TTIP

L’Euroconfusione sul Ceta

segnalato da Barbara G.

di Monica Di Sisto* – ilmanifesto, 16/02/2017

tramite italia.attac.org 

Stop Ceta. «L’accordo non combatte il protezionismo, protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini», ricorda Eleonora Forenza del Gue schierato sul fronte del No

«Per approvare il Ceta dovrete passare sopra di noi!». Con questo slogan qualche migliaio di attivisti arrivati a Strasburgo da tutta Europa, dalle prime ore della mattina di ieri si sono sdraiati intorno alla sede del Parlamento europeo bloccandone gli ingressi. Hanno costretto parlamentari e impiegati a scavalcarli per entrare nel palazzo, e dare il via alla seduta in cui, con 408 sì, 254 no e 33 astenuti, è stato approvato l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta. Pacchi di firme dei 3milioni e mezzo di cittadini che hanno bocciato Ttip e Ceta vengono consegnate ai parlamentari. I sommozzatori di Greenpeace nuotano nella fontana della Giustizia «che è affondata», spiegano. La contestazione è fortissima, fuori e dentro l’aula: i parlamentari di destra, sinistra e anche molti socialdemocratici espongono cartellini rossi d’espulsione, magliette, cartelli #StopCeta, dalle tribune canti, fischi e slogan non si fermano mai per le oltre due ore di seduta. In tribuna c’è il premier canadese Justin Trudeau, appena ricevuto da Donald Trump cui ha concesso una più stretta integrazione con gli Usa nell’area di libero scambio con il Messico Nafta. Il premier si è opposto alle sanzioni e al peggioramento delle clausole a sfavore del Messico annunciati da Trump. Questo Nafta+, peraltro, permetterà alle oltre 40mila multinazionali Usa con sedi operative in Canada, di esportare più facilmente nel mercato Ue con le stesse condizioni di vantaggio garantite dal Ceta alle imprese canadesi. Eppure qualcuno in Aula prova ancora a presentare il patto col Canada di Trudeau come un anticorpo all’espansionismo trumpista.

Nel dibattito tra parlamentari l’euroconfusione, regna sovrana, soprattutto in casa socialdemocratica. Il presidente Gianni Pittella annuncia il voto del gruppo a favore affermando però che «sul Ceta c’è troppo trionfalismo», e che «c’è bisogno di aprire un dibattito vero sul commercio». Rivendica i «grandi cambiamenti che gli S&D si sono battuti per ottenere rispetto al trattato, altrimenti ne avrebbero approfittato essenzialmente le multinazionali», e riceve in cambio fischi e risate, considerando che il suo gruppo è stato quello più allineato ai negoziatori e alla commissione. Conclude annunciando che il loro sostegno al Ceta è «un voto che prevede un cambiamento» cui si deve lavorare per governare la globalizzazione. La replica diretta è di Tiziana Begin del M5S, che parla di colpo di stato silenzioso quando, a fronte di risultati economici irrealistici si sottraggono ai cittadini e ai loro eletti la regolazione del commercio e degli standard».

Eleonora Forenza del Gue gli ricorda «che sarebbe bellissimo se davvero il Ceta servisse per combattere il protezionismo, ma in realtà protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini». Lo attacca anche Matteo Salvini, ricordandogli che «maggioranza e Commissione hanno fatto orecchie da mercante alle richieste di stop al trattato arrivate dall’Italia ma in molti Paesi le elezioni sono vicine e i popoli vi verranno a prendere».

Più interessante, però, è che nette critiche alla sua linea arrivino anche dai democratici italiani: Antonio Panzeri, annunciando voto contrario ricorda «i 200mila posti di lavoro a rischio in tutta Europa, che fanno del Ceta tutt’altro che un modello». E poi Nicola Caputo, che ricorda che «non abbiamo ottenuto abbastanza garanzie in agricoltura: proteggere 104 prodotti a indicazioni geografica è buono ma non è abbastanza, come ciò che salvaguarda nel testo consumatori e ambiente». Voteranno no, al Ceta oltre a loro, i colleghi di gruppo Benifei, Briano, Chinnici, Cofferati, Cozzolino, Giuffrida, Schlein e Viotti. E questa spaccatura, più profonda di qualche mese fa, complica il percorso di ratifica che il Trattato dovrà affrontare in tutti e 38 i Parlamenti nazionali dell’Unione.

Il Ceta, infatti, entrerà in larga parte in vigore in approvazione provvisoria dopo il via libera dell’Europarlamento, ma tra qualche mese, sistemato il testo legale, passerà al vaglio degli Stati e, con molti Paesi sotto elezioni e altri come l’Italia che vi saranno più vicini, le mobilitazioni delle reti StopCeta continueranno in casa, rendendo il destino del trattato non così scontato. Per quanto riguarda le associazioni Stop Ttip, il contrattacco è già partito. In vista del 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma Fondativi della Comunità Europea, si studia come trasformare la sconfitta di oggi in un nuovo percorso di mobilitazione contro Ceta e Ttip. Nuove azioni, valutazioni d’impatto, eventi a sorpresa per i politici nazionali. Per un’Europa e un’Italia finalmente più presentabili e democratiche di così.

*vicepresidente di Fairwatch, campagna Stop TtipItalia

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Il Parlamento europeo approva il CETA: perché ho votato contro

di Elly Schlein – possibile.com, 15/02/2017

Oggi al Parlamento europeo si è votato sul CETA, l’Accordo economico e commerciale globale tra Unione europea e Canada, che è passato con 408 voti a favore, 33 astensioni e 254 contrari.

Dopo aver riflettuto e studiato a lungo, ho votato contro all’accordo.

Anzitutto è bene precisare che il Parlamento aveva solamente la possibilità di approvare o rigettare in blocco l’accordo, senza poter emendare quanto negoziato tra il Governo canadese e la Commissione europea. 

Il giudizio complessivo su un accordo così esteso, senz’altro il più articolato mai negoziato dall’UE, è reso ancora più difficile dalla grande divergenza di analisi sui suoi potenziali effetti. Vi sono analisi che lo raccontano come un accordo vantaggioso per l’UE, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro e opportunità per le piccole e medie imprese europee, ed altre che arrivano a conclusioni diametralmente opposte, di perdita consistente di posti di lavoro in diversi settori, di rischio concreto di far accedere al mercato europeo prodotti e servizi che non rispettano gli standard di tutela ambientale, della salute e del lavoro che abbiamo conquistato con decenni di battaglie e che ritengo essere uno dei risultati più preziosi dell’UE ed in particolare del Parlamento europeo.

Il CETA, ad un’attenta lettura, è complessivamente figlio di una stagione passata (come nota anche Piketty) e di un modello vecchio, di liberalizzazione degli scambi, che ha contribuito a produrre gravi storture nel commercio globale ed ha avuto conseguenze disastrose in termini di aumento delle diseguaglianze. Da un punto di vista occupazionale e di crescita, persino le stime della Commissione sono del tutto contenute. E’ quindi legittimo pensare che l’accordo sia stato dettato più da ragioni geopolitiche – peraltro usate spesso come argomento dai favorevoli – che dai suoi presunti effetti benefici per l’economia europea, ed in particolare dal tentativo di fissare standard globali. Ma come ci attrezzerebbe, il CETA, anche da questo punto di vista? In modo del tutto insufficiente, con qualche contentino come un capitolo sullo sviluppo sostenibile che non è nemmeno vincolante, con un riferimento al “diritto di regolamentare” degli Stati dai contorni troppo vaghi, e con meri impegni del Canada a sottoscrivere le convenzioni ILO a tutela del lavoro. Ma se l’intento fosse quello di condizionare futuri accordi con partner “più distanti da noi”, come la Cina, che senso ha siglare un accordo in cui non c’è nulla sulla tutela del lavoro, e nulla sulla fiscalità e le misure sempre più necessarie di contrasto all’evasione ed elusione fiscale? 

Dire NO al CETA non ci rende simili a Trump, non ci rende né protezionisti né isolazionisti, perché la differenza sta nella risposta che si vuole dare davanti ad un’analisi critica degli effetti della globalizzazione sregolata. Questa risposta non è quella dei muri di Trump, ma non può nemmeno essere la continuità con gli errori già fatti, e con un modello di sviluppo e di commercio che ha contribuito a produrre i disastri e le diseguaglianze attuali. Peraltro, non è che senza il CETA si fermi il commercio internazionale. Si poteva e doveva negoziare meglio, e con maggior trasparenza e coinvolgimento del Parlamento, di tutti gli stakeholders e dei cittadini sin da principio.

In una valutazione il più possibile obiettiva dei pro e dei contro, non ho rinvenuto nel CETA  garanzie sufficienti sulla tutela dei nostri standard. I rischi a mio avviso più gravi contenuti nell’accordo sono tre: il primo riguarda la scelta del metodo di una “lista negativa” per quanto riguarda i servizi compresi nell’accordo (al di fuori di quelli specificatamente menzionati, gli altri sono da ritenersi tutti compresi, con rischi evidenti). Il secondo riguarda il nodo del “principio di precauzione”, sancito all’art. 191 del TFUE, e messo a rischio nel confronto con un modello completamente diverso come quello canadese (ed anche americano). Essenzialmente le parti hanno concordato che a prevalere in sede di applicazione dell’accordo sarà il principio di precauzione così come interpretato tra le parti, anziché quello contenuto nei Trattati UE, secondo cui basta un ragionevole rischio connesso ad un certo prodotto, anche senza certezza scientifica della sua pericolosità, affinché l’UE agisca a tutela dei cittadini. Questo è un punto davvero pericoloso.

E il terzo, e per me dirimente, riguarda il controverso meccanismo di tutela degli investimenti, il cosiddetto “ICS”. La creazione stessa di una sorta di corte speciale, cui le multinazionali possano rivolgersi nel caso in cui si ritenessero lese da normative approvate dagli Stati membri a tutela della salute, dell’ambiente, del lavoro dei cittadini europei, chiama in causa il delicato tema della sovranità. Il presupposto alla base di questo tipo di strumento di tutela degli investimenti è infatti inaccettabile: che i sistemi giudiziari degli Stati membri dell’UE e del Canada non siano sufficientemente affidabili e solidi. La giustizia è uguale per tutti, e non si vede perché creare corsie preferenziali per le grandi aziende, a seconda del fatturato.

Gli effetti della globalizzazione vanno senz’altro regolati – ed anzi è già molto tardi – ma come si decide di regolarli fa molta differenza, e con accordi come questo si regolano male. Nel dibattito coi colleghi ho sentito spesso dire che il CETA sarebbe l’accordo “più progressista” che è possibile raggiungere, e che se l’UE non fosse in grado di firmare questo accordo con un partner “amico” come il Canada, tanto varrebbe rinunciare alle competenze comunitarie sul commercio internazionale. Non sono affatto d’accordo: proprio perché l’UE può rivendicare standard altissimi, frutto di decenni di battaglie, in tema di tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro, standard che peraltro sono più in linea con la nuova Agenda dello Sviluppo Sostenibile al 2030 approvata dall’ONU nel settembre 2015, bisognerebbe sedersi al tavolo coi partner commerciali con ambizioni decisamente più alte, e non come se fosse un mero contratto tra due parti con interessi diversi, alla ricerca di un compromesso accettabile. Quando in gioco c’è il futuro delle nuove generazioni, di chi verrà dopo di noi, l’unico compromesso accettabile è il meglio.

#TTIPleaks

segnalato da Barbara G.

BREAKING! TTIP leaks: Greenpeace Olanda rivela i testi segreti del TTIP

Avevamo ragione: confermati rischi per clima, ambiente e sicurezza dei consumatori

I cittadini hanno diritto di sapere: Greenpeace Olanda pubblica oggi su www.ttip-leaks.org parte dei testi negoziali del TTIP per garantire la necessaria trasparenza e promuovere un dibattito informato su un trattato che interessa quasi un miliardo di persone, nell’Unione Europea e negli USA. È la prima volta che i cittadini europei possono confrontare le posizioni negoziali dell’UE e degli USA.

Questi documenti svelano che noi e la società civile avevamo ragione a essere preoccupati: con questi negoziati segreti rischiamo di perdere i progressi acquisiti con grandi sacrifici nella tutela ambientale e nella salute pubblica!

Dal punto di vista della protezione dell’ambiente e dei consumatori, quattro gli aspetti seriamente preoccupanti:

Tutele ambientali acquisite da tempo sembra siano sparite

Nessuno dei capitoli che abbiamo visto fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation (WTO – in italiano anche Organizzazione Mondiale per il Commercio, OMC) permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”. L’omissione di questa regola suggerisce che entrambe le parti stiano creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante.

La protezione del clima sarà più difficile con il TTIP

Gli Accordi sul Clima di Parigi chiariscono un punto: dobbiamo mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5 gradi centigradi per evitare una crisi climatica che colpirà milioni di persone in tutto il mondo. Il commercio non dovrebbe essere escluso dalle azioni sul clima. Ma non c’è alcun riferimento alla protezione del clima nei testi ottenuti.

La fine del principio di precauzione

Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato UE, non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. D’altra parte, la richiesta USA per un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli. Questo approccio mina le capacità del legislatore di definire misure preventive, per esempio rispetto a sostanze controverse come le sostanze chimiche note quali interferenti endocrine (c.d. hormone disruptors).

Porte aperte all’ingerenza dell’industria e delle multinazionali

Mentre le proposte contenute nei documenti pubblicati minacciano la protezione dell’ambiente e dei consumatori, il grande business ha quello che vuole. Le grandi aziende ottengono garanzie sulla possibilità di partecipare ai processi decisionali, fin dalle prime fasi.

I documenti mostrano chiaramente che mentre la società civile ha avuto ben poco accesso ai negoziati, l’industria ha avuto invece una voce privilegiata su decisioni importanti.

Il rapporto pubblico reso noto di recente dall’UE ha solo un piccolo riferimento al contributo delle imprese, mentre i documenti citano ripetutamente il bisogno di ulteriori consultazioni con le aziende e menzionano in modo esplicito come siano stati raccolti i pareri delle medesime.

I documenti pubblicati da Greenpeace Olanda constano di 248 pagine in un linguaggio legale tecnicamente complesso: 13 capitoli di “testo consolidato” del TTIP più una nota interna dell’UE sullo stato del negoziato (Tactical State of Play of TTIP Negotiations – March 2016). Greenpeace Olanda ha lavorato assieme al rinomato network di ricerca tedesco di NDR, WDR and Süddeutscher Zeitung. Fino ad ora i rappresentanti eletti avevano potuto vedere parte di questi documenti in stanze di sicurezza, con guardie, senza consulenti esperti e senza poterne discutere con nessuno. Con questa pubblicazione, milioni di cittadini hanno la possibilità di verificare l’operato dei propri governi e discuterne con i loro rappresentanti.

Chi ha cura delle questioni ambientali, del benessere degli animali, dei diritti dei lavoratori o della privacy su internet dovrebbe essere preoccupato per quel che c’è in questi documenti. Il TTIP, si svela per ciò che davvero è: un grande trasferimento di poteri democratici dai cittadini al grande business.

Per fermare il TTIP, tutelare i diritti e i beni comuni e costruire un altro modello sociale ed economico, equo e democratico, ti aspettiamo sabato 7 maggio 2016 a Roma per un grande appuntamento nazionale!

ENTRA IN AZIONE CON NOI: FIRMA E CHIEDI DI BLOCCARE IL TTIP!

Prodotti TTIPici

segnalato da Barbara G.

Così il TTIP minaccia l’agricoltura europea

Pubblicato in 17 Paesi europei il rapporto “Contadini europei in svendita – I rischi del Ttip per l’agricoltura Ue” redatto da Friends of the Earth Europe in collaborazione con l’associazione Fairwatch

sbilanciamoci.info, 28/04/2016

Il controverso accordo commerciale TTIP in fase di negoziazione tra l’UE e gli Stati Uniti potrebbe portare al disastro l’agricoltura europea. E’ la conclusione del nuovo rapporto“Contadini europei in svendita – I rischi del Ttip per l’agricoltura europea” redatto da Friends of the Earth Europe e pubblicato in Italia in collaborazione con l’associazione Fairwatch. Il rapporto analizza tutti gli studi più recenti di impatto economico del Trattato di partenariato transatlantico TTIP sul settore agroalimentare europeo, e rivela come il TTIP possa rappresentare per esso una vera e propria minaccia. Il TTIP aumenterà le importazioni dagli Stati Uniti, con un vantaggio per le grandi imprese Usa fino a 4 miliardi di euro, 1 mentre avrà pochi benefici e e per pochissimi grandi produttori europei, la maggior parte del settore industriale

Lo studio, lanciato il 28 aprile, mostra come mentre il contributo dell’agricoltura al Pil europeo potrebbe diminuire dello 0,8%, con conseguente perdita di posti di lavoro, quello statunitense aumenterebbe dell’1,9%. Una vera e propria ristrutturazione del mercato che avrebbe effetti anche sulla gestione del territorio e sulle caratteristiche del tessuto produttivo agricolo europeo e italiano.

“Si prevede, infatti, che il TTIP porterà molti agricoltori in tutta l’UE a confrontarsi con una maggiore concorrenza e prezzi più bassi da parte dei competitor Usa – spiega la coordinatrice del rapporto per l’Italia Monica Di Sisto di Fairwatch, tra i portavoce della Campagna Stop TTIP in Italia – minacciando le aziende agricole di tutta Europa, oltre ad avere un impatto negativo sulle aree rurali e sugli interessi dei consumatori”.

Mute Schimpf, responsabile delle ricerche sull’agrifood di Friends of the Earth Europe, spiega: “La nostra preoccupazione concreta è che l’agricoltura europea, nelle dinamiche negoziali, venga sacrificata per chiudere l’ accordo TTIP a tutti i costi. Il rapporto rivela anche che le lobby agroindustriali, sia negli Stati Uniti sia in Europa, stanno spingendo per un maggiore accesso ai rispettivi mercati agricoli”.

Gli Stati Uniti, in particolare, mirano ad abbattere gli standard di sicurezza alimentari e di benessere degli animali in genere superiori in Europa.

“Tuttavia, anche se si mantenessero gli standard in vigore nell’UE, l’aumento delle importazioni dagli Stati Uniti inonderà i mercati europei, garantendo enormi opportunità di esportazione e di profitti per le aziende alimentari e gli allevamenti Usa a scapito di quelli europei, e facendo diventare per questi ultimi assolutamente antieconomico rispettare le regole in vigore.

Alcune previsioni di settore

DOP

Il danno commerciale previsto con il TTIP potrà essere compensato dalla difesa delle nostre DOP? Sembrerebbe proprio di no. Al di là della chiara opposizione statunitense a ogni tipo di risultato ambizioso in questo settore, la lista proposta di prodotti DOPe DOC da tutelare (poco più di 200 su quasi 1500 protette dall’Unione europea, di cui 41 italiane su 269 riconosciute dal nostro Ministero delle politiche Agricole e Forestali e attive) non solo è insufficiente, ma prevede chela maggior parte dei prodotti “italian sounding” già sul mercato Usa non possano venire ritirati e che anzi, per il principio della reciprocità commerciale, circolino tranquillamente in Europa come mai è potuto succedere fino ad oggi

CARNI

Tutti gli studi analizzati prevedono che, se le tariffe dell’UE saranno eliminate come previsto, ci saranno aumenti significativi delle importazioni di carne bovina statunitense verso l’Europa, che varranno fino a $ 3,20 miliardi. Gli allevamenti di manzo europei che producono carne di alta qualità, sono considerati particolarmente a rischio.

LATTE E LATTICINI

In questo settore le esportazioni Usa si prevede che aumentino fino a 5,4 miliardi di dollari in più, mentre quelle europee al massimo di 3,7 miliardi di dollari. Per tutti i produttori di latte europei di verificherà una ulteriore caduta dei prezzi interni

POLLAME

Al momento c’è molto poco commercio di prodotti avicoli o uova tra Stati Uniti e UE 39, ma i gruppi di pressione degli Stati Uniti vogliono usare il TTIP per aprire il mercato UE abbattendone gli standard di sicurezza alimentare.

SUINI

La produzione di carne di maiale europea è il doppio di quella degli Stati Uniti, e ha regole più severe sul benessere degli animali. Il vero nodo è la ractopamina: tra il 60% e l’ 80% dei suini negli Usa è trattato con questo ormone vietato da noi perché danneggia il sistema endocrino umano. Gruppi di pressione degli Stati Uniti stanno premendo per l’eliminazione di questo, oltre che per la completa eliminazione delle tariffe.

Scarica qui la sintesi del Rapporto

La Campagna Stop TTIP Italia sarà in piazza a Roma il 7 Maggio a partire dalle 14.00 (Concentramento Piazza della Repubblica) con una forte rappresentanza di associazioni di produttori, dei lavoratoti dei settori potenzialmente colpiti, e di consumatori, e organizzerà in città un “Free TTIP Market” dove sarà possibile assaggiare e acquistare il buon cibo tipico del nostro Paese, e parlare con i produttori dei rischi del TTIP

Info: https://stop-ttip-italia.net/7-maggio

L’Impero delle multinazionali

di Claire Provost – 15 febbraio 2016 – (Transnational institute)

 

I governi devono poter cambiare il loro sistema fiscale per assicurarsi che le multinazionali paghino il giusto e per garantire che servizi pubblici essenziali siano ben finanziati. Gli stati devono inoltre avere la possibilità di riconsiderare e ritirare benefici fiscali precedentemente concessi alle multinazionali se questi non sono più coerenti con le priorità nazionali.

Ma le loro possibilità di fare questo, di cambiare le leggi fiscali e perseguire politiche fiscali progressive, è limitata, grazie agli accordi di scambio e investimento. Nelle “corti delle multinazionali” che si stanno rapidamente espandendo, corti formalmente note come sistema di regolazione delle dispute stato-investitori (ISDS nell’acronimo inglese che sta per investor-state dispute settlement), gli investitori stranieri possono portare in giudizio gli stati direttamente ai tribunali internazionali.

Questo sistema è diventato sempre più controverso grazie ai negoziati sul TTIP tra Europa e Stati Uniti. Ma l’uso di ISDS è già racchiuso in migliaia di accordi di libero scambio e investimento che girano in lungo e in largo per il globo.

Poiché il controllo sulle tasse è visto come centrale nella sovranità di un paese, molti stati hanno incluso clausole di protezione in questi trattati per limitare le possibilità delle multinazionali e di altri investitori di portarli in giudizio per queste dispute. Ma un crescente numero di casi stato-investitore hanno nei fatti sfidato le decisioni fiscali del governo – dal ritiro di benefici fiscali precedentemente concessi alle multinazionali all’imposizione di tasse più alte sui profitti del petroliferi e minerari.

L’analisi di dati e documenti su centinaia di casi ISDS aperti finora rivela che gli investitori stranieri hanno già portato in giudizio come minimo 24 paesi dall’India alla Romania su dispute legate alle tasse – inclusi numerosi casi in cui le compagnie hanno usato questo sistema per sfidare, con successo – e abbassare – le tasse pagate.

Come gli accordi commerciali inibiscono la giustizia fiscale

Creato mezzo secolo fa, il sistema ISDS era originariamente disegnato avendo in mente le semplici dispute stato-investitore. Per esempio: uno stato fisicamente espropria la fabbrica di una società, la nazionalizza, e la società usa l’ISDS per garantirsi compensazione economica. Ma negli ultimi 15 anni le multinazionali e le loro squadre di avvocati hanno sempre più allargato i confini di questo sistema, sfidando un’ampia serie di azioni statali – incluse normative sanitarie e ambientali.

Paesi in africa, Asia, Europa, Nord e Sud America sono nel frattempo stati portati in giudizio da investitori stranieri su dispute riguardanti le tasse, con le multinazionali che contestano norme fiscali dall’IVA e dalle tasse sul reddito societario alle tasse sulle importazioni a quelle sugli extraprofitti eccezionali. Il Canada è stato portato in giudizio da una società statunitense che taglia legname su una questione di incentivi per le sue operazioni in Ontario, per esempio. L’Ucraina è stata citata in corte per i suoi piani di aumentare le royalties sul gas che produce.

Nonostante il fatto che gli stati sono sotto processo nei casi ISDS, gli elettori, i cittadini e i contribuenti ordinari hanno pochissimo accesso alle informazioni riguardanti molti di questi casi. La maggior parte delle udienze sono a porte chiuse e i documenti sono raramente resi pubblici. Le analisi dei dati e documenti disponibili dicono che almeno 24 paesi sono stati già citati in giudizio da investitori stranieri in 40 diversi casi in materia fiscale. I numeri reali sono probabilmente anche più alti.

L’inclusione nella nostra lista di casi fiscali non implica necessariamente un giudizio in favore delle misure fiscali dello stato. Gli stati non sono sempre democratici nè agiscono sempre nel pubblico interesse. Ma la minaccia è chiara: un ampio raggio di misure fiscali statali sono state contestate da società giganti attraverso il sistema ISDS. Il potere che questo da alle multinazionali di contestare politiche fiscali progressive dovrebbe preoccupare i cittadini di ogni paese che ha firmato trattati di scambio e investimento.

Ansiosi di attrarre investimenti stranieri, molti paesi in via di sviluppo hanno offerto giganteschi benefici fiscali alle multinazionali. I governi devono poter rivedere e riconsiderare le loro leggi fiscali e ogni incentivo fiscale che possono aver concesso ad investitori stranieri nel passato. I benefici fiscali costano ai paesi in via di sviluppo fino a 138 miliardi di dollari all’anno e ritirarli potrebbe liberare i fondi disperatamente necessari per la sanità e altri servizi pubblici essenziali. Nella sola Sierra Leone, le stime dicono che il paese perde fino a 199 milioni di dollari l’anno per gli incentivi fiscali concessi – tre volte il suo bilancio annuale.

Ma perfino la prospettiva di un caso ISDS può essere un potente deterrente per gli stati che prendono in considerazione di agire contro le multinazionali. Questi processi possono andare avanti per anni e sono estremamente costosi. Perfino se uno stato si difende con successo, spesso finisce con il dover affrontare conti degli avvocati da milioni di dollari. L’unico modo di agire sicuro è non sfidare mai le multinazionali – una prospettiva pericolosa per l’interesse pubblico che potrebbe bloccare una azione necessaria per la giustizia fiscale.

I paesi che hanno firmato trattati di scambio e investimento “devono essere molto cauti nel concepire e applicare le politiche fiscali” avvertiva nel 2006 un rapporto pubblicato dalla Inter-American Development Bank. Affermava che gli stati dovrebbero firmare questi trattai ma che “devono realizzare l’importanza di questa questione e le difficoltà economiche che potrebbero risultare da decisioni arbitrali (le ISDS sono per ora tecnicamente corti arbitrali, n.d.t) contro di loro quando ci sono verdetti secondo cui un ingiusto e non equo trattamento fiscale…viene equiparato ad esproprio indiretto. (Commento del traduttore: questa interpretazione estremamente estensiva è il piede di porco legale con cui i collegi ISDS hanno trasformato l’arbitrato sugli espropri in tribunale speciale per le multinazionali).

“Gli stati hanno vere difficoltà nel determinare in anticipo se andranno incontro a una contestazione di questo genere in relazione alle loro politiche fiscali, a causa dell’incerto stato della legge” affermò Matthew Davie, un avvocato di arbitrato in Nuova Zelanda in un articolo del 2015 nel Journal of International Dispute Settlement. “Per confondere ancor di più le acque, una serie di giudizi nei tribunali degli investimenti hanno messo in discussione l’efficacia delle clausole di protezione nel precludere contestazioni sulle norme fiscali.

Le clausole di protezione non hanno fermato i processi

La maggior parte dei casi ISDS finora sono stati aperti contro paesi in via di sviluppo. Ma stati più ricchi vengono citati in giudizio in modo crescente. Lo scorso anno la società JM Longyear, con sede in Michigan, ha portato in giudizio il Canada chiedendo 12 milioni di dollari su un caso di benefici fiscali per le sue operazioni di deforestamento nel paese. A settembre il processo è finito con un accordo segreto. La Spagna è stata citata in più di 20 casi separati su una serie di politiche che riguardano il settore dell’energia rinnovabile, inclusa una tassa sui profitti da generatori di elettricità e una riduzione dei sussidi per i produttori.

Globalmente, le multinazionali del petrolio, del gas e le società minerarie sono tra i maggiori utilizzatori del sistema ISDS. L’Ecuador è stato portato in giudizio più volte dalle società energetiche sull’introduzione di una nuova tassa sulle vendite e i profitti del petrolio e sulla cancellazione di benefici fiscali IVA per le società petrolifere straniere. In un caso in corso, il gigante dell’energia ExxonMobil sta domandando che la Russia lo rimborsi per i 500 milioni di dollari di tasse che ha pagato per un progetto di estrazione di petrolio e gas nell’oceano Pacifico, vicino all’isola di Sakhalin, a nord del Giappone.

In risposta alla crescente preoccupazione pubblica in Europa a proposito del TTIP, i proponenti del sistema ISDS hanno suggerito alcune riforme suggerendo di inserire nei trattati specifiche clausole che proteggano questioni come l’ambiente o servizi come il Servizio Sanitario Nazionale nel Regno Unito.

Ma queste cosiddette “clausole di protezione” non sono nuove, nè offrono agli stati molta protezione. Molti dei trattati di commercio e investimento già firmati includono tali clausole per limitare le possibilità degli investitori di contestare in giudizio casi fiscali. Il Energy Charter Treaty, ad esempio, è un grande e potente trattato multilaterale che ha una clausola di protezione fiscale. Il CETA, un controverso nuovo accordo negoziato ma non ancora ratificato tra UE e Canada, ne ha un’altra.

Nonostante alcune di queste clausole di protezione siano più forti e più chiare di altre, non hanno impedito agli avvocati di presentare casi ISDS relativi alle tasse, e non hanno impedito agli arbitri di consentire a prenderli in esame. La lingua in questi trattati è spesso convoluta e a volte contraddittoria, con eccezioni dentro le eccezioni – dando ai legali molta materia su cui argomentare ma rendendo difficile per i legislatori sapere quali atti potrebbero rischiare una contestazione in base al trattato.

Le riviste internazionali di diritto internazionale sono piene di dibattiti legali su quando una tassazione di investitori stranieri può essere considerata come esproprio o “trattamento iniquo” in base al regie ISDS. “In una disputa sugli investimenti, la stessa legittimità della tassa viene messa in discussione” ha affermato in un saggio del 2009 William Park, professore di diritto all’università di Boston e arbitro veterano. “In tempi passati, il rischio primario degli investitori era l’aperto e violento spossessamento dei loro beni. Nel mondo moderno, l’esproprio indiretto attraverso un eccesso regolatorio è spesso la più grande minaccia” afferma Matthew Davie, il legale arbitrale neozelandese, in un saggio pubblicato lo scorso anno che prediceva che il numero di casi ISDS relativi alle tasse potrà in futuro solo crescere.

“Gli stati spesso vogliono credere che una clausola di protezione li protegge ogni volta che sorge una disputa in campo fiscale. Un buon numero di verdetti arbitrali dimostra che non è così” conclude Timothy Lyons, avvocato e arbitro alla 39 Essex Chamber di Londra, in un articolo del luglio 2015 nella Global Arbitration Review. “Una clausola di protezione fiscale…può impedire che un tribunale arbitrale sia trasformato in una corte d’appello fiscale nazionale. Ma è improbabile che impedisca a un tribunale di assicurare che gli investitori siano protetti”.

La minaccia del TTIP

Se passerà, il TTIP assieme al TPP (Trans-Pacific Partnership) tra gli Stati Uniti e i paesi della regione Asia-Pacifico, espanderà in modo esponenziale il sistema dell’ISDS per coprire livelli record di investimenti stranieri diretti globale.

In risposta alle proteste pubbliche – e all’opposizione di alcuni membri dell’UE tra cui la Germania – la Commissione Europea ha svelato proposte per riformare l’ISDS e sostituirlo con una Corte degli Investimenti Internazionali. Ma questo nei fatti rischia di cementare ulteriormente il sistema, facendolo sembrare più “legittimo”, piuttosto che rimuovere lo speciale istituto attraverso il quale le multinazionali possono contestare leggi, regolamenti e altre azioni statali prese nel pubblico interesse.

E come altri trattati danno alle multinazionali accesso a questo sistema, il TTIP dice poco a proposito delle responsabilità degli investitori. Non c’è un sistema comparabile di giustizia internazionale perché gli stati possano citare in giudizio le multinazionali a rispondere delle loro azioni e mentre si espande il potere delle multinazionali con diritti e protezioni indiscriminati, le obbligazioni degli investitori sono raramente racchiuse in questi trattati.

Se uno stato ha una disputa con una multinazionale a proposito delle tasse che deve pagare, non può lanciare un caso ISDS – questo è un sistema a senso unico, accessibile solo agli investitori stranieri (le società nazionali non possono usarlo). E naturalmente se uno stato agisce contro una multinazionale su una disputa fiscale, può ben presto trovarsi alla sbarra a fronteggiare un costoso processo ISDS.

fonte: https://www.tni.org/en/publication/taxes-on-trial

tradotto da Lame

(nota del traduttore: l’originale contiene alcuni box interessanti con casi specifici e approfondimenti che per ragioni di lunghezza del testo complessivo non sono stati postati. Sono però una lettura estremamente interessante).

TTIP e diritti umani

traduzione di Nammgiuseppe – znetitaly

Esperti dell’ONU esprimono preoccupazione per l’impatto negativo sui diritti umani degli accordi di libero scambio e sugli investimenti

Ginevra, 2 giugno 2015 – Un certo numero di accordi di libero scambio e sugli investimenti, quali il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) e il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP), è attualmente in corso di negoziazione. Un gruppo di esperti dell’ONU * ha diffuso la seguente dichiarazione per manifestare preoccupazione per la natura segreta della stesura e della negoziazione di molti di questi accordi e per il potenziale impatto avverso di questi accordi sui diritti umani:

Anche se gli accordi sul commercio e gli investimenti possono creare nuove opportunità economiche, attiriamo l’attenzione sul potenziale effetto deleterio che questi trattati e accordi possono avere sul godimento di diritti umani così come incorporati in strumenti legalmente vincolanti, civili, culturali, economici, politici o sociali. Le nostre preoccupazioni si riferiscono al diritto alla vita, al cibo, all’acqua e all’igiene, alla salute, alla casa, all’istruzione, alla scienza e alla cultura, a migliorati standard del lavoro, a una magistratura indipendente, a un ambiente pulito e al diritto di non essere soggetti a reinsediamenti forzati.

Come sottolineato anche nei Principi Guida dell’ONU sull’Economia e di Diritti Umani, gli Stati devono garantire che gli accordi sul commercio e sugli investimenti non limitino la loro capacità di adempiere ai loro obblighi riguardo ai diritti umani (Principio Guida 9).

Osservatori sono preoccupati che questi trattati e accordi siano suscettibili di avere numerosi effetti regressivi sulla protezione e sulla promozione dei diritti umani, compreso l’abbassamento della soglia di protezione della salute, della sicurezza alimentare e degli standard del lavoro, soddisfacendo gli interessi di monopoli farmaceutici e ampliando la protezione della proprietà intellettuale.

Esiste una preoccupazione legittima che sia i trattati bilaterali sia quelli multilaterali sugli investimenti possano aggravare il problema della povertà estrema, mettere a rischio la rinegoziazione equa ed efficiente dei debiti esteri, e incidere sui diritti di popoli indigeni, minoranze, persone con disabilità, persone anziane e altre, creando situazioni di vulnerabilità. Indubbiamente la globalizzazione e i molti Trattati Bilaterali sugli Investimenti (BIT) e Accordi di Libero Scambio (FTA) possono avere impatti positivi, ma anche negativi sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo, che implica solidarietà internazionale pratica.

Anche i capitoli sulla risoluzione delle controversie stato-investitore (ISDS) nei BIT e negli FTA sono sempre più problematici, considerata l’esperienza di decenni di arbitrati relativi condotti davanti a corti ISDS. L’esperienza dimostra che la funzione legislativa di molti Stati e la loro capacità di legiferare nel pubblico interesse sono state messe a rischio.

Noi riteniamo che il problema sia stato aggravato dall’”effetto intimidatorio” che hanno avuto aggiudicazioni ISDS intrusive, quando Stati sono finiti penalizzati per aver adottato norme, ad esempio per proteggere l’ambiente, la sicurezza alimentare, l’accesso a farmaci generici ed essenziali e per la riduzione del fumo, così come richiesto dalla Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco, o per aver aumentato il salario minimo.

I capitoli sull’ISDS sono anomali per il fatto di offrire protezione agli investitori ma non agli Stati o alla popolazione. Consentono agli investitori di citare in giudizio gli Stati, ma non viceversa.

L’adozione nel 2014 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Trasparenza negli Arbitrati Stato-Investitore basati su Trattati è un passo importante per affrontare il problema di della natura solitamente confidenziale e non partecipativa degli accordi Stato-Investitore. Una maggiore trasparenza dovrebbe servire a rimediare all’incoerenza tra le modalità attuali degli investimenti e le considerazioni riguardanti i diritti umani.

Invitiamo gli Stati a riconsiderare i trattati in corso di negoziazione e ad assicurare che essi promuovano, anziché ostacolare, i diritti umani. Se i trattati in questione includono un capitolo sulla risoluzione delle dispute stato-investitore esso deve essere redatto in modo tale che non sia consentita l’interferenza con le politiche bilancio, fiscali, della sanità e ambientali e altre politiche pubbliche.

Inoltre le corti arbitrali dovrebbero consentire il controllo pubblico e le loro sentenze devono essere appellabili presso la Corte Internazionale di Giustizia o presso una Corte Internazionale sugli Investimenti, ancora da creare, operando con trasparenza e responsabilità. Deve esserci un giusto equilibrio tra la protezione assicurata agli investitori e la responsabilità degli Stati di proteggere tutte le persone sotto la loro giurisdizione.

Noi raccomandiamo che:

Tutti i negoziati in corso di accordi bilaterali o multilaterali sugli scambi e gli investimenti siano condotti in modo trasparente con la consultazione e la partecipazione di tutte le relative parti interessate, compresi sindacati, associazioni di consumatori, gruppi per la protezione dell’ambiente e professionisti della sanità.

Tutte le bozze di trattato dovrebbero essere pubblicate cosicché i parlamentari e la società civile abbiano tempo sufficiente per esaminarle e soppesare i pro e i contro in modo democratico.

Dovrebbero essere condotte valutazioni ex ante ed ex post dell’impatto sui diritti umani riguardo ai BIT e agli FTA esistenti e proposti.

Le parti dovrebbero dettagliare come rispetteranno i loro obblighi riguardo ai diritti umani se ratificheranno i BIT e gli FTA in corso di negoziazione.

Considerata la profondità e l’ampiezza degli accordi attualmente in corso di negoziazione, dovrebbero esservi incorporate robuste tutele per assicurare la protezione e il godimento pieni dei diritti umani.

(*) Gli esperti: Alfred de Zayas, Esperto Indipendente sulla promozione di un ordine internazionale democratico ed equo; Catalina Devandas Aguilar, Speciale Relatrice sui diritti delle persone disabili; Dainus Puras, Speciale Relatore sul diritto di tutti al godimento degli standard più elevati conseguibili di salute fisica e mentale; Farida Shaheed, Speciale Relatrice nel campo dei diritti culturali, Gabriella Knaul, Speciale Relatrice sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati; Hilal Helver, Speciale Relatrice sul diritto al cibo, Juan Bohoslavky, Esperto Indipendente sugli effetti dei debiti esteri e di altri obblighi finanziari internazionali degli Stati sul pieno godimento di tutti i diritti umani, particolarmente economici, sociali e culturali; Léo Heller, Speciale Relatore sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene; Victoria Lucia Tauli-Corpuz, Speciale Relatrice sui diritti dei popoli indigeni; Virginia Dandan, Esperta Indipendente sui diritti umani e la solidarietà internazionale.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale:

http://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=16031&LangID=E

traduzione di Giuseppe Volpe

Altti articoli sul TTIP li trovi QUI

TTIP, la menzogna della “trasparenza”

di Sven Giegold* – the Guardian – 31 agosto

Siete preoccupati per le conseguenze del TTIP? Non c’è problema! Giusto questo mese la Commissaria al commercio dell’UE, Cecilia Malström aveva promesso un’altra offensiva sulla trasparenza del TTIP: altri nuovi documenti dei negoziati sarebbero stati resi disponibili.

La sua promessa è stata messa alla prova solo pochi giorni dopo: gli infaticabili controllori della trasparenza delle corporation, il Corporate Europe Observatory, finalmente hanno ricevuto documenti sugli scambi di comunicazioni avvenuti tra la lobby del tabacco e l’istituzione di Bruxelles che si occupa del TTIP e dei negoziati commerciali tra UE e Giappone. La fine della storia? La maggior parte dei documenti erano oscurati. Un esercizio di humor nero, nel senso più letterale possibile. Da quel momento una foto dei documenti anneriti ha ricevuto migliaia di condivisioni e di “like” sui social media (queste le foto dei documenti: http://corporateeurope.org/international-trade/2015/08/black-out-tobaccos-access-eu-trade-talks-eerie-indication-ttip-threat).

Questo episodio piuttosto divertente dimostra quanta segretezza pervada ancora i negoziati sul commercio. Certamente la Commissione europea ha risposto all’onda di critiche sul TTIP da parte delle organizzazioni della società civile. Una lunga lista di documenti, che aveva prima mantenuto segreti, sono stati pubblicati sul sito della Commissione stessa. Ma i documenti più importanti del TTIP sono ancor oggi indisponibili. Nessuno sa che cosa veramente il governo degli Usa chieda all’Europa. Ecco perchè molte affermazioni, sia positive che negative, non possono essere confermate e le esagerazioni, tra i sostenitori e gli avversari del TTIP, dominano il dibattito. L’offerta di Wikileaks di una ricompensa di 100mila euro alla prima persona che fa filtrare i documenti più segreti è perciò più che benvenuta.

Tuttavia, non dovremmo fare l’errore di focalizzarci troppo soltanto sul TTIP: nemmeno le condizioni di mandato dell’Unione Europea per la maggior parte delle trattative bilaterali in corso sono pubblici.

Sfortunatamente, la maggior parte dei politici nel parlamento europeo sono altrettanto all’oscuro dei normali cittadini. Noi parlamentari possiamo avere accesso, nella sala di lettura del parlamento, a qualche documento in più rispetto a chi cerca nel sito della Commissione europea. Ciononostante, i documenti più importanti che contengono le domande del governo Usa sono tenuti segreti perfino ai parlamentari. E, anche peggio, sebbene ci siano migliaia di pagine di documenti, i lettori non hanno il permesso di prendere nessun appunto. I parlamentari che non sono di madrelingua inglese sono ulteriormente dissuasi dal gergo commercial-legale ipertecnico. E mentre noi potremmo usare degli assistenti che siano addestrati meglio di noi a leggere i documenti, essi non hanno il permesso di entrare nella sala di lettura. Perciò, il diritto di accesso ai documenti per i parlamentari è in gran parte una menzogna. Una vera comprensione di quel che sta succedendo si ottiene solo attraverso la concreta pubblicazione dei documenti.

I parlamentari Verdi hanno costantemente preteso che la piena trasparenza dei negoziati commerciali sia una precondizione per il loro progredire. Sinceramente non capisco quei colleghi conservatori, liberali e socialisti che plaudono alla continuazione di negoziati che non possono in effetti controllare.

Per riguadagnare credibilità e fiducia del pubblico, la Commissione Europea dovrebbe smetterla con la segretezza nei negoziati commerciali e pubblicare tutti i documenti importanti, nonchè tutti i propri mandati per il negoziato.

Per quanto ci possa tentare supporre che questa mancanza di trasparenza sia un fenomeno unicamente dell’UE, non è così. Gli accordi internazionali sono sempre stati negoziati nell’oscurità. Questo è il motivo per cui nemmeno governi eurofobici come i Conservatori in Gran Bretagna hanno protestato credibilmente a proposito della mancanza di trasparenza del TTIP. Altrimenti diventerebbe troppo evidente che i loro stessi negoziati sono nascosti dietro lo stesso velo di opacità. Il parlamento europeo continua ad essere il solo spazio politico importante dove rappresentanti di differenti paesi negoziano leggi internazionale sotto gli occhi del pubblico. Questo è un risultato storico nella costruzione della democrazia internazionale, di cui l’Europa può davvero essere orgogliosa.

L’Accordo Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) può sembrare noioso, ma potrebbe colpire ogni cosa, dal vostro reddito al cibo che mangiate allo stato del sistema sanitario. Questa è una guida per neofiti al controverso accordo commerciale.

Oltre la mancanza di trasparenza, il vero guaio con il TTIP e la moltitudine di accordi commerciali bilaterali dell’UE non è nel metodo, ma nella sostanza. L’Europa dovrebbe mettere il suo peso su un sistema commerciale multilaterale basato su mercati aperti, correttezza, sostenibilità e democrazia. Un’equa riforma delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio è certamente meglio per gli affari e l’etica che un mucchio di trattati bilaterali su commercio e investimenti. È una leggenda che (i negoziati, n.d.t.) dell’OMC non faranno mai progressi. I negoziati dell’OMC potrebbero avere successo se gli stati membri dell’UE fossero pronti a terminare i privilegi iniqui, come gli insostenibili sussidi all’agricoltura e un’ossessione sui diritti di proprietà intellettuale perfino nei paesi più poveri.

Il TTIP, il CETA e altri bilaterali sono molto più che tradizionali accordi commerciali. Sono accordi miranti ad armonizzare o riconoscere mutualmente regolamenti e standard per i beni e i servizi. Questo tocca il cuore stesso delle nostre democrazie in Europa. Certamente l’armonizzazione internazionale di standard tecnici può migliorare l’efficienza e diminuire l’eccesso di regolamentazioni e burocrazia. Un TTIP limitato solo agli standard tecnici e alla loro applicazione potrebbe essere positivo.

Ma quando si tratta di scelte di valore, le democrazie devono essere libere di cambiare il livello delle regolamentazioni. Sfortunatamente il TTIP e simili riguardano gli standard più preziosi delle nostre società, come cibo sano, mercati finanziari stabili o sicurezza delle sostanze chimiche. La democrazia europea dovrebbe essere in grado di incrementare i diritti ambientali, sociali e dei consumatori senza dover trovare un accordo con i partner commerciali o costringere le aziende europee in uno svantaggio competitivo.

L’Europa deve rimanere libera di sviluppare il proprio mercato comune come uno spazio di alti standard per i consumatori, per i lavoratori e per l’ambiente. Bloccare proprio questo è probabilmente il vero motivo che sta dietro l’ossessione dei lobbisti delle grandi aziende con il TTIP e simili. L’Europa è grande abbastanza per sostenere un alto livello di diritti sociali, sanitari e dei consumatori perfino in un mondo che si globalizza. Nessuna grande impresa multinazionale vuole smettere di vendere nel mercato comune europeo. Perciò gli europei hanno nelle loro mani un potente strumento per rendere il business globale più sostenibile. Non dobbiamo rinunciare a questo strumento democratico per potenziali piccoli benefici di accordi commerciali bilaterali negoziati dietro un velo di segretezza.

* Sven Giegold (nato il 17 novembre1969) è un politico tedesco dell’Alleanza90/Partito dei Verdi e uno dei membri fondatori di Attac Germania. È diventato membro dei Verdi solo nel 2008 ed è stato eletto al parlamento europeo nel 2009. (fonte Wikipedia)

Testo originale: http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/aug/31/transparency-ttip-documents-big-business

traduzione Lame

Ttip, il nostro futuro greco

Europa. Nel giorno del processo a Tsipras l’Europarlamento ha votato il Rapporto Lange. Così l’Europa della cittadinanza cede il passo all’austerity, all’ordoliberismo e agli interessi dei mercati.

di Francesco Martone – ilmanifesto.info, 19 luglio 2015

Per uno para­dosso od una signi­fi­ca­tiva coin­ci­denza lo stesso giorno nel quale pro­ces­sava Ale­xis Tsi­pras, il Parlamento Euro­peo avrebbe votato il rap­porto Lange sul Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Partnership (Ttip). Raf­fi­gu­ra­zioni pla­sti­che ed evi­denti di come il pro­getto euro­peo di spa­zio di cit­ta­di­nanza comune abbia ceduto il passo a  quello eli­ta­rio dell’austerity, e dell’ordoliberismo a tutti i costi, ed agli inte­ressi delle imprese e dei mer­cati anche a costo della soprav­vi­venza di uomini e donne in carne ed ossa.

Il tema cen­trale del rap­porto Lange riguar­dava la cosid­detta «Inve­stor to State Dispute Set­tle­ment» (Isds). La sua appro­va­zione è stata giu­sta­mente con­dan­nata dagli atti­vi­sti delle cam­pa­gne internazio­nali con­tro il Ttip essendo poten­zial­mente lesiva dei diritti umani, dell’ambiente e del lavoro: è infatti un mec­ca­ni­smo che — sep­pur nelle correzioni addotte come com­pro­messo al ribasso dal gruppo socia­li­sta — subor­dina tut­tora il «cor­pus» dei diritti umani alla pre­va­lenza degli inte­ressi delle imprese e del mer­cato. Insomma con quella norma si crea uno stato di eccezione che può essere di volta in volta invo­cato dalle imprese per far valere i pro­pri diritti rispetto a nor­ma­tive rite­nute pre­giu­di­zie­voli. Una pro­gres­siva ero­sione della sovra­nità e del diritto all’autodeterminazione.

A parte la casua­lità det­tata dall’agenda e dagli eventi, esi­ste un filo rosso che lega il dibat­tito mattutino a quello pome­ri­diano, ed è quello dei diritti umani.

A suo tempo il rela­tore spe­ciale dell’Onu sulla pro­mo­zione di un ordine inter­na­zio­nale equo e demo­cra­tico, Alfred de Zayas puntò il dito con­tro la segre­tezza ed anti­de­mo­cra­ti­cità con la quale viene nego­ziato il Ttip e con­tro la clausola Isds.

Ai primi di giu­gno De Zayas assieme ad altri rela­tori spe­ciali dell’Alto Com­mis­sa­rio Onu sui Diritti Umani aveva pubbli­cato un appello pub­blico nel quale si denun­ciava di nuovo la man­canza di traspa­renza dei nego­ziati, e l’impatto «nega­tivo che que­sti trat­tati potranno avere sul godi­mento dei diritti umani, defi­niti in accordi internazio­nali vin­co­lanti, che siano diritti civili, cul­tu­rali, eco­no­mici, poli­tici o sociali, quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua, alla salute, alla casa, alla cul­tura, i diritti dei lavo­ra­tori». La clau­sola Isds inol­tre è con­si­de­rata «ano­mala» nel senso di assi­cu­rare pro­te­zione agli inve­sti­tori ma non agli stati ed alle popo­la­zioni, «per­met­tendo agli inve­sti­tori di por­tare in giudi­zio gli stati e non vice­versa». I rela­tori spe­ciali inol­tre denun­ciano i rischi deri­vanti dai trat­tati inter­na­zio­nali sugli inve­sti­menti rispetto alla capa­cità dei paesi inde­bi­tati di poter rine­go­ziare il proprio debito estero.

Non a caso tra i fir­ma­tari figura anche Juan Boho­sla­v­sky, esperto indi­pen­dente delle Nazioni Unite sugli effetti del debito estero sui diritti umani, in par­ti­co­lare i diritti eco­no­mici, sociali e culturali.

Boho­sla­v­sky, che ha svolto mis­sioni in Gre­cia ed in Islanda, sta lavo­rando ad una serie di dos­sier impor­tanti sul debito estero, seguendo le tracce del suo pre­de­ces­sore che stilò le linee guida sul debito estero ed i diritti umani appro­vate a suo tempo dal Con­si­glio Onu sui diritti umani, con l’astensione dell’Italia. A quel tempo c’era il governo Monti. Tra le rac­co­man­da­zioni quella di ricono­scere il diritto al default ed alla rine­go­zia­zione del debito da parte dei governi, qua­lora il paga­mento del debito com­por­tasse la vio­la­zione dei diritti umani fon­da­men­tali dei pro­pri cittadini e cittadine.

Né più e né meno di ciò che chiede la Com­mis­sione di Audit del debito pro­mossa dal Par­la­mento greco nel suo rapporto pre­li­mi­nare pub­bli­cato di recente. Ora Boho­sla­v­sky, sulla scorta del caso legale che sta con­trap­po­nendo l’Argentina ed un fondo avvol­toio di pro­prietà di un tale Paul Singer — primo finan­zia­tore dei repub­bli­cani Usa e che già par­te­cipò a pro­cessi di ristrut­tu­ra­zione del debito greco — sta ela­bo­rando una pro­po­sta di pro­ce­dura indipendente di arbi­trato sul debito che per­metta a cre­di­tori e debi­tori di sedere al tavolo nego­ziale a pari diritto. E che consenta appunto di capo­vol­gere la pira­mide met­tendo al cen­tro i diritti rispetto agli impe­ra­tivi della finanza.

Nel loro appello sul Ttip i rela­tori spe­ciali si rife­ri­scono poi alle norme Onu sulle imprese ed i diritti umani secondo le quali gli Stati hanno l’obbligo di assi­cu­rare il rispetto dei diritti dei pro­pri cittadini. Dà da pen­sare che pro­prio nella stessa sede delle Nazioni Unite a Gine­vra di lì a poco si sarebbe discussa la pro­po­sta avan­zata dall’Ecuador e da altri stati per un accordo vin­co­lante per le imprese trans­na­zio­nali ed i diritti umani.

Que­sta tappa del nego­ziato ha por­tato ad un impor­tante passo in avanti verso un regime vin­co­lante di responsabilizza­zione delle imprese mul­ti­na­zio­nali, invo­cato anche da doz­zine di movi­menti sociali di tutto il mondo attra­verso l’elaborazione e la pro­po­sta di un trat­tato dei popoli sulle imprese mul­ti­na­zio­nali ed i diritti.

Ebbene, pro­prio men­tre la Com­mis­sione si sta ado­pe­rando per addol­cire la pil­lola amara dell’Isds, dall’altra decide di diser­tare quel con­sesso. Dopo aver ten­tato invano di con­te­stare l’oggetto del nego­ziato, addu­cendo il pre­te­sto — sep­pur legit­timo — che tale trat­tato dovesse essere vin­co­lante per tutte le imprese non solo quelle mul­ti­na­zio­nali, a fronte della resi­stenza di alcuni paesi, il rappre­sen­tante Ue decise di abban­do­nare la seduta. Diser­tare la discussione sui diritti umani e sugli obbli­ghi delle imprese va di pari passo con la deter­mi­na­zione con la quale la stessa Com­mis­sione spinge sull’acceleratore del nego­ziato Ttip, e con la quale impone alla Gre­cia misure dra­co­niane che rischiano di aggra­vare ulte­rior­mente la situa­zione dei diritti del popolo greco.

Un segnale ulte­riore della crisi dell’Europa che si com­pie lungo le sue fron­tiere, da quella atlan­tica, a quella del suo Sud, dal Medi­ter­ra­neo, all’Ucraina.

Leggi anche:

http://ilmanifesto.info/il-pd-e-il-ttip/

http://ilmanifesto.info/incoerenza-italia-no-allarbitrato-nella-energy-charter-treaty-si-nel-ttip/

Arcifesta a Cremona, fra TTIP e Landini

segnalato da Barbara G.

Giunta alla ventunesima edizione, Arci Festa 2015 si terrà da venerdì 24 luglio a lunedì 3 agosto presso il Parco delle Colonie Padane, a Cremona, a ingresso libero. Saranno undici giorni di pace, cultura e solidarietà, per una nuova società civile in movimento. Arci Festa è un progetto di cultura popolare: ogni sera incontri, dibattiti, musica, poesia, cultura e cucina. La festa raccoglie e valorizza i percorsi culturali e associativi del Comitato Territoriale di Arci Cremona e dei Circoli che lo compongono, nelle reti territoriali e con gli altri soggetti del Terzo Settore.

Di seguito il programma completo:

► venerdì 24 luglio 70 ANNI DI LIBERTÀ

ore 20:30 LIBERA MUSICA
concerto della banda di Anffas Cremona

ore 21:00 I CARNEFICI
con/vers/azione con DANIELE BIACCHESSI (scrittore)

ore 22:00 KING HOWL
concerto heavy blues rock

ore 00:00 McA dj set 100% rock’n’roll
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► sabato 25 luglio STORIE POPOLARI

ore 21:00 A CASA DEL POPOLO
con/vers/azione con FRANCESCA CHIAVACCI (Presidente Arci nazionale) e ANTONIO FANELLI (ricercatore dell’Istituto Ernesto de Martino)

ore 22:00 KARNE MURTA
concerto dirty swing

ore 00:00 PASTASCIUTTA ANTIFASCISTA
in memoria dei sette FRATELLI CERVI
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► domenica 26 luglio ALTRI MONDI POSSIBILI

ore 21:00 STOP TTIP
con/vers/azione con ORIELLA SAVOLDI (Segretaria Camera del Lavoro di Brescia), LUCA BASILE (Comitato STOP TTIP nazionale) e MAURIZIO DE MITRI (Comitato STOP TTIP Milano)

ore 22:00 RIO MEZZANINO
concerto indie folk rock
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► lunedì 27 luglio UNIONS!

ore 21:00 COALIZIONE SOCIALE
con/vers/azione con MAURIZIO LANDINI (Segretario Generale FIOM-CGIL) e TIZIANA BARILLÀ (redattrice Left)

ore 22:00 RONIN
concerto post rock
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► martedì 28 luglio EXPO DEI POPOLI

ore 21:00 UN’ALTRA RICETTA PER NUTRIRE IL PIANETA
con/vers/azione con EMANUELE PATTI, GRAZIANO FORTUNATO (Arci Lombardia) e BARBARA MEGGETTO (Segretaria Legambiente Lombardia)

ore 22:00 PAOLO BACCHETTA EGON’S
concerto jazz
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► mercoledì 29 luglio QUESTIONI DI GENERE

ore 21:00 MADRI, COMUNQUE
con/vers/azione con SERENA MARCHI (giornalista, scrittrice)

ore 22:00 CARA
concerto rock d’autrice
in apertura: GLI OCCHIALI DI GIADA

ore 00:00 STATE COMODI
maratona di letture di sessualità varia
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► giovedì 30 luglio CONTROVENTO

21:00 LA GUERRA È FINITA
L’Italia e l’uscita dal terrorismo 1980-1987
con/vers/azione con MONICA GALFRÉ (ricercatrice, scrittrice)

22:00 DEAD CANDIES
VALÉRY LARBAUD
concerto rock new wave
concerto rock d’autore
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► venerdì 31 luglio PONTI, NON MURI

ore 21:00 CAPOEIRA E GLOBALIZZAZIONE
con/vers/azione con MESTRE MORAES

ore 22:00 KHAOSSIA
concerto etno salentino

ore 00:00 BOOKTRAILER
Un libro, un luogo, una storia
FABIO GEDA Nel mare ci sono i coccodrilli
a cura di MARIO FERABOLI, partecipa CLAUDIA NOCI
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► sabato 1 agosto SEGNI E LINGUAGGI

21:00 LINUS
Storia di una rivoluzione nata per gioco
con/vers/azione con PAOLO INTERDONATO (giornalista, scrittore) e MASSIMO GALLETTI

22:00 THE CYBORGS
concerto blues boogie rock

ore 00:00 LE MURA DI SANA’A
proiezione del film di PIER PAOLO PASOLINI (1971, 16′)
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► domenica 2 agosto CONTRO TUTTE LE MAFIE

ore 21:00 VENTI LIBERI 1995-2015
Vent’anni di Libera contro le mafie
con/vers/azione con rappresentanti di Libera – Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie

ore 22:00 LATE NEWS BREAKING
concerto progressive funk rock
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► lunedì 3 agosto GIOVANI

ore 21:00 GIOVANI E VULNERABILITÀ
con/vers/azione con i partner del progetto Alleanza contro la povertà

ore 22:00 ROCK ‘N’ ROLL HIGH SCHOOL
il concertone estivo dei gruppi musicali studenteschi e giovanili
un graffio giovane sulla città
ONE OFF
DERVISCI

ore 00:00 BRINDISI DI ARRIVEDERCI
alla 22ª ARCI FESTA 2016!
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► tutti i giorni dalle 19:00 alle 01:00

ARCI TENDA Circoli, campagne, progetti, servizi Arci Cremona
ASSOCIAZIONI volontariato, cooperazione, economia solidale
LIBRERIA mostra Dalla Resistenza alla cittadinanza attiva
BAR acqua pubblica, vino, birra artigianale, cocktail
CUCINA nostrana, vegetariana, biologica, migrante, antimafie
PIZZERIA forno elettrico
HOBBISTI autoproduzioni, vinili, usato
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► domenica 26 luglio ore 18:00
VISITA GUIDATA AL PARCO DELLE EX COLONIE PADANE
a cura di ANGELO GIUSEPPE LANDI
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► dal 24 luglio al 2 agosto ore 20:00
¼ D’ORA. Poesia, poeti, tautogrammi e rime
a cura di GIOVANNI UGGERI
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in collaborazione con

Circolo Arcipelago
Circolo Arcicomics
Circolo Arci Ponti di Memoria
Lega di Cultura di Piadena
Alleanza contro la povertà
Grupo de Capoeira Angola Cremona
Expo dei Popoli – Milano 2015
Libera – Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie
Circolo Arcigay Cremona La Rocca
FIOM-CGIL
Rete Donne Cremona – Se Non Ora Quando?
Libreria del Convegno
Timpetill
Anffas Cremona
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per maggiori info clicca qui

www.arcicremona.org

TTIP, appello ai Parlamentari Europei

Segnalato da transiberiana9

TTIP, APPELLO AI NOSTRI PARLAMENTARI EUROPEI CONTRO LA CLAUSOLA A FAVORE DELLE LOBBY

(AVEVA RAGIONE IL NANO, cit. Lame)

Monica di Sisto(*) – ilfattoquotidiano.it, 03/07/2015

Il Ttip torna in aula. Il Parlamento europeo, infatti, il 7 e l’8 luglio prossimi sarà chiamato a riesaminare il testo della Risoluzione con cui darà le proprie indicazioni politiche alla Commissione sull’andamento del negoziato transatlantico di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Usa e Ue. Lo scoglio che si troverà di fronte intatto è l’inserimento o meno della clausola Isds, cioè quel meccanismo che permette agli investitori dell’altra parte dell’Oceano di citare uno Stato che avesse introdotto una normativa a lui sfavorevole, anche se utile per i propri cittadini. La maggioranza parlamentare, infatti, si era spaccata su questo tema al punto che il presidente del Parlamento, il socialdemocratico Martin Schulz, per guadagnare tempo e riguadagnare numeri aveva rinviato il testo alla Commissione commercio internazionale (Inta) con la scusa che ci fossero troppi emendamenti da esaminare.

Ora, sotto la propria responsabilità, lo stesso Schulz ha proposto un testo di compromesso in cui, con un politichese impeccabile, nei fatti sostituisce l’Isds con lo stesso meccanismo, che evita di chiamare con lo stesso nome, ma definisce “meccanismo per risolvere le dispute tra investitori e Stati”, cioè precisamente la traduzione della sigla stessa. Un meccanismo cui, proprio come nell’Isds, possono ricorrere solo gli investitori, non gli Stati, tantomeno i cittadini semplici. Cause che potrebbero essere promosse “qualora gli interessi provati non possano minare gli obiettivi delle politiche pubbliche”, ma anche questo limite è posto senza spiegare che chi deciderà se gli obiettivi pubblici siano prevalenti o no sarebbe lo stesso meccanismo arbitrale, e non la giustizia ordinaria cui sono costretti a rivolgersi i cittadini semplici, ma anche le imprese che operano solo a livello nazionale o regionale. Quindi un compromesso che non mira alla sostanza, ma vuole offrire ai colleghi parlamentari un escamotage per votare l’Isds facendo finta di no.

Come vanno poi a finire solitamente queste cause lo spiega l’Unctad, Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, nel terzo capitolo del suo Rapporto 2015 su Commercio e investimenti. A guardare superficialmente i numeri potrebbe sembrare che esse vadano abbastanza bene per gli Stati, che sembrerebbero prevalere nel 36% dei casi, su un 27% di sentenze a favore degli investitori.

Ma cosa succede quando disaggreghiamo queste sentenze? Lo ha fatto il team legale internazionale dell’International Institute for Sustainable Development (Iisd), di cui seguiamo il ragionamento. La base analizzata è di 255 cause private: 144 deliberate a favore degli stati mentre 111 a favore degli investitori. Scopriamo che 71 di queste sentenze (pag. 116) vinte dagli Stati erano decisioni sulla competenza dell’arbitrato che, nei fatti, terminavano i procedimenti. E che quindi solo in 71 casi, cioè nel 28% dei casi, gli Stati sono riusciti a fermare l’Isds contro gli investitori che vi ricorrevano, che sono risultati vincitori nel 72% dei casi e hanno potuto portare avanti il loro ricorso. Tolte queste cause, dunque, sulle 255 decisioni arbitrali totali, sono 184 le cause in cui si è arrivati a discutere il merito, e di queste gli investitori ne hanno vinte 111, cioè il 60 per cento. Quindi le nostre democrazie risultano più che esposte alla potenza degli interessi private.

In virtù di queste buone ragioni la Campagna StopTtip in tutta Europa lancerà una nuova mobilitazione via email, FacebookTwitter per chiedere nuovamente ai parlamentari europei di non cadere in questa trappola retorica. Anche perché molti eletti sembrano essersi accorti del nuovo espediente, e sono pronti a fermarlo. I tre parlamentari italiani Tiziana Begin del M5s, Sergio Cofferati del gruppo europeo socialdemocratico e Eleonora Forenza della sinistra ecologista hanno lanciato un appello tripartisan ai propri colleghi per escludere l’Isds dai futuri negoziati: “Chiediamo ai nostri colleghi e ci impegneremo nel prossimo passaggio parlamentare affinché non vengano approvati accordi al ribasso o posizioni ambigue che ledano anche indirettamente il diritto delle istituzioni Europee e degli Stati membri di legiferare in difesa dei diritti dei cittadini e dei consumatori”.

Un appello del tutto condivisibile che chiediamo venga sostenuto da tutti quei parlamentari che hanno a cuore i nostri diritti. Una lista di eletti che terremo con cura, e che renderemo nota con tutta la forza di cui saremo capaci.

*vicepresidente di Fairwatch, tra i promotori della campagna Stop Ttip Italia

Stop TTIP – No ISDS

segnalato da barbarasiberiana

Cari amici

Circostanze speciali richiedono azioni speciali. Questo è uno di quei momenti. Il Parlamento Europeo si appresta a votare una risoluzione critica (un parere) sul TTIP. Vi chiediamo quindi di agire ora per garantire una presa di posizione forte del Parlamento contro i tribunali privati delle multinazionali previsti dal TTIP. Dì #no2ISDS ora!

Al momento attuale i dibattiti sulla risoluzione sono ancora in corso con il voto in assemblea plenaria previsto per il 10 di giugno. Tra le varie commissioni del Parlamento Europeo che stanno contribuendo alla risoluzione, 5 di esse hanno già rifiutato l’ISDS (il meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie tra stati e investitori, ovvero corti private dove gli investitori possono agire in giudizio contro gli stati nel caso in cui le azioni di uno stato vadano a ridurre i loro profitti). Questa è un ottima notizia ma il voto nella commissione competente (INTA o comitato del commercio) è previsto per questa settimana, il 28 di Maggio e al momento sembra che si stia andando verso un atteggiamento favorevole alle imprese e quindi ad una presa di posizione più debole nei confronti dell’ ISDS. Dite ai membri della commissione commercio di dire NO all’ ISDS!

145.000 cittadini hanno detto #no2ISDS nella consultazione fatta dalla Commissione lo scorso anno; e quasi 2 milioni di persone hanno firmato l’Iniziativa dei Cittadini Europei per fermare il TTIP. Ricordiamo ai Membri del Parlamento (MEP’s) che dovranno intraprendere questo importante voto che i cittadini europei si preoccupano del TTIP e non vogliono assolutamente l’ISDS.

Puoi farglielo sapere in meno di un minuto utilizzando questo semplice strumento online. Disponibile in otto lingue differenti, permette ai cittadini di tutta Europa di contattare i loro rappresentanti al Parlamento Europeo (MEP’s) e chiedere il loro impegno per dire NO ai diritti speciali per gli investitori stranieri. Per favore inoltra questa email anche ai tuoi amici e chiedigli di dire #no2ISDS!

Aspettando la prossima occasione Michael, Cornelia and Stephanie

Firma QUI per dire no al’ISDS

Firma QUI contro il TTIP