Turchia

L’accordo che non esiste

di Stefano Catone (*), 04/03/2017

Se ne è parlato poco in Italia, eppure è di questi giorni una notizia assolutamente enorme: la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha emesso una sentenza con la quale dichiara di non essere competente nel giudicare casi inerenti al cosiddetto (d’ora in poi il “cosiddetto” sarà d’obbligo) accordo tra Unione europea e Turchia, in virtù del fatto che – si legge nel relativo comunicato – «né il Consiglio europeo né alcun’altra istituzione dell’Unione ha deciso di concludere un accordo con il governo turco in merito alla crisi migratoria».

Il procedimento innanzi alla Corte è cominciato su iniziativa di due cittadini pakistani e un cittadino afgano che «si sono recati dalla Turchia in Grecia dove hanno presentato domande d’asilo, nelle quali affermavano che essi, per diverse ragioni, rischiavano di essere perseguitati se fossero ritornati nei loro rispettivi paesi di origine. Tenuto conto della possibilità, in applicazione della “dichiarazione UE-Turchia”, di un rinvio in Turchia in caso di rigetto delle loro domande d’asilo dette persone hanno deciso di proporre ricorsi dinanzi al Tribunale dell’Unione europea al fine di contestare la legittimità della “dichiarazione UE-Turchia”».

Il Tribunale rileva che la dichiarazione congiunta non è stata licenziata in occasione della seduta del Consiglio europeo del 17 marzo 2016, ma dal vertice internazionale che si è tenuto il giorno successivo, quando – si legge nella dichiarazione – «i membri del Consiglio europeo hanno incontrato la controparte turca». L’accordo sarebbe perciò stato fatto dai capi di stato e di governo presenti al vertice, senza un coinvolgimento diretto dell’Unione europea.

E’ come se da un momento all’altro crollasse un enorme castello giuridico e con esso tutte le relative garanzie, dato che l’accordo contiene dei profili molto dubbi rispetto a violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e ora – molto banalmente – decine di migliaia di persone non saprebbero a chi rivolgersi per vedere rispettati i propri diritti.

E’ comunque il caso di ribadire quanto già detto nella scorsa newsletter: l’articolo 80 della Costituzione recita che «le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica». La gestione dei flussi migratori e dell’asilo è questione politicissima: il parlamento italiano deve esserne investito, ora a maggior ragione.

Scarica il comunicato

(*) Tratto dalla newsletter a promozione e integrazione di “Nessun paese è un’isola”, testo di cui avevamo parlato in questo post.

Il golpe e l’indignazione pelosa

segnalato da Barbara G.

Turchia: il golpe e l’indignazione pelosa

di Fulvio Scaglione – fulvioscaglione.com, 20/07/2016

“Scene rivoltanti di giustizia arbitraria e vendetta”, fa dire la cancelliera Merkel ai suoi portavoce. Per aggiungere di persona che la reintroduzione della pena di morte “significherebbe la fine delle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea”. Il dopo-golpe della Turchia è scandito dagli arresti ordinati da Recep Erdogan, che ormai si contano a migliaia tra soldati, poliziotti, prefetti, governatori e magistrati. Ma anche dai moniti e, come si vede dal caso tedesco, anche dalle minacce che arrivano da Occidente.

La Merkel non è stata l’unica a legare pena di morte e accoglimento nella Ue. Lo hanno fatto anche Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, e il nostro ministro degli Esteri Gentiloni. Al coro europeo si è unito il solista d’oltreoceano. Gli Usa, per bocca del segretario di Stato John Kerry, hanno addirittura legato “il mantenimento dei più alti standard di rispetto per le istituzioni democratiche e per l’applicazione della legge” alla permanenza della Turchia nella Nato.

Tutto questo avrà di sicuro una qualche influenza sul modo in cui Erdogan deciderà di varare il nuovo atto del suo regno sulla Turchia: il terzo, quello del potere assoluto, dopo il primo del consenso conquistato con il decollo economico e il secondo dell’avventura imperialista neo-ottomana. Allo stesso tempo, però, rivela tutto il disagio con cui l’Occidente, e non da oggi, maneggia il “caso Turchia”.

Certo, la gigantesca purga che Erdogan vuole varare, agitando su golpisti veri e presunti la spada della pena capitale, lo porterà ben lontano da ciò che, in termini di applicazione della democrazia e amministrazione della giustizia, si richiede a un Paese dell’Unione Europea.Ma non è che prima del golpe la Turchia fosse molto vicina. Negli ultimi anni Erdogan ha varato una serie di riforme che hanno regalato ai servizi segreti (nei giorni scorsi il suo vero baluardo) poteri insindacabili, tolto alla magistratura gran parte dell’indipendenza rispetto al potere esecutivo, ridotto il diritto alla libera espressione, mortificato la libertà di stampa, limitato fortemente i diritti civili.

Non si sentivano, allora, molti appelli alla moderazione e al rispetto dei sacri principi.Allo stesso modo, nel recente passato né gli Usa né la Nato (di cui Kerry, è bene notarlo, parla come di una proprietà privata) si preoccupavano degli “alti standard” che ora invocano, nemmeno di fronte alla repressione nelle regioni curde o alla benevolenza della Turchia nei confronti delle decine di migliaia di foreign fighters che attraversavano il suo confine per andare a sterminare gente in Siria e in Iraq. Anzi, allora la Nato degli “alti standard” si impegnava a proteggerlo, quel confine, e a stendere il proprio velo militare a sostegno di Erdogan. Succedeva l’altro ieri, non mille anni fa.

Finché la Turchia faceva comodo per intercettare, ben pagata, i profughi che tanto inquietano gli europei o per smembrare la Siria di quell’Assad tanto inviso agli americani e ai loro alleati in Medio Oriente, la moderazione di Erdogan non sembrava così indispensabile. Oggi sì. Ma oggi forse è tardi: il cavallo scosso Erdogan da tempo non risponde alle redini dell’Occidente ed è difficile che lo faccia, sia che abbia superato un golpe vero (che comunque non può avere mandanti solo interni alla Turchia), sia che ne abbia organizzato uno finto. Comunque, dopo aver ottenuto un potere quasi assoluto.

In questo clamoroso riposizionamento collettivo, c’è un personaggio che bada bene a non farsi notare ma potrebbe intascare un ottimo dividendo economico e politico: Vladimir Putin. Il signore del Cremlino è stato uno dei primi a parlare con Erdogan dopo il vero-finto golpe e i due si sono promessi di incontrarsi al più presto. La crisi seguita all’abbattimento del caccia russo nel novembre del 2015 aveva mandato all’aria scambi commerciali del valore di 45 miliardi l’anno e un rapporto strategico per entrambi i Paesi, soprattutto nel settore dell’energia. Lo zar e il califfo si erano rappacificati poche settimane fa e rilanciare l’intesa è ora negli interessi di entrambi. Della Turchia, se vorrà proseguire nel duro confronto con l’Europa e gli Usa. Della Russia, che in quel confronto è da tempo impegnata.

Pubblicato su Avvenire del 19 luglio 2016

Fantagolpe

segnalato da Barbara G.

Chi c’è dietro il «golpe fasullo» in Turchia, e che cosa succede ora

Che cosa si nasconde dietro a un «golpe» durato appena quattro ore. Il ruolo dei vertici militari, quello del nuovo capo del governo, quello di Gulen. E chi ha da guadagnare da quanto accaduto. Le domande e le risposte dell’editorialista del «Corriere»

di Antonio Ferrari – corriere.it, 16/07/2016

Che cosa è avvenuto realmente in Turchia? Un golpe?

«Beh, golpe è una parola grossa. Al massimo potremmo definirlo un minigolpe improprio, a scoppio anticipato».

Perché non credi al golpe?

«Primo: perché nella mia vita professionale ho visto tutto e il contrario di tutto, ma un golpe di sole quattro ore non avrei mai potuto immaginarlo, neppure nello stato libero di Bananas. Secondo, ci sono retroscena quasi inquietanti, quantomeno improbabili».

Puoi raccontarli e spiegarli?

«Parto dalle notizie accertate. Ho conosciuto la Turchia trentasei anni fa, e vi sono tornato regolarmente. Ho intervistato tutti i leader politici, compreso il carismatico Recep Tayyip Erdogan, con il quale una volta ho litigato.Tanta frequentazione mi ha consentito di tessere importanti rapporti personali. Insomma, ho fonti credibili e preziosissime. Anche venerdì sera, per telefono, mi hanno messo in guardia».

In che senso?

«Mi hanno fatto capire: attenzione, può essere una sceneggiata. Domani Erdogan sarà più forte di oggi».

Ma ci sono stati circa 200 morti…

«Sì, ma — scusate il cinismo — il bilancio delle vittime è simile a quello dei morti di Ankara durante la manifestazione pacifista. Credete che importi a Erdogan?».

Insomma, cos’è accaduto?

«Noi giornalisti, spesso per vanità o per attrazione fatale della prima Repubblica, tendiamo a preferire l’articolessa e i banali ghirigori old style, sottostimando i fatti. Ma sono i fatti, la sana cronaca, occhi attenti, umiltà e una mente attrezzata a ragionare a fare la differenza. Non mi sono sfuggite e non ne ho ridotto la portata, notizie e informazioni degli ultimi mesi dalla Turchia. La nomina di un nuovo capo del governo, Binali Yildirim, fedelissimo di Erdogan. Personalità grigia ma capace. Improvvisamente il presidente ha aumentato la pressione militare sui curdi in armi del Pkk, intensificando la repressione più violenta. E Yildirim ha annunciato, a tappe ravvicinate: primo, la pace con Israele dopo la rottura seguita all’assalto contro il convoglio navale pacifista turco, al largo di Gaza, costato 9 morti; secondo, una lettera di scuse di Erdogan a Putin, e la pace fatta con la Russia dopo l’abbattimento del cacciabombardiere di Mosca nei cieli della Siria; terzo, la mano tesa al regime siriano, cioè mano tesa a Bashar al Assad, che fino al giorno prima il presidente turco avrebbe fatto ammazzare: al punto che il sultano faceva affari con i tagliagole dell’Isis (petrolio di contrabbando),e portava armi agli estremisti islamici siriani, a partire dal sedicente Stato islamico; quarto, rilancio del ruolo della Turchia nella Nato e amicizia perenne con gli Usa».

D’accordo, ma il golpe o minigolpe che c’entra?

«A questo punto abbandoniamo il binario dei fatti comprovati ed entriamo in quello delle ipotesi, supportate però da forti indizi. Le Forze armate turche erano in agitazione, in opposizione a Erdogan, accusato di molte nefandezze: repressione della libertà di stampa, bugie sui profughi, rifiuto di partecipare attivamente alla coalizione internazionale contro il terrorismo. Ma la bassa forza, molti colonnelli e graduati minori non avevano realizzato che gli alti comandi si erano avvicinati al sultano».

Questa bassa forza era pronta ad agire in proprio?

«No, ma era influenzata da Fetullah Gulen, il predicatore sunnita che vive in esilio negli Usa. Un islamico visionario e moderato, amico anzi quasi fratello di Erdogan — o almeno del primo Erdogan. Fu Gulen a spalancare al futuro sultano le porte delle fondazioni più influenti. Gulen è miliardario, controlla scuole, università, ha radici nella magistratura, nei servizi segreti, nella polizia, ed è molto popolare tra i soldati. Forse, i tempi del minigolpe sono stati quelli di una prova di forza».

Innescata da chi?

«Non mi stupirei che la miccia sia stata accesa dallo stesso Erdogan o dai suoi fedelissimi».

Vuoi dire che potrebbe essere un «golpe fasullo»?

«Esattamente. Le mie fonti turche hanno sostenuto questa possibilità».

E il viaggio aereo di Erdogan nei cieli d’Europa?

«Temo che qualcuno, compreso qualche collega, abbia confuso Erdogan con Ocalan. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, che ho intervistato nella valle della Bekaa, fu cacciato dalla Siria e vagò nei cieli in cerca di asilo politico, prima d’essere catturato dai turchi e condannato all’ergastolo.Pensate possibile che Erdogan lanci un appello al popolo invitandolo a scendere nelle strade e di proteggere il Paese, mentre vola su Francoforte, pronto a scendere a Berlino per inginocchiarsi davanti a Merkel supplicando asilo politico? E magari, dopo il no di Merkel, pronto a virare su Londra per comprendere le intenzioni della neopremier May? Ma per favore, solo a pensarci mi vien da ridere. Amici e colleghi, questo è il risultato di non conoscere ciò di cui si parla, magari sbraitando scemenze in un salotto televisivo».

Quindi, secondo te, dov’era il presidente?

«In vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti. Fine del golpe, quattro ore dopo. Ma per cortesia, siamo seri finalmente».

Per te, insomma, è quasi una farsa?

«Se non ci fossero i morti, direi di sì».

Ma a chi ha giovato questo minigolpe, come lo hai chiamato?

«A Erdogan. È molto più forte. Magari spera di avere i voti per cambiare la Costituzione, e trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale».

La tua opinione?

«Spero di no, soprattutto per i miei amici turchi. E per i miei colleghi che in quel Paese rischiano ogni giorno la prigione. Se non peggio».

Piccole cooperative crescono. Se arriveranno alla maggiore età è altra faccenda

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

Kazova

di Joris Leverink*www.znetitaly.org, 4 maggio 2015

“No, non ho ricevuto nessuna paga, ma ho ottenuto una fabbrica” è stata la risposta di Aynur Aydemir a uno degli ex colleghi della fabbrica tessile Kazova, quando le è stato chiesto se avesse mai ricevuto una qualche parte del denaro che ancora le dovevano i suoi ex padroni. “Che abbia successo o no, che sia vecchia o nuova, ho una fabbrica. Potremmo non avere il capitale necessario per gestire questa azienda e potremmo fallire in futuro, ma almeno abbiamo ottenuto qualcosa”.

Aynur è socia della piccola cooperativa Libera Kazova, che dopo due anni di lotta è riuscita finalmente a dichiarare vittoria a febbraio di quest’anno, quando è stata in grado di rivendicare la proprietà legale di un pugno di vecchie e usurate macchine tessili che in precedenza appartenevano agli ex padroni.

Nel corso di questi due anni Aynur e i suoi colleghi hanno occupato la loro vecchia fabbrica, sono stati malmenati dalla polizia e minacciati da violenti assoldati, hanno condotto marce di protesta e lottato sia nei tribunali sia nelle strade. Affrontando una battaglia ardua in cui hanno dovuto attaccare non solo i loro ex datori di lavoro ma anche il sistema stesso che consentiva lo sfruttamento dei lavoratori e consentiva ai padroni di uscire indenni da ogni confronto, i lavoratori della fabbrica Kazova si sono rifiutati di arrendersi. Hanno invece occupato. Hanno resistito. E oggi producono.

Occupare o non occupare?

Il calvario dei lavoratori della Kazova è iniziato nel gennaio del 2013 quando, non ricevendo la paga da quattro mesi, erano stati messi collettivamente in ferie per una settimana dai proprietari della fabbrica, i fratelli Umit e Umut Somuncu. Ai 94 lavoratori era stato promesso che al ritorno avrebbero trovato gli assegni paga, ma invece erano stati ricevuti dal legale della società che aveva annunciato loro che erano stati tutti licenziati per la loro “assenza immotivata” per tre giorni consecutivi.

Col senno di poi Aynur ritiene che se si fossero rifiutati di lasciare la fabbrica sin dal primo giorno, la loro resistenza sarebbe stata molto più forte. “Avremmo potuto non essere in grado di produrre ora, ma probabilmente avremmo ricevuto i nostri arretrati”, argomenta su una terrazza assolata del distretto centrale di Istanbul, Eyup, appena fuori dall’edificio in cui al terzo piano i suoi colleghi sono affaccendati a lavorare alla produzione di un nuovo lotto di maglioni colorati. “Per la situazione attuale è stato probabilmente un bene che ce ne siamo andati, ma alla fine 94 lavoratori hanno perso il posto senza ricevere alcun salario”.

Nei primi pochi caotici giorni dopo il loro licenziamento collettivo i lavoratori erano indecisi su quali passi intraprendere. Aynur suggerì di occupare la fabbrica, ma non ricevette molto sostegno. La maggior parte dei lavoratori era o troppo spaventata per resistere o costretta da difficoltà finanziarie a non perder tempo nel contestare l’ingiustizia. Quando alla fine un gruppo di trenta lavoratori decise di resistere era già troppo tardi per bloccare il saccheggio: i fratelli Somuncu avevano spogliato la fabbrica di tutto ciò che aveva qualche valore, comprese quaranta tonnellate di filati e molte delle macchine più piccole, sabotando quelle che erano troppo grosse da trasferire, per impedire ai lavoratori di continuare la produzione da soli.

Quando si resero conto di che cosa stava succedendo i lavoratori montarono una tenda di fronte alla fabbrica per impedire altri furti e sabotaggi. Condussero marce settimanali di protesta dalla piazza centrale del loro quartiere alla fabbrica per chiedere attenzione alla loro causa. Nei mesi successivi furono picchiati e intimiditi da teppisti assoldati e citati in giudizio dai loro vecchi padroni per aver rubato in fabbrica. Quando inscenarono una protesta il Primo Maggio, furono attaccati dalla polizia con gas lacrimogeni. Il punto di svolta si verificò il 30 giugno quando, resi incoraggiati dalle proteste nazionali per Gezi, i lavoratori restanti decisero di occupare la fabbrica.

Nascita di una cooperativa

I lavoratori hanno ricevuto una solidarietà incredibile nel corso della loro lotta di resistenza. Per Aynur questa è stata una delle esperienze più importanti: “Non mi aspettavo così tanta solidarietà dalla gente; non avevo mai visto una cosa simile prima. Pensavo che alcuni ci avrebbero aiutato per un po’ e poi sarebbero spariti, ma invece c’è stato un flusso costante di sostegno”.

Una delle migliaia di persone che avevano visitato la fabbrica per curiosità e per dimostrare sostegno è stato Ulus Atayurt, un giornalista indipendente e ricercatore sui movimenti autonomi dei lavoratori. Per lui la cooperativa Libera Kazova è un’eredità della rivolta di Gezi, uno dei pochi risultati tangibili della maggior rivolta popolare mai vista in Turchia. “Penso che i lavoratori siano stati ispirati dai movimenti di sinistra a montare la tenda di fronte alla fabbrica, ma sono stati ispirati da Gezi a fare il passo successivo e a occupare la fabbrica. Le migliaia di visitatori e di reti di solidarietà attraverso centinaia di forum popolari [fioriti in tutta Istanbul durante la rivolta] hanno fatto loro capire il potere e il significato di un’economia solidale”.

Dalla fruttuosa miscela prodotta dallo spirito di Gezi, dalle molte visite di solidarietà alla fabbrica, dai caratteri dei lavoratori e da persone come Ulus – attivisti e ricercatori con conoscenza di altri esempi di movimenti autonomi dei lavoratori – è nata l’idea di una cooperativa solidale. Presto i lavoratori rimasti – a quel punto sono un pugno di lavoratori della ex Kazova se n’era andato – hanno deciso di organizzarsi in cooperativa e hanno cominciato a fare piani su come gestire la loro futura fabbrica senza padroni.

Quella che è seguita è stata una lunga e defatigante battaglia legale in cui i lavoratori non si sono concentrati sul recupero dei salari ancora dovuti dai loro padroni bensì piuttosto sul recuperare le macchine tessili che avrebbero consentito loro di ripartire da zero, di costruire la loro propria fabbrica. A febbraio di quest’anno le macchine sono state messe all’asta. Un tribunale ha deciso che il ricavato dalla vendita doveva essere utilizzato per rimborsare i lavoratori ingannati. Se non si fosse presentato alcun acquirente potenziale le macchine sarebbero state utilizzate come risarcimento. Naturalmente i lavoratori preferivano la proprietà delle macchine alle paghe arretrate e così, quando è arrivato il giorno dell’asta e si è concluso senza alcuna offerta, i lavoratori hanno festeggiato l’esito come una vittoria.

Rottura del ciclo

Sono ora trascorsi alcuni mesi da quando la cooperativa Libera Kazova si è imbarcata nella sua avventura come una delle pochissime fabbriche a gestione operaia della Turchia. Anche se Aynur sarebbe la prima ad ammettere che non è stato facile, è intensamente felice di aver deciso di essersi messa su questa strada. “Sono molto più felice perché nessuno mi insulta più. Siamo realisti riguardo agli immensi problemi che abbiamo e che ancora ci aspettano in futuro, ma almeno non siamo più maltrattati”.

Ulus, che non ha aderito alla cooperativa ma sta aiutando i lavoratori a creare i loro canali di distribuzione, vive le difficoltà che i lavoratori hanno nell’adeguarsi quotidianamente a questi nuovi rapporti di lavoro. “Sulla carta l’auto-organizzazione, l’autogestione e il processo decisionale democratico suonano bene, ma se li si vuole applicare in fabbrica ci si rende conto che implicano un intero insieme di rapporti cui né i lavoratori né noi – quelli che li aiutano – siamo abituati”.

Aynur è d’accordo che “un’organizzazione senza capi è di per sé un peso” a causa delle responsabilità collettiva che significa che tutte le decisioni devono essere prese come gruppo. “Dobbiamo imparare un tipo di vita che non abbiamo mai conosciuto prima”, aggiunge con un sorriso che tradisce la sfida, una sfida che lei è felice di accettare.

Oggi la cooperativa produce 500 pullover al mese e li vende in rete e attraverso una rete di piccole boutique. Ma al fine di coprire tutti i costi tale numero dovrà essere aumentato a 800 pezzi al mese. I lavoratori ricavano grande soddisfazione dal fatto che oggi hanno il controllo dei loro mezzi di sussistenza e realizzare un profitto non è più ai primi posti nel loro programma. Il loro obiettivo finale è di diventare un modello per altri: autonomi e indipendenti e un esempio per quelli che attualmente sono intrappolati in un ciclo interminabile di sfruttamento, insulti e maltrattamenti.

Aynur, che percepisce il sistema attuale in Turchia come a favore del grande capitale a spese dei diritti e del benessere generale dei lavoratori, condivide il suo sogno: “Vogliamo che quando si tratterà dei nostri figli, della loro generazione, almeno abbiano il genere di sistema che oggi noi stiamo tentando di costruire”.

*Joris Leverink è un giornalista indipendente di Istanbul, redattore di ROAR Magazine ed editorialista di TeleSUR English. Questo articolo è stato pubblicato in origine su Contributoria.