tutele

Il velo alzato sul mondo dei morlock

segnalato da Andrea

di Benedetto Vecchi – ilmanifesto.info, 10/10/2015

Tempi presenti. «Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie.

L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.

Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org. Ha una introduzione di Ferruccio Gambino e saggi di Lucia Giordano, Isabella Consolati, Roberta Ferrari, Piergiorgio Angelucci, Eleonora Cappuccilli, Floriano Milesi e Francesco Agostini. Sono testi sulle nuove normative che regolano il rapporto di lavoro, dal Jobs Act, all’introduzione dei voucher, al job sharing. E se per il Jobs Act il lavoro critico è facilitato dalla mole di materiali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Matteo Renzi come panacea per la precarietà diffusa e la disoccupazione di massa, meno facile è invece restituire il valore performativo che le disposizioni sui voucher e il job sharing hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto analitico proposto è efficace e condivisibile. Più problematiche sono le proposte politiche avanzate nel volume. Non perché impossibili, ma perché problematica è la prospettiva indicata come necessaria: organizzare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, frammentate, sempre più individualizzate. È con questa prospettiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle proposte avanzate è infatti il limite che si incontra quando si cerca di lacerare il velo che occulta il lavoro contemporaneo. Fanno dunque bene gli autori a nominarlo. Non ci sono infatti facili scorciatoie da imboccare.

Il mimetismo che paga

Il Jobs Act è ritenuta la forma giuridica che istituzionalizza la precarietà. Matteo Renzi e la sua squadra di governo hanno aggirato lo statuto dei lavoratori vigente, modificandone l’articolo 18 (quello sul licenziamento senza giusta causa), ma non si sono mai scagliati contro la «filosofia» garantista dello Statuto. Hanno mimetizzato l’obiettivo — rendere normale la precarietà — con la retorica di sviluppare forme di tutela per i giovani precari. Così facendo sono però riusciti a produrre consenso alla istituzionalizzazione della precarietà, visto che il Jobs Act permette il licenziamento e prevede forme di significativi sgravi contributivi per le imprese, motivando le misure come incentivi all’assunzione dei lavoratori a tempo determinato e dunque alla crescita occupazionale, cresciuta sopra il 10 per cento dopo il 2008 a causa della crisi economica globale. Che questo non sia accaduto è oggetto delle polemica politica quotidiana, con errori e omissioni da parte del Ministero del lavoro, come ha testimoniato e denunciato la ricercatrice Marta Fana sulle pagine di questo giornale. Nel volume di «Lavoro Insubordinato» viene però messo in evidenza un altro aspetto, meno presente nella discussione pubblica. Il Jobs Act ratifica anche la compressione salariale in auge da decenni in Italia. Precarietà e salari stagnanti sono inoltre le fondamenta della progressiva e tendenziale trasformazione del lavoro vivo in un esercito di working poor.

Ma queste, direbbero i soliti buon informati, sono cose note. Meno evidente è la diffusione dei voucher e del job sharing.

Sull’uso dei voucher poco si sa. Le recenti statistiche parlano di una crescita esponenziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della possibilità da parte delle imprese di «assoldare» lavoratori e lavoratrici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cambio di un voucher che può essere ritirato dal singolo in alcuni luoghi preposti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tecnica parla di lavoro occasionale — che non prevede nessuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa. Il singolo, infatti, non ha un contratto o una forma di collaborazione codificati dal diritto del lavoro. È solo fissato un tetto economico – i voucher non possono superare la cifra dei 7mila euro l’anno per il singolo lavoratore – ma nulla più. È una delle forme più radicali di precarietà che sono state imposte al lavoro vivo. E contempla anche una colonizzazione del tempo di vita: il singolo deve essere pronto a lavorare in ogni momento. A ragione, i voucher sono considerati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che scarica inoltre sui singoli l’attivazione di tutele individuali riguardo la pensione, la formazione, la salute. Devono cioè intraprendere la discesa negli inferi della privatizzazione del welfare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la condivisione tra due persone della stessa mansione.

Immaginata come una forma di tutela per le donne entrate nel mercato del lavoro ma che non vogliono rinunciare alla cura dei figli, il job sharing rivela anche in questo caso il progressivo abbandono dello Stato nei servizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche questa nota. Ma questo si traduce in una condizione di assoggettamento delle donne che condividono lo stesso lavoro. È infatti prerogative loro trovare la compagna di «avventura»; e ricade su di loro la perdita di salario e una scansione della giornata che solo i «creativi» della pubblicità possono rappresentare come espressione di una onnipotenza femminile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sempre senza mai scomporsi e mantenendo un seducente sorriso sulle labbra.

Neppure i cosiddetti ammortizzatori sociali sono omessi in questo volume: ogni acronimo e sigla usata nasconde la riduzione delle tutele a elemosine per i «senza lavoro». La disoccupazione è ridotta a fatto domestico, privato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme compassionevoli dell’assistenza ai poveri.

Organizzare l’inorganizzabile 

È da qualche lustro che minoranze intellettuale e gruppi di attivisti segnalano che uno degli effetti delle politiche neoliberiste è la trasformazione dell’insieme del lavoro vivo nella marxiana «fanteria leggera del capitale». Possono essere molte le forme giuridiche usate, ma rimane il fatto, incontestabile, che l’universo dei diritti sociali di cittadinanza è stato sostituito da dispositivi dove la cittadinanza è vincolata all’accettazione del «regime del salario». Quello che veniva definito come tendenza, è quindi divenuto realtà.

Quale prospettiva politica attivare per un lavoro vivo frammentato, disperso, che spesso non ha luoghi dove incontrarsi? «Organizzare l’inorganizzabile» non è solo una suggestione, bensì un programma di lavoro politico per rendere maggioranza ciò che è patrimonio di minoranze teoriche e politiche. Il primo passo è il reddito di cittadinanza, va da sé, ma c’è un suggerimento del libro del quale fare tesoro.

Il reddito di cittadinanza non può essere immaginato come una ingegneria istituzionale, delegando alla Stato sia le forme che le modalità di erogazione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assoggettamento dalle quali il reddito di cittadinanza favorirebbe l’emancipazione, ritornerebbero sulla scena dei rapporti di lavoro. Per questo va messo in relazione proprio con il regime del salario.

La presa di parola proprio del lavoro vivo nella sua eterogeneità è certo un fattore primario, ma non risolutivo del problema. Serve immaginare forme di sciopero sociale efficaci. E attivare coalizioni sociali, sottraendole però alle alchimie autoconservative che assegnano alle organizzazioni sindacali date e della cosiddetta società civile il ruolo di gate keeper delle stesse coalizioni sociali.

La corsa del Jobs Act

POLETTI: “BISOGNA CORRERE. MA PERCHÉ IL JOBS ACT FUNZIONI SERVE UN CAMBIO DI CULTURA”

Il ministro del Lavoro: “Chi criticava le norme sull’art. 18 ha capito che nella riforma ci sono molti aspetti positivi”.

da La Stampa (10/10/2014) – di Paolo Baroni

«Il risultato della fiducia al Senato? Buono. La discussione ha consentito a chi aveva elementi di dissenso, ad esempio sull’articolo 18, di valutare che magari per un cosa che non gli stava bene ce ne erano altre sei che apprezzava», sostiene il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Che dopo aver incassato il primo sì del Parlamento respinge l’accusa di aver chiesto la fiducia su una delega in bianco e fissa le prossime scadenze. «Il nostro obiettivo è approvare la legge entro novembre, poi a inizio 2015 vareremo i decreti delegati. Abbiamo già preparato molti materiali, ma servirà qualche settimana in più perché il lavoro è molto complesso e bisogna fare le cose per bene».

Praticamente i decreti attuativi, almeno per le parti fondamentali (riforma degli ammortizzatori, disboscamento dei contratti e nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) «saranno presentati contestualmente, perché i vari pezzi della riforma si tengono tutti assieme. Uno spiega l’altro». «Bisogna correre – aggiunge il ministro – ma non per smania mia o del governo a fare in fretta. È la condizione del nostro Paese che ci impone di fare al meglio, il più velocemente possibile». Quindi Poletti indica gli obiettivi fondamentali della sua riforma: semplificazione, chiarezza delle norme, «perché altrimenti le imprese non investono», e riduzione della precarietà, introducendo il contratto a tempo indeterminato a tutele crescente e disboscando il resto. «Tutta la discussione si è focalizzata sulla questione dell’articolo 18 – spiega Poletti – ma a me preme molto far capire che l’operazione che stiamo facendo partire è rilevantissima e che per avere successo richiede che cambi la cultura del Paese. Faccio solo un esempio, quello degli ammortizzatori: passeremo da un sistema politiche passive del lavoro, in cui lo Stato paga le persone per restare a casa senza alcun obbligo, a un sistema di politiche attive, dove lo Stato e le sue strutture ti prendono in carico per offrirti nuove opportunità di impiego, ma tu in cambio devi fare la tua parte».

Molti dicono che i fondi non basteranno e comunque questa riforma richiederà anni.

«Ma se si segue questo ragionamento si finisce per non fare mai nulla. Io invece sono dell’idea che bisogna partire, bisogna riorganizzare ed utilizzare bene le risorse che in questo modo si liberano».

Il fondo da un miliardo e mezzo che sarà inserito nella prossima legge di stabilità potrebbe essere aumentato?

«Al momento lo stanziamento è questo, però teniamo conto che proprio in questo momento stiamo chiudendo un rifinanziamento della cassa in deroga per altri 700 milioni di euro. Si tratta di uno sforzo non banale per finanziare il nostro sistema di ammortizzatori».

Per la Cgil si riducono i diritti e si rischiano nuovi soprusi.

«Non è vero. Siamo convinti che complessivamente se guardiamo alla possibilità di ridurre le tipologie contrattuali e all’estensione delle protezioni la precarietà dovrebbe ridursi».

Il destino dei contratti co.co.pro. dunque è segnato.

«Puntiamo a togliere dal campo i contratti più permeabili agli abusi, quelli più precarizzanti e quelli che hanno meno tutele. Puntiamo molto sul nuovo contratto a tutele crescenti che presenterà vantaggi sia dal punto di vista economico che normativo e potrà sostituire in meglio quelli cancellati».

Perché non avete messo più dettagli sull’art. 18 nella delega come tutti si aspettavano?

«Visto tutta la discussione che c’è stata mi sembra che i riferimenti all’articolo 18 nel testo della delega ci fossero tutti. Tant’è che sono stati presentati pure emendamenti sul contratto a tutele crescenti per reintrodurre dopo due-tre anni la tutela piena dell’articolo 18. E nel testo della delega ci sono una pluralità di riferimenti che ci consentiranno di intervenire».

Allora riepiloghiamo, reintegro eliminato per i licenziamenti economici (sostituito da un indennizzo economico), confermato per quelli discriminatori, mentre per quelli disciplinari resterà per i casi «particolarmente gravi». Esempi?

«Non faccio anticipazioni, perché anche solo fare un esempio scatenerebbe subito il dibattito su quale fattispecie è più grave dell’altra. Ci sono licenziamenti per fatti disciplinari che hanno una loro forte rilevanza e che pertanto vanno tenuti in considerazione. I dettagli li fisseremo comunque nel decreto attuativo».

QUI l’abc della riforma del lavoro.