troika

Yanis Varoufakis ti spiega perché l’Europa ha fatto flop

L’ex ministro greco torna sulle scene e nel suo ultimo libro spiega il perché del fallimento della valuta unica. Partendo da Bretton Woods e facendo nomi e cognomi dei responsabili

di Alessandro Gilioli – espresso.repubblica.it, 27/10/2016

Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

Il cielo sopra la Grecia

Atene vende gli aeroporti a Berlino. Alla Fraport 14 scali regionali

Il Governo Tsipras gira per 1,2 miliardi la gestione per quarant’anni alla società tedesca, controllata al 30% dallo Stato dell’Assia. È il primo passo del nuovo piano di privatizzazioni, nei prossimi mesi finiranno sul mercato un’altra quota del Pireo, alcune municipalizzate dell’acqua e (il tasto più delicato) il 49% della rete elettrica.

di Ettore Livini – Repubblica.it, 14 dicembre 2015

È la Germania di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble il primo beneficiario delle privatizzazioni imposte dalla Troika alla Grecia. Il Governo di Alexis Tsipras ha ceduto ai tedeschi di Fraport (l’aeroporto di Francoforte) per 1,2 miliardi la gestione di 14 aeroporti regionali del paese, tra cui quelli di Corfù, Creta e Santorini e quelli di molte aree turistiche. La società di Francoforte, partecipata al 31% da un socio pubblico come lo Stato dell’Assia, pagherà un canone annuo di 23 milioni e si è impegnata a investire 330 milioni per rinnovare le strutture entro il 2020. Il preliminare di vendita era stato già siglato tra le parti all’epoca del governo di centrodestra di Antonis Samaras ma il successo elettorale di Syriza all’inizio del 2015 aveva portato al congelamento dell’operazione. Il pressing della Troika ha però convinto Tsipras a cedere.

La cessione della Fraport è solo il primo passo di un percorso di privatizzazioni i cui tempi e modi sono stati concordati con i creditori. Entro fine anno l’esecutivo dovrà mettere in piedi un comitato indipendente cui affidare le prossime operazioni. In rampa di lancio ci sono la vendita di un’altra quota del porto del Pireo, quella delle municipalizate dell’acqua di Atene e Salonico e il delicatissimo progetto di collocamento sul mercato del 49% della rete elettrica. Su questo tema la Grecia e Ue-Bce-Fmi hanno raggiunto un’intesa negli ultimi giorni, vincendo (almeno per ora) le resistenze del potentissimo sindacato del monopolio dell’energia nazionale. Tsipras è riuscito a ottenere lo scorporo della rete e l’autorizzazione a mantenere nelle mani dello Stato il 51%. IL 49% però dovrebbe finire all’asta in tempi piuttosto brevi.

Il tema delle privatizzazioni è stato fino ad oggi fonte di grandi delusioni per la Troika. I primi ambiziosi piani del 2009 annunciavano dismissioni per 50 miliardi all’inizio della crisi. Vendere in un mercato depresso però non è mai facile. E non a caso dei 50 miliardi annunciati in pompa magna sei anni fa, a oggi ne sono entrati in cassa solo 3,5. La cessione di Fraport è però un primo segnale positivo in arrivo da Atene, impegnata nei prossimi mesi in una corsa ad ostacoli per sbloccare i nuovi aiuti e arrivare a febbraio ai negoziati per ristrutturare il debito. Domani il Parlamento dovrebbe approvare nuove misure in grado di spianare la strada per una nuova tranche da 1 miliardo di prestiti. A gennaio si affronteranno i due capitoli più delicati: la fase attuativa della riforma delle pensioni e la gestione dei prestiti bancari in sofferenza. Se Tsipras riuscirà a dribblare questi ostacoli la strada per il suo governo -sarà a quel punto un po meno accidentata. E il premier potrebbe affrontare ad aprile con più serenità il congresso nazionale del partito, lanciando – dopo l’ennesima valanga di austerità – i progetti per le riforme sociali di cui ha bisogno il paese.

 

Il terzo MoU secondo Yanis #3

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 3

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 3] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale:http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

Testo tradotto – parte 3

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Il terzo MoU secondo Yanis #2

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 2] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Il terzo MoU secondo Yanis #1

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 1] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Grecia sotto ricatto

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James Galbraith: “L’Europa si vergogni, ha ricattato la Grecia e l’ha resa disperata”

L’economista dell’Università del Texas: “Il piano approvato è una menzogna fin dalle prime righe. Va contro il volere del popolo ellenico”.

di Eugenio Occorsio – Repubblica.it, 15 agosto 2015

BRUXELLES. “Il piano approvato con tanta fanfara è una vergogna per l’Europa e per l’intera comunità internazionale “. L’irritazione di James Galbraith, economista dell’università del Texas, supera ogni immaginazione. “Leggete il documento approvato. È una menzogna fin dalla prima riga: “La Grecia – c’è scritto – ha chiesto aiuto ai suoi partner europei per risolvere i suoi problemi”. Niente di più falso. La Grecia è stata ricattata, spinta alla disperazione e poi costretta ad approvare un piano del genere, che va contro il volere del suo popolo espresso col referendum”.

Professore, non le sembrano un po’ forti, per usare un eufemismo, questi giudizi?

“Macché. Lo scopo, quasi dichiarato, della Germania e del potere costituito in Europa, era dimostrare che non c’è alternativa alla linea politico- economica prevalente, e che nessun Paese si può permettere di deviare perché viene schiacciato. Era sbarazzarsi di Syriza, e forse ci sono riusciti. Ma, la prego, continui a scorrere con me il documento…”.

Andiamo avanti, allora.

“Stiamo sempre sulle prime righe. C’è scritto che l’accordo servirà per ritrovare la crescita, per creare posti di lavoro, per ridurre le disuguaglianze e scongiurare i pericolo di instabilità finanziaria. Sono sconcertato. I risultati saranno esattamente l’opposto. Rilegga punto per punto e s’immagini il risultato opposto. La crescita sarà abbattuta, il lavoro diminuirà, le diseguaglianze si accentueranno, eccetera”.

Però come negare che l’instabilità della Grecia costituisca un problema?

“Ma certo. Però il modo per risolverlo era tutt’altro. Lo sanno tutti: andava finanziato un grande piano di investimenti in Grecia senza inseguire una solidità fiscale che comunque era perduta, solo allora si poteva pensare alla crescita. Ora tutto diventa più difficile. Ma l’ha letto il paragrafo successivo?”

Ancora?

“Legga con me. Il successo del piano richiederà ” ownership” delle misure da parte del governo greco. Vuol dire che Atene sarà padrona delle sue azioni e le deciderà liberamente. “Il governo perciò è pronto a prendere tutte le misure che riterrà opportune a seconda delle circostanze”. Quale menzogna. Per colmo d’ironia poche righe più sotto c’è scritto: “Il governo si impegna a consultarsi e concordare con l’Ue, l’Fmi e la Bce tutte le azioni rilevanti”. Eccola qui, la verità: a comandare sarà la Troika”.

Perché Tsipras ha accettato?

“Perché non aveva scelta. Voleva tenere la Grecia nell’euro ma era ricattato dalla Bce che minacciava di confiscare tutti i risparmi bancari e lasciare il Paese sul lastrico”.

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http://www.repubblica.it/economia/finanza/2015/08/16/news/agenda_mercati-121071012/?ref=HRLV-5

Se Atene piange, Berlino ride

Atene annuncia: “Raggiunto accordo con i creditori internazionali”

Nel 2015 il deficit primario sarà pari allo 0,25 % del Pil. Passerà allo 0,5 % nel 2016, all’1,75% nel 2017 e al 3,5% nel 2018

Repubblica.it, 11 agosto 2015

L’accordo sugli obiettivi finanziari è un primo passo importante verso un’ intesa globale sul terzo pacchetto di aiuti alla Grecia, per un valore di almeno 82 miliardi di euro, che Atene e i suoi creditori stanno negoziando con la Ue, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale nell’ambito del meccanismo europeo di stabilità, da più di due settimane nella capitale greca, e che sperano di raggiungere molto rapidamente, forse nella giornata odierna.

Nel 2015 è stato deciso che la Grecia subirà un deficit primario (saldo di bilancio, esclusi i pagamenti di debito) pari allo 0,25% del PIL, un avanzo primario dello 0,5% del PIL nel 2016, 1,75% nel 2017 e 3,5% nel 2018, ha rivelato la fonte.

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Se Atene piange, Berlino ride

La crisi greca ha favorito i conti delle aziende e dello stato tedesco. In quattro anni e mezzo di crisi, i benefici economici per la Germania legati alle difficoltà elleniche sono stati calcolati in oltre 100 miliardi dall’istituto tedesco Leibnitz. 

Repubblica.it, 10 agosto 2015

MILANO – ll proverbio di Aristodemo che vuole legate Atene e Sparta sia nella buona che nella cattiva sorte non si addice ai rapporti tra la capitale greca e Berlino. La Germania, infatti, non è uscita danneggiata dalla crisi dell’euro quanto Sparta dopo le guerre del Peloponneso che se da una parte videro Atene soccombere dall’altra videro indebolirsi anche la storica rivale. I tedeschi, a partire da Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble, che seguono una linea dura nei confronti della crisi economica e finanziaria della Grecia, hanno ottenuto molti vantaggi dalle difficoltà di Atene.

Secondo uno studio dell’istituto tedesco di ricerca economica Iwh, la Germania è il Paese che più si è avvantaggiato economicamente dalla crisi ellenica. Dal 2010 Berlino avrebbe risparmiato circa 100 miliardi di euro di tassi d’interesse, grazie alle riduzioni decise a più riprese dalla Bce. “Questo risparmio supera i costi della crisi, anche se la Grecia non dovesse fare fronte ai propri debiti”, scrive l’istituto: “La Germania dunque, in ogni caso, ha tratto vantaggio dalla crisi greca”.

Insomma i falchi tedeschi che non mollano la linea dura nei confronti della crisi economica e finanziaria della Grecia, sono gli stessi che per anni hanno ottenuto molti vantaggi dalle difficoltà di Stene. Secondo l’istituto Leibnitz i risparmi di bilancio da parte di Berlino superano il 3% del Pil nazionale. Gli economisti hanno realizzato diverse simulazioni partendo dall’ipotesi che nel pieno di una crisi economica gli investitori realizzano gli investimenti più sicuri possibili.

“Durante la crisi europea del debito, la Germania ha tratto vantaggio da questo effetto in maniera sproporzionata”, afferma Iwh, che spiega “risultano tassi simulati sui bond tedeschi in media tra il 2010 e oggi del 3% più elevati che nella realtà, il che ha comportato risparmi di bilancio globali di almeno 100 miliardi di euro egli ultimi quattro anni e mezzo”. La Germania ha inoltre registrato importanti contratti a seguito della politica di privatizzazioni portata avanti da Atene dal 2011, tra cui l’acquisto da parte della società Fraport di 14 aeroporti regionali greci, incluso quello di Corfù, per circa un miliardo di euro.

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Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

Ultime dal fronte greco

Grecia, Parlamento vota sì al pacchetto riforme. Mercati internazionali positivi

Via libera al secondo piano concordato con l’Eurozona. Favorevoli 230 parlamentari, tra cui l’ex ministro delle Finanze Varoufakis (63 i contrari e 5 gli astenuti). Il premier Tsipras riesce a ridurre lievemente il dissenso interno, ma non a stabilizzare l’esecutivo.

di Francesco De Palo – ilfattoquotidiano.it, 23 luglio 2015 

Parola d’ordine sfiducia, ma con lo screditamento che sta guadagnando rapidamente terreno. Il “sì” del Parlamento di Atene al secondo pacchetto di riforme (230 sì, 63 no, 5 astenuti) con a sorpresa anche il voto favorevole di Yanis Varoufakis, è la plastica raffigurazione delle contraddizioni politiche elleniche dell’ultimo semestre. Nonostante restino 36 (e non 39 come una settimana fa) i dissidenti di Syriza che non votano il ddl propedeutico al terzo memorandum imposto dalla Troika e accettato dal primo premier di sinistra della storia greca, i mercati apprezzano, l’euro recupera ma la politica segna ancora incertezza totale.

Certo, Alexis Tsipras ‘recupera’ cinque voti facendo ridurre lievemente il dissenso interno ma non stabilizza l’esecutivo che resta in bilico, almeno fino al prossimo passaggio parlamentare. Il voto notturno e soprattutto le ansie isteriche che lo hanno preceduto (come lo sfogo di Kostantopoulou contro Tsipras) sono il barometro di una situazione a tratti incandescente che non garantisce quell’equilibrio minimo che servirebbe al Paese, almeno in questa fase, per ricominciare a trattare con i creditori. Ieri i primi strali erano giunti proprio dalla presidente della Camera in direzione di capo dello stato e premier. In una lunga missiva la Kostantopoulu aveva scritto a Pavlopoulos e Tsipras dicendo che come deputato di Syriza non avrebbe mai votato una norma che sa tanto di colpo di Stato, mentre come presidente del Parlamento ne avrebbe volentieri ritardato tutti i passaggi. Concetti che ribadirà di persona oggi incontrando Tsipras. Forse, dice qualcuno, per consegnargli la propria lettera di dimissioni (dalla Camera e dal partito).

Di fatto se il distacco di Tsipras dalla placenta di Syriza, ovvero la rottura con la Piattaforma di Lafazanis e Kostantopoulou, fa sorridere i mercati e fa percorrere alla Grecia un altro metro nella direzione dei creditori internazionali, dall’altro non offre una chiarificazione politica. Le elezioni anticipate si terranno comunque, a questo punto più in autunno che a settembre (ma senza escludere sorprese) ma con la spasmodica necessità di Tsipras di individuare nuovi alleati, che intanto non sembrano disposti ad abbracciarlo.

L’ex ministro delle Finanze giustifica il suo sì con il fatto che quelle erano misure “che io stesso ho proposto in passato, anche se in circostanze diverse”. Il suo voto è per mantenere l’unità del partito anche se quelle riforme sono capestro e faranno solo del male alla Grecia. E quando ad esempio Varoufakis giustifica il suo voto favorevole con il fatto di voler dare ai suoi compagni la possibilità di “guadagnare tempo in modo da pianificare la nuova resistenza all’autoritarismo” non fa altro che aggiungere altra legna su un fuoco che non sarà facile spegnere. Tutti i partiti in Grecia pretendono infatti di uscire indenni dagli ultimi sei drammatici mesi.

Quella appena trascorsa è già stata ribattezzata la “lunga notte greca dei dissidenti”. Si dice che Tsipras voglia sostituirli con i “montiani ellenici“, ovvero i centristi di Potami  ma nessuno (almeno ufficialmente) intende avviare un’alleanza sotto il sole, dal momento che ne perderebbe di immagine. Il premier infatti è sempre più visto come un giocatore che ha sbagliato praticamente tutte le mosse, tra puntate e rilanci (nonostante un sondaggio che lo dà al 42,5%). Non riuscendo nemmeno ad alzarsi dal tavolo quando aveva perso tutto. “Come potrebbe oggi rimettere in moto la fiducia di un elettorato che si sente tradito e di chi, da europeista, comunque non si fida delle sue strategie strampalate?” si chiede ad alta voce un dirigente di Syriza. Tra un Syriza che diventa di colpo partito di centrosinistra come il Pasok e i socialisti stessi, gli elettori “sceglierebbero l’originale”, è il ragionamento che si fa.

Per cui, più che economico il nodo in Grecia adesso è politico ma soprattutto di fiducia. I socialisti del Pasok farebbero volentieri a meno di Tsipras, puntando su un esecutivo di unità nazionale con le altre opposizioni e cementando un fronte pro Ue e contro i populismi. I conservatori di Nea Dimokratia, con il nuovo segretario Evangelos Meimarakis, smaniano dalla voglia di ricostruirsi un’immagine dopo gli insulti che proprio Syriza ha riservato loro in campagna elettorale, accusando l’ex premier Samaras di aver consegnato la Grecia ai “creditori internazionali diventati nel frattempo strozzini”. In un clima del genere l’elettore medio che non dovesse cedere all’astensionismo potrebbe decidere di far lievitare il 7% dei voti di Alba dorata. “Almeno loro non cambiano idea, giusta o sbagliata che sia”, dice più di qualcuno dopo il voto.

Leggi anche:

http://www.repubblica.it/economia/2015/07/23/news/grecia_si_del_parlamento_al_secondo_pacchetto_di_riforme-119635970/?ref=HREA-1

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/23/foto/grecia_9mila_a_piazza_syntagma_contro_riforme_scontri_dieci_fermi-119644274/1/?ref=HREA-1#1

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L’accordo, poi elezioni. Ecco il piano di Tsipras

Grecia. Il premier gioca d’anticipo: prima il terzo pacchetto di aiuti, poi lo show down nel partito e il voto anticipato, il 13 o il 20 settembre. Obiettivo: «Un nuovo inizio per Syriza».

di Angelo Mastrandrea – ilmanifesto.info, 23 luglio 2015

Il governo Tsi­pras 2.0 era atteso ieri a un deci­sivo “crash test” che ne avrebbe deter­mi­nato la pos­si­bi­lità di durare oltre l’autunno. Invece la sor­presa è arri­vata prima del voto sul secondo pac­chetto di riforme: si va dritti verso una Syriza 2.0 e verso il voto anti­ci­pato, già a set­tem­bre. Il pre­mier, sulla gra­ti­cola da giorni, ha gio­cato d’anticipo come gli capita spesso, ribal­tando il tavolo da gioco alla velo­cità che abbiamo impa­rato a cono­scere e dando appun­ta­mento a set­tem­bre per lo show down finale sul suo governo e all’interno del par­tito di cui è tut­tora pre­si­dente.
Cri­ti­cato per la scelta di aver fir­mato un accordo-resa senza pren­dere in con­si­de­ra­zione il piano B della Gre­xit (nella ver­sione Varou­fa­kis del default nell’Eurozona o in quella più radi­cale della Piat­ta­forma di sini­stra, con pro­gres­sivo ritorno alla dracma), nel mirino per non aver voluto incon­trare il Comi­tato cen­trale del par­tito, accu­sato dalla sinistra interna di voler tra­ghet­tare il governo e Syriza su posi­zioni mode­rate, messo in discus­sione per aver accet­tato i voti dell’opposizione che ora lo ricat­te­rebbe sulle ini­zia­tive da pren­dere, Tsi­pras ha lan­ciato il suo guanto di sfida. «Non nascon­de­tevi die­tro la mia firma sotto l’accordo», ha detto, annun­ciando un con­gresso «per chia­rire gli obiettivi e la stra­te­gia del par­tito, e le carat­te­ri­sti­che del governo di sini­stra nelle nuove cir­co­stanze», non prima però di aver por­tato la bar­chetta greca lon­tano dai marosi. L’obiettivo, ora, è otte­nere nel nego­ziato di ago­sto «il miglior risul­tato pos­si­bile», poi il pre­mier pro­verà a sfrut­tare il suc­cesso per fare il pieno nelle urne.

A pun­tua­liz­zare è stata in seguito la nuova por­ta­voce del governo Olga Gero­va­sili: «Syriza siamo tutti noi, que­sta è la verità», ha man­dato a dire al lea­der della Piat­ta­forma di sini­stra Pana­gio­tis Lafa­za­nis che aveva riven­di­cato una sorta di pri­ma­zia ideo­lo­gica. Una bat­tuta alla quale l’ex mini­stro dell’Energia ha rispo­sto riba­dendo le sue posi­zioni: «La Gre­cia non ha futuro nell’Eurozona, ma come paese pro­gres­si­sta e orgo­glioso che, nono­stante le dif­fi­coltà, combatte con­tro l’austerità». Gero­va­sili è stata molto chiara sulle pos­si­bi­lità di un «divor­zio» tra le due anime di Syriza: «Ci sono stra­te­gie diverse, dif­fe­renti punti di vista. Sarà dif­fi­cile restare insieme, forse impos­si­bile. Non è pos­si­bile andare avanti così».

Lo sce­na­rio che si apre è dun­que il seguente: voto in not­tata sul nuovo codice di pro­ce­dura civile e sulla diret­tiva ban­ca­ria (pro­ba­bil­mente con qual­che defe­zione in meno nella mag­gio­ranza rispetto alla scorsa set­ti­mana), avvio dei nego­ziati per l’accesso al Fondo salva-stati (da chiu­dere entro il 20 ago­sto) con fine dell’emergenza finan­zia­ria, congresso di Syriza ed ele­zioni anti­ci­pate, il 13 o il 20 set­tem­bre. Con l’obiettivo, spiega la por­ta­voce del governo, di un «nuovo ini­zio» per la sini­stra radi­cale greca.

In que­sto qua­dro, il voto di ieri è pas­sato un po’ in sor­dina, anche per­ché la discus­sione è comin­ciata solo alle 20, dopo che le 900 pagine da sot­to­porre al voto dei depu­tati (quanti avranno avuto il tempo di leg­gerle con atten­zione?) erano pas­sate al vaglio delle com­mis­sioni par­la­men­tari. Non fosse stato per i dolori di Syriza, la discus­sione sarebbe andata più liscia rispetto a quella per il primo pac­chetto di riforme. Can­cel­lato l’aumento di tasse per gli agri­col­tori a causa dell’opposizione di Nea Demo­cra­tia e degli alleati dell’Anel (ieri il mini­stro della Difesa Panos Kam­me­nos ha incon­trato Tsi­pras e, uscendo, ha detto ai gior­na­li­sti che i con­ta­dini non sareb­bero stati toc­cati) e rin­viata la legge sulle pen­sioni, sono andate al voto le meno con­tro­verse riforme banca­ria e della giu­sti­zia civile. Nel primo caso, si trat­tava di rati­fi­care la diret­tiva euro­pea sulle ban­che già appro­vata dagli altri par­la­menti con­ti­nen­tali (Ita­lia inclusa), che pre­vede la garan­zia dei conti cor­renti ban­cari fino a 100 mila euro ma con even­tuali per­dite sca­ri­cate sugli azio­ni­sti e non sullo Stato. Nel secondo, invece, la fina­lità è quella di snel­lire i pro­cessi civili, con l’eliminazione dei testi­moni, tra le altre cose, e la velo­ciz­za­zione della con­fi­sca dei beni.

C’era solo un punto dolente: la pos­si­bi­lità da parte delle ban­che di requi­sire le case pigno­rate e metterle all’asta. Per que­sto ieri mat­tina Ale­xis Tsi­pras ha con­vo­cato il ver­tice dell’associazione dei ban­chieri chie­dendo loro di non applicare que­sta norma almeno fino alla fine dell’anno, per dare al governo il tempo di poter inter­ve­nire sospendendo il prov­ve­di­mento. È un esem­pio di quello che il pre­mier inten­deva dire quando annun­ciava bat­ta­glia e misure com­pen­sa­tive per smus­sare gli angoli più spi­go­losi dell’accordo: c’è una riforma impo­sta, pra­ti­ca­mente dettata dalla troika senza il tempo di met­terci su le mani, che pre­vede tra le altre cose la ven­dita delle abi­ta­zioni dei morosi, e l’unico modo per inter­ve­nire è aggi­rarla non appli­can­dola nei fatti. Il pro­blema, sem­mai, sor­gerà se il governo dovesse cam­biare e il nuovo non dovesse deci­derne la sospen­sione.
Dopo il “crash test” not­turno depo­ten­ziato, le pros­sime misure dovreb­bero riguar­dare la lotta alla cor­ru­zione e il paga­mento delle fre­quenze tele­vi­sive (un punto cen­trale del pro­gramma di Salo­nicco con il quale Syriza ha vinto le ele­zioni), mirato a eli­mi­nare il mono­po­lio e i pri­vi­legi dei boss delle tv pri­vate.

Per que­sta mat­tina invece il pre­mier ha con­vo­cato al Megaro Maxi­mou, il palazzo del governo, la pre­si­dente del Parla­mento Zoe Kon­stan­to­pou­lou, che anche ieri ha chie­sto di votare no alle riforme. È pos­si­bile che, venuto a mancare il rap­porto fidu­cia­rio con il governo, le chie­derà di farsi da parte, cosa che get­te­rebbe ben­zina sul fuoco delle pole­mi­che interne a Syriza in quanto Kostan­to­pou­lou, ex avvo­cato per i diritti civili, è uno dei per­so­naggi più popo­lari dell’opposizione da sini­stra a Tsipras.

Scena madre

Segnalato da nc60

ALEXIS TSIPTRAS E LA SCENA MADRE DI BRUXELLES

Di Ida Dominijanni – internazionale.it, 15/07/2015

Non mi pare interessante né divertente partecipare al gioco di società che già imperversa a destra e a manca sul tasso di tradimento o di lealtà alla causa di Alexis Tsipras. Su di lui, le parole giuste le trova secondo me Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore, riconoscendogli “l’audacia della capitolazione di fronte al diktat dei partner per salvare il suo paese dalla catastrofe incombente e il coraggio di smentire a Bruxelles le sue promesse anti-austerità pur sapendo di rischiare la poltrona al suo ritorno ad Atene”.

Bisognerebbe essere stati lì, nei suoi panni – anzi nella sua ormai proverbiale giacca – e in quella situazione di estrema violenza – “waterboarding mentale”, parole del Guardian – per poterlo giudicare: e nessuno di noi era lì sotto tortura come lui.

Ci sarebbe semmai da discutere sulla sua mossa precedente, l’offerta di accordo – quella sì incomprensibilmente docile – inviata alla troika all’indomani del successo del no al referendum: una mossa che già lasciava trasparire o un incauto disarmo o, viceversa, un incauto azzardo (nel caso puntasse dritto a scambiare l’accettazione delle riforme con la ristrutturazione del debito).

Ma su questo punto fa luce il racconto retrospettivo di Yanis Varoufakis, chiarendo una divergenza tattica e strategica interna al governo greco con categorie più serie di quelle del tradimento, o del fallimento destinato dell’unico governo di sinistra esistente in Europa, care a commentatori e politici nostrani.

Il gioco di società serve solo, e come sempre, a distrarre l’attenzione dalla scena madre di questa vicenda, che è, e resta, appunto, la notte del waterboarding. Un crescendo drammatico, per chiunque l’abbia seguito minuto per minuto, che ha squarciato ogni velo sullo stato politico e morale dell’Unione dimostrando definitivamente alcune cose.

La prima: nella vicenda greca il problema non è, e non è mai stato, economico, bensì politico e, ci tornerò tra poco, morale. L’eclatante sproporzione tra l’allarmismo per il debito greco e la ben superiore massa di danaro bruciata in borsa senza allarme alcuno all’annuncio del referendum era già servita a dare ragione ai premi Nobel che sull’altra sponda dell’Atlantico considerano risibile la motivazione economica dell’irrigidimento dell’Unione europea.

Così come i conti fatti non da Syriza ma dal Fondo monetario internazionale sull’insostenibilità di quel debito per la fragile economia greca avevano già reso noto al colto e all’inclita che per salvare la Grecia non ci vuole il taglio delle pensioni e l’aumento dell’iva ma il condono del debito medesimo.

Le ragioni dell’irrigidimento sono dunque politiche e, soprattutto, disciplinari. Non c’è bisogno di tornare su quelle politiche, che hanno reso immediatamente virale l’hashtag #ThisIsACoup: colpo di stato (come quello dei colonnelli, scrive oggi Varoufakis, con le banche al posto dei carri armati: ma non è che nel passaggio Berlusconi-Monti l’Unione europea ci fosse andata leggera), sfregio della democrazia referendaria (ignorata e punita) e di quella parlamentare (ridotta a mera esecutrice del diktat tedesco), delegittimazione e tentativo di sostituzione di un governo regolarmente eletto e reo di aver tentato politiche antiausterità, terapia preventiva del contagio greco in Spagna domani e chissà dove dopodomani.

Per tutto questo, tuttavia, non serviva il waterboarding: bastavano i rapporti di forza, nudi e crudi e non necessariamente violenti, o sadici. C’è dunque un eccesso, nella scena madre di Bruxelles, che va interrogato. Esso attiene a un’intenzione specificamente punitiva, disciplinare e moraleggiante che non è tesa solo a fare abbassare le penne ai giovanotti scapestrati di Atene, ma a mostrare esemplarmente a tutti, tramite loro, che l’Europa è questa o non è, che “l’ordoliberismo” è la religione monoteistica dell’Unione e le cosiddette riforme sono i suoi comandamenti, che chi non li osserva va trattato alla stregua di un infedele e che chi li osserva deve non solo eseguirli, ma farli propri e implementarli.

Disciplinamento morale

Il passaggio parlamentare concesso e richiesto ad Atene assume da questo punto di vista, al di là delle procedure di facciata, un significato simbolico preciso: il neoliberalismo non governa con i carrarmati, esige che i governati approvino, in tutti i sensi, i suoi diktat, li interiorizzino e se ne facciano portatori; che i debitori si sentano in colpa e si inginocchino a espiare la colpa.

L’apparato informativo che dal 2008 in poi ha reso popolare il discorso economico prima riservato a pochi eletti, facendoci diventare tutti esperti di tasse, pensioni,spread e derivati come tutti diventano esperti di calcio ai Mondiali, è solo il veicolo attraverso cui passa questo poderoso dispositivo di disciplinamento morale su cui il neoliberalismo costruisce il suo consenso, mobilitando un’adesione etica singolare e collettiva.

Perciò nella vicenda greca non ne va “solo” della democrazia: ne va della nostra libertà, della nostra intelligenza, della nostra capacità di resistere al waterboardingmentale. L’esperimento greco ha aperto la strada. Ora spetta a tutti noi, uno per uno, una per una, tenerla aperta, se vogliamo ancora puntare sulla costruzione europea altrimenti destinata alla rovina.