Unione Europea

Il matrimonio è quasi uguale per tutti

Segnalato da Barbara G.

(Il titolo originale è leggermente fuorviante, oltre che un tanticchia “ambiguo”, ma si tratta comunque di un passo estremamente significativo)

Unione europea, sentenza storica: il matrimonio egualitario è valido in tutti gli stati membri

gaypost.it, 05/06/2018

Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso sulla base delle regole sulla libera circolazione delle persone nei paesi UE. Lo riferisce l’agenzia di stampa Agi.

Il caso di un cittadino romeno e uno statunitense

Esprimendosi sul caso di un cittadino romeno sposato con un americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di “coniuge” comprende i coniugi dello stesso sesso. Il trattato di Schengen, infatti, stabilisce che i cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di circolare liberamente negli stati che aderiscono e, con loro, anche i familiari. Questo vale anche se non sono cittadini di uno Stato membro dell’Ue.

Uno Stato Ue non può impedire il soggiorno al coniuge

Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione. Non possono, cioè, rifiutare di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, che non è cittadino Ue, il diritto di soggiorno sul proprio territorio.

Sentenza storica

La Romania, dunque, dovrà concedere al cittadino statunitense il diritto di soggiorno sul proprio territorio perché sposato con un romeno. Ma al di là del caso specifico, la sentenza ha un valore che tutti definiscono storico. Di fatto, riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso al pari di quello tra persone eterosessuali per tutti i paesi dell’Unione.

La nostra Europa

La nostra Europa – Unita, Democratica, Solidale

lanostraeuropa.org

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative.

Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

Ci vuole un progetto di unità europea innovativo e coraggioso, per assicurare a tutti e tutte l’unico futuro vivibile, fondato su democrazia e libertà, diritti e uguaglianza, riconoscimento effettivo della dimensione di genere, giustizia sociale e climatica, dignità delle persone e del lavoro, solidarietà e accoglienza, pace e sostenibilità ambientale.

Dobbiamo essere in grado di trasformare il “prima gli italiani, gli inglesi i francesi”, in “prima noi tutte e tutti”, europei del nord e del sud, dell’est e dell’ovest, nativi e migranti, uomini e donne.

Ripartiamo da qui, da Roma, uniti e solidali, per costruire quel campo che, oltre le nostre differenze, nel nostro continente e in tutto il mondo, sappia essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte.

Invitiamo ad aderire a questo appello, a promuovere e inserire in questa cornice comune eventi e appuntamenti nel prossimo periodo in Italia e in tutta Europa, a essere a Roma il 23.24.25 marzo per mobilitarci in tante iniziative, incontri, azioni, interventi nella città e realizzare una grande convergenza unitaria.

Il Programma completo

Sottoscrivi l’appello

Un New Deal europeo

segnalato da Barbara G.

Varoufakis pronto a lanciare a Roma il primo partito transeuropeo

Con lui il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris

di Andrea Carugati – lastampa.it, 16/03/2017

Da Yanis Varoufakis, accompagnato dalla guest star Ken Loach, fino ai movimenti sovranisti dell’estrema destra, passando per gli ultraeuropeisti come Emma Bonino e Guy Verhofstadt. Il 24 e 25 marzo, in occasione del Consiglio europeo per i 60 anni dai Trattati, Roma sarà attraversata da cortei ed eventi che rappresentano tutte le sfumature politiche e sentimentali verso l’Ue.

L’ex ministro greco la sera del 25, al termine delle celebrazioni ufficiali, al teatro Italia lancerà il primo partito transeuropeo come evoluzione del movimento Diem25 da lui fondato un anno fa. Oltre al regista britannico, icona delle sinistre europee, ci saranno vari partner politici come il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller e (ancora in forse) il candidato socialista alle presidenziali francesi Benoit Hamon. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e Anna Falcone, tra i portavoce del comitato per il No al referendum del 4 dicembre. Attesi anche Nicola Fratoianni, Stefano Fassina e Pippo Civati.

«Abbiamo 60mila iscritti in Europa di cui 8mila in Italia, e non ci rivolgiamo solo alle forze di sinistra», spiega Lorenzo Marsili, tra i fondatori di Diem25. «Tra i sovranisti e chi difende lo status quo di questa Ue serve una terza via. Il nostro è un pensiero critico di chi non rinuncia all’Europa».

L’evento si terrà al termine del Consiglio europeo da cui uscirà rafforzata l’idea di una Ue a più velocità. «Non abbiamo bisogno di un’Europa a più velocità, ma con una differente direzione di marcia», spiega Varoufakis. Il suo gruppo lancerà 10 proposte per un New deal europeo. «Proposte subito realizzabili, senza bisogno di modificare i Trattati», spiega Marsili. Tra queste un piano di riconversione ecologica «in grado di produrre milioni di posti di lavoro a livello continentale», un piano anti-povertà «gestito dalla Bce» e uno di edilizia pubblica.

I seguaci di Varoufakis si uniranno il 25 marzo al corteo da Piazza Vittorio al Colosseo, organizzato da “La nostra Europa”, una rete di associazioni e reti italiane ed europee di cui fanno parte anche Arci, Cgil e Legambiente. L’obiettivo è combattere contro le «politiche di austerità che hanno prodotto diseguaglianze e insicurezza, mettendo a rischio un patrimonio comune di conquiste e democrazia».

Al Colosseo arriverà anche la Marcia per l’Europa organizzata dai movimenti federalisti, che partirà alle 11 dalla Bocca della verità. Una marcia che mira a fare dell’anniversario dei Trattati di Roma del 1957 l’occasione «per andare oltre gli attuali Trattati, verso un’unione federale del popolo europeo». Con i federalisti ci sarà anche Emma Bonino, che ha lanciato con Benedetto della Vedova e la sigla “Forza Europa” un appello a tutti gli europeisti dal titolo “Un impegno per l’Europa”. “Bisogna far sentire la voce di chi crede nell’Europa contro il pensiero unico euroscettico”, spiegano. «Noi siamo per la Ue senza se e senza ma». La mattina del 25, in concomitanza col vertice Ue, i movimenti federalisti hanno organizzato un convegno al centro congressi Alibert di piazza di Spagna con Romano Prodi, Eugenio Scalfari, la Bonino e il leader dell’Alde Guy Verhofstadt.

Sabato caldissimo anche per gli antieuropeisti. Il loro corteo partirà alle 15 da Santa Maria Maggiore in direzione Colosseo. Per l’Italia i più attivi sono Francesco Storace e Gianni Alemanno. «Porteremo la nostra protesta contro il super-Stato burocratico e asservito alla Germania di quest’Europa che ha tradito gli ideali dei Trattati», spiega l’ex sindaco di Roma. Al corteo ci sarà anche una delegazione di “Noi con Salvini”.

L’accordo che non esiste

di Stefano Catone (*), 04/03/2017

Se ne è parlato poco in Italia, eppure è di questi giorni una notizia assolutamente enorme: la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha emesso una sentenza con la quale dichiara di non essere competente nel giudicare casi inerenti al cosiddetto (d’ora in poi il “cosiddetto” sarà d’obbligo) accordo tra Unione europea e Turchia, in virtù del fatto che – si legge nel relativo comunicato – «né il Consiglio europeo né alcun’altra istituzione dell’Unione ha deciso di concludere un accordo con il governo turco in merito alla crisi migratoria».

Il procedimento innanzi alla Corte è cominciato su iniziativa di due cittadini pakistani e un cittadino afgano che «si sono recati dalla Turchia in Grecia dove hanno presentato domande d’asilo, nelle quali affermavano che essi, per diverse ragioni, rischiavano di essere perseguitati se fossero ritornati nei loro rispettivi paesi di origine. Tenuto conto della possibilità, in applicazione della “dichiarazione UE-Turchia”, di un rinvio in Turchia in caso di rigetto delle loro domande d’asilo dette persone hanno deciso di proporre ricorsi dinanzi al Tribunale dell’Unione europea al fine di contestare la legittimità della “dichiarazione UE-Turchia”».

Il Tribunale rileva che la dichiarazione congiunta non è stata licenziata in occasione della seduta del Consiglio europeo del 17 marzo 2016, ma dal vertice internazionale che si è tenuto il giorno successivo, quando – si legge nella dichiarazione – «i membri del Consiglio europeo hanno incontrato la controparte turca». L’accordo sarebbe perciò stato fatto dai capi di stato e di governo presenti al vertice, senza un coinvolgimento diretto dell’Unione europea.

E’ come se da un momento all’altro crollasse un enorme castello giuridico e con esso tutte le relative garanzie, dato che l’accordo contiene dei profili molto dubbi rispetto a violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, e ora – molto banalmente – decine di migliaia di persone non saprebbero a chi rivolgersi per vedere rispettati i propri diritti.

E’ comunque il caso di ribadire quanto già detto nella scorsa newsletter: l’articolo 80 della Costituzione recita che «le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica». La gestione dei flussi migratori e dell’asilo è questione politicissima: il parlamento italiano deve esserne investito, ora a maggior ragione.

Scarica il comunicato

(*) Tratto dalla newsletter a promozione e integrazione di “Nessun paese è un’isola”, testo di cui avevamo parlato in questo post.

Uniti e solidali con la Grecia per cambiare l’Europa

segnalato da Barbara G.

Petizione diretta a Argiris Panagopoulos

La Grecia ha intrapreso la strada per uscire dalla crisi. Il Fmi e la Commissione Europea pretendono nuove misure di austerità per dopo il 2018, peraltro in contraddizione tra di loro, che non sono previste né dai Trattati europei né nella costituzione di nessun paese al mondo, e per questo assolutamente ingiuste, dannose ed inaccettabili. Non solo la Grecia, ma anche altri Paesi, subiscono le conseguenze nefaste delle politiche di austerità,  nuove richieste di sacrifici e contro riforme. Sessant’anni dopo la firma dei Trattati di Roma, l’Europa deve tornare alle sue radici democratiche, di pace, di solidarietà e di giustizia sociale. L’Europa deve riprendere il processo di integrazione, all’insegna di unità e solidarietà. Ciò significa archiviare la stagione dell’austerità con le sue ricadute negative, oltre che mettere in discussione la cultura del Patto di stabilità e del Fiscal Compact.

L’austerità ha scatenato la frammentazione dell’Europa, ha sfregiato le costituzioni democratiche con l’assurdo Patto di stabilità, ha creato disoccupazione di massa in tanti paesi, impoverimento e marginalizzazione.

L’Europa non deve tornare nei suoi nazionalismi egoistici, i fili spinati, la divisione dei suoi popoli e dei suoi lavoratori, la xenofobia e il razzismo.

L’Europa deve e può uscire dalla crisi unita e solidale cambiando politica e riscrivendo i Trattati ingiusti, creando un grande programma di investimenti pubblici e privati per far ripartire le sue economie e creare posti di lavoro veri per la prosperità di tutti i suoi cittadini. È necessario che l’Europa avvii una politica di contrasto al dumping salariale e sociale e faccia di questo il fondamento del Pilastro europeo dei diritti sociali attualmente in discussione, rilanciando un’idea di welfare inclusivo e di protezione sociale su scala continentale. Si tratta di scelte urgenti soprattutto per restituire speranza e fiducia nel futuro si giovani europei.

Facciamo un appello a tutte le forze democratiche a prendere posizione e a mobilitarsi e al governo italiano di sostenere la Grecia nella riunione dell’Eurogruppo del 20 di febbraio e chiediamo che già il Consiglio Europeo del 25 di marzo per il 60° anniversario dei Trattati istitutivi dell’UE sia l’occasione per rivendicare un’Europa diversa e migliore, quella dei suoi popoli e dei suoi principi democratici.

L’Europa, il suo e il nostro futuro, sono nelle nostre mani!

Susanna Camusso, segretario generale CGIL
Francesca Chiavacci, presidente ARCI
Andrea Camilleri, scrittore, sceneggiatore e regista
Stefano Rodotà, giurista, politico ed accademico
Renato Accorinti, sindaco di Messina
Lorenza Carlassare, costituzionalista
Vezio De Lucia, urbanista
Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
Monica Di Sisto, giornalista, campagna contro il TTIP
Anna Falcone, avvocato, costituzionalista
Paolo Favilli, storico
Carlo Freccero, c.d.a RAI
Tomaso Montanari, storico dell’arte, vicepresidente di Libertà e Giustizia
Olga Nassis, presidente delle comunità greche in Italia
Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante
Marco Revelli, storico, sociologo e politologo

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Primo quarto (parte 2)

di Boka

“Dimmi, come capirò che abbiamo raggiunto la nostra meta?” (Un cieco)

“Quando sarai tu a tenermi per mano!”

La Germania è stata in grado, nel contesto di questa costruzione europea, di affermare la propria egemonia. La sovranità tedesca (borghese/capitalistica) è stata eretta come sostituto di una sovranità europea inesistente. I partner europei sono stati invitati/costretti  ad allinearsi con le esigenze di questa sovranità superiore a quella degli altri. L’Europa è diventata un’Europa tedesca, in particolare nella zona euro dove Berlino gestisce le finanze in accordo con le esigenze dei Konzerns tedeschi e politici importanti come il ministro delle finanze Schäuble fanno leva sul ricatto permanente minacciando (in maniera esplicita e non) i partner europei con un “exit tedesco” (Gexit) nel caso in cui l’egemonia di Berlino venga messa in discussione.

La conclusione che possiamo trarre dai fatti è evidente: il modello tedesco avvelena l’Europa, Germania compresa. L’ordo-liberismo è la fonte della persistente stagnazione del continente in congiunzione alle politiche di austerità in corso. L’ordo-liberismo è un sistema irrazionale visto dal punto di vista della tutela degli interessi delle maggioranze popolari in tutti i paesi dell’Unione europea, tra cui la Germania. Esso conduce ad un ulteriore peggioramento delle  disuguaglianze tra i partner; è l’origine delle eccedenze commerciali della Germania e dei deficit simmetrici degli altri paesi. Ma l’ordo-liberismo è una scelta perfettamente razionale dal punto di vista dei monopoli finanziari a cui assicura la continua crescita delle loro rendite di monopolio. Questa è la vera contraddizione interna di questo sistema economico: la crescita della rendita dei monopoli impone la stagnazione e l’incessante deterioramento di partner fragili (come la Grecia ed altri).

L’azione e l’analisi politica sembrano essersi ridotte solo alla questione: “Restare nell’Unione Europea (e come?) o uscire (per andare dove?). I critici (tralasciamo gli esegeti del sistema con i loro chierici le cui ragioni per continuare lungo la stessa strada sono evidenti) del sistema europeo sono dibattuti tra due opzioni: la prima, continuare lungo la strada della costruzione europea ma in nuove direzioni che tengano conto degli interessi (e delle necessità) dei popoli europei nonostante storia passata e recente dimostrino le continue sconfitte di questa posizione; la seconda, lasciare l’Europa, ma per cosa? Un intero sistema di disinformazione manovrato (o almeno indirizzato ad arte) dal sistema ordo-liberista contribuisce a rendere la questione perlomeno confusa. Tutte le possibili forme di “ritorno” alla “sovranità nazionale” si sovrappongono e tutte sono presentate come demagogiche, populiste, scioviniste o non adeguate ai tempi e condizioni mutati della società europea. L’opinione pubblica viene accentrata sulla questione della sicurezza interna e dell’immigrazione mentre le responsabilità ordo-liberali per il peggioramento delle condizioni dei lavoratori sono lasciate in silenzio. Purtroppo, buona parte della sinistra europea è entrata in questo gioco in cui non ci sono vincitori ad esclusione del “banco”.

Credo che non ci sia più nulla da aspettarsi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dal di dentro; dobbiamo decostruire per ricostruire eventualmente in un secondo momento su basi diverse. Molti si rifiutano di arrivare a questa conclusione nonostante siano in conflitto (per gli interessi rappresentati e per per progettualità politiche), purtroppo i dubbi riguardano gli obiettivi strategici: lasciare l’Europa o rimanere in essa (ed ancora con o senza euro?). In queste circostanze gli argomenti sollevati da entrambe le parti sono estremi, spesso su questioni banali, a volte su reali e drammatici problemi orchestrati dai media (sicurezza, immigrati), con conseguenti scelte demagogiche. Resta  il fatto che la marea montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come in Brexit) riflette la distruzione delle illusioni sulla possibilità di una riforma.

Questa confusione, assenza di proposte chiare e quando chiare basate su pulsioni primitive (paura del diverso, paura di perdere completamente l’innegabile benessere  conquistato – comparato a situazioni sociali al di fuori del ristretto mondo occidentale. Tuttavia, la confusione spaventa le persone. La Gran Bretagna non ha certo intenzione di esercitare la propria sovranità per intraprendere un percorso che si discosti dall’ordo-liberismo. Piuttosto, Londra vuole maggiore apertura ed integrazione con gli Stati Uniti (infatti la la Gran Bretagna non condivide la diffidenza verso il TTIP di altri paesi europei). Questo è l’obiettivo di Brexit e certamente non un migliore (o almeno diverso) programma sociale.

Le destre europee (ed in molti casi, direi semplicemente, i fascisti europei) proclamano la loro ostilità verso l’Europa e l’euro, ma, il loro concetto di sovranità è quella della borghesia capitalistica, il loro progetto è la ricerca della competitività nazionale nel sistema ordo-liberale. Di certo non sono sostenitori o difensori  della democrazia elettorale (se non per opportunismo), per non parlare di una democrazia più avanzata. Di fronte a questa sfida delle destre, la classe dirigente (il famoso 1%) non esiterà: sarà dalla parte dell’ uscita dalla crisi di tipo fascista. Abbiamo già degli esempi: l’Ucraina.

Le destre, i fascisti sono diventati lo strumento per tenere a bada qualsiasi forma di rivolta o anche solo, timidamente, di rifiuto dell’ordo-liberismo. L’argomento spesso invocato è: come possiamo fare una causa comune contro l’Europa con i fascisti? Ora, in una sorta di circolo vizioso, il successo dei fascisti è proprio il prodotto della timidezza della sinistra radicale. Se quest’ultima avesse coraggiosamente difeso un progetto di sovranità, popolare e democratica, accompagnata dalla denuncia del progetto fasullo e demagogico dei fascisti, forse avrebbe guadagnato i voti che oggi vanno ai fascisti. La difesa della illusione di una possibile riforma dell’Europa non impedisce la sua implosione. Il progetto europeo sembra dipanarsi intorno ad una trama che, in maniera sinistra, sembra ricordare l’Europa degli anni 1930 e 1940: un’Europa tedesca – la Gran Bretagna e la Russia al di fuori di essa, una Francia esitante tra Vichy e De Gaulle, la Spagna e l’Italia sulla scia di Londra o Berlino, etc.

(continua…)

Nelle mani del Sultano

di Ian Traynor – the Guardian – 27 novembre

I leader europei stanno per mettere in scena un vertice senza precedenti e molto controverso con il governo turco domenica prossima (il 29 novembre, n.d.t.), nel tentativo di esternalizzare la crisi migratoria, pagando ad Ankara tre miliardi di euro perchè sigilli il suo confine con la Grecia in modo da fermare o rallentare i flussi migratori verso l’Europa.

I turchi, che hanno richiesto il summit, hanno insistito su un prezzo alto per la loro cooperazione: la ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea, dopo anni di congelamento degli stessi, l’allentamento dell’obbligo di visto per i turchi che viaggiano verso l’Unione Europea, vertici regolari UE-Turchia e tre miliardi di euro in aiuti nell’arco di due anni.

“La quantità di denaro che stiamo offrendo è grottesca”, ha detto l’ambasciatore di uno dei paesi più grandi dell’UE. “Ci siamo messi in ginocchio implorando i turchi di chiudere i loro confini.”

Il sentimento è diffuso tra i politici a Bruxelles e nelle capitali dell’UE, con un forte scetticismo circa i meriti di cercare di giungere ad un accordo con l’autoritario e mercuriale presidente della Turchia, Recep Erdoğan Tayipp, che è stato criticato per il suo mancato rispetto dei diritti umani. Altri due giornalisti sono stati arrestati in Turchia questa settimana dopo la pubblicazione di notizie su armi turche fornite ai jihadisti in Siria.

“Conosce nessuno che creda che Erdoğan terrà fede agli accordi?” ha sottolineato un altro diplomatico, mentre un importante politico europeo ha detto che l’Unione Europea è stata messa “in trappola”.

Ma la strategia di comprare la cooperazione turca nella crisi dei rifugiati è stata concepita sotto la spinta della politica interna di diversi paesi dell’UE, in particolare della Germania, dove il cancelliere Angela Merkel non può mostrare di fare marcia indietro pubblicamente sulla sua politica della porta aperta verso gli immigrati, ma ha bisogno di una tregua, di rallentare il flusso, guadagnando così un certo controllo sul caos. Berlino ritiene che Erdoğan sia in grado di fornire quella valvola di sicurezza politica.

L’UE non ha mai tenuto un vertice plenario dei 28 leader alla presenza di un paese terzo. Questo avverà solo per le insistenze di Ankara. Ancora venerdì mattina, tra l’altro, non era chiaro chi avrebbe rappresentato la Turchia, se Erdoğan o il primo ministro, Ahmet Davutoğlu. Alla fine è stata confermata la presenza di quest’ultimo.

La Commissione europea, a nome della Germania, ha elaborato in fretta e furia, nelle ultime settimane, il piano. Non è chiaro però da dove verranno i tre miliardi visto che i negoziati sul finanziamento sono appena iniziati a Bruxelles.

La Gran Bretagna, di rado la prima ad offrire soldi per i progetti europei, è l’unico paese in Europa ad aver preso un impegno concreto per 400 milioni di euro, mentre 500 milioni sono destinati a venire dal bilancio dell’UE, lasciando scoperti più di 2 miliardi ancora da trovare.

La Turchia attualmente ospita più di 2 milioni di rifugiati siriani ed è la più grande fonte di migranti verso la UE, con circa 700.000 che hanno attraversato l’Egeo, per poi passare attraverso i Balcani solo quest’anno.

“Questo denaro non è per la Turchia. Sono soldi per i rifugiati” ha detto al Guardian Federica Mogherini, coordinatore capo della politica estera dell’UE. “Bisogna sostenere le comunità lì o saremo di fronte ad un collasso sociale”.

L’accordo proposto ad Ankara prevede che i Turchi pattuglino i confini dell’Egeo verso le isole greche per arginare il flusso di migranti e dare un giro di vite ai traffici delle mafie che contrabbandano i migranti, ma comporterebbe anche che, in una fase successiva, l’UE accetti di prendere sulla fiducia centinaia di migliaia di rifugiati ogni anno dalla Turchia e li reinsedi in tutta Europa.

La cifra indicata da Berlino è di 500 mila all’anno. Essi sarebbero condivisi nell’ambito di un nuovo sistema di quote permanente e obbligatorio all’interno della UE, secondo la Merkel. Ciò innescherebbe uno scontro colossale nell’UE, con molti paesi riluttanti a pagare la Turchia e ancor meno propensi ad accettare le quote.

La Merkel ha avvertito questa settimana che la zona franca di movimento dei 26 paesi europei, conosciuta come Schengen, non sopravviverà se lei non otterrà l’assenso al suo piano. Secondo alcuni diplomatici di alto livello, i responsabili politici dell’UE sono convinti che Schengen entrerà in una fase terminale entro pochi mesi a meno che i governi europei non riescano ad ottenere un maggiore controllo sul ritmo e le dimensioni dell’immigrazione dal Medio Oriente.

fonte: http://www.theguardian.com/world/2015/nov/27/eu-seeks-buy-turkish-help-migrants-controversial-summit

La crisi che viene dal Nord

segnalato da marco

AEP: LA FINLANDIA CHE DISCUTE IL “FIXIT” È L’ULTIMO ATTO D’ACCUSA CONTRO L’EURO

Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph parla della Finlandia, paese che, seppure additato come archetipo della competitività della UEM, ha perso un quarto della sua industria dal 2008 a causa della crisi indotta dal cambio fisso sopravvalutato rappresentato dall’euro. La situazione economica è così grave che il parlamento finlandese è stato impegnato da una petizione di 50mila cittadini a discutere del Fixit, l’uscita dall’unione monetaria, nel 2016: l’ultima di una lunga serie di crisi che scuote dalle fondamenta l’Unione Europea, e che questa volta coinvolge uno dei paesi core ritenuti “modello”.

di Ambrose Evans Pritchard, 18 novembre 2015 – da vocidallestero.it, 21/11/2015

La Finlandia sta scivolando sempre più nella recessione economica, prova principale del fallimento della moneta unica e, per i difensori teorici dell’euro, una saga ancora più preoccupante della crocifissione della Grecia.

A ben sei anni e mezzo dall’inizio dell’attuale espansione globale, il PIL della Finlandia è del 6pc di sotto del suo precedente picco. Sta soffrendo una crisi più profonda e più prolungata del crollo post-sovietico dei primi anni ’90, o della Grande Depressione degli anni ’30.

Nessuno può accusare la Finlandia di essere spendacciona, o indisciplinata, o tecnologicamente arretrata, o corrotta, o prigioniera di una oligarchia consolidata, quel tipo di accuse avanzate contro greci e latini.

Il debito pubblico del paese è al 62pc del PIL, inferiore a quello della Germania. La Finlandia è stata a lungo additata nell’unione monetaria come l’archetipo dell’austerità, della determinazione, e della super-flessibilità, l’unico membro della periferia che si presumeva avesse fatto i compiti a casa prima di entrare nell’unione monetaria e potesse quindi far fronte alle avversità.

La Finlandia è la prima della UE nell’indice di competitività globale del World Economic Forum. E’ prima in tutto il mondo per le scuole primarie, l’istruzione superiore e la formazione, l’innovazione, i diritti di proprietà, la tutela della proprietà intellettuale, il quadro normativo e l’affidabilità legale, le politiche anti-monopolio, i collegamenti delle università in ricerca e sviluppo, la disponibilità delle tecnologie più recenti, così come per gli scienziati e gli ingegneri.

Il suo profilo quasi perfetto demolisce l’affermazione centrale del ministero delle Finanze tedesco – attraverso il suo portavoce a Bruxelles – secondo la quale i paesi nella UEM vanno incontro a guai seri solo se non si impegnano nelle riforme e spendono troppo.

Il paese è stato ovviamente colpito da una serie di shock asimmetrici: il collasso del suo campione hi-tech, Nokia, il crollo dei prezzi delle materie prime forestali, e la recessione in Russia.

Il punto importante è che adesso il paese non può difendersi. La Finlandia è intrappolata da un tasso di cambio fisso e dalla camicia di forza fiscale del Patto di Stabilità, un costrutto avvocatesco che non è mai stato pensato per tali circostanze. Il Patto è stato applicato in ogni caso, perché le regole sono regole e perché i leader del blocco teutonico hanno la fissazione che l’azzardo morale dilagherà se qualche paese del nucleo dell’unione monetaria dà un cattivo esempio.

La produzione della Finlandia si è ridotta ulteriormente dello 0.6pc nel terzo trimestre e la recessione del paese si sta trasformando da triennale a quadriennale. Gli ordini industriali sono scesi del 31pc a settembre. “E ‘inquietante”, ha detto Pasi Sorjonen, da Nordea.

La Svezia è stata in grado di navigare tra shock simili lasciando che la sua moneta si svalutasse nei momenti chiave negli ultimi dieci anni. Il PIL svedese adesso è del 8pc al di sopra del suo livello pre-Lehman.

La divergenza tra la Finlandia e la Svezia è sconcertante per due economie nordiche con così tanto in comune, e questo ha riacceso il dormiente movimento anti-euro della Finlandia.

Il parlamento finlandese l’anno prossimo terrà le udienze ‘Fixit’ sull’uscita dall’unione monetaria e sul ritorno al marco, la moneta che ha salvato la Finlandia nei primi anni ’90 (una volta abbandonata la malaccorta politica del marco pesante e del cambio fisso con l’ECU).

Paavo Väyrynen, eurodeputato e presidente onorario del partito di governo Centro, ha obbligato il parlamento ad inserire le audizioni in agenda dopo aver raccolto 50.000 firme. “La zona euro non è un’area valutaria ottimale e le persone stanno diventando consapevoli delle vere ragioni della nostra crisi”, ha detto.

“Siamo in una situazione simile a quella dell’Italia e abbiamo perso un quarto della nostra industria. Il nostro costo del lavoro è troppo alto”, ha detto.

Gli elettori in Svezia e Danimarca hanno impedito ai loro governi di abolire le proprie vecchie valute. Gli elettori finlandesi non hanno mai avuto un referendum per esprimersi. La decisione di aderire all’euro fu imposta a scapito di una diffusa opposizione, e fu camuffata come una questione di sicurezza nazionale.

Väyrynen ha detto che il campo pro-euro ha incitato alla minaccia russa negli anni ’90, sostenendo che la Finlandia aveva bisogno di legarsi il più profondamente possibile a tutti gli aspetti del sistema UE per una maggiore sicurezza (sebbene senza entrare nella Nato, l’organizzazione più importante per la difesa). “Hanno giocato la carta della politica estera. Era un trucco “, ha detto.

E’ difficile evitare la conclusione che la Finlandia ha gestito i suoi affari economici con più abilità negli anni ’20 e ’30 sotto la guida di Risto Ryti (molto apprezzato da Lord King, ex Governatore della Banca d’Inghilterra), che comprese i mali causati da un disallineato del tasso di cambio, e liberò in anticipo il suo paese dalle devastazioni del Gold Standard nel 1931. Non sarebbe mai stato sedotto dalle facili promesse dell’unione monetaria.

Ryti era un anglofilo antinazista. Per una tragica sequenza di eventi si trovò costretto ad allearsi con Hitler contro Stalin, e, infine, in guerra con la Gran Bretagna. E ‘probabilmente l’unica volta nella storia che due democrazie sviluppate si sono fatte guerra.

La Banca d’Inghilterra cercò di intercedere alla fine della seconda guerra mondiale per impedire che fosse trattato come un criminale di guerra (come richiesto da Stalin), ma non ci riuscì. Fu condannato ai lavori forzati. Ma sto divagando.

La coalizione di centro-destra che governa la Finlandia è determinata a portare avanti una ‘svalutazione interna’, esattamente la politica che ha destinato mezza Europa al ciclo debito-deflazione quattro anni fa e che ha fatto si che il rapporto debito-PIL salisse ancora più velocemente attraverso l’effetto denominatore. Questa politica rischia di essere di per sé controproducente anche per la Finlandia, dato che il debito delle famiglie è oltre il 100pc del PIL.

Il governo non è riuscito ad ottenere un patto sociale con i sindacati, così adesso sta cercando di aggirarli  sgretolandone il potere di contrattazione collettiva – l’ultimo esempio di come il sistema dell’euro erode i diritti dei lavoratori ed è fondamentalmente incompatibile con i valori politici della sinistra. I sindacati hanno lanciato i più grandi scioperi da due decenni a questa parte nel mese di settembre.

Resta per me un mistero il motivo per cui la sinistra europea continua a chiedere scusa per quelle che possono essere descritte soltanto come politiche reazionarie, ma il clima sta finalmente cambiando. Stefano Fassina, un socialdemocratico e vice ministro alla finanza italiano, sta guidando un’iniziativa per creare un’”alleanza di fronti di liberazione nazionale” che abbracci Sinistra e Destra per rovesciare l’ordine della UEM.

Il signor Fassina, il tedesco Oskar Lafontaine, il francese Jean-Luc Mélenchon, e il greco Yanis Varoufakis, hanno aperto uno di questo fronti a Parigi durante il fine settimana, proponendo un ‘Piano B’ di valute parallele e, infine, l’uscita dall’euro se la UEM continua ad applicare politiche di contrazione e ad operare al di fuori del controllo democratico – come sostengono.

La Finlandia si sta scavando una fossa sempre più profonda. Il Fondo Monetario Internazionale ha messo in guardia questa settimana contro  l’adozione di eccessiva austerità e di tagli “prociclici” prima che l’economia sia abbastanza forte da sostenerla.

Il FMI ha parlato a bassa voce ma il messaggio era chiaro. La Finlandia non dovrebbe nemmeno pensare ad un ulteriore carico di contrazione fiscale o a tagliare gli investimenti in un momento in cui il suo output gap è il 3.2pc del PIL.

Le autorità finlandesi hanno ammesso nella loro risposta all’articolo IV del rapporto del FMI che non avevano scelta, perché dovevano rispettare il Patto di Stabilità. Questo è ciò che è diventato in Europa il processo decisionale sulle politiche da adottare.

Alcuni in Finlandia si erano affrettati a lanciare pietre contro la Grecia durante la crisi del debito, apparentemente inconsapevoli in quel momento che anche loro vivevano in una casa dalle pareti di vetro. La loro storia non è poi così diversa dai disastri della UEM che si sono verificati nel Sud.

I tassi di interesse erano troppo bassi per i bisogni della Finlandia durante il boom delle materie prime, e questo ha causato il surriscaldamento dell’economia. Il costo unitario del lavoro è aumentato vertiginosamente fino al 20pc a partire dal 2006, lasciando il paese a secco quando la festa è finita. Il debito pubblico era basso ma il debito privato era alto (similmente a Spagna e Irlanda). La crisi ha colpito più tardi solo perché la bolla delle materie prime non è scoppiata fino al 2012.

Il movimento ‘Fixit’ è un colpo di avvertimento, come lo è l’elezione in Portogallo di una maggioranza di tre partiti di sinistra che giurano di strappare il copione dell’austerità – e ancora bloccati dal formare un governo per un pretesto costituzionale quasi sei settimane dopo la votazione.

La zona euro potrebbe godere in questo momento di una parziale ripresa, grazie allo stimolo di euro a basso costo, petrolio a buon mercato, e quantitative easing, ma ha sprecato un ciclo economico globale completo ed è a corto di tempo per ripristinare le difese prima che colpisca la prossima tempesta globale.

Quando la tempesta colpirà, il debito totale, pubblico e privato, sarà al 270pc del PIL, 36 punti percentuali in più di quanto fosse appena prima della crisi di Lehman nel 2008. La società avrà già subito quasi un decennio di disoccupazione di massa, e il capitale politico delle elites della UEM sarà quasi esaurito.

La domanda deve essere fatta in ogni caso: se l’euro non è fatto per funzionare in quello che dovrebbe essere il paese più competitivo in Europa, per chi può funzionare?

Fanatismo ideologico

Segnalato da transiberiana9

GRECIA, SAPELLI: “GERMANIA VUOLE UCCIDERE LA GRECIA MOSSA DA FANATISMO IDEOLOGICO”

Di Marco Pasciuti – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

L’economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano: “Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione”. La possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni? “Non ha un senso economico ma solo politico, di affermazione, di dominio. I tedeschi hanno vinto, ma è una vittoria di Pirro perché stanno segnando la fine dell’Europa unita”

Giulio Sapelli, economista e docente di Storia economica all’università Statale di Milano. Cosa guadagna la Germania da una eventuale Grexit?

“La Germania vuole ammazzare la Grecia. Se si fosse riunito il Consiglio Ue a 28 – cosa che non si è fatta sotto la pressione diplomatica francese e americana – e si fosse arrivati al voto, la Germania e i suoi vassalli l’avrebbero espulsa. Poi è arrivata la decisione di non riunione il Consiglio europeo, ma di convocare l’Eurosummit composto dai Paesi che hanno l’euro”.

Che ha chiesto ad Atene un fondo da 50 miliardi in cui far confluire gli asset greci in cambio del terzo salvataggio.

“Si è compiuto ciò che era già scritto. Sono dei fanatici che fanno dell’austerità una religione: all’austerità può credere soltanto un professore della Bocconi, uno che non è un economista ma è un ragioniere. Dietro questa battuta c’è una tragedia immensa: la riduzione dell’economia alla ragioneria“.

In alternativa, è rimasta sul tavolo fino all’ultimo la possibilità di una Grexit temporanea di 5 anni.

“E’ matto, non ha un senso economico. Ha solo un senso politico, di affermazione, di dominio: i tedeschi vogliono di nuovo dominare l’Europa. Helmut Schmidt diceva :’Devi abbracciare l’Europa, non sedertici sopra‘. Loro ci si siedono sopra. La questione greca – e in questi giorni si celebra l’anniversario della strage di Srebrenica – comincia dalla Bosnia, passa dalla Macedonia, va in Grecia, poi finisce a Mosca o in Turchia. Ci sono buone ragioni per pensare che i tedeschi spalancheranno le porte alla vittoria dell’Isis”.

E’ un’affermazione forte, professore.

“Questa è la vera chiave di questa tragedia. Destabilizzando la Grecia, destabilizzano i Balcani. E in Bosnia, in Kosovo in Macedonia e in Montenegro c’è l’Isis, sono Paesi in cui è evidente e diffuso il fenomeno della radicalizzazione “.

Cosa succede oggi in Grecia senza un accordo?

“Le banche resteranno chiuse e spero che tra un po’ di tempo verranno fuori le monete complementari, di cui la Bce aveva preconizzato l’uso. I greci andranno avanti per un po’ con le monete complementari, poi torneranno alla dracma ma sarà una catastrofe perché dovranno pagare i loro debiti in euro e soprattutto le banche francesi e quelle tedesche sono piene di debito greco collateralizzato, un’arma di distruzione di massa”.

Ma perché la Germania avrebbero architettato questo piano diabolico?

“I tedeschi fanno questo non per calcolo economico, ma solo per fanatismo ideologico. Sono dei fanatici. Questa situazione riflette la disgregazione dell’ordine internazionale. Tutte le medie potenze regionali aspirano ad operare “stand alone“, da sole: i tedeschi sono convinti di poter andare avanti senza gli Stati Uniti e si alleano con i cinesi, gli inglesi anche, i russi hanno scelto da tempo la via dell’isolazionismo, i francesi sono gli unici che hanno ambizioni imperiali e ciò è dimostrato dal fatto che hanno cercato di aiutare i greci. Noi abbiamo perso una grande occasione e credo che Renzi rischi moltissimo”:

Cosa rischia Renzi?

Questa roba delle intercettazioni è stato un avviso degli americani, che gli hanno detto ‘guarda che se non ti comporti bene, non fai come Hollande e non ti metti chiaramente con Atene, noi ti facciamo cadere’. Ma il nostro presidente non intercetta i messaggi che arrivano da oltreoceano, quindi sceglie di essere fedele assolutismo teutonico. Questa è una disgrazia, perché l’Europa senza l’appoggio degli Stati Uniti non esiste, è un nano. Anche economico, nella stagnazione secolare che avanza. Avevo previsto questa tendenza al predominio dei tedeschi. E’ una cosa che inizia con la vittoria di Sedan, dal 1870 (battaglia decisiva della prima fase della guerra franco-prussiana, che portò alla capitolazione di Napoloeone III e alla fine della secondo Impero francese, ndr). I tedeschi adesso danno l’ultima mazzata alla Francia. Ma è anche una grande sconfitta della Merkel: se avesse aiutato Atene, non sarebbe più stata Cancelliere”.

Quindi Renzi crede ancora di potere esercitare un ruolo in Europa?

“Renzi non crede in nulla. Se lo credesse, avrebbe dovuto chiedere una conferenza internazionale con Stati Uniti e Cina sul debito greco”.

Forse lei conferisce a Renzi un peso internazionale che non ha.

“Il peso internazionale lo si acquisisce sfidando il cielo. Potrebbe cominciare a farlo: insomma, l’Italia ha 60 milioni di abitanti, è in una posizione di assoluta centralità al centro del Mediterraneo. Avrebbe le carte in regola per osare e chiedere di più. E’ solo un fatto di coraggio. Renzi questo coraggio non ce l’ha, quindi segna la fine della Grecia, del ruolo internazionale dell’Italia e forse anche del suo governo”.

Alla fine vincerà la Germania, quindi.

“Ha già vinto. Ma vincerà, perdendo: Merkel porta a casa una vittoria di Pirro perché sarà costretta a fare un blocco economico del Nord. All’inizio si darà vita a un euro a due velocità. E questo segnerà la fine dell’Europa unita”.

Un’altra Ventotene per l’Europa

segnalato da Barbara G.

di Guido Viale – ilmanifesto.info, 12/07/2015

Ue. Prendiamo atto che i confini non sono quelli dell’Eurozona né, per quanto allargati, quelli dell’Unione

Quale ne sia l’esito, di certo, non risolutivo, ha fatto più danni a credibilità e affidabilità dell’euro come moneta globale il meschino tiramolla delle autorità europee contro il Governo greco di quanto abbia danneggiato quest’ultimo il pesantissimo compromesso a cui ha dovuto soggiacere. E poiché nell’accordo, se si farà, non c’è nulla che renda più sostenibile l’economia greca, la cacciata dall’euro è stata forse sventata, ma la partita relativa all’austerity è solo rimandata: si continuerà a giocare nelle condizioni e con gli schieramenti che si saranno formati in Europa nei prossimi mesi o tra pochissimi anni. Condizioni che non saranno facili per nessuno dei contendenti. “Se crolla l’euro crolla l’Unione Europea” è forse l’unica affermazione condivisibile di Angela Merkel: per questo, con quel tiramolla, le autorità dell’Unione hanno sicuramente compiuto un buon passo avanti nel rivelarsi becchini dell’Europa.

Il vero regista di questa strategia suicida è Mario Draghi, che come capo di GoldmanSachs Europa aveva aiutato il Governo greco a truccare il bilancio per entrare nell’euro e indebitarsi a man bassa; e che come capo della BCE gli ha poi presentato il conto per salvare le banche creditrici; e per poi mettere Tsipras con le spalle al muro con il blocco della liquidità (il vero bazooka di cui dispone). Quel suo impegno a salvare la moneta unica “a qualsiasi costo” riguarda infatti l’euro virtuale presente nei libri contabili delle banche; non l’euro reale presente (anzi assente) nelle tasche dei cittadini per fare la spesa: e la Grecia è lì a dimostrarlo.

Ma sono virtuali anche gli euro dei debiti pubblici: sono fatti non per essere restituiti, ma per ricattare i governi. Nessuno si illude di avere indietro il denaro prestato alla Grecia per salvare le banche francesi e tedesche che l’hanno spremuta come un limone: se ne parla solo per alimentare un rancore di sapore razzista.

Tanto è vero che se i membri dell’eurozona dovessero rispettare il Fiscal Compact (di cui nessuno parla più da mesi), i paesi insolventi sarebbero più della metà. Difficilmente però l’Unione europea potrà riprendersi da questo smacco, anche se l’economia dà qualche segno di ripresa. Minacce ben più corpose incombono sui governanti. Perché mentre combattevano sull’aliquota Iva da applicare alle isole dell’Egeo i conti aperti si accumulavano: guerre ai veri confini dell’Ue — dall’Ucraina alla Libia, passando per Siria, Israele, Eritrea, Sud Sudan e Nigeria – e domani forse anche al suo interno; milioni di profughi che premono alle frontiere (e che l’Europa pensa di fermare con cannonate, reticolati e lager); deterioramento del clima, senza alcuna strategia per l’imminente vertice di Parigi; che è anche l’unica chance per rilanciare l’occupazione. Un continente che condanna alla disoccupazione perpetua da metà a un quinto delle nuove generazioni non ha futuro; e spostare verso l’alto l’età del pensionamento, come è stato imposto alla Grecia, dopo la disastrosa esperienza italiana, non fa che aggravare il problema. E dietro a tutto ciò, diseguaglianze crescenti tra paesi membri, classi sociali, ricchi e poveri, ma soprattutto tra cittadini autoctoni e profughi e migranti: fantasmi cui si nega persino il diritto di esistere. Dove sono le idee e i mezzi per affrontare queste questioni?

In Europa, come in tutto il mondo, comandano «i mercati», la finanza. Governi e politici sono al loro servizio: i guai della Grecia sono stati provocati prima dall’ingordigia e poi dal salvataggio di poche grandi banche europee. Ma è solo un caso singolo, portato alla luce dalla resistenza del popolo e del suo governo: tutti gli altri sono ancora avvolti nelle nebbie di una dottrina che imputa ai «lussi» di popolazioni immiserite i disastri provocati dalla rapacità della finanza. Mentre avallano questo attacco alle condizioni di vita dei concittadini, governi e partiti cercano di fidelizzare i loro elettorati delusi, disincantati e assenteisti vellicandone orgogli nazionali e risentimenti verso le altre nazioni. «Noi siamo probi; loro spreconi»; «Paghiamo i lussi altrui»; «Noi abbiamo fatto le riforme, loro no»; «Siamo sulla strada della ripresa, sono gli altri a trascinarci a fondo»; «O tuteliamo i nostri cittadini o manteniamo gli immigrati», ecc.

È una corsa disordinata a fare a pezzi l’Ue; ma anche a segare il ramo su cui sono seduti il suoi governanti. Perché a raccogliere i frutti di questa semina sono e saranno altri: quelli che nazionalismo e razzismo (perché di questo si tratta) sanno coltivarli meglio. È questo che paralizza i governi: che cosa mai sta proponendo l’Europa, al di la della «meritata» punizione del popolo greco e di chi volesse imitarlo? Non c’è visione strategica; non c’è condivisione di valori e obiettivi; non c’è capacità né volontà di confrontarsi con la realtà. L’unione politica dell’Europa costruita attraverso i meccanismi di mercato è irrealizzabile: più la si invoca, più si allontana. I primi passi della Comunità europea – Ceca, Euratom (quando nessuno contestava ancora l’uso pacifico del nucleare), mercato comune – non erano che la ricaduta di un ideale, quello di una comunanza di popoli che fino ad allora si erano scannati a vicenda; non l’inizio della sua trasformazione in realtà.

Anche se pochi ne erano coscienti, ad animare quei passi era stato lo spirito di Ventotene, perché la volontà di evitare guerre, conflitti e iniquità era condivisa da tutti. Tutto ciò è scomparso da tempo: l’allargamento dell’Unione è stato condotto sempre più all’insegna di una ripresa della guerra fredda (i nuovi arrivati, o i loro governi, cercano l’Europa non per gli scarsi vantaggi che promette, ma per avere la Nato in casa) e buona parte di quell’allargamento è frutto del macello jugoslavo: una guerra provocata dall’Europa in Europa, ma condotta dagli Usa e per gli Usa.

È l’alta finanza a legittimare i governi europei, come è evidente nel passaggio della Grecia da un governo coccolato da banche e Commissione a uno esecrato da entrambe. Mentre a paralizzarli sono le mosse per tenere a bada i loro elettori. Ma anche una parte, ancora maggioritaria, di questi è paralizzata: dal mito della «ripresa», dell’«uscita dalla crisi», del ritorno alla «normalità», del ristabilimento delle condizioni di prima in fatto di reddito, occupazione, consumi; ma anche di libertà, pace, diritti. Quelle condizioni non torneranno più: bisogna imparare a vivere con quelle vigenti ora e a scavarsi la strada per un mondo diverso. Imparare a convivere con milioni di profughi, dentro e fuori i confini dei nostri paesi; lavorare per sradicare, insieme a loro, aiutandoli a organizzarsi, le cause di guerre e miseria che li hanno fatti fuggire.

Mettere al centro dei programmi la conversione ecologica: per salvare il pianeta ma anche i territori in cui viviamo; e per creare un’occupazione che valorizzi capacità e saperi di tutti, senza soggiacere al ricatto di perdere il reddito se si perde il lavoro. Sostituire un’economia che si regge sulla corsa ai consumi con una convivenza che privilegi qualità e ricchezza dei nostri rapporti con la natura e gli altri. Ma soprattutto, se vogliamo un’altra Europa, costruita su pace e dignità delle persone, prendiamo atto che i suoi confini non sono quelli dell’eurozona né, per quanto allargati, dell’Unione. Sono quelli tracciati da coloro che vedono nell’Europa non un «faro di civiltà» (in fin dei conti nazismo e Shoah li abbiamo covati noi), ma l’opportunità di una vita più ricca, pacifica e diversa. Abbiamo bisogno di un nuovo Manifesto di Ventotene.