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Come TV e giornali stanno normalizzando il fascismo

segnalato da Barbara G.

di Matteo Lenardon – threvision.com, 11/12/2017

Si potrebbero usare tante parole per descrivere le persone entrate nella sede di “Como senza frontiere” per leggere un proclama anti-immigrati o i militanti di Forza Nuova che hanno manifestato sotto la redazione de la Repubblica, ma perché usarle quando basta il termine “idioti”?

I nazisti e fascisti che abbiamo visto – probabilmente le invasioni italiane più patetiche dalla sconfitta nel 1896 del nostro esercito per mano di etiopi scalzi armati di lance, spade e cavalli — hanno dominato l’attenzione politica e mediatica dell’ultima settimana. Renzi ha chiesto una netta condanna da parte di tutti i partiti e Salvini – no, non è necessario finire la frase. Dopo Ostia, questi fatti sono stati visti come l’ennesimo segnale del ritorno dell’estremismo di destra nella società italiana.

Tralasciando il disperato tentativo di acquisizione di elettori da parte della Lega Nord – e la corretta condanna del leader del partito di governo –, davvero sono loro, i tizi tipo quelli entrati nella sede di “Como senza frontiere”, in cima alla lista dei soggetti da arginare per fermare la diffusione del fascismo in Italia ?

Abbiamo visto tutti lo stesso video?

L’imbarazzo della gente seduta, la diffusa goffaggine esistenziale di chi parla, il tentativo di tutti i presenti di non guardarsi mai negli occhi, il controllo ossessivo dei propri orologi sperando che tutto finisse il più in fretta possibile – più che un’aggressione fascista mi ha fatto venire in mente quello che accade quando qualcuno si masturba su un autobus o una presentazione di Minimum Fax.

Io il video ho fatto fatica perfino a vederlo per intero. Così carico dello stesso fastidio e imbarazzo che provi quando guardi qualcun altro subire uno scherzo.

Solo il Paese convinto che Gomorra sia uno spot per la criminalità organizzata o che giocare a GTA5 possa diventare un trampolino per diventare serial killer poteva pensare che qualcuno, guardando un video del genere, sarebbe arrivato a pensare: “sai cosa? Credo che abbandonerò le mie decennali convinzioni che ripongo nella democrazia occidentale ed entrerò nel distaccamento veneto della crew del Patata dei Simpson”.

Lo stesso vale per quanto avvenuto sotto la redazione di Repubblica.

Sono una decina i militanti di Forza Nuova che arrivano, ripresi dal cellulari di un giornalista del quotidiano. Sono armati di fumogeni e indossano le maschere che usano le coppie scambiste nei porno amatoriali in dialetto pugliese. Non mi viene in mente nulla che puzzi di sfiga più di tutto questo. Ma le più alte cariche dello Stato hanno chiamato il direttore Mario Calabresi per testimoniare vicinanza e solidarietà.

Certo, è grave se c’è chi minaccia la libera informazione, ma è anche importante razionalizzare chi lo sta facendo e perché.

Alcune delle più importanti associazioni internazionali di psicologi hanno rilasciato dei vademecum per spiegare ai giornalisti il modo corretto di raccontare gli attacchi terroristi e le stragi nelle scuole o in altri luoghi pubblici. Raccomandano sempre di non sensazionalizzare la paura procurata, di non rendere i responsabili delle star. Di non usare i loro nomi. Di non mostrare le loro foto. Chiedono di non far girare in modo ossessivo i video che documentano le violenze. E soprattutto di non diffondere un eventuale manifesto.

Insomma, di non fare tutto quello che la stampa italiana continua a fare.

È stato dimostrato un collegamento diretto fra il modo in cui si raccontano simili avvenimenti e la frequenza con cui si ripetono. Non è un caso che la manifestazione di Forza Nuova sia avvenuta dopo così pochi giorni dai fatti di Como. E i fatti di Como dalla testata di Roberto Spada. Nei casi italiani non parliamo di stragisti, ma i profili umani sono identici: uomini emarginati incazzati con la società.

L’unica cosa che desiderano queste persone è farsi vedere e ascoltare. Il loro unico modo di farlo è tramite azioni di questo tipo. E i media stanno facendo di tutto per aiutarli.

Sempre più spesso non devono neppure indossare maschere o fare “irruzione” all’interno di associazioni per la difesa dei migranti.

I militanti neo-fascisti sono ormai ospiti fissi e dialoganti in tutti i maggiori talk show italiani. Servono a raccontare la “rabbia crescente” della popolazione italiana. Vengono presi per commentare i servizi su Rom e negri cattivi in quelle trasmissioni dove le persone urlano dentro split screen. Loro, gli italiani veri, stufi e arrabbiati per i soprusi degli stranieri, contro vari fantocci mosci che dovrebbero rappresentare la sinistra di questo Paese.

Formigli, il conduttore di Piazza Pulita, ha spiegato il perché di questi continui inviti nei talk show. “Ospitiamo Casapound,” dice in diretta su La 7, “perché siamo giornalisti. Sapere cosa pensa Casapound di queste violenze e aggressioni è una notizia”.

Ma Formigli era stato ospite di Casapound diverse settimane prima di queste aggressioni e violenze, in uno dei tanti “dibattiti” organizzati per mettere a confronto  Di Stefano con i principali giornalisti televisivi italiani. Dopo di lui sono andati Nicola Porro, Davide Parenzo e perfino Enrico Mentana. È un’operazione che fa comodo a tutti. CasaPound rimane on brand come partito fascista con il pollice opponibile e i giornalisti possono invece scrivere sui social di quanto siano “pluralisti” e “democratici” e altre stronzate tipo “le idee sbagliate si combattono con le idee giuste” — una di quelle cose in cui credono solo gli uomini convinti che le donne lesbiche esistono solo perché non hanno ancora accettato la loro richiesta di amicizia su Facebook.

Mentana sostiene di non stare “legittimando” Casapound: è la democrazia stessa a farlo. Ha ragione: lui, Formigli e tutti gli altri stanno solo normalizzando Casapound e il fascismo. I dibattiti a cui tanto tengono nessuno li ha mai visti. A meno che non si vogliano contare le poche decine di presenti e le 17.000 views su YouTube. Sono stati usati da CasaPound come propaganda.

Le loro foto, i volti di personaggi pubblici stimati e riconoscibili, sono state affisse per Roma e postate su tutti i social, come fossero manifesti elettorali. Il messaggio che vogliono veicolare è implicito: se il conduttore del Tg delle 20:00, quello che entra nelle case di tutti gli italiani, quello che modera i dibattiti per le politiche, che intervista Renzi e Di Maio, parla amabilmente con dei fascisti, che male fanno questi fascisti? E che differenza c’è veramente fra loro e gli altri partiti politici? Discutere con CasaPound di stronzate pop, tipo Che Guevara, in questi dibattiti o ospitare i suoi esponenti in TV significa far entrare nel dibattito nazionale anche tutto il resto della loro retorica fascista.

Anche negli Stati Uniti, dopo Trump e soprattutto dopo Charlottesville, i fascisti e i nazisti sono diventati “notiziabili” e sì, anche il giornalismo americano ha commesso l’errore, in alcuni casi, di normalizzare i fascisti, ma almeno nessuno ha lasciato Richard Spencer, il neo-nazista che ha coniato il termine alt-right, monologare per 40 minuti sulla CNN o su Fox News.

È stato invece preso a pugni in faccia. E la stampa ha poi discusso sulla necessità di prendere a pugni in faccia in pubblico i nazisti.

l giornalismo non può rimanere equidistante.

CasaPound deve rimanere un problema locale romano, come la metropolitana che si blocca con la pioggia e i gruppi indie che rovinano il rap. I giornalisti televisivi non possono Santorizzare i movimenti neo-fascisti come hanno fatto col M5S nel 2007-2008.

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di annichilire i fascisti, riscrivendo il profilo LinkedIn con cui oggi si presentano: come movimento sociale e populista che viene dal basso, come ha fatto in modo esemplare fino a oggi solo l’inchiesta de L’Espresso. Non di renderli persone con cui relazionarsi. La satira dovrebbe quindi usare le inchieste giornalistiche e ridicolizzare i fascisti, sbriciolando la posa omoerotica da pseudo maschi alfa che fa sentire così “duri” e “pericolosi” i militanti di questi movimenti.

Negli Stati Uniti la riposta migliore alla marcia neo-nazista a Charlottesville è infatti venuta proprio dai comici del Late Night e delle tramissioni satiriche come quelle di Stephen Colbert o di John Oliver. Non hanno invitato i leader neo-nazisti a parlare nelle loro trasmissioni, non hanno romanzato il loro vissuto, non si sono raccolti in posizione fetale aspettando la morte, ma hanno messo in moto le loro redazioni giornalistiche per ridimensionare gli uomini che hanno terrorizzato gli Stati Uniti in figure patetiche. Non si tratta di ridicolizzare un pericolo reale, ma di riconoscere quando un pericolo proviene da personaggi ridicoli.

In Italia noi abbiamo Maurizio Crozza.

E le nostre trasmissioni “giornalistiche” sono Matrix di Nicola Porro, Mattino 5, il contenitore quotidiano di Canale 5 accusato di pagare i Rom per dichiarare che rubano migliaia di euro al giorno, Dalla Vostra Parte di Belpietro e Quinta Colonna di Del Debbio su Rete 4, La Gabbia di Paragone chiusa di recente su La 7 e ora Non è L’Arena di Giletti, che continuano a terrorizzare i loro spettatori creando un’emergenza che non esiste. Nel 2014 i reati sono diminuiti del 7% rispetto l’anno precedente. Nel 2015 dell’8%. Nel 2016 addirittura del 15%. Ma guardando i talk show e leggendo i giornali italiani sembrerebbe di vivere nella più grossa emergenza di criminalità della nostra storia. E sta funzionando: il 46% si sente in pericolo, il dato più alto negli ultimi dieci anni. L’approvazione nei confronti dello Ius soli fra gli italiani in 6 anni è crollata dal 71% al 44.

Volete veramente fermare il ritorno del fascismo nel nostro Paese? Cominciate dal giornalismo italiano.

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Ricchi, giovani e acculturati

segnalato da Antonella

Ricchi, giovani e acculturati: chi sono gli italiani contro i vaccini (e perché sono pericolosi)

di Valentina Stella, linkiesta.it

Parla il professor Grignolio, docente di storia della medicina e autore di un libro che smonta i miti contro i vaccini: «Per colpa di internet la gente non si fida più dei professionisti. Viviamo in un’era di relativismo post-moderno che aumenta la diffidenza nella scienza»

I vaccini sono una delle scoperte scientifiche più importanti al mondo, eppure, soprattutto negli ultimi tempi, vengono messi in discussione da una fetta di opinione pubblica. La prima conseguenza è il calo delle vaccinazioni e per questo lo scorso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato il nostro Paese. Com’è possibile che sempre più genitori, anche acculturati, rifiutino di far vaccinare i propri figli mettendo a rischio non solo la propria prole ma anche tutti quelli a contatto con i loro bambini, ad esempio una donna incinta o un altro bimbo con carenze del sistema immunitario?

A questa domanda risponde Andrea Grignolio, docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, autore del libro uscito da pochi giorni “Chi ha paura dei vaccini?”(Codice edizioni, Torino 2016, pagg 208, €14, prefazione di Riccardo Iacona, postfazione di Gilberto Corbellini). Grignolio affronta la questione da un punto di vista storico, indagando le ragioni biologiche, psicologiche ed evolutive che ci spingono a mostrare diffidenza e panico nei confronti dei vaccini e della scienza in generale, molto spesso perché influenzati dal ciarlatano di turno. Dopo una breve storia dei movimenti antivaccinali, l’ autore, condividendo con il lettore molti dati e conclusioni di esperimenti condotti su gruppi di genitori, delinea una vera e propria carta di identità dell’antivaccinista – con risultati anche sorprendenti – e smonta, sempre con prove scientifiche, tutte le bufale che girano in rete sui vaccini. Fatto questo, Grignolio si chiede come arginare culturalmente il fenomeno e come debba reagire uno Stato democratico che voglia conciliare la libertà di cura con la tutela della salute pubblica. E’ un libro per tutti, genitori, esperti del settore, giornalisti scientifici, politici.

Professor Grignolio proviamo a delineare un identikit di coloro che hanno paura dei vaccini, anche grazie alle nuove analisi neuropsicologiche?

I genitori che hanno paura dei vaccini sono dei quarantenni che hanno un livello culturale medio alto e sono economicamente benestanti. Le ricerche neuropsicologiche ci dicono che questo genere di persone ha un’alta percezione del rischio perché ha gli strumenti cognitivi per andare su internet e leggere tutte le informazioni, per lo più sbagliate, che la rete riporta e quindi sono le uniche che si espongono paradossalmente al carico informativo eccessivo, contraddittorio e carico di rischi che la rete riporta sul tema dei vaccini. Inoltre, il loro status sociale spesso li fa avvicinare agli approcci di tipo naturista —penso alle medicine alternative, all’omeopatia, ai vegani — che tendenzialmente sono contrari ai trattamenti farmacologici, in particolare ai vaccini.

Proviamo a fare un esempio concreto: una persona laureata con il massimo dei voti in matematica, insegnante al liceo è contraria ai vaccini. Perché andando su internet viene catturata dalle informazioni dei siti antivaccini?

Ci sono degli esperimenti di psicologia sperimentale —che tratto nel libro— dove a genitori laureati è stato spiegato, che i vaccini non sono pericolosi con dati alla mano, essi hanno dichiarato di aver compreso i dati sulla loro sicurezza ed efficacia, hanno dimostrato di aver capito che i vaccini non creano l’autismo, eppure, quando alla fine dell’esperimento è stato chiesto loro se si fidavano di più dei vaccini, non hanno cambiato assolutamente idea, continuavano a rifiutare i vaccini . Anzi, nel campione vi è stata una lieve recrudescenza, ovvero in alcune persone l’opposizione si è persino rinforzata anziché attenuata. Le cosiddette “informazioni correttive”, cioè quelle volte a contraddire le credenze delle persone che sono radicalmente contrarie ai vaccini rinforzano i “loro bias cognitivi”, i loro pregiudizi, e non sono utili nella comunicazione con una parte degli oppositori, quelli “integralisti”. Ecco, il caso da lei esposto è un caso tipico di questi: persone intelligenti, che capiscono un problema, ma lo rifiutano cognitivamente ed emotivamente. So bene che questi casi sono contro intuitivi, ma non sempre il livello culturale e le abilità cognitive ci permettono di valutare correttamente il rischio. La cattiva valutazione del rischio, come spiega bene il Premio Nobel per l’economia Kahneman, è un vecchio retaggio evolutivo che spesso è indipendente dal livello culturale: altrimenti avremmo che chi ha un buon livello culturale non rifiuta i vaccini, e invece non è così,  o perlomeno , non sempre.

Si riferisce a quello che nel suo libro descrive come “razionalità limitata”?

La chiave di lettura del mio libro, cioè il tentativo di capire perché una laureata in matematica non valuta correttamente i dati, è stato uno dei motivi principali che mi hanno spinto in questa direzione di ricerca. La chiave di volta l’ho trovato appunto nel concetto della “razionalità limitata” del Premio Nobel Kahneman che ha rivoluzionato l’economia: fino alla fine degli anni ’80 si è sempre pensato che l’ Homo oeconomicus ragionasse linearmente e quindi facesse scelte di tipo economiche vantaggiose per lui e per gli altri. Si è invece capito con esperimenti di psicologia cognitiva portati avanti da Kahneman che noi compiano delle scelte in base a una razionalità limitata, cioè valutando male il rischio e la probabilità, perché abbiamo dei limiti operativi di memoria e di calcolo, e questo perché il nostro cervello si è adattato a un contesto biologico —quello della savana del pleistocene dove per sopravvivere non erano richiesti ragionamenti probabilistici o di lunga prospettiva temporale— che oggi lo rende inadatto a valutare previsioni di lungo termine, a calcolare le incertezze, probabilità e soprattutto i rischi. Il nostro cervello non si è adattato alle problematiche odierne e quindi il nostro cervello va in crash. Per fare un esempio, è come se cercassimo di installare un software moderno su un hardware vecchio degli anni ’80, quest’ultimo farebbe fatica, riuscirebbe a fare alcune operazioni , altre no e altre volte si “impallerebbe”. Ecco,il nostro cervello fa fatica a maneggiare le informazioni che riguardano il rischio, e la reazione è generalmente quella di evitare i contesti informativi del rischio, o prendere scelte decisamente “sub ottimali” .

Nel suo libro riporta i dati di un rapporto Censis del 2014 sul rapporto tra genitori e vaccinazioni che indica che «decide di non vaccinare suo figlio sulla base delle informazioni reperite su internet» ben il 7,8 per cento dei genitori, una quota che diventa ancora più significativa se analizzata per titolo di studio. Che peso ha internet nella disinformazione sui vaccini? 

Il ruolo che ha internet è un ruolo importante perché tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche. Bisogna però fare una suddivisione tra i genitori esitanti nei confronti delle vaccinazioni e i cosiddetti integralisti. Questi due gruppi che si oppongono ai vaccini vanno trattati diversamente. Chi si oppone ai vaccini in modo esitante, quelli cioè che sono incerti, che vogliono saperne di più, a quelle persone è sufficiente consigliare di andare sui siti ufficiali o incontrare il pediatra, augurandosi che non sia però un pediatra omeopata. Va precisato che il 99,9% dei pediatri è a favore dei vaccini e sono proprio i pediatri —come dimostro nel libro con alcune indagini— quelli che, tra tutte le categorie dei medici, vaccinano di più i loro figli.

Lei dedica una parte importante nel suo libro al rapporto medico paziente… 

Il rapporto medico paziente è fondamentale perché è cambiato. Mentre negli anni ’50 nessuno disattendeva le indicazioni di un dottore, in particolar modo di un pediatra che ti diceva di vaccinare tuo figlio, oggi il rapporto con il medico ma in generale con l’autorità – pensiamo al rapporto tra insegnati e alunni – è cambiato, non c’è più l’atteggiamento paternalista del medico, che può essere un fatto in sé positivo, ma non sempre. Oggi il rapporto medico paziente è cambiato, il paziente vuole avere una parte attiva nelle decisioni terapeutiche, e questa è una cosa positiva, ma quando queste scelte eccedono e vanno in totalmente contrasto con le decisione del medico, quando cioè il paziente decide per sé cosa sia una terapia e cosa non lo sia, abbiamo degli effetti negativi. Il caso dei vaccini rientra in questo cambiamento negativo.

La rete, come ben sappiamo, è il luogo virtuale delle bufale scientifiche: sui vaccini se ne leggono molte. Vorrei provare con lei a citarne qualcuna e chiederle di sintetizzare i fatti e i dati che le smentiscono: ad esempio, che sono solo un guadagno per le industrie farmaceutiche 

Non è vero: nel 2015 l’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco – ha pubblicato i dati della spesa per tutti i farmaci del 2015 e quella per i vaccini non arriva al 2%.

Andiamo avanti: i vaccini provocano l’autismo…

È una frode scientifica inventata da Andrew Wakefield nel 1998 per interessi economici e per questo è stato radiato a vita dall’ordine dei medici britannici e il suo articolo su Lancet è stato ritirato.

…hanno pericolosi effetti collaterali e sono tossici…

Non è vero: le agenzie regolatorie di tutto il mondo e le varie società scientifiche internazionali provano che non lo sono. La risposta degli antivaccinisti a questa valanga di dati è sempre la stessa: tutti corrotti o collusi con Big Pharma. Ma è una tesi insostenibile, come argomento nel libro. Se può esser vero che in alcuni singoli casi vi sia corruzione o collusione o conflitto di interessi, non si può pensare che tutti i ricercatori al mondo siano corrotti. Gli antivaccinisti sostengono che ci sia un complotto delle case farmaceutiche per silenziare le voci dissenzienti, ma è impossibile silenziare tutte le riviste scientifiche, tutti i ricercatori e tutti i revisori degli articoli (peer reviewers.) Il fatto è che un vaccino può causare in media solo un effetto avverso grave (ma non la morte) su circa un milione o due di dosi. L’aspirina, che è uno dei farmaci più usati al mondo, comporta anch’essa dei rischi, come tutti i farmaci della sua categoria (FANS) come gli antipiretici e antiinfiammatori; in Spagna, ad esempio, i FANS e le aspirine uccidono 15,3 persone su 100.000 pazienti che ne fanno un uso prolungato, quindi causano il decesso con una probabilità 1500 volte più elevata dei vaccini. È persino più pericoloso mangiare noccioline o andare in giro senza casco. Nel 2014 in Italia si sono verificati 55,6 casi di decesso (e più di 4000di ferimento) in incidenti stradali ogni milione di abitanti, contro una persona su un milione che manifesta verso il vaccino una seria reazione avversa. Non vaccinare un figlio è molto più pericoloso che mandarlo in giro in motorino.

…e indeboliscono il sistema immunitario 

Non è vero, lo rinforzano. Il sistema immunitario si è evoluto per essere stimolato. Ci sono moltissimi esperimenti che provano che il sistema immunitario di un vaccinato non è più debole di un non-vaccinato, come pure molta letteratura dimostra che chi è vaccinato non è affatto più cagionevole di salute di chi è non vaccinato, semmai i non vaccinati sono a rischio. Nel libro a questo dedico un paragrafo e cito vari esempi, qui dico solo che nel 2014 la rivista Science ha pubblicato una review dei dati epidemiologici degli ultimi decenni anni, risalendo persino a quando non c’erano alcune vaccinazioni e prendendo bambini di varie nazioni, ebbene questo articolo dimostra che i bambini vaccinati contro il morbillo hanno un miglior stato di salute e vivono più a lungo. Sono dati non opinioni, chi sostiene il contrario lo deve dimostrare con altrettanti dati.

Lei nel libro cita più volte, senza mai nominarlo, un movimento politico che si fa portatore di tesi antiscientifiche sui vaccini: possiamo dire che si riferisce al Movimento Cinque Stelle?

È così. Non l’ho omesso per pavidità, ma perché ritengo che sia un problema per certi versi anche trasversale e non ha senso accusare un movimento per una responsabilità che sono anche collettive . Se è vero che nel movimento 5 stelle sia molto diffuso il complottismo contro i vaccini o gli Ogm —basta andare su youtube per vedere lo stesso Grillo riportare cose prive di fondamento su questi due temi — è anche vero che la paura dei vaccini esiste in diversi altri partiti: invito chiunque a fare un controllo sugli interventi dei Parlamentari di Camera e Senato dove si possono leggere diverse interrogazioni contro le scie chimiche; ne emerge un quadro sconsolante che proviene da destra da centro e da sinistra.

Se oggi il pregiudizio nei confronti dei vaccini e della scienza in generale è in aumento a chi dare la responsabilità? Agli scienziati che per troppo tempo sono rimasti chiusi nei loro laboratori, al poco investimento culturale nel giornalismo scientifico, all’analfabetismo funzionale che ci contraddistingue?

Responsabilità ne abbiamo tutti. L’Italia non ne ha più di altri. Gli attori che tratto nel libro sono almeno quattro: i comunicatori scientifici che fino a poco tempo fa erano influenzati da una moda, quella del cosiddetto “relativismo post moderno” (una prospettiva che non crede nel principio di oggettività scientifico e che ritiene qualsiasi dato o prova come un costrutto culturale inaffidabile che varia nel tempo ) che li spingeva a guardare con diffidenza la scienza. Gli scienziati che troppo spesso hanno ignorato il loro ruolo sociale, sarebbero dovuti uscire dai laboratori e andare a parlare con la società, per spiegare l’importanza dell’impresa scientifica e i valori del metodo scientifico per implementare le regole democratiche. Quei pochi che lo hanno fatto, tranne poche eccezioni, non sempre sono stati in grado di veicolare i messaggi giusti, ovvero usando una comunicazione calda, coinvolgente e divulgativa. Indubbiamente, anche la politica ha una grande responsabilità. All’estero ci sono i cosiddetti scientific advisor che sono delle figure terze, indipendenti, senza conflitto di interesse che avvicinano la politica alla scienza in modo corretto, evitando frodi e consigliando la politica su quelle che sono le scelte su cui puntare per avere ricadute utili per la cittadinanza. L’ultimo punto riguarda noi come cittadini, le nostre responsabilità. Oggi molti si formano su internet e pensano di poter rispondere a questioni legate per esempio alla sperimentazione animale, agli Ogm, staminali embrionali o vaccini leggendo due pagine su wikipedia, e poi desiderano entrare nel dibattito pubblico dicendo la loro opinione raffazzonata. Se vogliamo che la democrazia sia partecipativa, come molti richiedono a gran voce, bisogna avere competenza e conoscenza basata sui dati e sui fatti.

Lei ha parlato di democrazia. Sempre sul sito autismovaccini.org si legge “sapevate che è possibile vaccinare soltanto dopo consultazione e autorizzazione del vaccinato poiché la vaccinazione costituisce per Legge reato di lesione personale?”. In democrazia dunque ognuno fa ciò che gli pare ed è libero dunque di non vaccinarsi? 

Vorrei riportare dati ed esperienze storiche utili a questo problema. I libertari sostengono appunto che lo Stato non deve entrare nella vita privata delle persone e stabilire delle scelte obbligatorie. Bisogna vedere quello che succede nel mondo: in Europa ci sono 15 Stati che non obbligano e 14 che obbligano alla vaccinazione, tra quest’ultimi c’è l’Italia e la Francia. Negli Usa la situazione è composita, alcuni Stati lasciano liberi, altri lasciano liberi solo dopo aver firmato una serie di protocolli burocratici che spiegano le responsabilità dei genitori antivaccinisti, fino ad arrivare al caso della California che ha avuto diverse epidemie di morbillo e che quindi è ricorsa all’obbligatorietà. La nostra Costituzione apre all’obbligatorietà , basta leggere l’art 32 : “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Cioè , il diritto alla salute può diventare obbligo alla salute quando un problema di salute riguarda tutti e non il singolo cittadino. Il caso classico è quello del TSO – trattamento sanitario obbligatorio – che evita che un malato di mente faccia del male a se stesso e agli altri: è un caso in cui lo Stato obbliga. La scelta di non vaccinare un bambino non è infatti una scelta soggettiva come dicono gli antivaccinisti, bensì una scelta collettiva perché la scelta del singolo ricade sugli altri , e anche in modo molto pericoloso al punto da mettere a rischio la vita degli altri. E’ la stessa differenza che c’è tra guidare senza cintura di sicurezza, una situazione sulla quale posso esigere libertà perché essa comporta un rischio solo per noi stessi, e guidare senza freni , ovvero una situazione in cui si mette in pericoloso non solo se stessi ma soprattutto gli altri. Esigere la libertà sulla vaccinazione è come esigere la libertà di guidare in città senza freni. È ovvio che la libertà degli individui si arresta dove comincia l’incolumità degli altri individui.

La partecipazione di Red Ronnie al programma Virus, in cui erano ospiti nel cosiddetto spazio del corpo a corpo anche il virologo Burioni e Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Luca Coscioni, ha suscitato molte polemiche. Si è discusso appunto della par condicio quando si trattano argomenti scientifici e medici. È giusto, al fine di una informazione corretta su argomenti che riguardano la salute dei cittadini, invitare in trasmissioni televisive persone e personaggi che non hanno le competenze e che diffondono messaggi contrari a quanto stabilito dalla comunità scientifica internazionale? 

Per la scienza non vale la cosiddetta par condicio. Non si va in televisione a discutere se la Terra è piatta o è sferica o se essa sia o meno al centro del sistema solare. Ci sono delle evidenze scientifiche che ci dicono che un dato è un dato e quindi non è mancanza di democrazia il fatto che non si possa discutere di quel dato con chi lo mette in discussione. Per dire che la Terra è piatta occorre una dimostrazione, lo stesso per chi sostiene che i vaccini fanno venire malattie o sono poco efficaci. Purtroppo alcuni giornalisti trattano i dati scientifici come se fossero opinabili, è un tic, un riflesso che gli viene dal trattare con argomenti quali la politica o alcuni fatti di cronaca, dove avere un quadro di opinioni può talvolta (non sempre, anche in questo coso) essere utile. Purtroppo in televisione tra un virologo e una madre con un bambino malato che crede che suo figlio si sia ammalato a causa dei vaccini, vince il genitore perché vincono i sentimenti. Questo gli autori televisivi e i conduttori lo sanno benissimo, è per questo che si parla nei loro confronti di etica professionale. La BBC un anno e mezzo fa ha risolto il problema approvando un protocollo: solo le persone competenti possono parlare di problemi sensibili quali quelli, ad esempio, della salute pubblica. Forse è il caso che la Rai butti un occhio su quel documento. Altrimenti i casi si moltiplicano. Infatti a Ballarò qualche giorno dopo vi erano genitori che giuravano sull’efficacia dell’omeopatia, che come è noto non ha alcuna efficacia terapeutica oltre a quella dell’autosuggestione tramite effetto placebo. Quale sarà la prossima bufala sulla televisione di Stato? E , soprattutto, con quali effetti negativi sullo stato di salute pubblica dei cittadini?

Che fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa (a parte Crozza)

di Andrea Scanzi

Triskel182

CrozzaChe fine ha fatto la satira in tivù? E’ scomparsa, tranne Maurizio Crozza e poco altro. Pochissimo altro. E’ una scomparsa pesante, perché la satira – se ispirata e ben fatta – aiuta a tenere alta l’asticella dell’indignazione. Permette di restare vigili. Induce a porsi domande e ti porta a non accettare supinamente tutto quel che decide (cioè impone) il Potere.
Forse perché costantemente stimolata da governanti imbarazzanti, in Italia la satira ha sempre avuto grandi esponenti. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta pensare al dualismo Benigni-Grillo negli anni Ottanta.

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C’è vita a Sinistra (così dicono…)

Decalogo per l’alternativa

C’è vita a sinistra. Costruire un’alternativa e renderla credibile e concreta si può, ma è necessario sapersi confrontare, discutere e alla fine convergere. Per questo è importante evitare la tentazione di piantare ciascuno la propria bandierina come è fondamentale rinunciare a qualche quarto di identità in favore della posta (alta) in gioco nei prossimi mesi.

I tre musicisti © Picasso

di Norma Rangeri – ilmanifesto.info, 28 luglio 2015

Venerdì scorso dopo la sco­perta scien­ti­fica di “un’altra terra” nella Via Lat­tea, molti hanno sostenuto che un altro mondo è pos­si­bile. Noi siamo più mode­sti e vogliamo sco­prire se un’altra sini­stra è pos­si­bile.

Pen­sare a un’altra sini­stra signi­fica per­cor­rere molte strade nel pros­simo futuro, ma prio­ri­ta­ria è una discus­sione libera e schietta.

Per­ciò il mani­fe­sto — da domani — mette a dispo­si­zione le pro­prie pagine, che ospi­te­ranno interventi, opi­nioni, commenti delle donne e degli uomini che vogliono ragio­nare e con­fron­tarsi sul presente e sul domani del nostro Paese. Per ini­ziare ecco, secondo me, alcuni spunti neces­sari alla riflessione.

E pro­prio per­ché si tratta di spunti — tanti altri pos­sono essere aggiunti — non è impor­tante l’ordine in cui ven­gono espo­sti. Dunque.

1) La for­ma­zione di un par­tito alla vec­chia maniera? Sarebbe oppor­tuno ten­tare un’evoluzione della spe­cie. La nascita di un nuovo sog­getto poli­tico? Auspi­ca­bile ma sarebbe ancora meglio mettere insieme diversi “sog­getti” poli­tici, sociali, cul­tu­rali. Nelle forme più ampie pos­si­bile. Più aperte. Le meno set­ta­rie. Le più alter­na­tive. Per­ché c’è vita a sini­stra (del Pd), e si tratta di milioni di persone che vor­reb­bero vedere tra­sfor­mate in realtà le loro volontà di cambiamento.

2) Potremmo ragio­nare a lungo sul ruolo avuto dall’ex Pci nell’ultimo tren­ten­nio. Ci aiuterebbe a capire quanto sono pro­fonde le ragioni che hanno osta­co­lato la nascita di una nuova sini­stra (nella quale va inse­rita anche la sto­ria del gruppo del Mani­fe­sto e del Pdup). Ma andremmo troppo lontano.

Con­cen­tria­moci invece sullo spa­zio lasciato dal Pd alla sua sini­stra. Ampio sicu­ra­mente, eppure sem­pre estremamente fram­men­tato: dai movi­menti per i diritti sociali a quelli per i diritti civili (emersi nel nostro arre­trato paese anche gra­zie allo scavo costante della cul­tura fem­mi­ni­sta, protago­ni­sta e madre di un altro modo di pen­sare la politica).

Un ampio fronte che passa anche per alcune forme di aggre­ga­zione poli­tica strut­tu­rate in organizzazioni e par­titi. Un fronte dif­fuso e varie­gato, privo però di una spinta uni­ta­ria con­vin­cente. Si possono tro­vare diverse ragioni per spiegare l’autoreferenzialità, magari anche utile per pun­tare l’attenzione sulle idee diverse di alter­na­tiva. Ma nes­suna iden­tità può bloc­care la neces­sità, e ormai l’urgenza, di tro­vare forme, obiet­tivi, uni­tari. Con l’ambizione di essere un’alternativa poli­tica oggi e di governo domani. E quindi in grado di pre­sen­tarsi con pro­grammi e alleanze sociali lar­ghe e tras­ver­sali. In Ita­lia e in Europa.

3) Oggi all’ordine del giorno non c’è la rivo­lu­zione ma un’idea di rifor­mi­smo di sini­stra in grado di per­sua­dere milioni di per­sone. Kark Marx ai cri­tici del suo soste­gno alla legge delle dieci ore rispon­deva così: «Per la prima volta alla chiara luce del sole, l’economia poli­tica del pro­le­ta­riato ha pre­valso sull’economia poli­tica del Capitale». Nes­suna rivo­lu­zione, ideo­lo­gica e auto contemplativa ma cam­bia­menti radi­cali, di base.

Quei cam­bia­menti che un tempo si chia­ma­vano “riforme di strut­tura”, per indi­care un metodo pacifico e pro­gres­sivo di muta­zioni pro­fonde nell’assetto eco­no­mico e sociale. Fino a poco tempo fa pen­sa­vamo che que­sta idea forte di rifor­mi­smo fosse impos­si­bile da rea­liz­zare. La con­qui­sta del governo di Tsi­pras e la recente affer­ma­zione di Podemos, hanno dimo­strato che le nuove idee possono avere grande riscon­tro tra­sver­sal­mente nei diversi strati sociali ridi­se­gnati dall’impoverimento pro­vo­cato dalla crisi, e den­tro le forme della demo­cra­zia. Diretta, refe­ren­da­ria, internet­tiana, assembleare, e comun­que rappresentativa.

Ma il con­senso arriva solo quando tutto que­sto rie­sce ad essere con­vin­cente per­ché viene rappresentato da per­sone, gruppi, movi­menti che hanno saputo inter­pre­tare con serietà e pragmatismo la lotta per il cambiamento.

4) Tutto quello che si muove al di fuori del Pd è con­vin­cente, signi­fi­ca­tivo? Intanto una parte dell’area sociale e cul­tu­rale alter­na­tiva — soprat­tutto quella gio­va­nile — si è rico­no­sciuta nel Movimento 5Stelle. Non per­ché (non solo) non esi­steva un’altra pro­po­sta forte, ma per­ché il M5S è andato a fondo con­tro il sistema cor­rotto dei partiti, pun­tando sull’onestà ammi­ni­stra­tiva, sulla lotta al malaf­fare e ai pri­vi­legi della casta, sulla capa­cità di fare opposi­zione sui temi dei diritti civili e dell’ambientalismo. Tut­ta­via anche i 5Stelle, per diven­tare una forza egemonica, dovranno liberarsi da una strut­tura auto­ri­ta­ria costi­tuita da un capo poli­tico e da uno ideo­lo­gico. Da una vocazione set­ta­ria che può diven­tare peri­co­losa, pro­prio per­ché con­vince milioni di per­sone. Il M5S l’ha già vinta e potrà vincere altre impor­tanti par­tite elet­to­rali, tut­ta­via l’ideologia del “chi non è con me è con­tro di me” non ci piace, per­ché dispo­tica e violenta.

5) Una vasta area di ita­liani, milioni di donne, uomini, gio­vani, anziani hanno scelto Sel, l’altra Europa di Tsi­pras, più pic­cole orga­niz­za­zioni che si richia­mano al comu­ni­smo, oppure solo la lotta di piazza, per i diritti civili e sociali o su obiet­tivi spe­ci­fici (i no Tav, i no Triv quelli che Renzi chiama “comi­tati e comi­ta­tini”) e anche il non voto.

C’è la parte di società rap­pre­sen­tata da Lan­dini e quella che si rico­no­sce diret­ta­mente nei fuo­riu­sciti del Pd (Civati e Fas­sina) e nella mino­ranza anti­ren­ziana. La lotta che il movi­mento sin­da­cale ha orga­niz­zato, trai­nato dalla Cgil, con­tro il Jobs Act e con­tro le nuove leggi sulla scuola ha espresso una potente sog­get­ti­vità, gua­da­gnan­dosi l’attacco duro e costante del premier/segretario dell’ex partito di rife­ri­mento. Que­ste e altre sono le poten­zia­lità di una “cosa” di nuova sinistra.

Ma qui ripeto una rifles­sione che Vit­to­rio Foa ci pro­po­neva già nel fati­dico 1977: «Come mai le scon­fitte elet­to­rali, sociali e poli­ti­che non scal­fi­scono le nostre sicu­rezze?». Una domanda che faceva rife­ri­mento a un sistema poli­tico ancora fon­dato sui grandi par­titi di massa. Quei par­titi sono scom­parsi, ma l’errore rischia di per­ma­nere per­ché la ten­ta­zione di pian­tare cia­scuno la pro­pria bandie­rina, la cat­tiva abi­tu­dine di non saper rinun­ciare a parti della propria iden­tità in favore dell’unità, è una sorta di tara gene­tica dif­fi­cile da curare.

6) Natu­ral­mente è vitale per la sini­stra essere in grado di misu­rarsi con i pro­fondi cambiamenti inter­ve­nuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sem­pre più dif­fi­cile da rap­pre­sen­tare per la pro­gres­siva, pro­fonda, ine­dita par­cel­liz­za­zione delle figure pro­fes­sio­nali. Accanto a lavori imma­te­riali che pro­iet­tano lo sguardo nel mondo delle reti dove tempo di vita e tempo di lavoro non sono più distin­gui­bili, con­vi­vono lavori pri­mi­tivi, poveri, di sfrut­ta­mento ottocentesco.

Chi sono oggi i lavo­ra­tori? Cos’è il lavoro? E come e quanto viene rico­no­sciuto? Su que­sto aspetto della vita col­let­tiva sono avve­nuti i cam­bia­menti più forti, che hanno por­tato ad un inde­bo­li­mento della rap­pre­senta tra­di­zio­nale e ad un nuovo sfrut­ta­mento, con lavori sot­to­pa­gati, prov­vi­sori, pre­cari. Per milioni di per­sone c’è povertà e non c’è futuro: una sini­stra vera deve pen­sare non solo a chi ha un posto assi­cu­rato, ma ai più deboli, ai più fra­gili, a quei milioni di donne e di uomini costretti alla soprav­vi­venza da pen­sioni da fame. Una forza nuova di sini­stra dovrebbe avere come prio­rità l’impegno per i gio­vani senza lavoro o pre­cari e i pen­sio­nati meno protetti.

7) L’immigrazione dei nostri tempi è un feno­meno strut­tu­rale che insieme alla crisi eco­no­mica, ai nuovi con­flitti che ali­men­tiamo (nella spi­rale guerra-terrorismo-guerra), all’invecchiamento della popo­la­zione euro­pea stimola pro­getti e alter­na­tive visioni del mondo. Met­tendo in discus­sione e a dura prova uno degli aspetti fon­danti dell’economia e della società occi­den­tale: il wel­fare. Sem­pre più povero, sem­pre meno inclusivo.

Ma quale sarà la strut­tura eco­no­mica di base se il capi­ta­li­smo tem­pe­rato dalla social­de­mo­cra­zia non ha tro­vato nem­meno una voce nella lunga, aspra, rive­la­trice lotta del pic­colo David greco con­tro il gigante Golia euro­peo? Sul nostro gior­nale alcuni e diversi intel­let­tuali hanno ini­ziato ad abboz­zare idee e linee di un piano su immigrazione-lavoro-beni cul­tu­rali e ambien­tali che andrebbe svi­lup­pato. Ma la rispo­sta alla tra­ge­dia che coin­volge in par­ti­co­lare i dispe­rati del Sud del mondo non può essere l’egoismo, la ripro­po­si­zione del privilegio.

A quelli che ven­gono in Europa con una spe­ranza di vita e con ener­gie intel­let­tuali da offrire, dobbiamo dare un inse­ri­mento rispet­toso delle cul­ture e delle tra­di­zioni altrui. E dob­biamo essere intran­si­genti con­tro chi spe­cula e cerca con­sensi. Una società non soli­dale non ci interessa.

8) Le riforme sono molto impor­tanti, anche quelle isti­tu­zio­nali ed elet­to­rali. Solo chi è cieco non vede che con le nuove leggi si dà troppo potere ad un solo par­tito e solo al capo di quel par­tito. Non a caso men­tre si mettono in un angolo i con­trap­pesi isti­tu­zio­nali, si cavalca il web come strumento di demo­cra­zia diretta, si indeboliscono le rap­pre­sen­tanze di base, si orienta la mac­china elet­to­rale verso forme di unzione popo­lare. Si punta — dall’avvento del ber­lu­sco­ni­smo — a rafforzare il ruolo dell’uomo solo al comando. (A que­sto pro­po­sito dovrebbe essere contrastata la ten­denza al lea­de­ri­smo esasperato).

Comun­que appli­care la Costi­tu­zione non signi­fica imbal­sa­marla ma pro­porre una riforma del bicame­ra­li­smo e della legge elet­to­rale per una nuova orga­niz­za­zione dei poteri. Ini­ziando dal modello comu­nale, pos­si­bile labo­ra­to­rio di altre forme par­te­ci­pa­tive (e ambien­ta­li­ste), di espe­rienze sul campo per l’applicazione dell’idea dei beni comuni, lontani da vec­chie logi­che sta­ta­li­ste, nono­stante l’interpretazione dei mono­toni libe­ri­sti che dila­gano sul Cor­riere della Sera. Fino alla forma di governo nazio­nale, al rap­porto tra Legi­sla­tivo e Esecutivo.

9) Non si può met­tere tra paren­tesi o dimen­ti­care ciò che nel mondo con­tem­po­ra­neo tutto ingloba e resti­tui­sce: la comu­ni­ca­zione. Cosa diversa dall’informazione, dall’autonomia dei media dai poteri indu­striali e finan­ziari. La comu­ni­ca­zione è oggi mar­ke­ting poli­tico, nar­ra­zione di nuove lea­der­ship come dimo­strano gril­li­smo e M5S. Si tratta di stru­menti che la sini­stra poli­tica sa usare poco ma che per for­tuna i gio­vani dei movi­menti riescono a maneg­giare meglio (la maschera di Ano­ny­mous, i flash mob, le moda­lità della piazza).

Tut­ta­via il potere dei media in Ita­lia è ancora e soprat­tutto tele­vi­sivo, fin dai tempi della tv di Berna­bei per arri­vare a Ber­lu­sconi. Un par­tito padrone della tv, più o meno magna­nimo e plu­ra­li­sta. E ancora oggi assi­stiamo a una non-riforma, a una non-modernizzazione, ma sem­pli­ce­mente a una con­cen­tra­zione del potere in un’unica figura di decisore. Men­tre la stampa risponde a logi­che di gruppi indu­striali nazio­nali sem­pre più deboli e inde­bi­tati, sem­pre più dispo­sti a omag­giare il potere poli­tico, in una com­mi­stione spesso inestricabile.

Com’è pos­si­bile che oggi tutti sia come e peg­gio di sessant’anni fa?

10) La vicenda greca, che ha impe­gnato e ancora impe­gnerà a lungo tutti noi, ha chia­rito che non c’è — e non c’è mai stata — l’Europa pen­sata dai padri fon­da­tori come Altiero Spi­nelli. Oggi c’è un’Europa che viag­gia a diverse velocità, divisa tra Nord e Sud, che si regola sulle eco­no­mie dei paesi più forti. L’idea degli Stati Uniti d’Europa ha ancora una sua forza trai­nante? È la moneta che decide o è uno stru­mento della poli­tica che la determina?

Quindi la que­stione cen­trale è in una domanda: c’è vita a sini­stra? Sì, c’è, ed è un mondo. Però dopo viene tutto il resto. Chi dovrebbe farne parte? Quali pro­po­ste di governo dovrebbe avere? Che idea di futuro può pro­porre? Come deve orga­niz­zarsi? Ha biso­gno di un lea­der come nella sini­stra greca e spagnola?

Questo è solo l’inizio della riflessione che il manifesto intende ospitare.

E che dovrà essere ampia, aperta, veri­tiera, libera da vec­chi schemi e inges­sa­ture poli­ti­che. Vedremo dove appro­derà. Ma sono certa che potrà dare un senso a quel con­fronto ormai non più rin­via­bile per tutti coloro che hanno cre­duto e cre­dono in una società demo­cra­tica, diversa, attenta e impe­gnata sui diritti sociali e civili di milioni di persone.

Cam­biare si deve. Ma le espe­rienze greca e spa­gnola ci dicono soprat­tutto che si può.