terrorismo

Per la stazione di Bologna

E troveremo una bambola, un diario
una valigia sventrata
una fotografia, una scarpa
Scavando troveremo ciò che fu
una vacanza una famiglia una piazza
E troveremo sangue
sparso, ignoto, mescolato.
Separeremo dalle loro pietre
ciò che era nostro
eppure anche quelle pietre
erano nostre, una volta
case, stazione, città.
E troveremo un cratere, una miccia
un’auto sbranata, una scheggia
una mano attenta separerà
ciò che uccise da ciò che ha ucciso.
E quando ci chiederanno di dimenticare
troveremo una bugia, un volto
di tradimento, una traccia
di nuovo ore e giorni scaveremo
anche se triste è il paese
dove la vita non è più di questo.

Stefano Benni

 

I complici siamo noi

Non sconfiggeremo mai il terrorismo islamico, finché saremo suoi complici

A quindici anni dalle Torri Gemelle, continuiamo a riempire di armi e soldi la monarchia saudita e i paesi del Golfo Persico, nonostante sappiamo benissimo che siano loro i padrini e gli ispiratori del terrorismo islamico. Da Al Qaeda all’Isis la musica non è cambiata

I due terrorismi e le alternative della nonviolenza

segnalato da Barbara G.

di Nanni Salio – serenoregis.org, 20/11/2015

Occhio per occhio e il mondo diventa cieco

(Gandhi)

I terrorismi sono due: quello dall’alto, degli stati, che viene chiamato guerra, e il terrorismo dal basso, degli insorti, dei ribelli, di coloro che subiscono gli effetti del primo terrorismo. Nasce prima l’uno o l’altro, l’uovo o la gallina? Hanno bisogno l’uno dell’altro, si autoalimentano, in una spirale di violenza crescente, come vediamo ogni giorno in molte aree del mondo, in particolare nel Medio Oriente, ma non solo. Espressioni “Shock and Awe” (colpisci e terrorizza) e “equilibrio del terrore” (che si riferisce alla minaccia di guerra nucleare) non sono state inventate dagli jihadisti, ma sono il frutto perverso del pensiero strategico delle grandi potenze.

E le vittime? Sono i civili, prevalentemente, ma non dimentichiamo anche i soldati, sottoposti allo stress della guerra, della paura, della morte.

E i burattinai? Siedono comodamente nei parlamenti, nei consigli di amministrazione delle industrie belliche e delle banche che le finanziano, nei centri di ricerca militari, nelle scuole di guerra, nei servizi segreti, nel Pentagono, nel mondo accademico e scientifico che offre i suoi servizi alla guerra, e così via. Loro la guerra non la fanno, la progettano e la fanno fare alla manovalanza.

Dopo ogni strage, come quella di Parigi del 13 novembre scorso, si sentono spesso opinionisti e politici urlare: “dove sono i pacifisti?”. Stranamente, questa volta non è ancora successo. Forse perché hanno avuto un minimo di pudore, se non di vergogna. Infatti, avrebbero dovuto chiedere “dov’è la NATO?” Stava giocando con 35 mila uomini alla battaglia navale nel Mediterraneo e a simulare la guerra prossima ventura non contro l’ISIS, bensì contro la Russia, e in prospettiva anche contro la Cina. E dove erano gli agenti dei servizi segreti, le intelligence poco intelligenti, che fingono di non sapere nulla prima, ma sanno tutto dopo?

E’ la “grande scacchiera” del “grande gioco” per controllare l’Eurasia, secondo le elucubrazioni di Brezinski, dove le pedine sono gli eserciti. Non compaiono le vittime, i civili, considerati semplicemente “danni collaterali”, né i burattinai, che operano ben nascosti.

Frankestein, il dottor Stranamore e l’ISIS

Prima era al Qaeda con Bin Laden, ora è l’ISIS con il califfo. Entrambi sono il risultato degli esperimenti di geopolitica condotti nel laboratorio-mondo dai grandi strateghi neocon e del Pentagono.

E’ ormai ampiamente risaputo che l’ISIS è una creatura nata dalla politica che gli USA hanno condotto da almeno un quarto di secolo in Medio Oriente. Insieme a loro non dobbiamo dimenticare Israele, che ha fatto della Palestina e di Gaza in particolare il laboratorio per la sperimentazione di ogni sorta di tecnologia di controllo sociale per incutere terrore nella popolazione.

Se provocano paura le immagini degli uomini in nero dell’ISIS che brandiscono in una mano un coltello e nell’altra un kalashnikov, suscitano altrettanta paura i robocop, i soldati e i poliziotti trasformati in robot per uccidere.

I media ci illustrano con grande dovizia di particolari le violenze inflitte ai nostri concittadini, ma si guardano bene dal riportare ciò che avviene quasi quotidianamanete con gli attacchi dei droni armati, che uccidono migliaia di civili, nel vano tentativo di colpire i responsabili degli atti di terrorismo. Il rapporto tra le vittime provocate dai nostri eserciti e quelle dei gruppi di jihadisti è di 1000:1 o, se si vuole essere generosi, di 100:1. E questi sono solo i dati relativi alla violenza diretta, mentre fingiamo di non vedere quella strutturale, di dimensioni ben maggiori.

Scontro di civiltà?

Non è quello prefigurato da Samuel Huntington, ma lo scontro tra la civiltà della violenza, del terrore, della barbarie e della guerra e la civiltà dell’amore, della solidarietà reciproca, della felicità e della nonviolenza.

Sta a noi scegliere da che parte stare e quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli, nipoti e per l’umanità intera.

Le alternative della nonviolenza

E’ ormai risaputo, ma va sempre ribadito e documentato, che nonviolenza non vuol dire passività, ma azione e progetto politico per la creazione di una società equa e armonica mediante la trasformazione e risoluzione nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro, senza ricorrere all’uso della violenza politica.

Molto cammino è stato fatto in questa direzione, sebbene quando ci troviamo di fronte a eventi tragici e di estrema violenza, possiamo essere presi dallo sconforto. Ma occorre allargare lo sguardo sia sul piano storico, sia su quello spaziale per vedere le alternative già presenti e quelle future. Abbiamo l’obbligo morale di dimostrare che tutti coloro che sono morti nel corso della violenza esercitata dai due terrorismi “non sono morti invano!”

Per rendere concreto questo impegno, possiamo ragionevolmente individuare due principali insiemi di proposte con le quali affrontare le crisi che attualmente lacerano l’umanità: misure non militari da adottare nel breve periodo, immediatamente, e misure nonviolente nel medio e lungo periodo.

Misure non militari nel breve periodo

Ecco alcune proposte ragionevoli, di buon senso, su cui c’è un accordo piuttosto ampio da parte di soggetti diversi, anche istituzionali, che non necessariamente aderiscono a una visione nonviolenta.

1 Interrompere il flusso di armi ai belligeranti, come stabilisce il diritto internazionale largamente disatteso.

2 Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti, che provengono in larga misura dall’Arabia Saudita, come ben noto, e dal commercio di petrolio e droga.

3 Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.

4 Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5 Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti. Per chi è scettico su questa proposta, ricordiamo che in tutte le principali situazioni precedenti, questo è avvenuto, dapprima con contatti segreti, poi apertamente (Irlanda del Nord, Nepal, Colombia, Paesi Baschi).

6 Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina, il grande bubbone del Medio Oriente, imponendo al governo israeliano il rispetto del diritto internazionale, con mediatori del conflitto al di sopra delle parti.

7 Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti delle grandi potenze occidentali e di molti paesi arabi.

8 Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti e secondo i suggerimenti dati da personalità come Edgar Morin e Johan Galtung.

9. Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli, invece di condannarli a morte o rinchiuderli senza un giusto processo a Guantanamo e Abhu Ghraib. Essi vengono uccisi perché sono testimoni scomodi, come è avvenuto con Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi. Se fossimo intelletualmente onesti dovremmo anche processare uomini politici come Bush jr. e Tony Blair, responsabili di crimini di guerra contro l’umanità. Ma attualmente questo è chiedere troppo!

10. Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti.

Misure nonviolente nel medio e lungo periodo

Le misure non militari nel breve periodo si possono avviare subito, se si crea il consenso tra le istituzioni politiche locali e internazionali.

Ma l’umanità intera si trova oggi in una fase di profonda trasformazione che dev’essere orientata verso la creazione di una autentica cultura della nonviolenza, se non vogliamo soccombere alle gravi minacce della crisi sistemica globale incombente (economico-finanziaria, alimentare, ecologico-climatica ambientale, sociale-esistenziale-etica-culturale).

Occorre pertanto lavorare a progetti concreti di medio e lungo periodo. Eccone alcuni, frutto degli studi avviati da tempo nel campo della ricerca per la pace.

1 Costituire e addestrare Corpi Civili di Pace con compiti di mediazione, interposizione e prevenzione, ispirandosi alle iniziative ed esperienze in corso da decenni e attuando le proposte presentate nelle principali sedi istituzionali internazionali, dall’Unione Europea alle Nazioni Unite

2 Riconvertire le industrie belliche e l’intero complesso militare-industriale in industrie civili e centri di ricerca per la pace e la sperimentazione di tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti.

3 Promuovere percorsi di educazione alla pace e alla nonviolenza sia nel mondo della scuola sia nella società in generale, per imparare ad affrontare i conflitti con creatività, concretamente e costruttivamente, senza cadere nella trappola della violenza.

4 Riconversione ecologica e intellettuale dell’economia mondiale verso forme di economia gandhiana nonviolenta ispirate al paradigma della semplicità volontaria e del “partire dagli ultimi”. E’ una ricerca in atto, con sperimentazioni diffuse in ogni angolo del mondo, da cui c’è molto da imparare per superare la ristretta e distruttiva logica del capitalismo finanziario basato sulla crescita illimitata e sul profitto senza scrupoli.

5 Utilizzare al meglio le attuali capacità di comunicazione su scala globale per costruire un “giornalismo di pace” alternativo al “giornalismo di guerra” tuttora dominante e che vediamo in azione a ogni evento luttuoso.

6 Dialogo tra le religioni per riscoprire il comune fondamento basato sulla nonviolenza. Far conoscere in particolare le componenti più coerentemente nonviolente presenti in ciascuna religione, dai Quaccheri ai Sufi, dall’islam nonviolento di Badshah Khan, il “Gandhi musulmano”, alle tradizioni nonviolente della cultura ebraica, il Tikkun (aver cura del mondo), e buddhista.

7 La cultura scientifica e la tecnoscienza svolgono una funzione cruciale nei processi evolutivi dell’umanità, ma occorre orientarle anch’esse, in tutta la loro enorme potenzialità, verso la cultura della nonviolenza. La responsabilità sociale dei tecnoscienziati è un punto nodale della ricerca scientifica.

8 La cultura artistica, in tutte le sue principali manifestazioni, può e deve essere orientata verso lo sviluppo di una creatività che favorisca la ricerca di soluzioni nonviolente ai conflitti umani. Cinema, teatro, pittura, musica, letteratura sono strumenti da utilizzare per facilitare sia la cura dei traumi subiti sia la elaborazione positiva di visioni del mondo più armoniche.

9 Affrontare la grave crisi delle democrazie rappresentative e partitiche occidentali, che nel corso del tempo si sono trasformate prevalentemente in oligarchie finanziarie e populismi di stampo reazionario. Promuovere la partecipazione attiva e diffusa e l’autogoverno della cittadinanza.

10 Considerare i due terrorismi come una malattia mentale, una patologia mortale dell’umanità. Utilizzare il paradigma medico della diagnosi, prognosi e terapia (del passato e del futuro) per curare gli attori sociali dei due terrorismi.

Tutte queste azioni possono essere attuate e incrementate dal basso, come è avvenuto altre volte in passato, dai movimenti di base per la pace, l’ambiente, la giustizia sociale. Oggi questi movimenti, pur presenti, sono poco visibili e gli attentati di Parigi sembrano essere stati progettati appositamente per impedire loro di svolgere un ruolo di primo piano nel cambiamento sociale. Gli attentati sono avvenuti proprio a ridosso dell’importante appuntamento del COP 21 sul cambiamento climatico e hanno già contribuito a ridurre l’attenzione a tale conferenza.

Per tutte queste misure vale quanto abbiamo già detto: possono essere ampliate e perfezionate ulteriormente. Per far ciò “non basta la vita” di una singola persona, per quanto geniale, creativa, amorevole come quella dei grandi maestri che ci hanno preceduto, da Gandhi a Martin Luther King, da Danilo Dolci ad Aldo Capitini, da Buddha a Gesù. E’ un compito collettivo dell’intera umanità, possibile, doveroso, entusiasmante, per mettere fine alla violenza nella storia e far compiere un salto evolutivo alla natura umana.

 

Guerra e droghe

Il terrorismo non si nutre di Corano ma di Captagon

di Marco Perduca – huffingtonpost.it, 19 novembre 2015

In uno dei vari raid di mercoledì 17 novembre effettuati dalle forze speciali francesi a seguito degli attacchi a Parigi, in una stanza d’albergo di Alfortville, una delle banlieue della capitale francese, sono state ritrovati aghi e fili da intubazione. La camera era stata presa in affitto dal pluriricercato 26enne belga Salah Abdeslam. Le analisi della scientifica non hanno ancora determinato se il materiale medico sia stato utilizzato per confezionare le cinture esplosive dei kamikaze o se sia servito a iniezioni ipodermiche. O, magari, per entrambe le cose.

È noto che in tutte le guerre le prime linee usino stimolanti per affrontare in un pieno d’euforia il combattimento (vi siete mai chiesti perché l’eroina si chiami così?), ma era meno noto che queste, anche se chimiche, fossero prodotte là dove sono maggiormente utilizzate. Negli ultimi 10 anni, sia che si tratti di additivo per lo spasso dei giovani ricchi che di stimolante per chi combatte, in Medio Oriente c’è stata un’invasione di amfetamine e in particolare di Captagon.

Se prima della guerra in Iraq del 2003 la produzione era prevalentemente nel sud-est dell’Europa, principalmente in Bulgaria, mentre Turchia, Siria, Giordania e Libano, ma alle volte anche il Paraguay, erano vie del traffico verso i paesi del Golfo, da qualche anno la Siria è diventato il centro di raffinazione di Captagon per tutta l’area. Come la storia del proibizionismo ci insegna, le droghe, oltre a esser sostanze con effetti psicotropi e intossicanti, sono anche delle vere e proprie monete parallele. In tutto il Medio Oriente questa nuova stupefacente moneta si chiama, appunto, Captagon.

Il Captagon è un tipo di fenetillina (nota anche come amfetaminoetilteofillina o amfetillina), cioè uno psicostimolante sintetizzato per la prima volta nel 1961 dalla tedesca Degussa AG e utilizzata per circa 25 anni come farmaco alternativo, e più blando rispetto all’amfetamina nella cura della narcolessia, della sindrome da iperattività e, in alcuni casi, della depressione. Tanto gli importanti effetti collaterali, dovuti ad assunzioni prolungate, quanto l’abuso registrato all’inizio degli anni Ottanta negli Usa, l’hanno fatta inserire dall’Organizzazione Mondiale della Salute nelle tabelle della convenzione Onu sulle droghe del 1988. Reperite la materia prima, e mischiatala a dovere, con poche attrezzature si ottengono della pillole che sul mercato vanno dai 5 ai 20 dollari. Se assunte con la caffeina sono un potente stimolante che garantisce una significativa fonte di entrate di liquidità molto meno complessa da gestire del petrolio e dei reperti archeologici – o degli esseri umani.

Il 26 ottobre scorso all’aeroporto internazionale di Beirut sono state sequestrate due tonnellate di pillole Captagon nascoste in quaranta borse su un jet privato diretto in Arabia Saudita; pare che le autorità di Riyad ne abbiano sequestrate 55 milioni di pasticche nel solo 2014 – che per 5 o 20 dollari fanno… Se, com’è molto probabile, verrà confermato che si tratta anche di sostanze stupefacenti assunte dagli attentatori per doparsi, in aggiunta a tutte le restrizioni alle libertà personali che ci aspettano nelle prossime settimane, ci sarà anche da metter in conto un rilancio allarmista e proibizionista. Non sarebbe la prima volta.

Quel che però non verrà sottolineato con la dovuta attenzione è che non è per via del Corano che si accende la rabbia o si fomenta l’odio, ma piuttosto che senza un prodotto come il Captagon, una soluzione chimica che più laica non si può, non si accendono le furie omicide di un’organizzazione di criminali. Lo dico da antiproibizionsta, cioè da qualcuno che ritiene che anche queste sostanze debbano esser legalizzate per tentare di toglier loro il valore aggiunto della proibizione e, semmai, per creare una possibilità di controllo meno fallimentare, anche per quanto riguarda gli aspetti socio-sanitari, della produzione e commercio di roba come questa.

Come detto, il Captagon ha anche dei potenti effetti collaterali, ma prima che questi possano mettere in ginocchio i terroristi è auspicabile che la comunità internazionale trovi una risposta politica coordinata per “curarli” e “difenderci”.

http://video.huffingtonpost.it/embed/cronaca/droghe-e-guerra-5-cose-che-non-sai/5941/5933?responsive=true&generation=onclick&el=video991065640933811700

 

La rivolta dell’islam e il fascino della violenza

Moschea di Parigi

Guido Caldiron intervista Vincent Geisser, presidente dell’Istituto di ricerca sul mondo arabo e islamico di Marsiglia

da il manifesto – 18 novembre 2015

Presidente dell’Istituto di ricerche e studi sul mondo arabo e musulmano dell’Università di Marsiglia e politologo del Cnrs di Parigi, Vincent Geisser è uno dei massimi conoscitori dell’Islam francese, cui ha dedicato numerosi studi, tra cui, Ethnicité républicaine, La Nouvelle islamophobieMarianne & Allah.

Con 6 milioni di fedeli, la Francia è uno dei paesi europei dove la presenza musulmana è più forte. Quale è stato l’effetto della strage di Parigi su questa vasta comunità?
Bisogna fare una premessa necessaria: i terroristi hanno scelto di colpire la Francia perché sperano che le loro azioni favoriscano un ulteriore sviluppo dell’islamofobia, una stigmatizzazione dell’intera comunità musulmana che li aiuti nell’opera di reclutamento. Detto questo, all’interno della comunità molto diversificata dei francesi di fede islamica, visto che vi convivono molti modi diversi di praticare la fede, mi sembra si possano cogliere due conseguenze immediate di quanto accaduto. Da un lato emerge la sensazione di sentirsi degli “osservati speciali», guardati con sospetto e, talvolta, assimilati tout cuort a degli jihadisti. Dall’altro, con il passare dei giorni sta però crescendo anche una mobilitazione per molti versi inedita: di fronte a quegli atti sanguinari è come se si stesse assistendo ad una sorta di rivolta morale proprio di quanti non accettano che i loro sentimenti religiosi siano così barbaramente associati alla violenza. I rappresentanti di associazioni, moschee, centri culturali stanno prendendo la parola in questi giorni per affermare il loro disgusto per il terrorismo proprio in quanto musulmani. A questo si aggiunge una forte rivendicazione di appartenenza alla Francia, ai suoi valori, perfino ai suoi simboli, a cominciare della bandiera. È qualcosa che si rende particolarmente visibile sui social network dove in molti hanno subito messo il tricolore sul loro profilo Facebook. In questi termini e in queste proporzioni mi sembra un fenomeno del tutto nuovo.

Dopo l’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kasher non si era visto nulla di simile. Lo Stato islamico ha forse commesso un errore nella sua strategia?
Sembra proprio di sì. Questa volta l’orrore allo stato puro si è imposto su qualunque esitazione o timidezza nella reazione. Molti musulmani avevano comunque condannato anche le stragi di gennaio, ma è certo che Charlie Hebdo era un simbolo controverso, divisivo, con cui molti fedeli faticavano a riconoscersi. Ora è diverso, tutti sono stati colpiti, tutti sono ugualmente vittime e il bagno di sangue a cui si è assistito ha prodotto una presa di coscienza collettiva, non ci sono state le manifestazioni di massa di allora, ma nessuno può più pensare che quanto accaduto non lo riguardi. Oggi i musulmani sono in prima linea contro il terrorismo.

Le biografie degli attentatori di Parigi, come già successo in passato, ci dicono che però anche i terroristi rivendicano la propria matrice islamica: che ruolo gioca la religione nel loro percorso?
Malgrado sia in nome della fede che dichiarano di passare all’azione, in realtà è la fascinazione per la violenza che sembra muoverli davvero. Dei militari francesi impiegati in Afghanistan mi spiegavano che secondo loro la vera religione di questi giovani europei che un tempo partivano per partecipare alla jihad a Kabul e oggi fanno lo stesso in Siria, non è l’Islam, ma la violenza. In alcuni casi si tratta di piccoli delinquenti che ad un certo punto vestono i panni dei «combattenti della fede», in altri di giovani incensurati ma in cui è forte e preponderante il desiderio di affermare se stessi attraverso il ricorso a dei metodi violenti. In questo senso, la loro alfabetizzazione religiosa è spesso molto superficiale e dopo un breve passaggio per le moschee o i centri culturali musulmani, si svolge prevalentemente a casa, attraverso la rete, o in piccoli gruppi che si riuniscono privatamente. Molti Imam dicono che la vera radicalizzazione non avviene mentre quei giovani frequentano ancora le moschee, ma quando smettono di andarci e iniziano a cercare messaggi più aggressivi: quello è il momento in cui si deve iniziare a preoccuparsi. E in cui entrano in gioco i reclutatori dei gruppi terroristi. Alla fine di questo percorso si sceglie di andare a combattere in Siria non solo per difendere il sedicente Stato islamico, ma anche per vivere un’avventura, per provare il brivido seducente del combattimento.

La strage di Parigi avviene a dieci anni esatti dalla grande rivolta delle banlieue: la deriva sanguinaria dei giovani jihadisti è anche frutto della sconfitta di quella stagione?
È difficile stabilire un qualche parallelo tra spinte che puntavano alla trasformazione della società e quelle che inseguono invece la sua completa distruzione. Nel 2005 i giovani delle banlieue bruciavano le macchine per farsi sentire, non certo le persone. Piuttosto, accanto all’indagine sulla radicalizzazione in termini religiosi di una fetta dei giovani delle classi popolari europee, bisognerebbe cominciare ad indagare il ruolo che forme di violenza sempre più distruttiva hanno assunto nei loro processi di socializzazione. Da questo punto di vista, non mi convincono le tesi sociologiche che attribuiscono all’islamismo radicale la patente di ideologia, per quanto disperata, degli “ultimi”. Qui è piuttosto con dei percorsi di autodistruzione che abbiamo a che fare.

fonte: http://ilmanifesto.info/lislamologo-geisser-finalmente-musulmani-in-rivolta/

Il Medio Oriente secondo Matteo

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Renzi, pieno sostegno a Israele, per i palestinesi solo un po’ di aiuti

Gerusalemme/Betlemme. Il Presidente del Consiglio italiano in visita in Israele, tra slogan e qualche banalità, offre un sostegno aperto e incondizionato a Netanyahu. Ai palestinesi promette solo assistenza umanitaria e “cooperazione culturale”. Non ha mai usato le parole occupazione e colonie.

Matteo Renzi ieri alla Knesset © Michele Giorgio

di Michele Giorgio – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Mat­teo Renzi si pro­clama l’artefice della ripresa dell’Italia, il capo del governo che ha rilan­ciato il nostro Paese, anche in poli­tica estera. Al contra­rio con il suo primo viag­gio uffi­ciale in Israele, ieri e mar­tedì, con una breve parentesi a Betlemme dove ha incon­trato il lea­der dell’Anp Abu Mazen, il Pre­si­dente del Con­si­glio ha con­fer­mato che dell’Italia lui rappresenta l’inconsistenza nelle que­stioni che con­tano. Il primo mini­stro di un Paese che è parte del G8, punto sul quale insi­ste pro­prio Renzi, non può limi­tarsi a ripe­tere slo­gan e ovvietà quando si con­fronta con una delle crisi cen­trali del nostro tempo, quella israelo-palestinese. Una que­stione che chiama in causa la legge internazio­nale, le Con­ven­zioni di Gine­vra, il ruolo delle Nazioni Unite e della Corte penale inter­na­zio­nale, che condiziona la poli­tica estera di Paesi arabi ed occi­den­tali e che con­ti­nua a gene­rare atti­vi­smo e passioni in tutto il mondo. È in queste occa­sioni che un pro­ta­go­ni­sta della scena inter­na­zio­nale si dimostra tale. Mat­teo Renzi ha confer­mato di non esserlo.

Si sa dove da sem­pre batte il cuore del Pre­si­dente del Con­si­glio. E lo ha con­fer­mato lui stesso ieri a Geru­sa­lemme con il discorso che ha pro­nun­ciato davanti alla Knes­set, pre­sente il pre­mier Netanyahu. Trenta minuti di esal­ta­zione acritica di Israele, di dichia­ra­zioni d’amore eterno con­dite da sto­rie per­so­nali che da un lato hanno susci­tato l’applauso di depu­tati, mini­stri e del folto pubblico pre­sente ma dall’altro devono essere apparse troppo enfa­ti­che agli stessi diri­genti e parlamen­tari israe­liani. «Voi avete il dovere di esi­stere e di resi­stere e di tra­man­dare ai vostri figli, come ai miei tre figli — Fran­ce­sco, Ema­nuele ed Ester — per­ché siete un punto di rife­ri­mento anche se a volte pos­siamo avere dei dis­sensi», ha detto ad un certo punto Mat­teo Renzi. Mar­tedì aveva pro­cla­mato che «Israele è il paese delle nostre radici, delle radici di tutto il mondo e anche il paese del nostro futuro».

Nes­suno vieta a Renzi di espri­mere la sua ammi­ra­zione per Israele e di bana­liz­zare la sto­ria. Ma il Pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano è anche il rap­pre­sen­tante del terzo Paese dell’Ue e non può riassumere “tutto il resto” in quat­tro parole: «La pace sarà pos­si­bile solo con due Stati e due popoli e solo se sarà garan­tita piena sicu­rezza di tutti: il diritto dello Stato pale­sti­nese all’autodeterminazione e quello dello Stato ebraico alla pro­pria sicu­rezza». Non può limi­tarsi a pronun­ciare frasi ad effetto, per com­pia­cere Neta­nyahu e i suoi mini­stri, come «Chi pensa di boicot­tare Israele non si rende conto di boi­cot­tare se stesso, di tra­dire il pro­prio futuro. l’Italia sarà sem­pre in prima linea nel forum euro­peo e inter­na­zio­nale con­tro ogni forma di boi­cot­tag­gio ste­rile e stu­pido». Per­chè dall’altra parte del Muro costruito da Israele in Cisgior­da­nia e che Renzi ha certa­mente visto men­tre si recava a Betlemme – Sil­vio Ber­lu­sconi riu­scì addi­rit­tura a non scorgerlo – ci sono quasi tre milioni di pale­sti­nesi che recla­mano libertà, fine dell’oppressione e dell’occupazione mili­tare israe­liana. E ci sono inol­tre due milioni di pale­sti­nesi di Gaza che vivono in una pri­gione a cielo aperto che pos­sono aprire e chiu­dere solo Israele e l’Egitto di Abdel Fat­tah al Sisi, quello figlio del golpe, delle cen­ti­naia di con­danne a morte, degli atti­vi­sti anti Mubarak sbat­tuti in galera, della libertà di stampa negata, del quale il Pre­si­dente del Con­si­glio si è detto un soste­ni­tore e uno stretto alleato. E non si pos­sono dimenticare i cin­que milioni di profughi pale­sti­nesi sparsi nei campi pro­fu­ghi di Libano, Siria e Gior­da­nia. Renzi, davanti alla Knes­set, non ha mai pro­nun­ciato la parola occu­pa­zione, non ha fatto rife­ri­mento alle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali, ha evi­tato accu­ra­ta­mente di affron­tare la que­stione della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati, ha ricor­dato solo le sof­fe­renze israe­liane per il razzi pale­sti­nesi di un anno fa dimenticando i 2.200 pale­sti­nesi uccisi, tra i quali cen­ti­naia di bam­bini, e le distru­zioni immense subite da Gaza sotto bom­bar­da­mento israe­liano per 50 giorni.

Chi pro­clama di voler fare grande l’Italia non può chiu­dere nello scan­ti­nato i pale­sti­nesi e i loro diritti, come ha fatto il primo mini­stro ita­liano ieri durante il breve pas­sag­gio per il palazzo presiden­ziale a Betlemme. Durante la conferenza stampa con Abu Mazen (non aperta alle domande dei gior­na­li­sti) il pre­si­dente pale­sti­nese ha denun­ciato la colo­niz­za­zione. «La con­ti­nua costru­zione di colo­nie da parte di Israele fa per­dere spe­ranza al popolo pale­sti­nese che attende la sua patria da circa 70 anni», ha detto, aggiun­gendo subito dopo «ma le nostre mani sono tese per la pace verso i nostri vicini israe­liani sulla base delle riso­lu­zioni inter­na­zio­nali». Renzi è rima­sto impas­si­bile. Poi, come se Abu Mazen non avesse mai aperto bocca, ha esor­tato il lea­der pale­sti­nese a «lot­tare con­tro il ter­ro­ri­smo», promettendo l’assistenza dell’Italia all’economia e lo svi­luppo dei ter­ri­tori pale­sti­nesi. Pane non libertà.

Più Europa

segnalato da n.c.60

Dall’Ucraina alla Grecia, dalla Libia agli sbarchi, occorre più Europa

da romanoprodi.it, 14 febbraio 2015

Prodi: «Da Tripoli a Kiev questa Europa è assente su tutto»
Prodi boccia senz’appello la politica Ue sulle grandi crisi «Il ruolo dell’Italia nello scacchiere comunitario? Esistere…»
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Intervista di Marco Ballico a Romano Prodi su Il Mattino del 13 febbraio 2015

Il suo prossimo incarico sarà ai vertici dell’Onu? «No no, direttamente Papa». Qualche colpo di tosse, i postumi di un’influenza, ma Romano Prodi conserva lo spirito. Gli serve soprattutto quando lo si sollecita sull’Italia. «Il ruolo del nostro paese nello scacchiere europeo? Esistere». Diventa serissimo invece, il Professore, quando si parla dell’Ue: «Assente su tutto». Dalla crisi ucraina ai guai della Grecia, dalla Libia al tema più generale dei flussi migratori, l’ex presidente della Commissione, ieri al centro Balducci di Zugliano a un convegno su fedi religiose e politica, sottolinea la debolezza dell’Europa.

L’ambasciata italiana a Tripoli ha rinnovato in queste ore l’invito a lasciare il territorio per l’avanzata jihadista. Che ne pensa?

La situazione è precipitata, ma quel paese da anni non è più governato. Il fatto che sia la concentrazione delle partenze clandestine è la conferma di come risulti diviso non solo nelle regioni tradizionali Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, ma in varie altre tribù, oltre al governo di Tobruk. Questa è la Libia.

Se l’aspettava?

Non poteva esserci diversa conseguenza di una guerra sciagurata voluta sconsideratamente dalla Francia e che l’Italia ha seguito in modo folle e incomprensibile. Non avevo mai visto un paese che paga una guerra fatta contro di lui.

Il problema dell’immigrazione rischia di essere ulteriormente amplificato?

Più amplificato di così… Quando per l’Onu fui inviato delle Nazioni Unite nell’Africa subsahariana il presidente del Niger mi anticipò che la sua popolazione sarebbe raddoppiata in meno di vent’anni. Tutto questo in un paese con un’età mediana di 18 anni. Tutto previsto. E oggi non sono nemmeno possibili accordi che, in passato, hanno quantomeno ordinato il fenomeno.

Che cosa si può fare?

Far sì che ci siano meno morti possibile.

Qualcuno ha proposto la sospensione del trattato di Schengen. Può essere una soluzione?

Schengen riguarda la circolazione interna all’Unione. Quello che serve è una politica dell’immigrazione europeaattiva, a partire dagli accordi con i governi di provenienza, da un aiuto allo sviluppo, da intese sull’entrata primitiva e sulla redistribuzione tra i diversi paesi.

L’Europa manca su questo fronte?

L’Europa manca su tutti i fronti in questo periodo storico. Speriamo almeno che si trovi l’accordo sulla Grecia. È successo altre volte che l’Europa si salvasse dall’abisso all’ultimo minuto.

Va rinegoziato il debito greco?

Certamente, ma bisogna vedere come. Ben sapendo che la Grecia non sarà mai in grado di ripagarlo.

La Ue che tratta con Putin?

Quella non è Europa, quella è la Germania.

E Hollande?

È la Germania che dà un po’ di pluralismo alla situazione, ma fa tutto da sola. A confermare che l’Europa manca. Pure formalmente data l’assenza del suo rappresentante al tavolo. Anche un po’ buffo che noi chiamiamo Europa quella che è Germania più Francia. Interessante poi che non ci fossero gli Stati Uniti al tavolo.

Come lo interpreta?

Un paese europeo si assume direttamente la responsabilità politica sul caso Ucraina. Fatto nuovo perché la Germania non aveva mai voluto in precedenza la responsabilità conseguente alla leadership.

Se c’è stato, si è minimizzato il ruolo di Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue?

Fa parte della crisi europea.

Come distribuisce le responsabilità della vicenda ucraina tra Stati Uniti e Putin?

L’invasione della Crimea è un fatto molto serio e molto grave. Ma c’era un impegno quando cadde l’Unione Sovietica di non portare la Nato verso quei confini. L’atto finale del mio governo, nel 2008 alla riunione di Bucarest, vide l’Italia, assieme a Germania e Francia, votare contro la proposta di Bush di inserire Ucraina e Georgia nella Nato. Negli ultimi tempi l’Europa ha invece solo subito la politica americana, salvo in questi ultimissimi momenti di rinascita di una politica tedesca.

La via delle sanzioni contro Mosca?

Registro che non colpiscono gli Stati Uniti. Siamo andati a traino di una politica che non era né nel nostro interesse né in quello della pace.

L’accordo di Minsk per il cessate il fuoco?

Bene. Ma speriamo venga applicato.

Lei ha agito con successo per l’allargamento della Ue. Come legge la situazione attuale per una ex terra di confine come il Friuli Venezia Giulia?

La mia ultima iniziativa politica forte fu sulla Slovenia. Mi pare che non abbia dato frutti cattivi. Questa è la Ue che volevo, una Ue che non avesse il filo spinato alla stazione di Gorizia. Il fatto che oggi sia attraversata da flussi migratori non è un problema regionale, nemmeno italiano. È un problema mondiale. La parte che ha fame, vuole emigrare e ha le informazioni per farlo è enorme. Non la potremo mai assorbire tutta, ma una politica unitaria riuscirebbe almeno a gestirla. Dopo di che ci sono i casi di guerra e il problema si complica ancora di più.

Come si combatte il terrorismo?

Tutte le grandi potenze ne sono terrorizzate. È un’opportunità per convincerle a uno sforzo comune, iniziando da un’azione sui paesi satelliti amici. Non è facile, tanto più che ci sono almeno altri due posti al mondo pronti per diventare Isis. Una è la zona subsahariana, per effetto della tragedia libica. Si parla di milioni di Kalashnikov portati via dall’arsenale di Gheddafi. L’altra è il Sinai, luogo solo un po’ meno rischioso al momento.

Charlie

segnalato da barbarasiberiana

Samuel Bregolin – qcodemag.it, 11/01/2015

Cosa succede oggi a Parigi? È difficile dirlo con esattezza. Doveva essere una manifestazione quella di oggi, una manifestazione repubblicana contro il terrorismo, è diventata praticamente un’occupazione cittadina.

Non c’è spazio, non c’è abbastanza spazio per far entrare tutti, il luogo di ritrovo previsto era Place de la République, ma la maggior parte dei manifestanti non è neppure riuscita a raggiungerla e chi è arrivato tra i primi probabilmente non riuscirà a tornare a casa prima di questa notte.

Non c’è spazio, dalla Gare du Nord fino a Nation passano chilometri di boulevard, quei boulevard parigini larghi, ampi, a più corsie per le macchine: oggi non c’è spazio neppure per uno spillo. Alle 14h, un’ora prima dell’appuntamento, Place de la République è già irraggiungibile. Alle 15h già non ci si muove più. Se doveva essere una risposta della Francia repubblicana contro il terrorismo e contro le strumentalizzazione dell’estrema destra è stata una risposta chiara e precisa, e soprattutto numerosa.

Sventolano bandiere di tutti i colori, oggi per strada ci sono migliaia di Charlie. Là davanti, davanti a tutti c’è il presidente Hollande, assieme ad Angela Merkel, Cameron, Netanyahu accanto al primo ministro palestinese. Una scena storica. Con loro c’è anche il nostro Matteo Renzi. Dietro di loro alla rinfusa altri capi di stato e i ministri del governo francese.

La politica sta davanti, troppo avanti, quasi un’altra manifestazione piuttosto che un apripista. Qui nei boulevard non c’è più spazio. Tutti cominciano a estrarre gli I-phone, collegamento diretto con BFMTV, sono le telecamere che raccontano e spiegano quello che succede. “Ma quanti siamo!”, “Sono partiti”, la notizia fa il giro delle strade, sembra che la prima fila di ministri abbia cominciato a muoversi. Qui invece continuiamo a essere immobili. I ragazzi si arrampicano sulle fermate degli autobus, sulle impalcature di un palazzo in ristrutturazione. Gli applausi e i canti arrivano a ondate, come la ola allo stadio, li senti arrivare da Place de la Republique e rapidi avvicinarsi fino a quando ti ritrovi ad applaudire, pochi secondi dopo stanno già applaudendo alla Gare du Nord.

Le immagini nel frattempo fanno già il giro del mondo e in tempo reale passano dalle telecamere della televisione francese ai satelliti per ritornare ai tablet e agli I-phone che ora molti armeggiano per capire cosa sta succedendo. L’AFP dice che ci sono più di un milione di persone, ma a giudicare da Avenue Magenta ce ne devono essere almeno tre volte tanto. La copertura mediatica è al massimo, sembra di essere alla finale dei mondiali di calcio, nel frattempo il primo piano di François Hollande e Angela Merkel che marciano compatti fa il giro della rete.

Quello che sta succedendo a Parigi probabilmente lo sa solo chi sta seguendo BFMTV o l’AFP in diretta, qui dalla strada la sola certezza è che c’è veramente un sacco di gente. Il popolo francese ha saputo dimostrare ancora una volta che quando è necessario, che quando serve sa scendere in piazza e manifestare. Non urlano i francesi, non ce n’è bisogno, i numeri e la presenza popolare di massa bastano alla grande per far passare chiaro un messaggio fondamentale: la Francia crede nella Repubblica, condanna il terrorismo e il razzismo. Dimostrando che si vuole scendere in piazza serve ancora a qualcosa. E che quando serve: si fa! Punto e basta.

Dopo gli applausi, quando ormai è chiaro a tutti che Place de la République oggi non riusciremo a vederla qualcuno comincia a cantare la Marsigliese, l’inno della repubblica. Chissà cosa ne avrebbero pensato i disegnatori di Charlie Hebdo morti nell’attentato di mercoledì che nella Repubblica credevano a con la quale spesso litigavano. Ma ormai la faccenda è andata ben oltre i confini dei 17 morti, è diventata faccenda di stato. Questione pubblica.

Al di là delle telecamere, di internet, della stampa e dell’incredibile copertura mediatica di questi giorni i francesi hanno aperto un immenso dibattito pubblico, che da tre giorni a questa parte può essere ascoltato ovunque: dal macellaio, alla fermata dell’autobus, in covoiturage, dal fruttivendolo o al bar. Ovunque in Francia non si parla d’altro: “Adesso cosa succederà?” passato l’effetto choc della prima ora, sorpassato il trauma di aver scoperto che i conflitti possono arrivare fino a Parigi, cuore dell’Europa. Riscoperta finalmente l’importanza della libertà di stampa, almeno per qualche giorno e nonostante Charlie Hebdo lo leggessero tutto sommato in pochi. Adesso la domanda sulla quale i francesi si interrogano è una sola: quale sarà il prossimo evolversi della situazione? Ci saranno altri attentati?, gli elettori si riverseranno alle prossime elezioni a votare l’estrema destra di Marine Le Pen? Entreremo in una nuova guerra? Le risposte non arriveranno certo oggi, e neanche nei prossimi giorni. Perché l’eredità coloniale la Francia se la porta dietro fin dalla guerra in Algeria. Perché i conflitti etnici latenti e la balcanizzazione dell’Esagono crescono da tempo, è arrivato il momento di fare delle scelte, dietro alla Francia tutto l’Occidente aspetta con ansia. Perché François Hollande, che da quando è all’Eliseo non ha avuto molta fortuna, oggi ha imbroccato la frase giusta: “Parigi oggi è la capitale del mondo”.

Una cosa è sicura, siamo passati a un nuovo livello di questo conflitto latente tra l’Occidente e il Medio Oriente, da mercoledì qualcosa è cambiato. Gli americani dopo l’11 settembre entrarono in guerra, la Francia non è gli Stati Uniti, ma qualcosa dovrà pur fare. L’hanno imposto oggi milioni di cittadini, riempiendo i boulevard e schiacciandosi uno contro l’altro per tutto il giorno, mettono pressione a Hollande e al suo governo. Dimostrando ancora una volta che il popolo francese è sovrano, antifascista e repubblicano. E che quando serve: si fa!

Questo articolo è dedicato alle 2000 persone uccise a Boko Haram in Nigeria giovedì scorso, che oscurati dall’attentato di Parigi hanno avuto una copertura mediatica quasi nulla. Questo articolo è dedicato anche agli appassionati e sinceri lettori di Charlie Hebdo, che l’hanno acquistato per anni e che continueranno a credere nella stampa indipendente, anche quando i riflettori della République saranno puntati altrove.

Non in mio nome

segnalato da barbarasiberiana

Igiaba Scego – Internazionale.it, 07/01/2015

Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto.

“Not in my name”, dice un famoso slogan, e oggi questo slogan lo sento mio come non mai. Sono stufa di essere associata a gente che uccide, massacra, stupra, decapita e piscia sui valori democratici in cui credo e lo fa per di più usando il nome della mia religione. Basta! Non dobbiamo più permettere (lo dico a me stessa, ai musulmani e a tutti) che usino il nome dell’islam per i loro loschi e schifosi traffici.

Vorrei che ogni imam in ogni moschea d’Europa lo dicesse forte e chiaro. Sono stufa di veder così sporcato il nome di una religione. Non è giusto. Come non è giusto veder vilipesi quei valori di convivenza e pace su cui è fondata l’Unione europea di cui sono cittadina. Sono stufa di chi non rispetta il diritto di ridere del prossimo. Stufa di vedere ogni giorno, da Parigi a Peshawar, scorrere sangue innocente. E ho già il voltastomaco per i vari xenofobi che aspettano al varco. So già che ci sarà qualcuno che userà questo attentato contro migranti e figli di migranti per qualche voto in più. C’è sempre qualche avvoltoio che si bea delle tragedie.

È così a ogni attentato.

A ogni disgrazia cresce il mio senso di ansia e di frustrazione. A ogni attentato vorrei urlare e far capire alla gente che l’islam non è roba di quei tizi con le barbe lunghe e con quei vestiti ridicoli. L’islam non è roba loro, l’islam è nostro, di noi che crediamo nella pace. Quelli sono solo caricature, vorrei dire. Si vestono così apposta per farvi paura. È tutto un piano, svegliamoci.

Per questo dico che mi hanno dichiarato guerra. Anzi, ci hanno dichiarato guerra.

Questo attentato non è solo un attacco alla libertà di espressione, ma è un attacco ai valori democratici che ci tengono insieme. L’Europa è formata da cittadini ebrei, cristiani, musulmani, buddisti, atei e così via. Siamo in tanti e conviviamo. Certo il continente zoppica, la crisi è dura, ma siamo insieme ed è questo che conta. I killer professionisti e ben addestrati che hanno colpito Charlie Hebdo vogliono il caos. Vogliono un’Europa piena di paura, dove il cittadino sia nemico del suo prossimo. E in questo vanno a braccetto con l’estrema destra xenofoba. Tra nazisti si capiscono. Di fatto vogliono isolare i musulmani dal resto degli europei. Vogliono vederci soli e vulnerabili. Vogliono distruggere la convivenza che stiamo faticosamente costruendo insieme.

Trovo bellissimo che alla moschea di Roma alla fine del Ramadan, per l’Eid, ci siano a festeggiare con noi tanti cristiani ed ebrei. Ed è bello per me augurare agli amici cristiani buon Natale e agli amici ebrei happy Hanukkah. È bello farsi due risate con gli amici atei e ridere di tutto. Si può ridere di tutto, si deve. Ecco perché questo attentato di oggi è così pauroso. Fa male sapere che degli esseri umani siano stati uccisi da una mano vigliacca perché volevano solo far ridere, ma fa male anche capire il disegno che c’è dietro, ovvero una volontà di distruzione totale.

Una distruzione che sapeva chi e cosa colpire.

Niente è stato casuale. Sono stati spesi molti soldi da chi ha organizzato il massacro. Sono stati scelti uomini addestrati. È stato scelto un target, la redazione di un giornale satirico, che era sì un target simbolico, ma anche facile da attaccare. Tutto è stato studiato nei minimi dettagli. D’altronde una dichiarazione di guerra lo è sempre. Chi ha compiuto questo attentato sa cosa produrrà. Sa il delirio che si sta preparando. Allora se siamo in guerra si deve cominciare a pensare come combatterla. In questi anni la teoria della guerra preventiva, dell’odio preventivo, delle disastrose campagne di Iraq e Afghanistan hanno creato solo più fondamentalismo.

Forse se si vuole vincere questa guerra contro il terrorismo l’Europa si dovrà affidare a quello che ha di più forte, ovvero i suoi valori. Chi ha ucciso sa che si scatenerà l’odio. Ora dovremmo non cascare in questa trappola. Ribadire quello che siamo: democratici. Ha ragione la scrittrice Helena Janeczek quando dice che liberté, égalité, fraternité è ancora il motto migliore per vincere la battaglia. E i musulmani europei ribadendo il “Not in my name” potranno essere l’asso nella manica della partita. L’Europa potrà fermare la barbarie solo se i suoi cittadini saranno uniti in quest’ora difficile.