sovranità

Primo quarto (parte 2)

di Boka

“Dimmi, come capirò che abbiamo raggiunto la nostra meta?” (Un cieco)

“Quando sarai tu a tenermi per mano!”

La Germania è stata in grado, nel contesto di questa costruzione europea, di affermare la propria egemonia. La sovranità tedesca (borghese/capitalistica) è stata eretta come sostituto di una sovranità europea inesistente. I partner europei sono stati invitati/costretti  ad allinearsi con le esigenze di questa sovranità superiore a quella degli altri. L’Europa è diventata un’Europa tedesca, in particolare nella zona euro dove Berlino gestisce le finanze in accordo con le esigenze dei Konzerns tedeschi e politici importanti come il ministro delle finanze Schäuble fanno leva sul ricatto permanente minacciando (in maniera esplicita e non) i partner europei con un “exit tedesco” (Gexit) nel caso in cui l’egemonia di Berlino venga messa in discussione.

La conclusione che possiamo trarre dai fatti è evidente: il modello tedesco avvelena l’Europa, Germania compresa. L’ordo-liberismo è la fonte della persistente stagnazione del continente in congiunzione alle politiche di austerità in corso. L’ordo-liberismo è un sistema irrazionale visto dal punto di vista della tutela degli interessi delle maggioranze popolari in tutti i paesi dell’Unione europea, tra cui la Germania. Esso conduce ad un ulteriore peggioramento delle  disuguaglianze tra i partner; è l’origine delle eccedenze commerciali della Germania e dei deficit simmetrici degli altri paesi. Ma l’ordo-liberismo è una scelta perfettamente razionale dal punto di vista dei monopoli finanziari a cui assicura la continua crescita delle loro rendite di monopolio. Questa è la vera contraddizione interna di questo sistema economico: la crescita della rendita dei monopoli impone la stagnazione e l’incessante deterioramento di partner fragili (come la Grecia ed altri).

L’azione e l’analisi politica sembrano essersi ridotte solo alla questione: “Restare nell’Unione Europea (e come?) o uscire (per andare dove?). I critici (tralasciamo gli esegeti del sistema con i loro chierici le cui ragioni per continuare lungo la stessa strada sono evidenti) del sistema europeo sono dibattuti tra due opzioni: la prima, continuare lungo la strada della costruzione europea ma in nuove direzioni che tengano conto degli interessi (e delle necessità) dei popoli europei nonostante storia passata e recente dimostrino le continue sconfitte di questa posizione; la seconda, lasciare l’Europa, ma per cosa? Un intero sistema di disinformazione manovrato (o almeno indirizzato ad arte) dal sistema ordo-liberista contribuisce a rendere la questione perlomeno confusa. Tutte le possibili forme di “ritorno” alla “sovranità nazionale” si sovrappongono e tutte sono presentate come demagogiche, populiste, scioviniste o non adeguate ai tempi e condizioni mutati della società europea. L’opinione pubblica viene accentrata sulla questione della sicurezza interna e dell’immigrazione mentre le responsabilità ordo-liberali per il peggioramento delle condizioni dei lavoratori sono lasciate in silenzio. Purtroppo, buona parte della sinistra europea è entrata in questo gioco in cui non ci sono vincitori ad esclusione del “banco”.

Credo che non ci sia più nulla da aspettarsi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dal di dentro; dobbiamo decostruire per ricostruire eventualmente in un secondo momento su basi diverse. Molti si rifiutano di arrivare a questa conclusione nonostante siano in conflitto (per gli interessi rappresentati e per per progettualità politiche), purtroppo i dubbi riguardano gli obiettivi strategici: lasciare l’Europa o rimanere in essa (ed ancora con o senza euro?). In queste circostanze gli argomenti sollevati da entrambe le parti sono estremi, spesso su questioni banali, a volte su reali e drammatici problemi orchestrati dai media (sicurezza, immigrati), con conseguenti scelte demagogiche. Resta  il fatto che la marea montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come in Brexit) riflette la distruzione delle illusioni sulla possibilità di una riforma.

Questa confusione, assenza di proposte chiare e quando chiare basate su pulsioni primitive (paura del diverso, paura di perdere completamente l’innegabile benessere  conquistato – comparato a situazioni sociali al di fuori del ristretto mondo occidentale. Tuttavia, la confusione spaventa le persone. La Gran Bretagna non ha certo intenzione di esercitare la propria sovranità per intraprendere un percorso che si discosti dall’ordo-liberismo. Piuttosto, Londra vuole maggiore apertura ed integrazione con gli Stati Uniti (infatti la la Gran Bretagna non condivide la diffidenza verso il TTIP di altri paesi europei). Questo è l’obiettivo di Brexit e certamente non un migliore (o almeno diverso) programma sociale.

Le destre europee (ed in molti casi, direi semplicemente, i fascisti europei) proclamano la loro ostilità verso l’Europa e l’euro, ma, il loro concetto di sovranità è quella della borghesia capitalistica, il loro progetto è la ricerca della competitività nazionale nel sistema ordo-liberale. Di certo non sono sostenitori o difensori  della democrazia elettorale (se non per opportunismo), per non parlare di una democrazia più avanzata. Di fronte a questa sfida delle destre, la classe dirigente (il famoso 1%) non esiterà: sarà dalla parte dell’ uscita dalla crisi di tipo fascista. Abbiamo già degli esempi: l’Ucraina.

Le destre, i fascisti sono diventati lo strumento per tenere a bada qualsiasi forma di rivolta o anche solo, timidamente, di rifiuto dell’ordo-liberismo. L’argomento spesso invocato è: come possiamo fare una causa comune contro l’Europa con i fascisti? Ora, in una sorta di circolo vizioso, il successo dei fascisti è proprio il prodotto della timidezza della sinistra radicale. Se quest’ultima avesse coraggiosamente difeso un progetto di sovranità, popolare e democratica, accompagnata dalla denuncia del progetto fasullo e demagogico dei fascisti, forse avrebbe guadagnato i voti che oggi vanno ai fascisti. La difesa della illusione di una possibile riforma dell’Europa non impedisce la sua implosione. Il progetto europeo sembra dipanarsi intorno ad una trama che, in maniera sinistra, sembra ricordare l’Europa degli anni 1930 e 1940: un’Europa tedesca – la Gran Bretagna e la Russia al di fuori di essa, una Francia esitante tra Vichy e De Gaulle, la Spagna e l’Italia sulla scia di Londra o Berlino, etc.

(continua…)

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La Resistenza fu un atto di sovranità popolare

segnalato da Barbara G.

di Enzo Collotti – ilmanifesto.info, 24/04/2016

Chi si ricorda più del 25 aprile? A settantuno anni dal giorno della Liberazione è lecito porsi questo interrogativo. Beninteso, non alludiamo al fatto in sé della conclusione della lotta di liberazione anche se nella memoria della mia generazione quello fu comunque un giorno di festa e sarebbe anche opportuno che molti o pochi di noi ne rievocassimo le atmosfere e gli accadimenti -, ma più in generale al senso di quella conclusione, in una parola allo spirito del ‘45.

A guardare a ritroso i settanta e più anni trascorsi sembrano una distanza di tempo ultrasecolare se consideriamo la lontananza della realtà di oggi da quell’evento.

Contro la registrazione burocratica del 25 aprile come festa nazionale ci piacerebbe evocarlo come un momento sempre presente di esercizio della sovranità popolare. Perché la scelta che seguì all’8 settembre del 1943 di chi andò in montagna o di chi si diede alla macchia negli ambiti urbani per tessere le reti della Resistenza fu un atto di sovranità popolare, non comandato da nessun potere o da nessuna autorità superiore. Questa riflessione ci è suggerita dalle vicende di questa nostra democrazia repubblicana che, seguendo un processo peraltro non soltanto italiano, ma generalizzabile a livello europeo (se non mondiale), tende a restringere sempre più lo spazio di autonomia e di sovranità degli individui e dei corpi sociali e con ciò anche la consapevolezza che essi potessero avere del loro ruolo in una società democratica. Complici la minaccia del terrorismo islamico, i problemi immani che derivano dalle migrazioni dell’ultimo decennio, le persistenti crisi economiche legate a un modello di sviluppo destinate a perpetuare diseguaglianze e ingiustizie, si riaffacciano dappertutto le tentazioni a rafforzare il potere esecutivo e a rigettare al margine le istanze di democratizzazione e di partecipazione.

Il processo di svilimento dei partiti politici e di svigorimento degli stessi sindacati, che avrebbero dovuto rappresentare la palestra della democrazia nella società e nei luoghi di lavoro, ha aperto un vuoto e fa da sfondo a questa invasione del potere esecutivo. Nella cultura politica del nostro Paese lo spirito del ’45 non si è mai riflesso interamente, è penetrato a intermittenza, con qualche fiammata che non è riuscita a interrompere la continuità di un mediocre barcamenarsi in una perpetua navigazione a vista. Anche per questo alla classe dirigente dell’antifascismo storico, che rimane pur sempre quanto di meglio il Paese ha espresso, non ha fatto seguito la formazione di una classe dirigente degna di questo nome. La sua mediocrità è sotto gli occhi di tutti e, a differenza che in altri contesti europei, le sue insufficienze non sono state e non sono compensate neppure da un ceto amministrativo di provata capacità tecnico-gestionale e di assoluta probità. La corruzione in cui affonda il Paese non è l’ultimo dei fattori che espropria i cittadini della possibilità della partecipazione alla cosa pubblica come contributo a livello individuale dell’esercizio della sovranità.

Le utopie del ’45, il rinnovamento politico e morale all’interno e il sogno degli Stati Uniti d’Europa sul piano internazionale, si scontrano oggi con il rozzo empirismo di mestieranti della politica e il riemergere di anacronistici quanto feroci e aggressivi egoismi nazionali.

Le aspettative del ’45 hanno avuto breve durata. Nello spazio di due anni lo spirito di conservazione, la nostalgia del quieto vivere, e l’eterna paura del salto nel buio hanno frenato e affossato sul nascere le speranze e le istanze del rinnovamento. Il 18 aprile del 1948 non è stato soltanto la sconfitta elettorale della sinistra, è stato il rifiuto a lungo termine delle aperture del ’45.

Non è certamente un caso che nel momento in cui si pone mano ad una pur necessaria revisione della Costituzione, che di per sé rimane l’espressione della stagione di rinnovamento aperta dalla Liberazione, non si è trovata strada migliore che proporre il pasticcio di una riforma costituzionale che, unita a un sistema elettorale truffaldino, intacca seriamente il principio della rappresentanza e di fatto limita il ruolo stesso del Parlamento.

Richiamare lo spirito del ’45 non vuole essere espressione di una improbabile nostalgia; vorrebbe essere un incoraggiamento a tornare a pensare fuori dalla contingenza immediata con una visuale di tempi lunghi, recuperando un patrimonio ideale che non è affatto spento. Contro la retorica della memoria ci piacerebbe che questa memoria fosse rivissuta nella pratica.

I muscoli di Podemos: «È l’anno della svolta»

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (31/01/2015) —  di Alonso Carrasco (Madrid)

Spagna. Straordinaria dimostrazione di forza a Madrid: «Vinceremo le elezioni del 2015»

Puerta del Sol a Madrid, ieri

Da mesi Pode­mos pre­pa­rava la pro­pria «conta»; una mani­fe­sta­zione a Madrid, nel cuore del paese, per dimo­strare la pro­pria forza (con­fer­mata dai son­daggi che danno Pode­mos come primo par­tito in Spagna).

Risul­tato rag­giunto, per­ché cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno occu­pato le strade di Madrid, finendo per confluire in una Puerta del Sol dal colpo d’occhio mici­diale. Secondo El Pais, Pode­mos «ha mostrato i suoi muscoli», pre­oc­cu­pando non poco i pro­pri rivali popo­lari e socia­li­sti. Un successo otte­nuto con la par­te­ci­pa­zione di quel «popolo», dive­nuto ormai rife­ri­mento delle sini­stre radi­cali, capaci di arri­vare al potere, come acca­duto in Gre­cia, o in pro­cinto di arri­varci, come potrebbe acca­dere in Spa­gna.

Le ele­zioni nazio­nali sono ancora lon­tane – a novem­bre – ma a breve ini­zierà una giran­dola di consul­ta­zioni amministra­tive (dap­prima — il 22 marzo — in Anda­lu­sia) che potranno accompagnare il cam­mino di Pode­mos, fino all’obiettivo più ghiotto: sfian­care i socia­li­sti e i popolari, e gover­nare il paese da soli, con un pro­gramma di sini­stra vera.
Se dopo la Gre­cia dovesse capi­tare anche in Spa­gna, si trat­te­rebbe di un segnale sto­rico e in grado di cam­biare presumi­bil­mente le sorti dell’intero vec­chio continente.

La «mar­cha del cam­bio», come è stata defi­nita, ha dato la pos­si­bi­lità a Pode­mos di dare una sorta di «cal­cio d’inizio» a quest’anno che potrebbe por­tare il par­tito al governo. Le parole del lea­der, Pablo Igle­sias, («el coleta», il codino) non lasciano dubbi sulle inten­zioni di Pode­mos: «Que­sto è il nostro sogno, che diven­terà realtà quest’anno, dove andremo a cam­biare tutto, comin­ciando a vin­cere le ele­zioni del 2015. Qual­cuno parla di Spa­gna come un «brand», una marca. Ma noi non siamo una mer­can­zia, che si può com­prare o ven­dere. Siano male­detti coloro che ven­dono la nostra cul­tura come fosse una merce. Quest’anno cam­bia tutto, e al governo andrà il popolo spa­gnolo». Non sono man­cati i rife­ri­menti a un tema molto caro tanto a Pode­mos quanto a Syriza (la cui vit­to­ria ha finito per rega­lare grande slan­cio anche alla sini­stra spa­gnola), ovvero quello sulla sovra­nità. Sia Pode­mos sia Syriza, come altri movimenti di sini­stra, da sem­pre richia­mano all’importanza della sovra­nità, persa a causa delle deci­sioni ordi­nate dalle troika.

A que­sto pro­po­sito Igle­sias ha spe­ci­fi­cato che «siamo un popolo di sogna­tori, come don Chi­sciotte, ma abbiamo chiare molte cose. Una di que­ste è che la nostra sovra­nità non è a Davos. In quei luo­ghi hanno deciso di umi­liarci con quello che loro chia­mano auste­rità. È il momento di un piano di riscatto di tutti i cit­ta­dini spagnoli».

Iñigo Erre­jón, numero due di Pode­mos, ha rac­con­tato che «abbiamo pro­te­stato e nes­suno ci ha ascol­tato. Ora è il momento nel quale il popolo recu­pera la sovra­nità e si riprende il Paese». E per sot­to­li­neare la valenza «popo­lare» dell’evento, i diri­genti del par­tito non si sono messi all’inizio del cor­teo. Infine, non pote­vano man­care le prime reazioni a mezzo stampa dei «rivali» di Pode­mos, in primo luogo i popo­lari. Alle parole di Igle­sias e degli altri dirigenti in piazza, è arri­vata la rea­zione stiz­zita del pre­mier Rajoy: «Descri­vono in modo nega­tivo il Paese». Secondo il lea­der popo­lare, Pode­mos è «una moda», che «durerà poco».