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La Sinistra che smarrisce sé stessa

Il j’accuse di Saviano: “La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa”

Quello su immigrati e Ong è un dibattito assurdo che ignora dati, analisi e non vuole vedere la realtà per come è veramente. Un medico di MsF racconta: «In quegli occhi ho visto il terrore. Tutti dovremmo ascoltare le loro storie».

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it, 14 agosto 2017

Il j'accuse di Saviano: La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa

Roberto Saviano

La disoccupazione devasta il sud Italia: chi sono i responsabili? Gli immigrati. La corruzione infiltra ogni appalto: di chi è la colpa? Immigrati. L’insicurezza in strada, la sporcizia cronica delle vie: certo, ci sono gli immigrati. Lo spaccio d’erba, di coca, di crack chi lo realizza? Gli immigrati. Stupri e furti in casa: sono sempre loro, gli immigrati. Nessuna di queste affermazioni è vera. E non esiste numero, statistica, analisi che la confermi. Solo un esempio: 27mila sono gli spacciatori italiani, poco più di duemila gli stranieri.

Eppure queste falsità sono diventate verità accettate. Come è possibile che d’improvviso i responsabili del disastro diventino i migranti, il male assoluto, il problema numero uno, su cui sfogare qualsiasi disagio, qualsiasi frustrazione, ogni tipo di abuso linguistico, balla informativa, aggressione verbale? Come è possibile che la campagna elettorale di partiti e movimenti diventi solo il tentativo di accaparrarsi il palio del contrasto ai migranti? Il linguaggio diventa la prova capitale di come si stia cercando di banalizzare il problema. Che nella declinazione più barbara di Salvini è “l’invasione”, in quella, più crudele di Di Maio “taxi del mare”, e nel gergo più tecnico del governo “ridurre gli sbarchi”. Ma soprattutto, come è possibile che dinanzi a migliaia di persone che scappano dalla guerra o dalla miseria i colpevoli diventino chi li salva in mare?

Tutto questo si è realizzato quando chi per cultura e tradizione storica (la sinistra) dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, ha abdicato ai suoi valori. E rinunciato a mostrare le reali dinamiche, analizzare i numeri, raccontare cosa davvero accade in Africa e nel Mediterraneo preferendo focalizzarsi sul piccolo, microscopico segmento dei nostri confini.

Ma noi siamo italiani, si dice, è dell’Italia che deve interessarci no? Proprio perché siamo italiani e proprio perché dovremmo interessarci dell’Italia le forze politiche dovrebbero guardare negli occhi la realtà e spiegare come stanno le cose ai loro elettori, a quel complesso congegno che è l’opinione pubblica.

La sinistra, in qualunque sua declinazione (con rarissime eccezioni) non ha battuto ciglio dinanzi al codice Minniti. Dove l’unica priorità è quella di impedire gli sbarchi: nessuna attenzione alla vita dei migranti, disinteresse per cosa farà di loro la guardia costiera libica (da sempre, ci sono le prove, in rapporti con la milizia Anas Dabbashi che monopolizza il traffico di esseri umani). Ma forse questo codice che impone la presenza di ufficiali di polizia armati sulle navi e rende impossibile il trasbordo ha una contropartita in un altro contesto? C’è un impegno italiano a non vendere armi nei territori di guerra? Ad aumentare la percentuale di Pil da dedicare ai paesi in via di sviluppo? Si vuole negoziare con la Libia sulla sorte dei migranti fermati? Si chiedono garanzie perché possano avere assistenza dignitosa e non essere arrestati e abbandonati in prigioni nel deserto? No, nulla di tutto questo.

Invece di accettarlo in silenzio dovremmo trovarci davanti alle ambasciate di ogni stato europeo a scandire: «Non ci costringerete a farli annegare». Dovremmo solidarizzare con chi salva le vite in mare. Al contrario, ci troviamo a mettere tutte le Ong sul banco degli imputati, strumentalizzando qualche errore o disinvoltura di troppo, che magari si sono anche commessi.

Non esistono risposte semplici ai flussi migratori, non c’è una soluzione immediata, forse è solo possibile di volta in volta di far fronte all’ emergenza. Proprio questo è quello che fa una Ong come Medici senza frontiere. Lavora su entrambi i fronti: nei luoghi da dove i migranti scappano, e in mare dove muoiono.

L’Europa crede di essere di fronte a un’invasione ma non conosce nulla di quello che sta accadendo in Africa, le grandi migrazioni avvengono lì, al suo interno, e sono cento volte più grandi delle centomila persone all’anno che sbarcano in Italia. Due milioni e settecentomila persone sono scappate dalla Nigeria per sfuggire a Boko Haram. In Uganda (34 milioni di abitanti) troviamo quasi un milione di rifugiati.

Medici senza frontiere si trova ad essere accusata per non aver firmato il codice Minniti. L’argomento è: «da che parte stai, con lo Stato o con i trafficanti?». È una falsificazione in cui si vuole incastrare Msf. Gabriele Eminente, che di Medici Senza Frontiere è il presidente, spiega: «Ong significa Organizzazione non governativa. Per definizione non può appartenere a nessuno, tantomeno a uno Stato. Non è corretto nemmeno attribuirle un’origine “geografica”. È una furbizia mediatica dire Ong spagnola, tedesca. È un modo per suggerire l’esistenza di una “cospirazione” straniera ai danni dell’Italia. Ci vogliono collegare – dice Eminente – a mondi che non ci appartengono. Ci descrivono come complici dei trafficanti, oppure pretendono che diventiamo collaboratori di indagini che non possiamo essere. Il nostro compito è invece essere laddove ci sono persone che muoiono e abbisognano di aiuto». Msf collabora rispettando le leggi internazionali e le leggi del mare, e poliziotti disarmati possono salire sulle navi in qualunque momento, perché non c’è niente da nascondere.

Il ragionamento di Eminente fa emergere chiaramente il tema. Fin quando in Italia non sarà possibile entrare in modo legale, non ci saranno visti per chi vuol venire a lavorare, non saranno gestiti i flussi, allora barconi e trafficanti resteranno l’unico canale di approdo. È la logica della chiusura, sono l’Italia e l’Europa, ad aver incentivato gli sbarchi.

Una proposta concreta per affrontare il problema esiste. Il 12 aprile è stata lanciata una campagna, “Ero Straniero” da Emma Bonino e i Radicali Italiani, e invito tutti i lettori a firmare. Chiamata diretta degli sponsor, permessi di lavoro, integrazione, regolarizzazione dei clandestini. E creazione di corridoi umanitari. Queste sono le proposte. Anche in questo caso la sinistra (con rare eccezioni) non ha colto la crucialità di questa campagna. Invoca il “principio di realtà” contro il “principio di umanità”. Chiaramente, la campagna elettorale permanente avvelena qualsiasi tipo di analisi e riflessione seria sulla questione.

Si ricorre all’argomento “principe”: se la maggioranza lo vuole, la maggioranza decide. Non è così. Alessandro Galante Garrone (quanto ci mancano oggi intellettuali come lui) citava Roger Williams, teologo padre della laicità dello Stato: il volere della maggioranza poteva valere only in civil things , solamente nelle cose civili. La regola democratica della maggioranza non poteva convertirsi in una sopraffazione dei diritti individuali e universali di libertà. Ignorare quello che accade in Africa, o semplicemente rispondere con i respingimenti, se è un volere della maggioranza, è un volere orrido e incivile. Bisogna avere il coraggio di opporsi, di restare minoranza, di apparire marginali per poter salvare se stessi e la giustizia.

Quello che sta accadendo in Africa e nel Mediterraneo è sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica italiana, e ci limitiamo a dire: non possiamo da soli risolvere problemi secolari.

Allora, la voce di chi ha visto in faccia quello di cui parliamo nelle sedi politiche, al bar o sui social, forse ci può aiutare a prestare attenzione almeno a un’eco della parola Umanità. Roberto Scaini, di Misano Adriatico, è uno dei molti medici che hanno lavorato da volontari sulle navi nel Mediterraneo, o nei luoghi di origine delle migrazioni.

«Quello che ho visto sulle navi va al di là di quanto immaginavo», racconta, «vedevo il terrore nei loro occhi, gli davo una pacca e dicevo “welcome on board”. Molti, anche solo sentendosi sfiorati si difendevano, altri non credevano fosse possibile avere un gesto amico. Venivano dall’inferno. Il barcone è solo l’ultimo dei rischi di una lunghissima catena. Paura di morire in mare? Certo che ce l’hanno; come ne hanno del deserto, degli stupri, di essere frustati, picchiati a sangue, lasciati senza acqua. Quella di morire in mare è quasi la morte meno violenta che si aspettano». Ecco una cosa che dovrebbe fare la sinistra: farli raccontare, ascoltare».

Non è quello che uno si aspetta. Nemmeno un medico come Scaini, che pure è stato in Siria, in Iraq, in Liberia e Sierra Leone colpite dall’epidemia di Ebola. «Per un medico che possano esserci morti per un’epidemia o guerre è terribile, ma razionalmente spiegabile. Quando vedi morti per malattie curabili, per denutrizione, per ingiustizia questo no. Non riesci a razionalizzarlo». «Bisogna sfatare un’altra bugia», prosegue Scaini, «pensare che la maggior parte viene in Europa perché si sta meglio è falso. Vengono in Europa perché dove sono non c’e la possibilità di vivere».

E inseguire una possibilità di vivere significa spesso morire. Gettati come una cosa, un rifiuto. «Un bambino, guardandomi negli occhi, mi ha raccontato di come sui camion per la Libia, quando un ragazzino o una ragazzina stavano male con febbre o dissenteria, li buttavano nel deserto lasciandoli alla morte». Il medico di Misano Adriatico racconta con la voce rotta, quasi imbarazzato: «un medico non dovrebbe commuoversi… ma forse è importante, invece».

Roberto Scaini è uno dei moltissimi medici e operatori italiani – oltre 400 – che operano per Msf. Una comunità importante che sopperisce alle mancanze degli Stati, che dà lavoro. Pochi numeri, per dirlo: Medici senza frontiere conta oltre 34 mila operatori umanitari, dei quali 3 mila internazionali. Gli altri sono personale locale, tanto che in alcuni Paesi la Ong è il principale datore di lavoro. Nel 2016 le equipe di Msf sono state impegnate nei soccorsi in 67 Paesi, con il coinvolgimento di 402 operatori italiani.

E proprio in Italia Msf sta crescendo: lo scorso anno ha raccolto quasi 57 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei fondi (94%) viene da privati, mentre il rimanente 6% da aziende e fondazioni.

Si è favoleggiato sui soldi alle Ong. Perché dovrebbero essere senza soldi? Perché si preferisce che i soldi siano nel calcio, nell’intrattenimento, nella moda, tutti mondi che riciclano sistematicamente o evadono,piuttosto che nell’impegno umanitario?

E i medici privilegiati? Un’altra grande menzogna. Il primo stipendio di un medico Msf è di 1.500 euro (a volte anche meno). Poi aumenta, ma rimanendo sempre inferiore allo stipendio di un ospedaliero. Mentire, mentire, mentire: è stato questo l’ordine sui social, nel dibattito politico.

«Ovvio che non si può pensare di salvare l’Africa trasferendola in europa», conclude Scaini, «sarebbe stato come dire svuotare di persone il West Africa per guarire l’ebola. Ma si possono gradualmente portare avanti politiche di soccorso e politiche di riforma».

Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Provenza, Francia meridionale, ci fu un massacro di italiani compiuto da un gruppo di disoccupati francesi, caricati dall’odio verso quegli immigrati che rubavano il lavoro perché si accontentavano di salari da fame. A fermare la rabbia degli italiani contro francesi assassini di innocenti e dei francesi che consideravano gli italiani saccheggiatori di lavoro e che varcavano il confine per sporcare le loro strade e insidiare le loro donne, fu un socialista italiano, che mai come in questi anni risulta attuale più che mai: Filippo Turati. Intervenne e mostrò che la soluzione cominciava con lo specchiarsi nelle miserie condivise. Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita a provare ad avere «una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili».

Tutto ciò che siamo, le nostre fragili democrazie, il diritto al voto, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la possibilità di leggere, ascoltare, manifestare, amare, tutto questo esiste perché i nostri diritti si fondando sulla libertà, sul rifiuto della guerra, sulle leggi. La storia della sinistra democratica nasce con il sogno concreto di liberare l’umanità dalla miseria e dall’ignoranza. Non può, in nome di una “concretezza”, tradire tutto ciò che è stata. Il silenzio della sinistra italiana è il suo requiem.

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strisciarossa

Al via a settembre un nuovo sito di informazione rigorosamente «di sinistra».

Il logo del nuovo sito

lastampa.it, 4 agosto 2017
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Dalle ceneri dell’Unità nasce «strisciarossa». Nulla a che vedere col Pd, men che meno con Renzi, o con gli ultimi editori che nelle scorse settimane hanno portato alla chiusura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma un progetto che affonda le radici nella storia dell’ex organo di partito promosso da un drappello di giornalisti.

L’annuncio di questa nuova iniziativa, di questi tempi, non può che arrivare via social network. «Cari amici di Facebook – scrive infatti l’ex vicedirettore Pietro Spataro – insieme con un nutrito gruppo di giornalisti abbiamo deciso di far nascere un nuovo sito. Arriverà a settembre e si chiamerà strisciarossa.it».

Il giornale che nasce on line «e poi si vedrà», come già qualcuno ha scritto nei commenti, si annuncia come «nuovo in tutto». Nuovo «nella grafica, nel modo di raccontare le cose, negli argomenti che affronterà. Soprattutto sarà nuovo perché non somiglierà a nessun altro sito e cercherà di mettere accuratezza, approfondimento e affidabilità al centro della propria informazione. Faremo di tutto per evitare quelle che Antonio Gramsci definiva le tendenze che minano il giornalismo: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato…».

Il nome «strisciarossa» è stato scelto «perché può avere un doppio significato: per chi ha letto o diffuso l’Unità richiama la striscia rossa che sottolineava la testata. Per gli altri quel segno sarà il simbolo di un punto di vista preciso, di una informazione schierata ma aperta e di ricerca. La nostra striscia rossa è infatti volutamente non finita, come se fosse lo spunto per un viaggio da costruire insieme».

Il punto di vista di «strisciarossa» sarà ovviamente di sinistra. E questo, spiega Spataro, «vuole essere il suo elemento di forza», «una sinistra che deve diventare più larga possibile, unitaria, inclusiva, non settaria, articolata nei suoi pensieri e nelle sue sensibilità ma ferma nei suoi convincimenti e nella sua radicalità. Vogliamo aprire uno spazio pubblico e offrire spunti nuovi a quelli che fanno parte del vasto popolo di sinistra che oggi è diviso e spaesato. «Il nostro obiettivo – argomenta l’ex vicedirettore dellUnità – è diventare, attraverso il lavoro giornalistico, un luogo di informazione, di conoscenza e di confronto sui temi che sono il cuore della ricostruzione di un pensiero di sinistra: la disuguaglianza, il lavoro, l’immigrazione, il conflitto sociale, le pari opportunità, la formazione, l’innovazione condivisa, una nuova idea di Europa, gli squilibri mondiali, la questione ambientale, i diritti e le libertà, le culture che animano i pensieri e la ricerca scientifica che apre nuove frontiere. Vogliamo fare di strisciarossa il sito dove si costruiscono i ponti e si abbattono i muri. E lo faremo nella chiarezza delle nostre idee e nella fermezza dei nostri giudizi».

A questa nuova impresa «collaboreranno molti giornalisti che hanno lavorato all’Unità, altri che vengono da esperienze diverse, studiosi e intellettuali che sono attenti osservatori del nostro tempo. Ma l’’auspicio è che la contaminazione diventi sempre più profonda e proficua e possano entrare nella nostra redazione sensibilità e idee nuove per un nuovo viaggio». La squadra iniziale, infatti, oltre che a Spataro che tiene le redimi del progetto, è composta da Silvia Garambois, Paolo Soldini, Marcella Ciarnelli, Bruno Ugolini, Ella Baffoni, Paolo Branca, Maristella Iervasi, Stefano Bocconetti, Toni De Marchi, Andrea Aloi, Maria Serena Palieri, Ninni Andriolo, Cristiana Pulcinelli, Romano Bonifacci, Pasquale Cascella, Maria Luisa Righi, Massimo Cavallini, Maddalena Tulanti, Gianni Cerasuolo, Giuliano Cesaratto, Enzo Ciconte, Antonio Cipriani, Alberto Crespi, Domenico Commisso, Pier Virgilio Dastoli, Roberto Del Balzo, Rocco Di Blasi, Paolo Di Paolo, Nicola Fano, Rinaldo Gianola, Francesco Giasi, Bruno Gravagnuolo, Pietro Greco, Luca Landò, Oreste Pivetta, Michele Prospero, Giuseppe Provenzano, Daniele Pugliese, Vittorio Ragone, Roberto Roscani, Lorenzo Rossi Doria, Marco Sappino e Claudio Treves.

Attraverso il sito http://www.strisciarossa.it, la pagina Facebook “Strisciarossa”, e l’account twitter (@striscia_rossa) il gruppo di lavoro informerà via via sui lavori in corso dando vita ad un vero e proprio count down. «Vi aspettiamo con le vostre idee e con le vostre passioni» è l’invito che rivolgono a tutti in attesa del debutto.

[P.BAR.]

L’odio in politica

L’odio in politica e i luoghi comuni

di Sarantis Thanopulos – ilmanifesto.info, 29 luglio 2017

Nella crisi generale della cultura avanza un pensiero ad effetto che scambia le impressioni di superficie con il senso profondo dell’esperienza e lavora nel senso della conservazione dell’esistente. Così un giorno si viene a sapere che il problema del Pd, in difficoltà secondo i sondaggi, è l’odio che la sinistra nutre nei confronti di Matteo Renzi. Questa idea, che non è un pensiero politico, né una tesi “scientifica”, anima le discussioni tra amici. Poiché lascia il tempo che trova, ha fatto venire la tentazione di una sua presentazione più «dotta».

Si scopre allora che nel Dna della sinistra alberga un odio nei confronti dei militanti eterogenei ai suoi dogmi. Questo odio scatterebbe secondo il meccanismo della salivazione condizionata del cane di Pavlov. L’analisi, pubblicata su un importante quotidiano nazionale, non è adeguata: i concetti sui quali è fondata potrebbero con ugual successo spiegare l’odio delle nuore per le suocere.Tuttavia, l’argomento merita la nostra attenzione perché il tema dell’odio in politica è molto importante per lasciarlo alle improvvisazioni linguistiche.
È avventato usare a cuor leggero la parola «odio», carica di tensione e passibile di grande fraintendimento, per assegnare un difetto «congenito» a qualcuno. Il suo uso come argomento politico stimola un’emotività impulsiva che danneggia lo spazio del nostro comune sentire, pensare e vivere.

Con il termine «odio» designiamo due cose tra loro molto diverse. La prima è un sentimento che fa parte della passione d’amore ed e un esporsi non distruttivo al riconoscimento doloroso di ciò che sfugge al nostro possesso a causa della sua differenza e libertà. Fa parte dell’elaborazione del lutto e tiene in caldo la possibilità di amare in attesa di tempi migliori. La seconda è un sentimento dissociato dalla passione, frutto di un narcisismo negativo, oppositivo, che si chiude alla vita piuttosto che schiudersi ad essa: un rifiuto dell’altro come oggetto d’amore che rende il lutto impossibile e il desiderio sterile.
Questo narcisismo tratta l’oggetto del desiderio in termini di bisogno: lo usa come strumento di semplice scarica delle tensioni o se ne sbarazza se individua in esso la loro origine. Esiste, infine, un agire senza emozioni, estremamente autodistruttivo e distruttivo che è un odio impersonale nei confronti della vita in se stessa. Esprime un’inerzia psichica che distrugge come uno tsunami ciò che trova nel suo passaggio.

L’odio in politica esiste, non ha di per sé nulla di riprovevole. Ha un’importante funzione nella costituzione del senso di responsabilità nei confronti del nemico, senza il quale la lotta politica degenererebbe in uno scontro all’arma bianca. È l’odio a informare i cittadini che è l’ostacolo, l’irriducibile differenza di altri modi di pensare e di essere che rende la convivenza nella Polis interessante, libera e significativa.
La libertà dell’amico di costituirsi come nemico delle nostre intenzioni e l’altrettanto importante possibilità del nemico di diventare oggetto del nostro desiderio è minacciata dal trasformismo (opportunismo) e dal ridursi della lotta politica a una relazione stabilizzata e asfissiante tra oppressori e oppressi. Gli oppressori odiano (e facilmente uccidono) chi mette in seria discussione il loro potere, chiudendosi nel loro imbarbarimento, e gli oppressi possono rimanere incastrati nel loro odio legittimo e perdere le ragioni della passione che in loro resta viva.
Definire Renzi come oggetto di un odio chiuso in se stesso, per evitare di parlare della mancanza di idee che ci affligge, è avvilente.

Lasciate che si abbraccino…

segnalato da Barbara G.

Lasciate che Boschi e Pisapia si abbraccino, la sinistra unita contro Renzi è un errore mortale

Fare di Renzi il principale antagonista sarebbe un errore gravissimo dei democratici, per ripartire bisogna mettere a punto un piano che funzioni e sopratutto che arrivi a tutti gli italiani

di Giulio Cavalli – linkiesta.it, 25/07/2017

Vietato giocare a pallone in cortile. Vietato fumare. Vietato fare schiamazzi. Vietato abbracciarsi con sorriso troppo sorridente. L’agenda politica della sinistra che prova faticosamente a unirsi a sinistra del PD si incaglia sulla foto dell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi sciorinando un’infinita serie di interpretazioni degne di un manuale d’amore. È la posa, dice qualcuno. No, no, è il sorriso, la colpa principale, secondo qualche altro. E le pagine dei giornali si infarciscono di tutte le diverse tesi agitando la penna di retroscenisti, dei duri e puri, degli incazzati, delle brigate anaffettive, dei cultori dell’uno abbraccio vale uno, degli allarmisti, degli arresi, degli stanchi e di chi legge in quell’abbraccio la costituzione nefasta (e segreta) di un nuovo ordine mondiale.

È la sinistra, bellezza. Meglio ancora: è questa sinistra, questa che ci ritroviamo a maneggiare con cura perché non si scheggi e intanto lei non perde mai l’occasione di dimostrarsi in briciole. Ci deve essere da qualche parte a sinistra il tragico convincimento che le “questioni di famiglia” siano una saga interessante per i cittadini: il “Trono di Spade” di quest’estate troppo calda sono i riflussi sentimentali tra Pisapia, Montanari o Speranza? No grazie. Davvero, no.

Certo la politica è una scienza che si applica anche ai comportamenti e una stretta di mano (e il modo in cui la si stringe) è un atto politico, che piaccia o no, ma se davvero le incomprensioni (vere o presunte) hanno bisogno di attaccarsi a una foto allora significa che qualcosa davvero non funziona: la coalizione a sinistra si costruisce intorno alla convergenza di valori e programmi (meglio ancora, intorno alla comunione di valori e programmi) oppure sulla miscela delle diverse simpatie dei capipartito? Capiamoci, per favore, perché se il gioco consiste nello spulciare le figurine allora sappiate che la Waterloo sarà inevitabile: ci sono ex PD che sono usciti “troppo presto” per alcuni, ci sono ex PD che sono usciti “troppo tardi” per altri, ci sono ex compagni di partito che se le sono date di santa ragione durante i congressi, c’è chi si è scisso da quelli che ora si ritrova di fianco, c’è chi fa il nuovo e ha attraversato più di un partito, c’è chi digrigna i denti per funzionare, chi si traveste da pontiere e di nascosto sogna che ne rimanga solo uno, c’è chi è stato europeista e poi ha sbroccato contro l’Europa, c’è chi forse non ha nemmeno più la maggioranza del proprio partito, chi ha votato leggi invotabili, chi dileggia D’Alema e ne è stato inventato (e aspetta fremente una sua chiamata di nascosto), c’è chi vorrebbe un leader non riuscendone a immaginare altri oltre a se stesso e c’è chi ama il formaggio mentre un altro odia il formaggio, chi gioca a bocce e chi si lascia andare al tennis. Se dovessimo fare la conta di tutti gli aspetti minimi e insopportabili ne uscirebbe, come succede in famiglia o con gli amici, un quadro in frantumi. Sono terribilmente asociali, gli uomini, quando sentono le responsabilità di stare insieme, del resto.

Per questo lanciarsi su quell’abbraccio di Pisapia, volendolo prendere come paradigma di qualcosa che è un personale fastidio, è una cagata pazzesca: Pisapia ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire all’incontro della festa del PD? Questo è il punto. La sua colpa è nell’avere dichiarato di fronte alle persone che animano la festa del PD a Milano di “sentirsi a casa”? Ecco, già meglio. Se il punto è la controversa vicinanza (e la controversa narrazione) dell’ex sindaco di Milano nei confronti del PD allora sarebbe il caso di parlare di questo, non c’è bisogno di di attaccarsi a un abbraccio. Eppure Pisapia (e non solo lui, a dire il vero) ha sempre chiaramente detto di non vedere possibilità di convergenza con Matteo Renzi (potrebbe essere anche un po’ più tagliente, vero) chiarendo comunque di ritenere il popolo dei democratici (gli elettori, soprattutto) parte integrante del centrosinistra. Nessuna novità, quindi. E anche sul rapporto con il PD forse varrebbe la pena di riflettere: siamo tutti d’accordo sui danni che il renzismo ha procurato al Paese e al centrosinistra, ma se si vuole tagliare netto con tutti gli elettori del PD facendo di tutto il partito un Renzi allora ci si prende la responsabilità di veleggiare verso percentuali da Sinistra Arcobaleno. È una scelta, legittima.

Se invece “l’unità a sinistra” vuole essere qualcosa di più della semplice testimonianza residuale allora forse sarebbe il caso di convincersi che anche l’ultimo fuoriuscito dal PD è di fatto il primo elettore e il primo costruttore di una forza che voglia essere di governo. Tra gli elettori del PD, ebbene sì, ci sono ancora le sensibilità del centrosinistra.

C’è, in ultimo, anche un altro punto: ma davvero è utile fare dell’antirenzismo la principale forza aggregante? Ma davvero (in un momento in cui il segretario del PD le sta sbagliando quasi tutte, tanto che qualcuno comincia a scommettere che non arrivi nemmeno alle prossime politiche) vale la pena tenere a galla Renzi proprio grazie a un antagonismo che rischia di rinforzarlo piuttosto che indebolirlo più di quanto stia facendo lui e la sua accolita di dirigenti? Io, personalmente, non ne sono convinto. No.

Però c’è un modo ancora migliore per non rischiare di sciogliersi in un abbraccio: parlare di programmi. Vedersi, incontrarsi e decidere dieci punti dieci, anche solo cinque per iniziare, per dire agli italiani cosa si è sbagliato in questi anni e (soprattutto) quali sono le ricette per invertire la rotta. Un manifesto, un volantino, un pagina web – fate come diavolo volete – che sia chiaro, puntuale e diffuso: stabilire i punti irrinunciabili per la sinistra che verrà. Raccontarli dappertutto, casa per casa, dibattendone città per città. Ma farlo. E in fretta.

E vedrete che non ci sarà il tempo (e nemmeno la voglie) di discutere di abbracci e sorrisi, gli elettori ringrazieranno, e sarà facile capire le reali intenzioni di ognuno. Pisapia incluso. Altro che gli abbracci.

Non siamo zerbini del governo

segnalato da Barbara G.

Gotor: «Non siamo zerbini del governo. Renzi arrabbiato? Gli passerà»

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.il, 21/06/2017

Senatore Miguel Gotor, avete votato per la vostra mozione contro il ministro Lotti. Se votavate quella della destra il governo rischiava di andare giù.

La nostra mozione era l’unica a descrivere la relazione stretta che c’è tra la vicenda Marroni e la vicenda Lotti. Le altre erano insufficienti o maramaldeggianti: se la prendevano con il vaso di coccio Marroni e lasciavano in pace i vasi di ferro.

In aula ha fatto un discorso duro contro Renzi e contro un ministro del vostro governo.

Ho usato parole vere. La vicenda Consip è una spia in grado di rivelare la gestione del potere a km zero, le caratteristiche del sistema renziano nel suo momento culminante, quello di identità fra segretario Pd e premier.

Gentiloni e Renzi si sarebbero molto arrabbiati.

Non si preoccupi, passerà.

La settimana scorsa Mpd non ha votato la fiducia. Alla camera non avete votato la legge sui parchi. Quello Gentiloni è ancora il vostro governo?

Far parte di una maggioranza non significa essere degli zerbini. Abbiamo sempre posto il problema della discontinuità. Stiamo in maggioranza finché ci sarà lo spazio di dire quello che pensiamo. Non ci faremo tappare la bocca.

Il senatore Marcucci, del Pd, chiede una verifica di governo.

Su legalità e questione morale siamo pronti a ogni verifica.

Cosa potrebbe essere in concreto una verifica di governo?

Lo chieda a lui. Marcucci era deputato liberale nel 1992, è un archeologo di questo parlamento. E ’verifica’ è un termine tipico della Prima repubblica.

Gotor, è il suo momento combat. Anche al Brancaccio le è toccato fare un intervento difficile. La vostra maggioranza non vi tollera, i vostri futuri alleati vi fischiano.

Siamo consapevoli che in questa fase facciamo politica su una faglia, ma ne siamo convinti. Sull’assemblea del Brancaccio per amore di verità voglio dire che ci sono stati fischi, ma anche tanti consensi. Io sono rimasto lì per quattro ore. Erano in tanti in quella platea a rendersi conto che bisogna fuggire dal settarismo, dal minoritarismo e dal purismo.

Loro però vogliono fuggire soprattutto da Giuliano Pisapia.

È importante non partire dai nomi, che diventano simboli impropri, ma dai programmi delle cose da fare come sinistra di governo. Bisogna stare con la testa e il cuore largo. Poi, creda, sono il primo a sapere che una lista alla nostra sinistra ci sarà. Ma preferisco che sia quella dei trozkisti dell’Illinois e non quella di un mondo, quello del Brancaccio, che in parte è anche la nostra casa.

Quindi nessuna rottura?

Bisogna fare il possibile per evitarla e aprire contraddizioni. Bisogna tessere, nella chiarezza s’intende. Unità sì, ma non a tutti i costi. Il primo luglio noi, Mdp e Bersani, faremo un’iniziativa con Campo Progressista e Pisapia. La faremo «insieme», parola chiave di questa fase politica. E non possiamo che essere accoglienti. Nella chiarezza, ripeto.

A proposito di chiarezza. La prima contestazione al Brancaccioè stata quella di un sindacalista Cgil sul vostro mancato no ai voucher al senato.

Era un sindacalista? Mi dispiace. Ci si è disabituati al ragionamento. Si preferisce urlare. Al senato su fiducia e provvedimento si fa un voto unico. Se questo il sindacalista non lo sapeva, è grave. Se lo sapeva, è un provocatore.

Perché un provocatore? Magari semplicemente vi chiedeva di far cadere il governo.
Non abbiamo votato la fiducia al governo di cui siamo parte su una questione centrale, quella dei voucher. È un gesto forte. Quel sindacalista dovrebbe sapere che se avessimo votato contro la manovra avremmo votato, ad esempio, contro i finanziamenti alle regioni terremotate. Ci saremmo comportati da irresponsabili.

Quelli di Sinistra italiana, vostri possibili alleati, hanno votato no. Sono irresponsabili?

Sinistra italiana fa le sue scelte.

Se fosse stato un voto solo sui voucher avreste davvero mandato sotto il governo?

Sì. E infatti per questo hanno fatto un decreto omnibus.

Prima il Brancaccio, poi al senato. Per Mdp è Gotor l’uomo delle missioni delicate?

Sono una persona chiara e netta. Al Brancaccio ero tranquillo. È chiaro che c’è chi vuole strumentalizzare le nostre divisioni: ci sono molteplici interessi che vogliono rendere difficile il nostro percorso unitario. E sono interessi del campo renziano. Dobbiamo evitare una spaccatura a sinistra per non rafforzare le destre, il M5S e Renzi.

Crede davvero che sia possibile tenere uniti Pisapia e l’assemblea del Brancaccio?

Dobbiamo provarci. Credo che in parte sia possibile e utile. Ed è anche utile che sia una parte. Dobbiamo isolare le posizioni settarie, puriste, frontiste, che puntano all’autosufficienza della sinistra.

La relazione introduttiva del prof Montanari era molto tranchant. Le è piaciuta?

Mi è piaciuta la parte programmatica, meno quella politica: c’era qualche ingenuità. Ma ci lavoriamo: lunedì sera ero con lui a Firenze a parlare di Consip. Ed eravamo in perfetta sintonia.

Eppur si muove

segnalato da Barbara G.

Al Brancaccio i duri e puri contro Renzi: imbarazzi per D’Alema in prima fila, protesta contro Gotor

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma Politica Teatro Brancaccio. Assemblea per la Democrazia e l’uguaglianza Nella foto Anna Falcone, Tommaso Montanari Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 18-06-2017 Roma (Italy) Politic Brancaccio Theater. Assembly for Democracy and Equality In the pic Anna Falcone, Tommaso Montanari

Come previsto dagli organizzatori, alle 9 davanti al teatro Brancaccio di Roma c’è già la fila. Si riempie la platea, si riempie la galleria, qualche centinaio di persone resta fuori ma può ascoltare dagli altoparlanti. Dentro, Tomaso Montanari dà il via a questo tentativo di rianimare la sinistra puntando a una lista univa alle prossime politiche. “Questa cosa nasce per essere a due cifre percentuali, se dovesse ridursi alla sinistra arcobaleno sarò il primo a dire che è stato un fallimento”, dice tra gli applausi il presidente di Libertà e giustizia, dopo aver elencato gli errori da non ripetere: dal blairismo alla guerra in Kosovo. Di fronte a lui in prima fila, seduto tra Nichi Vendola e Luciana Castellina, Massimo D’Alema ascolta impassibile.

D’Alema in particolare, ma anche gli altri ex Pd di ‘Articolo 1 – Mdp’, sono la nota ancora stonata di questa assemblea lanciata da Montanari e Anna Falcone, ex vicepresidente del comitato per il no al referendum costituzionale. Sul palco ci sono solo loro due, Anna e Tomaso, e il relatore di turno. In platea ci sono i rappresentanti di Sinistra e libertà, tante associazioni di sinistra da sempre lontane dal Pd: D’Alema e anche Roberto Speranza si fanno spazio a fatica. E infatti la tensione a un certo punto trova sfogo e si scarica sul malcapitato Miguel Gotor: a lui tocca parlare per Articolo 1, ed è lui che viene contestato da una attivista napoletana che si arrampica addirittura sul palco per impedirgli di parlare.

Colpa del fatto che Gotor ha citato l’innominabile di questa assemblea: Giuliano Pisapia che – “per fortuna”, dicono qui – ha messo in chiaro che “non ci sono le condizioni per venire al Brancaccio”, Montanari ha letto il messaggio sul palco in apertura. A maggior ragione, proteste su Gotor e sguardi di ghiaccio verso Speranza, che va via subito per “altri impegni”, e verso D’Alema, che invece resta imperterrito in platea, scansando i fulmini che gli piovono addosso dal palco con la solita impassibilità apparente.

Il nodo cerca di scioglierlo il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni dal palco. “L’ho sempre detto ma continuerò a dirlo se necessario anche coi segnali di fumo: considero l’unità un valore ma a me chiedono anche la chiarezza dei programmi”. Applausi. “Non facciamo processi alle biografie ma non si sacrifichi la credibilità all’unità”, ci dice Peppe De Cristofaro, senatore di Sinistra Italiana. Nel frattempo la platea esplode in applausi per Andrea Costa del Babobab che arringa “contro gli sgomberi e per i diritti dei migranti”.

“Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata, con cui nessuna alleanza e’ possibile. Noi siamo una forza radicalmente alternativa al Pd”, mette in chiaro Montanari.

Qui c’è la sinistra che vuole provare l’alternativa a Renzi, al Pd, sfidando pure il M5s. È la sinistra che non andrà alla manifestazione del Campo progressista di Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli in nome di Prodi e del centrosinistra. Qui ti asfaltano anche il centrosinistra che è stato. “Renzi e il suo Jobs Act non nascono dal nulla ma vengono dal pacchetto Treu”, mette in chiaro Montanari. Chi sta in mezzo tra il Brancaccio e Santi Apostoli soffre.

Dal palco è Civati a lanciare un altro appello all’unità. “Io mi riconosco in questa piazza ma ci sono anche altre piazze, altri teatri”, spiega poi a margine, “non bastiamo a noi stessi, non possiamo essere quelli che sbattono le porte in faccia…”. Stavolta applaude anche D’Alema.

Cosa succederà?

Al Brancaccio sono consapevoli che tutto è aperto. “Il 4 dicembre ha dimostrato che Davide può rovesciare Golia – questo è ancora Montanari dal palco – noi siamo la sinistra che non cerca un leader ma la democrazia e la partecipazione. Ora faremo assemblee sui territori e in autunno nuova assemblea nazionale dove sceglieremo il nome del progetto, il simbolo, la struttura organizzativa”. E tra gli applausi scroscianti aggiunge: “Gli eletti verranno scelti collegio per collegio”, cioè no ai nominati. Ancora applausi quando lancia la proposta per le prossime politiche: “una grande lista di sinistra. Ma se non siamo centinaia di migliaia all’assemblea in autunno questa cosa non ha senso. Tutte la case costruite dal tetto del leader sono cadute. Ci sarà un motivo o no?”.

Dal palco danno l’annuncio che “chi esce dal teatro, poi non entra più”, i vigili del fuoco hanno deciso, motivi di sicurezza. “Basta: se non si può fumare, io cambio partito”, ci dice l’ironico Costa del Baobab. Sul palco sale Augusto Breda, “operaio Electrolux licenziato dal jobs act”. La platea si libera in un altro applauso. Augusto non ha la verve dell’oratore, ma questo pubblico non la cerca.

L’EDITORIALE. CARO PISAPIA, CHE A GUIDARE LA SINISTRA SIA ANNA FALCONE E NON TU

ALGANEWS

DI LUCIO GIORDANO

Caro Giuliano,

e perdonami se ti do del tu anche se non ci conosciamo. Ho letto da qualche parte che ti proponi come federatore del centro sinistra per gli anni a venire. No, non ci siamo. E per un semplice motivo: il centro, trattino, sinistra è morto. Ed è morto nel momento in cui , per rincorrere i posti di governo, per gridare  finalmente vittoria vittoria, purchessia , ha ceduto completamente la propria identità, spostandosi sempre più a destra, accettando tutte le politiche di destra che la destra non aveva il coraggio o la capacità di fare.

Impossibile negarlo: la disastrosa stagione del blairismo ha portato solo disuguaglianza, liberismo sfrenato, ingiustizia . Sotto le mentite spoglie di una sinistra che più acquattata ai piedi del potere non poteva,  sono state permesse le peggiori nefandezze sociali. E i lavoratori zitti, perchè le scandalose privatizzazioni venivano proposte sotto il…

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Il campo conteso da globalisti e sovranisti

segnalato da Barbara G.

La resistenza è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza

Indignados in piazza a Madrid nel 2011

di Loris Caruso e Alfio Mastropaolo – inlamifesto.it, 18/04/2017

L’elezione di Donald Trump potrebbe costituire l’avvio di una profonda ristrutturazione degli schieramenti in campo: di quelli politici e di quelli dei loro supporters, che agiscono al di fuori della sfera politico-elettorale, ma che con i partiti in senso proprio hanno legami strettissimi: marciano divisi, per colpire uniti. Da un lato c’è uno schieramento che potremmo chiamare «globalista». Per esso la consegna del pianeta al mercato è giusta e inevitabile. In linea di massima questo è lo schieramento che al momento prevale alla guida delle democrazie sviluppate. Salvo aver alfine trovato un rivale assai temibile.

È ancora un’ipotesi: grazie a Trump di schieramenti se ne potrebbe costituire un altro, che potremmo denominare «sovranista», la cui struttura portante sarebbe fatta di quei partiti che ordinariamente vengono classificati come populisti. Secondo questo secondo schieramento il rimedio ai danni prodotti dai globalisti non consiste nel sottrarre spazi al mercato, ma nel restringere il mercato entro i confini nazionali, dandogli lì piena libertà di manovra. L’altra caratteristica dello schieramento sovranista sta nella sua capacità di strumentalizzare le sofferenze e le paure di una parte delle vittime dei globalisti, da esse traendo parte non secondaria del suo seguito elettorale.

Tra i due rivali, uno ben solido, l’altro in via di consolidamento, c’è più accordo che contrasto. Wall street non ha manifestato sofferenza dopo la vittoria di Trump. La Brexit non ha prodotto effetti sconvolgenti, e la borsa di Londra se la cava egregiamente. Se così fosse, sarebbe un’invenzione straordinaria: il capitalismo fa opposizione al capitalismo. Evviva il capitalismo! Divergono sui mezzi: l’uno considera lo Stato un ingombro, l’altro uno strumento. Forse è un conflitto ciclico nella storia del capitalismo. Quello che è verosimile è che i sovranisti non riusciranno a sfuggire dal labirinto di vincoli in cui i globalisti hanno cacciato le società occidentali e proveranno a mascherare il loro fallimento con un po’ di misure illiberali, antidemocratiche, razziste. Trump ha già cominciato. Anzi, ha fatto di meglio. Ha ripreso a bombardare, con tanto di motivazioni umanitarie. Non senza ottenere il plauso dei globalisti-liberali.

C’è forse qualche somiglianza con i contrasti che divisero negli anni 20-30 dello scorso secolo i fascisti da una parte dei liberali. Poi, allora, le cose evolvettero. I liberali presero le distanze, rinunciarono al liberismo, inventarono il New Deal, si appropriarono dell’interventismo statale fascista, ma lo rinnovarono radicalmente in senso democratico. Le analogie sono intriganti, ma non sono mai perfette e non vanno esagerate. Non sappiamo nemmeno come il contrasto tra globalisti e sovranisti evolverà. Potrebbe anche evolversi positivamente. I globalisti potrebbero, almeno alcuni, scoprire di aver esagerato e che l’involuzione autoritaria è troppo rischiosa. Vedremo. Come tutte le trasformazioni, anche questa è incerta.

Anche perché le resistenze non mancano. Negli anni 20-30 c’erano grandi partiti socialisti e comunisti, a volte brutalmente repressi, ma che rappresentavano un principio di resistenza. Oggi c’è resistenza, ma ha altre forme, giacché quei partiti hanno deciso di confondersi nello schieramento globalista. La resistenza attuale è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta.

Tra le forme più paradossali c’è persino il voto per i partiti populisti: che se per alcuni implica adesione, per altri è un voto di «odio». Li si vota perché non c’è di meglio, perché è il voto che reca più disturbo.

La resistenza dispersa non è una condizione inedita. Prima che nascessero i grandi partiti di massa, gli strati popolari erano classificati come classes dangereuses: erano le folle del 1789 del 1848, che i partiti socialisti promossero a classes laborieuses, dotate di un’identità e una soggettività collettiva, protagoniste di grandi cambiamenti.

È immaginabile un riorientamento analogo delle resistenze che caoticamente si manifestano di questi tempi? Non è facile. Una cosa era contrastare lo Stato e le imprese, un’altra rovesciare il mercato globale, gli evanescenti labirinti della governance sovranazionale e i bit della speculazione finanziaria. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza. Il nemico è possente, globalista o sovranista che sia. Ma è possente perché i suoi avversari sono deboli. Ma fino a un certo punto.

Le grandi mobilitazioni sociali di carattere «universalistico» apparse dal 2011 non sono un incidente. Sono manifestazioni di una rivolta collettiva che ha indossato prima le vesti degli Indignados spagnoli e greci, di Occupy, di Gezi Park, della francese Nuit Debout e che poi ha avuto qualche non secondario sbocco elettorale. La rivolta movimentista e l’esodo elettorale dai partiti tradizionali sono a volte riusciti a intrecciare protesta politica e protesta sociale. Tra le vittime del nuovo ordine (o disordine) e le oligarchie cova un conflitto che evoca le grandi retoriche rivoluzionarie: la virtù contro la corruzione, il basso contro l’alto, i produttori contro i parassiti, il «popolo» contro la «corte» (oggi la «casta»). Va da sé che è tutt’altro modo di interpretare il conflitto «basso contro alto» rispetto a quello dei populisti-sovranisti. Nessuno che abbia seguito agisce oggi al di fuori di questa frattura.

Negli Usa la campagna di Sanders è stata fatta in gran parte da attivisti di Occupy, così come la campagna pro-Corbyn nel Labour. Podemos non sarebbe nato senza gli Indignados. Syriza ha vinto le elezioni dopo un lungo ciclo di mobilitazione sociale. Il governo più progressista d’Europa, quello portoghese, è una coalizione tra il partito socialista e partiti della sinistra radicale, resa possibile da un intenso ciclo di mobilitazione anti-austerity. In Francia Mélenchon cresce nei sondaggi anche sull’onda della Nuit Debout. Altre nuove forze di sinistra avanzano in Olanda e in Belgio. La resistenza molecolare prova a coagularsi. Non ci sono quindi alibi per la sinistra italiana: non è vero che nella crisi cresce solo la destra.

Forse il problema italiano è che questo spazio è stato occupato dai grillini, o è stato loro consegnato. Oppure che l’equivoco del Pd si è dissolto solo di recente.

Ma bisogna anche imparare dagli altri. Le nuove forze di sinistra, dove conquistano consensi importanti, non sono stanchi mosaici di ceti politici di lungo corso. Spiazzano, disorientano, agiscono come outsiders, quasi come alieni. Inventano nuove forme organizzative. E soprattutto ci credono, e spiegano a coloro cui si rivolgono che le attuali ingiustizie non solo non hanno niente di naturale e di obbligato, ma sono pure superabili. Purché lo si voglia.

Non lasciamo la sinistra sotto le macerie

segnalato da Barbara G.

Alfredo Reichlin – da ilmanifesto.it

di Alfredo Reichlin – unita.tv, 14/03/2017

Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.