società

Tierra y libertad

 
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva

di Silvia Ribeiro

A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.

E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.

Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.

In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.

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Zapatisti nei campi. Foto tratta da http://www.tierraylibertad.org

Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.

Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.

Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.

La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.

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Il primo giorno dell’incontro L@s Zapatistas y las ConCiencias por la Humanidad foto: Koman Ilel

Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.

Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

fonte: http://comune-info.net/2016/12/coscienze-critiche/

originale: https://desinformemonos.org/la-culpa-es-de-la-flor-ezln-ante-cientificos-del-mundo/

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

Che il 2017 vi sia dolce e buono. Lame

C’è una cosa chiamata società

Perchè dovrebbe sorprenderci l’epidemia di malattia mentale, in un mondo che stanno facendo a pezzi?

di George Monbiot – the Guardian 12 ottobre 2016

(traduzione Lame)

Quale imputazione più grande contro un sistema potrebbe esserci di un’epidemia di malattia mentale? Eppure epidemie di ansia, stress, depressione, fobia sociale, disordini alimentari, autolesionismo e solitudine attualmente stroncano le persone in tutto il mondo. I più recenti, catastrofici, dati sulla salute mentale dei bambini in Inghilterra riflettono una crisi globale.

Ci sono ragionai secondarie in abbondanza per questa sofferenza, ma a me pare che la causa fondamentale è dappertutto la stessa. Gli esseri umani, i mammiferi ultrasocali, i cui cervelli sono cablati per reagire ad altre persone, vengono scorticati. Il cambiamento economico e tecnologico gioca un ruolo fondamentale, ma altrettanto fa l’ideologia. Nonostante il nostro benessere sia inestricabilmente connesso alle vite degli altri, dappertutto ci viene detto che prospereremo per mezzo dell’egoismo e dell’estremo individualismo.

In Gran Bretagna, uomni che hanno passato le loro intere vite in giardini di lusso – a scuola, al college, nell’avvocatura, in parlamento – ci danno istruzioni di camminare con le nostre gambe. Il sistema scolastico diventa sempre più brutalmente competitivo ogni anno che passa. Il lavoro è una lotta all’ultimo sangue con una moltitudine di altre persone disperate, che sono in caccia di ogni lavoro rimasto. I moderni garanti dei poveri ascrivono la colpa individuale alle circostanze economiche. L’infinita comeptizione in televisione alimenta aspirazioni impossibili, mentre le opportunità reali si contraggono.

Il consumismo riempie il vuoto sociale. Ma ben lontano dal curare la malattia dell’isolamento, esso intensifica il raffronto sociale fino al punto in cui, avendo consumato tutto il resto, noi cominciamo a depredare noi stessi. I social ci raggruppano e ci separano, permettendoci di quantificare esattamente il nostro rango sociale e di vedere che altre persone hanno più amici e followers di noi.

Come Rhiannon Lucy Cosslett ha brillantemente documentato, le ragazze e le giovani donne altrano regolarmente le foto che postano, per apparire più disinvolte e più magre. Alcuni telefono, usando le loro impostazioni “bellezza”, lo fanno per te senza chiedere; ora puoi diventare la tua stessa aspirazione all amagrezza. Benvenuti, signori e signore, nella distopia post-hobbesiana: una guerra di ognuno contro se stesso.

C’è di che sorprendersi, in questi solitari mondi interiori, nei quali toccare è stato sostituito da ritoccare, che le giovani donne stiano annegando nella sofferenza mentale? Un recente studio in Inghilterra suggerisce che una donna su quattro tra i 16 e i 24 anni ha fatto del male a se stessa e una su otto attualmente soffre di disordine da stress post-traumatico. Ansia, depressione, fobie o disordini ossessivo compulsivi affliggono il 26 per cento delle donne in questa classe di età. Questa è l’immagine di una crisi di salute pubblica.

Se la frattura sociel non viene curata altrettanto seriamente di un arto rotto è solo perchè non possiamo vederla. Ma i neuroscienziati possono. Una serie di affascinanti studi suggeriscono che il dolore sociale e il dolor fisico sono elaborti dagli stessi circuiti neurali. Questo può spiegare perchè, in molte lingue, è difficile descrivere l’impatto della rottura dei legami sociali senza le parole che usiamo per indicare il dolore fisico e le ferite. Sia negli umani che in altri mammiferi sociali, il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui noi abbracciamo i nostri bambini quando si fanno male: l’affetto è un potente analgesico. Gli opioidi danno sollievo sia dal dolore fisico che dalla sofferenza della separazione. Forse questo spiega la connessione tra l’isolamento sociale e la dipendenza da droghe.

Una serie di esperimenti riassunti nel giornale Fisiologia e Comportamento lo scorso mese suggeriscono che, data la scelta tra dolore fisico e isolamento, i mammiferi sociali scelgono il primo. Le scimmie cappuccine deprivate di cibo e contatto per 22 ore raggiungono le loro compagne prima di cercare il cibo. I bambini che sperimentano l’abbandono emotivo, secondo alcune scoperte, soffrono conseguenze sulla salute mentale peggiori di bambini sottoposti sia ad abbandono emotivo che a abusi fisici: per quanto ripugnante sia, la violenza comporta attenzione e contatto. L’autolesionismo è spesso usato come un tentativo di alleviare la sofferenza mentale: un’altro indizio che il dolore fisico non è pesante come quello emotivo. Come il sistema carcerario sa fin troppo bene, una delle più efficaci forme di tortura è l’isolamento.

Non è difficile vederequali possano essere le ragioni evoluzionistiche per il dolore sociale. La sopravvivenza tra i mammiferi sociali è grandemente rafforzata quando essi sono fortmente legati con il resto del gruppo. Gli animali isolati e marginalizzati hanno maggiori probabilità di essere uccisi dai pr4edatori o dalla fame. Così come il dolore fisico ci protegge dalle ferite fisiche, il dolore emotivo ci protegge dalle lesioni sociali. Ci spinge a riconnetterci. Ma per molte persone ciò è quasi impossibile.

Non è sorprendente che l’isolamnto sociale sia fortemente associato con depressione, suicidio, ansia, insonnia, paura e percezione di minacce. È più stupefacente scoprire la serie di malattie fisiche che esso causa o acuisce. Demenza, pressione alta, malattie cardiache, infarti, ridotta resistenza ai virus, perfino incidenti sono più frequenti tra le persone cronicamente solitarie. La solitudine ha un impatto sulla salute fisica comparabile al fumo di 15 sigarette al giorno: sembra che aumenti il rischio di morte prematura del 26 per cento. Ciò avviene perchè aumenta la produzione dell’ormone dello stress, il cortisolo, che deprime il sistema immunitario.

Studi, sia su animali che sugli uomini, offrono una ragione per il cifo consolatorio: l’isolamento riduce il controllo degli umpulsi, portando all’obesità. Poichè coloro che sono alla base della scala sociale sono quelli che più probabilmente soffrono di solitudine, potrebbe ciò fornire una delle spiegazioni per il forte legame tra bassa condizione economica e obesità?

Tutti possiamo vedere che qualcosa di molto più importante della maggior parte delle questioni sulle quali ci crucciamo è andato storto. Quindi perchè siamo impegnati in questa frenetica corsa autoconsumante di distruzione ambientale e sconvolgimento sociale, se tutto quel che produce è una pena insopportabile? Non dovrebb, questa domanda, bruciare sulle labbra di tutti nella vita pubblica?

Ci sono alcune meravigliose organizzazioni caritatevoli che fanno quel che possono per combattere questa ondata e con alcune di queste lavorerò durante il tour per “Breaking the Spell of Loneliness”, l’album che ho scritto con il musicista Ewan McLenna. Ma per ogni persona che essi raggiungono, molte altre passeranno inosservate.

Tutto questo non richiede una politica in risposta; richiede qualcosa di molto più grande: la rivalutazione di un’intera visione del mondo. Di tutte le fantasie che gli essere umani hanno, l’idea che noi possiamo andare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa. O restiamo uniti o cadremo a pezzi.

fonte:http://www.monbiot.com/2016/10/12/there-is-such-a-thing-as-society/

Nota del traduttore: il titolo si riferisce ad una delle (due) famose frasi della NON compianta Margareth Thatcher quando disse “There is no such thing as society” (“Non c’è una cosa chiamata società”). L’altra era TINA (There is no alternative). Ribadisco NON compianta.

Noi non siamo la Generazione Bataclan

segnalato da Barbara G.

di Andrea Coccia – linkiesta.it, 27/11/2015

Lunedì 16 novembre, il quotidiano Libération è uscito, come tutti, con una prima pagina dedicata alle stragi di Parigi della notte del 13 novembre. Questa:

Il titolo è “Generation Bataclan”. Nella foto, a tutta pagina, ci sono ragazzi, all’incirca della mia età, tra il 25 e i 35 anni. La generazione Bataclan, per l’appunto, descritta nel catenaccio come «giovane, festaiola, aperta e cosmopolita», un’etichetta che poi è rimbalzata dappertutto, dalle prime pagine di molti giornali, passando per le mille trasmissioni televisive dedicate alla tragedia, fino a permeare il discorso della mattina del 27 novembre, pronunciato all’Hotel des Invalides da monsieur le President, François Hollande. Un’etichetta che fa ridere.

Ho 32 anni, ne farò 33 tra poco. Come quasi tutti i miei amici, come quasi tutti i miei colleghi, come quasi tutte le persone che frequento, ci finisco in pieno in quella etichetta. Come tutti loro ero piccolo — come ha ricordato Hollande — quando è caduto il muro di Berlino. Insieme a tutti gli altri diventavo maggiorenne quando cadevano le torri gemelle a New York, o quando al G8 Genova marciavo — con terrore — davanti a polizia e carabinieri che battevano i passi e i manganelli contro gli scudi.

Avevo vent’anni quando andai a Parigi dormendo in palestre di quelle stesse banlieue di Parigi — dove altri nostri coetanei venivano emarginati e dimenticati mentre imparavano a sparare davanti alla Playstation — per andare a sentire i discorsi di qualche contadino coi baffoni al World Social Forum.

Avevo la stessa età quando gridavo per le strade di Roma — insieme a tutti gli altri — che la guerra in Iraq, a dispetto del parere di qualche vecchia giornalista incattivita dalla malattia, avrebbe portato solo guai.

Ho 32 anni, ne farò 33 tra poco. Ho fatto l’Erasmus, parlo tre lingue e ho amici in ognuna delle città in cui negli ultimi 15 giorni ci sono stati attentati. Avevo a chi scrivere a Beirut, come a Parigi, come a Bamako.

Come loro, come tantissimi dei miei coetanei che voi chiamate Generazione Bataclan e che oggi indentificate come le vittime del terrorismo, sono vittima della società che ci state lasciando in eredità. Ho un presente precario e avrò una vecchiaia infernale, senza pensione e con una società ingiusta e a brandelli.

Ho tanti amici di quella che chiamate Generazione Bataclan che hanno rischiato di essere coinvolti in questa fottutissima guerra in molte parti del mondo, al concerto degli Eagles of the death metal ci sarei potuto essere anch’io, come avrei potuto essere tranquillamente al Carillon, come spesso è accaduto.

Eppure quando sento Generazione Bataclan, a me viene da ridere. Perché? Perché noi non siamo la generazione che si è svegliata il 13 novembre dal bel sogno della felicità perpetua e delle birrette il venerdì sera. Noi siamo la generazione che vi aveva avvertiti 15 anni fa. E all’epoca non ci avete solo ignorato, ci avete irriso, a volte ci avete persino sparato, picchiato e terrorizzato.

«Monsieur le President», cantava nel 1954 quel campione di Boris Vian, «C’est pas pour vous fâcher il faut que je vous dise, ma décision est prise: je m’en vais déserter». Se volete fare di questa inutile e idiota follia una guerra civile globale, la guerra in nome della Generation Bataclan, allora la mia decisione è presa: io diserto.

Vaccinarsi è di sinistra e non vaccinarsi di destra?

di Roberto C.A.

Prima di tutto un “disclaimer”: io sono uno “scienziato”, ma mi occupo di tutt’altro, e quindi la mia opinione al riguardo non è “autorevole” (al massimo posso saperne qualcosa di più sulle pratiche della scienza). E’ semplicemente un’opinione personale, magari nemmeno tanto originale, che come si fa nei blog porto all’attenzione degli altri, per aprire una discussione. E scusate la lunghezza.

Sappiamo tutti cosa fanno i vaccini: immunizzano la persona contro una malattia virale potenzialmente grave o letale, rendendo la probabilità di sviluppare la malattia praticamente nulla, a fronte di una probabilità di effetti collaterali piccola. Io ricordo ancora i paralizzati dalla poliomielite, anche in famiglia. Appena comparsi, naturalmente la gente ha fatto la fila per vaccinarsi, senza nemmeno domandare quale fosse la percentuale di rischi del vaccino, ben consapevole del rischio enorme della malattia.

Ora la situazione è cambiata, gran parte delle malattie vaccinabili sono state sostanzialmente rimosse (anche se di ufficialmente eradicato credo ci sia solo il vaiolo). E questo genera una nuova situazione. Se decido di non vaccinarmi, non mi ammalo comunque, semplicemente perché la malattia non viene trasmessa da nessuno se gli altri sono vaccinati. Si chiama “immunità di branco”. Quindi, se decido egoisticamente di non vaccinarmi, non pago pena, e non corro nemmeno i rischi (molto piccoli ma mai nulli, nulla è a rischio nullo). Che per me è equivalente a quanto fanno gli evasori fiscali: io non pago le tasse, ma altri le pagano, e quindi se mi ammalo ho gli ospedali, se la casa va a fuoco i pompieri etc.

L’immunità di branco è poi utilizzata dalle organizzazioni sanitarie per proteggere dalle malattie tutti quelli che per qualche motivo non possono essere vaccinati. Neonati ovviamente, ma anche persone con seri problemi al sistema immunitario, o comunque a rischio in caso di vaccino (e ancora di più di malattia). Ora, l’immunità di branco vale al di sopra di una certa soglia (diversa a seconda della contagiosità del virus), tipicamente 80-90% della popolazione deve essere vaccinata. Se si scende al di sotto la malattia si diffonde, e i deboli rischiano. Qui, è un tipico esempio di un bene comune (la salute pubblica) messo a rischio da comportamenti individualisti. Destra e sinistra potrebbero avere opinioni diverse al riguardo.

Bene, ma perché si rifiuta il vaccino? Un motivo è semplicemente l’egoismo unito ad ignoranza (o a visione corta). Mi fido dell’immunità di branco, per evitare di pagare anche quel minuscolo rischio che il vaccino può portare (egoismo). Senza sapere quanti altri lo faranno e quindi quanto siamo vicini alla soglia, oppure quali ambienti frequenterà in futuro il non-vaccinato, tipicamente il figlio, che potrebbero essere lontani dalle condizioni presenti (ignoranza)

Poi ci sono tutte le ipotesi complottiste o alternativiste, non so in quanta parte sincere e in quanta solo alibi verso l’egoismo. Ma esiste una sfiducia verso “l’istituzione”, considerata qualcosa diversa da noi (evidente quando si usa il “loro”), e nell’istituzione è compresa la scienza. E quindi i vaccini servono solo ai gruppi farmaceutici per fare soldi, dimenticando o non sapendo cosa era il mondo prima, e trascurando che molto probabilmente un cartello farmaceutico guadagnerebbe di più dal curare le medicine che dal prevenirle. I vaccini non sarebbero davvero responsabili della rimozione delle malattie, ma lo sarebbe il migliorato stile di vita:  facile da smontare vedendo che ormai dove l’immunità di branco è andata sotto soglia le malattie riprendono fregandosene degli stili di vita, come per il moribillo in USA e UK. I risultati mostrano che la ricerca pubblicata su Lancet sulla relazione autismo-vaccini era falsa e artefatta? Certamente un complotto, quel medico (ora radiato) è un martire, e noi ci sentiamo gratificati nell’averlo capito, non ci facciamo fregare così facilmente. Sembra quasi un gioco di società quello di smontare le “affermazioni ufficiali”, fa sentire diversi, alternativi, quelli che hanno capito. E invece si rischia di far parte di una massa di pecore. Credere a tutto quello che ci viene detto o credere a tutte le ipotesi alternative sono due facce della stesso atteggiamento acritico, in cui basta mettersi da una “parte” ed è tutto facile, nessuno sforzo richiesto.

C’è poi la difficoltà di comprendere i metodi della scienza e di tradurne il linguaggio (*), difficoltà che è uno dei problemi critici in una società moderna dove la scienza e le tecnologie derivatene hanno un ruolo centrale. Per esempio, un ricercatore dice che non ci sono evidenze che il vaccino trivalente causi l’autismo, e la persona comune capisce che non ne è proprio sicuro, vorrebbe sentire che è totalmente escluso. Cosa che un ricercatore non dirà perché è umanamente impossibile affermare un negativo, anche in assenza di positivi. Direbbe lo stesso se qualcuno ipotizzasse che il trivalente possa causare qualunque altro fenomeno, che ne so, la calvizie. Ma per qualche motivo ci si sente più furbi. Noi sappiamo che non è vero, perché c’è qualcuno che è stato vaccinato e diventa precocemente calvo e quindi … (post hoc ergo propter hoc). E una volta prima dei vaccini non c’erano tanti calvi (vai a dimostrare che non è vero). Una perla che ho trovato in un commento ad un “antivaccinista”: il vaccino per la polio è una truffa, il 79% delle persone che hanno contratto la polio dopo l’avvento dei vaccini erano già vaccinate. Confondendo valori assoluti e percentuali, prima del vaccino i casi erano centinaia di migliaia, dopo qualche centinaio. Alcuni di questi per una non totale copertura del vaccino? E allora?

Ed infine c’è internet, che ha portato ad una sorta di democratizzazione delle opinioni, che è del tutto fallace. E’ vero, tutti abbiamo libertà di parola, ma il peso di quello che diciamo è diverso (sull’economia, per dire, il peso di quello che dico io è enormemente inferiore a quello che dice Boka). Qui si dovrebbe riprendere il discorso della “distorsione cognitiva” di cui ho scritto parecchi tempo fa in un altro post.  In passato, come scrive Eco, le opinioni di scarso peso rimanevano confinate all’osteria, probabilmente a causa del costo necessario a diffonderle, mentre ora si diffondono a costo nullo, e diventano meme. Ma questo non le rende più rilevanti. Forse l’evoluzione della rete è stata così rapida che non ci siamo ancora adattati. E forse affrontare le distorsioni cognitive generate dalle variazioni troppo rapide di paradigmi che non fan tempo a creare tradizioni e senso comune è uno dei grossi problemi che dobbiamo affrontare.

Ma tornando ai vaccini, mi pare che a tutti gli effetti da “bene individuale” (mi vaccino e quindi mi salvo) siano ora diventati un “bene collettivo” (mi vaccino e mi proteggo proteggendo la comunità), e che quindi il discorso vada anche affrontato in temi di beni comuni rispetto a somme di libertà individuali. Sinistra verso destra?

(*) Della trasmissione della conoscenza, del rapporto cittadini scienza e della responsabilità dei media e della politica ne avevamo parlato QUI

I tecno-maleducati

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MOBILE INCIVILITY, L’INVASIONE DEI TECNO-MALEDUCATI

Ne incontriamo ogni giorno a decine: sui mezzi, in ufficio, per la strada. Sono gli incivili digitali. Uno studio italiano ne ha tracciato l’identikit e le abitudini peggiori. Ecco chi sono e come vivono.

da Repubblica.it (01/09/2014) – di Alessandra Roncato

Li vedi da lontano e, quando li individui, è meglio stargli alla larga. Percorrono a zig zag le strade alla guida delle loro auto. Ai semafori non partono e, prima di svoltare, non mettono la freccia. Perché i loro occhi sono fissi altrove e una delle loro mani è occupata a digitare assiduamente. Sono pericolosi, irritanti e fanno parte di una delle tante categorie degli incivili del mobile, coloro che non smettono di trafficare con il loro smartphone nemmeno al volante. Fanno parte di un esercito numerosissimo e sono equipaggiati con armi letali per i nostri nervi: cellulari, tablet e lettori mp3.

Ora uno studio condotto dal sociologo Saro Trovato, fondatore di Found!, ha tracciato il profilo dei protagonisti della “mobile incivility”, persone che non possono vivere senza i loro dispositivi mobili, che non si fanno problemi a consultare i social network nemmeno durante le riunioni di lavoro, che smanettano sullo smartphone anche durante i pasti o, addirittura, nei momenti di intimità. Persone che abusano della tecnologia in ogni sua forma e in qualsiasi situazione.

1500 persone dai 16 ai 65 anni. Lo studio per individuare le caratteristiche di questa nuova forma di maleducazione, la “mobile incivility” appunto, ha coinvolto 1500 persone circa, uomini e donne di età compresa tra i 16 e i 65 anni. Realizzata con la metodologia WOA (Web Opinion Analysis), la ricerca ha monitorato online i principali social network, blog, forum e community per esaminare quali siano i comportamenti “ipertecnologici” più odiati e dove questi avvengano più frequentemente. I comportamenti che danno maggiormente fastidio? L’utilizzo dello smartphone durante l’orario di lavoro (per il 66% degli interpellati), l’essere costantemente connessi al proprio cellulare (58%) e le suonerie che squillano a volume troppo alto (55%). “Il rischio che questa invasione hi-tech porta con sé”, spiega Saro Trovato, “è quello di perdere di vista le cose più importanti, come le relazioni interpersonali e lo scambio di opinioni, quel confronto faccia a faccia che, con il passare del tempo e con l’intensificarsi dell’evoluzione tecnologica, sta diventando una merce sempre più rara”.

I dieci comportamenti preferiti dai tecno-maleducati

Identikit dell’incivile digitale. “Ah, quei giovani così maleducati”, diranno in tanti riferendosi ai “nativi digitali”, ovvero la generazione dei nati negli Anni 90 e 2000, cresciuta con la tecnologia a portata di mano: computer, internet, cellulari, mp3… Ecco, appunto. Non sono loro i principali incivili dell’era mobile, bensì gli adulti appartenenti alla fascia 35-50 (71%). I giovani dai 18 ai 25 anni arrivano subito dopo (54%) e infine ci sono le persone di età compresa tra i 55 e i 65 anni (34%). La maleducazione di questi ultimi, però, è giustificata dal fatto che, essendo poco pratici di apparecchi hi-tech, spesso sbagliano nell’impostazione del volume dei propri cellulari e lettori multimediali. Non è una sorpresa, invece, che il gentil sesso sia più “mobile-educato” degli uomini. Sono incivili digitali il 34% delle donne contro il 49% dei maschi. I due sessi si differenziano anche per i comportamenti che non tollerano. Le azioni più detestate dagli uomini, infatti, sono l’utilizzo dello smartphone durante l’orario di lavoro e durante le riunioni (66%), lo stare appiccicati al cellulare (58%) e l’invio a ripetizione di messaggi da parte della propria compagna (43%). Le donne invece non sopportano la suoneria ad alto volume in spiaggia o sui mezzi pubblici (73%), chi utilizza il telefono durante i pasti (64%) e gli uomini che controllano costantemente le notizie sportive (57%). Lo studio condotto da Saro Trovato ha individuato anche i luoghi dove più frequentemente sono commessi i “reati” di inciviltà mobile. Al primo posto c’è l’ufficio (56%), dove l’inquinamento acustico è aggravato da musica in cuffia troppo rumorosa e suonerie amplificate. A seguire, i mezzi pubblici (44%), la camera da letto (39%) e la cucina (36%).

Ma non tutto è perduto. Dalla deriva cafona degli appartenenti alla “mobile incivility” ci si può ancora salvare. Secondo gli italiani, basta applicare delle piccole regole di buon comportamento. O almeno, sforzarsi di farlo. Il 52% dei partecipanti allo studio consiglia di non utilizzare il telefono per nessun motivo durante i momenti intimi o le conversazioni. Seconda cosa, suggerita dal 44% delle persone interpellate, è diminuire drasticamente il volume dei propri device. Infine si dovrebbe tagliare nettamente, o perlomeno darsi un limite di tempo, l’utilizzo dei social network. Anche perché è proprio lo smartphone attraverso cui ci si connette a Instagram, Facebook e Twitter l’apparecchio di gran lunga più “disturbante” (78%). Lo seguono, distanziati, il tablet (40%), il Pc (33%) e la tv (28%).

Cinque tribù da conoscere ed evitare. La ricerca di Found! ha individuato cinque categorie di incivili digitali, ognuna con la sua peculiare caratteristica. Ci sono i Social-Addicted, intossicati da Facebook e compagni che passano più della metà della loro giornata a postare e twittare ignorando chi e cosa li circonda. I Disturbatori Seriali, invece, smanettano con il proprio smartphone dappertutto: in strada, in ufficio, nel traffico (sì, sono loro quelli che viaggiano a zig zag…). Poi ci sono gli Audiolesi Immaginari che tengono il volume del proprio device a livelli altissimi e parlano al telefono come se dovessero comunicare con la Luna. Un’altra categoria è quella dei Cyber-Marpioni, uomini e donne di tutte le età che tartassano di messaggi e email le proprie prede online. Infine, gli Asfissianti Self-Made-Pr, persone che invitano tutti i propri contatti a eventi assurdi e li taggano su foto e messaggi promozionali.

Ne incontriamo ogni giorno a decine, di tecno-maleducati. Forse, ora che li conosciamo meglio, possiamo anche imparare a evitarli, ma, soprattutto, a non farci contagiare.

La finestra rotta

di Sundance

Mi trovo negli stati uniti e facendo colazione leggo questo libro giallo che riporta quanto segue.

-Conoscete il concetto di “finestra rotta” nella filosofia sociale?

-No.

-L’ho imparato anni fa e non l’ho mai dimenticato. Il senso è che per migliorare la società ci si deve concentrare sulle piccole cose. Se le controllate, o le sistemate, allora seguiranno grandi cambiamenti. Prendete i quartieri con un alto tasso di criminalità. Potete investire milioni di dollari per aumentare le autopattuglie o installare videocamere di sicurezza, ma se questi quartieri continuano ad apparire degradati e pericolosi, resteranno degradati e pericolosi. Invece di milioni di dollari, spendetene migliaia per aggiustare le finestre, ridipingere le facciate, pulire gli androni. Può sembrare solo un’operazione cosmetica, ma la gente se ne accorgerà. Diventerà orgogliosa del luogo in cui vive. Comincerà a denunciare le persone che rappresentano una minaccia per gli altri e che non si curano delle loro proprietà. Come saprete, questa è stata la politica di New York negli anni Novanta in fatto di riduzione e prevenzione del crimine. E ha funzionato.

Questo pezzo mi ha fatto pensare alla situazione politica e sociale italiana, a quando si finge di non capire che “forma” diventa spesso anche “sostanza”.
A quanto sarà necessario lavorare per far tornare la gente ad essere orgogliosa del luogo in cui vive.