troika

5 mesi di battaglia

segnalato da nc60 (articolo originale e integrale segnalato da marco)

VAROUFAKIS: “ORA L’UNICA STRADA E’ GESTIRE BENE IL GREXIT”

di Harry Lambert (trad. Matteo Bartocci) – ilmanifesto.info, 13/07/2015

L’intervista. L’ex ministro delle finanze greco rilascia al settimanale britannico “New Statesman” la prima intervista dopo le sue dimissioni. E non risparmia dettagli e retroscena su nulla di quanto accaduto negli ultimi cinque mesi.

Harry Lambert del «New Statesman» ha realizzato la prima intervista a Yanis Varoufakis dopo le sue dimissioni dal governo greco. Una conversazione pubblicata integralmente sul sito www.newstatesman.com che ha avuto luogo prima dell’accordo di domenica notte. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

Harry Lambert: come ti senti?

Yanis Varoufakis: (…) mi sento sollevato nel non dover più sostenere questa pressione incredibile a negoziare da una posizione che giudico difficile da difendere. (…) Le mie peggiori paure si sono confermare, ma la situazione si è rivelata perfino peggiore.

A che ti riferisci?

Alla mancanza totale di qualsiasi scrupolo democratico da parte dei supposti difensori della democrazia europea. (…) Nell’eurogruppo ho visto il più totale rifiuto a discutere di argomenti economici. Dicevo cose che avevo studiato a fondo e mi guardavano a occhi sbarrati. Come se fossi trasparente o non avessi detto nulla. Potevo cantare l’inno nazionale svedese e per loro era uguale. Per uno come me abituato al dibattito accademico è stato allucinante.

Questo atteggiamento c’era già quando sei arrivato, all’inizio di febbraio?

All’inizio alcuni si mostravano comprensivi a livello personale, anche nel Fmi. Ma poi ciascuno si trincerava dietro al copione ufficiale. Schäuble è stato coerente fin dall’inizio. Diceva che le elezioni in Grecia non potevano cambiare le decisioni assunte dai governi precedenti perché in Europa ci sono elezioni ogni mese e non si possono cambiare gli accordi ogni volta. A quel punto gli ho risposto che allora le elezioni nei paesi indebitati si potevano anche abolire. Rimase zitto. Forse pensava fosse una buona idea, anche se di difficile attuazione.

E Merkel?

Non era un mio interlocutore. (…) Mi hanno detto che lei era molto diversa. Che tranquillizzava il primo ministro (Tsipras, ndr) dicendogli: «Troveremo una soluzione, non ti preoccupare, fai i compiti a casa, lavora con la troika e tutto andrà bene, non accadrà nulla di terribile». Non era quello che sentivo io dalle mie controparti, il capo dell’eurogruppo e il dott. Schauble.

Perché siete arrivati all’estate allora?

Non avevamo un’alternativa. Il nostro governo era stato eletto con un mandato a negoziare. Per cui il primo obiettivo era guadagnare il tempo e lo spazio per farlo: negoziare e raggiungere un accordo. Non abbiamo mai rovesciato il tavolo dei creditori. Ma il negoziato è durato tanto perché i creditori non volevano assolutamente negoziare.

Ti faccio un esempio. Ci dicevano: abbiamo bisogno di tutti i dati fiscali e di tutti i dati sulle imprese a partecipazione pubblica. Abbiamo passato giorni a dargli questi dati e rispondere a dei questionari. Passata questa fase, ci hanno chiesto cosa volevamo fare con l’Iva. Glielo dicevamo e loro dicevano no senza proporre alternative. Poi passavano a un’altra questione, tipo le privatizzazioni. Gli raccontavamo le nostre intenzioni, le rifiutavano e passavano oltre, senza mai arrivare a nessun punto. Un cane che cerca di mordersi la coda. (…)

Fin dall’inizio la mia proposta era questa: la Grecia è fallita molto tempo fa, siamo d’accordo che va riformata. Ma il tempo è sostanza, e la Bce stava stringendo la liquidità per metterci pressione e farci capitolare. Alla troika ho detto: mettiamoci d’accordo su 3–4 cose, tipo il fisco e l’Iva e attuiamole subito. Voi in cambio limitate la stretta alla liquidità della Bce. Nel frattempo troviamo un accordo ampio e noi lo portiamo in parlamento.

Ci hanno detto: «Non potete introdurre leggi in modo unilaterale, sarebbe un atto ostile durante il negoziato». Dopo un po’ di mesi hanno fatto filtrare sui media che non avevamo approvato nulla e volevamo solo perdere tempo. (…) Finché la liquidità è stata tagliata del tutto e siamo finiti in default o quasi, verso il Fmi. Solo allora hanno fatto le loro proposte… tossiche e totalmente impraticabili. La tipica proposta che fai quando non vuoi un accordo.

Gli altri paesi indebitati che atteggiamento hanno avuto?

Fin dall’inizio il governo di questi paesi ci ha fatto capire che noi eravamo il loro peggior nemico. Il loro peggior incubo era un nostro eventuale successo. Se la piccola Grecia avesse potuto ottenere condizioni migliori di loro, il loro capitale politico si sarebbe disintegrato. Avrebbero dovuto dire ai loro popoli che non erano stati capaci di negoziare come noi. (…) Anche Podemos, la loro voce non ha mai penetrato le mura dell’eurogruppo. Si sono espressi a nostro favore più volte, ma più parlavano più il loro ministro delle finanze diventava ostile nei nostri confronti. (…).

Qual è secondo te il problema principale nel funzionamento dell’eurogruppo?

C’è stato un momento in cui effettivamente il presidente dell’eurogruppo ci ha cacciato via, facendo sapere che la Grecia era essenzialmente fuori dall’euro. C’è una convenzione per cui i comunicati dell’eurogruppo devono essere unanimi e il presidente non può escludere un paese dell’eurozona. Dijsselbloem ci ha detto: «Certo che posso farlo, ho chiesto un parere legale». A quel punto i lavori si sono fermati per una decina di minuti e ognuno si è aggrappato al telefono chiedendo ai propri esperti. Uno di loro, lì presente, mi si è avvicinato: «Devi capire che l’eurogruppo non esiste né per legge, né nei trattati». Quindi questo gruppo inesistente ha il potere più grande per decidere le vite degli europei. Non risponde a nessuno, non è codificato per legge, non ci sono verbali delle sue riunioni, agisce solo in maniera riservata. Nessun cittadino sa cosa venga detto lì dentro. E spesso sono decisioni di vita o di morte.

L’eurogruppo è controllato dal Germania?

In tutto e completamente. Il ministro delle finanze tedesco è il direttore d’orchestra. Tutti si accordano a lui e ne seguono il ritmo. Se l’orchestra stona, la rimette subito in riga.

Non ci sono contrappesi? Per esempio la Francia?

Il ministro francese emette rumori diversi da quelli tedeschi, rumori molto sottili. Ha usato sempre un linguaggio molto giudizioso, per non entrare in contrasto col collega tedesco. Non suonava lo stesso identico spartito ma non si è mai opposto. Alla fine la Francia ha sempre accettato le conclusioni del dott. Schäuble.

(…) pensi ancora che dopo Syriza l’unica alternativa in Europa saranno forze come Alba dorata in Grecia?

Nulla è determinato. Syriza oggi è una forza dominante. Se usciamo da questo disastro uniti e gestiamo un Grexit in modo appropriato, allora ci sarà un’alternativa. Non sono sicuro che abbiamo tutte le competenze tecniche e finanziarie per gestire l’uscita della Grecia dall’euro. Speriamo che ci aiutino esperti anche dall’estero.

Pensavi alla Grexit fin dal primo giorno?

Sì, certo.

E hai fatto preparativi?

Sì e no. Avevamo un piccolo gruppo, un «gabinetto di guerra» al ministero fatto da circa 5 persone. Ci siamo preparati sulla carta, in teoria, ma una cosa è parlarne tra 5 persone, un’altra preparare un’intera nazione a farlo. Serviva un ordine esecutivo per farlo. Che non è mai arrivato. Io pensavo che non dovessimo essere noi a decidere per il Grexit. Non volevo che diventasse una profezia che si autoavvera. (…) Credevo però che nel momento in cui l’eurogruppo ha chiuso le nostre banche avremmo dovuto dare più forza al processo.

Quindi, per quanto posso capire, c’erano solo due opzioni: una Grexit immediata o stampare una moneta parallela (Iou) e prendere il controllo della Banca di Grecia…

Sì. Non ho mai pensato di introdurre una nuova moneta. La mia visione — espressa nel governo — era che se avessero chiuso le nostre banche — cosa che io considero tuttora una mossa aggressiva di incredibile potenza — avremmo dovuto rispondere in modo altrettanto aggressivo, anche se senza passare il punto di non ritorno. Avremmo dovuto fare tre cose: emettere i nostri «Iou» o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, tagliare il nostro debito detenuto dalla Bce o almeno annunciare che eravamo pronti a farlo, e prendere il controllo della Banca centrale di Grecia. Avevo avvertito il governo che avrebbero chiuso le nostre banche per un mese, per costringerci a un accordo umiliante. E quando è successo molti miei colleghi ancora non potevano credere che stesse accadendo. E le mie raccomandazioni a rispondere in modo «energico», in ogni caso, sono state sconfitte in un voto.

Di quanto sconfitte?

Su sei persone abbiamo votato a favore solo in due. Quindi ho dato ordine di chiudere le banche in modo consensuale con la Bce e la Banca di Grecia. Anche se ero contrario so giocare in squadra e credo molto nella responsabilità collettiva.

Poi c’è stato il referendum.

Il referendum ci ha dato una forza incredibile. Che poteva anche giustificare una reazione dura contro la Bce ma quella stessa notte, mentre il popolo faceva esplodere il suo «no», il governo ha deciso di non adottare l’approccio «energico». Al contrario, il referendum doveva portarci a fare maggiori concessioni alle controparti: l’incontro del primo ministro con i partiti di opposizione aveva stabilito già che qualunque cosa fosse successa, qualunque cosa l’altra parte ci avesse fatto, noi non avremmo mai risposto in modo da sfidarli. E quindi essenzialmente avremmo iniziato a seguirli…senza più negoziare.

Sembri senza speranza, pensi che l’accordo in discussione sarà meglio o peggio?

Sarà molto peggio. Ho enorme fiducia nel nostro governo. Ma non vedo come il ministro tedesco possa acconsentire alla ristrutturazione del debito. sarebbe un miracolo (…).

(…) Capisco molto poco della tua relazione con Tsipras.

Lo conosco dal 2010, perché all’epoca ero molto critico con il governo anche se ero vicino alla famiglia Papandreou — e in un certo senso ancora lo sono. (…) Tsipras era un leader molto giovane che cercava di farsi un’idea di quanto stava accadendo, quali erano le cause della crisi e come doveva posizionarsi.

Ti ricordi il vostro primo incontro?

Certo, era la fine del 2010. Eravamo in un caffè, eravamo in tre. E all’epoca Tsipras non aveva le idee chiare sulla dracma o sull’euro. Io invece avevo idee molto precise su quanto stava accadendo. E da lì abbiamo iniziato a parlarne. Un dialogo mai interrotto, che credo abbia contribuito a formare le sue opinioni.

Come ti senti, dopo quasi cinque anni, a non lavorare più con lui?

Non è così perché siamo ancora molto vicini. Ci siamo lasciati in modo molto amichevole. Non abbiamo mai avuto un problema tra di noi. Mai, fino ad oggi. E poi sono molto vicino al mio successore, Euclid Tsakalotos. Non parlo più con Tsipras da un paio di giorni ma parlo tutti i giorni con Euclid. Non lo invidio.

Ti stupirebbe se Tsipras si dimettesse?

Niente mi stupisce più in questi giorni. La nostra eurozona è un luogo estremamente inospitale per le persone integre e oneste. Non mi stupirebbe nemmeno se accettasse un accordo molto brutto. Perché so che lo farebbe per il senso di responsabilità che prova verso il popolo e la sua gente. Perché non vuole che la nostra nazione diventi un paese fallito. Ma non tradisco le mie opinioni, elaborate dal 2010, secondo cui questo paese deve smetterla di chiedere prestiti e aumentare il debito pensando di risolvere i propri problemi. Perché non ha funzionato e non funziona.

Stiamo solo rendendo il nostro debito ancora meno gestibile, generando condizioni di austerità che ridurranno ulteriormente la nostra economia e trascineranno il peso della crisi ancora sulle spalle di chi non ha, creando una vera crisi umanitaria. Non lo accetto e non voglio farne parte.

La parola al Popolo è Democrazia

Tsipras: Non rispettano la democrazia e ci accusano di golpismo

Grecia. L’appello televisivo del premier greco.

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’Eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

In ogni caso voglio assi­cu­rare al popolo greco che la ferma inten­zione del governo è quella di ottenere un accordo con i part­ners, in con­di­zioni però di soste­ni­bi­lità e di pro­spet­tiva per il futuro. Già l’indomani della nostra deci­sione di pro­cla­mare un refe­ren­dum sono state poste sul tavolo propo­ste riguar­danti il debito e la neces­sità di ristrut­tu­rarlo, migliori di quelle che ci erano state presen­tate fino a venerdì. Non le abbiamo lasciate cadere.

Abbiamo imme­dia­ta­mente pre­sen­tato le nostre con­tro­pro­po­ste, chie­dendo una solu­zione soste­ni­bile. È per que­sta ragione che c’è stata la riu­nione straor­di­na­ria dell’eurogruppo ieri e ci sarà una nuova riu­nione oggi pome­rig­gio. Se ci sarà una con­clu­sione posi­tiva, noi rispon­de­remo imme­dia­ta­mente. In ogni caso, il governo greco rimane al tavolo del nego­ziato e con­ti­nuerà a rima­nerci fino alla fine. Ma ci rimarrà su que­sto tavolo anche lunedì, subito dopo il referendum, in con­di­zioni più favo­re­voli per la parte greca. Il ver­detto popo­lare, infatti, è sem­pre più potente rispetto alla volontà di un governo. Vor­rei anche riba­dire che il ricorso alla volontà popo­lare è uno dei fon­da­menti delle tradizioni europee.

In momenti cru­ciali della sto­ria euro­pea, i popoli hanno preso deci­sioni impor­tanti attra­verso lo stru­mento del referen­dum. È suc­cesso in Fran­cia e in tanti altri paesi, dove si sono svolti referendum sulla Costi­tu­zione euro­pea. È suc­cesso in Irlanda, dove un refe­ren­dum ha temporaneamente sospeso il Trat­tato di Lisbona e ha con­dotto a un nuovo nego­ziato, dal quale l’Irlanda ha otte­nuto con­di­zioni migliori. Nel caso della Gre­cia, pur­troppo, si usano due metri e due misure.

Per­so­nal­mente, non mi sarei mai aspet­tato che l’Europa demo­cra­tica non rie­sca a com­pren­dere la neces­sità di lasciare a un popolo sovrano lo spa­zio e il tempo neces­sa­rio per­ché fac­cia le sue scelte riguardo al pro­prio futuro. Sono pre­valsi ambienti estre­mi­sti con­ser­va­tori e di con­se­guenza le banche del nostro paese sono state por­tate all’asfissia. L’obiettivo è evi­dente: eser­ci­tare un ricatto che parte dal governo e arriva fino a ogni sin­golo cittadino greco.

È infatti inac­cet­ta­bile in un’Europa della soli­da­rietà e del rispetto reci­proco, vedere que­ste scene ver­go­gnose: far chiu­dere le ban­che pro­prio per­ché il governo ha deciso di far par­lare il popolo, creare disagi a migliaia di anziani, per i quali, mal­grado l’asfissia finan­zia­ria, il governo si è preoccu­pato e ha fatto in modo che la loro pen­sione fosse regolar­mente ver­sata nei loro conti. A que­ste per­sone dob­biamo delle spie­ga­zioni. È per pro­teg­gere le vostre pensioni che stiamo dando bat­ta­glia tutti que­sti mesi. Per pro­teg­gere il vostro diritto a una pen­sione digni­tosa e non a una mancia. Le pro­po­ste che, in maniera ricat­ta­to­ria, ci hanno chie­sto di sot­to­scri­vere pre­ve­de­vano un taglio consistente delle pen­sioni. Per que­sto motivo ci siamo rifiu­tati, per que­sto oggi si vendicano.

È stato dato al governo greco un ulti­ma­tum che com­pren­deva esat­ta­mente la stessa ricetta, compren­dente tutte le misure ancora non appli­cate del vec­chio Memo­ran­dum di auste­rità. Come se non bastasse, non hanno pre­vi­sto alcuna forma di alleg­ge­ri­mento del debito né di finan­zia­mento dello svi­luppo. L’ultimatum non è stato accet­tato. Poiché in regime di demo­cra­zia non ci sono strade senza uscita, l’ovvia via d’uscita era quella di rivol­gerci al popolo, ed è stato esat­ta­mente quello che abbiamo fatto.

Sono pie­na­mente con­sa­pe­vole che in que­ste ore c’è un’orgia di cata­stro­fi­smo. Vi ricat­tano e vi invitano a votare sì a tutte le misure chie­ste dai cre­di­tori, senza alcuna visi­bile via d’uscita dalla crisi. Vogliono fare dire anche a voi, come suc­ce­deva nei quei giorni bui della nostra vita par­la­men­tare che abbiamo lasciato die­tro di noi, sì a tutto. Farvi diven­tare simili a loro, com­plici nel piano di farci rima­nere per sem­pre sotto l’austerità.

Dall’altra parte, il no non è una sem­plice parola d’ordine. Il no rap­pre­senta un passo deci­sivo verso un accordo migliore che pun­tiamo a sot­to­scri­vere subito dopo la pro­cla­ma­zione dei risul­tati di dome­nica. Sarà l’inequivocabile scelta del popolo riguardo le sue con­di­zioni di vita nei giorni a venire. No non signi­fica rot­tura con l’Europa, ma ritorno all’Europa dei valori. No signi­fica pressione potente per un accordo eco­no­mi­ca­mente soste­ni­bile che trovi una solu­zione al pro­blema del debito, non lo farà schiz­zare a livelli inso­ste­ni­bili, non costi­tuirà un eterno osta­colo verso i nostri sforzi per far ripren­dere l’economia greca e dare sol­lievo alla società. No signi­fica pres­sione forte per un accordo social­mente equo che distri­buirà il peso ai pos­si­denti e non ai lavo­ra­tori dipendenti e ai pensionati.

Un accordo cioè che por­terà in tempi brevi il Paese a essere di nuovo pre­sente nei mer­cati finan­ziari inter­na­zio­nali, in modo che si ponga ter­mine alla sor­ve­glianza stra­niera e al com­mis­sa­ria­mento. Un accordo che com­prenda quelle riforme che puni­ranno una volta per sem­pre gli intrecci insani tra poli­tica, mezzi d’informazione e potere eco­no­mico che hanno con­trad­di­stinto in tutti que­sti anni il vec­chio sistema poli­tico. Nel con­tempo potrà affron­tare la crisi umani­ta­ria: sten­derà, in altre parole, una rete di sicu­rezza per tutti quelli che oggi sono stati spinti all’emarginazione gra­zie alle poli­ti­che seguite in tutti que­sti anni nel nostro paese.

Gre­che e Greci, sono pie­na­mente con­sa­pe­vole delle dif­fi­coltà che state affron­tando. Mi impe­gno per­so­nal­mente a fare qua­lun­que cosa per­ché siano prov­vi­so­rie. Alcuni fanno dipen­dere la permanenza della Gre­cia all’eurozona dal risul­tato del refe­ren­dum. Mi accu­sano di avere un’agenda segreta: nel caso di vit­to­ria del no, far uscire il Paese dall’Unione Euro­pea. Men­tono sapendo di men­tire. Sono quelli stessi che dice­vano le stesse cose nel pas­sato e rendono un pes­simo ser­vi­zio sia al nostro popolo che all’Europa. D’altronde, sapete bene che un anno fa io stesso ero can­di­dato per la pre­si­denza della Com­mis­sione alle ele­zioni per il Par­la­mento europeo.

Anche allora ho detto agli euro­pei che le poli­ti­che di auste­rità devono finire, che non è que­sta la strada per uscire dalla crisi, che il pro­gramma appli­cato alla Gre­cia è stato un fal­li­mento. E che l’Europa deve smet­tere di com­por­tarsi in maniera non democratica.

Pochi mesi più tardi, nel gen­naio del 2015, il nostro popolo ha sigil­lato que­sta scelta. Sfortunatamente, alcuni in Europa si rifiu­tano di com­pren­dere que­sta verità, non la vogliono ammet­tere. Quelli che pre­fe­ri­scono un’Europa anco­rata in logi­che auto­ri­ta­rie, di disprezzo verso le regole demo­cra­ti­che, che vogliono un’Europa unita solo in maniera epi­der­mica e tenuta insieme dal Fmi, non hanno una visione degna dell’Europa. Sono poli­tici senza corag­gio che non rie­scono a pen­sare come europei.

A loro fianco sta il nostro sistema poli­tico che ha por­tato il Paese alla ban­ca­rotta e ora si pro­pone di get­tare la colpa a noi, a chi cerca di far finire que­sta mar­cia verso il disa­stro. Sognano il loro ritorno: lo hanno pro­get­tato nel caso che noi aves­simo accet­tato l’ultimatum – hanno pub­bli­ca­mente chie­sto la nomina di un altro pre­mier per appli­carlo – ma con­ti­nuano anche adesso che abbiamo dato la parola al popolo. Par­lano di colpo di stato. Ma la demo­cra­zia non è un colpo di stato, i governi nomi­nati da fuori sono un colpo di stato.

Gre­che e Greci, voglio rin­gra­ziarvi con tutto il cuore per la calma e il san­gue freddo che state mostrando in ogni momento di que­sta set­ti­mana dif­fi­cile. Voglio assi­cu­rarvi che que­sta situa­zione non durerà a lungo. Sarà prov­vi­so­ria. Gli sti­pendi e le pen­sioni non andranno persi. I conti dei cittadini che hanno scelto di non por­tare i loro soldi all’estero non saranno sacri­fi­cati sull’altare dei ricatti e delle oscure mano­vre poli­ti­che. Assumo io per­so­nal­mente la respon­sa­bi­lità di tro­vare una solu­zione al più pre­sto, subito dopo la con­clu­sione del refe­ren­dum. Allo stesso tempo rivolgo l’appello di soste­nere que­sto pro­cesso nego­ziale, vi chiedo di dire no alle ricette di auste­rità che stanno distrug­gendo l’Europa.

Vi chiedo di accet­tare la strada di una solu­zione soste­ni­bile, di aprire una bril­lante pagina di democra­zia, nella speranza certa di un accordo migliore. Siamo respon­sa­bili verso i nostri geni­tori, i nostri figli e verso noi stessi. È il nostro debito verso la storia.

Alexis Tsipras

(a cura di Dimi­tri Deliolanes)

La Verità sul debito greco

segnalato da crvenazvezda76

Oggi inizia la settimana di mobilitazione a sostegno della Grecia. Di seguito la traduzione di Antonello Falomi della sintesi della relazione sui primi risultati della Commissione sulla Verità del debito greco decisa dal Parlamento Greco. 

***

Atene, 17 giugno 2015

Sintesi della relazione sulle prime risultanze della Commissione sulla verità del debito greco del Parlamento greco.

A giugno 2015 la Grecia si trova a un bivio: favorire i programmi falliti di aggiustamento macroeconomico imposti dai creditori o fare un vero e proprio cambiamento rompendo le catene del debito.

A cinque anni da quando i programmi di aggiustamento economico sono iniziati, il paese rimane profondamente bloccato in una crisi economica, sociale, democratica ed ecologica. La scatola nera del debito è rimasta chiusa e fino ad ora nessuna autorità, greca o internazionale, ha cercato di portare alla luce la verità su come e perché la Grecia è stata sottoposta al regime della Troika. Il debito, nel cui nome nulla è stato risparmiato, resta la regola attraverso la quale si è imposta la politica neoliberista e la recessione più profonda e più lunga sperimentata in Europa, in tempo di pace.

C’è un bisogno immediato e una responsabilità sociale per affrontare una serie di questioni giuridiche, sociali ed economiche che richiedono adeguata considerazione.

In risposta, il Parlamento ellenico ha istituito nel mese di aprile 2015 la Commissione “Verità sul debito pubblico”, per indagare sulla creazione e la crescita del debito pubblico, sul modo e sulle ragioni per le quali è stato contratto tale debito, e sull’impatto che le condizioni per la concessione dei prestiti hanno avuto sull’economia e sulla popolazione.

Alla Commissione “Verità” è stato dato il compito di aumentare la consapevolezza delle problematiche relative al debito greco, sia a livello nazionale che internazionale, e di formulare argomenti e opzioni relativi alla cancellazione del debito.

La ricerca della Commissione presentata in questo rapporto preliminare mette in luce il fatto che l’intero programma di aggiustamento, al quale la Grecia è stata soggiogata, era e resta un programma politicamente orientato.

L’esercizio tecnico collegato alle variabili macroeconomiche e alle proiezioni del debito, sono direttamente collegati alla vita delle persone e ai mezzi di sussistenza, che ha permesso alle discussioni sul debito di rimanere a livello tecnico, ruota principalmente attorno la tesi secondo cui le politiche imposte alla Grecia avrebbero migliorato la sua capacità di pagare il debito .

I fatti presentati in questo rapporto contestano tale tesi.

Tutte le prove che presentiamo in questo rapporto mostrano che la Grecia non solo non ha la capacità di pagare questo debito, ma anche che il debito emergente dal regime della Troika è una diretta violazione dei diritti umani fondamentali dei residenti della Grecia.

Cioè, siamo giunti alla conclusione che la Grecia non debba pagare questo debito perché è illegale, illegittimo e odioso.

Abbiamo anche raggiunto la comprensione che l’insostenibilità del debito pubblico greco era evidente fin dall’inizio ai creditori internazionali, alle autorità greche e ai media. Tuttavia, le autorità greche, insieme ad alcuni altri governi della UE, hanno cospirato, nel 2010 ,contro la ristrutturazione del debito pubblico al fine di proteggere le istituzioni finanziarie. I media hanno nascosto la verità raccontando che il piano di salvataggio avrebbe portato benefici alla Grecia, e al tempo stesso sviluppando la narrazione di una popolazione che si era meritata i sacrifici.

I Fondi di salvataggio previsti in entrambi i programmi del 2010 e del 2012 sono stati gestiti esternamente attraverso schemi complicati, impedendo qualsiasi autonomia di bilancio.

L’uso dei Fondi di salvataggio è stato strettamente imposto dai creditori,quindi, è emerso che meno del 10% di questi fondi sono stati destinati alle spese correnti del governo.

La relazione preliminare presenta una prima mappatura dei problemi chiave e delle questioni connesse con il debito pubblico, mette in luce violazioni legali chiave associate con la gestione del debito, traccia anche le basi giuridiche su cui può basarsi la sospensione unilaterale dei pagamenti del debito.

I risultati sono presentati in nove capitoli strutturati come segue.

QUI potete leggere il documento completo

Agli ordini della Troika

segnalato da n.c.60

Crisi Grecia, Atene: “Giornalisti agli ordini della Troika per fare propaganda pro-Ue”

Lo ha denunciato la Commissione parlamentare sulla trasparenza della crisi, che indaga sul Fondo, sulle base delle rivelazioni dell’ex membro greco dell’FMI Panagiotis Roumeliotis. A dare manforte, secondo le accuse, anche un pool di economisti e docenti universitari che in occasione di interviste sui quotidiani o in tv cercava di persuadere l’opinione pubblica che quella dell’austerità era l’unica strada possibile.

di Francesco De Palo – ilfattoquotidiano.it, 16 giugno 2015

pochi giorni dalla riapertura della tv di Stato greca Ert, chiusa per volere della Troika, uno scandalo scuote il mondo della comunicazione ellenica. In Grecia, dal 2010 ad oggi, il Fondo Monetario Internazionale avrebbe “formato” giornalisti embedded favorevoli alle posizioni dei creditori internazionali. Lo ha denunciato la Commissione parlamentare sulla trasparenza della crisi, che indaga sul Fondo, grazie alle rivelazioni dell’ex membro greco dell’FMI Panagiotis Roumeliotis. Ha rivelato che i seminari di formazione sono stati architettati volontariamente per creare “portavoce” delle istanze spinte dalle istituzioni internazionali che hanno gestito la crisi ellenica. I nomi dei giornalisti greci che hanno preso parte ai meeting saranno svelati nelle prossime settimane alla Camera dei Deputati di Atene.

Misure di austerità, strutturazione e comunicazione del memorandum, rischi di una Grexit, passando per quel “terrorismo mediatico” che la stampa ellenica ha megafonato svariate volte negli ultimi anni, soprattutto a ridosso delle elezioni politiche e amministrative: queste le accuse rivolte ai giornalisti coinvolti. Secondo Roumeliotis, la Commissione parlamentare potrebbe chiedere formalmente al responsabile comunicazione del FMI, Jerry Reis, i nomi dei giornalisti invitati ai seminari. Per questa ragione il presidente della Camera, Zoì Konstantopoulou, ha fatto sua la proposta annunciando una lettera formale indirizzata all’istituto guidato da Christine Lagarde.

L’ex rappresentante greco al FMI ha aggiunto che a dare manforte alla stampa pro Troika era anche un pool di economisti e docenti universitari che, in occasione di interviste sui quotidiani o di trasmissioni televisive, cercavano di persuadere l’opinione pubblica che quella del memorandum era l’unica strada possibile per la Grecia. Il tutto mentre ad Atene la polizia arrestava forse l’unico giornalista greco che aveva dato una notizia, ovvero Kostas Vaxevanis, reo di aver pubblicato sul suo settimanale Hot Doc i duemila nomi degli illustri evasori della lista Lagarde che avevano spostato capitali in svizzera.

E così dopo il dossier siglato proprio dal FMI che nel 2012 ha certificato un errore di calcolo da parte di Washington sulla crisi greca, ecco un’altra falla che si apre nell’istituzione che assieme all’UE e alla BCE ha governato la crisi greca e i due memorandum imposti ad Atene, il primo dei quali votato nel novembre 2012 dai deputati socialisti e conservatori che lo avevano ricevuto in visione solo poche ore prima.

Intanto ricomincia la mobilitazione sociale in tutto il Paese e anche in Europa. “Neanche un passo indietro”: questo il titolo della manifestazione promossa in contemporanea ad Atene e a Salonicco per mercoledì 17 giugno “contro la disinformazione, gli usurai, gli istituti di credito e i requisiti che vogliono imporre alla classe operaia e ai cittadini”. Sostegno da Parigi e Bruxelles dove, rispettivamente sabato e domenica prossimi, oltre 50 organizzazioni marceranno contro l’austerità e a sostegno di Atene nell’ambito della settimana della solidarietà europea con il popolo greco.

 

Le carte di Tsipras nella partita dell’Euro

di Alfonso Gianni – il Manifesto

La linea di Varou­fa­kis è chiara: «Faremo com­pro­messi con la Ue ma non fini­remo com­pro­messi». Ale­xis Tsi­pras dichiara alla Reu­ters che il governo lavora per una solu­zione che «rispetti il recente man­dato popo­lare come il qua­dro ope­ra­tivo dell’Eurozona», pre­ci­sando però che restano quat­tro punti di disac­cordo – non tec­nici, ma poli­tici – in mate­ria di rap­porti di lavoro (del resto il mer­cato del lavoro greco è già del tutto dere­go­la­men­tato), di sicu­rezza sociale, di aumento dell’Iva, di pri­va­tiz­za­zioni. Ovvero il cuore del pro­gramma sociale di Syriza.
(…)
Ma come sap­piamo il pro­blema è politico.

Se la Gre­cia se la cava, altri pos­sono per­cor­rere strade alter­na­tive all’austerità e l’influenza sul qua­dro poli­tico dei paesi in mag­giore dif­fi­coltà, che finora hanno ese­guito pedis­se­qua­mente i dik­tat della Troika tro­van­dosi peg­gio di prima, potrebbe essere letale per le destre che attual­mente li gover­nano. Il rife­ri­mento alla Spa­gna è d’obbligo.

Tut­ta­via, vale anche il ragio­na­mento con­tra­rio. Se la Gre­cia finisse in default, se – mal­grado le ultime dichia­ra­zioni più pru­denti della Mer­kel sulla per­ma­nenza greca nella Ue – ciò com­por­tasse una fuo­riu­scita dall’euro e quindi dalla Ue, non è affatto detto che per la finanza sarebbe pura godu­ria. Spe­rare infatti – scrive un edi­to­ria­li­sta del Sole24Ore – che il Gre­xit non abbia alcun impatto sui mer­cati finan­ziari e sull’economia degli paesi della Ue è come pre­ten­dere che una bomba esplo­dendo non fac­cia danni.

il marxismo libertario

 
 
E’ duro per l’Europa dei banchieri accettare la prospettiva di un’Europa dei popoli. Eppure è questa la minaccia rappresentata dalla Grecia di Tsipras. Se l’infezione si allargasse, allora lo 0,4 per cento della popolazione rischierebbe di diventare un po’ più povero

Nuovo giro di vite della Troika sulla Gre­cia. Si torna a par­lare di Gre­xit. Non è la prima volta in que­ste set­ti­mane, ma ora il tempo stringe. La liqui­dità scar­seg­gia e il paese elle­nico deve resti­tuire tra mag­gio e giu­gno al Fmi 2,5 miliardi di euro. A giu­gno e luglio sca­dono altri due bond verso la Bce per un importo ancora supe­riore di 6 miliardi. Se non doves­sero venire rim­bor­sati ces­se­rebbe anche la linea di cre­dito di emer­genza (Ela) da 73 miliardi messa a dispo­si­zione a caro prezzo dalla Bce per soste­nere le ban­che gre­che. E’ da dubi­tare che l’Eurogruppo di Riga del 24 aprile si mostri…

View original post 702 altre parole

Solidarietà per Tutti

traduzione di Antonio “Boka”

revisione di Nammgiuseppe

editing di transiberiana9

Nelle scorse settimane abbiamo più volte discusso fra noi su come potevamo, in qualche modo, essere di supporto al popolo greco in questo periodo così difficile, in cui la crisi prima e le imposizioni della troika poi hanno portato ad un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, con un aumento della disoccupazione, una drastica riduzione degli stipendi e la sostanziale demolizione dei servizi assistenziali. Sappiamo che il successo di Syriza non può magicamente risolvere i problemi e che la Grecia ha bisogno di un atto di fiducia per risolvere concretamente i suoi problemi.
Abbiamo individuato un’associazione che fa da collettore di tutte le iniziative di solidarietà che sono nate in questi anni, sostituendosi allo stato dove questo si è tirato indietro, con servizi assistenziali gestiti principalmente da volontari e progetti concreti per ridare dignità alla popolazione, anche tramite stimoli all’imprenditorialità.
Questa associazione si chiama Solidarity4all (S4A) e ha avuto anche il merito di inserire lavoro dei volontari in un quadro di resistenza civile e sociale che ci pare molto importante.
Abbiamo trovato in rete alcuni documenti in cui l’associazione presenta al mondo la situazione greca e il lavoro che viene fatto quotidianamente. Mancava però una versione in italiano di questi documenti e quindi abbiamo pensato che tradurli in italiano fosse utile per far conoscere il loro lavoro qui da noi. Dentro il documento ci sono anche i riferimenti per chi volesse fare delle donazioni in denaro ai singoli progetti di volontariato.
Di seguito trovate uno stralcio del primo documento tradotto (datato Marzo 2013) e il link per scaricare la traduzione integrale in formato pdf.

Cari amici,
quando gli stessi rappresentanti degli istituti di credito in Grecia, sia del settore privato (cioè del sistema bancario internazionale) sia del FMI, ammettono che il disastro sociale senza precedenti e il pericolo enorme per la democrazia sono stati causati in Grecia dalle erronee e reiterate “terapie d’urto”, ogni ulteriore descrizione della crisi sociale e umanitaria che continua a creare danni a un ritmo crescente nel nostro Paese potrebbe sembrare inutile.
Tuttavia, la ragione che ci induce a richiedere la vostra attenzione e quella dell’opinione pubblica internazionale è quella di fornire informazioni dal nostro punto di vista, cioè da parte di chi resiste a questo inverno sociale imposto dall’esterno attraverso i Memorandum d’Intesa derivante dal Meccanismo Europeo di Stabilità. Per informarvi non solo dell’entità del disastro, ma anche delle diverse attività di solidarietà sociale sviluppate dal popolo greco come parte integrante della lotta per il rovesciamento delle politiche di austerità e del regime di emergenza imposto dalla Troika e dai governi succedutisi negli ultimi anni.
Quanto appena descritto ha trasformato il nostro Paese in uno spazio di sperimentazione sociale senza precedenti, seguito dal tentativo di estendere tali trasformazioni al resto dell’UE (come minimo) per superare quella che è una crisi di sistema. Uno spazio di sperimentazione che introduce all’interno dell’UE politiche applicate, fino ad ora, dal Nord ricco e dalle metropoli capitaliste alle nazioni povere del Sud Europa e alle periferie del mondo.
Siamo profondamente convinti che l’esperimento e le lotte del popolo greco, come di ogni altro, non siano altro che una parte della nostra lotta comune contro l’Armageddon sociale e la barbarie dei pacchetti di austerità, dovunque essi siano stati imposti nel mondo, della nostra lotta per i giovani, i pensionati, le donne, le piccole imprese e la classe media, i contadini, gli immigrati. Percepiamo la solidarietà e la mutua assistenza tra noi come condizione necessaria a ogni persona per essere in grado, almeno, di sopravvivere decentemente e avere la forza necessaria per combattere le cause e le conseguenze della crisi. Per essere in grado di resistere alla dissoluzione dello stato sociale e al saccheggio dei diritti politici e del lavoro, ottenuti grazie alle lotte di oltre un secolo.
Contemporaneamente all’impegno e alla lotta per la sopravvivenza, il movimento cerca di costruire un altro futuro, una proposta alternativa di organizzazione sociale. Lo sviluppo di nuove forme di auto-organizzazione dei popoli, attraverso strutture di solidarietà sociale diffuse a livelli diversi, crea la possibilità di un altro paradigma, non solo come via d’uscita dalla crisi a favore dei popoli, ma anche a favore di un diverso tipo di organizzazione sociale, che necessita di un radicale, profondo e democratico processo di trasformazione. Riteniamo che la condivisione di questa esperienza sia una parte altrettanto importante di questo processo e parte delle nostre lotte comuni.
La dimensione dell’offensiva scatenata su di noi è enorme, per cui, parafrasando uno degli slogan centrali del Movimento per la Solidarietà nel nostro Paese, “nessuno può essere lasciato solo, sia un popolo o una persona, a lottare contro la crisi”.
Nel rendere pubblici i tremendi e tragici effetti sociali degli accordi derivanti dai Memorandum d’Intesa e le iniziative del Movimento per la Solidarietà in Grecia, ci rivolgiamo a ogni organizzazione sociale, sindacale, politica, a gruppi spontanei e non formali o anche a singoli cittadini, chiedendo la vostra partecipazione e iniziativa per lo sviluppo di una campagna internazionale di solidarietà per la Grecia, attraverso il supporto di azioni specifiche.

4 anni segnati dai Memorandum d’Intesa – 4 anni di dissoluzione sociale, o, come può un Paese europeo essere trasformato in un Paese del Terzo Mondo.

La visione del disastro sociale verificatosi negli ultimi anni nel nostro Paese a causa delle misure di austerità e dello smantellamento totale di qualsiasi residua parvenza di stato sociale, è stata, giustamente, descritta da molti, come quella di un Paese del Terzo Mondo.

Solidarietà per Tutti – Scarica il documento

Il vero obiettivo di Tsipras e Varoufakis

Segnalato da n.c.60

TROIKA-GRECIA, ECCO IL VERO OBIETTIVO DI TSIPRAS E VAROUFAKIS

Di Fabio Massimo Piersanti – dailystorm.it, 19/02/2015

Le trattative sono ben lontane dal conludersi. La scadenza del piano di aiuti è alle porte e il default greco sembra vicino. Ma il governo di Syriza ancora non cede. E non va sottovalutato. Perché, oltre a vincoli e regole, lo scontro riguarda ben altro: l’irreversibilità dell’euro. Su cui l’Ue rischia di affossarsi da sola.

Con lo stupore di molti e contro lo scetticismo dei più, le prime settimane del governo Tsipras sono state contornate da fittissime cronache relative alle contrattazioni in essere tra la Troika e il governo greco riguardo il rinnovo del piano di aiuti finanziari da parte dell’Ue alla Grecia. Nel mentre in Europa sembra essercisi dimenticati del “rivoluzionario” piano di Quantitative easing lanciato da Mario Draghi solo qualche settimana fa. Anzi, la minaccia che tale programma possa non essere esteso alla Grecia qualora essa non rispetti gli accordi in essere sembra non essere più un fatto di gran rilievo. Il motivo principale è che ad oggi, 20 marzo, data di inizio ufficiale del Qe, quella minaccia appare distante, ma soprattutto che non sarà tale manovra a garantire a Tsipras e ai cittadini ellenici una ripresa economica degna di nota. L’orizzonte temporale si è ridotto e probabilmente questo venerdì si conoscerà l’esito dello scontro Troika-Grecia. Ma c’è più di qualche dubbio.

Quello che risulta evidente, però, è come Varoufakis e Tsipras stiano facendo per far ammettere all’Ue che l’euro a questo punto non è più irreversibile. Il piano di aiuti finanziari in soccorso della Grecia scade il 28 febbraio e qualora non venisse rinnovato per quella data la Grecia sarebbe praticamente in default. A questo punto vale davvero la pena chiedersi quale possa essere l’oggetto della diatriba, ovvero il motivo per cui la Grecia e l’Ue non riescono ad arrivare ad un accordo che soddisfi entrambe le parti. Syriza, anche in campagna elettorale, non ha mai dichiarato di voler sforare i limiti di budget fiscale imposti dalla Troika, dunque non c’è motivo di scontro su questo punto. La realtà è che l’attuale governo greco non vuole cedere sulle privatizzazioni e sulle riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro imposte in maniera dogmatica a qualunque Paese abbia avuto la malaugurata sorte di trovarsi sotto il suo torchio, spesso con risultati opinabili.

È questa la mossa astuta da parte di Varoufakis & Co. Alla Troika infatti non interessa che si sforino i deficit di bilancio. Nessun, ad esempio, ha fatto troppe storie quando la Francia ha rimandato per l’ennesima volta il rientro dei deficit fiscali agli anni a venire. Più importante è riuscire ad imporre le privatizzazioni e le liberalizzazioni sul mercato del lavoro. Tutto il resto è noia e, se non lo è, ci va molto vicino. Il governo greco è riuscito a mettersi nella condizione di vedere fino a che punto la Troika è in grado di forzare la mano: se è persino disposta, in sostanza, a mettere in gioco l’irreversibilità dell’euro. A quel punto sarebbe davvero molto difficile capire chi ci perderebbe o chi ci guadagnerebbe.

È un punto che molti critici a priori fanno fatica a comprendere. Dichiarare di volersi attenere alle regole fiscali imposte dall’Ue è stato arguto da parte del governo greco, nonostante possa sembrare distante dalla linea keynesiana più spesso associata ad un partito di sinistra. Dichiarazioni del genere suggeriscono al pubblico più attento che in una situazione del genere sembra più la Troika a voler estromettere la Grecia dall’euro che la Grecia a volerne uscire. E non certo per motivi di inottepperanza dei vincoli fiscali, quanto per semplice disobbedienza all’imposizione di ulteriori politiche economiche d’austerità.

IL TESTO DELL’ACCORDO ALL’EUROGRUPPO DEL 20/02

#dallapartegiusta

segnalato da crvenazvezda76

ATENE CHIAMA La Grecia è cambiata, cambiamo l’Europa

***

Grecia. Fiom: “Basta con le politiche dell’austerità. Partecipiamo alla manifestazione di sabato 14 febbraio

La segreteria nazionale della Fiom ha diffuso oggi la seguente nota.

Le ultime decisioni della Bce sul debito greco, ampiamente annunciate dalle dichiarazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel, rappresentano un atto gravissimo che continua a subordinare il bene di una popolazione e le sue scelte democratiche alle logiche finanziarie e speculative.

È ora di cambiare. Per costruire un’Europa vera fondata sul lavoro e sulla giustizia sociale serve nuova politica anche della Bce. Mutualizzare e congelare il debito pubblico, allungare nel tempo la sua scadenza, non prevedere il pagamento degli interessi: è questa la strada da seguire. Ciò non significa risolvere i problemi della sola Grecia, ma anche quelli dell’Italia e di tutta l’Unione Europea.

Questo è il modo per liberare risorse da destinare agli investimenti, unica strada per creare posti di lavoro stabili e un nuovo modello sociale e produttivo.

Con l’elezione di Alexis Tsipras, si è aperta per la Grecia la possibilità di risollevare le condizioni di vita della sua popolazione e per il resto d’Europa di guardare a nuove ricette per affrontare la crisi.

Condizione necessaria per tutto questo è però superare la linea economica imposta alla Grecia dalla Troika, le rigidità dei vincoli dettati da trattati comunitari tutti da riscrivere, battere le pratiche di chi – per salvare una banca – è disposto a sacrificare un intero popolo. Tutto questo diventa decisivo per il futuro dei nostri Paesi e per la democrazia europea.

Oggi milioni di persone nel nostro continente hanno dovuto subire un arretramento delle loro condizioni di vita andato di pari passo con il degrado dei loro diritti di cittadinanza: una vera e propria regressione storica visibile nella povertà che dilaga tra i nostri cittadini, nei lavoratori-poveri con salari sotto la soglia di sussistenza, nella disoccupazione dilagante, nei milioni di persone prive d’assistenza sanitaria. Un degrado che rischia d’allontanare definitivamente milioni di cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica, generando così un pericoloso deficit di cittadinanza, per la gioia delle élites e delle oligarchie. Rimettere la dignità della persona al centro dell’agire pubblico e, con essa, fare del lavoro il principale obiettivo dell’azione politica deve diventare il minimo comune denominatore per tutti coloro che vogliamo risollevare l’Europa dalle macerie in cui l’hanno ridotta gli speculatori e i burocrati.

Su queste basi, la Fiom sostiene lo sforzo del Governo greco e partecipa con le proprie proposte alla manifestazione “Dalla parte giusta. È cambiata la Grecia, cambiamo l’Europa”, indetta per il 14 febbraio a Roma, invitando tutte le associazioni che hanno a cuore il lavoro e la giustizia sociale ad essere presenti.

Roma, 6 febbraio 2015

Syriza, la sinistra che serve. Ora un nuovo partito

segnalato da n.c.60

da il Fatto Quotidiano (27/01/2015) – di Salvatore Cannavò

Sergio Cofferati è molto soddisfatto per la vittoria di Syriza che rappresenta una nuova sinistra riformista, riferimento obbligato per tutta l’Europa. E per quanto riguarda l’Italia non ha dubbi: “Serve un nuovo partito radicato”.

Perché la vittoria di Tsipras è importante?
In Grecia diventa presidente del Consiglio una persona di profilo molto interessante che guida un partito di sinistra dopo una crisi lunghissima. E dopo un intervento dissennato dell’Europa attraverso la Troika. Contrariamente a quanto sembrava non c’è stato il prevalere di una destra estrema nazionalista e tendenzialmente antidemocratica. Ma vince una sinistra di riformismo forte con elementi inediti molto interessanti.

Quali?
Non mette in discussione l’Europa, accetta l’euro ma punta a rinegoziare il patto costitutivo.

E quali saranno gli effetti?
Molto rilevanti perché Tsipras sfida i teorici e praticanti del rigore, ma ancor prima sfida il campo progressista. I progressisti si sono adeguati con piccoli e irrilevanti distinguo alla linea dell’austerità. D’altro canto hanno votato tutti compatti per Juncker.

Anche lei?
No, devo dire di essere stato l’unico tra i socialisti ad aver votato contro Juncker e la sua Commissione.

Syriza rappresenta quindi una nuova sinistra al posto della socialdemocrazia?
Sì, potrebbe esserlo. Si guardi a quel che accade in Spagna. Podemos non ha il peso elettorale che ha avuto Syriza domenica, però è il primo partito in Spagna. E il Pasok è entrato a stento in Parlamento. La novità è una nuova sinistra per un riformismo forte. Il pregio di Tsipras è stato mettere insieme orientamenti diversi e farli diventare un’area coesa.

Cosa devono fare, allora, le forze di sinistra?
Le forze progressiste non possono limitarsi a fare gli auguri a Tsipras, ma sono chiamate a dire se con Tsipras vogliono provare a scrivere una nuova politica. La sua proposta politica è diversa dai conservatori europei ma anche dai progressisti. O stanno con lui oppure no.

Syriza è un modello per l’Europa?
Ogni paese ha la sua conformazione. Tsipras dice che si può cambiare. È evidente che si può ripetere questo processo anche altrove. Non è scontato che quel che perde la vecchia socialdemocrazia vada a sinistra.

Le forze socialiste possono rigenerarsi oppure vanno sostituite?
Entrambe le cose.

E in Italia?
In Italia la tendenza del Pd è opposta a quella greca. Il Pd sta perdendo i suoi valori di riferimento ed è impegnato nell’ossessiva ricerca di voti e di rapporti stabili con il centrosinistra.

Non crede che Renzi possa raccogliere la sfida di Tsipras?
La questione non si pone nemmeno. Se il tentativo è quello di esportare le larghe intese nei territori siamo nella direzione opposta a quella di Tsipras.

Lei cosa propone?
C’è da scrivere una nuova storia. Con pazienza ma molta determinazione. La nuova storia deve avere come primo riferimento i valori e subito dopo le politiche.

E la forma organizzata?
Serve un partito radicato. Un partito leggero diventa evanescente.

Che tempi immagina?
Non ci saranno tempi brevi. Ma è importante che di questo si inizi a discutere. La cosa impressionante degli ultimi anni è che non ci sono state vere discussioni.

Un partito radicato. Non ha paura di essere additato come il “vecchio” contro il “nuovo”?
Ma per carità… È solo questione di tempo. Alla fine un nuovo partito, una forma di partecipazione, la chiederanno le persone. Il problema è il rapporto tra cittadini e istituzioni. In mezzo non c’è più nulla.

Vendola ha proposto un coordinamento delle sinistre. Ne farà parte?
Sono interessato e disponibile a lavorare con tutti quelli che hanno questo obiettivo: evitare che quel filo sottilissimo che rimane si interrompa.

Il professor Rodotà invita a ricominciare dal “sociale” senza affidarsi all’assemblaggio di gruppi dirigenti. Che ne pensa?
È un’idea del tutto condivisibile. Se il partito da costruire è presente nelle comunità dove si lavora, dove si vive, dove si studia sarà naturalmente chiamato a rappresentare i bisogni di quelle comunità.

Ci sarà una lista di sinistra alle Regionali in Liguria?
Non lo so, ci sono problemi ancora aperti. Credo che ci sia un grande spazio in Liguria per un’iniziativa di carattere civico. Un nuovo terreno di incontro tra culture e sensibilità diverse nel campo largo del civismo progressista.

Qual è la sua ipotesi per il Quirinale?***
La discussione la più trasparente possibile, fatta in Parlamento per far convergere consensi. Il presidente della Repubblica deve avere forte capacità politica e altrettanto marcata capacità di rappresentanza istituzionale. La figura che ha questo profilo è Stefano Rodotà e con lui Romano Prodi.

***L’intervista a Sergio Cofferati è stata realizzata qualche giorno prima dell’inizio delle votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Fuoco greco

di Pavlos Nerantzis – il manifesto 

16 ottobre 2014

Più si avvi­cina l’elezione del nuovo pre­si­dente della rep­pu­blica elle­nica da parte del par­la­mento — nel pros­simo feb­braio scade il man­dato di Karo­los Papou­lias -, più l’esito si fa incerto ad Atene. E il clima poli­tico diventa ogni giorno più pesante, men­tre si torna a par­lare, spesso in modo stru­men­tale, del «rischio Grecia».

Non solo per­ché la mag­gio­ranza for­mata da Nuova Demo­cra­zia e Pasok non rac­co­glie i 180 seggi neces­sari per otte­nere l’elezione di un can­di­dato pre­si­dente della rep­pu­blica desi­de­rato da una coa­li­zione di governo ormai fran­tu­mata, oltre che iso­lata dalla stra­grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, ma per il fatto che Syriza, la sini­stra radi­cale greca, sarà, secondo tutti i son­daggi, il pros­simo vin­ci­tore nelle ele­zioni poli­ti­che. A pre­scin­dere dalla data del ritorno alle urne — nel marzo pros­simo, e comun­que in anti­cipo, come desi­dera il lea­der dell’opposizione Ale­xis Tsi­pras, oppure tra un anno come avrebbe voluto il pre­mier con­ser­va­tore Anto­nis Sama­ras — la dif­fe­renza tra i due par­titi, Nuova Demo­cra­zia e Syriza, aumenta sem­pre a favore della sinistra.

La pro­spet­tiva di un governo delle sini­stre non piace affatto né alla lea­der­ship poli­tica ed eco­no­mica che per decenni ha gover­nato e con­ti­nua a gover­nare il paese, respon­sa­bile della gra­vis­sima crisi eco­no­mica e sociale, né ai soste­ni­tori e cre­di­tori inter­na­zio­nali che in Syriza vedono un «nemico di classe» che va con­tro i loro interessi.

Un even­tuale cam­bio della guar­dia poli­tico, que­sta volta sostan­ziale, ad Atene, avrá riper­cus­sioni non solo in ter­ri­to­rio elle­nico, ma in tutto il vec­chio con­ti­nente e di ciò ne sono tutti con­sa­pe­voli. Infatti, la guerra con­tro la sini­stra radi­cale greca è già comin­ciata. Una guerra, spesso sub­dola e altre volte aperta, con­dotta usando tutti i mezzi e non sol­tanto i grandi media, che mira da una parte a ter­ro­riz­zare nel vero senso della parola gli elet­tori greci che inten­dono votare per Syriza e dall’altra ad annien­tare l’avversario politico.

Lo scam­bio di accuse spesso pesanti supera il savoir vivre poli­tico den­tro e fuori l’aula par­la­men­tare. «Syriza mira alla desta­bi­liz­za­zione del paese», «Le ban­che chiu­de­ranno, se vince la sini­stra», «I dipen­denti pub­blici non saranno più pagati», «Il paese va in default» sono le dichia­ra­zioni che si sen­tono pro­nun­ciare dai mini­stri, men­tre par­la­men­tari dell’opposizione affer­mano che i loro col­le­ghi indi­pen­denti che avreb­bero deciso di votare per l’elezione del pre­si­dente della rep­pu­blica sono dei «venduti».

Nel gioco poli­tico è entrata negli ultimi giorni anche la pro­cura dell’Arios Pagos, il tri­bu­nale supremo elle­nico, che ha ordi­nato un’ inchie­sta per veri­fi­care la fon­da­tezza di un ser­vi­zio pub­bli­cato su un quo­ti­diano di Atene che poi è stato ripro­dotto dal por­ta­voce del Syriza, secondo il quale esi­ste «una cassa di rispar­mio nasco­sta per la rac­colta di denaro da parte di amici del governo allo scopo di cor­rom­pere alcuni depu­tati e con­vin­cerli a votare a favore dell’elezione del nuovo capo dello Stato per evi­tare in que­sto modo il ricorso anti­ci­pato alle urne».

Il clima d’incertezza si è appe­san­tito ancora di più negli ultimi giorni a causa delle con­tro­ver­sie tra Atene e la troika (Fmi, Bce, Ue) per l’eventuale fuo­riu­scita della Gre­cia dal pro­gramma di sal­va­tag­gio. Ciò non signi­fica certo la fine del pro­gramma lacrime e san­gue, visto che l’auste­rity con­ti­nua, ma il ritorno del paese nei mer­cati inter­na­zio­nali. Atene è pronta ad affron­tare que­sto passo deci­sivo, come sostiene Sama­ras, impo­po­lare e debole più che mai, e che pro­prio per que­sto motivo vuole fare con­ces­sioni al suo elet­to­rato? Oppure la Gre­cia non è affatto pronta, come invece affer­mano i suoi cre­di­tori inter­na­zio­nali, che riten­gono pre­ma­turo tale passo in quanto «non sono state attuate ancora le riforme necessarie»?

Non a caso la borsa di Atene ha regi­strato un calo pau­roso del 5% mer­co­ledi scorso e di un altro 2,22% ieri, pre­ci­pi­tando sotto la soglia psi­co­lo­gica dei mille punti, nono­stante in favore di Atene siano inter­ve­nute le dichia­ra­zioni ras­si­cu­ranti del por­ta­voce della Com­mi­sione euro­pea. Inol­tre, i tassi d’interesse per i titoli di Stato a dieci anni hanno supe­rato la soglia del 7%, ritor­nando ai livelli del marzo 2012, men­tre i funds stra­nieri stanno abban­do­nando la Gre­cia. I mer­cati, insomma, sono pre­oc­cu­pati per un’eventuale uscita del paese dai memo­ran­dum e per i rischi che le ele­zioni anti­ci­pate com­por­te­reb­bero per l’economia nazio­nale. E ovvia­mente per i loro interessi.

http://ilmanifesto.info/grecia-il-governo-trema-guerra-a-syriza/