Spagna

Catalogna: 5 domande, 5 risposte

segnalato da Barbara G.

Catalogna, cinque domande cruciali e cinque risposte sul referendum

ADN kronos

di Stefano Gatto (*) – glistatigenerali.com, 21/09/2017

È praticamente impossibile riassumere nello spazio di un articolo tutti i dettagli storici, politici e giuridici dell’imbroglio catalano.

Come ormai succede regolarmente nel mondo in rete, prevalgono posizioni estreme, spesso costruite su basi di conoscenza fragilissime: essenzialmente sensazioni e simpatie di pelle. O parallelismi con situazioni che c’entrano poco o nulla.

Presenterò quindi la questione come domande e risposte a partire da alcune affermazioni tra le più ricorrenti.

Premetto che seguo la questione catalana dal 1985, quando arrivai a Barcellona e che ho una relazione fortissima da allora sia con la Spagna che con la Catalogna, per molti versi patrie mie più della stessa Italia nella quale sono nato, dato che attorno alla Spagna e non l’Italia ha gravitato tutta la mia vita adulta. Non ho partiti presi, perché le amo entrambe allo stesso modo, e mi fa soffrire moltissimo una situazione di tale divisione nella mia patria d’adozione.

Domanda n.1: Ha la Catalogna una legittimità storica all’indipendenza?

Molti affermano che la Catalogna non abbia diritto a richiedere l’indipendenza perché non sarebbe mai stata indipendente in passato. A differenza ad esempio di una Scozia, unita all’Inghilterra solo nel 1707 o del Québec (anche se lì il riferimento va fatto alla colonia francese).

Non è necessariamente vero che sia necessario essere stati indipendenti prima per aspirare a divenirlo di nuovo: con questo ragionamento, nessun paese sarebbe mai divenuto tale. L’obiezione storica in sé è quindi debole.

Diciamo che in un momento dato della storia, una collettività stabilita su un territorio può aspirare a formare un’unità politica statale. Nella storia è avvenuto quasi sempre mediante vie di fatto (guerre, poi seguite da trattati che riconoscono la condizione di Stato che viene progressivamente riconosciuta da altri Stati). Raramente per via puramente democratica sin dall’inizio, ma è legittimo sostenere che in questa fase storica e nel contesto democratico nel quale è situata la Spagna anche come membro dell’Unione Europea la via democratica all’indipendenza (mediante accordi consensuali) sia l’unica accettabile.

La Catalogna non è mai stata indipendente nel senso che noi diamo al termine nell’Europa post – westfaliana, ma sì è sempre stata un’unità politica, culturale ed istituzionale ben definita all’interno di altre entità. Il “Condado de Cataluña” sorse all’interno dell’impero carolingio e poi si unì a quello d’Aragona, venendo poi a dipendere dalla Corona aragonese, ma mantenendo sempre istituzioni proprie (les Corts, che nella tradizione iberica avevano la facoltà di accettare un sovrano e di decidere sul proprio contributo fiscale al monarca). Ancora oggi Barcellona è conosciuta come la “ciudad condal”. L’unione di Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona (1469), spesso presentata come data di nascita del regno di Spagna, giuridicamente non lo fu. I due regni rimasero separati fino al 1714, quando il passaggio dinastico delle corone iberiche ai Borboni portò all’ unificazione legale dei diversi regni iberici (Decreto de Nueva Planta del 1715) . I nazionalisti catalani considerano il 1714 data di perdita della loro indipendenza, nel senso di perdita delle proprie istituzioni, abolite dai Borboni. L’aspirazione a una patria propria e alla restaurazione delle istituzioni catalane si rafforzò in epoca romantica e divenne corrente politica alla fine del XIX secolo. Tra il 1918 e il 1919 la Lliga Regionalista di Cambó promosse un forte movimento per l’autonomia catalana all’interno della Spagna e una República Catalana di breve durata fu proclamata nel 1934 nel periodo precedente la guerra civile spagnola (1936 – 39). Il franchismo (1939-1975), centralista ed autoritario, soppresse ogni parvenza d’autonomia, scoraggiando anche l’uso della lingua catalana, abituale nell’uso quotidiano, ma nel 1978 vennero finalmente ristabilite le istituzioni autonome, riprendendosi i termini storici Generalitat (governo) e Corts (Parlamento). L’autonomia catalana ha funzionato bene per vari decenni, governata da un cartello regionalista (Convergencia i Unió) molto abile nel tessere rapporti di mutuo interesse con i governi di Madrid. Ma anche dal partito socialista catalano (PSC).

L’autonomia catalana è, come quelle basca e navarra (nazionalità considerate storiche) diversa e più ampia di quella delle altre quattordici comunità autonome (regioni) che compongono la Spagna, con eccezione dell’Andalusia. A differenza di baschi e navarri, i catalani non hanno autonomia impositiva, ma ricevono trasferimenti mensili da Madrid (sospesi tre giorni fa).

In conclusione, sostenere che la Catalogna non può diventare indipendente perché non ha la legittimità storica per richiederlo è argomento evanescente, se mai fosse davvero un argomento.

Domanda n.2: Ha la Catalogna legittimità giuridica per richiedere l’indipendenza?

La costituzione spagnola del 1978, come del resto quasi tutte le costituzioni al mondo, non prevede meccanismi di secessione per una sua parte. Nel caso del Québec fu necessario un accordo politico ad hoc con il governo centrale per indire i due referendum, così come nel caso scozzese (la Gran Bretagna poi non ha costituzione scritta).

L’art. 2 della costituzione spagnola recita: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”.

Questo testo indica chiaramente che una singola parte del paese non può definire unilateralmente le modalità di una propria uscita dallo stato spagnolo: non è norma illiberale, è che di solito una costituzione non prevede norme simili, se non per territori d’oltremare che furono colonie.

L’altra comunità che aspira all’indipendenza, quella basca, seguì la via del negoziato con lo stato centrale (Plan Ibarretxe de 2003) e presentò una proposta di statuto autonomo che prevedeva una clausola di secessione. Respinto il piano dal parlamento spagnolo, l’ipotesi basca è stata rimessa nel cassetto.

La Catalogna non ha seguito questa via: la riforma dell’ Estatut del 2006, che anch’essa prevedeva la possibilità di secessione, oltra a definire la Catalogna come nazione propria integrata nello stato spagnolo, fu giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e non entrò quindi mai in vigore.

All’interno della Costituzione spagnola non esistono margini per tale cammino, e vista l’impossibilità di stabilire un dialogo “alla scozzese” o “alla québecoise” con il governo di Madrid, in mano al PP, partito con una concezione centralista dell’organizzazione dello Stato, gli indipendentisti catalani, divenuti via via più numerosi da uno zoccolo duro del 15 – 20% dell’elettorato negli anni della transizione democratica al quasi 50% di oggi, hanno cercato di definire un altro cammino: quello dell’autodeterminazione.

Da qui che la convocazione del referendum da parte della maggioranza indipendentista nel Parlament (les Corts) e la conseguente legge di secessione in caso di vittoria del sì siano state legittimamente annullate dalla Corte Costituzionale. È come se un comune o regione italiana dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza: sarebbe atto giuridicamente nullo.

Per antipatico che sembri, e pur biasimando l’inerzia di un governo spagnolo che non ha messo in essere negli ultimi anni alcuna iniziativa di dialogo con i fautori dell’indipendenza, che non hanno mai usato metodi violenti nel difendere le loro idee, l’intervento delle forze dell’ordine di questi giorni è legale (con una riserva sui modi ed eventuali eccessi, che vanno valutati nello specifico), non è una violazione della democrazia come sostengono alcuni osservatori disattenti o di parte.

Si sarebbe dovuto evitare d’arrivare a questo punto di rottura? Assolutamente sì: i due governi, spagnolo e catalano, hanno completamente fallito politicamente.

Domanda n.3: La Catalogna può invocare l’autodeterminazione ai sensi del diritto internazionale?

Il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale in caso di occupazione militare da parte di paese straniero, di esistenza di un sistema coloniale e dell’uso della violenza da parte delle forze occupanti. Di fatto, l’autodeterminazione è categoria giuridica nata col processo di decolonizzazione e definita in quell’ambito. Gli indipendentisti catalani fanno un solo esempio, quello del Kosovo, ma è oggettivamente forzato vista la situazione bellica prodottasi in quel caso (per inciso, la Spagna è tra i paesi dell’UE che non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo per paura a eventuali usi strumentali di tale precedente).

In tutta onestà, è impossibile sostenere che condizioni paragonabili al caso del Kosovo si diano nella Catalogna di oggi.

Domanda n. 4: Esiste una legittimità politica nella richiesta catalana?

Nonostante il governo del Partido Popular lo neghi, è ovvio che se il consenso per i partiti indipendentisti è cresciuto in pochi anni dal 15 % (i voti che prendeva Esquerra Republicana de Catalunya) al quasi 50% esiste un problema politico che andrebbe affrontato. Come detto, il PP non lo ha fatto. Il PSOE, partito organizzato federalmente e unito al PSC (Partit Socialista de Catalunya) si è detto favorevole a una riforma di tipo federale, che trasformi la Spagna delle autonomie differenziate in uno vero stato federale: questo sviluppo sarebbe stato sufficiente a rispondere alle inquietudini catalane se fosse stato adottato prima dell’accelerazione indipendentista. Oggi siamo probabilmente fuori tempo massimo. Ciudadanos è nato in Catalogna come movimento anti- indipendenza, e seguirà in tutto il PP. Podemos è volutamente ambiguo, così come i suoi alleati catalani (i movimenti che appoggiano la sindaco di Barcellona, Ada Colau), ma si sta orientando sempre più a favore del referendum.

A livello elettorale, le forze indipendentiste cercarono una legittimità elettorale per aggirare l’impossibilità d’un referendum consensuale e si presentarono unite alle elezioni del 2015 (Junts pel Sí), ma senza ottenere la maggioranza assoluta desiderata né in voti (39,59%) né in seggi (62 su 135). A seguito dell’alleanza con la forza anticapitalista CUP (8,21%, 10 seggi) si è reso possibile un accordo per convocare il referendum unilateralmente (senza l’accordo del governo centrale) e approvare le leggi oggi annullate sulle quali si fonda il processo d’indipendenza: il paradosso è che l’indipendenza catalana è sempre stata un’aspirazione della borghesia catalana, che aspira all’autonomia fiscale da Madrid, e oggi ha bisogno dell’appoggio di un movimento radicalmente anticapitalista come CUP, molto più a sinistra di Podemos.

Domanda n.5. E adesso cosa può succedere?

Il referendum del 1 ottobre avverrà in maniera limitata ed avrà un significato solo simbolico. Il governo spagnolo invocherà l’art. 155 della Costituzione (una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general) per sospendere l’autonomia catalana coi voti del PSOE e di Ciudadanos, ed essa tornerà a dipendere direttamente dal governo centrale.

Questo potrebbe in realtà rafforzare il campo indipendentista, attirando le simpatie di molti moderati oggi incerti sul da farsi. Prima o poi l’autonomia dovrà essere ristabilita e nelle nuove elezioni regionali l’opzione indipendentista potrebbe emergere di nuovo con forza. In realtà, solo una risposta politica, non giudiziaria, può creare le condizioni per affrontare il problema Questo non succederà finché il PP sarà al governo.

In conclusione, il procedimento seguito dalle istituzioni catalane è certamente illegale, ma è altrettanto vero che il governo centrale non ha fatto il minimo gesto né tentativo per discutere del tema e trovare una soluzione. L’unica risposta è sempre stata: rinunciate. D’altro canto, i numeri non dimostrano che il sí all’indipendenza sia maggioritario in Catalogna. Da qui che l’ipotesi di un referendum negoziato e non unilaterale (dret a decidir) sembri sensata, sempre e quando avvenga mediante un negoziato politico (modello scozzese), dando un’interpretazione aperta al testo costituzionale. Solo il parlamento spagnolo può approvare la tenuta di un tale referendum, non può farlo unilateralmente quello catalano.

La soluzione di questi giorni è quindi il risultato di un non dialogo e di una mancata volontà d’affrontare politicamente e non solo giuridicamente il problema. Il chi sia più responsabile di tale situazione è campo per l’opinione, ma è utile non trascurare i fatti nella loro completezza.

Sembra difficile che la breccia apertasi possa venire colmata a breve termine e dagli stessi protagonisti che hanno portato alla rottura.

Il tema dell’eventuale adesione all’UE, presentata all’inizio dal fronte indipendentista come automatica (lasciamo la Spagna e rimaniamo nell’UE) rimane teorico al momento attuale, anche perché persino in caso di raggiunta indipendenza, la Catalogna dovrà richiedere l’adesione all’UE come nuovo membro, processo che richiede l’unanimità degli Stati Membri attuali. L’assenso del governo di Madrid rimarrebbe comunque indispensabile.

Anche un eventuale divorzio richiederà molti accordi specifici sui temi legati alla separazione, come la ripartizione dei beni pubblici, il pacchetto finanziario d’uscita, le regole sulla doppia cittadinanza.

Siamo comunque molto lontani da quel momento. Adesso è il momento della concitazione e dell’estremismo.

(*) Stefano Gatto, diplomatico dell’UE, è laureato in Economia Politica alla Bocconi di Milano e master in relazioni internazionali a Madrid (1990). Ha scritto un libro sui parallelismi e no tra la situazione economica italiana e quella spagnola (“Italia e Spagna: Destini Paralleli?” – Lo Spazio della Politica, 2012) ed ha residenza in Spagna dal 1987, anche se è spesso in missioni diplomatiche in diverse parti del mondo.

Puzzle spagnolo

di Luigi Pandolfi – Linkiesta – 20 dicembre 2015

In Spagna si è chiusa un’epoca. Con queste elezioni (ieri, n.d.r.) infatti, si è messa la parola fine al sostanziale bipartitismo che ha segnato la storia democratica del Paese. Agli amanti della numerologia, non sarà sfuggito, per di più, l’insistenza del numero 20 negli snodi più rilevanti della storia politica spagnola degli ultimi quattro decenni. Il 20 dicembre del 1973 muore in un attentato a Madrid l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, delfino di Franco, candidato alla successione del dittatore. Fu l’inizio della fine del regime, che, di fatto, avvenne il 20 novembre del 1975, giorno in cui si spense il Caudillo. Quarant’anni dopo, il 20 dicembre, la politica spagnola entra ufficialmente in una fase nuova. Simpatica curiosità.

Come per altri Paesi europei, anche in Spagna la crisi si è fatta levatrice di un nuovo quadro politico, favorendo l’affermazione di nuovi movimenti e di nuove leadership carismatiche, che, dalla crisi stessa, e dalle trasformazioni da essa indotte, hanno tratto motivazioni e spinta propulsiva.

L’affluenza alle urne è stata più alta che nel 2011, e molti di più sono stati coloro che hanno votato per posta, dall’estero (+14%), a conferma che la voglia di partecipare al cambiamento questa volta non era solo uno slogan dei partiti emergenti. Ma è la composizione del voto, i dati che sembrerebbero restituire le urne, a tracciare un quadro nuovo, obiettivamente complesso, per la politica spagnola.

A scrutinio ultimato, il Partido Popular, col 28,7%, si conferma la prima forza politica del Paese, lontanissimo però da quel robusto 44,63% che ottenne alle precedenti elezioni generali, nel 2011, il 20 novembre. Una vittoria dal sapore di sconfitta, insomma, sia per il crollo dei consensi, sia per le difficoltà che adesso si addenseranno nella ricerca di alleati per la formazione di una maggioranza di governo. Seconda forza del Paese è invece il Psoe, contrariamente a quanto sembrava emergere dai primi exit poll, con il 22%.

Successo anche per Podemos, che si attesterebbe al terzo posto (primo in Catalogna), con un soddisfacente 20,6%. Per il partito di Pabolo Iglesias si tratta di un risultato che confermerebbe la grande rimonta degli ultimi giorni di campagna elettorale, soprattutto a danno dei socialisti. La vera sorpresa, tuttavia, è il risultato di Ciudadanos, che si ferma al 13,8%, quindi ben distante dai numeri che alcuni sondaggi gli attribuivano alla vigilia del voto. Molto al di sotto del 5% Izquerda Unida, a dispetto di una ripresa che tutti i media spagnoli avevano segnalato negli ultimi giorni di campagna elettorale. Con queste percentuali, al Pp andrebbero 122 seggi, al Psoe 91, a Podemos 69, a Ciudadanos 40, soli due deputati a Izquerda Unida-Unidad Popular. Sebbene la distanza tra Psoe e Podemos non sia enorme, lo scarto in seggi tra le due forze è abbastanza marcato, perché la ripartizione degli stessi avviene su base provinciale.

Considerando che l’asticella per la maggioranza in parlamento è fissata a 176 seggi, nemmeno un’alleanza tra i popolari ed il movimento di Albert Rivera, come si ipotizzava alla vigilia, sarebbe sufficiente per dare vita ad un nuovo governo, anche perché i voti di Ciudadanos non sarebbero sommabili a quelli delle forze nazionaliste, catalane e basche, entrate in parlamento. Scenario molto incerto, quindi, che potrebbe aprirsi a soluzioni inedite, oppure ad una qualche forma di collaborazione tra forze politiche tradizionali, in nome della governabilità e della stabilità del Paese.

La prima dichiarazione ufficiale di Ciudadanos, per bocca Fernando de Pàramo, responsabile della comunicazione del movimento, è stata la seguente: «Siamo comunque felici, veniamo dal nulla, da zero, e stiamo moltiplicando i risultati delle comunali», aggiungendo «Credo che siamo stati l’unico partito che ha messo in chiaro che cosa avrebbe fatto con i voti ottenuti prima delle elezioni». Poi ha concluso:« L’unione di tutti gli spagnoli non si tocca, non è negoziabile. Vogliamo riformare la Spagna, non romperla».

Pablo Iglesias invece ha detto che «grazie al nostro brillante risultato in Catalogna e nei Paesi Baschi, siamo l’unica forza che può favorire un accordo territoriale nuovo. La Spagna ha votato per cambiare il sistema. Ora si cambi la costituzione, per ampliare i diritti sociali e fare della Spagna un Paese più giusto. Si cambi anche la legge elettorale in senso proporzionale».

C’è vita a Sinistra (così dicono…)

Decalogo per l’alternativa

C’è vita a sinistra. Costruire un’alternativa e renderla credibile e concreta si può, ma è necessario sapersi confrontare, discutere e alla fine convergere. Per questo è importante evitare la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina come è fondamentale rinunciare a qualche quarto di identità in favore della posta (alta) in gioco nei prossimi mesi.

I tre musicisti © Picasso

di Norma Rangeri – ilmanifesto.info, 28 luglio 2015

Venerdì scorso dopo la sco­perta scien­ti­fica di “un’altra terra” nella Via Lat­tea, molti hanno sostenuto che un altro mondo è pos­si­bile. Noi siamo più mode­sti e vogliamo sco­prire se un’altra sini­stra è pos­si­bile.

Pen­sare a un’altra sini­stra signi­fica per­cor­rere molte strade nel pros­simo futuro, ma prio­ri­ta­ria è una discus­sione libera e schietta.

Per­ciò il mani­fe­sto — da domani — mette a dispo­si­zione le pro­prie pagine, che ospi­te­ranno interventi, opi­nioni, commenti delle donne e degli uomini che vogliono ragio­nare e con­fron­tarsi sul presente e sul domani del nostro Paese. Per ini­ziare ecco, secondo me, alcuni spunti neces­sari alla riflessione.

E pro­prio per­ché si tratta di spunti — tanti altri pos­sono essere aggiunti — non è impor­tante l’ordine in cui ven­gono espo­sti. Dunque.

1) La for­ma­zione di un par­tito alla vec­chia maniera? Sarebbe oppor­tuno ten­tare un’evoluzione della spe­cie. La nascita di un nuovo sog­getto poli­tico? Auspi­ca­bile ma sarebbe ancora meglio mettere insieme diversi “sog­getti” poli­tici, sociali, cul­tu­rali. Nelle forme più ampie pos­si­bile. Più aperte. Le meno set­ta­rie. Le più alter­na­tive. Per­ché c’è vita a sini­stra (del Pd), e si tratta di milioni di persone che vor­reb­bero vedere tra­sfor­mate in realtà le loro volontà di cambiamento.

2) Potremmo ragio­nare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo tren­ten­nio. Ci aiuterebbe a capire quanto sono pro­fonde le ragioni che hanno osta­co­lato la nascita di una nuova sini­stra (nella quale va inse­rita anche la sto­ria del gruppo del Mani­fe­sto e del Pdup). Ma andremmo troppo lontano.

Con­cen­tria­moci invece sullo spa­zio lasciato dal Pd alla sua sini­stra. Ampio sicu­ra­mente, eppure sem­pre estremamente fram­men­tato: dai movi­menti per i diritti sociali a quelli per i diritti civili (emersi nel nostro arre­trato paese anche gra­zie allo scavo costante della cul­tura fem­mi­ni­sta, protago­ni­sta e madre di un altro modo di pen­sare la politica).

Un ampio fronte che passa anche per alcune forme di aggre­ga­zione poli­tica strut­tu­rate in organizzazioni e par­titi. Un fronte dif­fuso e varie­gato, privo però di una spinta uni­ta­ria con­vin­cente. Si possono tro­vare diverse ragioni per spiegare l’autoreferenzialità, magari anche utile per pun­tare l’attenzione sulle idee diverse di alter­na­tiva. Ma nes­suna iden­tità può bloc­care la neces­sità, e ormai l’urgenza, di tro­vare forme, obiet­tivi, uni­tari. Con l’ambizione di essere un’alternativa poli­tica oggi e di governo domani. E quindi in grado di pre­sen­tarsi con pro­grammi e alleanze sociali lar­ghe e tras­ver­sali. In Ita­lia e in Europa.

3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivo­lu­zione ma un’idea di rifor­mi­smo di sini­stra in grado di per­sua­dere milioni di per­sone. Kark Marx ai cri­tici del suo soste­gno alla legge delle dieci ore rispon­deva così: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia poli­tica del pro­le­ta­riato ha pre­valso sull’economia poli­tica del Capitale». Nes­suna rivo­lu­zione, ideo­lo­gica e auto contemplativa ma cam­bia­menti radi­cali, di base.

Quei cam­bia­menti che un tempo si chia­ma­vano “riforme di strut­tura”, per indi­care un metodo pacifico e pro­gres­sivo di muta­zioni pro­fonde nell’assetto eco­no­mico e sociale. Fino a poco tempo fa pen­sa­vamo che que­sta idea forte di rifor­mi­smo fosse impos­si­bile da rea­liz­zare. La con­qui­sta del governo di Tsi­pras e la recente affer­ma­zione di Podemos, hanno dimo­strato che le nuove idee possono avere grande riscon­tro tra­sver­sal­mente nei diversi strati sociali ridi­se­gnati dall’impoverimento pro­vo­cato dalla crisi, e den­tro le forme della demo­cra­zia. Diretta, refe­ren­da­ria, internet­tiana, assembleare, e comun­que rappresentativa.

Ma il con­senso arriva solo quando tutto que­sto rie­sce ad essere con­vin­cente per­ché viene rappresentato da per­sone, gruppi, movi­menti che hanno saputo inter­pre­tare con serietà e pragmatismo la lotta per il cambiamento.

4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è con­vin­cente, signi­fi­ca­tivo? Intanto una parte dell’area sociale e cul­tu­rale alter­na­tiva — soprat­tutto quella gio­va­nile — si è rico­no­sciuta nel Movimento 5Stelle. Non per­ché (non solo) non esi­steva un’altra pro­po­sta forte, ma per­ché il M5S è andato a fondo con­tro il sistema cor­rotto dei partiti, pun­tando sull’onestà ammi­ni­stra­tiva, sulla lotta al malaf­fare e ai pri­vi­legi della casta, sulla capa­cità di fare opposi­zione sui temi dei diritti civili e dell’ambientalismo. Tut­ta­via anche i 5Stelle, per diven­tare una forza egemonica, dovranno liberarsi da una strut­tura auto­ri­ta­ria costi­tuita da un capo poli­tico e da uno ideo­lo­gico. Da una vocazione set­ta­ria che può diven­tare peri­co­losa, pro­prio per­ché con­vince milioni di per­sone. Il M5S l’ha già vinta e potrà vincere altre impor­tanti par­tite elet­to­rali, tut­ta­via l’ideologia del “chi non è con me è con­tro di me” non ci piace, per­ché dispo­tica e violenta.

5) Una vasta area di ita­liani, milioni di donne, uomini, gio­vani, anziani hanno scelto Sel, l’altra Europa di Tsi­pras, più pic­cole orga­niz­za­zioni che si richia­mano al comu­ni­smo, oppure solo la lotta di piazza, per i diritti civili e sociali o su obiet­tivi spe­ci­fici (i no Tav, i no Triv quelli che Renzi chiama “comi­tati e comi­ta­tini”) e anche il non voto.

C’è la parte di società rap­pre­sen­tata da Lan­dini e quella che si rico­no­sce diret­ta­mente nei fuo­riu­sciti del Pd (Civati e Fas­sina) e nella mino­ranza anti­ren­ziana. La lotta che il movi­mento sin­da­cale ha orga­niz­zato, trai­nato dalla Cgil, con­tro il Jobs Act e con­tro le nuove leggi sulla scuola ha espresso una potente sog­get­ti­vità, gua­da­gnan­dosi l’attacco duro e costante del premier/segretario dell’ex partito di rife­ri­mento. Que­ste e altre sono le poten­zia­lità di una “cosa” di nuova sinistra.

Ma qui ripeto una rifles­sione che Vit­to­rio Foa ci pro­po­neva già nel fati­dico 1977: «Come mai le scon­fitte elet­to­rali, sociali e poli­ti­che non scal­fi­scono le nostre sicu­rezze?». Una domanda che faceva rife­ri­mento a un sistema poli­tico ancora fon­dato sui grandi par­titi di massa. Quei par­titi sono scom­parsi, ma l’errore rischia di per­ma­nere per­ché la ten­ta­zione di pian­tare cia­scuno la pro­pria bandie­rina, la cat­tiva abi­tu­dine di non saper rinun­ciare a parti della propria iden­tità in favore dell’unità, è una sorta di tara gene­tica dif­fi­cile da curare.

6) Natu­ral­mente è vitale per la sini­stra essere in grado di misu­rarsi con i pro­fondi cambiamenti inter­ve­nuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sem­pre più dif­fi­cile da rap­pre­sen­tare per la pro­gres­siva, pro­fonda, ine­dita par­cel­liz­za­zione delle figure pro­fes­sio­nali. Accanto a lavori imma­te­riali che pro­iet­tano lo sguardo nel mondo delle reti dove tempo di vita e tempo di lavoro non sono più distin­gui­bili, con­vi­vono lavori pri­mi­tivi, poveri, di sfrut­ta­mento ottocentesco.

Chi sono oggi i lavo­ra­tori? Cos’è il lavoro? E come e quanto viene rico­no­sciuto? Su que­sto aspetto della vita col­let­tiva sono avve­nuti i cam­bia­menti più forti, che hanno por­tato ad un inde­bo­li­mento della rap­pre­senta tra­di­zio­nale e ad un nuovo sfrut­ta­mento, con lavori sot­to­pa­gati, prov­vi­sori, pre­cari. Per milioni di per­sone c’è povertà e non c’è futuro: una sini­stra vera deve pen­sare non solo a chi ha un posto assi­cu­rato, ma ai più deboli, ai più fra­gili, a quei milioni di donne e di uomini costretti alla soprav­vi­venza da pen­sioni da fame. Una forza nuova di sini­stra dovrebbe avere come prio­rità l’impegno per i gio­vani senza lavoro o pre­cari e i pen­sio­nati meno protetti.

7) L’immigrazione dei nostri tempi è un feno­meno strut­tu­rale che insieme alla crisi eco­no­mica, ai nuovi con­flitti che ali­men­tiamo (nella spi­rale guerra-terrorismo-guerra), all’invecchiamento della popo­la­zione euro­pea stimola pro­getti e alter­na­tive visioni del mondo. Met­tendo in discus­sione e a dura prova uno degli aspetti fon­danti dell’economia e della società occi­den­tale: il wel­fare. Sem­pre più povero, sem­pre meno inclusivo.

Ma quale sarà la strut­tura eco­no­mica di base se il capi­ta­li­smo tem­pe­rato dalla social­de­mo­cra­zia non ha tro­vato nem­meno una voce nella lunga, aspra, rive­la­trice lotta del pic­colo David greco con­tro il gigante Golia euro­peo? Sul nostro gior­nale alcuni e diversi intel­let­tuali hanno ini­ziato ad abboz­zare idee e linee di un piano su immigrazione-lavoro-beni cul­tu­rali e ambien­tali che andrebbe svi­lup­pato. Ma la rispo­sta alla tra­ge­dia che coin­volge in par­ti­co­lare i dispe­rati del Sud del mondo non può essere l’egoismo, la ripro­po­si­zione del privilegio.

A quelli che ven­gono in Europa con una spe­ranza di vita e con ener­gie intel­let­tuali da offrire, dobbiamo dare un inse­ri­mento rispet­toso delle cul­ture e delle tra­di­zioni altrui. E dob­biamo essere intran­si­genti con­tro chi spe­cula e cerca con­sensi. Una società non soli­dale non ci interessa.

8) Le riforme sono molto impor­tanti, anche quelle isti­tu­zio­nali ed elet­to­rali. Solo chi è cieco non vede che con le nuove leggi si dà troppo potere ad un solo par­tito e solo al capo di quel par­tito. Non a caso men­tre si mettono in un angolo i con­trap­pesi isti­tu­zio­nali, si cavalca il web come strumento di demo­cra­zia diretta, si indeboliscono le rap­pre­sen­tanze di base, si orienta la mac­china elet­to­rale verso forme di unzione popo­lare. Si punta — dall’avvento del ber­lu­sco­ni­smo — a rafforzare il ruolo dell’uomo solo al comando. (A que­sto pro­po­sito dovrebbe essere contrastata la ten­denza al lea­de­ri­smo esasperato).

Comun­que appli­care la Costi­tu­zione non signi­fica imbal­sa­marla ma pro­porre una riforma del bicame­ra­li­smo e della legge elet­to­rale per una nuova orga­niz­za­zione dei poteri. Ini­ziando dal modello comu­nale, pos­si­bile labo­ra­to­rio di altre forme par­te­ci­pa­tive (e ambien­ta­li­ste), di espe­rienze sul campo per l’applicazione dell’idea dei beni comuni, lontani da vec­chie logi­che sta­ta­li­ste, nono­stante l’interpretazione dei mono­toni libe­ri­sti che dila­gano sul Cor­riere della Sera. Fino alla forma di governo nazio­nale, al rap­porto tra Legi­sla­tivo e Esecutivo.

9) Non si può met­tere tra paren­tesi o dimen­ti­care ciò che nel mondo con­tem­po­ra­neo tutto ingloba e resti­tui­sce: la comu­ni­ca­zione. Cosa diversa dall’informazione, dall’autonomia dei media dai poteri indu­striali e finan­ziari. La comu­ni­ca­zione è oggi mar­ke­ting poli­tico, nar­ra­zione di nuove lea­der­ship come dimo­strano gril­li­smo e M5S. Si tratta di stru­menti che la sini­stra poli­tica sa usare poco ma che per for­tuna i gio­vani dei movi­menti riescono a maneg­giare meglio (la maschera di Ano­ny­mous, i flash mob, le moda­lità della piazza).

Tut­ta­via il potere dei media in Ita­lia è ancora e soprat­tutto tele­vi­sivo, fin dai tempi della tv di Berna­bei per arri­vare a Ber­lu­sconi. Un par­tito padrone della tv, più o meno magna­nimo e plu­ra­li­sta. E ancora oggi assi­stiamo a una non-riforma, a una non-modernizzazione, ma sem­pli­ce­mente a una con­cen­tra­zione del potere in un’unica figura di decisore. Men­tre la stampa risponde a logi­che di gruppi indu­striali nazio­nali sem­pre più deboli e inde­bi­tati, sem­pre più dispo­sti a omag­giare il potere poli­tico, in una com­mi­stione spesso inestricabile.

Com’è pos­si­bile che oggi tutti sia come e peg­gio di sessant’anni fa?

10) La vicenda greca, che ha impe­gnato e ancora impe­gnerà a lungo tutti noi, ha chia­rito che non c’è — e non c’è mai stata — l’Europa pen­sata dai padri fon­da­tori come Altiero Spi­nelli. Oggi c’è un’Europa che viag­gia a diverse velocità, divisa tra Nord e Sud, che si regola sulle eco­no­mie dei paesi più forti. L’idea degli Stati Uniti d’Europa ha ancora una sua forza trai­nante? È la moneta che decide o è uno stru­mento della poli­tica che la determina?

Quindi la que­stione cen­trale è in una domanda: c’è vita a sini­stra? Sì, c’è, ed è un mondo. Però dopo viene tutto il resto. Chi dovrebbe farne parte? Quali pro­po­ste di governo dovrebbe avere? Che idea di futuro può pro­porre? Come deve orga­niz­zarsi? Ha biso­gno di un lea­der come nella sini­stra greca e spagnola?

Questo è solo l’inizio della riflessione che il manifesto intende ospitare.

E che dovrà essere ampia, aperta, veri­tiera, libera da vec­chi schemi e inges­sa­ture poli­ti­che. Vedremo dove appro­derà. Ma sono certa che potrà dare un senso a quel con­fronto ormai non più rin­via­bile per tutti coloro che hanno cre­duto e cre­dono in una società demo­cra­tica, diversa, attenta e impe­gnata sui diritti sociali e civili di milioni di persone.

Cam­biare si deve. Ma le espe­rienze greca e spa­gnola ci dicono soprat­tutto che si può.

Un po’ meno Indignados…

Spagna, Iglesias paga cara la vicinanza a Tsipras: Podemos scende sotto il 20%

di Davide Tenconi – ilfattoquotidiano.it, 3 agosto 2015

La crisi greca e le iniziali battaglie di Syriza avevano aiutato il professore e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello fondato sull’austerità. Ma il ko del leader della sinistra greca nelle trattative per il terzo salvataggio di Atene ha danneggiato anche il partito spagnolo: secondo l’ultima rilevazione di Metroscopia, la traduzione politica del movimento degli Indignados otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro ai socialisti e ai popolari. Inoltre Ciudadanos è a soli 5 punti di distanza: a inizio anno Podemos poteva contare su 10 lunghezze in più.

Nella lunga tappa di montagna, con il traguardo finale posto alle elezioni generali, il corridore spagnolo con il fiato corto sembra essere Pablo Iglesias. Prendiamo in prestito una metafora ciclistica per raccontare lo stato di forma di Podemos, l’alternativa anti-austerity, nella corsa per la presidenza della Moncloa contro il PP del premier Mariano Rajoy, il PSOE del leader Pedro Sanchez e l’alternativa di centrodestra Ciudadanos capitanata da Albert Rivera.

In costante ascesa di consensi dalla nascita, Podemos vive il primo delicato passaggio politico della sua storia. La crisi greca e le iniziali battaglie di Tsipras avevano aiutato Iglesias e compagni a esprimere un nuovo concetto di Europa, votata alla solidarietà e al ripensamento del modello economico e non solo un palazzo di tecnocrati pronti ad imporre politiche di lacrime e sangue ai cittadini.

La vittoria del referendum di Atene di qualche settimana fa aveva illuso i sostenitori di sinistra che Tsipras potesse avere la forza politica, non solo quella del mandato popolare dei suoi elettori, per combattere a muso duro Angela Merkel e Wolfgang Schäuble. Lo stesso Iglesias era certo che il premier greco potesse essere il primo esempio di come poter urlare un “no” forte a nuove imposizioni dall’alto. A Strasburgo, durante il dibattito al Parlamento, lo accolse a braccia aperte e la sua immagine del profilo di Twitter è una foto dei due leader abbracciati e sorridenti.La lunga notte di negoziazioni e la firma del terzo pacchetto di aiuti hanno detto il contrario. Da uomo forte Tsipras si è trasformato in agnellino, deludendo molti cittadini sotto il Partenone.

Iglesias ha pagato, in termini d’immagine, la vicinanza a Syriza. Nell’ultima rilevazione diMetroscopia, Podemos otterrebbe oggi il 18% dei consensi, dietro al Partito Socialista e al Partito Popolare del premier Rajoy. Non solo: la quarta carta del mazzo, ovvero Ciudadanos, è a soli 5 punti di distanza. Ad inizio anno Podemos poteva contare su 10 punti in più. Sono sondaggi, quindi da prendere con la dovuta cautela, però è la prima volta da molti mesi che il movimento di Iglesias si distanzia dai due partiti tradizionali e scende sotto il 20%.

Mariano Rajoy non aspettava altro per etichettare il professore con il codino come “pericoloso”. Le code ai bancomat di Atene, la chiusura delle banche e della Borsa e il rischio concreto di perdere il patrimonio sono diventate formidabili armi elettorali del premier spagnolo, desideroso come mai di poter paragonare Tsipras ad Iglesias e incutere paura ai cittadini. Paura ingiustificata perché l’economia, seppur gonfiata da dati eccessivamente ottimisti sul recupero dell’occupazione, crescerà del 3% nel 2015 e del 3,5% nel 2016. Rajoy specula sulle difficoltà che si stanno vivendo ad Atene per recuperare consensi dopo un anno di dure sconfitte elettorali, con la perdita del Comune di Madrid come ciliegina sulla torta. Il fiato corto di Podemos non può però essere spiegato solo con le difficoltà di Tsipras. C’è dell’altro e Iglesias lo sa bene.

Le vittorie di Ada Colau e Manuela Carmena nella elezioni municipali di Barcellona e Madrid hanno rappresentato il punto più alto del movimento, soprattutto a livello d’immagine. Va però fatto un distinguo: nella capitale, così come in Catalogna, Podemos ha vinto grazie a un’alleanza con la componente civile e Izquierda Unida ed il successo è stato molto risicato (solo pochi seggi di differenza). Iglesias ha rifiutato apertamente un’alleanza elettorale con l’estrema sinistra anche per la Moncloa, decidendo di correre da solo. Molti elettori non hanno apprezzato pensando che il modello Barcellona-Madrid potesse rappresentare la miglior carta da giocare. Se, ipoteticamente, il risultato delle elezioni nazionali rispecchiasse quello delle comunali di un mese fa, difficilmente Podemos potrebbe insediarsi al governo. Il PP potrebbe allearsi con Ciudadanos e raccogliere più seggi per presentarsi nuovamente davanti al Re per giurare.

Iglesias ha deciso di lottare da solo, come fece Beppe Grillo nelle elezioni politiche italiane. Come il M5S, potrebbe ottenere un exploit straordinario ma pensare di poter raggiungere una maggioranza assoluta sembra oggi fantascienza. E rimaniamo sempre nel campo della fantascienza se pensiamo che domani Iglesias e Sanchez possano sedersi nello stesso governo. Il primo ha etichettato il leader del PSOE come capo di una banda di corrotti, il secondo parla del professore come di un visionario. Immaginarli allo stesso tavolo a discutere di programmi economici comuni per il rilancio dell’occupazione è un’impresa molto ardua. Chi ride sotto la barba è ovviamente Rajoy, conscio del fatto che un’alleanza tra Podemos e PSOE metterebbe la parola fine, anche prima delle urne, a un suo secondo mandato.

Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

PODEMOS conquista Barcellona e Madrid

Elezioni Spagna, Podemos vince a Barcellona, a Madrid allenza con il Psoe. Rajoy primo, ma è crisi di voti

Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri, che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento.

di Silvia Ragusa – ilfattoquotidiano.it, 25 maggio 2015

Volavano gli elicotteri, ieri, sulla notte madrilena. Ma non per controllare dall’alto calle Génova, via della storica sede del Partito popolare: per la prima volta qui il tradizionale balcone della vittoria è rimasto vuoto, nonostante la candidata sindaco Esperanza Aguirre abbia guadagnato un seggio in più. La polizia sorvolava la Cuesta de Moyano, dove migliaia di cittadini ascoltavano la diretta avversaria Manuela Carmena, giudice impegnata nella tutela dei diritti umani: “Ha vinto ilcambiamento. Ha vinto la cittadinanza. Avete vinto voi”. I simpatizzanti di Ahora Madrid, lista di Podemos, si erano dati appuntamento vicino al museo Reina Sofía fin dal primo pomeriggio. Poi, in serata, al suono della banda ufficiale e del noto slogan “Sì, se puede” con l’arrivo del leader Pablo Iglesias, cominciava la festa. Il terremoto annunciato per la politica spagnola alla fine si è verificato alle amministrative e regionali di ieri (gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese), che hanno visto i post-indignados di Podemos prendere Barcellona, avvicinarsi anche alla conquista della capitale e imporre ai due grandi partiti tradizionali Pp e Psoe un drastico ridimensionamento: 4 anni fa i popolari aveva ottenuto la maggioranza assoluta in 8 regioni, oggi devono scendere a patti con altre forze politiche.

Madrid vince il Pp, ma Podemos verso alleanza con il Psoe. Esperanza Aguirre ha vinto ma sa già che non potrà governare facilmente: sommando i 21 seggi agli ipotetici 7 di Ciudadanos non riuscirebbe comunque ad ottenere la maggioranza assoluta. La candidata di Ahora Madrid invece, con 20 seggi, insieme al Psoe di Antonio Miguel Carmona, potrebbe ottenere 29 scranni e le chiavi del palazzo della capitale spagnola. Per Iglesias è l’inizio della fine del bipartitismo: “Pp e Psoe hanno registrato uno dei peggiori risultati della loro storia” e “il cambiamento ora è irreversibile”, ha detto chiaro e tondo. Popolari e socialisti sono in realtà ancora i primi due partiti, ma insieme sommano il 53% e per governare dovranno scendere a patti.

Cresce anche Ciudadanos: è il terzo partito. Il Partito popolare resta in generale infatti il più votato (27%), ma perde l’egemonia degli ultimi vent’anni e quasi tre milioni di preferenze: da oggi la possibilità che gli azzurri tornino a sedersi sulle stesse poltrone non dipenderà più da loro, ma dalla capacità di alleanza delle forze opposte. Il Pp perde quasi tutte le maggioranze assolute nelle regioni come nella principali città del Paese e, probabilmente, il potere in Cantabria, in Castilla-La Mancha e nelle comunità autonome di Valencia e Madrid. Inoltre, una coalizione di sinistra avrebbe la possibilità di sottrarre al partito gli esecutivi di Aragón, Extremadura e Baleari. Dietro al Psoe, che si ferma al secondo posto con il 25% delle preferenze e la conquista della città di Siviglia, sorprende l’ascesa inarrestabile di Ciudadanos, che da oggi diventa terza forza politica, anche se Podemos – che non ha lista propria – non entra a far parte dei dati pubblicati dal ministero degli Interni. È lo stesso leader Albert Rivera a commentare a caldo che il suo partito ha triplicato l’appoggio ottenuto alle elezioni europee del 2014, gettando le basi per vincere le prossime politiche. “Siamo qui e stiamo facendo la Storia”.

A Barcellona vince Ada Colau, paladina degli sfrattati. Ma è da Barcellona che arriva il primo vero cambiamento: una “okkupa” si aggiudica la poltrona di sindaco. Ada Colau, 41 anni, attivista e fondatrice della Pah, la piattaforma per le vittime degli sfratti, ottiene il 25,20% e 11 consiglieri con la formazione civica Barcelona en Comú, appoggiata da Podemos. Segue la formazione indipendentista di Convergencia i Unió dell’attuale presidente della Generalitat Artur Mas con 10 seggi, Ciudadanos con 5 e i socialisti con 4. “È la vittoria di Davide contro Golia” ha detto commossa davanti alla platea e ha ricordato, anche senza aver ottenuto la maggioranza assoluta, che si tratta di un successo “collettivo” dei cittadini contro “il voto della rassegnazione”. A Valencia invece migliaia di cittadini si sono riuniti nella centrale Plaza del Ayuntamento per celebrare la sconfitta della popolare Rita Barberá, dopo 24 anni di governo. Il Pp perde la maggioranza assoluta e cede il passo al Psoe che ottiene il 20,4% e 23 scranni, seguito dalla lista civica di Compromís, con 20 seggi.

Tutto da rivedere insomma: adesso si apre la stagione di alleanze, di governi privi di maggioranza assoluta e di opinioni da tenere in conto. L’unica cosa certa è che le due nuove formazioni di Podemos e Ciudadanos da oggi non sono più solo uno stato d’animo, ma entrano a pieno titolo nelle istituzioni locali. E il sistema del bipartitismo, che ha governato la Spagna dalla fine del franchismo, sembra cedere il posto ad un quadro molto più frammentato.

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Il candidato di Podemos a Madrid: «Alleanze su casa, educazione e sanità»

Elezioni a Madrid. José Manuel Lopez 49 anni di Podemos. Candidato nella capitale

di Giuseppe Grosso – ilmanifesto.info, 24 maggio 2015

José Manuel Lopez è un uomo della pri­mis­sima ora. 49 anni, inge­gnere agra­rio con espe­rienza nel campo della coope­ra­zione e dello svi­luppo delle poli­ti­che sociali, era in piazza con gli indi­gna­dos il 15M e ha assi­stito in prima linea al con­ce­pi­mento e alla cre­scita del pro­getto Pode­mos. Fino alla can­di­da­tura alla Comu­ni­dad di Madrid, una delle regioni chiave per la con­sa­cra­zione del par­tito viola. L’inedita fram­men­ta­zione dello sce­na­rio poli­tico pre­lude alla neces­sità di accordi post-voto.

Con chi sare­ste dispo­sti ad arri­vare a un patto?

Il patto è solo uno stru­mento, non è un obiet­tivo in sé. Noi pro­po­niamo un pro­getto di cam­bio, e sulla base di que­sto siamo dispo­sti a discu­tere con chiunque.

Eppure l’Andalusia è in stallo da due mesi pro­prio per­ché non si rie­sce a tro­vare un accordo con il Psoe…

Siamo pronti a creare geo­me­trie poli­ti­che a soste­gno di un rin­no­va­mento reale. In Anda­lu­sia, noi cer­chiamo un accordo su casa, edu­ca­zione, sanità, cor­ru­zione e il Psoe mette sul tavolo la spartizione degli uffici, dei soldi ai gruppi par­la­men­tari e delle auto blu. Un patto che ci porti al governo pre­ser­vando lo sta­tus quo, non ci inte­ressa; né in Anda­lu­sia né altrove.

Però, soprat­tutto in chiave anti Pp, che a Madrid ha una delle sue roc­ca­forti più solide, non converrebbe con­si­de­rare la pos­si­bi­lità di un tri­par­tito Izquierda Unida, Psoe, Podemos?

Insi­sto: la gente ci chiede un cam­bio e noi non pos­siamo rispon­dere con le solite mano­vre di palazzo. Madrid ha un pro­blema serio di clien­te­li­smo e cor­ru­zione, instau­rati dal Pp sotto lo sguardo indif­fe­rente del Psoe e di Iu. Con queste pre­messe è dif­fi­cile par­lare a priori di un patto. Pode­mos punta alla rot­tura rispetto al vec­chio sistema: trasparenza, cam­bio del qua­dro eco­no­mico e recu­pero dei ser­vizi sociali, sono i punti chiave del nostro pro­gramma. Se gli altri par­titi vogliono remare nella stessa dire­zione, pos­sono senz’altro salire sulla nostra barca; per spar­tirsi le poltrone, si rivol­gano a qual­cun altro.

Anche Ciu­da­da­nos può salire sulla vostra barca?

Può salirci chiun­que sia dispo­sto ad appog­giare il nostro pro­gramma, e non sono sicuro che Ciudada­nos sia dispo­sto a farlo. Sul discorso della rige­ne­ra­zione demo­cra­tica pos­sono esserci alcuni punti di con­tatto, però per quanto riguarda le pro­po­ste sociali e la lotta alla dise­gua­glianza vedo una dif­fe­renza incol­ma­bile. Nel pro­gramma di Podemos le due cose sono inscin­di­bili: non c’è rigenerazione demo­cra­tica senza un miglio­ra­mento delle con­di­zioni sociali.

A pro­po­sito di disu­gua­glianza: la regione di Madrid è una di quelle con il più ampio diva­rio sociale. Che misure intende adot­tare per con­tra­stare que­sta deriva?

Biso­gna cam­biare il modello pro­dut­tivo, attual­mente basato sul mat­tone. Un modello vorace che bene­fi­cia un’élite vicina al governo regio­nale e che ha por­tato a costruire oltre le reali neces­sità. Madrid è una ragione ricca: basterebbe smet­tere di inve­stire in pro­getti inu­tili (strut­ture e strade costate milioni e oggi inu­ti­liz­zate) e uti­liz­zare i fondi per ser­vizi sociali e assun­zioni nel set­tore edu­ca­tivo e sanitario.

Casa, edu­ca­zione e sanità: quale la misura più urgente da adot­tare in cia­scuno di que­sti settori.

Casa: cree­remo un’agenzia pub­blica per l’affitto. Ci saranno incen­tivi per chi mette in affitto (ci sono circa 250.000 case vuote a Madrid) e, paral­le­la­mente, dispor­remo di un numero di case che pos­sano essere asse­gnate a per­sone sfrat­tate o in dif­fi­coltà eco­no­mi­che. Sanità: raf­for­ze­remo il sistema pub­blico e revo­che­remo le pri­va­tiz­za­zioni. Scuola: scom­met­te­remo, anche in que­sto caso, sul pub­blico e bloc­che­remo le nuove con­ces­sioni ai cole­gios concertados (scuole pri­vate che ricevono finan­zia­menti pub­blici, ndr).

Come spiega la fles­sione di Pode­mos negli ultimi mesi?

Credo che fac­cia parte del pro­cesso di matu­ra­zione dell’organizzazione. Siamo nella terza fase di Pode­mos: la prima fu l’occupazione delle piazze con il 15M; la seconda, suc­ces­siva alla costi­tu­zione del par­tito, la ste­sura della dia­gnosi dei pro­blemi della poli­tica spa­gnola: in que­sta fase abbiamo toc­cato il mas­simo dei con­sensi per­ché la nostra ana­lisi ha colto nel segno; la terza fase con­si­ste nel tes­sere una pars con­truens che passi dalla dia­gnosi ad una pro­po­sta concreta di paese, ed è la parte più dif­fi­cile. Però biso­gna con­si­de­rare che solo un anno fa Pode­mos nem­meno esi­steva: in così poco tempo abbiamo rag­giunto grandi risul­tati e un lieve ral­len­ta­mento non ci pre­oc­cupa, anche per­ché i numeri indi­cano una ripresa.

Per­ché oggi i madri­leni dovreb­bero votare Podemos?

Per­ché siamo l’alternativa alla poli­tica tra­di­zio­nale che ci ha por­tato in que­sta situa­zione. Per­ché noi siamo cit­ta­dini nor­mali che si sono orga­niz­zati e si sono stan­cati di aspet­tare che le cose cam­bino da sé. Per­ché non siamo un par­tito ma un pro­getto politico.

«Una sfida che vinceremo insieme»

di Argiris Panagopoulos – ilmanifesto.info, 2 marzo 2015

Grecia. Il nuovo segretario di Syriza Tasos Koronakis: «Cercheremo alleanze contro il fronte dell’austerità».

Soste­gno eco­no­mico da 70 a 220 euro per 30 mila fami­glie che non pos­sono pagare l’affitto e a 300 mila per­sone che non pos­sono com­prare generi ali­men­tari, cor­rente gra­tis per 300 kw fino alla fine dell’anno. È il primo dise­gno di legge del governo Tsi­pras per affron­tare la crisi uma­ni­ta­ria. Il progetto, ora alla Ragio­ne­ria dello Stato, non è solo un gesto sim­bo­lico, per­ché sot­to­li­nea che la Carta del Diritti Fon­da­men­tali dell’Ue vale più della legge dei mer­cati e dei ban­chieri. Intanto la Deh, la società elet­trica greca, e il sin­da­cato Genop hanno fir­mato il primo con­tratto col­let­tivo nazio­nale dell’era Syriza: pre­vede sei euro al giorno per ali­menti, la can­cel­la­zione di qual­siasi licen­zia­mento e la durata triennale.

Nel frat­tempo il Comi­tato cen­trale di Syriza ha eletto la nuova (ridotta) Segre­te­ria poli­tica, nella quale la maggioranza di Tsi­pras con 110 voti ha eletto sei mem­bri, la Piat­ta­forma di sini­stra, con 63 voti, ne ha eletto quat­tro e la lista degli ex maoi­sti di Koe, con 23 voti, uno.

«Il governo attra­verso le nostre pro­ce­dure col­let­tive è ancora più forte», ha detto il lea­der della Piatta­forma di sinistra e mini­stro della Rico­stru­zione pro­dut­tiva Pana­gio­tis Lafa­za­nis, soste­nendo che «Syriza era, e rimarrà, a differenza di Nuova Demo­cra­zia, una forma radi­cale della poli­tica, con fun­zioni demo­cra­ti­che vive e sicure». Dichiarazioni che hanno smen­tito chi auspi­cava spaccature nel par­tito, dopo l’emendamento della Piat­ta­forma che cri­ti­cava l’accordo all’Eurogruppo, boc­ciato con 92 voti con­trari, 65 a favore, 5 bian­che e un’astensione. Il por­ta­voce del governo ha detto che però ci sarà solo un breve dibat­tito nel par­la­mento ma non una vota­zione sull’accordo, visto che il Con­si­glio di stato ha deciso che basta solo la firma del mini­stro delle Finanze.
Tasos Koro­na­kis, il nuovo segre­ta­rio di Syriza, è sicuro che le radici di Syriza si tro­vano nel movimento anti-G8 di Genova. Koro­na­kis, che pro­viene dai gio­vani di Syna­spi­smos, è stato eletto dal Comi­tato cen­trale con 102 voti. Il candi­dato della Piat­ta­forma di sini­stra Ale­kos Kaly­vis ha preso 64 voti, 32 le schede bianche.

È stato eletto segre­ta­rio in un momento molto com­pli­cato per il vostro par­tito, il governo, la Gre­cia e non solo.

Dopo la prima fase di trat­ta­tive, siamo in un periodo in cui dob­biamo com­bat­tere di giorno in giorno. In que­sta lotta il par­tito deve gio­care un ruolo impor­tante e raf­for­zato, man­te­nen­dosi distinto dal governo. Dovremo rin­no­vare e miglio­rare le fun­zioni del nostro par­tito, le sue rela­zioni con la società, la sua aper­tura, la sua for­ma­zione e costituzione, avere rela­zioni sta­bili con tutti per poter appog­giare e con­trol­lare il governo in un modo fecondo.

I media euro­pei attac­cano il governo ma i son­daggi che dimo­strano che l’opinione pub­blica greca lo sostiene.

La cosa più impor­tante è che abbiamo un incre­di­bile appog­gio dalla società greca e que­sto secondo noi suc­cede perché la gente capi­sce che final­mente ha un governo che lotta per l’interesse dei cittadini, tratta esplo­rando i reali limiti della poli­tica e non dice sem­pre sì al mini­stro delle Finanze e alla Can­cel­liera tede­sca. La vera sfida in que­sto momento è se può esi­stere un governo di sini­stra nell’Europa di oggi e se vera­mente quest’Europa può cam­biare. Non lo vogliono i soste­ni­tori dell’austerità e per que­sto lot­tano con ogni modo per il fal­li­mento del nostro governo. Tutta la nostra visione si bassa sulla pro­spet­tiva di un cam­bia­mento in Europa, che si può cam­biare e che le poli­ti­che di auste­rità hanno fal­lito. Dob­biamo allar­gare al mas­simo pos­si­bile le alleanze con i popoli euro­pei e i governo che vogliono resi­stere a que­sta folle e disa­strosa politica.

Cre­dete si pos­sano cam­biare gli equi­li­bri in Europa con le ele­zioni in Por­to­gallo e in Spa­gna quest’anno e in Irlanda l’anno pros­simo?

Certo. Il fronte dell’austerità ha paura dei cam­bia­menti in Europa. Non vogliono vedere un governo che lotta con­tro di loro, che ha l’appoggio della gente e fa cose per la gente. Que­sto fatto è posi­tivo per noi e com­ple­ta­mente nega­tivo per le élite domi­nanti euro­pee. Hanno paura di un domino di eventi che pos­sono rap­pre­sen­tare una spe­ranza per tutti i popoli europei.

Nel Comi­tato cen­trale di Syriza è stato eletto con il 56% dei voti. Syriza si spacca? Crolla sotto il peso dell’accordo?

Mi sem­bra che quelli che cer­cano di tro­vare pro­blemi abbiano messo una lente di ingran­di­mento su Syriza. Per noi è anche una scom­messa per far vedere un altro modello di par­tito, demo­cra­tico che dibatte seria­mente, ha il diritto di cri­ti­care e deci­dere. Non credo che i cit­ta­dini pre­fe­ri­scano i par­titi dove si suona il silen­zio mili­tare. La nostra lotta per far tor­nare la demo­cra­zia in Gre­cia è anche una lotta per far ridi­ven­tare i par­titi isti­tu­zioni demo­cra­ti­che, di dialogo e dibat­tito den­tro e con la società. Il dibat­tito era quello atteso. Nulla di scon­vol­gente. Lafa­za­nis (lea­der della Piat­ta­forma di sini­stra) e Kaly­vis (can­di­dato della Piat­ta­forma alla segre­te­ria del par­tito dicono che siamo più uniti che mai e dob­biamo com­bat­tere tutti insieme que­sta dif­fi­cile battaglia.

I muscoli di Podemos: «È l’anno della svolta»

segnalato da crvenazvezda76

da ilmanifesto.info (31/01/2015) —  di Alonso Carrasco (Madrid)

Spagna. Straordinaria dimostrazione di forza a Madrid: «Vinceremo le elezioni del 2015»

Puerta del Sol a Madrid, ieri

Da mesi Pode­mos pre­pa­rava la pro­pria «conta»; una mani­fe­sta­zione a Madrid, nel cuore del paese, per dimo­strare la pro­pria forza (con­fer­mata dai son­daggi che danno Pode­mos come primo par­tito in Spagna).

Risul­tato rag­giunto, per­ché cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno occu­pato le strade di Madrid, finendo per confluire in una Puerta del Sol dal colpo d’occhio mici­diale. Secondo El Pais, Pode­mos «ha mostrato i suoi muscoli», pre­oc­cu­pando non poco i pro­pri rivali popo­lari e socia­li­sti. Un successo otte­nuto con la par­te­ci­pa­zione di quel «popolo», dive­nuto ormai rife­ri­mento delle sini­stre radi­cali, capaci di arri­vare al potere, come acca­duto in Gre­cia, o in pro­cinto di arri­varci, come potrebbe acca­dere in Spa­gna.

Le ele­zioni nazio­nali sono ancora lon­tane – a novem­bre – ma a breve ini­zierà una giran­dola di consul­ta­zioni amministra­tive (dap­prima — il 22 marzo — in Anda­lu­sia) che potranno accompagnare il cam­mino di Pode­mos, fino all’obiettivo più ghiotto: sfian­care i socia­li­sti e i popolari, e gover­nare il paese da soli, con un pro­gramma di sini­stra vera.
Se dopo la Gre­cia dovesse capi­tare anche in Spa­gna, si trat­te­rebbe di un segnale sto­rico e in grado di cam­biare presumi­bil­mente le sorti dell’intero vec­chio continente.

La «mar­cha del cam­bio», come è stata defi­nita, ha dato la pos­si­bi­lità a Pode­mos di dare una sorta di «cal­cio d’inizio» a quest’anno che potrebbe por­tare il par­tito al governo. Le parole del lea­der, Pablo Igle­sias, («el coleta», il codino) non lasciano dubbi sulle inten­zioni di Pode­mos: «Que­sto è il nostro sogno, che diven­terà realtà quest’anno, dove andremo a cam­biare tutto, comin­ciando a vin­cere le ele­zioni del 2015. Qual­cuno parla di Spa­gna come un «brand», una marca. Ma noi non siamo una mer­can­zia, che si può com­prare o ven­dere. Siano male­detti coloro che ven­dono la nostra cul­tura come fosse una merce. Quest’anno cam­bia tutto, e al governo andrà il popolo spa­gnolo». Non sono man­cati i rife­ri­menti a un tema molto caro tanto a Pode­mos quanto a Syriza (la cui vit­to­ria ha finito per rega­lare grande slan­cio anche alla sini­stra spa­gnola), ovvero quello sulla sovra­nità. Sia Pode­mos sia Syriza, come altri movimenti di sini­stra, da sem­pre richia­mano all’importanza della sovra­nità, persa a causa delle deci­sioni ordi­nate dalle troika.

A que­sto pro­po­sito Igle­sias ha spe­ci­fi­cato che «siamo un popolo di sogna­tori, come don Chi­sciotte, ma abbiamo chiare molte cose. Una di que­ste è che la nostra sovra­nità non è a Davos. In quei luo­ghi hanno deciso di umi­liarci con quello che loro chia­mano auste­rità. È il momento di un piano di riscatto di tutti i cit­ta­dini spagnoli».

Iñigo Erre­jón, numero due di Pode­mos, ha rac­con­tato che «abbiamo pro­te­stato e nes­suno ci ha ascol­tato. Ora è il momento nel quale il popolo recu­pera la sovra­nità e si riprende il Paese». E per sot­to­li­neare la valenza «popo­lare» dell’evento, i diri­genti del par­tito non si sono messi all’inizio del cor­teo. Infine, non pote­vano man­care le prime reazioni a mezzo stampa dei «rivali» di Pode­mos, in primo luogo i popo­lari. Alle parole di Igle­sias e degli altri dirigenti in piazza, è arri­vata la rea­zione stiz­zita del pre­mier Rajoy: «Descri­vono in modo nega­tivo il Paese». Secondo il lea­der popo­lare, Pode­mos è «una moda», che «durerà poco».