sinistra

Il PD ha già perso

segnalato da Barbara G.

Il PD ha già perso, e non c’è coalizione che possa cambiare il suo destino

di Paolo Cosseddu – possibile.it, 18/10/2017

I giornali e i tg di oggi traboccano di reportage embedded dal treno di Renzi, un Renzi che fa gioco di squadra, che punta al 40 per cento, che apre alle coalizioni senza veti, nemmeno per D’Alema. Tutto bellissimo, ma chi ci crede? Senza citare nessuno dei mille possibili precedenti, basta guardare l’articolo di fianco, quello in cui Renzi scarica il barile su Bankitalia, per trovare prove dell’affidabilità e credibilità del personaggio. Ciò nonostante la questione si ripropone nel dibattito mediatico e politico: le aperture di Renzi e la chiamata alle armi per non far vincere gli altri. Peccato che sia tutto completamente falso.

Il centrosinistra, si sa, non è mai stato agilmente maggioranza, in questo Paese (e men che mai la sinistra senza centro, checché ne dicano i revisionisti): ha vinto le elezioni due volte con Prodi, in un contesto rigidamente bipolare e sempre per un soffio, malgrado le temporanee divisioni concomitanti nel campo avverso. Nel 2013 Pierluigi Bersani si presentò come favorito assoluto, in uno schema di centrosinistra classico – con Berlusconi al minimo storico, travolto dagli scandali e dalle pressioni sovranazionali – e pur premiato da un sistema elettorale che gli consegnò la bellezza di 467 parlamentari si fermò al 29,55 per cento, con il centrodestra al 29,18 a un pelo dalla clamorosa remuntada e la grande sorpresa del M5s al 25,56. Nella coalizione Italia Bene Comune, il Pd, pur rinvigorito dall’appassionante sfida delle primarie in cui Renzi arrivò secondo, si fermò al 25,43, con Sel al 3,2 e meno di un punto suddiviso tra Svp e Centro democratico. Le analisi del giorno dopo si concentrarono su due aspetti, indicati come decisivi del mancato successo: il supporto al governo lacrime e sangue di Monti e alle larghe intese, e la cattiva comunicazione di marca bersaniana.

Ora, c’è qualcuno che seriamente può pensare che gli ultimi cinque anni, uniti alla leadership di Matteo Renzi, costituiscano una premessa migliore rispetto a quella del 2013? Tutto qui.

Intanto, come già scritto nei giorni scorsi,  il sistema elettorale è diverso: il Porcellum fu terribile e lungamente osteggiato, ma per assurdo premiò il Pd più di tutti, consegnandogli una gigantesca pattuglia parlamentare che però, per quanto enorme, non bastò a dargli la maggioranza. Con la legge attualmente in discussione, qualcuno ha calcolato che per raggiungere il fatidico 40 per cento il Pd dovrebbe vincere in oltre il 60 per cento dei collegi uninominali. Fantascienza pura, in realtà dovrà lottare anche nei feudi rossi per non arrivare terzo.

Secondo, il centrosinistra non c’è più:. Quello del 2013 era forse discutibile, ma quantomeno esisteva: oggi no. A furia di tagliare ogni questione con l’accetta ci si dimentica che quella formula era la risultante dell’incontro di varie culture politiche che il Pd degli ultimi anni ha sistematicamente e volutamente demolito. La legislatura, non dimentichiamolo, è iniziata con Renzi ancora sindaco che si lanciava contro i cattolici democratici (nell’occasione, per questioni tutte interne di posizionamento in seguito alla candidatura di Marini a Presidente della Repubblica). E questi erano quelli a lui più vicini, la sua area di appartenenza: figuriamoci gli altri. Il Segretario del Pd è uno che interviene alle Feste dell’Unità rivendicando di essere lui la sinistra, lui l’ambientalismo, lui i cattolici in politica, lui tutto. Lui quello che ha riaperto l’Unità, ricordate? Ancora se ne parla, diciamo. Tutte cose di cui poi si è detto che valevano lo zerovirgola, peccato solo che togli uno zerovirgola oggi, togline uno domani, e puf, il centrosinistra non c’è più.

Perché il centrosinistra non era solo far convivere Mastella con Bertinotti, bensì costruire con fatica – enorme fatica – l‘idea che persone provenienti da mondi diversi potessero trovare un terreno comune. E mettersi d’accordo su quale fosse quel terreno comune era il 99,9 per cento di quella fatica, che infatti frustrava tantissimo i potenziali elettori, dava continuamente modo ai giornali di ricamarci e che, ripetiamo, al massimo delle sue potenzialità, insomma nella migliore delle ipotesi, vinceva con stretto margine. Renzi può aprire a D’Alema quanto vuole, ma di quella roba non c’è più niente, e non c’è più niente perché è stato proprio lui, a proporsi come quello che con la leadership avrebbe archiviato quei faticosi caminetti. Cosa che ha funzionato solo fino alle europee del famoso 40,8 per cento, quelle in cui si è creduto che davvero lui avrebbe incarnato, con la sua sola leadership, tutto quanto. Non poteva durare e infatti, dopo di allora, il diluvio: certo i caminetti e le discussioni del vecchio centrosinistra erano brutti, ma con il senno di poi è venuto fuori che anche allontanare i propri elettori a calci in bocca, colpendoli sistematicamente in tutte le loro convinzioni più sensibili (scuola, diritti sul posto di lavoro, ambiente, e così via) alla lunga non paga (eufemismo). Ha avuto l’occasione storica di fare sintesi, con un sostegno senza precedenti, ha preferito asfaltare tutto ciò che non fosse esattamente a sua immagine e somiglianza, e se oggi sembra tornare indietro è solo perché sta ingranando la retro, è semplicemente la sua natura ed è assolutamente trasparente.

Infine c’è la questione comunicativa. Che è interessante, proprio alla luce delle critiche – giuste – fatte a Bersani 2013: forse il Pd, il sistema mediatico e Renzi stesso non si rendono conto dell’effetto che fa Renzi sulle persone, sull’italiano medio. Forse non capiscono che il governo Gentiloni non ha più consenso del precedente per come amministra il Paese, ma perché non compare mai, non si impone tutti i giorni colazione pranzo e cena in tutti i tg, in tutti i talk, su tutti i siti d’informazione, ovunque incessantemente Renzi Renzi Renzi bum bum bum. Renzi che parla parla parla, dicendo sempre le stesse cose, le stesse cose, le stesse cose, tutti i giorni, a tutte le ore, in tutti i luoghi: cose false, e tutti sanno che sono false tranne lui e il giornalista che gli sta davanti, perché purtroppo è stata proprio la sua ossessione per la comunicazione ad averci insegnato che la narrazione e lo storytelling e tutte quelle fanfaronate con cui si camuffa il nulla politico reggono solo se la storia di chi ci parla è coerente con le cose che dice. È soffocante, e verrebbe da buttarcisi sotto al treno, altro che salirci. La lezione del 4 dicembre è stata in questo senso completamente inutile, è stata fatta passare per antirenzismo fraintendendone il senso profondo: che nessuno (se non una minoranza di invasati in una teocrazia) può sopportare un leader politico che pretende l’attenzione del suo popolo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. È una cosa umanamente impossibile. Se da qui alle elezioni l’esposizione di Renzi sarà quella vista nelle ultime 24 ore ci saranno anarchici che usciranno dall’astensione che portavano avanti sin dagli anni Settanta, pur di levarselo di torno.

Quindi, per chiudere la questione: non è possibile nessuna chiamata all’unità per non far vincere le destre o altri babau, perché il Pd le prossime elezioni le ha già perse, e non per colpa delle divisioni o della sinistra: le ha perse quattro anni fa quando ha cominciato a cacciare in malo modo non i Civati o i Bersani, ma le persone. E non saranno gli stessi che le hanno cacciate, a farle tornare.

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Rosatellum? Tirare le cuoia tirando a campare

segnalato da Barbara G.

di Tommaso Cerno – espresso.repubblica.it, 11/10/2017 

La politica rischia di soccombere sotto i colpi di quella fiducia invocata proprio per salvare la politica stessa. Roba che farebbe rivoltare nella tomba Giulio Andreotti, perché il Pd è riuscito dove nessuno poté prima, rovesciare il celebre detto “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Qui si tirano le cuoia convinti di tirare a campare. Importa poco come sia andata a finire in Aula.

E poco le polemiche e i presidi dei giorni scorsi. Importa poco che il governo abbia tenuto o non tenuto. Ciò che importa è il graffio che lo scontro a colpi di fiducia sulla legge elettorale lascia sulla pelle della democrazia. Quello faremo fatica a coprirlo con del maquillage elettorale. Il bello è che sarebbe bastato portare la legislatura a una dignitosa conclusione.

Consegnare al Paese la bozza di riforma elettorale come il topolino partorito da una montagnola, il Monte Citorio, che altro non era in grado di partorire. Con la sobrietà di una classe dirigente che si rimette al giudizio di un Paese che non si fida di lei. No, perché nemmeno questo si può nell’Italia delle promesse a sei zeri e dei fatti a zero. È tale il convincimento che l’abuso di regole riesca dove le regole da sole non bastano, a fermare cioè l’avanzata della protesta, che la politica scafata a parole e ingenua nei fatti ci casca pure sul Rosatellum, un ghirigoro italico con nome scritto in latino. Nel solito tentativo di mascherare dietro il neutro della lingua dei Cesari, il neutro politico dell’oggi, il nostro vagare nella democrazia, il non andare né avanti, né indietro.

Ciò che colpisce non è dunque l’esito finale. Né le polemiche. È che ci siamo stupiti. Stupiti di come siamo sempre stati. È questo caos il finale giusto, capace di far deflagrare quel che resta del centrosinistra e di aiutare proprio i Cinque stelle adesso che sembravano normalizzarsi. E utile a mostrarci qui dalla terra la cometa Pisapia, che ha lampeggiato in cielo meno del tempo che si sta a pronunciarne il nome. Tutto talmente scontato da farci pensare che non sia vero. Nemmeno il Palazzo – ripetiamo dentro di noi – può essere così lontano dalla gente da non rendersi conto che è meglio perdere con le regole della democrazia, piuttosto che vincere con la forza, anzi la forte debolezza di chi esercita lo strumento della fiducia dove non andrebbe mai utilizzato: riscrivere le regole del gioco. Una scelta che presenterà alla sinistra un conto salato. E creerà un precedente inquietante, perché sfonda il guard rail della prassi parlamentare in un punto critico, quello dove il pilota Paolo Gentiloni, così distante dallo strafare di Renzi, colui che passò per essere la panacea contro populismo e rabbia, nulla può contro il più antidemocratico degli abusi: l’abuso di democrazia.

Poco importa il fatto tecnico, la fiducia usata come ariete per portare a casa qualche modifica al proporzionale uscito dalla Consulta. Quel che pesa è il vulnus politico: il Pd prova a forzare sulla legge elettorale, cioè sull’armatura esteriore che dovrebbe favorire le alleanze alle politiche 2018, perché in cuor suo sa di non essere in grado di far nascere quelle alleanze da dentro, aggregando cioè al nucleo dei democratici chi condivide – pur con dei distinguo – la natura del progetto. Ecco che come topolini, appunto, finiamo per rovistare nella Costituzione. Siamo alla ricerca di soluzioni arrangiate, il modo più sicuro per consegnare il Paese alle destre. Il Pd sembra non capire che l’algoritmo elettorale, anche se scritto meglio, si trasforma in flusso di voti e in maggioranza di governo solo se nasce dentro le regole comuni, senza sospetti, senza equivoci. Se i cittadini non provano questa sensazione, la nuova legge si rivolterà contro l’inventore come un Frankenstein. E anziché aggiustare il Consultellum e aumentare la rappresentanza, scaverà un nuovo solco fra politica e antipolitica. È l’errore più grossolano che avrà l’effetto di rafforzare Grillo e dividere ancora di più la sinistra. Perché così si spegne il nucleo già intermittente del progetto originario. Che se non è più un partito, deve restare almeno democratico. Come scrissero dieci anni fa su quel simbolo.

La nuova sinistra non può allearsi con un partito di destra come il Pd

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – IlFattoQuotidiano, 03/10/2017

tramite temi.repubblica.it/micromega-online

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Arrivati a Renzi, il problema non è stato il “personalismo” (pure odiosamente pervasivo): ma la definitiva distruzione dei diritti dei lavoratori (Jobs act), la spallata finale alla scuola pubblica (la Buona scuola), la mazzata inflitta all’ambiente (lo Sblocca Italia di Maurizio Lupi), la mercificazione completa del patrimonio culturale e la fine della tutela (la “riforma” Franceschini) e via elencando. Con Minniti, poi, siamo arrivati all’eradicazione dell’articolo 10 dalla Costituzione e a una politica securitaria per la quale i militanti di Fratelli d’Italia e Lega si spellano le mani. Un partito che blocca lo Ius soli mentre approva un maxi-condono per l’abusivismo edilizio: è questo il Pd.

A “espatriare” farebbe bene una sinistra pronta a sostenere e prolungare tutto ciò. Votare Pd per fermare la destra vuol dire ripetere l’errore di chi era convinto che la visione di Sanders fosse utopica e minoritaria e ha imposto la Clinton in nome del “realismo”: sappiamo com’è finita. Fermare la destra facendo la politica della destra serve solo a rinviare lo schianto finale, rendendolo ancora più devastante.

In tutta Europa sono nati movimenti radicali di sinistra (che usino o meno questa parola nel loro nome), che contestano alla radice lo stato delle cose e le politiche di centrosinistra degli ultimi vent’anni, rigettano il dominio della finanza sulla politica e rivendicano il diritto di governare puntando al “pieno sviluppo della persona umana” e non obbedendo al mercato. Tutti partiti meno “a sinistra” di papa Francesco, sia chiaro: tanto per dire quanto sia insensato parlare oggi di “centrosinistra” sul piano culturale.

Manca quasi solo l’Italia, e spero che il percorso del Brancaccio possa – con il tempo che ci vorrà – generare qualcosa di simile. Ma un simile progetto non può certo iniziare sostenendo gli alfieri dello stato delle cose. Alle prossime elezioni ci saranno tre, diverse, destre: quella padrona del marchio, i 5stelle di Di Maio e il Pd di Renzi. Una sinistra che voglia rovesciare il tavolo dello stato delle cose non può allearsi con nessuna delle tre.

E i numeri? Si può decidere di rivolgersi solo al 50% che vota, o decidersi finalmente a parlare all’altra metà del Paese, con un linguaggio nuovo e radicale. È la metà riemersa il 4 dicembre, determinando la vittoria del No: laddove i flussi elettorali dimostrano che l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.

Siamo, dunque, a una scelta di campo. L’oracolare Giuliano Pisapia ha infine detto che sarà al fianco del Pd, mentre MdP deve ancora decidere: tutti gli altri vogliono un quarto polo. Non so come finirà: ma se ci si divide tra chi vuole lasciare tutto così com’è, e chi vuole invertire la rotta non è uno scandalo, è onestà intellettuale. Lo scandalo è non averlo fatto prima: oggi saremmo al 20 per cento. O al governo.

Contagio

La sinistra è malata da quando imita la destra

Le idee socialiste sono entrate in crisi quando governi di sinistra hanno applicato in economia le regole dei liberisti. E ora i progressisti rischiano di scomparire nel tentativo di emulare un’altra destra, quella xenofoba.

di Emiliano Brancaccio – espresso.repubblica.it, 11 agosto 2017
La sinistra è malata da quando imita la destra

Il declino dei partiti del socialismo europeo è oggetto in questi mesi di nuove interpretazioni. Passata di moda l’idea blairiana dell’obsolescenza della socialdemocrazia e dell’esigenza di una “terza via”, sembra oggi farsi strada una tesi più affine al senso comune: la sinistra è in crisi perché una volta al governo ha attuato politiche di destra. Con un certo zelo, potremmo aggiungere.

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Consideriamo in tal senso le politiche del mercato del lavoro. Una parte cospicua delle riforme che hanno contribuito in Europa a diffondere il precariato è imputabile a governi di ispirazione socialista. In molti paesi, tra cui l’Italia e la Germania, il calo più significativo degli indici di protezione del lavoro calcolati dall’OCSE è avvenuto sotto maggioranze parlamentari di sinistra. Con quali risultati? La ricerca scientifica in materia ha chiarito che questo tipo di riforme non contribuisce ad accrescere l’occupazione.

Con buona pace per i nostrani apologeti del Jobs Act, questa evidenza è ormai riconosciuta persino dalle istituzioni internazionali maggiormente favorevoli alle deregolamentazioni del lavoro. Il World Economic Outlook 2016 del Fondo monetario internazionale e l’Employment Outlook 2016 dell’OCSE ammettono che le politiche di flessibilità dei contratti non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione. Ricerche recenti del Fondo e di altri, inoltre, indicano che minori protezioni del lavoro sono associate a un aumento degli indici di disuguaglianza tra i redditi. Dinanzi a simili evidenze, non si può dire che siano fioccati molti ripensamenti da parte dei leader socialisti che hanno promosso tali politiche. Quasi tutti, anzi, ancora oggi sostengono la validità delle loro scelte.

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Un esempio ulteriore attiene alle privatizzazioni. Una parte rilevante delle vendite di Stato avvenute in Europa nell’ultimo quarto di secolo è stata realizzata da governi di sinistra, tra cui quelli italiani ancora una volta in prima linea. Gli esponenti di tali esecutivi hanno giustificato le dismissioni in base a un’idea di inefficienza dell’impresa pubblica molto diffusa nel dibattito politico, ma che nella letteratura specialistica non trova adeguati riscontri empirici. L’OCSE, un’istituzione tra le più avverse alla proprietà statale dei mezzi di produzione, ha pubblicato nel 2013 uno studio da cui si evince che le grandi imprese pubbliche presenti nella classifica di Forbes registrano un rapporto tra utili e ricavi significativamente superiore rispetto alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale pressoché uguale. Lungi dall’approfondire queste analisi e avviare una riflessione critica sulle passate privatizzazioni, i vertici dei partiti socialisti appaiono tuttora ancorati alle vecchie credenze e risultano spiazzati dall’onda di riacquisizioni statali che è seguita alla crisi del 2008.

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Elaborazione grafica di Giuseppe Fadda

Consideriamo infine le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitali. I partiti socialisti hanno sostenuto senza indugio tali misure. La favola della globalizzazione dei capitali quale fattore di stabilità, di pace e di emancipazione sociale è entrata a far parte dei punti programmatici fondamentali di tali forze politiche e ha soppiantato la vecchia e per certi versi opposta parola d’ordine dell’internazionalismo operaio. Dopo la grande recessione mondiale e la successiva crisi dell’eurozona, persino nei rapporti del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni favorevoli alla liberalizzazione dei flussi finanziari sono state espresse grandi preoccupazioni circa gli effetti destabilizzanti della indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali. I leader socialisti tuttavia sono sembrati disorientati dal nuovo corso, per molti versi incapaci di adeguarsi al cambiamento interpretativo.

Come novelli zelig alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate.

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La tendenza a scimmiottare l’avversario politico tuttavia non si esaurisce nella emulazione dei liberisti. C’è infatti una nuova tentazione che caratterizza la più recente propaganda della sinistra europea di governo e che a sprazzi sembra affiorare anche tra gli slogan delle forze emergenti guidate da Corbyn e da Melenchon, apertamente critiche verso le vecchie apologie del libero mercato. È la tentazione di emulare un’altra destra, quella xenofoba, proprio sul tema dell’immigrazione.

Segnali di questa forma inedita di camaleontismo si rintracciano anche in Italia, dove sempre più frequentemente il Partito democratico sbanda nella direzione delle più triviali rivendicazioni securitarie contro l’immigrazione, e dove in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra.

Se al guinzaglio della destra liberista la sinistra è entrata in crisi, in coda alla destra xenofoba la sinistra rischia di sparire dal quadro politico internazionale. La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.

La Sinistra che smarrisce sé stessa

Il j’accuse di Saviano: “La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa”

Quello su immigrati e Ong è un dibattito assurdo che ignora dati, analisi e non vuole vedere la realtà per come è veramente. Un medico di MsF racconta: «In quegli occhi ho visto il terrore. Tutti dovremmo ascoltare le loro storie».

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it, 14 agosto 2017

Il j'accuse di Saviano: La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa

Roberto Saviano

La disoccupazione devasta il sud Italia: chi sono i responsabili? Gli immigrati. La corruzione infiltra ogni appalto: di chi è la colpa? Immigrati. L’insicurezza in strada, la sporcizia cronica delle vie: certo, ci sono gli immigrati. Lo spaccio d’erba, di coca, di crack chi lo realizza? Gli immigrati. Stupri e furti in casa: sono sempre loro, gli immigrati. Nessuna di queste affermazioni è vera. E non esiste numero, statistica, analisi che la confermi. Solo un esempio: 27mila sono gli spacciatori italiani, poco più di duemila gli stranieri.

Eppure queste falsità sono diventate verità accettate. Come è possibile che d’improvviso i responsabili del disastro diventino i migranti, il male assoluto, il problema numero uno, su cui sfogare qualsiasi disagio, qualsiasi frustrazione, ogni tipo di abuso linguistico, balla informativa, aggressione verbale? Come è possibile che la campagna elettorale di partiti e movimenti diventi solo il tentativo di accaparrarsi il palio del contrasto ai migranti? Il linguaggio diventa la prova capitale di come si stia cercando di banalizzare il problema. Che nella declinazione più barbara di Salvini è “l’invasione”, in quella, più crudele di Di Maio “taxi del mare”, e nel gergo più tecnico del governo “ridurre gli sbarchi”. Ma soprattutto, come è possibile che dinanzi a migliaia di persone che scappano dalla guerra o dalla miseria i colpevoli diventino chi li salva in mare?

Tutto questo si è realizzato quando chi per cultura e tradizione storica (la sinistra) dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, ha abdicato ai suoi valori. E rinunciato a mostrare le reali dinamiche, analizzare i numeri, raccontare cosa davvero accade in Africa e nel Mediterraneo preferendo focalizzarsi sul piccolo, microscopico segmento dei nostri confini.

Ma noi siamo italiani, si dice, è dell’Italia che deve interessarci no? Proprio perché siamo italiani e proprio perché dovremmo interessarci dell’Italia le forze politiche dovrebbero guardare negli occhi la realtà e spiegare come stanno le cose ai loro elettori, a quel complesso congegno che è l’opinione pubblica.

La sinistra, in qualunque sua declinazione (con rarissime eccezioni) non ha battuto ciglio dinanzi al codice Minniti. Dove l’unica priorità è quella di impedire gli sbarchi: nessuna attenzione alla vita dei migranti, disinteresse per cosa farà di loro la guardia costiera libica (da sempre, ci sono le prove, in rapporti con la milizia Anas Dabbashi che monopolizza il traffico di esseri umani). Ma forse questo codice che impone la presenza di ufficiali di polizia armati sulle navi e rende impossibile il trasbordo ha una contropartita in un altro contesto? C’è un impegno italiano a non vendere armi nei territori di guerra? Ad aumentare la percentuale di Pil da dedicare ai paesi in via di sviluppo? Si vuole negoziare con la Libia sulla sorte dei migranti fermati? Si chiedono garanzie perché possano avere assistenza dignitosa e non essere arrestati e abbandonati in prigioni nel deserto? No, nulla di tutto questo.

Invece di accettarlo in silenzio dovremmo trovarci davanti alle ambasciate di ogni stato europeo a scandire: «Non ci costringerete a farli annegare». Dovremmo solidarizzare con chi salva le vite in mare. Al contrario, ci troviamo a mettere tutte le Ong sul banco degli imputati, strumentalizzando qualche errore o disinvoltura di troppo, che magari si sono anche commessi.

Non esistono risposte semplici ai flussi migratori, non c’è una soluzione immediata, forse è solo possibile di volta in volta di far fronte all’ emergenza. Proprio questo è quello che fa una Ong come Medici senza frontiere. Lavora su entrambi i fronti: nei luoghi da dove i migranti scappano, e in mare dove muoiono.

L’Europa crede di essere di fronte a un’invasione ma non conosce nulla di quello che sta accadendo in Africa, le grandi migrazioni avvengono lì, al suo interno, e sono cento volte più grandi delle centomila persone all’anno che sbarcano in Italia. Due milioni e settecentomila persone sono scappate dalla Nigeria per sfuggire a Boko Haram. In Uganda (34 milioni di abitanti) troviamo quasi un milione di rifugiati.

Medici senza frontiere si trova ad essere accusata per non aver firmato il codice Minniti. L’argomento è: «da che parte stai, con lo Stato o con i trafficanti?». È una falsificazione in cui si vuole incastrare Msf. Gabriele Eminente, che di Medici Senza Frontiere è il presidente, spiega: «Ong significa Organizzazione non governativa. Per definizione non può appartenere a nessuno, tantomeno a uno Stato. Non è corretto nemmeno attribuirle un’origine “geografica”. È una furbizia mediatica dire Ong spagnola, tedesca. È un modo per suggerire l’esistenza di una “cospirazione” straniera ai danni dell’Italia. Ci vogliono collegare – dice Eminente – a mondi che non ci appartengono. Ci descrivono come complici dei trafficanti, oppure pretendono che diventiamo collaboratori di indagini che non possiamo essere. Il nostro compito è invece essere laddove ci sono persone che muoiono e abbisognano di aiuto». Msf collabora rispettando le leggi internazionali e le leggi del mare, e poliziotti disarmati possono salire sulle navi in qualunque momento, perché non c’è niente da nascondere.

Il ragionamento di Eminente fa emergere chiaramente il tema. Fin quando in Italia non sarà possibile entrare in modo legale, non ci saranno visti per chi vuol venire a lavorare, non saranno gestiti i flussi, allora barconi e trafficanti resteranno l’unico canale di approdo. È la logica della chiusura, sono l’Italia e l’Europa, ad aver incentivato gli sbarchi.

Una proposta concreta per affrontare il problema esiste. Il 12 aprile è stata lanciata una campagna, “Ero Straniero” da Emma Bonino e i Radicali Italiani, e invito tutti i lettori a firmare. Chiamata diretta degli sponsor, permessi di lavoro, integrazione, regolarizzazione dei clandestini. E creazione di corridoi umanitari. Queste sono le proposte. Anche in questo caso la sinistra (con rare eccezioni) non ha colto la crucialità di questa campagna. Invoca il “principio di realtà” contro il “principio di umanità”. Chiaramente, la campagna elettorale permanente avvelena qualsiasi tipo di analisi e riflessione seria sulla questione.

Si ricorre all’argomento “principe”: se la maggioranza lo vuole, la maggioranza decide. Non è così. Alessandro Galante Garrone (quanto ci mancano oggi intellettuali come lui) citava Roger Williams, teologo padre della laicità dello Stato: il volere della maggioranza poteva valere only in civil things , solamente nelle cose civili. La regola democratica della maggioranza non poteva convertirsi in una sopraffazione dei diritti individuali e universali di libertà. Ignorare quello che accade in Africa, o semplicemente rispondere con i respingimenti, se è un volere della maggioranza, è un volere orrido e incivile. Bisogna avere il coraggio di opporsi, di restare minoranza, di apparire marginali per poter salvare se stessi e la giustizia.

Quello che sta accadendo in Africa e nel Mediterraneo è sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica italiana, e ci limitiamo a dire: non possiamo da soli risolvere problemi secolari.

Allora, la voce di chi ha visto in faccia quello di cui parliamo nelle sedi politiche, al bar o sui social, forse ci può aiutare a prestare attenzione almeno a un’eco della parola Umanità. Roberto Scaini, di Misano Adriatico, è uno dei molti medici che hanno lavorato da volontari sulle navi nel Mediterraneo, o nei luoghi di origine delle migrazioni.

«Quello che ho visto sulle navi va al di là di quanto immaginavo», racconta, «vedevo il terrore nei loro occhi, gli davo una pacca e dicevo “welcome on board”. Molti, anche solo sentendosi sfiorati si difendevano, altri non credevano fosse possibile avere un gesto amico. Venivano dall’inferno. Il barcone è solo l’ultimo dei rischi di una lunghissima catena. Paura di morire in mare? Certo che ce l’hanno; come ne hanno del deserto, degli stupri, di essere frustati, picchiati a sangue, lasciati senza acqua. Quella di morire in mare è quasi la morte meno violenta che si aspettano». Ecco una cosa che dovrebbe fare la sinistra: farli raccontare, ascoltare».

Non è quello che uno si aspetta. Nemmeno un medico come Scaini, che pure è stato in Siria, in Iraq, in Liberia e Sierra Leone colpite dall’epidemia di Ebola. «Per un medico che possano esserci morti per un’epidemia o guerre è terribile, ma razionalmente spiegabile. Quando vedi morti per malattie curabili, per denutrizione, per ingiustizia questo no. Non riesci a razionalizzarlo». «Bisogna sfatare un’altra bugia», prosegue Scaini, «pensare che la maggior parte viene in Europa perché si sta meglio è falso. Vengono in Europa perché dove sono non c’e la possibilità di vivere».

E inseguire una possibilità di vivere significa spesso morire. Gettati come una cosa, un rifiuto. «Un bambino, guardandomi negli occhi, mi ha raccontato di come sui camion per la Libia, quando un ragazzino o una ragazzina stavano male con febbre o dissenteria, li buttavano nel deserto lasciandoli alla morte». Il medico di Misano Adriatico racconta con la voce rotta, quasi imbarazzato: «un medico non dovrebbe commuoversi… ma forse è importante, invece».

Roberto Scaini è uno dei moltissimi medici e operatori italiani – oltre 400 – che operano per Msf. Una comunità importante che sopperisce alle mancanze degli Stati, che dà lavoro. Pochi numeri, per dirlo: Medici senza frontiere conta oltre 34 mila operatori umanitari, dei quali 3 mila internazionali. Gli altri sono personale locale, tanto che in alcuni Paesi la Ong è il principale datore di lavoro. Nel 2016 le equipe di Msf sono state impegnate nei soccorsi in 67 Paesi, con il coinvolgimento di 402 operatori italiani.

E proprio in Italia Msf sta crescendo: lo scorso anno ha raccolto quasi 57 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei fondi (94%) viene da privati, mentre il rimanente 6% da aziende e fondazioni.

Si è favoleggiato sui soldi alle Ong. Perché dovrebbero essere senza soldi? Perché si preferisce che i soldi siano nel calcio, nell’intrattenimento, nella moda, tutti mondi che riciclano sistematicamente o evadono,piuttosto che nell’impegno umanitario?

E i medici privilegiati? Un’altra grande menzogna. Il primo stipendio di un medico Msf è di 1.500 euro (a volte anche meno). Poi aumenta, ma rimanendo sempre inferiore allo stipendio di un ospedaliero. Mentire, mentire, mentire: è stato questo l’ordine sui social, nel dibattito politico.

«Ovvio che non si può pensare di salvare l’Africa trasferendola in europa», conclude Scaini, «sarebbe stato come dire svuotare di persone il West Africa per guarire l’ebola. Ma si possono gradualmente portare avanti politiche di soccorso e politiche di riforma».

Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Provenza, Francia meridionale, ci fu un massacro di italiani compiuto da un gruppo di disoccupati francesi, caricati dall’odio verso quegli immigrati che rubavano il lavoro perché si accontentavano di salari da fame. A fermare la rabbia degli italiani contro francesi assassini di innocenti e dei francesi che consideravano gli italiani saccheggiatori di lavoro e che varcavano il confine per sporcare le loro strade e insidiare le loro donne, fu un socialista italiano, che mai come in questi anni risulta attuale più che mai: Filippo Turati. Intervenne e mostrò che la soluzione cominciava con lo specchiarsi nelle miserie condivise. Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita a provare ad avere «una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili».

Tutto ciò che siamo, le nostre fragili democrazie, il diritto al voto, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la possibilità di leggere, ascoltare, manifestare, amare, tutto questo esiste perché i nostri diritti si fondando sulla libertà, sul rifiuto della guerra, sulle leggi. La storia della sinistra democratica nasce con il sogno concreto di liberare l’umanità dalla miseria e dall’ignoranza. Non può, in nome di una “concretezza”, tradire tutto ciò che è stata. Il silenzio della sinistra italiana è il suo requiem.

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strisciarossa

Al via a settembre un nuovo sito di informazione rigorosamente «di sinistra».

Il logo del nuovo sito

lastampa.it, 4 agosto 2017
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Dalle ceneri dell’Unità nasce «strisciarossa». Nulla a che vedere col Pd, men che meno con Renzi, o con gli ultimi editori che nelle scorse settimane hanno portato alla chiusura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma un progetto che affonda le radici nella storia dell’ex organo di partito promosso da un drappello di giornalisti.

L’annuncio di questa nuova iniziativa, di questi tempi, non può che arrivare via social network. «Cari amici di Facebook – scrive infatti l’ex vicedirettore Pietro Spataro – insieme con un nutrito gruppo di giornalisti abbiamo deciso di far nascere un nuovo sito. Arriverà a settembre e si chiamerà strisciarossa.it».

Il giornale che nasce on line «e poi si vedrà», come già qualcuno ha scritto nei commenti, si annuncia come «nuovo in tutto». Nuovo «nella grafica, nel modo di raccontare le cose, negli argomenti che affronterà. Soprattutto sarà nuovo perché non somiglierà a nessun altro sito e cercherà di mettere accuratezza, approfondimento e affidabilità al centro della propria informazione. Faremo di tutto per evitare quelle che Antonio Gramsci definiva le tendenze che minano il giornalismo: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato…».

Il nome «strisciarossa» è stato scelto «perché può avere un doppio significato: per chi ha letto o diffuso l’Unità richiama la striscia rossa che sottolineava la testata. Per gli altri quel segno sarà il simbolo di un punto di vista preciso, di una informazione schierata ma aperta e di ricerca. La nostra striscia rossa è infatti volutamente non finita, come se fosse lo spunto per un viaggio da costruire insieme».

Il punto di vista di «strisciarossa» sarà ovviamente di sinistra. E questo, spiega Spataro, «vuole essere il suo elemento di forza», «una sinistra che deve diventare più larga possibile, unitaria, inclusiva, non settaria, articolata nei suoi pensieri e nelle sue sensibilità ma ferma nei suoi convincimenti e nella sua radicalità. Vogliamo aprire uno spazio pubblico e offrire spunti nuovi a quelli che fanno parte del vasto popolo di sinistra che oggi è diviso e spaesato. «Il nostro obiettivo – argomenta l’ex vicedirettore dellUnità – è diventare, attraverso il lavoro giornalistico, un luogo di informazione, di conoscenza e di confronto sui temi che sono il cuore della ricostruzione di un pensiero di sinistra: la disuguaglianza, il lavoro, l’immigrazione, il conflitto sociale, le pari opportunità, la formazione, l’innovazione condivisa, una nuova idea di Europa, gli squilibri mondiali, la questione ambientale, i diritti e le libertà, le culture che animano i pensieri e la ricerca scientifica che apre nuove frontiere. Vogliamo fare di strisciarossa il sito dove si costruiscono i ponti e si abbattono i muri. E lo faremo nella chiarezza delle nostre idee e nella fermezza dei nostri giudizi».

A questa nuova impresa «collaboreranno molti giornalisti che hanno lavorato all’Unità, altri che vengono da esperienze diverse, studiosi e intellettuali che sono attenti osservatori del nostro tempo. Ma l’’auspicio è che la contaminazione diventi sempre più profonda e proficua e possano entrare nella nostra redazione sensibilità e idee nuove per un nuovo viaggio». La squadra iniziale, infatti, oltre che a Spataro che tiene le redimi del progetto, è composta da Silvia Garambois, Paolo Soldini, Marcella Ciarnelli, Bruno Ugolini, Ella Baffoni, Paolo Branca, Maristella Iervasi, Stefano Bocconetti, Toni De Marchi, Andrea Aloi, Maria Serena Palieri, Ninni Andriolo, Cristiana Pulcinelli, Romano Bonifacci, Pasquale Cascella, Maria Luisa Righi, Massimo Cavallini, Maddalena Tulanti, Gianni Cerasuolo, Giuliano Cesaratto, Enzo Ciconte, Antonio Cipriani, Alberto Crespi, Domenico Commisso, Pier Virgilio Dastoli, Roberto Del Balzo, Rocco Di Blasi, Paolo Di Paolo, Nicola Fano, Rinaldo Gianola, Francesco Giasi, Bruno Gravagnuolo, Pietro Greco, Luca Landò, Oreste Pivetta, Michele Prospero, Giuseppe Provenzano, Daniele Pugliese, Vittorio Ragone, Roberto Roscani, Lorenzo Rossi Doria, Marco Sappino e Claudio Treves.

Attraverso il sito http://www.strisciarossa.it, la pagina Facebook “Strisciarossa”, e l’account twitter (@striscia_rossa) il gruppo di lavoro informerà via via sui lavori in corso dando vita ad un vero e proprio count down. «Vi aspettiamo con le vostre idee e con le vostre passioni» è l’invito che rivolgono a tutti in attesa del debutto.

[P.BAR.]

L’odio in politica

L’odio in politica e i luoghi comuni

di Sarantis Thanopulos – ilmanifesto.info, 29 luglio 2017

Nella crisi generale della cultura avanza un pensiero ad effetto che scambia le impressioni di superficie con il senso profondo dell’esperienza e lavora nel senso della conservazione dell’esistente. Così un giorno si viene a sapere che il problema del Pd, in difficoltà secondo i sondaggi, è l’odio che la sinistra nutre nei confronti di Matteo Renzi. Questa idea, che non è un pensiero politico, né una tesi “scientifica”, anima le discussioni tra amici. Poiché lascia il tempo che trova, ha fatto venire la tentazione di una sua presentazione più «dotta».

Si scopre allora che nel Dna della sinistra alberga un odio nei confronti dei militanti eterogenei ai suoi dogmi. Questo odio scatterebbe secondo il meccanismo della salivazione condizionata del cane di Pavlov. L’analisi, pubblicata su un importante quotidiano nazionale, non è adeguata: i concetti sui quali è fondata potrebbero con ugual successo spiegare l’odio delle nuore per le suocere.Tuttavia, l’argomento merita la nostra attenzione perché il tema dell’odio in politica è molto importante per lasciarlo alle improvvisazioni linguistiche.
È avventato usare a cuor leggero la parola «odio», carica di tensione e passibile di grande fraintendimento, per assegnare un difetto «congenito» a qualcuno. Il suo uso come argomento politico stimola un’emotività impulsiva che danneggia lo spazio del nostro comune sentire, pensare e vivere.

Con il termine «odio» designiamo due cose tra loro molto diverse. La prima è un sentimento che fa parte della passione d’amore ed e un esporsi non distruttivo al riconoscimento doloroso di ciò che sfugge al nostro possesso a causa della sua differenza e libertà. Fa parte dell’elaborazione del lutto e tiene in caldo la possibilità di amare in attesa di tempi migliori. La seconda è un sentimento dissociato dalla passione, frutto di un narcisismo negativo, oppositivo, che si chiude alla vita piuttosto che schiudersi ad essa: un rifiuto dell’altro come oggetto d’amore che rende il lutto impossibile e il desiderio sterile.
Questo narcisismo tratta l’oggetto del desiderio in termini di bisogno: lo usa come strumento di semplice scarica delle tensioni o se ne sbarazza se individua in esso la loro origine. Esiste, infine, un agire senza emozioni, estremamente autodistruttivo e distruttivo che è un odio impersonale nei confronti della vita in se stessa. Esprime un’inerzia psichica che distrugge come uno tsunami ciò che trova nel suo passaggio.

L’odio in politica esiste, non ha di per sé nulla di riprovevole. Ha un’importante funzione nella costituzione del senso di responsabilità nei confronti del nemico, senza il quale la lotta politica degenererebbe in uno scontro all’arma bianca. È l’odio a informare i cittadini che è l’ostacolo, l’irriducibile differenza di altri modi di pensare e di essere che rende la convivenza nella Polis interessante, libera e significativa.
La libertà dell’amico di costituirsi come nemico delle nostre intenzioni e l’altrettanto importante possibilità del nemico di diventare oggetto del nostro desiderio è minacciata dal trasformismo (opportunismo) e dal ridursi della lotta politica a una relazione stabilizzata e asfissiante tra oppressori e oppressi. Gli oppressori odiano (e facilmente uccidono) chi mette in seria discussione il loro potere, chiudendosi nel loro imbarbarimento, e gli oppressi possono rimanere incastrati nel loro odio legittimo e perdere le ragioni della passione che in loro resta viva.
Definire Renzi come oggetto di un odio chiuso in se stesso, per evitare di parlare della mancanza di idee che ci affligge, è avvilente.

Lasciate che si abbraccino…

segnalato da Barbara G.

Lasciate che Boschi e Pisapia si abbraccino, la sinistra unita contro Renzi è un errore mortale

Fare di Renzi il principale antagonista sarebbe un errore gravissimo dei democratici, per ripartire bisogna mettere a punto un piano che funzioni e sopratutto che arrivi a tutti gli italiani

di Giulio Cavalli – linkiesta.it, 25/07/2017

Vietato giocare a pallone in cortile. Vietato fumare. Vietato fare schiamazzi. Vietato abbracciarsi con sorriso troppo sorridente. L’agenda politica della sinistra che prova faticosamente a unirsi a sinistra del PD si incaglia sulla foto dell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi sciorinando un’infinita serie di interpretazioni degne di un manuale d’amore. È la posa, dice qualcuno. No, no, è il sorriso, la colpa principale, secondo qualche altro. E le pagine dei giornali si infarciscono di tutte le diverse tesi agitando la penna di retroscenisti, dei duri e puri, degli incazzati, delle brigate anaffettive, dei cultori dell’uno abbraccio vale uno, degli allarmisti, degli arresi, degli stanchi e di chi legge in quell’abbraccio la costituzione nefasta (e segreta) di un nuovo ordine mondiale.

È la sinistra, bellezza. Meglio ancora: è questa sinistra, questa che ci ritroviamo a maneggiare con cura perché non si scheggi e intanto lei non perde mai l’occasione di dimostrarsi in briciole. Ci deve essere da qualche parte a sinistra il tragico convincimento che le “questioni di famiglia” siano una saga interessante per i cittadini: il “Trono di Spade” di quest’estate troppo calda sono i riflussi sentimentali tra Pisapia, Montanari o Speranza? No grazie. Davvero, no.

Certo la politica è una scienza che si applica anche ai comportamenti e una stretta di mano (e il modo in cui la si stringe) è un atto politico, che piaccia o no, ma se davvero le incomprensioni (vere o presunte) hanno bisogno di attaccarsi a una foto allora significa che qualcosa davvero non funziona: la coalizione a sinistra si costruisce intorno alla convergenza di valori e programmi (meglio ancora, intorno alla comunione di valori e programmi) oppure sulla miscela delle diverse simpatie dei capipartito? Capiamoci, per favore, perché se il gioco consiste nello spulciare le figurine allora sappiate che la Waterloo sarà inevitabile: ci sono ex PD che sono usciti “troppo presto” per alcuni, ci sono ex PD che sono usciti “troppo tardi” per altri, ci sono ex compagni di partito che se le sono date di santa ragione durante i congressi, c’è chi si è scisso da quelli che ora si ritrova di fianco, c’è chi fa il nuovo e ha attraversato più di un partito, c’è chi digrigna i denti per funzionare, chi si traveste da pontiere e di nascosto sogna che ne rimanga solo uno, c’è chi è stato europeista e poi ha sbroccato contro l’Europa, c’è chi forse non ha nemmeno più la maggioranza del proprio partito, chi ha votato leggi invotabili, chi dileggia D’Alema e ne è stato inventato (e aspetta fremente una sua chiamata di nascosto), c’è chi vorrebbe un leader non riuscendone a immaginare altri oltre a se stesso e c’è chi ama il formaggio mentre un altro odia il formaggio, chi gioca a bocce e chi si lascia andare al tennis. Se dovessimo fare la conta di tutti gli aspetti minimi e insopportabili ne uscirebbe, come succede in famiglia o con gli amici, un quadro in frantumi. Sono terribilmente asociali, gli uomini, quando sentono le responsabilità di stare insieme, del resto.

Per questo lanciarsi su quell’abbraccio di Pisapia, volendolo prendere come paradigma di qualcosa che è un personale fastidio, è una cagata pazzesca: Pisapia ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire all’incontro della festa del PD? Questo è il punto. La sua colpa è nell’avere dichiarato di fronte alle persone che animano la festa del PD a Milano di “sentirsi a casa”? Ecco, già meglio. Se il punto è la controversa vicinanza (e la controversa narrazione) dell’ex sindaco di Milano nei confronti del PD allora sarebbe il caso di parlare di questo, non c’è bisogno di di attaccarsi a un abbraccio. Eppure Pisapia (e non solo lui, a dire il vero) ha sempre chiaramente detto di non vedere possibilità di convergenza con Matteo Renzi (potrebbe essere anche un po’ più tagliente, vero) chiarendo comunque di ritenere il popolo dei democratici (gli elettori, soprattutto) parte integrante del centrosinistra. Nessuna novità, quindi. E anche sul rapporto con il PD forse varrebbe la pena di riflettere: siamo tutti d’accordo sui danni che il renzismo ha procurato al Paese e al centrosinistra, ma se si vuole tagliare netto con tutti gli elettori del PD facendo di tutto il partito un Renzi allora ci si prende la responsabilità di veleggiare verso percentuali da Sinistra Arcobaleno. È una scelta, legittima.

Se invece “l’unità a sinistra” vuole essere qualcosa di più della semplice testimonianza residuale allora forse sarebbe il caso di convincersi che anche l’ultimo fuoriuscito dal PD è di fatto il primo elettore e il primo costruttore di una forza che voglia essere di governo. Tra gli elettori del PD, ebbene sì, ci sono ancora le sensibilità del centrosinistra.

C’è, in ultimo, anche un altro punto: ma davvero è utile fare dell’antirenzismo la principale forza aggregante? Ma davvero (in un momento in cui il segretario del PD le sta sbagliando quasi tutte, tanto che qualcuno comincia a scommettere che non arrivi nemmeno alle prossime politiche) vale la pena tenere a galla Renzi proprio grazie a un antagonismo che rischia di rinforzarlo piuttosto che indebolirlo più di quanto stia facendo lui e la sua accolita di dirigenti? Io, personalmente, non ne sono convinto. No.

Però c’è un modo ancora migliore per non rischiare di sciogliersi in un abbraccio: parlare di programmi. Vedersi, incontrarsi e decidere dieci punti dieci, anche solo cinque per iniziare, per dire agli italiani cosa si è sbagliato in questi anni e (soprattutto) quali sono le ricette per invertire la rotta. Un manifesto, un volantino, un pagina web – fate come diavolo volete – che sia chiaro, puntuale e diffuso: stabilire i punti irrinunciabili per la sinistra che verrà. Raccontarli dappertutto, casa per casa, dibattendone città per città. Ma farlo. E in fretta.

E vedrete che non ci sarà il tempo (e nemmeno la voglie) di discutere di abbracci e sorrisi, gli elettori ringrazieranno, e sarà facile capire le reali intenzioni di ognuno. Pisapia incluso. Altro che gli abbracci.

Non siamo zerbini del governo

segnalato da Barbara G.

Gotor: «Non siamo zerbini del governo. Renzi arrabbiato? Gli passerà»

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.il, 21/06/2017

Senatore Miguel Gotor, avete votato per la vostra mozione contro il ministro Lotti. Se votavate quella della destra il governo rischiava di andare giù.

La nostra mozione era l’unica a descrivere la relazione stretta che c’è tra la vicenda Marroni e la vicenda Lotti. Le altre erano insufficienti o maramaldeggianti: se la prendevano con il vaso di coccio Marroni e lasciavano in pace i vasi di ferro.

In aula ha fatto un discorso duro contro Renzi e contro un ministro del vostro governo.

Ho usato parole vere. La vicenda Consip è una spia in grado di rivelare la gestione del potere a km zero, le caratteristiche del sistema renziano nel suo momento culminante, quello di identità fra segretario Pd e premier.

Gentiloni e Renzi si sarebbero molto arrabbiati.

Non si preoccupi, passerà.

La settimana scorsa Mpd non ha votato la fiducia. Alla camera non avete votato la legge sui parchi. Quello Gentiloni è ancora il vostro governo?

Far parte di una maggioranza non significa essere degli zerbini. Abbiamo sempre posto il problema della discontinuità. Stiamo in maggioranza finché ci sarà lo spazio di dire quello che pensiamo. Non ci faremo tappare la bocca.

Il senatore Marcucci, del Pd, chiede una verifica di governo.

Su legalità e questione morale siamo pronti a ogni verifica.

Cosa potrebbe essere in concreto una verifica di governo?

Lo chieda a lui. Marcucci era deputato liberale nel 1992, è un archeologo di questo parlamento. E ’verifica’ è un termine tipico della Prima repubblica.

Gotor, è il suo momento combat. Anche al Brancaccio le è toccato fare un intervento difficile. La vostra maggioranza non vi tollera, i vostri futuri alleati vi fischiano.

Siamo consapevoli che in questa fase facciamo politica su una faglia, ma ne siamo convinti. Sull’assemblea del Brancaccio per amore di verità voglio dire che ci sono stati fischi, ma anche tanti consensi. Io sono rimasto lì per quattro ore. Erano in tanti in quella platea a rendersi conto che bisogna fuggire dal settarismo, dal minoritarismo e dal purismo.

Loro però vogliono fuggire soprattutto da Giuliano Pisapia.

È importante non partire dai nomi, che diventano simboli impropri, ma dai programmi delle cose da fare come sinistra di governo. Bisogna stare con la testa e il cuore largo. Poi, creda, sono il primo a sapere che una lista alla nostra sinistra ci sarà. Ma preferisco che sia quella dei trozkisti dell’Illinois e non quella di un mondo, quello del Brancaccio, che in parte è anche la nostra casa.

Quindi nessuna rottura?

Bisogna fare il possibile per evitarla e aprire contraddizioni. Bisogna tessere, nella chiarezza s’intende. Unità sì, ma non a tutti i costi. Il primo luglio noi, Mdp e Bersani, faremo un’iniziativa con Campo Progressista e Pisapia. La faremo «insieme», parola chiave di questa fase politica. E non possiamo che essere accoglienti. Nella chiarezza, ripeto.

A proposito di chiarezza. La prima contestazione al Brancaccioè stata quella di un sindacalista Cgil sul vostro mancato no ai voucher al senato.

Era un sindacalista? Mi dispiace. Ci si è disabituati al ragionamento. Si preferisce urlare. Al senato su fiducia e provvedimento si fa un voto unico. Se questo il sindacalista non lo sapeva, è grave. Se lo sapeva, è un provocatore.

Perché un provocatore? Magari semplicemente vi chiedeva di far cadere il governo.
Non abbiamo votato la fiducia al governo di cui siamo parte su una questione centrale, quella dei voucher. È un gesto forte. Quel sindacalista dovrebbe sapere che se avessimo votato contro la manovra avremmo votato, ad esempio, contro i finanziamenti alle regioni terremotate. Ci saremmo comportati da irresponsabili.

Quelli di Sinistra italiana, vostri possibili alleati, hanno votato no. Sono irresponsabili?

Sinistra italiana fa le sue scelte.

Se fosse stato un voto solo sui voucher avreste davvero mandato sotto il governo?

Sì. E infatti per questo hanno fatto un decreto omnibus.

Prima il Brancaccio, poi al senato. Per Mdp è Gotor l’uomo delle missioni delicate?

Sono una persona chiara e netta. Al Brancaccio ero tranquillo. È chiaro che c’è chi vuole strumentalizzare le nostre divisioni: ci sono molteplici interessi che vogliono rendere difficile il nostro percorso unitario. E sono interessi del campo renziano. Dobbiamo evitare una spaccatura a sinistra per non rafforzare le destre, il M5S e Renzi.

Crede davvero che sia possibile tenere uniti Pisapia e l’assemblea del Brancaccio?

Dobbiamo provarci. Credo che in parte sia possibile e utile. Ed è anche utile che sia una parte. Dobbiamo isolare le posizioni settarie, puriste, frontiste, che puntano all’autosufficienza della sinistra.

La relazione introduttiva del prof Montanari era molto tranchant. Le è piaciuta?

Mi è piaciuta la parte programmatica, meno quella politica: c’era qualche ingenuità. Ma ci lavoriamo: lunedì sera ero con lui a Firenze a parlare di Consip. Ed eravamo in perfetta sintonia.

Eppur si muove

segnalato da Barbara G.

Al Brancaccio i duri e puri contro Renzi: imbarazzi per D’Alema in prima fila, protesta contro Gotor

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma Politica Teatro Brancaccio. Assemblea per la Democrazia e l’uguaglianza Nella foto Anna Falcone, Tommaso Montanari Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma (Italy) Politic Brancaccio Theater. Assembly for Democracy and Equality In the pic Anna Falcone, Tommaso Montanari

Come previsto dagli organizzatori, alle 9 davanti al teatro Brancaccio di Roma c’è già la fila. Si riempie la platea, si riempie la galleria, qualche centinaio di persone resta fuori ma può ascoltare dagli altoparlanti. Dentro, Tomaso Montanari dà il via a questo tentativo di rianimare la sinistra puntando a una lista univa alle prossime politiche. “Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento”, dice tra gli applausi il presidente di Libertà e giustizia, dopo aver elencato gli errori da non ripetere: dal blairismo alla guerra in Kosovo. Di fronte a lui in prima fila, seduto tra Nichi Vendola e Luciana Castellina, Massimo D’Alema ascolta impassibile.

D’Alema in particolare, ma anche gli altri ex Pd di ‘Articolo 1 – Mdp’, sono la nota ancora stonata di questa assemblea lanciata da Montanari e Anna Falcone, ex vicepresidente del comitato per il no al referendum costituzionale. Sul palco ci sono solo loro due, Anna e Tomaso, e il relatore di turno. In platea ci sono i rappresentanti di Sinistra e libertà, tante associazioni di sinistra da sempre lontane dal Pd: D’Alema e anche Roberto Speranza si fanno spazio a fatica. E infatti la tensione a un certo punto trova sfogo e si scarica sul malcapitato Miguel Gotor: a lui tocca parlare per Articolo 1, ed è lui che viene contestato da una attivista napoletana che si arrampica addirittura sul palco per impedirgli di parlare.

Colpa del fatto che Gotor ha citato l’innominabile di questa assemblea: Giuliano Pisapia che – “per fortuna”, dicono qui – ha messo in chiaro che “non ci sono le condizioni per venire al Brancaccio”, Montanari ha letto il messaggio sul palco in apertura. A maggior ragione, proteste su Gotor e sguardi di ghiaccio verso Speranza, che va via subito per “altri impegni”, e verso D’Alema, che invece resta imperterrito in platea, scansando i fulmini che gli piovono addosso dal palco con la solita impassibilità apparente.

Il nodo cerca di scioglierlo il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni dal palco. “L’ho sempre detto ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi”. Applausi. “Non facciamo processi alle biografie ma non si sacrifichi la credibilità all’unità”, ci dice Peppe De Cristofaro, senatore di Sinistra Italiana. Nel frattempo la platea esplode in applausi per Andrea Costa del Babobab che arringa “contro gli sgomberi e per i diritti dei migranti”.

“Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata, con cui nessuna alleanza e’ possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”, mette in chiaro Montanari.

Qui c’è la sinistra che vuole provare l’alternativa a Renzi, al Pd, sfidando pure il M5s. È la sinistra che non andrà alla manifestazione del Campo progressista di Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli in nome di Prodi e del centrosinistra. Qui ti asfaltano anche il centrosinistra che è stato. “Renzi e il suo Jobs Act non nascono dal nulla ma vengono dal pacchetto Treu”, mette in chiaro Montanari. Chi sta in mezzo tra il Brancaccio e Santi Apostoli soffre.

Dal palco è Civati a lanciare un altro appello all’unità. “Io mi riconosco in questa piazza ma ci sono anche altre piazze, altri teatri”, spiega poi a margine, “non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…”. Stavolta applaude anche D’Alema.

Cosa succederà?

Al Brancaccio sono consapevoli che tutto è aperto. “Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia – questo è ancora Montanari dal palco – noi siamo la sinistra che non cerca un leader ma la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa”. E tra gli applausi scroscianti aggiunge: “Gli eletti verranno scelti collegio per collegio”, cioè no ai nominati. Ancora applausi quando lancia la proposta per le prossime politiche: “una grande lista di sinistra. Ma se non siamo centinaia di migliaia all’assemblea in autunno questa cosa non ha senso. Tutte la case costruite dal tetto del leader sono cadute. Ci sarà un motivo o no?”.

Dal palco danno l’annuncio che “chi esce dal teatro, poi non entra più”, i vigili del fuoco hanno deciso, motivi di sicurezza. “Basta: se non si può fumare, io cambio partito”, ci dice l’ironico Costa del Baobab. Sul palco sale Augusto Breda, “operaio Electrolux licenziato dal jobs act”. La platea si libera in un altro applauso. Augusto non ha la verve dell’oratore, ma questo pubblico non la cerca.