trivellazioni

Lunga vita al giacimento

segnalato da Barbara G.

Le piattaforme esistenti entro le 12 miglia dalla costa sono 88

Trivelle, la genesi dell’emendamento che ha allungato la vita ai giacimenti

A metà dicembre 2015 il Governo presenta una modifica alla legge di Stabilità messa a punto dal dicastero dello Sviluppo economico guidato allora da Federica Guidi. Si tratta della “clausola di salvaguardia” per i titoli già “rilasciati” che sposta alla “durata di vita utile” il termine delle concessioni e sulla quale voteranno gli italiani. La proposta dell’esecutivo, però, era accompagnata da una relazione tecnica che negava “effetti finanziari”

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 05/05/2016

Un punto chiave del dibattito pubblico sul referendum del 17 aprile in merito alla durata delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa è rimasto ancora senza risposta. Si tratta cioè della “genesi” di quella “clausola di salvaguardia” ai “titoli abilitativi già rilasciati” -tradotto, alle piattaforme già in funzione- per tutta la “durata di vita utile del giacimento”, dovuta a una modifica della legge di Stabilità 2016 messa a punto dal Governo e proposta durante una lunga domenica di dicembre all’attenzione della commissione Bilancio della Camera dei deputati. Il concetto di “vita utile” venne bollato come un “autentico inganno” dal comitato No Triv, un falso accoglimento dello spirito referendario, tanto che sia la Cassazione sia la Corte Costituzionale confermarono la chiamata alle urne.
Tutto il resto è noto, eccetto il percorso di quell’emendamento al testo della Stabilità -che era già stato approvato dal Senato- che viene illustrato ai commissari nella seduta fiume (terminerà alle 23.25) di domenica 13 dicembre 2015 dal viceministro dell’Economia Enrico Morando (il numero era 16.293, che aggiungeva il comma 129-bis). L’esecutivo ci tiene particolarmente, tanto che, il giorno seguente, è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianclaudio Bressa a “raccomandarne” l’approvazione (così riportano i resoconti sommari), ottenendo il via libera dalla commissione.
Se Morando lo presenta e Bressa ne caldeggia l’approvazione, nessuno dei due ne è l’autore. Il primo, interpellato da Ae, si limita a sintetizzare la prassi: “Le proposte di partenza provengono volta per volta dai ministeri competenti e dagli organi di coordinamento quali ad esempio la presidenza del Consiglio. In questo caso -ha affermato il viceministro all’Economia- immagino si trattasse del ministero dello Sviluppo economico (Mise, ndr), anche se non è detto che sia così nel caso specifico, diciamo che è vero in generale”.
L’emendamento destinato a diventare il cuore del quesito del 17 aprile, dunque, proveniva dal Mise all’epoca guidato da Federica Guidi. Non solo. La procedura prevede infatti che ai commissari chiamati ad approvare o meno le proposte emendative venga sottoposta una relazione “illustrativa” e una “tecnica” in grado di tradurre il linguaggio normativo o ragionieristico in modo comprensibile. L’illustrativa sintetizza il contenuto, la tecnica dà conto di eventuali “effetti finanziari”. Sono documenti fondamentali, una sorta di carta di identità di un emendamento apparentemente tecnico. Sul punto Morando aggiunge un dettaglio importante: “Solitamente la relazione tecnica viene predisposta ed elaborata dal ministero competente (quindi dal Mise, ndr) e poi inviata alla Ragioneria generale dello Stato la quale poi può decidere, se quella relazione è convincente, di apporre il proprio bollino, o al contrario, se è negativa, di ordinare il reperimento di una copertura diversa”.
Eppure, nonostante sia più volte citata negli allegati alla Stabilità, la “relazione tecnica” dell’emendamento che ha introdotto il concetto di “vita utile del giacimento” non è mai stata pubblicata (“È la prassi”, hanno spiegato dalla segreteria della commissione Bilancio della Camera). I presentatori, cioè il Mise, spendono 21 parole: “Le disposizioni di cui ai commi 129 bis e 129 ter disponendo modifiche prevalentemente di carattere procedurale non determinano effetti finanziari”. Il Ragioniere generale, Daniele Franco, approva ed esprime parere favorevole.
C’è un però, al di là dell’uso disinvolto degli avverbi –“‘Prevalentemente’ che cosa significa? Ha effetti o non ha effetti”, ragiona a voce alta un ragioniere di un ente locale cui abbiamo sottoposto il documento-. E il “però” guarda a quanto gas e petrolio decideranno di estrarre le compagnie in campo d’ora in avanti, dopo la garanzia di quella “clausola di salvaguardia” resa ormai orfana di una data certa di scadenza.
Come ha già spiegato Greenpeace, infatti, delle 88 piattaforme operanti in Italia entro le 12 miglia dalla costa, ben “26 […] da anni ‘erogano’ così poco da rimanere costantemente sotto la franchigia; ovvero, sotto la soglia di produzione (50mila tonnellate per quanto riguarda il petrolio, 80 milioni di standard metri cubi per il gas) che esenta i petrolieri dal pagamento delle royalties”.
Il combinato disposto del crollo prezzo del petrolio -coerentemente a quello del gas- e della cancellazione di una fine certa della concessione, potrebbe eventualmente spingere una compagnia a “diluire” l’estrazione nel tempo, restando sempre al di sotto della soglia che fa scattare il pagamento delle royalties.
Per non parlare del rinvio a data da definirsi dello smantellamento e del ripristino ambientale dei siti produttivi.
Lo scenario di un’estrazione volutamente “sotto soglia” e del rinvio del ripristino ambientale è stato sottoposto al ministero dello Sviluppo economico, lo stesso che a dicembre 2015 aveva invece negato ogni effetto finanziario dell’emendamento alla Stabilità nell’apposita relazione tecnica.
Il nuovo regime di concessione sarà comunque vincolato da termini e controlli, in particolare in relazione al buon governo del giacimento -ha risposto il Mise ad Altreconomia-. Le norme vigenti impegnano il concessionario a presentare all’autorità di vigilanza (l’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse presso la Direzione generale per la sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche) ogni anno il piano di produzione che viene valutato anche sotto l’aspetto dei corretti livelli produttivi, che devono essere tali da consentire il recupero di tutte le riserve nei tempi previsti, senza accelerazioni suscettibili di produrre danno irreversibili al giacimento per accelerare il profitto, senza rallentamenti per godere surrettiziamente di regimi di esenzione.
Lo smantellamento e ripristino dei siti interessati dalle attività produttive rimane fissato alla fine della vita utile del giacimento”.
Il Mise assicura vigilanza (il decreto direttoriale di riferimento è del 15 luglio 2015), ma ogni verifica è di fatto collegata a doppio filo al concetto di “durata di vita utile del giacimento”. Chi lo stabilirà? Chi cioè disegnerà i confini del “buon governo del giacimento”, come l’ha definito il ministero?
“Sarà il concedente (lo Stato, ndr) a stabilire quali sono i tempi di vita utile del giacimento sulla base dell’indicazione del concessionario (le aziende, ndr) -ha spiegato ad Ae una fonte del ministero-. Questo regime normativo è abbastanza nuovo ma è evidente che il gestore dell’impianto deve fare l’analisi della vita residua del giacimento in base alle condizioni tecniche ed economiche di oggi. Oggi può dire che alle condizioni attuali quel giacimento durerà fino al 2040. Fra tre anni potrà dire che dura fino al 2030 o al 2050, perché nel frattempo alcuni livelli produttivi si sono rilevati migliori e si possono mettere in produzione oppure il prezzo dell’olio è calato del 30%. Tutti questi fattori consentono di dire che la vita utile del giacimento è un elemento variabile nel tempo. L’amministrazione pubblica fotografa l’ipotesi di vita utile e poi ne fa monitoraggio nel corso del tempo”.
Dal giorno dopo il referendum è successo qualcosa? “Premesso che si sta ancora approfondendo la ‘nuova’ normativa, posso dire che sì, in parte qualcosa è avvenuto -prosegue il dirigente del ministero-: abbiamo cioè ricevuto degli studi tecnici ed economici che hanno permesso ad alcuni concessionari di formulare una certa ipotesi di vita utile. I nostri uffici tecnici sul territorio, in contraddittorio con le aziende, forniranno una loro valutazione sulla vita utile al centro, al ministero, e, con l’ausilio della Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie, valuteranno le considerazioni e stimeranno la vita utile. Quella del concessionario, quindi, sarà solo una proposta”.
Dunque gli “effetti finanziari” potrebbero esserci -seppure il funzionario del ministero definisca “più che altro teorica” l’ipotesi di future estrazioni sotto soglia-, contrariamente a quanto scritto con 21 parole in quella “relazione tecnica” già dimenticata.

Il Texas italiano

Segnalato da Barbara G.

VIAGGIO NELLA PIU’ GRANDE RISERVA DI PETROLIO D’ITALIA

Di Angelo Mastrandrea – internazionale.it, 15/08/2015

Il Texas italiano, visto dai 1.725 metri del Sacro Monte di Viggiano, è di una bellezza che mette i brividi: boschi e monti e colli fin giù nella valle dove spicca, nota stonata tra tanto verde, il grigio metallico del Centro oli più grande d’Italia. Ovunque tu vada, in val d’Agri, non riesci a liberartene: la fiamma perennemente accesa a segnalarne la presenza, un rumore di sottofondo incessante come di lavori sempre in corso e le esalazioni di gas e zolfo. “Guarda, lo hanno costruito sulla traiettoria della Madonna”, esclama Salvatore Laurenzana, un fotografo locale che, con Mimmo Nardozza e Marcella di Palo, ha girato un breve documentario, Mal d’Agri, sugli effetti delle trivellazioni petrolifere in questo angolo di Basilicata.

Per mostrarmelo lui e Nardozza mi hanno portato fin quassù, ai piedi del santuario più famoso della regione e ora, all’ombra di un faggio, ammiriamo un paesaggio da cartolina al centro del quale spicca questo monumento alla modernità, in linea d’aria perfettamente simmetrico al santuario della “patrona e regina della Lucania”, come fu incoronata da papa Leone XIII, nel 1890, la madonna dal volto del colore del bitume che qui in val d’Agri erutta naturalmente, al pari dell’acqua sorgiva.

Ne rimasero colpiti pure alla grande esposizione universale di Parigi del 1878, quando di fronte all’ampolla d’oro nero arrivata dalla Lucania in molti rimasero stupiti quasi come davanti alla nuovissima tour Eiffel.

Ma dovette passare ancora del tempo perché da quella “piccola sorgente di acqua mista a petrolio”, dove quest’ultimo “viene emesso in piccola quantità, ma in modo continuo sotto forma di viscide filacciche che vengono trascinate dalla corrente impeciando le sponde del ruscello e sprigionando un acuto odore caratteristico” e talvolta “anche delle bollicine gassose”, come si legge in un Bollettino della società geologica italiana datato 1902, si arrivasse all’estrazione vera e propria.

Una colonizzazione vera e propria

Tutto cominciò nella seconda metà degli anni trenta quando la neonata Agip cominciò a bucherellare il territorio senza che la “miseria contadina” descritta dall’economista agrario e grande meridionalista Manlio Rossi Doria, negli anni venti studente-ospite di un’azienda agricola e in seguito confinato dal fascismo proprio in val d’Agri, ne traesse alcun beneficio.

Oggi la storia si ripete. La Basilicata è la più grande riserva petrolifera d’Italia: qui si estraggono il 70,6 per cento del petrolio e il 14 per cento del gas italiani.

Dalla terrazza naturale del Sacro Monte, Mimmo Nardozza indica i pozzi vecchi e nuovi, a volte mimetizzati tra i boschi. L’umanità è rarefatta, da queste parti: per strada si incontrano solo mezzi della statunitense Halliburton, tecnici della Total francese o auto dei vigilantes locali, uno dei piccoli business fioriti attorno alle estrazioni.

Michele, un giovane del posto, fa eccezione: gli piace godersi la solitudine della montagna ed è salito quassù con la sua moto per cercare un po’ di refrigerio dalla canicola asfissiante del primo pomeriggio, lavora come elettricista per una ditta che ha la sede nella zona industriale, vicino al Centro oli e per questo spesso è chiamato a eseguire lavoretti di manutenzione nei pozzi.

Racconta degli screzi tra gli operai che l’Eni ha fatto arrivare dalla Sicilia e quelli lucani per uno sciopero al quale i primi non hanno aderito e non è contento del modo in cui sono trattati il territorio e la popolazione. “È una colonizzazione vera e propria”, afferma senza timori.

Viggiano

A Viggiano, poco più di tremila abitanti che affacciano sul Centro oli e su venti dei 27 pozzi attivi in Val d’Agri, in molti hanno avuto o hanno a che fare con il petrolio: c’è chi ha preso soldi per un pezzo di terra espropriato, chi fa lavoretti occasionali e chi ha un familiare impiegato, e tanto basta a far sì che dell’argomento in molti parlino poco volentieri.

Ma la consapevolezza dei danni procurati all’ambiente è tanta, almeno a giudicare dalla conversazione con il mio occasionale interlocutore d’alta montagna, venuto a cercare refrigerio in questo bosco incantevole dove ci si potrebbe pure abbeverare a una sorgente con annessa fontanella, se non fosse per una scritta, “acqua non controllata”. È stata messa lì dal comune che, nell’impossibilità di monitorare costantemente le sorgenti, avverte gli assetati viandanti: se vi azzardate a bere, lo fate a vostro rischio e pericolo.

Il problema è reale: l’Acqua dell’abete, tra i boschi della vicina Calvello a 1.200 metri d’altitudine, è risultata inquinata, e anche questa potrebbe non essere limpida come appare. “Ma i fedeli la bevono ugualmente perché pensano che è l’acqua della Madonna e non può far male”, spiega Michele.

Viggiano è oggi la capitale del petrolio italiano. Nel suo comune ricadono venti dei 27 pozzi della val d’Agri, nonché il Centro oli dove il gas viene separato dalla parte liquida (come pure lo zolfo), compresso e immesso nella rete distributiva della Snam. Il greggio, stabilizzato e stoccato, è invece spedito a Taranto, attraverso un oleodotto lungo 136 chilometri, da dove prende soprattutto la via della Turchia.

Il paese è attraversato da una rete sotterranea di tubi che affluiscono dai pozzi verso il Centro oli: ogni giorno nelle viscere del paesino lucano viaggiano 3,4 milioni di metri cubi di gas e l’equivalente di 81.868 barili di petrolio (ogni barile contiene 159 litri). Sono queste cifre a fare di questa valle “il più grande giacimento onshore dell’Europa occidentale”, come la definisce l’Eni.

Per paradosso, Viggiano è il comune petrolifero più ricco d’Europa in una delle regioni più povere d’Italia. Accade per le royalty che puntualmente, dalla fine degli anni novanta, l’Ente nazionale idrocarburi versa nelle casse del comune: fino al 2010 si trattava del 7 per cento del totale del petrolio estratto, poi è stato aumentato al 10 per cento.

L’Eni dichiara di aver pagato 1,16 miliardi di euro dal 1998 al 2013 (ultimo dato disponibile) e a Viggiano arrivano più di 11 milioni all’anno, così tanti che l’amministrazione ha perfino difficoltà a spenderli. “Ci finanziano sagre e feste estive, hanno messo fioriere dappertutto”, dice Nardozza, ma tutto ciò non basta a impedire che i giovani emigrino alla ricerca di fortuna altrove e in paese rimangano solo gli anziani, come in molte aree interne del Mezzogiorno.

Nemmeno la presenza di tecnici e operai del Centro oli e delle aziende dell’indotto pare aver modificato più di tanto lo stile di vita del paese. Alle due di pomeriggio, lungo il corso principale c’è una sorta di coprifuoco e all’unico bar aperto regna l’accidia mediterranea delle ore di fuoco.

A essere cambiato davvero, mi spiega Enzo Alliegro, è il rapporto della popolazione con il territorio. Alliegro è un antropologo, insegna all’Università Federico II di Napoli e ha dedicato alla questione del petrolio in Basilicata un libro, Il totem nero, nel quale prova ad andare oltre la consueta critica ambientalista e ad analizzare le mutazioni antropologiche dettate dal cambiamento del rapporto tra la gente del luogo e la natura.

“La petrolizzazione ha danneggiato il territorio non solo sul piano ambientale e paesaggistico, ma pure su quello sanitario, identitario e della coesione”, sostiene. Vale a dire? “Fino a ieri, per i lucani la terra era un elemento di identificazione culturale e sociale. Nessuno dubitava dell’acqua e della salubrità dei prodotti locali. Ora invece pensano che le risorse naturali possano essere compromesse e questo cambia profondamente la loro identità. Nel loro immaginario la natura da fonte di vita si è trasformata in rischio di morte”.

Sentirsi derubati

Un tempo gli eventi avversi erano eccezionali: un alluvione o un terremoto (qui la cultura popolare ancora porta la memoria di quello devastante del 1857, immortalato dal fotografo francese Alphonse Bernaud nel primo reportage fotografico di un sisma della storia del giornalismo). Oggi invece secondo Alliegro, grazie agli sconvolgimenti portati dalle trivelle, la natura è diventata perennemente matrigna.

Ma sono pure altri i sentimenti che agitano gli abitanti di queste terre: “La popolazione si sente derubata di una cosa che è sua e che dovrebbe rimanere a loro. Pensano, secondo me sbagliando, che il petrolio è lucano e ne debbano beneficiare gli abitanti del posto. In buona sostanza, ragionano in questo modo: ci avete derubato, messo a rischio e ora ci trattate come persone del terzo mondo. È uno schema interpretativo al quale aderisce pure chi è a favore delle perforazioni”.

Per addolcire la pillola ai suoi cittadini la regione Basilicata, dismessa ogni velleità autarchica (qualche anno fa aveva minacciato di aderire autonomamente all’Opec, l’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio), utilizza i proventi dell’oro nero per finanziare lo stato sociale: tra i 20 e i 30 milioni al sistema sanitario, due milioni in borse di studio universitarie, 20 milioni in programmi di forestazione e per le vie blu marittime, 3,5 milioni in investimenti nella Società energetica lucana.

E ancora, dieci milioni all’anno vanno all’Università della Basilicata, altri soldi sono destinati alla riduzione della bolletta energetica e del costo della benzina, nonché a un fondo di garanzia per le imprese.

In definitiva, il petrolio copre così tante spese culturali e sociali per i nemmeno 600mila abitanti di una regione poco popolosa e priva di grandi città che la Cgil è arrivata a denunciare il rischio di una “dipendenza eccessiva dai diritti provenienti dalle attività estrattive”. Cosa accadrà, lascia intendere il sindacato, se le royalty dovessero diminuire, come già potrebbe accadere quest’anno a causa del crollo dei prezzi del petrolio, o addirittura il giorno in cui tutto dovesse finire?

Cravatte al sole

L’enorme giro d’affari attorno al business delle trivelle spiega perché, al di là dell’opposizione di facciata, nel mondo della politica locale al petrolio intendano rinunciare in pochi. Nel palazzo della regione a Potenza un tabellone segnala l’estrazione giornaliera come in un emirato arabo e attorno all’oro nero si gioca la stabilità di un sistema politico che non ha avuto grandi scossoni dai tempi della prima repubblica.

Ma l’opinione pubblica non è più la stessa che accettò senza battere ciglio le prime perforazioni negli anni novanta e i politici sono costretti a seguirne gli umori per non perdere consensi. Le inchieste giudiziarie hanno fermato le nuove prospezioni petrolifere e la giunta regionale ha deciso di non concedere più nuovi permessi, ma la corte costituzionale le ha dato torto e ora su tutta la regione incombono 18 nuove istanze, firmate Shell e e Total, su una superficie di 3.896 chilometri quadrati e 95 comuni interessati.

Lo sblocca Italia del governo Renzi, che qui considerano l’ultimo atto di una colonizzazione cominciata con gli accordi del 1998 e proseguita con un successivo Memorandum, ha completato l’opera, scavalcando per legge gli enti locali e autorizzando trivellazioni un po’ ovunque, perfino di fronte alla costa di Policoro, sul mar Ionio, dove una decina di anni fa ci fu una vera e propria sommossa popolare contro la proposta dell’allora governo Berlusconi di costruirvi il sito unico per le scorie nucleari.

Nelle scorse settimane il governatore Marcello Pittella, fratello di Gianni – capogruppo dei socialisti al parlamento europeo – e figlio dell’ex senatore socialista Domenico – che nel 1981 curò clandestinamente nella sua clinica di Lauria (sul versante tirrenico) la brigatista Natalia Ligas ferita in uno scontro a fuoco– si è presentato a una manifestazione contro le previste perforazioni in mare, ma è stato contestato dai comitati No Triv: “Basta con le sfilate di cravatte al sole”, gli hanno urlato.

Al presidente della regione viene imputata la debole opposizione allo sblocca Italia e la mancata impugnazione di un articolo, il 38, che secondo l’Organizzazione ambientalista lucana (Ola) regalerebbe alle compagnie petrolifere il 78 per cento del territorio regionale. Ma non finisce qui. Secondo Nardozza “la Basilicata è destinata a diventare l’hub energetico più importante d’Italia”.

La nuova frontiera si chiama Tap (Trans-adriatic pipeline) ed è il gasdotto che dalla frontiera greco-turca porterà il gas del mar Caspio in Europa. Da Taranto la condotta passerà per la val d’Agri, facendo il percorso inverso a quello che fa oggi il gas estratto da queste parti, e “il Centro oli è destinato a trasformarsi in un gigantesco deposito”.

Per capirne un po’ di più degli orientamenti politici me ne vado a un convegno sulla sanità promosso dal Pd a Villa d’Agri, il capoluogo commerciale della valle, a pochissimi chilometri dal Centro oli.

Prendono la parola esponenti della regione, sindaci e politici delle zone del petrolio. Si parla di ospedali ma il tema dominante è l’onnipresente petrolio. C’è allarme sulle patologie causate dall’inquinamento ambientale e nello stesso tempo bisogna far fronte ai tagli previsti dalla spending review del governo, e il leit motiv del convegno è la capacità o meno di spendere alcuni fondi europei.

In buona sostanza, nessuno pensa a uno stop al petrolio ma solo a come compensarne gli effetti più deteriori. Così vanno le cose nella “Basilicata Saudita”, come l’ha efficacemente definita il segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti, autore di numerose denunce sui disastri ambientali provocati dalle perforazioni.

Viggiano è la città della Madonna nera, del petrolio che ha lo stesso colore della Vergine e di musicisti nomadi. A rammentarlo è un’insegna che accoglie i visitatori all’ingresso del paese, appollaiato su una collina sovrastata dal Sacro Monte e a sua volta affacciato sul Centro oli. Molto prima che si cominciasse a estrarre l’oro nero, gli emigranti partivano in squadre da quattro, portandosi dietro i ferri del mestiere: un violino, un flauto, un clarinetto e l’“arpicedda”, una particolare arpa con 34 corde, abbastanza maneggevole per essere trasportata da compagnie itineranti.

Leonardo Fiore è uno degli ultimi eredi di questa antica tradizione. Non sa suonare ma ha recuperato un’attività artigianale che toccò il suo apice quando un emigrante viggianese, Nicola Reale, regalò uno strumento di sua fabbricazione (in realtà si trattava di un violino e non di un’arpa) al presidente americano Richard Nixon.

Mi invita nel laboratorio in un vicoletto del centro storico per mostrarmi il suo capolavoro: un’arpa in legno di frassino, abete rosso della val di Fiemme e corde di budello, appena ultimata dopo quattro anni di lavoro. È in vendita al prezzo di tremila euro.

Luoghi mitici

Per almeno un secolo e mezzo la musica ha dato da vivere a buona parte del paese, come si legge nel primo numero del periodico L’arpa viggianese, datato 1873: “Viggiano proprio per l’arpa si ha mutato in casa ogni tugurio”. A questo giornale è legato un aneddoto singolare: quando nel 1878 uscì il romanzo Sans famille di Hector Malot, in paese identificarono il personaggio di Vitali, che avvia a una vita da arpista girovago il trovatello Remi, con un musicista del luogo, e si offesero terribilmente perché Vitali era ritratto come uno sfruttatore del lavoro infantile, cosa che invece è stata edulcorata nel successivo cartone animato giapponese degli anni ottanta (il “dolce Remi, piccolo come sei, per il mondo tu vai” della sigla italiana firmata Vince Tempera che vedranno milioni di bambini).

I redattori dell’Arpa viggianese (alcuni docenti ed esponenti del notabilato locale) si diedero così l’obiettivo di “restituire la rettitudine morale e politica dei musicanti”, considerati alla stregua dei gitani di oggi e dunque vittime di razzismo. L’epopea degli arpisti zingari incise in profondità la cultura viggianese, al punto da ispirare alcuni detti: “Misurare l’Europa da un capo all’altro è affare da nulla per il viggianese” oppure “ogni luogo è teatro pel viggianese”.

Il poeta Pietro Paolo Parzanese declamò in versi, nel 1846: “Ho l’arpa al collo, son viggianese, tutta la terra è il mio paese”. In una corrispondenza del 1884 Giovanni Pascoli scrisse a Giosué Carducci che “gli arpeggiamenti per tutto il paese” facevano del comune della val d’Agri l’Antissa della Lucania, paragonando il paesino in cui era stato inviato come commissario per gli esami scolastici al luogo mitico dell’isola di Lesbo in cui nacque il poeta e suonatore di lira Terpandro, considerato il fondatore della musica greca antica.

Alla fine di maggio è morto, alla veneranda età di 95 anni, l’ultimo grande esponente di una lunghissima tradizione. Si chiamava Victor Salvi, aveva suonato nell’orchestra filarmonica di New York e nella Nbc orchestra diretta da Arturo Toscanini, suo fratello era stato a sua volta un arpista di livello mondiale (si esibì conEnrico Caruso, Beniamino Gigli e Tito Schipa, tra gli altri) e insieme avevano fondato la Salvi Harps, tuttora un colosso del settore.

Ma questa storia a Viggiano pare rimossa, come se gli emigranti, lasciando il paese, avessero portato via pure la sua musica. Nonostante la buona volontà di qualcuno e le buone potenzialità legate a un mercato di nicchia rispetto al quale potrebbero contare su un know how plurisecolare, alle arpe si preferiscono le trivelle. Leonardo Fiore lo ammette sconsolato: “Oggi nessuno vuole fare più quest’attività, tutti vogliono lavorare con il petrolio”.

Compensare i danni

A separare il pozzo Monte Alpi 1 dalle stalle dell’azienda agricola Sassano è un reticolato e null’altro. Ci arrivo passando per la sede della fondazione Enrico Mattei, che utilizza un bel convento restaurato e si premura di incentivare il turismo sostenibile e di fare di Viggiano un albergo diffuso, nel tentativo di compensare l’impatto ambientale delle estrazioni.

Lungo una strada poderale, in un’area che dovrebbe essere espropriata per consentire l’apertura di una quinta linea del Centro oli, tra terreni coltivati e vecchie abitazioni in pietra, spunta un’antica sede sindacale della metà dell’ottocento, in una casa colonica ristrutturata.

Il proprietario dell’azienda, Gaetano, non c’è ma risponde al telefono, chiamato da un suo dipendente indiano: “Da quando sono spuntati i pozzi per me è stata la fine”, dice. Il vino che produce non lo vuole più nessuno e le mucche hanno cominciato a morire senza motivo: “In meno di un mese ne ho seppellite quindici e nessuno sa darmi una spiegazione”. Davanti all’azienda ce n’è una con una sorta di distrofia muscolare, scheletrica, separata dalle altre, gli occhi che paiono implorare aiuto. “Diciamoci la verità: l’idea di coniugare ambiente e petrolio è una grande cazzata”.

Nel centro di Grumento Nova incontro un simpatico personaggio che non vuole dire il suo nome ma è votato alla chiacchiera e incline alla citazione colta. È un professore di liceo in libera uscita estiva, tipica figura d’intellettuale magno-greco di paese e, da una piazzetta affacciata sulla val d’Agri, sulla collina di fronte a quella su cui è costruita Viggiano, indica il Centro oli, la “cattedrale nel deserto”: “Una volta questa era una valle bellissima, del vino di Grumentum”, l’antica città romana, una sorta di Pompei lucana oggi parco archeologico, “ne parla Tito Livio, ma ora arriva un olezzo…”.

La cittadina non beneficia di royalty milionarie come Viggiano ma risente degli effetti più sgradevoli: il rumore, specie di notte quando tutto tace, le esalazioni che non deliziano l’olfatto, la moria di carpe nel lago Pertusillo, invaso artificiale che, volgendo lo sguardo verso la sinistra da questo paese-terrazza, si estende a perdita d’occhio circondato dai boschi.

Dovrebbe essere una riserva naturale, quest’ultimo, un’oasi nel verde che fornisce alla Puglia, attraverso una mastodontica diga alta cento metri, il 65 per cento del suo fabbisogno di acqua potabile e per usi irrigui: 4.500litri al secondo, per una capacità di 155 milioni di metri cubi.

Da anni, invece, si susseguono denunce e controdenunce, analisi e controanalisi, in una guerra di dati e notizie che servono solo a far confusione e a coprire di una spessa coltre di disinformazione l’intera questione.

Tre tipi di scienza a confronto

Da quando muoiono le carpe attorno al Pertusillo è accaduto di tutto: un tenente della polizia provinciale che aveva diffuso i dati sull’inquinamento è stato sospeso dal servizio, processato per rivelazione di segreto d’ufficio e poi definitivamente assolto, l’Arpa della Basilicata ha censito la presenza di ben 21 metalli pesanti nelle acque del lago, cinque dei quali passati indenni perfino agli impianti di potabilizzazione, l’Organizzazione lucana ambientalista ha denunciato concentrazioni di idrocarburi superiori ai limiti legali nel 70 per cento dei campioni mandati ad analizzare, specie in coincidenza con la foce del fiume Agri che attraversa le terre del petrolio.

Sono finite sotto accusa le trivellazioni e i depuratori malfunzionanti, i cambiamenti climatici e calamità naturali come la misteriosa comparsa di una devastante alga rossa.

Da ultimo, un deputato lucano cinquestelle, Vito Petrocelli (con un passato recente nell’estrema sinistra dei Carc), ha presentato un dossier alla commissione ambiente del parlamento europeo sostenendo che l’inquinamento del Pertusillo è tutta colpa del fracking, la tecnica di fratturazione idraulica utilizzata dalla Halliburton per cercare gas e petrolio. Per dimostrarlo, ha fatto un parallelo con un analogo fenomeno avvenuto in un lago del Kentucky.

Ma, come per la puzza e il rumore del Centro oli, nessuno è finora riuscito a dimostrare un legame di causa-effetto e a stabilire responsabilità e pericoli per la salute. E chi è stato chiamato a fornire un’analisi scientifica non ha contribuito a diradare le nebbie.

“Qui si scontrano la scienza di stato che fornisce una verità ufficiale, quella aziendale che porta acqua al mulino dei petrolieri e un’altra di prossimità, fatta da medici, ingegneri, geologi ed esperti locali di vario genere che studiano il territorio e svolgono un’importante opera di denuncia ed educazione delle popolazioni”, dice l’antropologo Alliegro.

Poi c’è quella che definisce “la scienza dei senza scienza”, vale a dire le conoscenze legate alle esperienze sensoriali degli abitanti del luogo, che sono insofferenti ai rumori, soffrono per la puzza e si rendono conto che l’acqua non è più quella di una volta. Di fronte a questa evidenza, non c’è soglia di legge o interpretazione che tenga: lo scienziato senza scienza, abitante e profondo conoscitore dei luoghi per esperienza diretta, si rende conto che oggi in val d’Agri non si vive più come un tempo. In definitiva, per Alliegro esiste un danno percepito che è molto superiore a quello certificato.

Assistenzialismo allo stato puro

Che non sia facile attribuire colpe è testimoniato pure da un’altra evidenza: il petrolio, da queste parti, viene fuori anche se nessuno lo cerca.

Sorgente tramutola

Ne ho la prova in un canyon di Tramutola: da una sorgente, a poca distanza da un parco acquatico che sfrutta le acque sulfuree del sottosuolo, sgorga l’oro nero di Lucania, viscido e oleoso. Forma una sorta di ruscello nerastro e va poi a riversarsi in un torrente, il rio Cavolo. In qualche punto si addensa e si formano delle bollicine di metano, mentre l’acqua sulfurea gli scorre addosso e scende a grande velocità verso il rio, lasciando per strada molte impurità.

Mi dicono che è proprio da questa sorgente che nel 1878 fu riempita l’ampolla da portare all’Expo di Parigi ed è difficile credere che sia ancora viva in qualcuno la convinzione che, come per l’acqua della Madonna sul Sacro Monte, il composto che rigurgita dalle viscere di Tramutola abbia effetti curativi.

Proseguendo oltre, si incontrano le vestigia dell’“eldorado nero” della seconda metà degli anni trenta, come fu definito dagli amministratori dell’epoca. Si tratta di 47 pozzi svuotati e abbandonati, una sorta di avvertimento per quello che potrà accadere in futuro alle estrazioni di oggi.

Oggi il miraggio petrolifero si è spostato di poco, dalle gole di questo paesino lucano all’altro capo della valle. Ha conquistato politici e gente comune, lasciando credere che insieme alle jeep e alle trivelle sarebbero arrivati soldi, benessere e lavoro per tutti.

L’Eni fornisce qualche numero: 2.881 impiegati in Basilicata, di cui 348 direttamente (tra questi 206 lucani) e 2.553 (1.077 del luogo) nelle aziende dell’indotto o “nella catena di fornitura di beni e servizi”. Davide Bubbico, sociologo all’università di Salerno e autore del dossier per la Cgil, puntualizza: “Si tratta in gran parte di attività a basso valore aggiunto”.

In buona sostanza, per i giovani del posto che non emigrano il petrolio rimane un miraggio: si accontentano di mansioni poco qualificate, stipendi bassi e, almeno nella metà dei casi, di contratti a tempo determinato (spesso legati alla manutenzione degli impianti o a esigenze particolari), mentre le vecchie arpe ereditate da genitori e nonni rimangono gelosamente sigillate in casa come pezzi d’antiquariato, senza che nessuno di loro sappia però più utilizzarle.

“Sono tutti lavoretti per far stare tranquilla la popolazione, i giovani sono impiegati solo per pochi mesi, si tratta di assistenzialismo allo stato puro”, chiosa il professore di Grumento Nova, che azzarda un paragone con l’araba fenice, “che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Per l’anonimo erudito magno-greco “l’Eni ha portato un’illusione di tipo foscoliano”: “Si tratta di una speranza che non arriva mai”, dice, anche se nessuno da queste parti vuole rinunciare a crederci.

Trivadvisor

segnalato da Barbara G.

SCOPRI UN MARE DI TRIVELLE….

trivadvisor

Ti piacerebbe vedere delle piattaforme petrolifere in alcuni dei paesaggi marini più belli d’Italia? Fare una nuotata vicino a un pozzo? Ti faresti un selfie con dei gabbiani sporchi di petrolio?

Questo è il futuro che vuole darci il Governo: lo sfruttamento di fonti vecchie e sporche come il petrolio anche nei nostri mari è diventato il fulcro della strategia energetica italiana.

Si tratta di una scelta assurda che arricchisce le tasche dei petrolieri senza nemmeno soddisfare il fabbisogno energetico del Paese. Le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi nazionali, quelle di gas a circa 6 mesi.

Nonostante questo, la scelta politica è chiara: con lo Sblocca Italia il Governo semplifica le procedure autorizzative e accentra i poteri, esautorando i governi locali.

Nelle ultime settimane sono stati autorizzati nuovi pozzi di ricerca e produzione, sia nel Canale di Sicilia che in Adriatico; e nuove aree sono state concesse per la ricerca di greggio e gas. Ma questa strategia avrà ricadute occupazionali ed entrate fiscali modestissime, danneggiando inoltre turismo e pesca sostenibile.

La petrolizzazione del mare è una strada a senso unico: non si torna indietro. E un incidente come quello del Golfo del Messico è sempre possibile. Lo è ancor più in Italia, dove il rischio di uno sversamento grave non è neppure contemplato nelle valutazioni di impatto ambientale!

È questo il futuro che vuoi? LA NOSTRA VOCE È PIÙ FORTE DI QUELLA DEI PETROLIERI, FACCIAMOLA SENTIRE.

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Sventra Italia

di barbarasiberiana

Cultura, paesaggio, turismo come petrolio d’Italia.

Un conto sono gli slogan, un conto sono i provvedimenti reali. Soprattutto quando salta fuori che gli slogan entrano in conflitto fra loro.

Vediamo ad esempo il decreto “Sblocca Italia” (decreto…come sempre…perché le misure sono urgenti…), che dovrebbe rimettere in moto l’economia, e soffermiamoci sulle ripercussioni sull’ambiente, sul paesaggio. Teniamo anche conto di un fatto: a livello nazionale si sta cominciando a parlare di riduzione del consumo di suolo, con almeno due DDL sull’argomento, uno dei quali presentato da alcuni Ministri (ne parleremo in un’altra occasione). Qui invece, fra controllati commissari di se stessi (mi riferisco a quanto riportato nell’art.1 del decreto a proposito dei progetti ferroviari), deregulation, prospezioni in aree di pregio, VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) azzoppate e dismissioni di beni demaniali sembra si vada nella direzione ostinatamente contraria a quella propagandata con i buoni propositi.

Il tutto con un provvedimento ai limiti della costituzionalità.

Di seguito trovate lo stralcio di tre articoli apparsi nei giorni scorsi e relativi appunto alle conseguenze degli interventi previsti in decreto. Il testo completo di ogni articolo lo trovate cliccando sul titolo.

 

SBLOCCA ITALIA, INTERVISTA AL PROF. DI SALVATORE*

(*) Enzo Di Salvatore, costituzionalista, professore di Diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza di Teramo, docente presso il Master di Diritto dell’Ambiente della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”.

Di Pietro Dommarco – Altreconomia, 16/07/2014

(…)

Ha parlato di illegittimità. Per quale passaggio del decreto?

I dubbi sono molti: la previsione di un “titolo concessorio unico” in luogo di due titoli distinti (permesso di ricerca e concessione di coltivazione); l’estromissione degli Enti locali dal procedimento amministrativo che porta al rilascio del “titolo concessorio unico”; il fatto che l’intesa della Regione sia considerata dal decreto – più di quanto non sia accaduto finora – come un atto interno al procedimento amministrativo. I dubbi che la previsione del titolo concessorio unico solleva riguardano il diritto di proprietà dei privati (art. 42 Cost.). La disciplina dei beni del sottosuolo si è sempre informata alla concezione fondiaria della proprietà. Già il codice civile del 1865 stabiliva che chi ha la proprietà del suolo ha pure quella dello spazio sovrastante e di tutto ciò che si trovi sopra e sotto la superficie. Secondo questa concezione, confermata dal codice civile del 1942 tuttora vigente, il sottosuolo appartiene al proprietario del fondo fino a quando il giacimento minerario non sia scoperto (e ne sia dichiarata la coltivabilità). Solo a partire da questo momento si ha l’acquisizione del giacimento al patrimonio indisponibile dello Stato. È a quel punto che lo Stato può dare il giacimento in concessione. In questa prospettiva, il permesso di ricerca si configura come un limite al godimento della proprietà, mentre la concessione è costitutiva di nuove capacità, poteri e diritti che altrimenti non si avrebbero. Vero è che la Costituzione, all’art. 42, ammette che la proprietà privata possa essere espropriata, ma solo per motivi di interesse generale e salvo indennizzo. Nel caso del rilascio del titolo unico, mancherebbe la dimostrazione dell’utilità generale, non essendo ancora stato scoperto il giacimento. Per questo, nonostante si cerchi di mantenere distinta la fase della ricerca da quella dell’estrazione, la previsione di un titolo unico, che entrambi i “momenti” riunisce, getta un’ombra sulla legittimità di una scelta siffatta. Tra l’altro, il titolo unico dovrà contenere sin dalla fase della ricerca persino il vincolo preordinato all’esproprio. Una follia se dovessimo prendere sul serio quanto scritto sul decreto. Resta infine un dubbio anche di compatibilità del decreto con il diritto dell’Unione europea, non solo in relazione alle norme sulla concorrenza, ma anche in relazione al fatto che la normativa dell’Unione mantiene distinte le due fasi. Un secondo problema riguarda la partecipazione degli Enti locali al procedimento. La legge n. 239 del 2004 aveva riconosciuto loro questo diritto. Successivamente la legge n. 99 del 2009 ha limitato la partecipazione degli Enti locali al procedimento finalizzato al rilascio dell’autorizzazione al pozzo esplorativo, alla costruzione degli impianti e delle infrastrutture connesse alle attività di perforazione. Ora il decreto sblocca Italia non fa più menzione degli Enti locali. Colgo l’occasione per ricordare che dinanzi al TAR Lazio pende un ricorso avverso un permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi, che verrà discusso il 27 novembre prossimo. Con il ricorso si chiede al TAR – seppure in via subordinata – di sollevare la questione di legittimità costituzionale della legge n. 99 del 2009, per violazione del principio di leale collaborazione. Un ultimo dubbio di legittimità concerne, infine, il rilascio dell’intesa da parte della Regione e, cioè, il fatto che il decreto del Governo sembrerebbe richiedere che l’intesa venga rilasciata in conferenza di servizi. Per la verità questa possibilità è già contemplata da tempo, ma nella prassi le singole Regioni hanno sempre rilasciato o negato l’intesa con un atto ad hoc, comunicato al Ministero dello Sviluppo Economico. Il decreto-legge, invece, parla di “apposita” conferenza di servizi (oltre tutto, in altra sua parte detta una nuova disciplina dell’efficacia degli atti di assenso che devono trovare espressione in seno alla conferenza). Questa previsione forse è dettata da esigenze di celerità, atteso che il procedimento deve concludersi entro 180 giorni (suppongo a partire dall’istanza presentata dalla società petrolifera). Ma se così fosse, la disposizione sarebbe certamente illegittima, in quanto tende a considerare la partecipazione della Regione al procedimento alla stregua di qualsiasi amministrazione pubblica, chiamata a rilasciare un semplice nulla osta o una mera autorizzazione. L’intesa della Regione si configura, invece, come atto “politico”, non come atto amministrativo, in quanto si giustifica quale compensazione alla perdita di competenza della Regione dovuta all’attrazione in capo allo Stato della stessa per esigenze di carattere unitario. Basta leggere quello che ha stabilito al riguardo la Corte costituzionale con le sentenze n. 482 del 1991 e n. 283 del 2005: la Regione ha diritto di partecipare alle decisioni assunte in sede statale con l’intesa e, in caso di mancato accordo con lo Stato, potrebbe portare all’attenzione della stessa Corte il problema, provocando un conflitto di attribuzione. Ma questo presuppone che l’atto della Regione conservi intatta la sua autonomia: se, invece, la Regione si esprimerà in conferenza, l’atto sarà imputato alla conferenza e non alla Regione.

In che modo lo “Sblocca Italia” incide sulle trivellazioni in mare?

Il decreto sembra dare il via libera alle attività petrolifere nelle acque del Golfo di Napoli, del Golfo di Salerno e delle Isole Egadi, attraverso una previsione che, solo apparentemente, pare dettata da ragioni di tutela ambientale. Questa conclusione la si trae dal fatto che la procedura disciplinata all’art. 38, comma 9, si applica “ai titoli minerari (dunque già rilasciati) e (anche) ai procedimenti di conferimento”, ricadenti nelle aree di cui all’articolo 4, comma 1, della legge n. 9 del 1991, che sono, appunto, relative, oltre al Golfo di Venezia, al Golfo di Napoli, al Golfo di Salerno e alle Isole Egadi. C’è poi il comma 10 dell’art. 38. Esso è relativo alle risorse nazionali di idrocarburi in mare “localizzate in ambiti posti in prossimità delle aree di altri Paesi rivieraschi oggetto di ricerca e coltivazione di idrocarburi” (cosa si intenda, però, con “prossimità” non è affatto chiaro). Con questa previsione si finisce per derogare al divieto di esercizio di nuove attività in mare, che ricadano entro le 12 miglia marine dalla costa. Individuate tali risorse, il Ministero dello Sviluppo Economico può, infatti, autorizzare per massimo cinque anni (prorogabili per altri cinque) progetti “sperimentali” di coltivazione di giacimenti di idrocarburi.

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AMBIENTALISTI CONTRO LO SBLOCCA ITALIA

di Alessio di Florio – qcodemag.it, 17/09/2014

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Marco Bersani (Attac Italia) ha attaccato quello che ha definito la “diretta consegna agli interessi dei grandi capitali finanziari” dei beni comuni in quanto, entro un anno dall’entrata in vigore della legge, sarà obbligatorio “collocare in Borsa o direttamente il 60%, oppure una quota ridotta, a patto che privatizzino la parte eccedente fino alla cessione del 49,9%”. Stesso tenore da parte del Progetto Rebeldia di Pisa, he denuncia la crisi del “ruolo del pubblico e dello Stato” che “si sta comprimendo drasticamente a favore della rendita e della proprietà privata diventando il suo vero e proprio Cane da guardia” in quanto “gli unici interventi seri da parte dello Stato – declinati con una precisa chirurgia repressiva – sono quelli fatti per la tutela della sacralità della proprietà” mentre, oltre alla collocazione in Borsa dei beni comuni il decreto “Sblocca Italia” prevede, tra gli altri provvedimenti, “la svendita degli immobili demaniali inutilizzati esclusivamente a soggetti privati” con l’Agenzia del Demanio che “da soggetto che governa il patrimonio comune di tutti i cittadini” verrà trasformato dal decreto in “istituzione preposta alla svendita di immobili ai privati”.

Sullo stesso tema è intervenuto il portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli per il quale “con lo Sblocca Italia via libera alla cementificazione del demanio” in quanto prevede “la concessione o il diritto di superficie per beni pubblici, anche demaniali non utilizzati, per la realizzazione e lo sviluppo di progetti urbanistici e edilizi” anche in aree “mai state oggetto di concessione da parte dello Stato” e “fuori dai piani regolatori”.

 

SBLOCCA IPOCRISIA

di Domenico Finiguerra – adistaonline.it

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L’Italia cambia verso… Regioni come la Basilicata diventeranno finalmente dei piccoli Texas. Novelli Jr (lo ricordate il mitico petroliere di “Dallas”?) scorrazzeranno per le campagne lucane a bordo di Hummer H1 6000 cc. Grazie allo Sblocca Italia, appena firmato dal Capo dello Stato e che presto sarà convertito in legge dal Parlamento Italiano, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestiranno carattere d’interesse strategico e saranno di pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Finalmente qualcuno ha detto basta ai comitatini che intralciano la corsa al petrolio e le trivellazioni e impediscono al nostro Paese di dotarsi di “bomboloni” sotterranei per fronteggiare le crisi energetiche.

Grazie alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, si partirà veloci con l’esproprio e ogni opposizione sarà rimossa, ogni contestazione tacitata, e se gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste si ostinano a mettersi di traverso, saranno guai!

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Nel 1948, la Costituente stabiliva, per preservare la bellezza unica italiana: «La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della nazione».

Nel 2013, l’ISPRA ha certificato in 8 mq al secondo la quantità di terra italiana seppellita sotto il cemento e l’asfalto.

Nel 2014, il governo Renzi accentua ulteriormente la già grave “deregulation” edilizia che ha saccheggiato e devastato territorio e paesaggio di cui tanto ci vantiamo (e che ha romanticamente ispirato poeti e viaggiatori), rimette il turbo a tante grandi opere inutili e dannose che segneranno irreversibilmente le linee del nostro paesaggio e rilancia la svendita di patrimonio demaniale presentandolo all’opinione pubblica come agognata “valorizzazione”.

Tra le pieghe, poi, oltre al danno c’è anche una bella beffa.

La mirabolante Autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi per 400 km di asfalto in territori fragili e bellissimi, densi di Zone a Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario, da realizzarsi tramite la bacchetta magica chiamata “Project Financing”, aveva un problema: non stava in piedi. Almeno senza la defiscalizzazione. Ed infatti, per questo, la Corte dei Conti aveva imposto uno stop. Ma qui arriva in soccorso lo Sblocca Italia: la defiscalizzazione (che equivale a quasi 2 mld di euro che evidentemente non entreranno nella casse dello Stato) si applicherà anche alla Orte- Mestre. Chissà cosa direbbe Goethe di fronte a cotanta fantasia al potere!

Nel decreto del governo Renzi infine non poteva certo mancare l’accelerata sugli inceneritori che saranno così sbloccati e imposti al pari delle altre opere ritenute strategiche e senza alcun vincolo di bacino. Tradotto: laddove si riducono rifiuti, si ricicla e si riusa, arrivano rifiuti freschi freschi da altri territori. Con tanti complimenti ad amministrazioni locali e cittadini virtuosi…

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