Varoufakis

Un New Deal europeo

segnalato da Barbara G.

Varoufakis pronto a lanciare a Roma il primo partito transeuropeo

Con lui il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris

di Andrea Carugati – lastampa.it, 16/03/2017

Da Yanis Varoufakis, accompagnato dalla guest star Ken Loach, fino ai movimenti sovranisti dell’estrema destra, passando per gli ultraeuropeisti come Emma Bonino e Guy Verhofstadt. Il 24 e 25 marzo, in occasione del Consiglio europeo per i 60 anni dai Trattati, Roma sarà attraversata da cortei ed eventi che rappresentano tutte le sfumature politiche e sentimentali verso l’Ue.

L’ex ministro greco la sera del 25, al termine delle celebrazioni ufficiali, al teatro Italia lancerà il primo partito transeuropeo come evoluzione del movimento Diem25 da lui fondato un anno fa. Oltre al regista britannico, icona delle sinistre europee, ci saranno vari partner politici come il cofondatore di Podemos Juan Carlos Monedero, il vicepresidente del parlamento spagnolo Marcelo Exposito, la verde tedesca Ska Keller e (ancora in forse) il candidato socialista alle presidenziali francesi Benoit Hamon. Per l’Italia, in prima fila il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e Anna Falcone, tra i portavoce del comitato per il No al referendum del 4 dicembre. Attesi anche Nicola Fratoianni, Stefano Fassina e Pippo Civati.

«Abbiamo 60mila iscritti in Europa di cui 8mila in Italia, e non ci rivolgiamo solo alle forze di sinistra», spiega Lorenzo Marsili, tra i fondatori di Diem25. «Tra i sovranisti e chi difende lo status quo di questa Ue serve una terza via. Il nostro è un pensiero critico di chi non rinuncia all’Europa».

L’evento si terrà al termine del Consiglio europeo da cui uscirà rafforzata l’idea di una Ue a più velocità. «Non abbiamo bisogno di un’Europa a più velocità, ma con una differente direzione di marcia», spiega Varoufakis. Il suo gruppo lancerà 10 proposte per un New deal europeo. «Proposte subito realizzabili, senza bisogno di modificare i Trattati», spiega Marsili. Tra queste un piano di riconversione ecologica «in grado di produrre milioni di posti di lavoro a livello continentale», un piano anti-povertà «gestito dalla Bce» e uno di edilizia pubblica.

I seguaci di Varoufakis si uniranno il 25 marzo al corteo da Piazza Vittorio al Colosseo, organizzato da “La nostra Europa”, una rete di associazioni e reti italiane ed europee di cui fanno parte anche Arci, Cgil e Legambiente. L’obiettivo è combattere contro le «politiche di austerità che hanno prodotto diseguaglianze e insicurezza, mettendo a rischio un patrimonio comune di conquiste e democrazia».

Al Colosseo arriverà anche la Marcia per l’Europa organizzata dai movimenti federalisti, che partirà alle 11 dalla Bocca della verità. Una marcia che mira a fare dell’anniversario dei Trattati di Roma del 1957 l’occasione «per andare oltre gli attuali Trattati, verso un’unione federale del popolo europeo». Con i federalisti ci sarà anche Emma Bonino, che ha lanciato con Benedetto della Vedova e la sigla “Forza Europa” un appello a tutti gli europeisti dal titolo “Un impegno per l’Europa”. “Bisogna far sentire la voce di chi crede nell’Europa contro il pensiero unico euroscettico”, spiegano. «Noi siamo per la Ue senza se e senza ma». La mattina del 25, in concomitanza col vertice Ue, i movimenti federalisti hanno organizzato un convegno al centro congressi Alibert di piazza di Spagna con Romano Prodi, Eugenio Scalfari, la Bonino e il leader dell’Alde Guy Verhofstadt.

Sabato caldissimo anche per gli antieuropeisti. Il loro corteo partirà alle 15 da Santa Maria Maggiore in direzione Colosseo. Per l’Italia i più attivi sono Francesco Storace e Gianni Alemanno. «Porteremo la nostra protesta contro il super-Stato burocratico e asservito alla Germania di quest’Europa che ha tradito gli ideali dei Trattati», spiega l’ex sindaco di Roma. Al corteo ci sarà anche una delegazione di “Noi con Salvini”.

Yanis Varoufakis ti spiega perché l’Europa ha fatto flop

L’ex ministro greco torna sulle scene e nel suo ultimo libro spiega il perché del fallimento della valuta unica. Partendo da Bretton Woods e facendo nomi e cognomi dei responsabili

di Alessandro Gilioli – espresso.repubblica.it, 27/10/2016

Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

Varoufakis sbaglia (?)

segnalato da crvenazvezda76

Varoufakis sbaglia: la torre europea va sorretta, non buttata giù

di Roberto Sommella – huffingtonpost.it, 7 febbraio 2016

Yanis Varoufakis sbaglia, pur nel nobile intento di smuovere la palude in cui ci troviamo: la Torre pendente dell’Europa unita va puntellata, rafforzata nelle fondamenta, non buttata giù. Nel Manifesto dell’ex ministro delle Finanze greco, il Diem25, ci sono dei buoni punti di partenza – riassetto democratico dell’Ue, Assemblea costituente, fine della ‘burodittatura’ di Bruxelles – ma mancano proposte immediatamente operative (leggi QUI il documento di Varoufakis). Che in sintesi dovrebbero essere queste.

1) Noi europei siamo oggi il 7% della popolazione mondiale, produciamo il 25% e consumiamo il 50% del welfare: significa che abbiamo ancora la possibilità di ripartire dall’individuo e non dalle normative. Perché non trovare le risorse nel bilancio Ue di 1.000 miliardi di euro, per un reddito di cittadinanza?

2) Come evitare l’Ue a doppia velocità. L’integrazione europea, dal punto di vista economico, è soprattutto retta da Trattati internazionali ma non ancora europei e da Regolamenti che hanno assunto illegittimamente (e qui Varoufakis ha ragione) il rango di Atti costituenti, come il Patto di stabilità .

Il Fiscal Compact e il Six Pack, regolando invece in modo pro-ciclico la possibilità di indebitamento dei paesi dell’Eurozona, di fatto hanno peggiorato la recessione. A questo si aggiungono la direttiva sui salvataggi bancari (il bail in) e l’Unione bancaria. Quest’ultima poggia su tre gambe fondamentali: la Vigilanza centralizzata (attuata), il Meccanismo di risoluzione delle crisi creditizie (appunto il bail in, attuato ma a livello disomogeneo nell’Ue, come teme lo stesso Mario Draghi) e la Tutela centralizzata dei depositi. Berlino e i suoi alleati del Nord Europa sono contrari alla tutela dei depositi comunitari fin quando non verranno messi paletti al debito pubblico dei paesi e all’acquisto dei bond sovrani, eliminando la clausola del ‘risk free’, che di fatto permette all’Italia di vendere alle banche gran parte dei 300 miliardi all’anno di debito pubblico. Ma ridurre i rischi senza condivisione del debito, senza un Tesoro europeo che emetta eurobond e senza tutela unica dei depositi significa creare un euro di fascia A e un euro di fascia B. Per evitarlo serve un Tesoro unico europeo che emetta titoli di debito comunitari e indichi le politiche economiche da perseguire.

3) Serve una Costituzione Ue. L’euro ha comportato molti vantaggi ma non per le fasce più deboli della società e le istituzioni di Bruxelles sembrano lontane anni luce dai 500 milioni di persone che dovrebbero amministrare. Occorre indire subito, in previsione dei 60 dal Trattato di Roma, una grande Conferenza che stabilisca tre cose: la redazione di una Costituzione Europea, il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la riforma della legge elettorale con espressa scelta del Presidente della Commissione da parte dell’elettorato. Solo così si riuscirà a passare dall’attuale Confederazione ad una vera Federazione di stati.

4) Conferenza europea sul debito. A parte le dispute, il 3% di rapporto deficit-Pil e il 60% del tetto di rapporto debito-Pil sono ormai anti-storici. Il primo, violato più volte da Francia e Germania all’inizio del Millennio, ha dovuto trovare la foglia di fico della ”flessibilità” concessa da Bruxelles legata alle emergenze (prima la crisi, poi i migranti e poi le spese anti-terrorismo) per essere di fatto sospeso, salvo i diktat improvvisi sulle leggi finanziarie nazionali. Il secondo è bypassato pressoché da tutti (la Grecia e l’Italia ne sanno qualcosa) ma ingabbiato nelle maglie del Fiscal Compact. E’ arrivato il momento di una moratoria su tutte le diavolerie contabili che stanno diventando ingestibili (deficit strutturale, deficit al netto del ciclo, squilibri economici) per gli stessi addetti ai lavori comunitari che controllano i bilanci dell’Eurozona. Servirebbe una Bretton Woods europea sul debito.

5) Senza Schengen l’euro non ha senso. Anche solo indebolire il Trattato sulla libera circolazione degli individui – nella versione che vorrebbe la Germania e cioè limitarlo a pochi paesi ritenuti affidabili del Nord Europa magari instaurando una tassa migranti – significa rendere priva di senso la stessa moneta unica. Schengen, come Maastricht e come il Trattato di Roma, è base fondante dell’Unione Europea, rappresenta la Costituzione materiale dell’Ue. Sospenderlo, lasciando liberi di viaggiare i capitali ma non le persone, darebbe ragione a chi sostiene che l’Europa è fatta solo per i ricchi. Insomma, a quel punto il Movimento Diem25 e i tanti partiti euroscettici avrebbero ragione da vendere.

6) Ellis Island europea. Il caos generatosi dalla combinazione del flusso degli immigrati con la paura di nuovi attacchi terroristici di matrice Isis mette a nudo la mancanza di politica estera dell’Unione Europea. Gli attentati a Parigi e tutti gli altri assalti alle libertà, che hanno coinvolto in vario modo i paesi che sono snodi cruciali dell’immigrazione, dimostrano che serve un’identificazione di pochi e chiari approdi europei (hotspot) e la salda collaborazione dei paesi dell’Unione allargata, che oggi sembrano invece solo prendere dall’Ue senza dare nulla in termini di solidarietà. In vista dei tanti appuntamenti elettorali nel biennio 2016-2017 (politiche spagnole forse di nuovo alle porte, amministrative italiane, presidenziali francesi, elezioni tedesche, referendum inglese sulla Brexit, per non dire della Grexit sempre incombente) che inevitabilmente avranno come tema anche il ritorno alle frontiere, sarebbe cruciale scegliere una Ellis Island europea per dimostrare che l’Unione c’è ma aiuta solo chi rispetta le regole. Col ritorno dei confini e la fine dell’Unione, l’Italia si troverebbe poi di nuovo da sola a vigilare su buona parte tutto del Mediterraneo, cosa che peraltro già fa con la sua Guardia Costiera, sempre in prima linea anche in acque greche e maltesi.

7) Desecretazione degli atti di Commissione, Eurogruppo ed Ecofin. Se questi organi davvero ci rappresentano, occorre che gli atti che preludono e accompagnano tutti i vertici comunitari, vengano resi noti all’opinione pubblica. Non è possibile leggere sui giornali e non in documenti ufficiali che la Germania vuole la Grecia fuori dall’euro o limitare l’emissione di debito pubblico italiano. Questi si’ che sono atti anti-democratici.

Primavera di Atene

Il 23 agosto scorso l’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, è volato in un paesino della Borgogna, Frangy-en-Bresse, dove si tiene annualmente la “Festa della Rosa”, uno degli appuntamenti politici di richiamo della sinistra francese. Varoufakis era l’ospite d’onore di quest’anno e lì ha tenuto il discorso che pubblichiamo qui sotto.

di Yanis Varoufakis

Introduzione: la nostra Primavera di Atene
Lasciate che vi dica perché sono qui con parole che prendo a prestito da un famoso vecchio manifesto. Sono qui perchè:

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro della democrazia. Tutti i poteri della vecchia Europa hanno formato una santa alleanza per esorcizzare questo spettro: i banchieri sponsorizzati dallo stato e l’Eurogruppo, la Troika e il Dottor Schäuble, gli eredi spagnoli delle politiche franchiste e la leadership della berlinese SPD, i governi baltici che hanno sottoposto le loro popolazioni a una terribile, inutile recessione e la risorgente oligarchia greca.

Sono qui di fronte a voi perché una piccola nazione ha scelto di opporsi a questa santa alleanza. Di guardarli negli occhi e dire: la Nostra libertà non è in vendita. La Nostra dignità non va all’asta. Se rinunciamo a libertà e dignità, come ci chiede di fare, l’Europa perderà la sua integrità e perderà la sua anima.

Sono qui di fronte a voi perché niente di buono accade in Europa se non comincia dalla Francia.

Sono qui di fronte a voi perché la Primavera di Atene che ha unito i greci e restituito loro:

  • il loro sorriso
  • il loro coraggio
  • la libertà dalla paura
  • la forza di dire NO all’irrazionalità
  • NO alla non-libertà
  • NO ad un assoggettamento che alla fine non beneficia nemmeno i forti e potenti d’Europa…quella magnifica Primavera di Atene che è culminata in un 62 per cento che ha detto un maestoso NO alla non-ragione e alla misantropia……la nostra Primavera di Atene era anche una possibilità per una Primavera di Parigi, una Primavera di Frangy, una Primavera di Berlino, Madrid, Dublino, Helsinki, Bratislava, una Primavera di Vienna.

Sono qui perché la nostra Primavera di Atene è stata stritolata, esattamente come lo fu la Primavera di Praga. Naturalmente non è stata stritolata con i tank. È stata stritolata usando le banche. Come disse una volta Bertold Brecht:

“Perchè mandare degli assassini quando possiamo impiegare gli ufficiali giudiziari?”

Perchè organizzare un colpo di stato quando puoi mandare a un governo fresco di elezioni il presidente dell’Eurogruppo a dire al nuovo ministro delle finanze, tre giorni dopo che si è insediato, che ha una scelta: il pre-esistente Programma di Austerità, che ha provocato nel suo paese una Grande Depressione, o la chiusura della banche nazionali? Perché mandare le truppe quando puoi avere visite mensili della Troika con l’esplicito proposito di prendere il potere in ogni dipartimento del governo e scrivere ogni singolo provvedimento legislativo di una nazione?

Le elezioni non possono cambiare niente

Quando nella mia prima riunione dell’Eurogruppo, ancora a febbraio, suggerii ai ministri delle finanze un compromesso tra l’esistente Programma di Austerità della Troika e il programma di riforme del nostro governo appena eletto, Michel Sapin si alzò per dire che era d’accordo con me – per argomentare con eloquenza in favore di un terreno comune tra passato e futuro, tra il programma della Troika e il manifesto elettorale del nostro governo che il popolo greco aveva appena avallato.

Il ministro delle finanze della Germania intervenne immediatamente: “Le elezioni non possono cambiare niente!” disse. “Se ogni volta che c’è un’elezione cambiano le regole, l’Eurozona non può funzionare.”

Prendendo nuovamente la parola, replicai che, dato il modo in cui la nostra Unione era disegnata (molto, molto male!), forse il Dottor Schäuble aveva ragione. Ma aggiunsi: “Se è vero che le elezioni non possono cambiare niente, dovremmo essere onesti verso i nostri cittadini e dirglielo. Forse dovremmo emendare i Trattati europei e inserirvi una clausola che sospende il processo democratico nei paesi che sono costretti a prendere a prestito dalla Troika. Che sospende le elezioni finché la Troika decide che si possano tenere di nuovo. Perché dovemmo far passare i nostri popoli attraverso il rituale di costose elezioni se le elezioni non possono cambiare niente?”. Ma, chiesi ai miei colleghi ministri, “è questo che l’Europa è diventata, colleghi? È a questo che i nostri popoli hanno aderito?”

Ripensandoci, questa ammissione sarebbe il miglior regalo di sempre al Partito Comunista Cinese che pure crede che le elezioni siano una pericolosa complicazione che intralcia la via di un governo efficiente. Naturalmente sbagliano. Come disse Churchill, la democrazia è un sistema terribile.Ma è la migliore di tutte le possibili alternative, anche per l’efficienza economica a lungo termine.

Un silenzio gelido seguì per alcuni secondi nell’Eurogruppo. Nessuno, nemmeno l’usualmente intrattabile signor Djisselbloem, riuscì a trovare qualcosa da dire, finché un collega dell’Europa Orientale ruppe il silenzio con un’altro incantesimo dal Libro dei Salmi dell’Austerity della Troika. Con l’angolo dell’occhio potevo vedere Michel Sapin che guardava desolato. Mi ricordai di qualcosa che mi disse a Parigi, quando ci incontrammo per la prima volta nel suo ufficio: “la Francia non è più quella che era”.

Fin da quando ero molto giovane guardavo alla Francia come fonte di ispirazione, probabilmente ricordando il modo in cui la riemersione della Grecia nel mondo moderno2 fu ispirata dalla rivoluzione francese, con citazioni di Voltaire e Rousseau che echeggiavano nella mia testa. In quel momento, il silenzio di Michel è stato difficile da sopportare. La vista e il suono dell’impotenza francese è l’avvisaglia di un’Europa che ha perso la sua strada.

Un vero golpe europeo

Ai tempi della nostra dittatura tra il 1967 e il 1974, quando i tanks controllavano le strade di Atene, i democratici greci venivano in Francia, andavano in Germania, Austria, Svezia, Canada, Australia, per stimolare il supporto per la disastrata nazione greca. Per galvanizzare la solidarietà con il popolo greco nella sua lotta contro la dittatura fascista.

Amici, io non sono qui oggi per stimolare il supporto per la democrazia greca stritolata. Sono qui per portare il supporto e la solidarietà del popolo greco alla democrazia francese

Perché è lei ad essere a rischio. La democrazia francese. La democrazia spagnola. La democrazia italiana. La democrazia in tutta Europa. La Grecia è stata e sfortunatamente rimane un laboratorio dove il potere distruttivo dell’austerità controproducente è stato provato e testato. La Grecia non è mai stata il problema per la Troika e i suoi lacchè. Voi lo siete!

Non è vero che i nostri creditori sono interessati ad avere il loro denaro dallo stato greco. O che vogliano vedere la Grecia riformata. Se lo fossero stati, avrebbero discusso seriamente le nostre proposte per la ristrutturazione del debito pubblico greco in modo da assicurarsi di riaverne indietro la maggior parte. Ma non gli poteva interessare di meno. Loro invece hanno insistito sulla nostra resa. Era l’unica cosa che gli interessava. Gli interessava unicamente una cosa: confermare l’editto del dottor Schäuble che non si può permettere alle elezioni di cambiare alcunché in Europa. Che la democrazia finisce dove comincia l’insolvenza. Che orgogliose nazioni di fronte al debito devono essere condannate a una prigione di debito dentro la quale è impossibile produrre la ricchezza necessaria per ripagare il loro debito e uscire di galera. Ed è così che l’Europa si sta trasformando dalla nostra casa comune nella nostra gabbia di ferro condivisa.

Questo è importante. Voi leggete i giornali e ascoltate i programmi alla radio e alla televisione che vi bombardano con la riposante narrativa che l’Eurogruppo, la Troika attorno a cui l’Eurogruppo è costruito, i programmi di austerità riguardano tutti le RIFORME, tutti allo scopo di forzare la fallita economia greca ad incrementare la sua ricchezza così che possa pagare il suo debito e la finisca di disturbare il resto d’Europa.

Solo che non è così che l’Europa funziona in pratica. Se voi foste stati una mosca sul muro che guardava i nostri negoziati, avreste visto anche, come ho detto, che la signora Lagarde, il signor Draghi, il signor Juncker, certamente il dottor Schäuble, erano interessati ad una cosa: dettarci le “condizioni della resa”. Condizioni che hanno segnato la fine della Primavera di Atene. Condizioni che hanno spazzato via il sorriso da coloro che, in tutta Europa, guardavano a noi e pensavano che una Nuova Politica è possibile. Condizioni imposte dai creditori, che, incredibilmente, garantiscono che noi, i debitori, non potremo ripagare loro i nostri debiti, vecchi e nuovi.

Medicina tossica

Molti di voi si chiederanno, giustamente: ma perché mai i creditori imporrebbero alla Grecia condizioni che riducono la capacità della Grecia di ripagare il suo debito agli stessi creditori? Perché i creditori farebbero fare al governo greco cose che impediscono di mettere in pratica riforme reali? Riforme che migliorerebbero la posizione della Grecia all’interno dell’Europa? Non potrebbe essere che la Troika stia semplicemente cercando di far prendere ai greci un’amara, ma necessaria medicina? E che noi greci non vogliamo prendere la nostra medicina? Fare i nostri compiti a casa, come la signora Merkel potrebbe dire?

Queste sono questioni cruciali. Sono cruciali per voi, per il popolo francese. Perchè? Perché se noi greci abbiamo creato i nostri problemi e se è vero che siamo un popolo pigro e viziato che rifiuta di fare i propri compiti a casa e prendere la medicina amara, allora voi non avreste niente da temere. Voi non dovreste sprecare il tempo ascoltando gente come me.

Ma se così non è, se la medicina che ci chiedono di prendere ancora e ancora è velenosa, se noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma l’insegnante non vuole nemmeno leggerli, allora quel che succede in posti come la Grecia non ha niente a che vedere con la Grecia. Riguarda la politica dell’Europa, Francia in particolare. Quindi lasciate che io sia chiaro al proposito: la medicina non è solo amara. È tossica. Un medico che prescrive una tale medicina ad un paziente verrebbe arrestato e radiato dall’ordine dei medici. Ma nell’Eurogruppo, il fatto che la medicina stia uccidendo il paziente è visto come prova che c’è bisogno di altre dosi della stessa cura. Che la dose deve essere aumentata!

Per cinque anni il Programma di Austerità della Troika ha creato la più lunga e profonda recessione della storia. Abbiamo perso un terzo del nostro reddito collettivo. La disoccupazione è salita dal 10% al 30% in un paese dove solo il 9% dei disoccupati ha mai ricevuto un sussidio. La povertà inghiotte 2 dei 10 milioni di greci. E non avrebbe potuto essere altrimenti.

Nel 2010 lo stato greco andò in bancarotta. Il nostro stato non poté pagare i suoi debiti alle banche francesi e tedesche. Quindi, che fece l’Europa? Decise di dare al fallito stato greco il più grande prestito nella storia a condizione di un’austerità che ridusse il reddito dal quale il vecchio e il nuovo, gigantesco prestito dovevano essere ripagati. Un bambino di dieci anni può dirvi che chi è insolvente non può risolvere il problema con nuovi prestiti a condizione che il suo reddito diminuisca.

L’austerità fa contrarre il reddito mentre il debito cresce. Più debito, nella forma di nuovi prestiti di salvataggio, a condizione di sempre più austerità porta con precisione matematica ad una catastrofe.

Tutti lo sapevano. Quindi, perché l’ha fatto l’Europa? Perché l’obiettivo non era salvare la Grecia, o l’Irlanda, o il Portogallo o la Spgna! L’obiettivo era salvare la Deutsche Bank, BNP Parisbas, Finanz Bank, Societè General, le banche tedesche e francesi con denaro dei contribuenti e mettere tutto l’onere a carico dei più deboli tra gli europei, causando una crisi umanitaria in Grecia e una recessione a fuoco lento in Francia.

E poi, quando è stato evidente che tutta questa austerità nei fatti ha fatto salire il debito greco dal 120 al 180 per cento del reddito nazionale, invece di ridurlo, che cosa ha fatto l’Europa ufficiale? Altra austerità nel 2012, nel 2013, nel 2014. I redditi continuavano a cadere, la povertà cresceva, la disoccupazione raggiungeva punte da record, tutti dovevano soldi a tutti e nessuno poteva pagare. Più prestiti allo stato che dovevano essere pagati dai cittadini più deboli era una politica economica che non avrebbe mai potuto funzionare. Come Macbeth che aggiungeva crimine a crimine, cercando di nascondere il precedente delitto commettendone uno nuovo, così la Troika aggiunse un salvataggio tossico all’altro, estendendo la crisi, approfondendola, continuando per tutto il tempo a far finta che la crisi stesse per essere risolta.

È stato questo misantropico modo di procedere che ha estinto la speranza in Grecia tra il 2010 e il 2015. A gennaio scorso noi siamo stati eletti per riportare la speranza. Invece che sedere nell’ombra e maledire l’oscurità, noi abbiamo deciso di accendere una candela. Per dare un’altra possibilità alla razionalità e alla speranza. E la gente lo ha visto. La piccola candela che abbiamo acceso ha illuminato le facce della gente, e non solo in Grecia.

Dalla prospettiva della Santa Alleanza della Vecchia Europa, questo è stato un terribile crimine per il quale noi, e chi ci aveva votato, doveva essere punito. Con un altro gigantesco prestito. Con altra austerità controproducente e che porterà presto il nostro debito pubblico al 250% del reddito nazionale. Con un’altra decisione dell’Eurogruppo che condanna la nostra gente a sofferenze non necessarie per lo scellerato crimine di aver cominciato a sperare e, peggio ancora, aver propagato quella speranza al resto d’Europa.

Terreno comune?

Tornando alla mia prima comparsa all’Eurogruppo, devo dirvi che entrai con la determinazione di trovare un terreno comune, come ha fatto anche Michel Sapin. Lasciate che vi legga alcuni estratti dal mio intervento con il quale proponevo una nuova partnership con le istituzioni e con i miei colleghi, gli altri ministri delle finanze:

La nuova partnership che vi proponiamo dovrebbe essere basata su obiettivi realistici e politiche efficienti.

Noi, il nuovo governo greco, dobbiamo guadagnarci una moneta molto preziosa senza esaurire un importante bene capitale: dobbiamo guadagnare la vostra fiducia senza perdere la fiducia del nostro popolo – dei votanti tra i quali godiamo, per adesso, di un consistente tasso di approvazione. Perché questa approvazione è un importante bene capitale nella battaglia dell’Europa per riformare la Grecia e renderla stabile e normale.

In questi tempi di cambiamento, noi sentiamo le vostre preoccupazioni a proposito delle intenzioni del nostro governo. Abbiamo bisogno, chiaramente, di placarle.

Sono qui oggi per trasmettervi un chiaro messaggio sul programma e gli impegni del nuovo governo verso i suoi partner nell’Eurogruppo.

La Grecia, come membro dell’Eurozona, è pienamente impegnata a trovare una soluzione discussa congiuntamente tra i partner, allo scopo di rafforzare la nostra unione monetaria.

Noi siamo impegnati a cooperare in buona fede con tutti i nostri partner europei ed internazionali su una base di parità.

Noi siamo impegnati a finanze pubbliche sane. La Grecia ha effettuato un vasto aggiustamento negli ultimi cinque anni con costi sociali immensi. Il suo deficit è ora sotto il 3% in termini nominali, disceso dal 15% del 2010. Noi abbiamo ora un avanzo primario e il nostro avanzo strutturale, come viene misurato dal Fondo Monetario Internazionale, è il più ampio nell’Unione Europea.

Il nuovo governo prende questo aggiustamento come proprio punto di partenza. Desideriamo ora andare avanti, sulla base di una nuova partnership vicendevolmente vantaggiosa con i nostri partner europei.

Noi siamo impegnati a profonde riforme strutturali.

Il nostro programma di riforme mira a ricreare fiducia tra i cittadini greci, crescita economica e credibilità in Europa. Riconosce il bisogno di profonde riforme per ancorare la prosperità a lungo termine della Grecia all’interno dell’Eurozona.

Riconosciamo che i precedenti programmi di aggiustamento riflettevano impegni presi dalla Grecia e dai suoi partner nell’Eurogruppo.

Riconosciamo gli straordinari sforzi fatti dai contribuenti dei vostri paesi per sostenere il debito greco e mantenere l’integrità dell’euro.

Però al nostro paese e alla nostra popolazione sono stati imposti obiettivi fiscali irrealistici e controproducenti che quindi vanno rivisti. L’obiettivo di un avanzo primario di più del 3% del reddito nazionale annuale non ha precedenti storici in alcuna situazione che rassomigli a quella della Grecia di oggi. Non sarà semplicemente possibile per il nostro paese crescere se rimaniamo sul sentiero di un’austerità che risucchia il reddito imposta alla nostra economia. È anche abbastanza discrepante con il raggiungimento di un rapporto debito-reddito sostenibilmente ridotto.

Il nuovo contratto che proponiamo di discutere con voi dovrebbe riconoscere questa evidenza.

Il nuovo contratto sarà costruito su riforme che sono “possedute” dai cittadini e dalle istituzioni nazionali, usando molti elementi dei programmi preventivamente concordati. Questo significa anche che la speranza di una prosperità condivisa deve essere ravvivata attraverso l’Europa.

Desideriamo discutere con voi questo programma cresciuto localmente che riflette sia il nostro potenziale che i nostri specifici limiti. Vogliamo che la nostra crescita sia inclusiva, basata sulla crescita di investimenti e produttività. La crescita basata su ulteriore compressione del costo del lavoro non può funzionare in Grecia ed è stata rigettata dal nostro popolo.

Basato su obiettivi di avanzo primario più realistici e sul nostro programma di riforma e crescita cresciuto localmente, completamente “posseduto”, il nuovo programma che proponiamo ristabilirà una traiettoria sostenibile del debito.

Invitiamo il Fondo Monetario Internazionale a lavorare con noi per stimare la costruzione della sostenibilità del debito greco in base agli impegni del governo. La Grecia sarà pronta a fare proposte concrete ai suoi partner, a tempo debito, su un menù di strumenti innovativi pr ridurre efficientemente il peso del debito, includendo gli “swap del debito” (debt swaps in originale, n.d.t.).

Poi concludo con queste parole:

Cari colleghi,

l’Europa è una e indivisibile, e il governo greco considera che la Grecia è un membro permanente e inseparabile dell’Unione Europea e della nostra unione monetaria.

Alcuni di voi, lo so, sono stati contrariati dalla vittoria di un partito di sinistra, un partito radicale di sinistra. A loro ho questo da dire: vederci come avversari sarebbe un’opportunità perduta.

Siamo europeisti dedicati. Teniamo profondamente alla nostra gente, ma non siamo populisti che promettono tutto a tutti. Per di più, noi possiamo portare con noi il popolo greco su un accordo che sia genuinamente vantaggioso per l’europeo medio. In noi troverete partner degni di fiducia che non vedono questi incontri come mezzi per ottenere qualcosa in cambio di niente, di guadagnare a spese di tutti gli altri.

Attendo con impazienza di discutere con voi ora, in un vero spirito di cooperazione e partnership e di scrivere assieme questa nuova pagina delle nostre relazioni.

Vi ringrazio molto per l’attenzione.

Mi scuso per la lettura di questi estratti. Ma volevo darvi un sentore dello spirito di cooperazione con cui abbiamo affrontato l’Eurogruppo. Mentre stavo snocciolando queste parole nell’Eurogruppo, “fonti” di Bruxelles facevano trapelare che ero stato maleducato, che stavo facendo la predica ai miei colleghi, che stavo rigettando le “riforme” della Troika. Non ho preso queste voci sul piano personale perché non erano intese come un attacco personale. Erano parte di una volgare campagna di propaganda attraverso cui giustificare la demonizzazione del nostro governo, un tentativo di dipingerci come comunisti radicali così da preparare il pubblico europeo per il nostro rovesciamento.

Per cinque lunghi mesi, la nostra parte ha messo sul tavolo proposte chiare e sofisticate per:

  • riformare l’ufficio delle tasse e renderlo totalmente indipendente dal mio ministero, ma anche dall’oligarchia.
  • una ristrutturazione del debito che avrebbe minimizzato i nuovi prestiti alla Grecia e massimizzato i nostri pagamenti ai creditori.
  • una nuova banca di sviluppo che avrebbe utilizzato beni pubblici e sarebbe entrata in partnership con la Banca Europea di Investimento.
  • una nuova “bad bank” con la quale occuparsi dei prestiti non performanti del sistema bancario greco, dei debiti privati inesigibili che hannointasato i circuiti del credito, impedendo alle banche di prestare perfino a chi è solvente e alle imprese orientate all’export.
  • creare meccanismi per affrontare la corruzione, i cartelli dei prezzi nei mercati al dettaglio, l’emersione del lavoro nero, una riforma delle pensioni che ha ridimensionasse il pensionamento anticipato senza spingere altri anziani verso la povertà.

Ogni volta che proponevamo una misura o una riforma sensata ci mettevano a terra. I miei colleghi francesi erano chiaramente fuori dal gioco e avevano sconsolatamente poca influenza. Anche se eravamo d’accordo con Michel Sapin o Pierre Moscovici su alcune misure non faceva differenza. Se così aveva deciso il presidente dell’Eurogruppo, il nostro accordo non veniva nemmeno preso in considerazione nell’Eurogruppo – non che il signor Djisselbloem abbia mai preso queste decisioni di testa sua, naturalmente. Quando, cosciente di questo, sollevai la questione con il dottor Schäuble, Wolfgang rifiutò di negoziare con me su qualunque questione di sostanza: è il programma (fallito) esistente o l’autostrada (or the highway, in originale. Penso voglia dire la via per uscire dall’Eurozona, ma nell’incertezza ho preferito la traduzione letterale, n.d.t.), era la sua linea. “Andate dalle istituzioni”. Cosa che diligentemente ho fatto.

Boicottaggio

Solo che i nostri negoziati con le istituzioni, la Troika, sono stati l’esperienza più frustrante che uno possa mai avere. Come della gente snervante che vuole parlare a proposito di tutto nello stesso tempo, che significa finire per non parlare di niente del tutto, le istituzioni insistevano su una “revisione omnicomprensivo” che portasse a un “accordo onnicomprensivo”, il che significa che volevano parlare di tutto.

Dicevano: abbiamo bisogno di tutti i vostri dati sul percorso fiscale sul quale si trova l’economia greca, abbiamo bisogno di tutti i dati sulle imprese statali, tutti i dati sui fondi pensione, sulle società energetiche, su questo, quello e quell’altro. Per dimostrare la nostra collaborazione noi acconsentivamo, rispondevamo ai questionari, tenevamo innumerevoli riunioni fornendo i dati. Dopo che un mucchio di tempo è stato sprecato trovando fatti che loro avevano già, prima che li sapessimo noi ministri, loro ci chiedevano cosa intendevamo fare sull’Iva. Noi facevamo di tutto per spiegare loro il nostro piano moderato e sensato per l’Iva. Loro ascoltavano, con aria poco convinta, rigettavano la nostra proposta ma senza uscirsene con una proposta da parte loro. E poi, prima di fissare un accordo sull’Iva, loro si spostavano a un’altra questione, come le privatizzazioni. Ci chiedevano cosa intendevamo fare a proposito delle privatizzazioni, noi proponevamo qualcosa di sensato e moderato, loro lo rigettavano. Poi andavano ad un’altra questione ancora, come le pensioni e da lì ai mercati dei prodotti, da lì alle relazioni industriali, dalle relazioni industriali a qualunque altra cosa. Era come un gatto che si cerca la coda.

Forse l’impedimento maggiore a dei negoziati sensati era la frammentazione della Troika. Il Fondo Monetario Internazionale era vicino alle nostre posizioni riguardo all’importanza della ristrutturazione del debito, ma insisteva che dovevamo rimuovere ogni rimanente protezione dei diritti dei lavoratori e dei professionisti della classe media, come i farmacisti o gli ingegneri. La Commissione era molto più comprensiva verso di noi riguardo queste istanze sociali, ma impediva ogni discussione sulla ristrutturazione del debito per non irritare Berlino o Francoforte. La Banca Centrale Europea aveva il suo programma. In breve, ognuna delle istituzioni aveva una diversa linea rossa, il che vuol dire che noi eravamo imprigionati in una rete di linee rosse.

Ancor peggio, abbiamo fronteggiato la “disintegrazione verticale” dei nostri creditori, visto che i capi del Fondo Monetario e della Commissione avevano un programma differente da quello dei loro lacchè o ad esempio i ministri delle finanze di Germania e Austria avevano piani totalmente in conflitto con quelli dei loro cancellieri.

Nel frattempo, mentre i giorni e le settimane passavano a causa della determinazione dei nostri creditori di ritardare, ritardare e ritardare, mentre facevano sapere alla stampa, nello stesso tempo, che noi eravamo quelli che stavano frenando i negoziati, il nostro governo era soffocato di proposito dalla BCE. Perfino prima che fossimo eletti, la Bce aveva segnalato che avrebbe ridotto l’accesso alla liquidità per le banche greche. I nostri oppositori avevano usato questo per una gigantesca campagna del terrore, nei fatti incitando i depositanti a ritirare il loro denaro dalle banche. Non c’è niente di più facile al mondo per una Banca Centrale che far scattare una corsa agli sportelli – e le banche centrali sono state create appositamente per impedirla.

Pochi giorni dopo essere stati eletti, ho fatto un salto a Londra per parlare con i finanzieri della City allo scopo di calmare i loro nervi e convincerli che il nostro governo era a favore del business e allo stesso tempo determinato a salvaguardare gli interessi della popolazione che soffriva. Funzionò. Il mattino dopo la borsa greca salì del 12% e le partecipazioni bancarie più del 20%. Il giorno dopo ancora, la BCE annunciò che avrebbe limitato l’accesso delle nostre banche al suo meccanismo di liquidità. La borsa crollò ancora. Perché la BCE faceva questo al nostro nuovo governo?

La risposta ufficiale fu che il “programma” greco scadeva alla fine di febbraio “sollevando dubbi riguardo le garanzie delle banche greche”. In realtà la BCE stava strizzando il nostro governo per stoppare il sogno di riaccendere la speranza e farci accettare il programma fallito della Troika così com’era – al limite con alcuni cambiamenti cosmetici.

È interessante confrontare quello che la BCE ha fatto a noi e quel che fece nell’estate del 2012 quando un altro nuovo governo era stato eletto e, di nuovo, il “programma” greco era nel limbo: allora la BCE incrementò la liquidità delle banche a livelli enormi in solo colpo e incrementò il massimale della “carta di credito” (detta anche T-Bill) del governo greco da 15 miliardi a 18,3 miliardi. Nel nostro caso? Nel nostro caso la BCE ha aumentato la liquidità poco a poco, giorno per giorno, creando la paura nei depositanti che magari domani il limite non sarebbe stato alzato e le banche sarebbero andate a secco. Naturalmente la corsa agli sportelli peggiorò.

Per quanto riguarda il massimale della “carta di credito” del governo, invece che aumentarlo da 15 a 18,3 miliardi, la BCE lo abbasò, usando un trucco legale mai visto prima, da 15 a 9 miliardi. E tutto questo in un momento in cui dovevo trovare 7 miliardi per effettuare i pagamenti al Fondo Monetario, pagamenti che avrebbero dovuto essere fatti, in base agli accordi precedenti, da prestiti freschi che non ci sono mai stati dati.

La loro strategia era molto, molto semplice: ritardare ogni accordo con noi, dare la colpa a noi e alla mancanza di “credibilità” delle nostre proposte per i ritardi finché il nostro governo, lo stato, avesse finito la liquidità. Poi sbatterci in faccia un ultimatum sotto minaccia di immediata chiusura delle banche. Questo non è nient’altro che un colpo di stato.

Come dicevo, nel 1967 c’erano i tank e nel 2015 c’erano le banche. Ma il risultato è lo stesso, nel senso di aver rovesciato il governo o aver forzato lo stesso a rovesciarsi da solo – come il primo ministro Tsipras sfortunatamente ha deciso di fare nella notte del nostro magnifico referendum, la notte in cui mi sono dimesso da ministro, e poi di nuovo il 12 luglio.

Un pesce più grande

Tornando a febbraio, potevo vedere il disastro arrivare. Potevo vedere che la Troika non era interessata a riforme che toccassero l’oligarchia, in parte perché avevano una intima relazione con gli oligarchi (la cui stampa ha sostenuto in tutto e per tutto la Troika nella sua lotta contro di noi) e in parte perché avevano altri obiettivi in mente, di cui la Francia era il più grande.

Cosa potevo fare per rendere difficile per loro ignorare le nostre proposte? Feci due cose. Suggerii quel che pensavo fosse un sensato e soddisfacente compromesso riguardante il processo negoziale. Dissi loro: definiamo tre o quattro importanti riforme sulle quali siamo d’accordo, come il sistema fiscale, come l’Iva, come un sistema per contrastare la corruzione nell’aprovvigionamento governativo e mettiamole in pratica immediatamente mentre la BCE rilassa le restrizioni sulla nostra liquidità. Volete un accordo onnicomprensivo? Continuiamo a trattare per farlo – ma nel frattempo lasciateci introdurre queste riforme in parlamento in modo concordato.

La loro risposta? “no, no, no questa dev’essere une revisione omnicomprensiva. Niente sarà messo in pratica se voi osate introdurre qualunque legislazione. Verrà considerata azione unilaterale nemica del processo di raggiungimento di un accordo”.

Così, in risposta, provai qualcos’altro, qualcosa che mi era stato raccomandato da una persona molto in alto nel Fondo Monetario. Usando una squadra di esperti di talento preparammo un voluminoso (60 pagine) Piano per la ripresa della Grecia, un Programma di Riforme per la Grecia, un Progetto per far finire la crisi greca. Per quel lavoro mi affidai al consiglio di esperti non-greci di fama. Larry Summers, ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Lord Lamont, mio amico e ex ministro delle finanze britannico (Lord Lamont è un conservatore ed ha servito nei governi di Margaret Thatcher e John Major, n.d.t.), Thomas Mayer, ex capo economista della Deutsche Bank, il mio grande amico Jamie Galbraith dell’università del Texas e Mariana Mazzuccato dell’università del Sussex. Infine Jeffrey Sachs della Columbia university, che ha collaborato a formare molti programmi di riforme nazionali per conto del Fondo Monetario Internazionale, mi aiutò a editare il documento.

Consegnai quel documento agli altri ministri delle finanze, fu mandato a governi e funzionari delle istituzioni. Pensate che qualcuno abbia prestato attenzione? Naturalmente no. Perfino il mio primo ministro era troppo timoroso per sottomettere il nostro documento onnicomprensivo agli altri capi di governo, impaurito che la Troika considerasse il nostro documento onnicomprensivo una sfida alla sua autorità, al suo “processo di revisione omnicomprensivo”.

Nel frattempo la Troika, varia gente della Commissione, del ministero delle finanze tedesco e altre fonti del potere, facevano trapelare sempre più spesso ai media che noi stavamo rifiutando di riformare il paese, che stavamo perdendo tempo, che non avevamo niente di credibile da offrire!

Vi invito caldamente a guardare il mio sito, dove ho caricato quel documento e, se avete tempo ed energia, confrontarlo con l’ “accordo” che è stato alla fine imposto al primo ministro Tsipras. Quello che nessuno ha discusso, quello che perfino il governo greco ha mancato di pubblicizzare, farebbe finire la crisi greca, diversamente dalle condizioni di resa dettate il 12 luglio, che il nostro parlamento ha approvato recentemente e che alimenteranno ulteriormente la crisi con effetti calamitosi sui più deboli tra i cittadini greci.

Fine dei giochi

E così gli infiniti negoziati continuarono finchè la nostra liquidità statale finì completamente. All’ultimo minuto, il 25 giugno, quattro giorni prima che le banche greche fossero chiuse dalla BCE, la Troika ci diede la sua proposta di accordo. Era un ultimatum. Prendetelo o le vostre banche non riapriranno mai più le porte.

Leggemmo le loro proposte. Erano assolutamente velenose…totalmente non attuabili e tossiche. Loro volevano che promettessimo una spropositata quantità di nuova austerità, che incrementassimo l’Iva agli alberghi delle nostre isole dell’Egeo dal 6 al 23%, quando in Turchia è il 7%, che tagliassimo di un terzo le pensioni ai pensionati più poveri. La lista degli orrori su cui insistevano era infinita. Per mesi loro hanno asfissiato il nostro governo e la nostra economia con una simultanea corsa agli sportelli e una stretta della liquidità, hanno insistito che il nostro stato stressato continuasse a ripagare il Fondo Monetario Internazionale dalle proprie casse esauste e loro ritardavano i negoziati finché noi abbiamo raggiunto l’orlo dell’abisso. E a quel punto hanno fatto il tipo di proposte che uno fa quando non vuole un accordo. La questione è: perché hanno voluto fare questo?

Lo hanno fatto per indurci a concordare sulle riforme? Naturalmente no. Noi volevamo disperatamente introdurre riforme. Quando parlavano di riforme non hanno mai inteso quello. Non è una riforma tagliare la pensione di un pensionato a 300 euro al mese giù fino a 200 euro al mese. Le nostre proposte di riforma del sistema pensionistico erano riforme genuine – avevamo un piano per fare leva su beni pubblici allo scopo di creare investimenti che avrebbero pagato dividendi che avrebbero, a loro volta, sostenuto i fondi pensione. Abbiamo proposto una ristrutturazione dei fondi pensione e drastiche restrizioni sui pensionamenti anticipati. Ma loro non erano interessati.

Lasciatemi ora andare alla questione del debito. Lo scopo di ristrutturare il debito è ridurre i nuovi prestiti necessari per salvare un debitore in bancarotta. I creditori offrono uno sgravio del debito per avere di ritorno più valore e conferire all’entità in difficoltà meno nuovi finanziamenti possibili. I creditori della Grecia hanno fatto l’opposto. Loro hanno rifiutato di ristrutturare il debito e insistito che noi dovevamo accettarne ancora e ancora con condizioni che garantivano che non potesse essere ripagato.

Durante il negoziato, non ho mai smesso di suggerire ai nostri creditori una serie di brillanti “swap del debito” che miravano a due obiettivi: minimizzare i nuovi prestiti e assicurarsi che la Grecia fosse qualificata per il tipo di sostegno che la BCE da giornalmente al resto degli stati membri dell’Eurozona, come il miglior modo di smettere di prendere a prestito dai contribuenti europei. Loro hanno rigettato le mie proposte e ora hanno imposto un nuovo prestito che è il doppio di quel che era necessario.

Le nostre proposte non furono in effetti rigettate. Questo è quel che veramente importa: le nostre proposte non sono mai state discusse! Perfino se noi abbiamo avuto assicurazioni da alte autorità che esse erano tecnicamente rigorose e legalmente ben fatte, la volontà politica dell’Eurogruppo era di ignorare le nostre proposte, lasciare che il negoziato fallisse, per chiudere le nostre banche e forzare il governo greco ad arrendersi su tutto – incluso un enorme nuovo prestito assai più grande di quello che avevamo proposto.

Perchè?

Quindi torniamo alla terribile domanda: perché i creditori della Grecia preferiscono un nuovo pacchetto di prestiti molto più grande del necessario? Perché hanno ignorato le nostre proposte di riforma che loro sapevano che avremmo potuto e voluto mettere in pratica? Perché hanno sprecato la grande opportunità che gli abbiamo presentato in quanto solo governo che aveva il sostegno della gran parte del popolo greco? Non hanno “capito” che noi eravamo nella miglior posizione possibile per chiedere ai greci di prendere un’amara, sebbene non tossica, medicina riformista? Perché hanno insistito perché la medicina fosse velenosa e non terapeutica?

Non c’è una risposta economica qui. La sola risposta è quella che sta fermamente nel regno della politica di potere. La più grande paura della Troika era che il nostro governo potesse avere successo. Che la superiore saggezza e autorità della Troika fosse poi messa in discussione da voi cari amici, dai popoli d’Europa. Alla Troika non dispiace la Grecia come una ferita che si infetta continuamente. Il ministro delle finanze tedesco non è nemmeno così tanto preoccupato di riavere indietro i soldi dei contribuenti tedeschi.

Quelli che controllano il gioco in Europa sono pronti a riversare ancora molto altro denaro dei loro contribuenti in un pozzo greco senza fondo, mentre il popolo greco soffre, se questo è il solo modo che hanno di perpetuare il loro controllo sui loro popoli.

  • Il debito è il potere dei creditori e un debito insostenibile da ai creditori ancor più potere.
  • Loro non volevano di ritorno il vostro denaro.
  • Loro volevano rovesciare il nostro governo a vostre spese.
  • Ancor di più, loro volevano che ci preparassimo un letto di chiodi e che poi ci stendessimo sopra volontariamente, ringraziandoli per avercelo lasciato fare.
  • Loro volevano umiliare il solo governo che aveva osato discutere la logica di una politica economica illogica.

    I nostri cinque mesi di negoziato sono stati una competizione tra il diritto dei creditori di governare una nazione debitrice e il diritto democratico dei cittadini di quella nazione di auto-governarsi. Non c’è mai stato un negoziato tra l’UE e la Grecia come stato membro dell’UE.

    Ecco perché sono qui. Sono qui perché quel che è successo a noi sta cominciando a succedere a voi. La Grecia è il campo di battaglia sul quale una guerra contro la democrazia europea, contro la democrazia francese, viene provata e testata.

    Tornando a maggio, a margine di un ennesimo vertice dell’Eurogruppo, ho avuto il privilegio di una affascinante conversazione con il dottor Schäuble. Abbiamo parlato ampiamente sia a proposito della Grecia che del futuro dell’Eurozona. Più tardi quel giorno, l’ordine del giorno dell’incontro dell’Eurogruppo comprendeva una voce su futuri cambiamenti istituzionali per rafforzare l’Eurozona. In quelle conversazioni diventò chiaro ad abundantiam che cosa il dottor Schäuble stava pianificando per l’Europa. Era anche chiaro che una larga maggioranza dei ministri delle finanze erano concordi. Michel Sapin non era uno di loro, ma, tuttavia, non riesco a ricordare che lui abbia contestato apertamente la visione del dottor Schäuble. La Francia non è chiaramente più quella di una volta…

E quale è il piano? Francois Mitterrand sapeva che l’Eurozona era mal costruita. Lui credeva che la prima grande crisi dell’euro avrebbe forzato i suoi successori ad introdurre l’unione politica necessaria per salvare l’Europa da una frammentazione stile anni ’30. Si sbagliava.

Crisi su larga scala sono naturalmente inevitabili quando il controllo sul denaro di nazioni differenti è deferito a “tecnocrati” svincolati da un processo parlamentare per tenerli sotto controllo o per sostenerli quando necessario. Una volta che la inevitabile crisi colpisce, gli interessi nazionali risalgono in superficie e si vendicano. La storia ha dimostrato che Mitterrand si sbagliava: la crisi ha messo orgogliose nazioni una contro l’altra e spinto la soluzione federale più in là, in un futuro distante.

Il che ci lascia con il piano del dottor Schäuble: un padrone del bilancio dell’Eurozona (verosimilmente una versione glorificata del presidente dell’Eurogruppo) equipaggiato solo con poteri negativi, o di veto, sui bilanci nazionali. Sul bilancio della Francia, per essere precisi. Un Eurogruppo che diventa sempre più potente mentre la Commissione Europea sbiadisce sullo sfondo, limitata ad occuparsi di materie di minore importanza.

A quelli che parlano di “più Europa” o in favore di una “unione politica”, io dico: State attenti! Anche l’Unione Sovietica era un’unione politica. La questione è: che tipo di unione politica? Un regno democratico di prosperità condivisa? O una gabbia di ferro per i popoli d’Europa?

Una democrazia federale, lasciate che vi ricordi, come la Germania, gli Stati Uniti o l’Australia, è fondata sulla sovranità dei suoi cittadini come viene riflessa nel potere positivo dei loro rappresentanti federali di legiferare quel che deve essere fatto in nome del popolo sovrano.

In acuto contrasto, il Piano Schäuble prevede solo poteri negativi: un signore del bilancio che può solo dire “No”, ma ha una capacità molto limitata di riciclare i surplus dalle regioni in avanzo a quelle in deficit in Europa – che è quello che un sistema federale farebbe.

Il problema con questo piano è duplice. Primo, non aiuterebbe a salvaguardare e gestire la macro economia dell’Eurozona. Secondo, violerebbe principi basilari della democrazia liberale occidentale.

Allora, perché la Grecia è rilevante in tutto questo? Perché è parte del piano usare la Grecia come un esempio morale, come una dimostrazione a voi gente di quel che vi aspetta se resistete a questa rigida versione di unione politica. La Grexit è intesa come una minaccia che forza il popolo di Francia ad accettare come mali minori una permanente austerità, una crisi permanente e un diretto controllo sul vostro destino da parte di pseudo-tecnocrati che non rispondono a nessuno, senza faccia ed economicamente analfabeti.

State attenti a questo: il nostro governo è stato stritolato perché abbiamo osato dire no alla Troika in un momento in cui erano in atto i piani perché la Troika arrivasse a Parigi. Non dite che non siete stati avvertiti. “Noi siamo tutti greci, ora” non perché ci sia qualcosa di superiore nei greci, ma perché la Primavera di Atene ha acceso una piccola candela che manda speranza a tutti gli europei. Una candela che la Troika doveva spegnere ad ogni costo, per timore che la sua autorità venisse sfidata dallo spettro della democrazia.

Perdita di sovranità su dipartimenti chiave dello stato

Una delle scoperte scioccanti, dopo aver assunto il ministero delle finanze, è stata il modo in cui cinque anni di governo della Troika aveva trasformato lo stato greco in un formaggio svizzero. Interi pezzi del nostro governo erano stati ingurgitati dalla Troika, rispondendo direttamente a loro, non più tenuti a rispondere ai ministri o perfino al Parlamento.

E non era solo la Banca di Grecia, che era stata incorporata nella BCE – la stessa banca centrale che, invece di aiutare il nostro governo (come le banche centrali erano inizialmente nate per fare) ci stava asfissiando. No, mi riferisco ad altre istituzioni cruciali come la Hellenic Financial Stability facility – HFSF – (che possiede, in nome dello stato, tutte le banche) l’entità che tratta tutte le privatizzazioni, l’Ufficio statistico e, naturalmente, il Segretariato delle pubbliche entrate del mio ministero.

Quando decisi di ridurre gli enormi stipendi dei manager dell’HFSF, nominati principalmente dalla Troika, ricevetti una lettera dal signor Thomas Wieser, il presidente dell’Euro Working Group, un funzionario chiave della Troika, il quale mi disse che non potevo farlo senza l’approvazione del suo ufficio. In un paese dove la Troika pretende costanti tagli a pensioni e stipendi, il ministro non poteva ridurre gli esorbitanti salari dei ragazzi e ragazze prediletti della Troika – salari pagati dalla nostra nazione in bancarotta.

In un’altra occasione cercai di interrogare il segretario delle pubbliche entrate del mio ministero sul perché aveva ritardato di quattro mesi l’apertura di una applicazione web con cui le società presentano la denuncia dei redditi – lo stesso periodo di quattro mesi in cui il nostro stato veniva asfissiato ed aveva disperato bisogno di entrate fiscali. Mi hanno detto che io, il ministro, non avevo autorità sul segretariato delle pubbliche entrate che era, effettivamente, direttamente collegato con la Troika. Presto, durante i negoziati, la Troika … (manca il verbo in originale, n.d.t.) di fare una legge per dare maggiore autonomia al segretario generale che stava dando una mano nell’asfissiare il nostro stato!

E quando, dopo le mie dimissioni, dissi ad un gruppo di finanzieri del mio piano per ristabilire la sovranità nazionale su quel particolare segretariato, d’improvviso mi trovai a fronteggiare una campagna, da parte dei media greci amici della Troika, per mandarmi sotto processo per…alto tradimento.

Vi dico tutto questo così che siate avvertiti. Quando la Troika arriva a Parigi, in persona o in spirito, sappiate questo: una esecrabile carenza di democrazia nazionale verrà imposta anche sui ministeri francesi – se non è già stata imposta.

Deficit democratico

Lasciatemi ora riportavi indietro alla fine di giugno. Il primo ministro Tsipras aveva annunciato il referendum in base al fatto che non avevamo nè un mandato per accettare un accordo non attuabile, nè per scontraci con l’Europa. Allora noi presentammo l’ultimatum della Troika al popolo greco.

Nel vertice dell’Eurogruppo che seguì il 27 giugno, fui fustigato da numerosi ministri delle finanze per aver osato porre a gente comune delle complesse questioni finanziarie. Cosa? Non è forse questo lo scopo della democrazia? Porre questioni complesse a gente comune, sulla base di una persona un voto? Avevo capito bene? L’Eurogruppo – l’organo della più grande economia del mondo dove tutte le decisioni che danno forma alle nostre economie sociali vengono prese – mi stava rigettando la democrazia in faccia?

In quel vertice, il presidente Djisselbloem annunciò che stava per convocare un secondo incontro più tardi quella sera, senza di me; senza che la Grecia fosse rappresentata. Protestai che non poteva, decidendo da solo, escludere il ministro delle finanze di uno stato membro dell’Eurozona e chiesi una consulenza legale sulla questione.

Dopo una breve sospensione, la consulenza venne dal Segretariato dell’Eurogruppo: “l’Eurogruppo non esiste nella legge europea. È un gruppo informale e perciò non ci sono regole scritte per limitare il suo presidente”. Nessuna regola scritta, nessun verbale (cosicchè i cittadini possano vedere quel che è stato detto in loro nome), nessun rispetto per la democrazia. Questa è l’istituzione che decide per voi e per me, per i vostri figli e per i miei. È questa l’Europa per cui avevano lavorato Adenauer, de Gaulle, Brandt, Giscard, Schmidt, Kohl, Mitterrand eccetera? O è l’epitaffio dell’Europa che abbiamo sempre pensato essere il nostro punto di riferimento, la nostra bussola?

Circa una settimana più tardi il popolo di Grecia, nonostante le banche chiuse e gli allarmismi dei corrotti media greci, pronunciò un fragoroso NO nel referendum. Il giorno seguente l’Euro Summit rispose imponendo al nostro primo ministro un accordo che può solo essere descritto come le condizioni di resa del nostro governo. E l’arma scelta dall’Euro Summit? La minaccia illegale di amputare la Grecia dall’Eurozona.

Qualunque cosa uno pensi del nostro governo, e nonostante le divisioni tra di noi provocate da quella resa, questo episodio resterà nella storia europea come

il momento in cui l’Europa ufficiale dichiarò guerra alla democrazia europea. La Grecia ha capitolato, ma è l’Europa ad essere stata sconfitta.

Il nostro scontento

Come forse avete sentito, quella notte io dissentii con il primo ministro Tsipras e mi dimisi. Non eravamo stati d’accordo su svariate questioni prima di allora.

Concedere alla Troika, a fine aprile, avanzi primari assurdamente alti, senza il mio consenso, aveva prevedibilmente imbaldanzito i nostri creditori. Una volta che acconsenti ad avanzi primari alti, questo significa che accetti nuova austerità, segnali che non sei veramente serio a proposito della ristrutturazione del debito. E una volta che hai ceduto sull’austerità e sul debito, la Troika sa che sei battuto. Tutto quello che dovevano fare era attendere la nostra capitolazione.

La ragione per cui non mi dimisi allora, a fine aprile o all’inizio di maggio, era che ero sicuro che la Troika non avrebbe dato al mio primo ministro nessun accordo minimamente decente dopo che lui aveva concesso loro quasi tutto quello che avevano chiesto. Perché il loro scopo era la nostra umiliazione, piuttosto che un duro, austero accordo. E quindi attesi che Alexis irrigidisse i toni. Il referendum gli dava quell’opportunità.

Quando l’Eurogruppo segnalò alla BCE di chiudere le nostre banche per rappresaglia contro il nostro referendum – le stesse banche che la BCE aveva ripetutamente dichiarato solventi – io raccomandai due o tre atti di ritorsione da parte nostra. Quando andai in minoranza nel nostro gabinetto di guerra, capii che era finita.

Ma poi il coraggioso, impavido popolo di Grecia, nonostante la propaganda martellata dalle tv e dalle radio degli oligarchi, ignorando le banche chiuse, votò un fragoroso “No” alla resa. Quella notte Danae ed io sentimmo che avevamo un’altra chance. O che, come minimo noi avremmo dovuto rassegnarci solo se avessimo pensato che le nostre armi erano tutte esaurite, scendendo in strada con la nostra coraggiosa gente. “Non nel nostro nome”, avrebbe dovuto essere la nostra sprezzante risposta alle domande della Troika di firmare il suo catastrofico “nuovo” piano.

Questi disaccordi tra Alexis Tsipras e me sono ormai acqua passata. Mi rattrista che le nostre strade si siano divise. In particolare mi rattrista sentire il mio compagno sforzarsi di trovare parole per sostenere un programma che lui sa che non si può far funzionare.

Possiamo andare avanti uniti nella differenza? La Sinistra non è stata brava a fare questo in passato. È meglio che migliori adesso. Abbiamo bisogno di lasciare la porta aperta per tutti coloro che hanno l’urgenza e la capacità di unirsi a noi nella Lotta per Recuperare l’Integrità e l’Anima dell’Europa. Per democratizzare l’Eurozona.

Una falsa, ma divertente, storia dell’euro

Perchè noi europei abbiamo creato l’Euro? Una risposta analiticamente sbagliata, ma divertente la racconta così:

I francesi avevano paura dei tedeschi

Gli irlandesi volevano fuggire dai britannici

I greci erano terrorizzati dai turchi

Gli spagnoli volevano diventare come i francesi

Gli italiani del sud desideravano ardentemente il diritto di migrare in…Germania

Gli italiani del nord volevano diventare tedeschi

Gli olandesi e gli austriaci erano diventati nient’altro che tedeschi

I belgi cercavano di guarire le loro acute divisioni congiungendosi sia con l’Olanda che con la Francia sotto gli auspici di un Marco tedesco riconfigurato

I baltici tremavano al pensiero di una risorgente Russia

Gli slovacchi non avevano nessun altro posto dove andare dopo la separazione dai loro fratelli cèchi

La Slovenia scappava dai Balcani
La Finlandia doveva fare qualcosa che la Svezia non facesse E, finalmente, i tedeschi avevano paura dei…tedeschi!

Come tutte le grandi bugie, questo racconto contiene importanti piccole verità. I francesi avevano veramente paura dei tedeschi. E i tedeschi avevano ragioni per temere quella paura, così come la capacità della loro stessa nazione di auto-distruggersi.

A questo punto non mi trovo d’accordo con quelli che accusano la Germania e “i” tedeschi per la crisi dell’Europa. Mi sono sempre opposto a questa tendenza per due ragioni.

Primo, non c’è una cosa chiamata “i” tedeschi. O “i” greci. O “i” francesi. Chiunque conosca la società tedesca, greca o francese saprà anche che c’è più divergenza di caratteri, virtù e opinioni tra i greci, tra i francesi e tra i tedeschi di quante differenze ci siano tra tedeschi, francesi e greci.

La seconda ragione per cui mi oppongo alla censura della Germania è che Parigi porta una responsabilità maggiore di Berlino per il nostro caos attuale. Lasciatemi riportarvi al 18 settembre del 1992. Quel giorno, due giorni prima che il popolo francese votasse il referendum sul trattato di Maastricht, Le Figaro aveva questo da dire:

“Gli oppositori del trattato di Maastricht hanno paura che la nostra valuta comune e la nuova banca centrale rafforzeranno la superiorità del Marco tedesco e della Bundesbank. Ma accadrà l’esatto opposto. Con Maastricht la Germania dovrà condividere la sua potenza finanziaria con altri. “La Germania pagherà” dicevano negli anni ’20. Oggi la Germania paga. Maastricht è il trattato di Versailles senza una guerra”.

Nessun tedesco poteva perdonare una tale insensibilità. Non era una buona scusa che l’establishment francese stesse lottando per persuadere uno scettico elettorato francese a votare “Sì” al referendum.

Nel 1919 il trattato di Versailles condannò la Germania ad indicibile miseria, umiliò l’orgogliosa nazione tedesca e la preparò per essere conquistata dai criminali nazisti. I nazisti sarebbero rimasti una nota a fondo pagina della storia se non fosse stato per gli impossibili risarcimenti del trattato di Versailles.

Questo non era solo un capriccioso editoriale di qualche giornale francese. Anche il presidente de Gaulle si era immaginato l’unione monetaria con la Germania come “guerra con altri mezzi” esattamente nello spirito dell’editoriale de Le Figaro. E poi, nel 1983, quando Francois Mitterrand decise di scaricare le politiche anti-austerità del governo socialista per placare i mercati e la Bundesbank, Jacques Delors disse che abbracciava l’austerità perché l’austerità poteva essere sconfitta solo a livello europeo. E come sarebbe accaduto questo? Il piano di Delors era di conquistare un’istituzione amata dal popolo tedesco, la Bundesbank, inglobarla in una banca centrale dominata dalla Francia ed estendere in Germania e nel resto d’Europa politiche vicine al cuore di Parigi.

Sì, è vero che ne ho abbastanza di sentire politici tedeschi, come Wolfgang Schäuble, continuare a parlare della santità delle regole non applicabili (traduzione letterale diunenforceable rules”, n.d.t.). Ma dobbiamo essere onesti: le elite francesi sono responsabili del fatto di aver messo le elite tedesche sulla difensiva. I diplomati delle Grand Ecoles francesi parlano tanto del Bene Comune Europeo, ma in realtà essi erano entusiasti di sacrificare gli interessi della maggioranza dei francesi sull’altare dei loro piccoli interessi personali. Loro costantemente hanno domandato che il loro popolo e il resto d’Europa facesse sacrifici cosicché la classe dirigente francese potesse prosperare, con marchi o euro nelle loro tasche.

L’euro ha cambiato tutto questo. Chiusi nel suo abbraccio di ferro, i sofisticati amministratori francesi stanno realizzando che l’unione monetaria non consegnerà loro la Germania su un piatto d’argento. In verità stanno realizzando che non solo non stanno vincendo sulla Germania, ma che stanno perdendo la Francia. Questo non offre a noi, umanisti europei impegnati, consolazione. I nostri popoli in Francia, in Grecia, in Germania, in Finlandia stanno soffrendo a causa della stupida gestione dell’inevitabile crisi da parte delle nostre cosiddette elites.

Formiche e cicale

Tornando indietro al vecchio manifesto col quale ho cominciato il mio discorso, resta vero che la storia dell’umanità è la storia della lotta di classe. La sola forza politica che lo ha dimenticato è la…Sinistra. La Destra non si è mai mossa dal perseguire una guerra di classe in pratica usando ogni crisi per mettere orgogliose nazioni una contro l’altra.

L’idea che le formiche vivano tutte nel Nord e le cicale tutte al Sud, oltre che in Irlanda, è assurda. Ci sono formiche e ci sono cicale in ognuna delle nostre nazioni. Durante i “bei” tempi dell’Eurozona, le cicale del Nord e le cicale del Sud si sono abbuffate a iosa. E quando i loro peccati hanno portato alla crisi, sono state le formiche del Nord e le formiche del Sud che hanno dovuto pagare il conto.

La Troika e l’Eurogruppo rappresentano l’adozione del programma delle cicale da parte dell’Europa ufficiale, dappertutto in Europa, mettendo le formiche del Nord contro le formiche del Sud in un’Europa che sta perdendo la sua anima a causa degli stereotipi, della negazione e a causa della ferrea determinazione di cosiddette elite infami di non lasciar andare le leve del potere che hanno acquisito illecitamente.

Nel 1929 un crollo a Wall Street cominciò il processo che smantellò la valuta comune di quel tempo – il Gold Standard. Nel 2008 un’altro crollo a Wall street cominciò il processo di frammentazione dell’Eurozona. In entrambe le occasioni i francesi si girarono contro i tedeschi, i tedeschi contro i francesi, prima che i francesi si mettessero contro i francesi, i greci contro greci e i tedeschi contro i tedeschi. In entrambe le occasioni, negli anni ’30 e ora, i soli beneficiari furono i fanatici, i nazionalisti, gli xenofobi, i misantropi. L’uovo del serpente non impiegò tanto tempo a schiudersi nelle circostanze che seguirono.

Anti-nazionalisti, anti-nazi

Ecco perché è così importante che noi evitiamo di cominciare le frasi con “I tedeschi questo” o “I francesi quello” o “I greci quell’altro”. Ecco perché è imperativo che noi capiamo che non c’è qualcosa come “I” tedeschi” “I” greci o “I” francesi. Che noi siamo tutti europei di fronte a una vera crisi europea.

Nella mia prima visita a Berlino, alla conferenza stampa che abbiamo tenuto con il dottor Wolfgang Schäuble, ebbi questo da dire, in sua presenza:

Come ministro delle finanze di un governo che affronta circostanze d’emergenza causate da una selvaggia crisi debito-deflazionaria, sento che la nazione tedesca è colei che può capirci meglio di chiunque altro. Nessuno capisce meglio della gente di questa terra come un’economia gravemente depressa, combinata con una rituale umiliazione nazionale e un’infinita disperazione possa schiudere l’uovo del serpente all’interno della stessa società. Quando tornerò a casa stasera, mi troverò in un Parlamento in cui il terzo maggior partito è un partito nazista.

La Germania può essere orgogliosa del fatto che il nazismo è stato sradicato qui. Ma è una delle più crudeli ironie della storia che il nazismo stia risollevando la sua orrenda testa in Grecia, un paese che ha condotto una tale pregevole lotta contro di esso. Abbiamo bisogno che il popolo tedesco ci aiuti nella lotta contro la misantropia. Abbiamo bisogno che i nostri amici tedeschi rimangano saldi nel progetto dell’Europa post-guerra; e cioè non permettere mai più che una depressione come quella degli anni ’30 divida orgogliose nazioni europee. Dobbiamo fare il nostro dovere a questo riguardo. E sono convinto che altrettanto faranno i nostri partner europei.

Quindi, basta stereotipi a proposito dei greci, dei tedeschi, dei francesi. Stendiamo la mano a tutti quelli che vogliono rivendicare l’Europa come il regno democratico della prosperità condivisa.

Conclusione

Vi ho stancati a sufficienza. Lasciatemi finire con il profondo ringraziamento mio e di Danae ad Arnaud Montebourg e Aurelie Filippatti per la loro ospitalità, la loro amicizia e per averci permesso di incontrare tutti voi oggi – per questa opportunità di cominciare qualcosa di importante, qui a Frangy.

La Francia è il laboratorio d’Europa. Portando in Francia lo spirito della Primavera di Atene, si può dare un’altra occasione alla speranza.

Cari amici, la diversità e la differenza non sono mai state il problema dell’Europa.

Il nostro continente cominciò ad unirsi con molte differenti lingue e culture ed è finito diviso da una valuta comune.

Perché? Perché abbiamo lasciato che i nostri governanti provassero a fare qualcosa che non può essere fatto: de-politicizzare la moneta, trasformare Bruxelles, l’Eurogruppo, la BCE in zone libere dalla politica.

Quando la politica e la moneta sono de-politicizzate quel che accade è che la democrazia muore. E quando la democrazia muore, la prosperità è confinata ai pochissimi che non possono nemmeno godersela, dietro i cancelli e le recinzioni che devono costruire per proteggersi dalle loro vittime.

Per contrastare questa distopia, i popoli d’Europa devono credere di nuovo che la democrazia non è un lusso concesso ai creditori e rifiutato ai debitori.

Forse è il tempo di un network europeo che abbia l’esplicito proposito di democratizzare l’euro. Non un altro partito politico, ma una coalizione inclusiva pan-europea da Helsinki a Lisbona, da Dublino ad Atene, impegnata a muoversi dall’Europa del “Noi i governi” a quella del “Noi il popolo”. Impegnata a far finire lo scambio di accuse. Impegnata sull’affermazione che non c’è una cosa come “I” tedeschi, “I” francesi o “I” greci.

Il modello di partiti nazionali che formano fragili alleanze nel parlamento europeo è obsoleto. I democratici d’Europa devono riunirsi prima di tutto, formare un network, forgiare un programma comune e poi trovare modi di connetterlo con le comunità locali e al livello nazionale.

Il realismo ci chiede che il nostro nuovo network europeo cerchi modi di adattare le esistenti istituzioni europee ai bisogni del nostro popolo. Di essere modesti e di usare le istituzioni esistenti in modi creativi. Di scordarci, almeno per adesso, di cambiare i Trattati e di fare passi federali che possono solo seguire dopo che noi e lo spettro della democrazia avremmo fatto finire la crisi.

Prendete i quattro ambiti dove la crisi europea si sta dispiegando. Debito, banche, investimenti inadeguati e povertà. Tutti e quattro sono attualmente lasciati nelle mani di governi che sono privi di potere per agire. Rendiamoli europei! Lasciamo che le istituzioni esistenti gestiscano una parte dei debiti degli stati membri, mettiamo le banche che falliscono sotto una comune giurisdizione europea, diamo alla Banca Europea d’Investimento il compito di amministrare un programma pan-europeo di ripresa trainato dagli investimenti. E, da ultimo, usiamo i profitti dei conti (accounting profits in originale, n.d.t.) che si accumulano nel sistema europeo delle banche centrali per finanziare un programma di lotta alla povertà dappertutto in Europa – inclusa la Germania.

Chiamo questo programma onnicomprensivo “Europeizzazione decentralizzata” perché “europeizza” i nostri problemi comuni, ma non propone un tesoro federale, nessuna perdita di sovranità, nessun trasferimento fiscale, nessuna garanzia tedesca o francese per il debito irlandese o greco, nessun bisogno di modifiche ai trattati, nessuna nuova istituzione. Da più libertà ai governi eletti. Limita la loro impotenza. Restaura il funzionamento democratico dei nostri Parlamenti.

Alcuni anni fa Michel Rocard sostenne questa proposta, e ne scrisse perfino la prefazione. Può essere il punto di partenza delle discussioni del nostro network pan-europeo riunendo la Sinistra francese, i radicali di sinistra greci, una società tedesca più sicura di sé, perfino dei conservatori che concordano sul fatto che il presente sistema sta avvelenando la democrazia e deraglia le nostre economie.

Non dobbiamo essere d’accordo su ogni cosa. Cominciamo ad accordarci sul fatto che l’Eurozona ha bisogno di essere democratizzata.

Quando chiesero a Ghandi che cosa pensava della civiltà occidentale, lui notoriamente rispose: “…sarebbe una buona idea”.

Se ci chiedessero cosa noi pensiamo dell’Unione Europea oggi, dovremmo dire: “Che splendida idea! Se solo potessimo farla!”

Noi possiamo farla. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è aiutare lo spettro della democrazia a perseguitare coloro che lo detestano.

Lasciatemi finire aggiungendo agli ideali francesi di libertà, fraternità ed eguaglianza alcune altre idee che la nostra Primavera ateniese ha messo al centro e che la nuova Europa deve abbracciare di nuovo: speranza, razionalità, diversità, tolleranza e, naturalmente, democrazia.

Fonte: https://varoufakis.files.wordpress.com/2015/08/frangy-2-23-aug-2015.pdf

traduzione di Lame

Il terzo MoU secondo Yanis #3

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 3

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 3] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale:http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

Testo tradotto – parte 3

Puoi trovare tutto anche nella pagina (MAL)TRATTATI

Il terzo MoU secondo Yanis #2

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 2] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

Testo tradotto – parte 2

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Il terzo MoU secondo Yanis #1

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe – per  www.znetitaly.org

TERZO MoU (MEMORANDUM of UNDERSTANDING) DELLA GRECIA ANNOTATO DA YANIS VAROUFAKIS – PARTE 1

di Yanis Varoufakis – 17 agosto 2015

Il terzo memorandum d’intesa greco fa ora parte della legge greca. Scritto in gergo troika è quasi impossibile da decifrare per chi non parla quel linguaggio poco appetitoso. Cliccate di seguito per il testo [la traduzione italiana – parte 1] liberamente annotato dal sinceramente vostro, in formato PDF.

Originale: http://yanisvaroufakis.eu/2015/08/17/greeces-third-mou-memorandum-of-understading-annotated-by-yanis-varoufakis/

Testo tradotto – parte 1

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Diktat

Varoufakis: “Non solo la Grecia: così Schaeuble vuole imporre la Troika anche a Roma e Parigi”

La denuncia dell’ex ministro: “Temo che la Grexit sia inevitabile, servirà a incutere la paura necessaria per forzare il consenso di Italia, Spagna e Francia”.

di Claudi Pérez [© El País. Traduzione di Elisabetta Horvat] – Repubblica.it, 2 agosto 2015

ATENE – “Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”. Yanis Varoufakis accoglie El País nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista. Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto. Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perché la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa. Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.

Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?

“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.

Quale?

“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.

Intanto la Grecia continuerà a subire la tutela della Troika…

“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.

Cosa si aspetta nei prossimi mesi?

“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà. Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesa in grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.

La Grexit è ormai scontata?

“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.

Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà lui a vincere la Grecia è condannata?

“C’è un piano sul tavolo, ed è già avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.

A Parigi?

“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.

Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?

“Sarà un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità, per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finché siamo rimasti senza liquidità. Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.

Quali gli effetti per l’Europa?

 “Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità, della sovranità e della democrazia”.

Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?

“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perché abbiamo cambiato i termini del dibattito”.

Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perché Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?

“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.

Lei lo avrebbe fatto?

 “Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.

Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.

“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.

Quale sarà l’eredità di Angela Merkel per l’Europa?

“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità come questa”.

Il (nuovo) partito di Varoufakis

Grecia, Varoufakis prepara il suo movimento: Alleanza Europea 

Tra i nomi della potenziale squadra dell’ex ministro delle Finanze di Atene si citano Oskar Lafontaine, James Galbraith, Paul Krugman e Joseph Stiglitz.

di Francesco De Palo – ilfattoquotidiano.it, 26 luglio 2015 

Oskar Lafontaine per catalizzare i nemici della Cdu, James Galbraith per progettare sviluppo senza altri dazi sui poveri, Paul Krugman e Joseph Stiglitz per consulenze alla voce “lotta all’austerità”. È la potenziale squadra, tra posizioni alla luce del sole ed altre più defilate, dell’ex ministro delle finanze di Atene Yanis Varoufakis che, dopo essere stato messo da parte dal premier Alexis Tsipras, si è reso conto che in Europa c’è molto spazio per le sue teorie. E, come anticipato da ilfattoquotidiano.it  nelle scorse settimane, non avrebbe alcuna intenzione di trascorrere i prossimi anni a tenere conferenze internazionali seppur lautamente pagate. Pensa dunque a un passo in avanti in quella politica che lo ha espulso, tanto a Bruxelles quanto in Grecia.

E, complice il terremoto in Syriza che avrà conseguenze notevoli tanto sull’elettorato di sinistra quanto in quello moderato deluso dalle promesse di Tsipras, punta ad un rassemblement di matrice europea che si richiami ai principi dei padri fondatori dell’UE. Qualcuno arriva a ipotizzare già un nome, Alleanza Europea, pronto per le eventuali elezioni elleniche del prossimo autunno ma con lo sguardo fermamente rivolto all’Unione e a quella Commissione che l’estroso professore vorrebbe profondamente riformare, Wolfgang Schaeuble permettendo.

Nello stile di Varoufakis, infatti, spicca la sua ambiguità creativa che lo ha portato dalle colonne di Der Spiegel prima a escludere un evento in stile americano e poi, sottovoce, ad ammettere che l’idea di un partito c’è e si sta muovendo. L’obiettivo secondo l’economista dal passaporto greco e australiano è “rigenerare” la democrazia facendo riferimento a “un punto di incontro per tutti coloro che pensano europeo”. Come dire che al bando sono gli antieuropeisti tout court, come Le Pen, Salvini e Orban, ma ciò non toglie che questa UE sarà criticata a dovere per procedere al modello che Varoufakis ha in testa e che tra l’altro sta mettendo nero su bianco in un pamphlet che vedrà le stampe entro l’anno, dal titolo “Perché le crisi sono pagate dai poveri”. La stessa traccia seguita da Papa Francesco che, sulla strada di ritorno dal viaggio in Venezuela, proprio mentre in Grecia impazzava il toto-troika con il voto parlamentare al memorandum, disse: “Non è giusto quel modello di società dove le crisi solo solo sulle spalle dei più deboli”.

Il movimento di Varoufakis non sarà né di destra né di sinistra, ammette a bassa voce un dirigente di Syriza in passato tra le file socialiste del Pasok, ma punterà a scardinare il sistema in necrosi che ha condotto prima alla follia del buco strutturale ellenico e poi alla grande illusione syrizea del 2015, con la roboante marcia indietro di Tsipras che, di fatto, ha portato a casa un piano ben peggiore di quello proposto dai creditori. Per cui dopo la grande visibilità internazionale che questi primi duecento giorni di governo Tsipras hanno dato a Varoufakis, ecco che il giocatore di azzardo, così come è stato ribattezzato dalle cancellerie europee “indignate per modi e sfottò”, gioca la carta dell’impegno in prima persona.

Grecia, lo stupro

Segnalato da Barbara G.

Di PierGiorgio Gawronsky – ilfattoquotidiano.it, 13/07/2015

La prima amara sorpresa di questo week end è stato un articolo di Varoufakis sul Guardian, in cui l’ex ministro delle Finanze di Tsipras rivela che la Grecia non ha un piano B in caso di mancato accordo con i creditori. Non ha preparato l’introduzione di una moneta nazionale, né ritiene possibile farlo in tempi rapidi: “In Iraq la creazione dal nulla di una nuova moneta richiese quasi un anno, 20 boeing 747, la mobilitazione dell’esercito Usa, tre società specializzate nella stampa di banconote, e centinaia di TIR. In mancanza di ciò, il Grexit equivarrebbe all’annuncio di una forte svalutazione cono 18 mesi di anticipo: causerebbe la liquidazione dell’intero stock di capitale greco, e il suo trasferimento all’estero con ogni mezzo possibile”.

L’articolo di Varoufakis è un must per chiunque voglia capire la crisi greca. Ma il paragrafo citato è inaccettabile, perché rivela un’incredibile superficialità del governo Tsipras e del suo ex ministro. Il quale oltretutto sopravvaluta di molto le difficoltà e i tempi dell’introduzione fisica di una nuova moneta: in Grecia gran parte della moneta è elettronica, per cui basta un click del computer della Banca di Grecia per crearla; e per il resto la gente è perfettamente in grado di crearsela da sola, firmando dei ‘pagherò’ in attesa delle banconote. L’articolo di Varoufakis ha invece disastrosamente rivelato alle controparti negoziali che le carte in mano a Tsipras sono ancora peggiori di quanto non si credesse. A causa dell’insipienza del suo governo (e della cattura della Bce da parte dei creditori), la Grecia è in balia dei suoi nemici (mi spiace, di questo si tratta). E questi ne hanno subito approfittato per umiliarla e schiacciarla fino in fondo, senza trovare resistenza.

La seconda amara sorpresa, di ieri, è infatti l’assurda lista di richieste totalmente distruttive che l’Eurogruppo ha subito presentato alla Grecia. Essa fa strame di qualsiasi parvenza di dignità e sovranità nazionale, e cancella ogni possibilità di ripresa in Grecia. Non solo l’austerità riprenderebbe su vasta scala e per un orizzonte del quale non si vede la fine. Non solo alla Grecia viene dettato un particolare assetto socio-economico senza lasciarle neppure la scelta delle virgole. Non solo non si offre ancora, in cambio, alcuno sconto sul debito (impagabile), trattandosi di pre-condizioni per future trattative. Ma anche tutti gli asset principali dello Stato greco verrebbero espropriati, a saldo (“a garanzia”) di una quota di debito, tolta la quale il debito resterebbe insostenibile e i greci ‘schiavi’ dei creditori.

Quando un debitore entra in una trappola di debito eccessivo alimentato dagli interessi, la colpa è di norma da ripartire fra creditori incauti e debitori poco trasparenti. Così è stato fino al 2010, quando la Grecia annunciò di non poter fare fronte alle scadenze e chiese di negoziare con i creditori: banche soprattutto francesi e tedesche.

Ma i governi europei si opposero, nell’interesse delle banche, e costrinsero la Grecia ad accollarsi altro debito pur di pagare le rate in scadenza e gli interessi montanti. E, violando i Trattati, si assunsero in proprio crediti e rischi che le banche, dopo aver lucrato sugli interessi per anni, volentieri scaricarono. In questo gioco ci rimettemmo soprattutto noi italiani. Il grafico qui sotto mostra la distribuzione del debito greco al 30-4-2015: rispetto al 2009 (grafico precedente) è ora quasi tutto in mani pubbliche, e la quota italiana è salita molto.

Che i debiti greci non fossero rimborsabili lo sapevano tutti già nel 2010 (grazie al Fmi). Perciò se gli andamenti del debito fino al 2009 sono da imputare a greci e banche, gli sviluppi successivi – accollare i debiti ai cittadini europei, aumentare il debito totale, imporre ai greci un’assurda austerità che ha distrutto il valore dei nostri crediti – sono da imputare unicamente ai governi europei. (Se qualcuno crede che la Grecia in questi anni non abbia fatto niente per pagare i debiti, o poche riforme strutturali, si informi meglio). Ma l’Eurogruppo a trazione tedesca rifiuta ogni responsabilità per le politiche depressive impartite. Dare tutta la colpa ai greci serve a proteggere l’ideologia dominante: se le cose vanno male non è colpa nostra. Ed a manipolare l’elettorato: fingono di difendere i nostri soldi mentre li gettano via in malo modo.

La violenza continuerà anche oggi? La Bce ci pensi. È l’unica in grado di stampare moneta in Europa; ma proprio per questo ha il dovere di farlo: nessuna economia moderna funziona senza. Deve farlo in particolare nelle occasioni tassativamente indicate dal Trattato sull’Ue: come all’art. 127 c.2 tr. 4°; e c.5; che in questo momento riguardano la Grecia. Non farlo significa bloccare l’intera economia greca, e fare un colpo di stato in Europa. Qui si gioca la vera partita, e qui le conseguenze saranno devastanti. Dobbiamo prendere atto che le nazioni debitrici dell’Eurozona sono alla completa mercé dei creditori; e questo grazie alla violazione dell’Art.7 Statuto Bce: la quale subordina la sua collaborazione monetaria con la nazione debitrice alla soddisfazione delle istanze dei suoi creditori. Se questo comportamento perdura, il governo greco dovrebbe ritrovare dignità, coraggio, e fiducia, ed uscire immediatamente dall’Euro.