sostenibilità

Vivere oltre i limiti

segnalato da Barbara G.

Earth Overshoot Day, esaurite le risorse 2017 della Terra

ansa.it, 31/07/2017

Uomo sempre più “vorace” e le risorse naturali, quelle che la Terra è in grado di rigenerare da sola, si esauriscono sempre prima. L’Earth Overshoot Day, il giorno in cui la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse terrestri disponibili per il 2017, quest’anno cade il 2 agosto. Da mercoledì il pianeta sarà sovrasfruttato dall’uomo: lo stiamo consumando 1,7 volte più velocemente della capacità naturale degli ecosistemi di rigenerarsi. Per soddisfare la domanda degli italiani ci sarebbe bisogno di 4,3 “Italie”.

Il calcolo è del Global Footprint Network, organizzazione di ricerca internazionale, che evidenzia come ogni anno questa giornata cada sempre prima a causa dell’aumento dei consumi mondiali di natura che comprendono frutta e verdura, carne e pesce, acqua e legno. L’anno scorso era stata celebrata l’8 agosto, due anni fa il 13 agosto, nel 2000 a fine settembre.

Invertire la tendenza, secondo gli attivisti, è possibile e lanciano la campagna #movethedate, per cercare di posticipare l’Overshoot Day. Se riuscissimo a spostare in avanti questa data di 4,5 giorni ogni anno, spiegano, ritorneremmo “in pari” con l’uso di risorse naturali entro il 2050. Ognuno può contribuire con piccole azioni ma servono soluzioni “sistemiche”, dice l’organizzazione: se ad esempio l’umanità dimezzasse le emissioni di anidride carbonica, l’Overshoot Day si sposterebbe in avanti di quasi tre mesi.

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coenergia.com, 11/08/2015

Vent’anni fa l’Earth Overshoot Day è stato il 10 ottobre, nel 1975 il 28 novembre, nel 1970 il 23 dicembre. Lo scorso anno è stato l’8 Agosto.

Quello che offre il pianeta non basta a soddisfare i bisogni, sempre crescenti, della popolazione globale: secondo il report, se avessimo lo stile di vita degli americani, avremmo bisogno delle risorse naturali di almeno 4,8 pianeti mentre se vivessimo come gli australiani ne servirebbero almeno 5,4. Lo stile di vita di noi italiani necessiterebbe di 2,7 Terre mentre servirebbero 4,3 Italie per soddisfare il fabbisogno nazionale con le sole risorse territoriali.

Tuttavia, nonostante il dato davvero allarmante, si è notato un lieve rallentamento di questa tendenza negli ultimi 5 anni, anche grazie all’aumento dell’utilizzo dell’energia proveniente da fonti rinnovabili!
Grazie alle tecnologie disponibili e con un piccolo sforzo da parte di tutti, sarà possibile invertire la rotta!

Domani

segnalato da Barbara G.

“Domani”, docu-film sulle bellezze dell’economia solidale

valori.it, 04/10/2016

domani_140x200_web_4ab119d90bb624348ec45e6e82a5153eUn viaggio intorno al mondo alla ricerca di soluzioni valide per dimostrare che un domani migliore è possibile. Partendo dagli esperimenti più riusciti nei campi dell’agricoltura, energia, urbanistica,economia, democrazia e istruzione, i registi Cyril Dion e Mélanie Laurent hanno realizzato il  documentario “DOMANI”, che sarà distribuito nelle sale italiane da giovedì prossimo, 6 ottobre, e che accompagnerà il pubblico alla scoperta di nuovi modelli per un futuro più felice e sostenibile. Un viaggio che attraversa l’Europa e gli Stati Uniti: la rivoluzione delle monete “aperte”, i sistemi di produzione agricola locale senza petrolio o meccanizzazione, le regioni che producono più energia rinnovabile di quanta ne consumino, i modelli di amministrazione che consentono a migliaia di cittadini di partecipare alla stesura della costituzione del loro paese.

Giorno dopo giorno, i due autori registrano la difficoltà di promuovere e implementare questi sistemi altamente efficienti, e incontrano gruppi di persone che sono riusciti a farlo nel posto in cui vivono, superando tutti gli ostacoli. Gradualmente, prendono coscienza del fatto che tutti questi soggetti sono interdipendenti: cambiare il modello agricolo significa cambiare il modello energetico; cambiare il modello energetico significa necessariamente ripensare la gestione del territorio; riorganizzare il territorio presuppone una revisione dei nostri modelli economici; cambiare l’economia significa cambiare gli esseri umani, e quindi il sistema scolastico va completamente trasformato. Infine, affinché tutti questi cambiamenti abbiano luogo, anche i nostri sistemi democratici devono evolversi.

Un road movie di tutti: “Di 10.266 persone, per essere esatti” rivela il regista Cyril Dion. Il suo documentario è stato infatti un esempio emblematico della raccolta fondi dal basso: “Per finanziarlo, abbiamo infatti lanciato una campagna sulla piattaforma di crowdfunding KissKissBankBank. Volevamo raccogliere 200mila euro in due mesi. Li abbiamo ottenuti in due giorni. E nel giro di due mesi avevamo circa 450mila euro. E’ il record mondiale di raccolta fondi per un documentario”.

“La grande forza di DOMANI – aggiunge Mélanie Laurent – è anche nelle scelte delle migliaia di cittadini che hanno contribuito a finanziarlo. Circa un terzo dei donatori ha chiesto che in cambio della loro donazione fosse piantato un albero. Non soltanto hanno co-finanziato il film, ma non hanno voluto guadagnarci niente. Questo è stato ancora più straordinario. L’operazione è stata un tale successo che il resto è avvenuto molto rapidamente”.

Il docu-film è distribuito in Italia con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, ed il sostegno della Fondazione Campagna Amica, LifegateGreenpeace, Slow Food Italia, Giunti e Legambiente.

Diventare atei della crescita

segnalato da Barbara G.

Movimento Nuit debout in Place de la Republique, Parigi 2016

La società della crescita con crescita è finita, ma il mito della crescita persiste. Per questo abbiamo bisogno di immaginare e di creare qui e ora un mondo nuovo. L’uscita dall’austerity non basta

di Serge Latouche – comune-info.net, 24/06/2016

L’essenza della domanda posta nel titolo del mio intervento* – “Crescita, Recessione, Decrescita, un cerchio che si chiude?” – può essere tradotta, in termini shakespeariani, come: crescere o non crescere? Una domanda che ne implica un’altra: credere o non credere? Perché, come ha spiegato bene papa Francesco, la crescita è diventata la religione del nostro tempo e noi dobbiamo diventare atei della crescita. Ma, a differenza di papa Francesco, nessun responsabile politico o economico l’ha compreso (o almeno fa finta di non averlo compreso).

Nel 2002, al convegno dei metereologi statunitensi a Silver Spring, Bush dichiarò che la crescita genera posti di lavoro, risorse pubbliche, benessere sociale, pace e anche le risorse per provvedere all’ambiente: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema». E se da Bush non ci si poteva aspettare altro, in realtà tutti, compreso Matteo Renzi, dicono la stessa cosa. Alla Conferenza del clima di Parigi, lo scorso dicembre, la parola proibita era “decrescita”. Quello che si doveva dire era che la battaglia contro il cambiamento climatico costituiva l’opportunità per una nuova crescita. Una crescita verde: un bell’ossimoro.

In questo quadro, non basta essere economisti; bisogna anche essere filosofi. E io partirei dall’osservazione di uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Woody Allen:

Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’umanità faccia la scelta giusta.

Sembra che il dilemma sia proprio questo.

La prima strada è quella di una società della crescita con crescita, quella su cui abbiamo camminato da due-tre secoli e soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. È la strada che conduce a quella che gli scienziati hanno definito come sesta estinzione di massa. Rispetto alla quinta, quella dei dinosauri, risalente a sessantacinque milioni di anni fa, questa sesta estinzione presenta alcuni tratti specifici: si svolge a un’altissima velocità (ogni giorno spariscono tra le cinquanta e le duecento specie); è determinata dall’attività umana e potrebbe riguardare lo stesso essere umano.

La seconda strada, quella che conduce alla disperazione, è quella di una società della crescita senza crescita, una società in recessione. Sappiamo quale tragedia rappresenti. Ma non sono venuto qui per dire che la nostra unica scelta è tra la peste e il colera, tra la disperazione e l’estinzione. C’è, in realtà, una terza via, un piccolo sentiero che Woody Allen non ha visto e di cui pochi si sono accorti: la via della decrescita. La via dell‘uscita dal paradigma della società della crescita. Ma per capire in cosa consiste questo cammino bisogna prima analizzare e denunciare le illusioni della crescita. Un compito tutt’altro che facile, perché nessun argomento, per quanto razionale sia, può convincere qualcuno che ha fede, che ha fede nella crescita.

COS’È LA CRESCITA?

Si pensa alla crescita, in primo luogo, come a un fenomeno biologico. E in effetti i termini “crescita” e “sviluppo” vengono dalla biologia, soprattutto evoluzionista. La crescita è la trasformazione quantitativa di un organismo nel tempo. Tutti gli organismi crescono e, nello stesso tempo in cui crescono, si trasformano. Un seme non diventa un seme gigantesco, diventa una pianta. E questo è lo sviluppo. Lo sviluppo è la trasformazione qualitativa di un fenomeno quantitativo. Lo sviluppo non è la crescita, ma non esiste uno sviluppo senza crescita. La crescita è la base dello sviluppo.

Quando gli economisti hanno preso in prestito questa metafora della crescita e dello sviluppo, si sono dimenticati però di due o tre cose. In primo luogo, l’economia non è un organismo. Si può pensare alla società umana nel suo rapporto con l’ambiente come a un organismo, come ha fatto il grande biologo britannico James Lovelock con l’ipotesi Gaia, ma l’economia può rappresentarne solo una parte. Anche i filosofi avevano pensato alle civiltà come a organismi, basti pensare a Giambattista Vico, secondo cui, proprio come gli organismi, le civiltà nascono, crescono si sviluppano e poi declinano e muoiono. L’economia non è un organismo, ma, se anche lo fosse, gli economisti si sono dimenticati che dovrebbe infine morire, postulando, al contrario, una crescita infinita. E poi gli organismi vivono con l’ambiente in un rapporto di dipendenza reciproca. Mentre gli economisti pensano che sia possibile trarre dalla natura tutte le materie prime e scaricarvi tutti i rifiuti, senza alcuna interdipendenza. Pensano di poter sfruttare senza limiti la natura come fonte di materie prime e come pattumiera.

La crescita economica, quindi, non ha niente a che vedere con la crescita degli organismi. E l’economia, come parte dell’organismo globale, deve obbedire alle leggi della biologia e prima ancora della fisica, e in particolare della termodinamica, e ancora più in particolare della seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia, in base a cui sappiamo bene che, una volta che abbiamo bruciato i trenta litri della benzina nel serbatoio, questi litri non saranno più disponibili. Come spiega Richard Heinberg nel libro La festa è finita, la crescita è nata con i pozzi di petrolio e finirà con essi.

Che la crescita infinita in un pianeta finito sia un’assurdità dovrebbero capirlo tutti. Come diceva il grande Groucho Marx, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni. I nostri responsabili, però, non lo capiscono. Con un tasso di crescita del 2 per cento l’anno, prolungato per un periodo di tempo di duemila anni, il Pil risulterebbe moltiplicato di 160 milioni di miliardi. Chiunque capirebbe che è impossibile far crescere il Pil di 160 milioni di miliardi. Che è impossibile far crescere di questa cifra il numero delle automobili, per esempio. Eppure, la società della crescita è basata proprio sull’assurdità di questa illimitatezza.

L’economia capitalistica, l’economia di mercato, è basata su una triplice illimitatezza: l’illimitatezza della produzione, cioè dello sfruttamento delle risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili; l’illimitatezza del consumo, che comporta la creazione di un numero sempre più alto di bisogni artificiali (perché, se si produce sempre di più, si deve anche consumare sempre di più); e, di conseguenza, l’illimitatezza dei rifiuti, cioè dell’inquinamento dell’aria, sempre più irrespirabile, dell’acqua, sempre meno potabile, dei mari, sempre più invasi da continenti di plastica, della terra, sempre più avvelenata e desertificata. E queste illimitatezze, soprattutto quella del consumo, funzionano in base ad alcune molle, la prima delle quali è la pubblicità, la cui funzione è renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Cosicché viviamo non nella società dell’abbondanza, ma in quella della frustrazione, quella in cui dobbiamo sentirci sempre frustrati e infelici per poter avere desideri da soddisfare e dunque per consumare sempre di più. La seconda molla è il credito: poiché non tutti possono soddisfare i loro desideri artificiali, quelle istituzioni filantropiche conosciute come banche sono disposte a concedere crediti. Se poi non bastano né la pubblicità né il credito c’è comunque l’obsolescenza programmata: la durata di vita dei nostri prodotti è sempre più breve, così da costringerci ad acquistarne di nuovi. La pubblicità crea un’obsolescenza psicologica, mentre la tecnica crea un’obsolescenza reale.

Movimento Nuit debout in Place de la Republique, Parigi 2016

Quando si registra una crescita forte come quella registrata durante il trentennio d’oro, si assiste alla distruzione dell’ambiente e di parti della società, soprattutto nel Sud del mondo, ma anche alla creazione di posti di lavoro, di risorse pubbliche per finanziare l’educazione, la sanità, la cultura. Ma una società della crescita senza crescita conosce solo disoccupazione e tagli alle spese sociali.

La società della crescita con crescita è finita, ma il mito della crescita continua a operare impedendo di uscire dalla trappola di questo sistema e spingendoci nell’incubo di una società della crescita senza crescita. È per questo che bisogna costruirne una nuova: si tratta di una rivoluzione, perlomeno a livello di immaginario. Si deve decolonizzare l’immaginario dell’economicismo, superare la fede nella crescita dell’economia. E questo è il progetto della decrescita.

COS’È LA DECRESCITA?

Prima di tutto, è uno slogan – con la funzione provocatrice propria degli slogan – che permette di capire quale assurdità rappresenti una crescita infinita in un pianeta finito. Uno slogan dietro cui c’è il concetto di una società alternativa, non basata sulla crescita infinita e sul consumo infinito. Il progetto della decrescita è quello, per dirla con le parole del collega inglese Tim Jackson, di una società di prosperità senza crescita, che è il titolo di un suo libro di alcuni anni fa, o quello, come dico io, di una società di abbondanza frugale.

Perché abbiamo lanciato questo slogan della decrescita? Lo abbiamo utilizzato per contrastarne un altro, quello mistificatorio dello sviluppo sostenibile. Un ossimoro: lo sviluppo non può essere sostenibile perché presuppone la crescita. Ed è un modo per prolungare il mito della crescita.

Il concetto di sviluppo sostenibile è legato a tre criminali dal colletto bianco, il più noto dei quali è l’imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny, condannato dalla Corte di Appello di Torino nel processo Eternit, ma allo stesso tempo grande promotore del concetto di sviluppo sostenibile e fondatore del World Business Council for Sustainable Development, in cui sono presenti tutti i più grandi inquinatori del pianeta. Il secondo è il miliardario canadese del petrolio Maurice Strong, organizzatore della Conferenza di Rio sull’ambiente del 1992. Due veri ecologisti: uno dedito all’amianto e l’altro al petrolio. Il terzo è Henry Kissinger, che ha rappresentato gli industriali statunitensi all’indomani della Conferenza di Stoccolma del 1972. Erano gli anni del Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma e di una nuova sensibilità ecologica, al punto che il presidente della Commissione Europea, Sicco Mansholt, poneva l’accento sulla necessità di quella che lui definiva una crescita negativa (altra epoca: oggi la Commissione Europea è tra i più forti sostenitori della crescita infinita e del sistema della concorrenza sfrenata del modello ultraliberista). Il concetto che passò nel 1972 a livello di Commissione Europea – il ministro dell’economia francese Valéry Giscard d’Estaing disse che non sarebbe stato un obiettore della crescita – fu però quello di “un’altra crescita”, mentre a livello Onu si impose il concetto di ecosviluppo. Gli industriali statunitensi, tuttavia, trovavano l’espressione ancora troppo ecologista e allora Kissinger spinse per quella di sviluppo sostenibile.

Negli anni dopo la caduta del muro di Berlino, gli anni del trionfo della globalizzazione e del pensiero unico, tale espressione è diventata l’equivalente, a livello globale, del Tina (There is no alternative) di Margareth Thatcher: per l’umanità non c’è alternativa allo sviluppo sostenibile. Una promessa in grado di soddisfare tutti.

Abbiamo compreso allora la necessità di contrastare questo slogan presentando un’alternativa. Non poteva più essere il socialismo, screditato dall’esperienza dell’Unione Sovietica e privo di una reale dimensione ecologica, essendo ancora un progetto produttivista figlio dell’idea dell’illimitatezza propria della modernità. Avrebbe senso semmai parlare di ecosocialismo.

Abbiamo dunque concepito questo progetto, da me sintetizzato nella forma delle 8 “R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riusare, Riciclare. Un progetto che segna una rottura rispetto all’attuale concezione, indicando la necessità di uscire allo stesso tempo dal sistema economico e dal sistema mentale della società dei consumi, a partire da un cambiamento dei valori – Rivalutare -, fino al cambiamento dei rapporti di produzione e di distribuzione. Il progetto delle 8 “R” non è un programma politico, rappresenta un’altra concezione. Non è un progetto alternativo, è una matrice di alternative. Perché non si uscirà dal mondo a una dimensione della globalizzazione per entrare in un altro mondo dominato anch’esso dal pensiero unico. Una volta liberati dall’imperialismo dell’economia sulla nostra vita, si dovrà ricreare la diversità: la decrescita non verrà realizzata nel medesimo modo in Chiapas e in Texas. Per costruire un futuro sostenibile, si impone un cambiamento nel rapporto con la natura, nei rapporti di produzione, nei rapporti di distribuzione, ma spetta a ogni società elaborare il suo progetto specifico.

Ora la sfida più importante è come uscire da questo incubo dell’austerità. Ci sono proposte di buoni economisti neokeynesiani, come Paul Krugman o Joseph Stiglitz, ma tutti mirano a uscire dall’austerità per rilanciare la crescita. Noi, invece, vogliamo uscire dall’austerità per intraprendere un percorso di alternative per un’altra società. Sono stato invitato dai deputati verdi greci a Bruxelles a parlare di decrescita. L’avevo fatto anche con Tsipras prima che diventasse primo ministro: purtroppo ha poi pensato di potersela cavare senza cambiare strada, senza fare una rivoluzione. Neppure Hollande, del resto, ha fatto nulla di ciò che aveva promesso. Il fatto è che nell’attuale sistema non si può fare a meno di operare una rottura iniziale.

Per risolvere il primo problema, quello della disoccupazione, le strade da percorrere sono: rilocalizzare, riconvertire, ridurre. Il termine rilocalizzare significa de-mondializzare, rilanciare a livello locale una vita economica, sociale, politica, culturale. La globalizzazione è stata un gioco al massacro su scala planetaria. In realtà il mondo è globalizzato da quando gli amerindiani hanno scoperto Cristoforo Colombo. Quel che c’è stato di nuovo non è stata la mondializzazione dei mercati, ma la mercificazione del mondo. Questa è la verità della globalizzazione. La concorrenza, parola d’ordine dell’Unione Europea, è stata già sintetizzata due secoli fa nell’espressione “libera volpe in libero pollaio”. È una truffa. Per prima cosa, bisogna interrompere la distruzione del tessuto industriale. La libera volpe europea ha distrutto i contadini cinesi e la libera volpe cinese distrugge il nostro tessuto industriale. Va dunque fermato questo gioco al massacro globale per creare nuovi posti di lavoro.

Passando al termine riconvertire, è vero che si possono utilizzare “energie della disperazione” come il gas di scisto o l’energia nucleare, ma non si potrà comunque produrre energia in maniera indefinita. Serve una riconversione verso l’energia rinnovabile, la quale, se consente di vivere bene, non permette però di crescere all’infinito, né di portare avanti l’attuale società dello spreco, dove il 40 per cento del cibo prodotto viene gettato via, senza contare tutto ciò che comporta l’obsolescenza programmata: ogni mese partono dagli Stati Uniti ottocento navi pieni di computer, cellulari ecc., costruiti con minerali preziosi per i quali le transnazionali scatenano guerre in Africa e che vanno a inquinare le falde freatiche della Nigeria o del Ghana, dove poi vengono scaricati selvaggiamente i rifiuti, i cui fumi tossici vengono respirati dai bambini e dalle bambine che cercano di recuperare i materiali. Un incubo totale.

Riconvertire l’energia, dunque. E riconvertire l’agricoltura. Diceva l’ex responsabile della Fao Olivier De Schutter: «Non sono sicuro – in realtà lui lo era – che l’agricoltura biologica possa nutrire 12 miliardi di persone alla fine del secolo, ma sono sicuro che l’agricoltura produttivista non potrà farlo», in quanto basata sul petrolio. Pensiamo solo che un chilo di bistecca corrisponde a sei litri di petrolio, e il petrolio non ci sarà più. Che ogni anno trasformiamo 16-17 milioni di ettari in deserto, in quanto i pesticidi sono biocidi, distruggono tutto ciò che fa vivere il suolo. Che distruggiamo ogni anno 16 milioni di ettari di foreste per far posto alla soia, all’olio di palma, ecc., e presto non vi saranno più alberi da distruggere. Quello che serve è un’agricoltura senza pesticidi e senza concimi chimici: non un ritorno al passato, ma la creazione di una nuova agricoltura che necessiterà almeno del 10 per cento della popolazione attiva, anziché, come oggi, di meno del 3 per cento.

Infine ridurre, cominciando dagli orari di lavoro. Quando i socialisti conservavano ancora qualcosa di socialista, dicevano: lavorare meno, lavorare tutti. Lo slogan dell’ex presidente francese, “lavorare di più per guadagnare di più”, era un’assurdità, perché, in base alla legge della domanda e dell’offerta, se si lavora di più, aumenta l’offerta, ma, poiché la domanda resta più bassa, il risultato è il calo del prezzo del lavoro, che è lo stipendio. Allora lavorare sempre più significa guadagnare sempre meno ed è proprio questo che si è verificato negli ultimi anni. Si lavora sempre di più e gli stipendi sono sempre più bassi. Invece, lavorare meno per lavorare tutti e soprattutto per vivere meglio. Dunque, riduzione drastica degli orari di lavoro fino alla piena occupazione; questo è un primo passo nel sentiero della decrescita. Ritrovare il senso della vita, che non è solo lavoro, perché, come sapevano i nostri antenati, la vita contemplativa – giocare, pensare, pregare, meditare, sognare – è più importante della vita attiva. È così che si cammina verso la società della decrescita, o dell’abbondanza frugale, che sembra un ossimoro ma non lo è. In realtà, quella in cui viviamo è una società dello spreco, della scarsità e della frustrazione, in cui i beni fondamentali, il cibo sano, un’aria pulita, un’acqua non contaminata, quasi non esistono più. Una società felice consuma poco, per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione. Una società può conoscere l’abbondanza solo se sappiamo mettere dei limiti ai nostri desideri e questa autolimitazione si chiama frugalità, conditio sine qua non dell’abbondanza.

Questo progetto costituisce una soluzione alla crisi sociale, alla crisi ecologica, alla crisi economica e alla crisi culturale. E allora o intraprendiamo questa strada della decrescita, dell’ecosocialismo democratico, dell’abbondanza frugale, o siamo condannati a un’altra forma di barbarie.

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Intervento pronunciato da Latouche al Cantiere del Cipax, tratto da una registrazione e non rivisto dall’autore, pubblicato da Adista.

La crescita è insostenibile

di George Monbiot – the guardian – 24 novembre 2015

La crescita economica sta facendo a pezzi il pianeta e le nuove ricerche dicono che non può riconciliarsi con la sostenibilità.

Possiamo avere tutto: questa è la promessa della nostra era. Possiamo possedere ogni gadget che riusciamo ad immaginare – e parecchi che ancora non immaginiamo. Possiamo vivere come monarchi senza compromettere la capacità della terra di sostenerci.

La promessa che rende tutto questo possibile è che mentre le economie si sviluppano, diventano più efficienti nel loro uso delle risorse. In altre parole, si disaccoppiano.

Ci sono due tipi di disaccoppiamento: relativo e assoluto. Il disaccoppiamento relativo significa usare meno materiale per ogni unità di crescita economica; quello assoluto significa una riduzione totale delle nell’uso delle risorse, perfino mentre l’economia continua a crescere. Quasi tutti gli economisti credono che il disaccoppiamento – relativo o assoluto – sia un inesorabile futuro della crescita economica.

Su questa nozione si basa il concetto di sviluppo sostenibile. Risiede al centro dei colloqui sul clima di Parigi il mese prossimo e di ogni altro summit su questioni ambientali. Ma sembra essere infondato.

Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno nei Proceedings of the National Academy of Sciences suggerisce che perfino il disaccoppiamento relativo che affermiamo di aver conseguito è un artificio di conti falsi. Lo studio indica che i governi e gli economisti hanno misurato il nostro impatto in un modo che appare irrazionale.

Ecco come funzionano i conti falsi. Si prendono le materie prime che estraiamo nei nostri paesi, si aggiungono alle nostre importazioni di materiali da altri paesi, poi si sottraggono le nostre esportazioni, per arrivare a qualcosa chiamato “consumo domestico di materiali”. Ma, misurando solo i prodotti spostati da una nazione all’altra, piuttosto che le materie prime necessarie per creare quei prodotti, si finisce per sottostimare grandemente l’uso totale di risorse da parte delle nazioni ricche.

Per esempio, se i minerali sono estratti e lavorati nel paese, queste materie prime, così come i macchinari e le infrastrutture usate per produrre metallo finito, sono inclusi nel conto del consumo domestico di materiali. Ma se compriamo un prodotto metallico dall’estero, si conta solo il peso del metallo. Quindi, mentre l’estrazione e la manifattura si spostano da paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti a paesi come la Cina e l’India, le nazioni ricche sembrano consumare meno risorse. Una misurazione più razionale, chiamata “impronta materiale”, include tutte le materie prima usate da un’economia, dovunque esse siano estratte. Quando queste ultime sono considerate nel conto, l’apparente miglioramento in efficienza scompare.

In Inghilterra, per esempio, il disaccoppiamento assoluto che il conto del consumo domestico di materiali sembra mostrare è sostituito con un quadro totalmente diverso. Non solo non c’è alcun disaccoppiamento assoluto; non c’è nemmeno un disaccoppiamento relativo. In effetti, fino alla crisi finanziaria del 2007, il grafico si indirizzava nella direzione opposta: perfino relativamente alla crescita del nostro prodotto interno lordo, la nostra economia stava diventando meno efficiente nell’uso dei materiali. Contro ogni previsione, si stava verificando un riaccoppiamento.

Mentre l’Ocse ha sostenuto che i paesi più ricchi hanno dimezzato l’intensità con la quale usano le risorse, le nuove analisi suggeriscono che nell’Unione Europea, negli Stati Uniti e in Giappone e nelle altre nazioni ricche, non c’è stato “nessun miglioramento nella produttività delle risorse”. Questa è una notizia sbalorditiva. Sembra fare carta straccia di ogni cosa che ci hanno detto a proposito della traiettoria del nostro impatto ambientale.

Ho mandato lo studio ad uno dei principali studiosi della questione, Chris Goodall, che ha sostenuto che l’Inghilterra sembra aver raggiunto il “picco dei materiali”: in altre parole c’è stata una riduzione totale nel nostro uso delle risorse, altrimenti conosciuta come disaccoppiamento assoluto. Cosa ne pensava?

A suo grande credito, lui mi ha risposto che “in senso ampio, ovviamente, hanno ragione”, perfino se le nuove analisi sembrano indebolire il quadro che lui aveva delineato. Ma aveva alcune riserve, particolarmente sul modo in cui l’impatto delle costruzioni viene calcolato. Ho anche consultato il maggior esperto accademico del paese sulla materia, il professor John Barret. Mi ha risposto che lui e i suoi colleghi hanno condotto un’analisi simile, in questo caso sull’uso dell’energia nel Regno Unito e l’effetto serra, e “hanno trovato una tendenza simile”. Uno dei suoi studi rivela che mentre le emissioni di biossido di carbonio in Inghilterra ufficialmente sono diminuite di 194 milioni di tonnellate tra il 1990 e il 2012, questa apparente riduzione è più che annullata dalla CO2 che noi commissioniamo attraverso l’acquisto di materiali dall’estero. Questi sono cresciuti di 280 milioni di tonnellate nello stesso periodo.

Decine di altri studi sono arrivati a conclusioni simili. Per esempio un rapporto pubblicato sulla rivista Global Environmental Change ha trovato che ad ogni raddoppio di reddito, un paese ha bisogno di un terzo in più di terra e oceano per sostenere la propia economia a causa della crescita nel consumo di prodotti animali. Un recente rapporto della rivista Resources ha trovato che il consumo globale di materiali è cresciuto del 94% negli ultimi 30 anni ed ha accelerato a partire dal 2000. “Negli ultimi 10 anni nemmeno un disaccoppiamento relativo è stato raggiunto a livello globale”.

Possiamo persaudere noi stessi che stiamo vivendo di nulla, fluttuando in una economia senza peso, come predicevano ingenui futurologi negli anni ’90. Ma è un’illusione, creata dal calcolo irrazionale del nostro impatto ambientale. Questa illusione permette un’apparente riconciliazione di politiche incompatibili.

I governi ci spingono sia a consumare di più che a conservare di più. Dobbiamo estrarre più comustibili fossili dalla terra, ma bruciarne di meno. Dovremmo ridurre, riutilizzare e riciclare i materiali che entrano nelle nostre case, e allo stesso tempo incrementarli, gettarli via e sostituirli. In quale altro modo può crescere l’economia dei consumi? Dovremmo mangiare meno carne per proteggere il pianeta che vive e mangiarne di più per sostenere l’agricoltura. Queste politiche sono inconciliabili. Le nuove analisi suggeriscono che è la crescita economica il problema, a prescindere dal fatto che abbia la parola sostenibile stampata in fronte.

Non è solo che non affrontiamo questa contraddizione; quasi nessuno osa nemmeno nominarla. È come se la questione fosse troppo grande e troppo spaventosa da contemplare. Sembriamo incapaci di fronteggiare il fatto che la nostra utopia è anche la nostra distopia, che la produzione sembra essere indistinguibile dalla distruzione.

fonte: http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/nov/24/consume-conserve-economic-growth-sustainability

Questo we…Fa’ la cosa giusta

segnalato da barbarasiberiana

Nata nel 2004 a Milano da un progetto della casa editrice Terre di mezzo, Fa’ la cosa giusta, fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, si prepara a vivere la sua dodicesima edizione dal 13 al 15 Marzo 2015 e si svolgerà come di consueto presso i padiglioni 2 e 4 di Fieramilanocity, storico quartiere fieristico di Milano.

Fa’ la cosa giusta!, fin dalla sua prima edizione, ha come obiettivo quello di diffondere sul territorio nazionale le “buone pratiche” di consumo e produzione e di valorizzare le specificità e le eccellenze, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale.

L’esperienza del marzo scorso si è conclusa con la presenza di 70.000 visitatori, 700 realtà espositive, 3.300 studenti e 630 giornalisti accreditati, 300 appuntamenti culturali.

In questi anni è infatti cresciuto notevolmente l’interesse per il mondo che si riconosce nella definizione di “Economia Solidale”: un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità. Sempre più realtà produttive, infatti, intraprendono un percorso di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale e, al contempo, cresce il numero di cittadini consapevoli dell’importanza e della forza che risiede nella loro capacità di partecipazione diretta e nelle loro scelte di acquisto.

Il circuito nazionale comprende oggi:

Fa’ la cosa giusta! Trento (X edizione, 24-26 ottobre 2014)

Fa’ la cosa giusta! Sicilia (III edizione, 5-7 dicembre 2014, Palermo)

Fa’ la cosa giusta! Umbria (I edizione, 3-5 ottobre 2014, Bastia U.)

Link utili

Il SITO

Info per i VISITATORI.

Segnaliamo inoltre che per tre giorni, l’editoria indipendente di “Altreconomia” incontra i lettori a “Fa’ la cosa giusta!” 2015. Da venerdì 13 a domenica 15 marzo l’appuntamento è nel Padiglione 4, sezione “Abitare Green”, allo stand AG21.

Le info con le iniziative di Altreconomia (presentazione delle publicazioni e del progetto “Cambiamo registro” per le scuole superiori lombarde) QUI.

Last Minute Sotto Casa

 

Si chiama Last Minute Sotto Casa ed è la nuova frontiera del live-marketing di prossimità. Un’idea che, oltre alle nostre tasche, punta a fare del bene alla sostenibilità del pianeta. La considerazione che ha portato il gruppo di lavoro dell’università piemontese a sviluppare il proprio progetto è molto semplice: ogni sera migliaia di negozianti, prima di chiudere, hanno la necessità di smaltire le merci che non potranno riproporre il giorno dopo. Basti pensare a forni, pasticcerie, macellerie, pescherie, mercati rionali, piccoli market di quartiere. Quale modo migliore di farlo offrendo quei prodotti a un prezzo scontato, ricavando un profitto anziché perderlo buttando la merce?

Ma a chi indirizzare queste offerte? Come farle conoscere in tempo reale? A questa domanda ha risposto Last Minute Sotto Casa costruendo un portale che vuole far incontrare commercianti e persone che abitano nello stesso quartiere. Sono infatti due i canali in cui è diviso il sito: da una parte quello per i negozi, dall’altra quello per i clienti. In entrambi i casi una delle prime mosse sarà indicare la propria posizione geografica, il resto lo farà il sistema di geolocalizzazione.

Il negoziante, una volta registrato, sarà in grado d’inviare offerte (descrivendo il prodotto, il prezzo e la durata della promozione) in maniera mirata. Saranno, infatti, solo i clienti “posizionati” nei dintorni a ricevere (via email) l’offerta, solo per quei prodotti che avranno deciso di voler “tracciare” in fase d’iscrizione al sistema. Oppure potranno venirne a conoscenza controllando in tempo reale su mappa le offerte attive attorno a loro.

Ma perché è così necessaria la prossimità geografica nell’era dell’ecommerce? Per un motivo semplice: a parte la deperibilità del prodotto, un’altra caratteristica delle offerte di Last Minute Sotto Casa è quella di voler riattivare e mantenere saldo il rapporto tra acquirente e venditore. Così, per approfittare della svendita, ci si dovrà poter recare fisicamente e in pochi minuti nel negozio che ha lanciato la promozione.

Partito in forma sperimentale a marzo 2014 e solo per il quartiere Santa Rita di Torino (per recuperare il pane non venduto durante la giornata) oggi Last Minute Sotto Casa sta pian piano raggiungendo molte città d’Italia (e presto anche europee), potendo contare già su una rete di oltre 200 negozi di vario genere e su circa 15mila utenti registrati. È poi in arrivo un’App per rendere ancora più rapido e immediato l’accesso alle offerte. Chissà che in futuro, tornando a casa la sera, dando la solita rapida occhiata allo smartphone non si scopra che proprio a due passi da noi c’è una promozione che ci permetterà di organizzare la cena a metà prezzo.

Come usano dire gli stessi fondatori, con Last Minute Sotto Casa vincono proprio tutti: vince il negoziante, che non spreca guadagnando pure qualcosa; vince il cliente, che acquista prodotti freschi risparmiando; vince soprattutto il pianeta, perché agendo in modo cosciente e razionale si rispettano e preservano le risorse naturali che la Terra quotidianamente ci offre ma che non sono infinite.

INIZIATIVE SIMILI: LAST MINUTE MARKET

Last Minute Market è una società spin-off dell’Università di Bologna che nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale ed opera su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) a favore di enti caritativi. LMM si avvale di un team operativo giovane e dinamico affiancato da docenti e ricercatori dell’Università di Bologna. Con oltre 40 progetti attivati in comuni, provincie e regioni Italiane, LMM ha consolidato un metodo di lavoro efficace ed efficiente che permette di attivare in maniera progressiva il sistema donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali.

La Terra Trema. A Milano

segnalato da barbarasiberiana

A MILANO LA TERRA TREMA: COLTIVARE SOGNI E CAMPI

di Domenico FiniguerraIl Fatto Quotidiano, 15 settembre

Negli ultimi anni è cresciuta moltissimo l’attenzione al cibo e al vino di qualità.

Sono cresciuti mercati, sono cresciuti consumi, sono cresciute aziende che praticano “un’altra agricoltura” e “un’altra viticoltura” rispetto a quella che ci viene presentata quotidianamente nei centri commerciali.

Purtroppo, però, spesso si tratta di mercati di nicchia, poco o per nulla accessibili ai forzati dell’hard-discount. Prodotti per una élite che difficilmente potranno essere gustati da “tutto il popolo”. Anche per indagare e capire meglio le dinamiche di questa nuova (o meglio vecchia) agricoltura emergente, da anni a Milano si tiene una rassegna che, partita lenta, è oggi diventata un momento importantissimo di relazioni e approfondimento.

Con largo anticipo, per dare modo a tutti di organizzarsi e prenotare biglietti del treno o aerei o per allertare i propri amici per chiedere ospitalità, presentiamo l’ottava edizione de “La Terra Trema”.

Una manifestazione meditativa, frizzante e resistente. Che accoglie agricoltori e agricoltrici, vini e vignaioli di qualità, contadini resistenti provenienti da tutta Italia: tre giorni di degustazioni individuali e guidate; dibattiti e confronti pubblici; incontri informali con i produttori; acquisti diretti; concerti, proiezioni, cene a filiera diretta.

Dal 2005 si ritrovano nel cuore di Milano, al centro sociale Leoncavallo, le mille storie di agricolture partigiane e ribelli; storie di rivolta di chi abita territori assediati da cemento, capannoni, infrastrutture devastanti calate dall’alto; elaborazioni condivise e partecipate delle politiche alternative che stanno nascendo in quei luoghi minacciati, in quei luoghi dove nascono comunità nuove, consapevoli e aperte.

Nel decennale della morte del suo primo seminatore, Gino Veronelli, la La Terra Trema ed i suoi ideatori/animatori, i ragazzi e le ragazze del Folletto 25603 (centro sociale autogestito di Abbiategrasso, casello ferroviario sulla linea Milano-Mortara) calano questo ottavo appuntamento nel bel bezzo dei preparativi di Expo2015. Esempio lampante della contraddizione tra “predica e razzolamento”.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”: questo lo slogan con cui Milano si è aggiudicata l’esposizione universale.

Tangenti, cemento, devastazione degli ultimi parchi della cintura di Milano: queste le pratiche concrete.

Il 28, 29, 30 novembre 2014, la TERRA TREMA al Leoncavallo.

http://www.laterratrema.org