e il prosciugarsi delle risorse si sono svelate le brutture “sommerse” – il vero sommerso è (anche) questo – del sistema. Non ci basta auspicare il ritorno dei grandi redditi e fingere che non sia successo niente: vanno sanate le storture, vanno estesi e garantiti i diritti agli individui. A prescindere dalla loro forma lavorativa.

Noi più di tutti abbiamo un bisogno vitale di rappresentanza, ma il sindacato ha bisogno di imparare a rappresentarci. Non fosse altro che per superare una delle tante guerre fra poveri che noi, però, non vogliamo combattere.

La malattia dei vigili

Segnalato da barbarasiberiana & transiberiana9

Riportiamo alcuni articoli sulla questione dei vigili di Roma

“La malattia dei vigili” di Corradino Mineo, 03/01/2015

“Vigliacchi di stato”, dice il Giornale “i complici sono i sindacati e il governo che ha salvato i dipendenti pubblici dal jobs act”. “Linea dura sugli assenteisti”, annuncia il Corriere e Repubblica, “Statali, ora si cambia, licenziamenti più facili. Inps a caccia dei malati”. “Vigili, la crociata di Renzi”, chiosa il Fatto. La notizia è nota: l’83% dei vigili romani era assente a capodanno. Qualcuno forse era in ferie, i più si sono dati malati o hanno usato, giusto quel giorno, il diritto al congedo previsto per chi dona il sangue.

Come scrive Sergio Rizzo sul Corriere, “questa diserzione di massa, per dirla con il comandante Raffaele Clemente, è l’ennesimo episodio della guerra dichiarata a Ignazio Marino”, il sindaco “marziano” che ha nominato un capo esterno al corpo, ha eliminato alcuni imbroglietti come “l’indennita notturna che partiva alle 16 dei giorni feriali” o “i 4 euro in più per fare il servizio esterno” (cioè per andare in strada), ma soprattutto ha imposto “la rotazione”, togliendo (o meglio mincciando di togliere) a molti vigili la comodità (per gli onesti), l’utilità (per chi prende il pizzo) di essere inaggirabile autorità nel quartiere. Pare che la “rivolta” fosse nell’aria, che Marino – lo dice lui stesso nelle interviste – avesse convocato per il 30 una riunione del Comitato dell’Ordine e la Sicurezza, “i vigili hanno risposto che non potevano perché sarebbero stati in assemblea fino alle 2 del mattino del 31, allora il Prefetto ha cancellato l’assemblea e a quel punto c’è stata la scelta della malattia”.

Che vergogna? Sì, vergogna! La Cgil – ed è un suo merito – questa volta ha preso le distanze scegliendo di rappresentare interessi generali e non privilegi indebiti e offensivi. Però da questa vergogna sarebbe giusto uscire con il confronto e con la democrazia. Sollecitando l’intervento dei cittadini, suscitando la partecipazione dei romani – che sanno bene chi è il vigile che aiuta, al bisogno, e chi invece “accetta” denaro dagli esercenti o usa le multe per favorire gli amici e stroncare chi non sta al gioco. Misure roboanti, proclami minacciosi rischiano di finire all’italiana: in un mare di ricorsi in giudizio, nei fessi (anche vigili) che ne fanno le spese e nei furbi. Che galleggiano sempre.

Insomma, come ripeto quasi ogni giorno, non si tratta di scrivere nuove leggi, di varare nuove “riforme” per mettersi la coscienza in pace: è la capacità di governo che notizie così mettono alla prova. A Roma e non solo. A Napoli, per esempio, si sa il voto dei vigili urbani può fare il sindaco. I partiti sono consapevoli, prima delle elezioni, che la maggioranza dei vigili non è abilitata (?) al servizio esterno, e guardano altrove. O addirittura attaccano il “marziano” – qui torniamo a Roma – perché vuol modificare lo status quo. Ora Orfini lo ammette (intervista al Corriere). “Con Marino il Pd romano ha sbagliato: siamo il più grande partito della maggioranza e sembravamo all’opposizione”.

Romafaschifo

Il ruolo del sindacato

 

L’articolo integrale

http://www.romafaschifo.com/2015/01/ben-il-16-dei-vigili-urbani-romani-si-e.html

Intervista al fondatore del blog

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/01/02/news/roma-vigili-assenteisti-capodanno-non-sono-sorpresa-1.189351?ref=HEF_RULLO

La versione del vigile

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/01/03/la-versione-del-vigile/

Intervista a Marino

http://www.huffingtonpost.it/2015/01/03/marino-licenziamenti-vigili-roma_n_6409654.html?utm_hp_ref=italy

Breve elogio del sindacato

Il sindacato é un’organizzazione democratica di lavoratori. Democratica. Lavoratori. C’è democrazia, perché tutte le cariche sono elettive e a scadenza, a tutti i livelli, e tutti gli iscritti sono coinvolti. E c’é gente che lavora.

Quando si muove una critica verso “il sindacato”, spesso considerato come un’entità astratta, metafisica, in realtà si muove una critica a tutti i lavoratori che lo formano.

I bilanci della CGIL (scelgo questo sindacato per il mio esempio in quanto é quello che conosco meglio) sono pubblici dal 1976, e sono consultabili su internet da quando esiste il suo sito.

http://www.cgil.it/CGIL/Bilancio/default.aspx

Perciò chi chiede alla CGIL di pubblicare il suo bilancio, o é ignorante, o più probabilmente sta bluffando.

I rappresentanti sindacali non hanno potere decisionale sulle politiche aziendali, né godono del potere di veto. Possono solo organizzare forme di protesta come gli scioperi, o appellarsi alla magistratura nel caso ritengano siano state compiute delle violazioni alla legge.

Infine, i delegati che lavorano a tempo pieno negli uffici del sindacato percepiscono dall’azienda di cui sono dipendenti lo stesso stipendio che percepivano prima di essere eletti. Solo le più alte cariche all’interno del sindacato godono di indennità aggiuntive, finanziate dal sindacato stesso. Da una puntata di Report di qualche anno fa si evinceva che il segretario generale che percepiva lo stipendio più alto era Bonanni, della CISL, con 90000 euro lordi l’anno.

Gli iscritti devolvono all’organizzazione sindacale l’1% del proprio stipendio, e godono di varie agevolazioni, tra cui un’assistenza legale che viene pagata solo in caso di effettiva vittoria della causa e di ottenimento di un risarcimento, tramite studi legali convenzionati.

Chi rimane senza lavoro e deve inoltrare domanda all’INPS per ottenere il sussidio di disoccupazione, che sia iscritto o meno, può rivolgersi gratuitamente al patronato della CGIL, così come le donne che chiedono il sussidio per la maternità. Recentemente l’INPS ha messo in rete tutti i suoi servizi, chiudendo al pubblico i suoi sportelli, ragion per cui i corridoi delle sedi di sindacato ora sono intasate di persone senza accesso autonomo ad internet che hanno bisogno di assistenza per compilare telematicamente la loro domanda.

Cosa analoga é avvenuta l’anno scorso per l’IMU. Ogni volta che il governo Letta decideva una modifica o un rinvio, shiere di cittadini che avevano compilato la dichiarazione dei redditi presso i CAF convenzionati dei sindacati vi si recavano nuovamente, per rettificare i dati, ottenere proroghe o rimborsi, ingolfando di pratiche gli uffici, senza che peraltro ai cittadini venissero richiesti oboli aggiuntivi.

L’iscrizione ai sindacati é aperta anche ai pensionati, certo. Anche ai disoccupati e ai lavoratori atipici, se é per questo, perché l’organizzazione si occupa della tutela di tutte le fasce meno abbienti. Se vogliamo muovere ai sindacati una critica per questo motivo, allora dovremmo criticare anche papa Francesco. Se poi si ritiene che l’inclusione in un sindacato della categoria dei pensionati danneggi gli interessi di chi lavora… allora le critiche dovrebbero venire da dentro il sindacato stesso, non da chi ne sta fuori, o da chi gli é, per sua natura, antagonista.

Le proposte di politica economica e sociale della CGIL vengono elaborate dal suo centro studi, un organismo analogo a quello che c’é anche in Confindustria. Se qualcuno non ricorda le proposte della CGIL per affrontare la crisi e per migliorare la qualità della vita delle persone e la produttività delle imprese, o é distratto, oppure é vittima del cattivo sistema di informazione italiano.

By Adamo