unioni civili

La coerenza che mi interessa

segnalato da Barbara G.

di Michela Marzano, 13/05/2016

Caro Michele Serra, hai ragione che i tempi del renzismo sono febbrili (nel bene e nel male), ma forse il tempo della discussione possiamo prendercelo non credi? È per questo che, prima ancora di cercare di risponderti, ti ringrazio per l’opportunità che mi dai oggi con la tua «Amaca» di iniziare un dibattito che può, quindi, anche non essere solo ipotetico. È vero, e hai ragione nel ricordarlo, che ho parlato di «coerenza» per spiegare la mia uscita dal Gruppo Parlamentare del PD dopo l’approvazione delle legge sulle unioni civili – che continuo a reputare importante e necessaria, ma non sufficiente e, sul capitolo dei bambini che continuano a essere penalizzati in ragione dell’orientamento sessuale dei genitori, proprio brutta. La coerenza cui però ho fatto riferimento, non è tanto o solo « con me stessa ». Se fosse questo il problema, sarebbe stato poco interessante, anzi banale. « I am not that important » mi disse un giorno un amico, e credo che sia vero per chiunque di noi. La coerenza che mi interessa, è quella con gli ideali etici e morali che giustificano – o dovrebbero giustificare – l’impegno in politica. E quindi soprattutto la coerenza con l’uguaglianza di tutte e di tutti. Un’uguaglianza che resta, almeno per me, la stella polare della sinistra. Un’uguaglianza che non si può sempre e solo invocare, prima di continuare a trattare alcune persone come « meno uguali » rispetto alle altre La politica, scrivi giustamente, non ha come parametro il sé, ma la società. Ma è proprio la società che avevo in mente quando ho parlato di coerenza. Non è un caso che abbia citato nella mia lettera di dimissioni Jean Guehenno e il suo invito a « non seguire il mondo come va ». Il mio gesto, in fondo, è solo questo: una testimonianza del fatto che si può, e talvolta si deve, non seguire il mondo come va. Credo che l’integrità e la coerenza siano valori che la politica, se vuole veramente recuperare la fiducia dei cittadini, dovrebbe cercare di rivalutare.

PS visto che parli di «fatica» e «dolore» mi permetto di parlare del dolore e della fatica di questa mia scelta. Dal gelo che mi ha accolto ieri in Aula, dove in tanti hanno smesso non solo di salutarmi, ma anche di guardarmi negli occhi, alle tantissime mail di chi, invitandomi a tornare a Parigi, mi hanno dato dell’ingrata, dell’arrogante o della poveretta (e tralascio gli insulti o le minacce, che non meritano nemmeno di essere citate). Ma va bene così. In fondo, sono stata io a scegliere di non seguire il mondo come va, no? #unionicivili

Stepchild Rendition

di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2016 

Siccome ben 199 senatori, cioè la stragrande maggioranza del Senato, sono favorevoli a tutta la legge Cirinnà, compresa la stepchild adoption, il molto democratico presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico (si fa per dire) ha deciso di stralciare, cioè di cancellare, la stepchild adoption dalla legge Cirinnà per compiacere i 121 senatori contrari. Nella democrazia alla rovescia, la minoranza mette sotto la maggioranza. E il governo pone la fiducia, nel silenzio complice del Quirinale e dei presidenti delle Camere, su una legge parlamentare su cui lo stesso Pd aveva lasciato libertà di coscienza, salvo ora imporre la coscienza (si fa sempre per dire) di Bagnasco, Alfano & C. con un voto blindato pro o contro il governo. Che, così, costringe chi non fa parte della maggioranza (M5S e Sel) a votare contro una legge a cui è favorevole. Se fino all’altroieri una minoranza usava la fiducia per costringere la maggioranza a votare leggi che non condivideva (Jobs Act, Italicum, nuovo Senato), ora lo fa per vietare alla maggioranza di approvare una legge che condivide. Siccome chi ha vinto le elezioni (Pd+Sel e 5Stelle, che nei sondaggi rappresentano due terzi degli elettori) vuole la stepchild, è naturale che la stepchild non passi, o passi dimezzata per ordine di chi le elezioni le ha perse (Lega e Pdl, ora sparpagliato tra FI, Ncd e pulviscoli vari che arrivano al massimo al 30% nei sondaggi) e di uno Stato estero.

Monica Cirinnà

Fino all’altroieri il Pd, a parte i soliti quattro catto, giurava che mai avrebbe accettato lo stralcio della stepchild. Ivan Scalfarotto, sottosegretario: “Chi oggi esulta per le unioni civili in Grecia esulterebbe se in Italia passasse una legge senza stepchild come quella greca?” (23.12).

Sergio Lo Giudice, senatore: “Stralciare la stepchild è un’ipotesi priva di fondamento: la legge sarebbe massacrata dalle sentenze europee dal primo giorno” (7.12). Renzi: “No allo stralcio della stepchild adoption: nasce come proposta della Leopolda e l’abbiamo appoggiata sin da allora” (29.12).

Monica Cirinnà: “La stepchild ci sarà” (30.12).Federico Fornaro, sinistra Pd: “Chi chiede lo stralcio vuole che l’Italia resti l’unico paese europeo senza una legge sulle unioni civili” (4.1). Pier Luigi Bersani, ex segretario: “No allo stralcio delle adozioni” (14.1). Paola Campana: “Nessuno stralcio, non si abbassa l’asticella sui diritti dei bambini” (14.1). Luigi Zanda, capogruppo al Senato: “Non si parli di stralcio della stepchild: il testo ha già subìto almeno 4 revisioni” (16.1). Giuseppe Lumia: “Non ci sarà nessuno stralcio. Il testo che contiene la stepchild adoption è equilibrato e in grado di avere il più largo consenso dell’aula” (4.2). Matteo Orfini, presidente Pd: “Tirare dritto con il testo Cirinnà. Non prendo in considerazione l’ipotesi che la legge non passi con anche la stepchild” (7.2). Ri-Zanda: “Avanti senza alcuno stralcio, passerà anche la stepchild” (8.2). Anna Finocchiaro, senatrice: “Ok stepchild. Da stralcio nessuna deterrenza a maternità surrogata” (9.2). Ri-Renzi ad Alfano: “La posizione del Pd non è per stralciare la stepchild” (14.2). Ettore Rosato, capogruppo alla Camera: “Si smetta di parlare di stralci: è in gioco un punto delicatissimo come la tutela dei minori” (15.2).

Roberto Speranza, sinistra Pd: “Non è immaginabile togliere la stepchild adoption” (17.2). Ri-Zanda: “Il gruppo Pd al Senato punta a portare avanti il ddl Cirinnà senza stralcio della stepchild adoption” (17.2). Ri-Cirinnà: “Se la legge cambia e diventa una schifezza, tolgo la firma e lascio la politica” (17.2). Luciano Pizzetti, sottosegretario alle Riforme: “La parola stralcio è una bestemmia” (18.2). Francesco Verducci, a nome dei 21 senatori “giovani turchi” Pd: “Chi parla di stralcio sa che renderebbe impossibile l’unità del Pd” (18.2).

Poi è bastato il fischio di padron Matteo col contrordine compagni, e tutti a cuccia: sì allo stralcio della stepchild adoption, evvai, evviva, che bello, è quello che abbiamo sempre sognato, com’è umano Renzi! In Vaticano hanno persino riaperto il Carnevale in piena Quaresima. Ma dove sono Scalfarotto, Zanda, Rosato, Speranza, Finocchiaro e Orfini con tutti i giovani turchi? E la Cirinnà, avrà già lasciato la politica? Si teme un rapimento, una rendition di massa modello Abu Omar. Forse Renzi li tiene segregati nelle segrete di Palazzo Chigi a pane e acqua con le omelie di Adinolfi dagli altoparlanti? Chi ha notizie faccia sapere. Intanto organizziamo le ricerche con i cani da valanga.

Ci piacerebbe tanto avere con noi l’impavido Francesco Merlo che, quando il M5S decise (come il Pd) la libertà di coscienza pur sposando in toto la legge, fremeva di sdegno su Repubblica contro “la giravolta di Grillo” che “si allea con Quagliariello in nomine Dei… nei tortuosi corridoi politici degli atti indecenti e nell’Italia delle sacrestie e dei campanili” contro “la civiltà europea della faticosa ma necessaria legge Cirinnà… la legge più moderna e più radicale che il Parlamento italiano possa approvare in materia di diritti civili, la sola che ci possa agganciare all’Europa”. Poi osservava sconsolato: “già si parla di ‘stralcio’, ‘emendamento’, di un altro ‘super canguro’, che è il lessico del rinvio, la più crudele pena inflitta all’Italia, condannata all’eternità dell’indolenza… alla morbidezza del peggio, al capriccio perverso dell’andreottismo, al rinvio come via italiana al vaffanculo”.

Ecco, ora che tutte queste belle cose le fa Renzi, servirebbe tanto la verve del Merlo. E invece niente, desaparecido anche lui. O forse, più semplicemente, stralciato.

Due italiani a settimana (nascono così)

“Io e Adriano finalmente padri, grazie ai soldi per l’utero in affitto”

Una coppia gay racconta la sua storia. Ma il fenomeno riguarda soprattutto gli etero. Un affare da 3 miliardi l’anno: secondo alcune stime, due italiani ogni settimana nascono così.

In famiglia. A destra Michele Falcone con il suo compagno Adriano Visinoni. Con loro, i due gemelli avuti dalla madre surrogata, la messicana Laura Hernandez.

di Andrea Malaguti – lastampa.it, 14 febbraio 2016
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ROMA. Di che cosa parliamo quando diciamo, sbrigativamente, «utero in affitto»? Di quale giro d’affari, di quali sofferenze, di quale modello genitoriale? E, soprattutto, è ancora possibile immaginare di fermare un processo globale che non solo è pienamente in atto, ma che, sommandosi alla procreazione medicalmente assistita, riguarda già milioni di persone, compresi – secondo stime attendibili – circa cento bambini italiani ogni anno con la sola gestazione per altri?
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GESTAZIONE PER ALTRI

«Spero che tutto si risolva. E che Dio offra la capacità di amare a queste persone piene di dubbi». Si affida all’Onnipotente la cattolica madre surrogata messicana Laura Hernandez e lo fa in un sms inviato all’avvocato Michele Falcone, fidanzato da 17 anni con l’organizzatore di eventi Adriano Visinoni.

Falcone e Visinoni convivono a Vimercate, in Brianza, e da quindici mesi sono diventati papà, anche se ufficialmente solo Michele può rivendicare il ruolo. In paese la loro famiglia è stata accolta bene, ma Laura è preoccupata perché il dibattito italiano sulla «gestazione per altri», o «utero in affitto» – come lo definisce chi trova la pratica spregevole – ha attraversato l’oceano. E lei si è spaventata. Che cosa succederà ai piccoli? Ve li porteranno via? Perché questo cardinal Bagnasco dice che «i bambini non sono un diritto»? «Noi siamo una famiglia e le famiglie si amano e si appoggiano», scrive Laura, che, stando all’analisi sgradevolmente sbrigativa del ministro Lorenzin sarebbe un’«ultraprostituta». È stata lei, infatti, a portare in grembo per nove mesi i gemelli di Michele e Adriano. Nei messaggi di questi giorni usa frasi brevi e secche e cerca un equilibrio, anche narrativo, perché sa che l’eccesso di melodramma può essere di cattivo gusto quanto la mancanza di compassione. «Chi dice che mi avete sfruttato è fuori strada. Il mio è stato solo un gesto d’amore». Davvero?

Per capire come si è arrivati a questo gesto d’amore è necessario allargare il quadro e chiedersi che cosa significhi spingere una donna – o due – a diventare madre per conto terzi. Una domanda che riceve risposte diverse a seconda dell’angolo del pianeta in cui viene posta e che alimenta un giro d’affari stimato ufficiosamente in tre miliardi di dollari l’anno, sostenuto all’80% da coppie etero e solo al 20% da coppie omo, anche se a dar retta al dibattito nostrano le percentuali sembrerebbero rovesciate.

STORIA DI MICHELE

Seduto in un bar nel centro di Milano, l’avvocato Falcone ordina un tè, mostra orgogliosamente la foto dei gemelli sul cellulare e racconta la sua storia perché ha capito da un pezzo che impegnarsi significa smettere di barare. «Da qualche anno sentivo questo bisogno di paternità. Ne ho parlato a lungo con Adriano e alla fine abbiamo scelto la gestazione per altri, perché per noi coppie gay l’adozione è preclusa. Siamo benestanti, dunque ci siamo mossi». Una ricerca cominciata su internet lo ha portato a mettersi in contatto con un istituto statunitense che opera in Messico. Lui ha messo lo sperma, soluzione che lo garantisce da qualunque contestazione legale, e una ragazza sudafricana, bianca, ha donato gli ovociti. «Ho scelto lei perché ha 28 anni e due figli. E aveva già fatto due volte un’operazione analoga. Mi ha colpito perché sul suo profilo spiegava quanto conti per lei la famiglia. Siamo ancora in contatto su Facebook. Ma soprattutto sono rimasto in contatto con Laura». Laura allora.

Trentadue anni, laureata in economia e commercio, due figli, un marito, un lavoro fisso. «I nostri bambini sono cresciuti nel suo utero. È stata un’esperienza bellissima. E la sua è stata una scelta consapevole. Un gesto d’amore, appunto. Non ho dubbi che i nostri figli da grandi andranno a trovarla in Messico». Arriva Adriano. È brizzolato, sottile, piuttosto elegante. Si siede. Guarda Michele. Danno l’impressione di amarsi bene.

I figli di Laura li considerate fratelli dei vostri gemelli? «No», dicono entrambi. Poi Michele aggiunge. «Vorrei solo che Adriano esistesse anche per la legge italiana come padre». Vi è mai venuto il dubbio di avere sfruttato le madri dei vostri piccoli? «Ci siamo fatti molte domande. Ma a questa la risposta è sempre stata: no. Ai gemelli in ogni caso racconteremo tutto». Il problema è che non esiste un «tutto» unico da raccontare.

I NUOVI GENITORI  

Il dibattito sulla liceità del ricorso alla gestazione per altri è ancora acerbo, soprattutto da noi, e costringe i biologi ad affrontare con difficoltà temi filosofici, i teologi a occuparsi maldestramente di scienza e la politica a rimbalzare da una posizione all’altra a secondo delle convenienze elettorali. Peccato che sia il mondo globalizzato, e in continua evoluzione, a imporre la propria agenda.

Nel suo ufficio di Bologna, il professor Carlo Flamigni, già ordinario di ostetricia e ginecologia e membro del comitato nazionale per la bioetica, nota che «nel 2015 la prima bambina nata da una fecondazione medicalmente assistita ha compiuto 37 anni. Quella che allora era considerata un’avventura eticamente discutibile dalle scienze biologiche oggi è un’esperienza che riguarda cinque milioni di esseri umani nel mondo».

Ogni anno, attraverso un milione e mezzo di trattamenti in laboratorio nascono 350 mila bambini e il paese che ha il maggior numero di centri specializzati è l’Italia (oltre 200 contro i 107 della Francia). «Siamo dunque di fronte a un nuovo paradigma, relativo non solo alla fertilità ma anche alla genitorialità», dice Flamigni.

Un nuovo paradigma che la gestazione per altri sta visibilmente allargando, introducendo una serie di controindicazioni e problemi (pratici ed etici) che solo una scelta legislativa condivisa, per lo meno a livello europeo, sarebbe in grado di contenere. «L’idea che la maternità o la paternità siano un istinto e non un sentimento è a mio avviso sbagliata. Basti pensare che in Gran Bretagna i brefotrofi nacquero nel Settecento perché il governo si stufò di trovare bambini morti per strada e che comunque all’interno di quelle strutture la possibilità di sopravvivere era pari al 10%. I genitori non avevano grande interesse per i figli evidentemente». Cambia la morale comune. Cambiano gli strumenti scientifici. Ed è facile immaginare che nel giro di qualche decennio i rapporti sessuali avranno una funzione sostanzialmente ricreativa e non più riproduttiva. Nel frattempo le decine di migliaia di persone che decidono di ricorrere alla surrogacy sono costrette a muoversi in una vera e propria giungla.

La legge sulle unioni civili spiegata in 90 secondi

IL MERCATO DEI CORPI  

«Una percentuale significativa di turisti della fertilità viaggia perché determinate forme di lavoro riproduttivo non sono accessibili nel paese d’origine», sostengono Melinda Cooper e Catherine Waldby, docenti australiane che per prime, in uno straordinario libro intitolato Clinical Labor, hanno valutato quanto e come la bioeconomia si sia sviluppata puntando soprattutto sul corpo delle donne, producendo questo giro d’affari miliardario al quale Michele Falcone e Adriano Visinoni hanno contribuito con quarantamila dollari. Centomila in meno di quelli che avrebbero speso se Laura Hernandez fosse stata nordamericana. Negli Stati Uniti infatti, dove la logica commerciale non solo è esplicita ma anche incentivata, il ricorso alla gestazione per altri costa mediamente 140 mila dollari. Ma può raggiungere livelli molto più elevati se la donna che mette a disposizione gli ovociti è particolarmente avvenente e laureata. A quel punto è lei a fare il prezzo, consapevole di far parte di un processo di selezione che punta a raffinare la razza. È tutto chiaro. Palese. Regolato dalla legge.

Antonio Brandi, presidente dell’associazione ProVita ritiene inaccettabile la pratica della gestazione per altri, considerandola una forma pericolosa di sfruttamento del corpo delle donne e gira l’Italia non solo per dire no alle coppie gay – introducendo un discutibile nesso tra utero in affitto e coppie omo – ma anche per mostrare il documentario vincitore del primo premio al Film Festival della California. Il documentario si intitola «Eggspolitation» e racconta le vicende di una serie di ragazze americane che vendendo ovociti hanno messo a repentaglio la vita a causa di emorragie, ictus e infarti. «È così che le grandi aziende fanno affari milionari sulla pelle, il sangue e la vita delle donne e dei bambini». Il documentario dice il vero. Ma non dice la verità. Che è più larga e complessa di così. Nei Paesi avanzati i livelli di sicurezza per le donatrici sono sempre più elevati. E i controlli ai quali devono sottoporsi sono costanti e sofisticati. È un problema di marketing, più che di salute. Una donna che sta male non è una buona pubblicità.

Tema un po’ meno sentito nei paesi dell’Est, dove le ragazze che mettono a disposizione il proprio utero lo fanno spinte da uno stato di necessità. «Dopo la caduta del muro le donne sono state espulse dal mercato del lavoro. E per garantirsi un’esistenza dignitosa hanno dovuto affidarsi al corpo», dice Flamigni. Tre le strade per metterlo a reddito: fare le badanti, prostituirsi, affittare uova e utero. Le giovani ucraine sono particolarmente richieste perché bianche, belle, forti e con gli occhi chiari. Perfette dunque per le facoltose coppie del Nord Europa. E anche per quelle italiane. «Secondo i nostri dati ogni mese in Ucraina nascono almeno tre o quattro bambini italiani», dice l’avvocato Franco Antonio Zenna, che lavora a Barcellona per un gruppo (Subrogalia) che si occupa di fornire tutela legale a chi decida di tentare questa strada. «Sia chiaro che noi non facciamo intermediazione. Diamo però assistenza alle coppie che ce la chiedono. In Spagna arrivano ogni anno circa 700 bambini grazie alla gestazione per altri». E in Italia? «Dati ufficiali non ce ne sono, non mi meraviglierei se i numeri fossero analoghi». In realtà i numeri sono molto più bassi. Le stime parlano di cento bambini circa.

LA SOLIDARIETÀ 

Esistono comunque due tipologie di maternità surrogata. Quella a pagamento e quella per solidarietà, che si basa generalmente su un legame affettivo o sociale tra la gestante e la persona o la coppia di genitori a cui verrà consegnato il bambino alla nascita. È lo schema che viene utilizzato in Gran Bretagna e in Canada dove alle madri surrogate viene riconosciuto un rimborso spese legato alla perdita temporanea del lavoro e alle necessità legate alla maternità. È la terza via che cerca di trovare la mediazione tra la commercializzazione spudorata statunitense e la messa a reddito dell’utero per necessità che avviene nell’Europa dell’Est. Il mercato esiste. È quotidiano. È possibile e giusto fermarlo o è normale e inevitabile regolarlo? «A me sembra che esista “la presunzione in favore della libertà”, come sosteneva J. S. Mill», dice il dottor Flamigni, ma è proprio su questa valutazione che il Paese si è spaccato , incapace di rispondere a due domande di ordine generale. La prima: se – come sostiene Bagnasco – «i figli non sono un diritto», che cosa raccontiamo ai cinque milioni di persone nate secondo modalità «non tradizionali»? La seconda, meno diretta, ma forse più significativa: siamo in grado di mutare le opinioni ereditate dall’etica tradizionale considerando che la vita nascerà con sempre maggiore frequenza da meccanismi che nulla hanno a che vedere con l’unione fisica tra un uomo e una donna?

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IL CASO Per le adozioni particolari la legge c’è daL 1983: si applica 500 volte l’anno

Il sesso dei genitori

Lo psicologo: “Il sesso dei genitori? Irrilevante. L’idea di coppie gay con figli è ancora tabù”

Mentre prosegue il dibattito sulla stepchild adoption, Antonino Ferro, presidente della Società psicoanalitica italiana, spiega che, in realtà, “la buona crescita di un bambino non dipende dal sesso dei genitori . Il problema è che il cambiamento ci terrorizza, per questo persiste una forma di apartheid verso gli omosessuali”.

di Susanna Turco – Espresso.repubblica.it, 9 febbraio 2016
Lo psicologo: Il sesso dei genitori? Irrilevante. L'idea di coppie gay con figli è ancora un tabù
La politica che affronta le unioni civili ci si contorce sopra, i contrari alla stepchild adoption sparano tutte le loro cartucce, il fronte teocon attacca persino l’ospitata sanremese di Elton John, paventando addirittura che essa – invece che in canzoni – si risolva in “una pubblicità sull’utero in affitto”. Ma il curioso è che, se si chiede lume ai tecnici, agli esperti, a chi tutti i giorni si confronta con le spine della psiche, il problema della “tutela dei bambini” nelle coppie omossessuali viene azzerato di colpo. Cambia completamente faccia. “Che i genitori siano omo o etero non rileva: il loro sesso biologico è un elemento assolutamente inessenziale, per la buona crescita di un bambino”, spiega Antonino Ferro, psichiatra, psicologo, presidente della Società psicoanalitica italiana, libri tradotti in dieci lingue. Il problema, spiega, nasce da tutta un’altra parte: dal fatto che “si fatica ad accettare il cambiamento, la novità che ci siano genitori dello stesso sesso”. Così, mentre la politica annaspa sul ddl Cirinnà aggrappandosi alla libertà di coscienza, Ferro traccia a titolo personale una traiettoria problematica completamente diversa. Con una conclusione: “Una legge che istituisca le unioni civili, consentendo l’adozione interna alla coppia, porterebbe a una normalizzazione di quei legami: e questo avrebbe risvolti positivi, anche per i figli di quelle coppie”.

Professore, cominciamo dalla domanda di fondo: ci sono differenze tra genitori omo ed etero?
“Il sesso biologico dei genitori è un elemento assolutamente inessenziale. Più che l’essere uomo o donna, quello che conta in una coppia genitoriale è l’attitudine mentale, la capacità di svolgere le funzioni paterne (la legge, l’ordine) e materne (l’accoglienza, l’affettuosità). Se una coppia funziona in una maniera mentalmente eterosessuale, se al suo interno c’è chi svolge la funzione materna e chi quella paterna, non vedo alcuna differenza che riguardi il sesso biologico dei suoi componenti. Perché non è da quello che dipende l’equilibrio complessivo della coppia, e dunque la crescita del bambino”.

Vale per qualunque coppia?
“Certo, anche per le coppie di genitori eterosessuali: non è detto che la funzione paterna sia svolta dal padre, e quella materna sia svolta dalla madre. In tante famiglie può accadere l’inverso, essere la madre normativa e il padre affettivo. L’importante è l’insieme”.

Esistono studi sufficienti a dire che non esistono differenze?
“Svariati, e anche noti. Ad esempio quelli dell’Associazione psicoanalitica e della Società pediatrica americane che, basandosi su vasti numeri, dicono che non c’è differenza. Il figlio di una coppia omosessuale ha un processo di  crescita del tutto equiparabile al figlio di una coppia etero”.

E allora perché ci sono tanti dubbi sulla capacità genitoriale delle coppie gay?
“Per un motivo squisitamente umano. Perché siamo conservatori, vogliamo stare in poltrone comode, in cose che già sappiamo, e ogni cambiamento è visto, sempre, come una cosa terribile. Cosa è stato detto ai tempi del divorzio? Che sarebbe stato una catastrofe, la fine della famiglia. Siamo una specie che fa fatica ad accettare il nuovo. Abbiamo la tendenza a voler essere scarafaggi”.

Che c’entrano gli scarafaggi?
“Lo diceva la Montalcini. Gli scarafaggi sono perfetti, infatti non hanno avuto nessuna mutazione, nessuna evoluzione in migliaia di anni. Invece per fortuna, per noi umani le cose cambiano, in continuazione. La realtà comunque si muove: possiamo rallentare il cambiamento, far soffrire delle persone, ma non impedirlo”.

Gran parte della controversia si è concentrata sulla stepchild adoption. Mi sa dire come mai?
“Dal punto di vista numerico è insensato. Ho letto che le coppie omosessuali sono qualche migliaio, quelle di cui si pone la problematica dell’adozione sono circa cinquecento, in tutta Italia. Cioè è una problematica che riguarda davvero pochi. E allora perché questa angoscia?”

Perché?
“Anche lì, è come se la nostra specie possa fare le cose a piccoli passettini, ogni cambiamento è una specie di via crucis. E l’idea che un bambino possa essere cresciuto da una coppia omosessuale rappresenta in qualche modo un tabù più forte anche dell’idea che esista una coppia omosessuale riconosciuta”.

Un problema di accettazione della diversità?
“È come se dovesse continuare ad esserci un apartheid nei confronti degli omosessuali. Cinquant’anni fa si arrivava a licenziarli. Adesso si è riusciti a concepire che possano essere riconosciuti come unione. Sì, ma – come nell’apartheid – quelle coppie non possono prendere l’ascensore: devono fare le scale a piedi. Ma perché?”.

Chi è contrario alla stepchild adoption, dice che è “per tutelare l’interesse del bambino, che ha diritto a una famiglia naturale composta di una mamma e un papà”.
“Ma è una cavolata atroce. E quindi, un bambino cui muore uno dei due genitori omosessuali, dovrebbe andare a vivere in un altro nucleo familiare, o in un istituto, piuttosto che restare tra le sue abitudini e i suoi affetti? Qui non invocherei neanche la psicoanalisi, ma un buon senso minimale. Parliamoci chiaro: immaginare un percorso del genere è una forma di sadismo”.

E perché, scusi, non esiste la famiglia naturale?
“Scambiamo sempre per famiglia naturale la famiglia della cultura in cui viviamo. Abbiamo la fissazione di pensare che è naturale ciò che accade da noi. Ignoriamo il fatto che esistono realtà culturali completamente diverse, nelle quali “naturale” – a voler usare proprio quest’aggettivo – significa tutt’altra cosa”.

C’è dell’altro, dietro la difficoltà ad accettare l’adozione da parte delle coppie omosessuali?
“Certo che c’è. Perché il passo successivo sarà la donazione degli spermatozoi e l’utero in affitto”.

Mi sembra di udire da qualche parte un Giovanardi che gioisce. Lo sente anche lei?
“Sì lo so, oggi guai a parlare di utero in affitto. Cinquant’anni fa, non potevamo trapiantare il cuore: al primo trapianto si disse “non si può scherzare col cuore, e i sentimenti allora?”. Adesso ci sono i donatori di reni e nessuno si scandalizza”.

Beh ma un feto non è un organo.
“Certo: l’utero, la fecondazione, la nascita. Ma, se la guardiamo con occhi tranquilli, non mi turba. Sarà che, con il lavoro che faccio, non faccio altro che dare in affitto la mia mente, perché accolga i pensieri degli altri, che poi vengono restituiti ai pazienti. Dunque fatico a scandalizzarmi. Vedo l’utero in affitto come una delle evoluzioni future della scienza, della psicologia, della ginecologia. D’altra parte, il feto non ha un legame affettivo con la placenta: ha un legame con certi parametri biologici, con certe funzioni di base che una certa signora ha. La mammità e la papità è la situazione affettiva che si crea dopo la nascita, non prima. Dunque se la tecnologia porta anche a questo, perché no? Capisco che terrorizzi, e che sia difficile accettarlo. Ma un motivo serio non c’è”.

Con la coscienza degli altri

Unioni civili, l’arte di non scegliere

Mappe. Pd e M5s lasciano la decisione ai parlamentari: l’analisi della composizione del loro elettorato spiega perché.

di Ilvo Diamanti – Repubblica.it, 9 febbraio 2015

Sulle “unioni civili” il Pd e il M5S – o meglio, Renzi e Casaleggio – scelgono di non scegliere. Decidono di lasciar decidere al Parlamento e ai parlamentari. Magari con voto – in alcuni casi – segreto. Perché, al momento del voto (segreto), “solo Dio ti vede”, come recitava uno slogan in occasione delle elezioni del 1948. D’altronde, il testo di legge sulle Unioni Civili arriva in Parlamento dopo mobilitazioni di segno opposto. In piazze dove campeggiavano bandiere alternative. Da un lato, le bandiere arcobaleno, agitate dai sostenitori delle unioni di “diverso gender”. Dall’altro, i vessilli e le parole d’ordine del Family Day. Secondo i quali le unioni civili non sono famiglie. E, se dello stesso sesso, non possono adottare bambini.

Ebbene, gli elettori del Pd come quelli del M5S erano, presumibilmente, presenti in entrambe. Comunque, le hanno guardate con eguale attenzione. Perché il Pd di Renzi e il M5S sono, entrambi, “partiti di massa”. Per ampiezza e per composizione della base elettorale. Non solo in termini di struttura sociale, ma anche sotto il profilo dell’orientamento politico. Nel Pd (Demos, novembre 2015), per quanto prevalgano le componenti di centrosinistra e di sinistra (70%), il peso degli elettori di centro e di centrodestra (meno aperti sui temi etici e della famiglia) è significativo. Ma soprattutto risulta estesa la quota di elettori che dichiarano una pratica religiosa “regolare”: quasi il 38%. Nella base del M5S, la frequenza alla messa (Demos, gennaio 2016) è meno ampia, ma comunque significativa. Raggiunge, infatti, il 26%. Ma il peso degli elettori di centro e di centrodestra raggiunge il 30%. Circa il doppio al Pd. Peraltro, il 44% degli elettori del M5S e il 56% di quelli del Pd esprime (molta o moltissima) fiducia nei confronti della Chiesa (Demos, dicembre 2016).

È per questo che, di fronte a temi eticamente sensibili, fra i gruppi dirigenti di entrambi i partiti prevale la prudenza. In particolare, quando si tratta di famiglia. D’altra parte, i risultati di un sondaggio condotto da Demos alcuni mesi fa spiegano in modo eloquente come qualsiasi posizione netta, sull’argomento, possa suscitare malessere e disagio fra gli elettorati dei due partiti. Di fronte all’idea di “riconoscere il matrimonio gay”, infatti, la popolazione italiana si presenta divisa. Meno del 52% si dice d’accordo. Una quota che sale circa al 60% fra gli elettori del Pd, ma si ferma al 51% fra quelli del M5s. I cattolici praticanti, che vanno a messa regolarmente, peraltro, si dicono contrari, in quasi due terzi dei casi. Così, qualsiasi scelta esplicita e decisa, da parte dei due partiti, in merito alle unioni civili, rischia – o meglio: ha la certezza – di sollevare dissensi. Di incontrare forti dissensi. Perché 4 elettori su 10, nel Pd, e quasi metà, nel M5S, sono, presumibilmente contrari. Senza considerare che la questione delle adozioni, da parte delle coppie gay, solleverebbe riserve e dissensi molto più ampi. Così, non c’è scelta con-divisa, fra i due elettorati, su questi argomenti. Come sanno i dirigenti dei partiti. Non per caso, si dice che la non-scelta “decisa” da Casaleggio sia avvenuta dopo aver consultato uno specialista di indagini demoscopiche come Roberto D’Alimonte. Ma i leader del Pd dispongono, a loro volta, di indagini ricorrenti e aggiornate, condotte da pollster affidabili.

Così, in questo caso, risulta chiaro come non vi sia possibilità di prendere una decisione netta senza lacerare la maggioranza parlamentare. Ma, soprattutto, la propria base elettorale. Senza alienare una parte di consensi. Perché i temi in questione investono direttamente la sfera dei “valori non negoziabili”. Sui quali, come ha rammentato Ezio Mauro di recente, il silenzio dei laici è fragoroso. In questo caso come e più di altri.

Così, i leader dei due partiti scelgono di non scegliere. Decidono di non decidere. O meglio, lasciano la scelta alla coscienza dei parlamentari. Che ciascuno di loro si assuma le proprie responsabilità. Mentre Renzi e Casaleggio che, come Grillo, non siedono in Parlamento, potranno ribadire la propria irresponsabilità. In casi come questi, conviene sempre affidarsi alla coscienza. Altrui.

Madre per altri

La scelta di Kathy, «un regalo speciale»

Intervista. Le ragioni che hanno spinto una donna americana a decidere di partorire una bimba per una coppia che non può avere figli.

di Luca Tancredi Barone – ilmanifesto.info, 1 febbraio 2016

C’è un fantasma che ieri si aggirava per il Circo Massimo. È lo spauracchio che brandiscono le famiglie «canoniche», la minaccia che mina i pilastri della società italica maschia, ordinata ed eterosessuale. È il male assoluto che temono uomini e donne di destra e di sinistra, eterosessuali e anche molti e molte omosessuali. Ha la faccia di Kathy, trentanovenne statunitense, acconciatrice ed estetista, due figlie di 9 e 6 anni, un marito italiano. E un sorriso bellissimo. Lei ha scelto di essere una gestante per altri, una madre surrogata. Le tre parole che secondo lei definiscono le persone che decidono di fare la sua scelta sono «altruismo, orgoglio, regalo».

Perché ha deciso di prestarsi a portare in grembo il figlio di qualcun altro?
C’è una cosa che unisce me e mio marito: la voglia di aiutare gli altri, di restituire alla società qualcosa in cambio di tutte le opportunità che abbiamo ricevuto dalla vita. Ognuno ha scelto di farlo a modo suo. Essere gestante per altri è una cosa speciale che possono fare solo le donne. Sapevo che non desideravamo altri figli per noi. L’esperienza delle mie gravidanze mi era piaciuta. Durante la mia vita ho conosciuto moltissime coppie frustrate per le loro difficoltà ad avere figli. E ho un’amica del liceo che lo ha fatto, leggere il suo blog mi ha ispirato.

Che bisogna fare per diventare gestanti per altri?
Io mi sono rivolta a un’agenzia. Negli Stati Uniti ce ne sono decine. Io ne ho scelta una che lavorava localmente con madri e coppie del Texas e gestita da una donna. Bisogna fare domanda, superare una serie di esami psicologici, fisici ed economici. Ovviamente vogliono che tu sia fisicamente sana, ma anche che sia una persona equilibrata, capace di saper gestire le difficoltà – a volte ci vuole del tempo per rimanere incinta -, di saperti mettere in relazione con gli altri – perché dovrai mantenere un rapporto con i futuri genitori durante tutto il processo -, che abbia già avuto figli, e che non abbia alcuna difficoltà finanziaria o bisogno di denaro.

Come ha incontrato i futuri genitori?
La prima coppia che ho incontrato era una coppia eterosessuale. All’inizio, ti ci fanno parlare per telefono, poi ti incontri da qualche parte per chiacchierare. Ma con quella coppia non c’è stata chimica. Il marito era simpatico, ma la moglie era troppo ossessiva. Avevo l’impressione che avrebbe voluto controllare la mia vita, quello che mangiavo, quando riposavo. Così ho chiesto all’agenzia di farmi incontrare una coppia gay, perché mi sembrava che così nessuno avrebbe voluto amministrare il mio corpo. Per me è importante stabilire una relazione di fiducia: fai quel che è giusto, ci fidiamo. Dopo una settimana ho incontrato questa coppia di papà: tra l’altro, uno dei due è italiano, all’agenzia sembrava l’accoppiamento ideale con noi. Una donatrice anonima ha fornito gli ovuli, ed è nata una bella bambina 11 mesi fa.

Lo rifarebbe? Com’è stata l’esperienza?
Dal punto di vista emotivo e mentale, bellissima. Fisicamente invece ci sono state delle complicazioni gravi alla fine della gravidanza. Tanto che è finita con un’isterectomia, per cui non lo potrei rifare, no.

Un trauma, quindi.
Ci siamo spaventati quando abbiamo saputo che la placenta era cresciuta fuori dall’utero e che questo avrebbe potuto mettere in pericolo la mia vita. Mi hanno costretto al riposo assoluto. È durata tre settimane, fino al parto che è stato anticipato per questo. C’è stata una convalescenza più lunga che per un cesareo normale, ma si sono tutti presi cura di me, anche i papà della bimba. Io davo loro il latte – anche se questa è una scelta libera di ciascuna gestante – e loro mi portavano i pasti in ospedale. Ma, spavento a parte, l’esperienza è stata comunque molto bella.

Come lo ha spiegato a suo marito e alle sue figlie?
Con mio marito è stato facile: condivide il desiderio di aiutare chi ne ha bisogno. Con loro anche: ho dato loro una spiegazione molto concreta. Farò crescere un bimbo che non è mio per una famiglia che non lo può fare. Alle poche domande che hanno fatto, abbiamo risposto con tutta la precisione necessaria. Abbiamo anche spiegato la scienza che c’è dietro, che un dottore ha messo assieme le cellule e le ha messe dentro di me. Ora la adorano, e la trattano come una cuginetta.

Quindi mantenete i contatti con loro?
Certo. Sono una coppia bellissima, siamo diventati molto amici. C’è un’ammirazione reciproca. Loro, molto affettuosi, mi definiscono addirittura la loro hero. Li capisco, chiunque faccia questo regalo a una coppia sterile diventa il loro eroe.

E gli amici, come hanno reagito?
In generale, bene. Solo una mia amica, il cui marito è stato adottato, mi ha chiesto: perché non adottano invece di ricorrere a questa tecnica? Ma a parte lei, gli unici problemi sono venuti dal lato italiano della famiglia. Hanno fatto un sacco di domande. Sono sicura che non erano del tutto sinceri con me – penso che non abbiano capito davvero tutto il processo, anche se non mi hanno mai criticata apertamente. Ma i silenzi a volte possono essere molto espliciti.

Ci sono molte donne che credono che sia una violenza separare un figlio dalla madre biologica, e che prestarsi a portare il figlio di altri sia una forma di schiavitù femminile.
Mi sembra ridicolo. Non stai separando nessuno dai suoi genitori, non lo penso io e non lo penserà neppure lei quando crescerà. Non perché sia uscita dal mio grembo necessariamente ha a che vedere con me. La sua famiglia lei ce l’ha. Quanto alla schiavitù. Ovviamente, c’è una linea sottile. Sì, sono stata compensata anche io. Ma le dirò una cosa: la fatica non vale proprio i soldi che ti danno! All’inizio devi sottometterti a iniezioni dolorose per dieci settimane. Prendere farmaci e ormoni. Poi la fatica della gravidanza. E magari, come nel mio caso, finisci col rischiare la vita. Nessuna quantità di denaro ti ripaga per tutto questo. Ci saranno persone che lo fanno per soldi, non lo so. Ma la maggior parte delle persone lo fa per altri motivi. Quanto ai soldi, io la vedo così. Se esci la sera e devi prendere una baby sitter, o devi mandare tuo figlio all’asilo, paghi qualcuno per prendersi cura di tuo figlio o tua figlia. Per me è lo stesso per la surrogazione: paghi una persona perché si prenda cura di tuo figlio per nove mesi e per assicurarti che prenda tutte le precauzioni possibili per non fargli del male.

C’è una regolamentazione giuridica per tutto ciò?
Oh sì! Prima ancora di cominciare devi firmare 200 pagine di contratto legale, in cui c’era scritto che io ero solo responsabile di prendermi cura di me stessa. Nel contratto si esplicitava tutto. Per dire, loro avevano l’obbligo di identificare 3 persone di backup disposte a prendere in adozione il bambino nel caso fossero morti in un incidente prima del parto. È tutto molto controllato per proteggere la portatrice, i genitori e anche il bambino.

Sa che in Italia qualcuno ha proposto di condannare con due anni di carcere e un milione di multa chiunque faccia uso di questa tecnica per ottenere un figlio?
Sono basita. Pensa che, nel nostro caso, il papà “principale”, quello che è apparso subito sul certificato di nascita del bimbo, è proprio l’italiano. Ma lo trovo anche interessante. Nella mia agenzia, ho conosciuto una donna che venne dall’Italia e che finse con la sua famiglia di essere rimasta incinta negli Stati Uniti. Tornò a casa con il bimbo, senza raccontare come l’aveva avuto davvero. Mi era sembrato curioso. Ora la capisco molto meglio.

***

«Perché io, donna e studiosa, dico no alle “madri in affitto”»

Daniela, la rappresentante per l’Italia al convegno mondiale che ha chiesto il divieto dell’utero in affitto: «La madre è quella che partorisce. Così si crea un mercato di bambini».

di Chiara Pizzimenti – vanityfair.it, 6 febbraio 2016

«La madre è quella che partorisce, punto. Non si può creare un mercato di bambini». Daniela Danna è forse la maggiore esperta italiana sulla maternità surrogata. Ricercatrice all’Università degli studi di Milano e insegnante di politica sociale, era a Parigi a rappresentare l’Italia al convegno sull’utero in affitto.

Il tema, è bene ripeterlo, non è inserito nel disegno di legge Cirinnà che regolamenta le Unioni Civili. Queste pratiche sono peraltro vietate in Italia dalla Legge 40. Eppure si parla più di questo argomento che degli articoli effettivamente presenti nel testo. «Forse unioni civili e stepchild adoption andavano separate. Così il testo sarebbe stato meno attaccabile sulla questione della maternità».

Lei era a Parigi all’incontro organizzato per dire no alla maternità surrogata.
«Abbiamo chiesto a tutti gli Stati di non permettere questa forma oppressiva con contratti perché va contro le basi della civiltà. Non può esistere un obbligo economico e giuridico di questo tipo».

Qual è secondo lei il rischio?
«Che la donna diventa una “fattrice contrattualizzata”, attrice di un mercato di bambini».

Come in India?
«Sì, un Paese con una grande disuguaglianza sociale, direttamente proporzionale alla possibilità di pagare una donna un’inezia per portare a termine una gravidanza. La donna non compare sul certificato di nascita e non può rivendicare la continuità alla crescita del figlio o della figlia».

Chi è secondo lei la madre?
«La madre è colei che resta incinta, anche con una fecondazione extracorporea, e poi partorisce. Nella gestazione il neonato o la neonata in divenire non hanno cognizione della madre biologica, della donatrice dell’ovulo, ma di chi li sta portando. Poi le madri possono essere più di una, una sociale e una biologica».

Nel suo ultimo libro, Contract Children. Questioning Surrogacy, lei spiega che in italiano sostituirebbe il termine «surrogata» con «maternità per altri».
«Sì, è la promessa che una donna fa ad altre persone di portare a termine una gravidanza e lasciare poi il bimbo alla cura di queste persone».

Se una persona senza contratto, per libera scelta, volesse partorire per altri, per lei sarebbe fattibile?
«Assolutamente sì a una gestazione per altri che sia etica, cioè libera, volontaria e gratuita».

 

#FamilyEveryDay

Noi due, mamme per sempre, vi raccontiamo il nostro Family Every Day

di Giuseppina La Delfa, fondatrice ed ex presidente di Famiglie Arcobaleno – huffingtonpost.it, 30 gennaio 2016 

Il nostro #familyday è iniziato alle 7 perché la sveglia di Lisa è suonata come ogni giorno e si è infilata nel bagno per prepararsi. Lei ha 12 anni e mezzo e fa la seconda media. Il sabato è l’unica che esce per andare a scuola. Anche se cerca di non fare rumore, Andrea Giuseppe, il suo fratellino di 3 anni, si è svegliato lo stesso e ha voluto scendere con lei. Raphaelle, come tutte le mattine, si è alzata per preparare la colazione ai suoi figli e fare due chiacchiere con Lisa prima che lei lasci la casa. Io continuavo a sonnecchiare ma sentivo i rumori della cucina. Andrea che vuole il suo solito yogurt greco con lo zucchero di canna e Lisa che esce e torna poco dopo perché ha ancora dimenticato qualcosa. Poi è corsa davanti al cancello ad aspettare il pulmino insieme a Alessia, la sua amica del cuore, che vive a 100 metri da casa. Hanno fatto insieme tutte le scuole fin dalla scuola dell’infanzia. Qui in paese. Siamo fortunate, a Santo Stefano abbiamo tutte le scuole: infanzia, elementari e medie. In ogni classe al massimo sono 15 e sono stati seguiti molto bene e hanno anche avuto parecchi ottimi insegnanti e noi genitori ne siamo ovviamente felici.

Mentre Lisa e Alessia salgono al paese per le loro 5 ore di lezione, Raphaelle ha preparato la pasta di sale, così Andrea ha giocato un bel po’ con gli attrezzi per la plastilina. Sono scesa alle 9. Nel frattempo Andrea è salito due volte per dirmi che mi amava e per darmi un bacetto. È felicissimo: oggi e domani non va a scuola. Da un po’ di tempo ogni mattina è un piccolo dramma, la sua maestra preferita si è rotta un piede e per un mese non è potuta venire. Aspettiamo tutti con ansia che torni la settimana prossima. Ma oggi niente scuola e lui sembra essere in paradiso. Quasi fiero mi ha portato in camera sua e mostrandomi il disordine che in due ore era riuscito a fare, mi dice un po’ fiero e un po’ a disagio “tu as vu ? Quel bordel!” (visto che casino!): non cerco di riprenderlo per la parola volgare in francese, lo dico io, perché lui no!

Dopo la mia colazione insiste perché costruisca con lui una casetta coi lego. Non ho molto voglia, vorrei guardare con l’iPad a che punto stanno quelli dell’Infamily day e spero con tutte le forze che, come l’altra volta, venga giù il diluvio universale. Non ci posso credere! Come è possibile che migliaia di persone si prenderanno la briga di riunirsi per proferire concetti fuori dal tempo e odio verso delle persone che hanno l’unico torto di volersi prendere impegni seri verso le persone che amano?? Ma niente, Andrea insiste e io non posso dire di no. Ecco, siamo per terra nel salotto a costruire la fattoria coi lego. Ricordo che le nostre amiche Costanza e Monia l’avevano regalata a Lisa 10 anni prima. Niente da dire, coi Lego vai sicura. Sono convinta che ci giocheranno anche i figli dei nostri figli.

Devo pensare al pranzo. Oggi preparo filetto di merluzzo con ratatouille. So che i ragazzi ci rovineranno il pranzo se non penso a un’alternativa per loro: passerò la ratatouille e la servirò loro con del riso. Così mangiamo tutti in santa pace. Andrea ora disegna. Preparo il pranzo e Raphaelle contatta i suoi colleghi docenti per preparare i prossimi progetti per l’Università.

Alle 13.10 tornerà Lisa. Andrea correrà alla porta e lei lo abbraccerà dicendo amorevolmente “cucciolo”. Poi ci racconterà le notizie della scuola. Ieri ha preso 8 in matematica ed era super felice e oggi la prof di italiano deve restituire il compito fatto la settimana prima. Ci dirà di Jenny che parla sempre, di tizio che non ha studiato, del prof x che non fa capire nulla, ecc…

Dopo pranzo si metterà al piano per studiare un valzer di Chopin che deve fare sentire martedì pomeriggio alla sua insegnante di piano. È a buon punto e sento quanto è orgogliosa di sé quando ce l’ha fatta, dopo tanti sforzi. Poi i compiti, e dopo ancora verrà Alessia e si metteranno nel salotto per ripetere un balletto per la festa di Carnevale che stanno organizzando per l’8 a casa nostra. Abbiamo invitato tutti gli amici della seconda media. Verranno con un dolce e passeranno il pomeriggio a ballare e cantare col karaoke. Il tema è paillettes e disco. Sono impazziti tutti quanti e si divertono solo a pensarci.

Io e Andrea faremo una passeggiata in campagna. Adora correre. Deve correre. E io mi tengo in forma cercando di seguirlo. Poi guarderà un film per bambini mentre io mi metterò alla mia lezione d’inglese on line. Raphaelle correggerà qualche compito o leggerà.

Alle 19, dopo esserci preparati, andremo a Salerno per cenare con nostri carissimi amici. Invito tutti al Greco: è stato il mio compleanno e come regalo volevo andare a cena fuori per cambiare. Andrea non sta nella pelle: vedrà Francesco e Michele, i suoi zii acquisiti che adora. E Lisa non vede l’ora di ordinare una grigliata gigante. Dopo faremo una lunghissima passeggiata sul lungomare di Salerno ammirando le luci della costiera e godendo di questo tiepido inverno.

Al ritorno, Andrea e Lisa crolleranno in macchina. Dovrò caricarmi il piccolo che fa 17 chili per le scale e perderò un paio di etti per farlo. Lisa brontolando salirà in camera sua e prima di dormire, come sempre da quando parla, chiederà a sua mamma Raphaelle di dirle la frase magica che la tranquillizza, e poi mi prenderà per il collo per dirmi che mi ama. E questa fa passare in un attimo tutte le volte che alza la voce o parla male o fa l’antipatica.

Noi due, le loro mamme per sempre, andremo a dormire, felici di crescere questi due figli adorati e sapendo con chiarezza che siamo davvero fortunate e pregheremo il caso, la vita, il destino che questo non ci venga mai tolto.

E domani sarà un altro giorno. #familyeveryday.

***

di Roberto Saviano, pagina fb

Quando si impedisce all’amore di avere una forma riconosciuta dalla comunità, gli si impedisce il diritto di esistere. Questo oggi è il Family day, una manifestazione contro il diritto di amare che costringe alla clandestinità.

Io mi riconosco in queste parole: “Appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e ritengo che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro – politico, giuridico o economico – in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura”.

1960, Ernesto Rossi, intellettuale antifascista.

Lo sciopero confessionale

segnalato da Barbara G.

Scusate se torno sul tema… “Inquisizione spagnola”, ma avendo un figlio in età scolare trovo allucinante che si possa anche solo pensare di scioperare contro la scuola a causa della “teoria gender”. Spero che i presidi, nel limite dei regolamenti, non accettino le giustificazioni per assenze di questo tipo.

La notizia qui

Le unioni civili ombardate dallo sciopero confessionale nella scuola del 4 dicembre

di Aurelio Mancuso – huffingtonpost.it, 19/10/2015

Il papato di Francesco sta scaldando gli animi da più parti, soprattutto a sinistra si continua a pensare che sia in atto una rivoluzione cattolica grazie alla buone parole di una personalità indubbiamente fuori dagli schemi, che però non ha alcuna intenzione di mettere in discussione la dottrina, solamente la sua narrazione.

A queste pur minime aperture (il linguaggio è comunque un fattore importante) si oppongono strenuamente molte fazioni interne alla gerarchia e ai movimenti laici. A farne le spese maggiori nel suolo italico sono i diritti civili, così che una già moderatissima e arretrata legge sulle unioni civili è oggetto di una campagna eversiva da parte di un coagulo di forze confessionali, delle varie destre politiche e sociali, della gerarchia cattolica.

La teoria del gender, l’utero in affitto, la dissoluzione della famiglia tradizionale, sono i cardini propagandistici su cui questo potente movimento intende poggiare la sua guerra senza quartiere, affinché il ddl Cirinnà naufraghi in primo luogo in Senato, dove si gioca tutto, perché alla Camera la maggioranza a disposizione sarebbe amplissima.

L’indizione dello sciopero del 4 dicembre, che chiede a tutte le famiglie italiane di non mandare i figli a scuola per protestare appunto contro l’inesistente invasione del genderismo negli istituti scolastici, è un arma evocativa importantissima, cui per ora non si opposto nessuno.

Silenzio dei sindacati del comparto, che da tempo hanno perso qualsiasi funzione a difesa della scuola pubblica, della laicità e pluralismo. Silenzio da parte delle grandi associazioni cattoliche tipo le Acli o Azione Cattolica, che non hanno aderito all’ultimo family day. Silenzio dei tanti intellettuali e personalità cattoliche impegnate contro le discriminazioni e per il dialogo. Il potere reazionario di questo sciopero, trae le sue fondamenta in una mai sopita storica avversione di un certo cattolicesimo nei confronti dello Stato democratico, sentimento che dall’Unità d’Italia si è ripresentato in diverse forme.

Oltre a domandarsi da dove arrivano tutti questi soldi che permettono una campagna martellante sui media, con l’acquisto di paginate sui maggiori giornali, l’organizzazione di centinaia di manifestazioni, produzione di materiali di tutti i tipi, è interessante chiedersi se dietro a questo movimento non ci sia il Vaticano, o perlomeno pezzi potentissimi della Curia.

Sui finanziamenti, essendo in piedi in questo paese il meccanismo truffaldino dell’8xmille, non stupirebbe, che come ai tempi del referendum sulla legge 40, siano anche oggi utilizzati a man bassa soldi che allora Ruini seppe ben dirottare dalle tasse degli italiani, indebitamente incassate, dalle opere di bene ai comizi contro le libertà.

Al netto della poetica buonista di Francesco, si sta disvelando uno dei timori che pochi commentatori cercarono di spiegare al tempo della sua elezione, ovvero che la ristrutturazione bergogliana altro non sarebbe stata che una rinfrescata alle pareti esterne dei sacri palazzi. Matteo Renzi sembra per ora resistere e, speriamo che continui ad avere come stella polare il suo dovere di governare un paese democratico e non di rispondere a una gerontocrazia maschilista, gelosa di un potere di interdizione, che ha avuto l’effetto di nascondere i disastri morali e organizzativi prodotti dalla Cei negli ultimi decenni.

Per tutto questo appare impari il contrasto, che pure con generosità, a tratti con ingenuità ed errori tattici, l’articolazione delle associazioni lgbti tenta di produrre rispetto a questa enorme crociata contro le libertà e i diritti delle famiglie omosessuali. Chi in questo paese avverte il pericolo che per l’ennesima volta non si approvi una legge sulle unioni civili? Chi non capisce che lo scontro non è tra laici e cattolici (come vorrebbero far intendere i promotori della campagna contro il gender), ma tra reazionari e democratici? E’ evidente che per ora la risposta sia praticamente inesistente o debole, non si versino però, con il senno di poi, lacrime di coccodrillo.

Il cammino dei diritti

segnalato da Barbara G.

CAMMINO DEI DIRITTI, TANTI PASSI PER L’UGUAGLIANZA

Il 15 agosto 2015 è partito il Cammino dei Diritti.

Da Torino a Roma, a piedi, per chiedere diritti per le coppie di fatto. Arrivo a Roma previsto: 20 settembre 2015

14 settembre 2011: Rossana Podestà, compagna per trent’anni dell’alpinista esploratore Walter Bonatti, viene allontanata dalla rianimazione di un ospedale romano (“tanto lei non è la moglie”).

24 maggio 2014: un mio caro amico muore di cancro. Il compagno di una vita non può autorizzare l’espianto delle cornee perché “non è un parente”, con grave danno per la collettività.

Questi sono solo due tra i numerosi episodi di ingiustizia sociale che continuano a succedere nel nostro Paese, che non vuole dare tutele alle coppie di fatto, spesso invocando la priorità, quando non l’esclusiva nelle scelte, alla sola famiglia tradizionale.

Dal Dopoguerra ad oggi, tutti i Governi che si sono succeduti hanno colpevolmente ignorato i diritti di milioni di persone.

Questo Cammino dei Diritti vuole sensibilizzare l’Opinione Pubblica e chiedere al Governo Italiano:

  • una legge che garantisca alle coppie di fatto di qualsiasi orientamento sessuale, diritti equiparabili a quelli delle coppie sposate (possibilità di stare accanto al proprio compagno in ospedale, reversibilità della pensione, ecc.)
  • una legge che garantisca alle coppie dello stesso sesso che lo desiderano, di potersi sposare civilmente

Negli altri Paesi europei dove queste leggi già esistono, la famiglia tradizionale non ha subito contraccolpi di alcun tipo e tutto procede come prima, con una sola differenza: è stato posto rimedio a una grave ingiustizia e finalmente tutti i cittadini sono garantiti allo stesso modo.

Piero Spina – Presidente del Comitato promotore del Cammino dei Diritti

Il Cammino

Camminare per i diritti è sempre stato un modo non violento di manifestare e tutte le minoranze lo hanno fatto. Basti pensare a Martin Luther King e ai neri di Selma o al Mahatma Gandhi e la Marcia del sale. Esempi nobili anche per noi che chiediamo uguali diritti per tutti i cittadini italiani.

Il Progetto

Partire a piedi da Torino il 15 agosto 2015 per arrivare a Roma il 20 settembre e incontrare il Ministro delle Pari Opportunità per chiedere una legge che tuteli le unioni di fatto (etero ed omo affettive) e che consenta alle coppie dello stesso sesso di potersi sposare civilmente.

Per info, per aggregarti o…per contribuire (il Cammino dei Diritti è totalmente autofinanziato) vai sul sito ufficiale dell’iniziativa.

 

Occupazione omofoba

Negli istituti italiani si fa sempre più feroce la battaglia di associazioni dei genitori e organizzazioni religiose per “bandire la teoria del genere” e “difendere la famiglia tradizionale”. Con il risultato che si moltiplicano gli episodi di omofobia e i dibattiti sulla sessualità vengono banditi.

da espresso.repubblica.it (16/01/2015) – di Arianna Giunti

La guerra della scuola agli omosessuali<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
Tra boicottaggi, licenziamenti e manuali

Avevano promesso la guerra al mondo “omosex” e a una non meglio precisata “teoria del genere”. Avevano annunciato che si sarebbero battuti affinché nelle aule scolastiche parole come “gay”, “lesbiche”, “transgender” ma anche “monofamiglie” e “unioni civili” non entrassero mai. E la promessa è stata mantenuta.

La chiamano “battaglia a difesa della famiglia tradizionale”, è promossa da associazioni e organizzazioni religiose, e in teoria dovrebbe semplicemente sponsorizzare l’importanza e la bellezza di un’unione composta da uomo e donna. In realtà, si tratterebbe di una campagna di boicottaggio verso qualsiasi tentativo di spiegare l’omosessualità in classe, che sta avendo come teatro alcuni istituti scolastici e che rischia di avere conseguenze deleterie. Poiché gli effetti – come dimostrano recenti fatti di cronaca – si sono già cominciati a far sentire.

Un insegnante omosessuale costretto a dimettersi e un alunno preso a calci in aula da un professore che gli avrebbe urlato “essere gay è una brutta malattia”, tanto per fare due esempi.

Scenario di entrambi gli episodi, la cattolicissima Umbria. Da dove questa campagna è partita e si è poi estesa in quasi tutta Italia, come risulta a l’Espresso e come conferma l’associazione Arcigay, che oggi lancia l’allarme parlando di “clima di odio” e che continua a ricevere segnalazioni quasi quotidiane da parte di allievi, insegnanti e genitori laici, preoccupati da questa “deriva oscurantista”.

È iniziato tutto – appunto – nella provincia di Perugia, dove le famiglie di alcuni studenti si sono viste recapitare fuori dalle scuole un “manuale di autodifesa dalla teoria del gender”, redatto dal forum delle Associazioni familiari dell’Umbria e dall’organizzazione La Manif Pour Tous Italia, che riunisce varie confessioni religiose. Il vademecum in questione – senza troppi giri di parole – invita i genitori dei ragazzi a boicottare ogni tentativo di affrontare l’argomento omosessualità in classe e a rifiutare negli istituti scolastici gli incontri con rappresentanti di associazioni gay, esponenti della “cultura omosessuale” o “la diffusione di materiale didattico pericoloso”. Sul sito dell’organizzazione, inoltre, compare una lista di asili “gay friendly” dai quali stare alla larga. “Controllate costantemente che nella scuola di vostro figlio non si parli di omofobia. Sono parole chiave che nascondono l’indottrinamento della teoria del gender. Controllate ogni giorno i loro quaderni e diari. E date l’allarme!”, si legge nel decalogo distribuito alle famiglie.

Rapidamente, il manuale di autodifesa si è diffuso anche in altre regioni italiane. In Veneto, per esempio. A Venezia recentemente alcuni insegnanti di religione sono corsi ai ripari improvvisando lezioni nelle quali si mettono in guardia i ragazzi “dalle insidie dell’ideologia omosessuale” mentre a Verona il consiglio comunale ha approvato una mozione “per monitorare i progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole cittadine” .
E così dall’autunno scorso le scuole veronesi sono tenute, in base alla mozione, ad avvertire preventivamente i genitori dei corsi e degli approfondimenti sulla sessualità, e allo stesso tempo il Comune è impegnato a raccogliere eventuali segnalazioni e proteste da parte delle famiglie preoccupate che nelle ore di educazioni civica si parli “di famiglie omosessuali, adozione e relazioni gay”.

Neppure la Capitale è rimasta immune alla “crociata”. Nel celebre liceo romano Giulio Cesare è finito in rissa – e con un ricorso al Tribunale civile da parte dei genitori – il tentativo da parte di un docente di far leggere agli studenti alcuni passaggi di un romanzo di Melania Mazzucco, che descriveva scene di amore omosessuale.

In Piemonte la situazione non sembra essere migliore. Eppure nelle aule scolastiche, di educazione alla sessualità (di qualunque genere), ci sarebbe proprio bisogno. Soprattutto per permettere agli studenti di superare paure e pregiudizi. Visto che i casi di omofobia continuano a essere all’ordine del giorno.

All’istituto Pininfarina di Moncalieri, per esempio, è ancora in corso un’inchiesta interna sulla frase pronunciata lo scorso novembre da un’insegnante di religione: “Dall’omosessualità si può guarire con la psicanalisi, perché è un problema psicologico”, avrebbe detto la donna.

Racconta a l’Espresso Giorgio B., 16 anni, studente del Pininfarina e attivista di Arcigay Torino: “Per anni ho dovuto subire battute e minacce più o meno velate, per via della mia omosessualità. Poi ho deciso di fare coming out, con i miei compagni e con la mia famiglia, ed è stata una liberazione. Da allora ho cominciato a ricevere lettere, sfoghi, segnalazioni da parte di studenti di tutta Italia. E mi sono reso conto che la situazione è allarmante. L’omofobia non può più essere tollerata come semplice “libertà di opinione” ma trattata per quella che è: discriminazione”.

A riferire un panorama inquietante è anche una recente indagine effettuata Studenti.it, popolarissimo portale dedicato agli allievi delle scuole medie e superiori. Secondo loro, il 58 per cento degli studenti italiani ha subito o ha direttamente assistito in prima persona a episodi di omofobia. Nei dettagli, il 38 per cento riferisce di essere stato testimone di episodi di discriminazione e di omofobia da parte di studenti verso altri studenti, il 12 per cento dichiara di aver assistito a episodi di questo genere da parte di professori ai danni degli allievi e l’8 per cento rivela di esserne stato vittima in prima persona.

A spiegare bene la situazione è il circolo Arcigay Omphalos di Perugia, il primo a denunciare la diffusione degli “opuscoli di autodifesa dalla teoria del gender”. “Questo è il risultato delle campagne di odio che i movimenti oltranzisti cattolici e di estrema destra stanno portando avanti in tutto il Paese – spiega il presidente Patrizia Stefani – Le loro manifestazioni, apparentemente silenziose e rispettose, sono invece intrise di odio e discriminazione non solo verso le famiglie “arcobaleno”, ma anche verso chiunque non condivida con loro una visione di ‘famiglia tradizionale’”. “Con sospetto e diffidenza – aggiunge Stefani – vengono guardate anche le famiglie composte da un solo genitore o da coppie conviventi che hanno figli senza essere regolarmente sposate”.

Contattata da l’Espresso, l’associazione La Manif pour tous – co-autrice del vademecum “contro l’ideologia del genere” – respinge al mittente ogni accusa, parlando di semplice libertà di espressione: “Sono stati gli stessi genitori dei ragazzi a chiederci di redigere questa guida – spiega il presidente Filippo Savarese – tutto questo perché le famiglie sono intimorite dagli incontri che avvengono a scuola con le associazioni pro-gay e vogliono poter scegliere l’educazione da impartire ai propri figli”.

“Basti sapere – aggiunge Savarese – che la nostra raccolta firme online a difesa della famiglia tradizionale ha già raggiunto quasi 21mila adesioni”.

A chi li accusa di essere omofobi (l’associazione si scaglia apertamente contro l’entrata in vigore di una legge contro l’omofobia), rispondono: “Essere contro le unioni gay non significa essere omofobi”. Sul sito dell’associazione, però, alla voce “tredici motivi per dire ‘no’ alla legge sull’omofobia” compare un articolo firmato dall’avvocato Gianfranco Amato, presidente di Giuristi per la Vita, già autore di controverse dichiarazioni sul matrimonio omosessuale nelle quali paragonò il matrimonio fra due uomini  a quello fra “un uomo e un cane”. Stavolta l’avvocato – invocando la libertà di espressione – cita le Sacre Scritture: “l’omosessualità rappresenta una grave depravazione, Il catechismo definisce l’omosessualità come un insieme di atti intrinsecamente disordinati e contrari alla legge naturale. Se questa legge fosse approvata dirlo diventerebbe un reato”.

A spingere la discussione più in là, sottolineando una mancata presa di posizione del governo in materia di educazione “al diverso”, è invece l’associazione Equality Italia, che si occupa di diritti, e che ricordando il vuoto legislativo in materia di omofobia lancia un vero e proprio “j’accuse” al governo Renzi, colpevole di aver fatto troppo poco in questo campo: “Il ministro dell’Istruzione Giannini ci deve spiegare una volta per tutte se sta con la laicità della scuola o con le organizzazioni religiose, vista la mancanza di educazione alle differenze nelle aule scolastiche”, dichiara il presidente Aurelio Mancuso. “Ma la responsabilità di questo ‘Medioevo di ritorno’ non è solamente del ministero dell’Istruzione – aggiunge Mancuso – perché quando ci sono casi di omofobia, sia ai danni di studenti che di insegnanti, non possiamo far a meno che notare un assordante e gravissimo silenzio da parte dei sindacati della scuola. Una situazione che ci fa sentire tremendamente soli”.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/01/16/news/io-insegnante-gay-costretto-a-dimettermi-1.195354

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/07/30/news/gay-a-scuola-il-dilemma-di-tosi-e-non-e-il-solo-1.174989