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Lettera agli ex iscritti al Pci folgorati dal renzismo

segnalato da Barbara G.

Lettera agli ex iscritti al Pci folgorati dal renzismo: da Berlinguer a Marchionne, si può? Dal sogno di un’Italia giusta alla restaurazione antidemocratica

fuoripagina.it, 23/10/2016

Caro ex iscritto al Pci, leggimi pure (anzi, me lo auguro) se sei tra coloro che oggi vedono nel Pd una pur lontana parentela con quel grande partito. Non siete tantissimi ma ci siete, alcuni vivacchiano sconsolati, altri propugnano il nuovo Ottocento che avanza. Mi rivolgo a te con lo spirito fraterno che avevamo un tempo e che ci aiutava a capire meglio le cose (la realtà effettuale, delle cose come cioè effettivamente sono) non per accettarle ma per cambiarle. Concretezza e realismo con l’utopia. Mi spiace molto vedere come questi 25 anni senza il Pci siano stati sufficienti per rottamarne la sua tradizione, la storia, la prassi, il modo di lavorare. Cinque lustri riempiti dal nulla e dai progressivi smottamenti dei due partiti maldestri eredi: quel Pds ancora smarrito e quei Ds già a rischio di scalate ostili (in Sardegna avvenne un’Opa maligna da manuale, come un Alien dentro il corpo).

Poi è arrivato il Pd, quel pacco di buoni sentimenti dove il conflitto capitale lavoro era sparito per far posto a Jovanotti e ad altre leggerezze da partito liquido. Per diventare successivamente ciò che è ora: un comitato elettorale al servizio di un capo che propugna politiche legate alla finanza e alla grande industria. Sarebbe stato indigeribile per te, un tempo. Oggi non più. Sei stanco, avevi voglia di vincere cambiando casacca? Oggi mi chiedo che cosa ti sia accaduto, quale trasformazione tu abbia subito, che devastazione culturale abbia dovuto vivere per essere diventato ciò che sei ora. Come se sovrapponessi le tue personali debolezze nella sconfitta di una storia e di un avvenire.

Non offenderti, dunque, ma ascoltandoti o leggendo quanto scrivi sui social – che pena scorrere le due righette di una donna banalissima, un tempo iscritta al Pci, che annunciando la sua conversione al Sì dice che “anche la Costituzione ha frenato il Paese” – penso che una trasformazione così radicale debba essere studiata. A questo punto sono costretto ad ammettere che il grande partito che fu e i suoi tardi epigoni avevano già smarrito una certa capacità di formazione e di selezione. La realtà di oggi è che sei finito dall’altra parte. Lo accetto, va bene. Ma non ti accontenti di indossare il cilicio e far finta di aver vissuto un dramma interiore. Come se il passato fosse l’Invasione d’Ungheria e tu sovrastato dal dramma dell’appartenenza. Macchè. Sei come quei preti spretati che si trasformano in feroci anticlericali e assomigli a quei cinici che dopo la militanza nei gruppetti estremistici, da un giorno all’altro abbandonarono gli slogan rivoluzionari per passare armi e bagagli alla corte di Bettino, poi a quella di Silvio per salire infine, pur attempati ma esperti, al soglio di Matteo. Ricordi quanto li abbiamo criticati, contestati, giurando che mai noi saremmo diventato così. Come così? Come voltagabbana. Ora predichi le stesse cose che diceva la destra o la Confindustria e allora, comincio a pormi più di un problema sulla tua onestà intellettuale.

Ricordo bene le parole che ci dicevamo, i libri che studiavamo, gli articoli di giornale che leggevamo per capire. In quelle sezioni di partito fumose e cariche di umori e passioni. Dove abbiamo incontrato operai e braccianti, insegnanti e impiegati, disoccupati e avvocati. Erano concreti e decisi, coraggiosi e sognatori. Che cosa ci raccontavamo, dunque, che oggi non ti piace più? Provo a dirlo. Ad esempio che il sindacato in quanto organizzazione collettiva era insostituibile e i diritti dei lavoratori la stella polare? Che la volontà di battersi per un mondo migliore, non fatto di sogni ma concretissimo, era l’imperativo politico? Aspetta, non ho finito… Ricordi anche il mito dell’onestà? Lo sbandieravamo e la notte attaccavamo quei manifesti orgogliosi “Il Pci ha le mani pulite. Chi può dire altrettanto?”. Oggi invece difendi Verdini, Alfano e il tuo partito ha eserciti di inquisiti.

E non avrai dimenticato della lotta strenua contro l’opportunismo (dal dizionario: sostantivo maschile che descrivela condotta di individui o gruppi che, avendo di mira soprattutto il proprio tornaconto, ritengono conveniente rinunciare ai propri principi e accettare compromessi più o meno onorevoli”). Mai opportunisti dicevamo, sempre noi stessi pur capaci di fare intese e stringere alleanze. Mica eravamo idioti. Ci consideravamo anche un’isola di persone per bene in un mare di malaffare. Forse esageravamo perché onesti, per fortuna, ce n’erano ovunque. Ma davanti agli scandali che scuotevamo la Repubblica eravamo l’unica certezza. Vivevamo la religione della diversità e, a dire il vero, diversi lo eravamo. Magari era un’illusione. Certamente puliti, onesti, combattivi, patrioti, rigorosi. Legati al dovere. Ricordo che un paio dei nostri sorpresi con le mani nella marmellata furono allontanati senza tanto clamore. Guardavamo agli altri con rispetto ma consci della nostra diversità. Ridevamo delle degenerazioni correntizie di Dc e Psi, oh quanto ridevamo. Ricordi, amico mio, che discutevamo a lungo per capire le differenze tra morotei e dorotei, nuove cronache e corrente del golfo. E dei socialisti cercavamo di capire la crescita craxiana, le debolezze dei lombardiani, l’arrivismo modernista dei martelliani? Ci avevano insegnato il metodo: mai schematizzare, mai generalizzare, mai confondere i conservatori con i reazionari etc. E a proposito di dovere non avrai scordato quanto abbiamo fatto contro i violenti, l’eversione, il terrorismo.

Su tutto si poteva scherzare ma non su due o tre cose.

La prima, la Resistenza. Era uno dei valori fondamentali, ad essa guardavamo con devozione e rispetto, immaginando che cosa avremmo fatto noi in quei frangenti. Sentendoci “nani issati sulle spalle dei giganti”. Potevamo noi paragonarci a Pajetta o a Eugenio Curiel? La nostra gratitudine era immensa e allo stesso tempo non abbiamo mai voluto una Resistenza prigioniera del paradigma del fallimento perché non aveva conquistato il socialismo. Ricordi che lo spiegavamo, anche con qualche ceffone pedagogico, a quei saccenti estremisti che ci dicevano che la Resistenza non aveva avuto lo sbocco rivoluzionario per colpa di Togliatti? Guardavamo l’elenco delle formazioni partigiane, gran parte delle quali garibaldine, i nomi dei gappisti, le loro gesta, i caduti. Ed eravamo grati, moltissimo, del loro coraggio e della loro scelta. Di questo ci onoravamo.

La seconda cosa che per noi rappresentava la carta d’identità e dalla quale traevamo legittimazione come partito era la Costituzione. L’ha firmata Terracini, uno di noi, dicevamo spavaldi e orgogliosi! E tra i costituenti ma in ogni dove a costruirla quella Costituzione c’erano stati Togliatti, Longo, Pajetta, Amendola, Negarville, Scoccimarro, Gullo, Renzo Laconi e Velio Spano e Nilde Jotti, Camilla Ravera, Teresa Noce. Quella Costituzione in nome della quale le masse povere e sfruttate lottavano e si battevano, colpiti per questo dalla mafia e dalla repressione, a Portella della ginestra, a Modena, Avola, Reggio Emilia. Ricordi quei manifesti nelle nostre sezioni con l’elenco dei segretari delle camere del lavoro uccisi dal piombo di Scelba?

Il terzo punto che per noi era intoccabile era la figura del segretario generale. Noi avevamo bandito il culto della personalità, guardavamo con fastidio i riti della nomenklatura sovietica. Tuttavia il segretario generale, era figura abbastanza sacrale perchè riconosciuta, rispettata. Ma non si trattava di un padre padrone. Togliatti ad esempio fu messo in minoranza in direzione, Berlinguer non  ebbe vita facile con i miglioristi sempre alle calcagna. Però c’era rispetto, passione, amicizia. Ci piaceva Enrico, perché era onesto, un comunista rigoroso e inflessibile. Che parlava al cuore e alle menti. Ci piaceva quell’uomo piccolo che aveva fatto risuonare la sua voce sarda nell’immensa sala del palazzo dei sindacati a Mosca, parlando di democrazia come valore universale. E quanto ci era piaciuto Berlinguer, in quella strenua lotta contro Craxi sulla scala mobile o al fianco degli operai della Fiat. A me personalmente era piaciuta la sua analisi sulla situazione italiana e la proposta del compromesso storico oltre la sua fermezza granitica contro il terrorismo.

Dicevamo: prima l’interesse generale, poi quello di partito. Dicevamo: i sindaci nostri devono essere diversi, diversissimi. Novelli, Valenzi, Zangheri, Petroselli e decine di altri meno noti, erano diversi. La sinistra voleva dire asili nido, trasporti, equità, scuola e sanità pubblici, trasparenza amministrativa. Tra un sindaco della Dc e uno del Pci c’era una differenza antropologica. A Roma ad esempio non potevi non vedere l’abisso tra Darida e Argan o Petroselli. E a Napoli tra il laurismo clientelsare rispetto a Maurizio Valenzi.

Ora ti guardo amico mio. E vedo che ingoi tutto, anche il fiele. Ora sei nel Pd, un partito che vuole trasformarsi in Partito della Nazione. Dove Verdini e Alfano possono trovare cittadinanza come te, perché quella formula tutto raccoglie. Gramsci (ricordi?) aveva insegnato che i partiti sono la nomenclatura delle classi. E noi a quel semplice concetto di rappresentanza ci siamo ispirati. Partito con forti connotazioni, di classe ma non solo, che guardava all’interesse nazionale. E ora? A che cosa credi? Magari in qualche vostro circolo avete appeso un ritratto di Berlinguer, incuranti della vostra abissale alterità.

Amico mio che tristezza vedere in tv ministri di un governo il cui premier è pubblicamente lodato dalla Confindustria e dagli organismi finanziari per aver stracciato lo Statuto dei lavoratori e abolito l’articolo 18. Ricordi quante battaglie anche insieme a Cofferati? Tu magari eri li al Circo Massimo con due o tre milioni a dire che Berlusconi era cattivo. Ora invece stai zitto, anzi applaudi all’ondata di licenziamenti, al terribile jobs act, allo smantellamento della scuola e della sanità pubblica. Hai accettato che il tuo premier, figlio di una vischiosa stragione post dc – che dei La Pira nulla aveva ma nemmeno di Moro – frequenti solo industriali e finanzieri. Che attacchi così duramente la Cgil, irridendola e offendendo il sindacato. Arrivando a contestare persino l’Anpi, l’associazione dei partigiani e degli antifascisti con toni orrendi.

E sei arrivato sin qui, fin sulla soglia di un seggio, a guardare chi si batte per la Costituzione con un fastidio irridente. Tu vedi ora la Carta come un orpello del passato, un fastidio, un ostacolo. Ma a che? Alla modernizzazione, assicuri, ripetendo come un pappagallo le baggianate del “basta un Sì” . Alla “velocità” e a chissà a quali altre idiozie. Credi a tutto e non capisci ciò che c’è dietro la revisione costituzionale, non ti rendi conti di quanta prepotenza odiosa si riverserà all’Italia se dovesse passare.

Certo che vederti ora andare a braccetto con Lotti e Boschi, Guerini e Ciaone Carbone, applaudire Renzi e ridere alle sue barzellette, giustificare le sue bugie, non vergognarti delle sue volgarità e della sua arroganza, allora penso che davvero tante cose siano accadute e molte abbiano lasciato un segno. In pratica caro amico, o ex amico a questo punto, tu ti sei arreso. Non vedi orizzonti del cambiamento. Non accetti che qualcuno si batta per costruirlo. Per te tutto ciò in cui abbiamo creduto è vecchio, obsoleto e merita un sorrisino di circostanza. E guardi con ammirazione Renzi e le sue slides, Renzi e le sue gradassate, Renzi e il suo modello di partito conquistato con primarie che puzzavano assai. In pratica, hai tradito.

Comunque amico mio, non tutto è ancora perduto. Ma se passa il tuo livido e cinico crepuscolo politico, sarà certamente un’Italia peggiore. Sei tu il conservatore non io, stai riportando indietro l’Italia di un secolo, anche se 4.0 e con le slide.

Fraterni saluti

Crisi d’identità

segnalato da Barbara G.

Il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta

di Enrico Rossi – huffingtonpost.it, 19/04/2016

Il voto del 17 aprile non è stato né una dimostrazione di consenso nei confronti del governo né una prova generale dell’opposizione in vista del referendum costituzionale. I 16 milioni di persone che si sono recati alle urne – un elettore su tre – non sono facilmente catalogabili. Basta vedere come si è comportato l’elettorato del nostro partito. C’è chi si è astenuto, chi ha votato sì, chi ha votato no. Dalle prime analisi emerge che ad andare a votare tra i nostri elettori è stato circa il 25%.

Questo quadro suggerisce di evitare di ridurre tutto in termini di renzismo e anti-renzismo. Uno scontro simile alimenta solo una conflittualità costante, inutile al Paese. È sbagliato accusare questo governo di subalternità alle multinazionali del petrolio. Allo stesso stesso tempo penso che si commetta un errore ad attaccare le Regioni. Non si governa il Paese solo da Palazzo Chigi. E non si governa senza la collaborazione dei corpi intermedi.

Inoltre, faremmo bene a non dimenticare che quando l’astensione è alta, la democrazia non gioisce. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la distanza tra cittadini, politica, istituzioni resta alta.
Ora il Partito Democratico ha di fronte due sfide importanti: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Il PD deve farsi carico di quegli elettori che domenica sono andati a votare. Sono persone che chiedono al governo controlli e sicurezza sulle piattaforme, piani e misure per le energie alternative.

Elettori di centro-sinistra che saranno necessari per battere le destre e i populisti ai ballottaggi in città chiave come Milano, Torino, Bologna e Roma (dove tra l’altro l’affluenza è stata superiore). Lo hanno capito molti dei nostri candidati sindaco che sono andati a votare. Anche loro sono catalogabili come anti-renziani? Non credo proprio.

A ottobre ci sarà il referendum costituzionale: io voterò sì e farò campagna perché gli italiani approvino la riforma. Ma ritengo sbagliato diluire il Partito Democratico in un ‘comitato’ referendario indistinto. Il Partito va pensato, costruito e mantenuto in vita prima e oltre la leadership contingente.

Passata la stagione delle riforme istituzionali e delle larghe intese, il Pd dovrà caratterizzarsi con una chiara connotazione progressista e democratica. Per questo già da oggi abbiamo bisogno di costruire un partito più dialogante e più permeabile alla società e ai corpi intermedi. Questo non significa dare sempre ragione a tutti o perdere tempo. Ma che il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta, che forma di radicamento insegue e quali valori vuole diffondere nella società italiana.

Il pane quotidiano (della destra)

Identità e valori, lo strappo culturale di Matteo Renzi che si getta anche sul pane quotidiano della destra

di Flavia Perina – huffingtonpost.it, 29 dicembre 2015

“Valori e identità contro il nichilismo imperante”, dice Matteo Renzi, ed è lì, nel passaggio della conferenza di fine anno dedicato all’emergenza terrorismo, che si compie lo strappo culturale più interessante della giornata. Perché mai, da sinistra e soprattutto dal Pd, si era sentito un ragionamento imperniato sulle parole “valori” e “identità”, pane quotidiano della destra. E mai la categoria nicciana del nichilismo era stata usata con tanta disinvoltura ai tavoli degli eredi del Pci.

La domanda a cui Renzi ha risposto riguardava l’atteggiamento dell’Italia riguardo alla crisi nord-africana e mediorientale. Il premier poteva cavarsela con una risposta di routine ed ha voluto invece sottolineare la necessità, anche “come segretario pro tempore del partito più grande della sinistra europea”, di rettificare l’antica linea del progressismo e abbandonare la tradizionale analisi sociologica che lega il terrorismo all’emarginazione e l’emarginazione a dati di tipo economico. Si deve cambiare, ha detto. Approdare a un’interpretazione di tipo culturale. “Per anni abbiamo sostenuto che l’identità era una parolaccia” e l’abbiamo giudicata come “il contrario dell’integrazione” – ha spiegato Renzi – mentre è vero l’esatto contrario, “l’identità è la condizione dell’integrazione”.

Sono parole che pesano perché conducono a lidi molto distanti dalla tradizione del Pd. In Italia come in Francia, in Gran Bretagna e in gran parte d’Europa, il linguaggio dell’identità è quello delle destre vecchie e nuove, ideologicamente agli antipodi dell’internazionalismo e dell’universalismo, patrimonio della tradizione socialista. Volendo scendere dalle stelle al teatrino, è la “guerra dei presepi” intentata da Matteo Salvini a ogni Natale, le ordinanze per la chiusura anticipata dei kebabbari in Veneto, la battaglia contro la moschea di Milano: posizioni tutte legate alla ostentata necessità di difendere l’identità italiana e i valori che la definiscono.

Ora, senza certo immaginare che il premier voglia entrare in questi tipi di contesa, sorprende che ne adotti il linguaggio di riferimento in una circostanza così importante, e che lo faccia (come ha specificato) da “segretario del Pd” più che da presidente del Consiglio. «Identità è una parola pericolosissima», avverte Sofia Ventura, docente di Scienze Politiche a Bologna, «perché è in qualche modo ambigua. Qual è l’identità italiana a cui ci si riferisce? Un’identità dinamica fondata sui diritti universali? O un recinto simile a quello che immaginano le destre reazionarie?». Per Alessandro Campi, politologo, un altro che le dinamiche delle destre le conosce bene, non è ancora chiaro se Renzi “stia furbescamente appropriandosi di temi funzionali al progetto di Partito della Nazione”, oppure stia operando “un progetto di revisione profonda della tradizione culturale della sinistra”. Ma alla fine l’una cosa potrebbe determinare l’altra, perché non è raro nella storia che un’idea scaltra partorita per vedere l’effetto che fa abbia successo, produca consenso, e diventi strategia di lungo periodo.

Certo è che Renzi sembra aver annusato la tendenza e fatto tesoro dei risultati delle ultime tornate elettorali europee, con la loro richiesta emotiva di certezze fondata proprio su quella vecchia parolaccia, “identità”. Se riuscirà ad appropriarsi pure quella, oltre all’immaginabile sconcerto di una parte dei suoi, c’è da mettere nel conto pure qualche guaio per la destra italiana. Già scavalcata sul terreno delle riforme del lavoro, dei rapporti con la piccola impresa, della rappresentanza del mondo economico, dell’abolizione della tassa sulla casa, si era ritirata nella nicchia dei “valori italiani” immaginando che almeno lì non avrebbe avuto né concorrenti né fastidi. Da quell’ultima trincea aveva lanciato la sua strategia della paura – emergenza sbarchi, emergenza invasione, emergenza burqa, emergenza crocifissi, emergenza canti natalizi a scuola – e ricostruito percentuali di consenso accettabili. Ora corre il rischio di ritrovarsi il nemico in casa pure lì, e potrebbe essere un bel guaio.