violenza

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze. Ma se sei uno stronzo è solo colpa tua

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze. Ma se sei uno stronzo è solo colpa tua

Road to Rio

segnalato da Barbara G.

Rio 2016, il fuoco olimpico delle armi

Vigilia. Nella favela di Chapadão ieri una dozzina di morti. Per la sicurezza. Lungomare off limits, senza tetto sempre nel mirino e trasporti pubblici sotto pressione. Reportage fra le pieghe della città. Lontano dai riflettori dei Giochi, dalla fiera degli sponsor o dalla passerella delle autorità, si lotta per la vita quotidiana.

di Ivan Grozny Compasso – ilmanifesto.info, 05/08/2016

«Buona notte, famiglia. Sono venuta a tagliarmi i capelli, vicino dove abito, qui nella favela do Chapadão. Non riesco ad andare a casa, è dalle sette che sono qui, ci sono molti spari. È il Bope. Dicono che ci sono dodici baleados (colpiti da arma di fuoco), 12 morti. Sono bloccata senza poter andar via. Li sentite i colpi? Possiamo solo confidare in Dio».

Così Galucia, al telefono. Si sentono, eccome i colpi d’arma da fuoco. Chiama da dove è guerra vera. Nelle ultime notti le azioni di Bope e polizia si sono intensificate. La stretta sulla sicurezza sta dando molta libertà d’azione anche grazie alla nuova arma della legge anti-terrorismo. Super restrittiva e nuova di zecca, anche se sull’onda della propaganda di questi giorni potrebbe venir perfino inasprita. Già ora essere accusato di terrorismo è facile. Difendersi molto più complesso. E caro, visto l’onorario degli avvocati.

Alla vigilia dei giochi, sono molti gli scontri a fuoco e un sottufficiale è rimasto ucciso. Una parte della stampa esalta l’eroismo dell’agente, una piccola parte fa i conti dei morti e non è ancora finita. La zona Norte è come se fosse un altro mondo. Tant’è che ieri la torcia olimpica è passata così veloce che, di fatto, nessuno l’ha vista. Era a bordo di un mezzo pesante, che è transitato a tutta velocità tra la folla scortato da una moltitudine di agenti in moto e sulle classiche jeep. «Già passata?» ironizzano gli abitanti. Un miracolo che nessuno sia stato investito.

L’arrivo in Zona Sul, invece, diventa una festa. Non poteva essere altrimenti. Diversi gli eventi organizzati. Il più curioso riguarda il tuttofare di “Galletto Sas”, Agnaldo. È il locale dove viene servito, a detta di giurie super qualificate, il miglior galletto della città. Si mangia solo carne, ma la specialità vera sono i cuori di gallina alla griglia: una prelibatezza. Locale quasi centenario, frequentato per lo più dai carioca, chiude i battenti alle 6. Neppure i night e i localini a luce rossa fanno così tardi. Agnaldo è uno dei designati a portare la torcia a Capacabana. Per un piccolo tratto. L’idea è far sentire coinvolti gli esercizi storici della città. Sempre zona sud, si intende.

Altro locale storico di Copa è “Bip Bip”. Qui si suona samba di gran qualità, low fi. Per non disturbare i musicisti alla fine dei pezzi non si applaude, ma si scrocchiano le dita. Quando qualcuno batte le mani diventa chiaro che è straniero, in una città dove lo sono tutti e in fondo non lo è nessuno. In questi giorni pre-olimpici, oltre ai soliti avventori, si possono scorgere diversi senza casa che aspettano di trovare un ciglio dove appoggiarsi a dormire. Perché dopo l’operazione di allontanamento d’inizio settimana non è che siano spariti. È solo che si tratta di facce nuove. Perché c’è sempre qualcuno che si va ad aggiungere. Gente di tutte le età. Tutti neri, tranne Clarissa che ha ventiquattro anni. Occhi azzurri, capelli biondi, sembra timida ma è molto determinata: «Vengo da Sao Paulo, sono appena arrivata. Qui almeno non fa freddo». All’obiezione sul rischio di esser cacciata subito via, sorride e sussurra: «Gentilezza… in strada c’è anche quella ma non la incontro spesso. Quindi che sia Rio, Recife o Belo Horizonte, non cambia poi molto. Non si è mai al sicuro, se si vive così».

Per chi invece sulla strada ci lavora, i tempi sono durissimi. I venditori di bibite sono scomparsi. I colossi della birra hanno stand enormi, super illuminati e praticamente lasciano le briciole a bar e ristoranti. Perché gli sponsor o le aziende partner del Cio ci stanno dando davvero dentro. Quelli del baffo, per cui nulla è impossibile, hanno “occupato” interamente Praca XV. Uno stand super tecnologico, con enormi Usain Bolt e Cristiano Ronaldo che si rivolgono agli astanti. Musica ad altissimo volume, pompatissima, centinaia di ragazze con gli indumenti della grande marca americana che ballano di fronte a un pubblico numeroso.

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Lapa, Rio de Janeiro (foto Ivan Grozny Compasso)

Una ragazza di Babilonia a questo proposito dice che in fondo anche nel funk e nel rapi brasiliano i testi possono essere sociali ma la figura femminile è sempre associata al sesso. Quindi gli sponsor si comportano di conseguenza. Le immagini che si trovano nei veri e propri padiglioni delle varie multinazionale hanno tre chiari messaggi ripetuti all’infinito: loro sono i migliori, che lo dimostreranno a Rio (anche se producono patatine…) e che alla fine c’è sempre una bella ragazza che aspetta. Sono talmente invadenti i messaggi promozionali, e soprattutto la gara è a chi supera l’altro, che diventa oltremodo curioso trovare sulla facciata a vetri simulata una piscina olimpica con le atlete che nuotano in discesa. Federica Pellegrini è avvertita: sembra che ci vogliano provare in tutti i modi…

Le linee delle metropolitane sono state attrezzate da un giorno all’altro di mega distributori di bevande e cibo confezionato. A scapito dei pochi esercizi che storicamente sono presenti in certe stazioni, come “Catete” o “Carioca”, per non parlare di “G. Osorio” o della splendida “Arcoverde”. È una stazione molto particolare. Si snoda in grotte e cunicoli. Si camminava circondati dalla pietra fino a qualche giorno fa: ora hanno coperto molto con pannelli pubblicitari. Tutti di ditte coreane. A evidenziarne la somiglianza con Gotham City, un artista ha disegnato il simbolo di Batman che si può intravedere passando, guardando in alto, dall’unico pertugio da cui entra la luce naturale esterna. Se ne accorgono in pochi ma è una gran sorpresa.

Qui spunta Simon, musicista di Grosseto. Lui studia musica, la insegna e ci vive. Con il suo ukulele intrattiene gli astanti delle ultime carrozze con canzoni di Sergio Endrigo. E il pubblico apprezza, eccome. «Guadagno in tre ore anche 50reais (meno di 15 euro, ndr). Qui l’arte di strada è tutelata dalla legge e la gente adora sentire cantare in italiano». Ed è vero perché mentre canta le persone cambiano espressione, ascoltano e poi sono ben contenti di pagare. Simon non ha sponsor. Come i centinaia di musicisti che suonano a Rio.

È parso invece probabilmente più sorprendente vedere il nostro presidente del consiglio parlare con un “sottopancia” sponsorizzato. In Latino America è una pratica diffusa. E di Renzi alle Olimpiadi di Rio ieri sera ha accennato anche il tg di O Globo a cui nessuno dice di credere che però tutti guardano.

Si citano i tanti capi di stato che arriveranno, anche se in realtà sono più le defezioni illustri in occasione della cerimonia d’apertura dei Giochi. Renzi, al contrario, è già arrivato e soprattutto resterà a lungo a Rio.

Intanto, è un continuo andirivieni di scorte di mezzi che trasportano autorità di vario genere e provenienza. Si ferma il traffico e si dà il via libera. Muoversi a Rio diventa quindi sempre più complicato.

E sarà anche peggio dal momento in cui chiuderanno il lungomare. Una città nella città. Da Leme a Leblond non si potrà più transitare. Ma l’idea della prefettura di una tessera dei trasporti speciale in occasione delle Olimpiadi non sembra una gran soluzione. Con venticinque reais si possono prendere tutti i mezzi per un giorno. Il paradosso è che con la tessera comune, la ricaricabile e facendo il biglietto del bus a bordo, si capisce immediatamente che non c’è alcun vantaggio.

Di sicuro, i conduttori di veicoli pubblici in questa città hanno un compito difficile: bisogna dire che gli autobus sono frequenti, anche la notte, e che i taxi di Rio cominciano a sentire l’impatto che sta avendo Huber. Chi non avrebbe dovuto temere la concorrenza sono i Gari, i dipendenti della nettezza urbana della città. Tute arancioni, scopa di saggina e pala in mano o sui camion dai quali scendono e saltano in corsa per raccogliere sempre di corsa i sacchi ovunque si trovano. Sono tutti neri e vengono tutti dalle Zona Norte della città.

Sono una categoria storicamente sottopagata. Lo scorso anno hanno cominciato un percorso autonomo sindacale, staccato dalle due grandi componenti di movimento che non vanno affatto d’accordo tra loro (non succede soltanto in Europa…), portando avanti una vertenza con l’obbiettivo di conquistare un aumento salariale e il miglioramento di condizioni lavorative e turni. Si sono fermati per giorni durante il Carnevale e la gente di Rio ha iniziato a sostenerli, comprendendo le ragioni delle rivendicazioni sindacali.

La municipalizzata ha così aumentato il loro stipendio, a 440 reais, che equivale ad una miseria. Salvo poi, a seguito di un nuovo piano industriale, tagliare di colpo qualche migliaio di posti di lavoro tra i più di 25 mila Gari della città olimpica. Per lo più, tra i licenziati, ci sono proprio quelli che si erano distinti nei picchetti e nelle manifestazioni durante il periodo delle lotte sindacali.

 

 

Le donne di Gaza

segnalato da Barbara G.

di Alessandra Mecozzi – comune-info.net, 07/03/2016

Doveva essere una settimana dedicata a Gaza e all’inaugurazione del laboratorio Liutati di Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione. Le cose sono andate un po’ diversamente. I ragazzi, il direttore e gli insegnanti, della scuola Al Kamanjati, di Ramallah, non sono riusciti ad avere il permesso per entrare,io l’ho avuto all’ultimo minuto quando ero arrivata già a Ramallah e fatto un “piano B”, pensando di non poter entrare. Alla fine ce l’ho fatta, grazie all’impegno di Meri Calvelli, direttrice dell’accogliente e super attivo centro di scambi culturali Palestina-Italia intitolato alla memoria di Vittorio Arrigoni dove avrà la sede, almeno all’inizio, anche il Laboratorio di Al Kamanjati, per il quale ho messo… la prima pietra, ovvero uno dei violoncelli da riparare, donati da un generoso liutaio francese, a Roma.

Ho mantenuto solo una piccola parte del “piano B”, visitando, e acquistando khefie multicolori, la fabbrica della famiglia Hirbawi, ad Hebron, l’unica rimasta a produrre kefie, dopo che il mercato è stato occupato dalla produzione cinese… La sua sopravvivenza è dovuta all’intelligenza della “diversificazione produttiva”: kefie di vari disegni e colori, non solo quelle tradizionali bianche e nere o bianche e rosse. Così la famiglia Hirbawi esporta con successo prodotti veramente belli, di qualità e buon gusto.

Ho cancellato invece, sia pure a malincuore, l’incontro con il Freedom Theater di Jenin, una volta avuto il permesso di entrata a Gaza. Tornarvi dopo sette anni è stato emozionante e sorprendente. Una gioia trovare mare e sole dopo tre giorni di freddo, pioggia e tormenta a Ramallah. Ma Gaza sorprende per molto altro. Meri stessa, che è con me ed è stata fuori un mese, si meraviglia per quanto è stato fatto di sgombero delle macerie e di ricostruzione in questo periodo. Immaginavo di trovarmi dentro una massa di macerie ma, almeno all’entrata e lungo il percorso per Gaza city, se ne vedono poche: da quando hanno avuto la possibilità di ricevere il materiale, hanno lavorato incessantemente. Grandi lavoratori, spesso per un lavoro di Sisifo, che ogni guerra (una ogni due anni ripetono tutti) costringe a ricominciare da capo.

Adesso regna la calma: passeggiando al porto vediamo barche che vanno e vengono, nelle poche miglia loro consentite, per la pesca o anche per gite turistiche; una bella moschea ricostruita, nuova di zecca, bianca e azzurra, svetta sul mare con i suoi minareti. La sera sul lungomare c’è una quantità di gente e (mai viste negli anni che ricordo) una gran quantità di macchine nuove e costose. Una piccola parte della popolazione si arricchisce, forse attraverso l’uso distorto di donazioni internazionali senza controlli. Ma ci sono zone dove la miseria è assoluta. Di questa grande disuguaglianza sociale c’è chi accusa la corruzione, chi il governo locale, chi l’Anp, decisamente non amata né a Ramallah né qui, ma la chiusura, l’impossibilità di entrare e uscire, sono gli effetti di un assedio che dura da circa dieci anni. Meri ci racconta i giorni e le notti di paura e di affanno durante la guerra, per aiutare gli sfollati, comprare e portare materassi e coperte, sotto le bombe….

Tutt’altra atmosfera oggi, quando assistiamo a un concerto, organizzato da Al Kamandjati insieme ai musicisti locali per inaugurare il progetto: possiamo vedere e ascoltare il saluto triste da Ramallah di Ramzi Aburedwan, il suo direttore, solo attraverso l’immancabile smartphone. Poi due ore di canzoni di lotta e di festa creano entusiasmo nel folto giovane pubblico, ragazze e ragazzi che si spellano le mani ad applaudire e cantano insieme alla band. Molte ragazze non portano più il velo, il clima è gioioso e, da me, totalmente inaspettato.

La sorpresa più bella sta negli incontri con le tante donne che inventano, creano, costruiscono, lavorano per la loro comunità senza stancarsi né lamentarsi, senza perdere il sorriso, costruttrici di futuro e di speranza, vera spina dorsale di resistenza. Ci accompagna quasi sempre Nashwauna giovane architetta-archeologa che avevamo conosciuto in Italia in occasione di un periodo di formazione con Iccrom (agenzia delle Nazioni Unite per i beni culturali). Siamo felici di ritrovarci qui e per prima cosa ci mostra il suo attuale lavoro: dirige il restauro di un antico monastero, Al Khader, creato 1700 anni fa, a Deir el Balah, a metà della striscia di Gaza. Diventerà una biblioteca per bambini, legata a Nawa (seme di palma), associazione per la cultura e le arti, la cui direttrice, Reem Abu Jaber, incontreremo subito dopo. Intelligente, energica, ha viaggiato molto, studiato al Cairo, e raccolto spunti e idee per il centro che dirige, dedicato ai bambini e alle loro famiglie. Il posto è molto bello, pieno di luce, con materiali naturali, mobili di legno chiaro e tanti colori intorno. Molte sono le attività: dall’educazione al riciclo e alla cura dell’ambiente, all’amore per la lettura, con il programma “amiamo leggere”.

Nata nel 2014, accoglie migliaia di bambini, impiega ventidue giovani donne e due uomini (con piccoli stipendi), cura i rapporti con le famiglie. Disegno, storia, ginnastica, artigianato e in futuro la musica: una comunità autogestita, dove il personale adulto, animatrici e animatori, si riserva una giornata, il giovedì, di training collettivo, inclusa la meditazione. L’uso equilibrato del tempo, per sé e per gli altri, è uno dei principi fondamentali di Nawa, insieme a quello della cultura come strumento di crescita: il suo slogan, “il potere della cultura affronta una cultura del potere” dice molto.

I bambini che hanno vissuto la paura e la distruzione della guerra, vengono coinvolti attraverso le varie attività nei valori fondamentali di Nawa: ambiente accogliente, libertà di parola, impegno e senso di appartenenza, sviluppo dell’autoapprendimento. “Non siamo una Ong e usiamo decisamente metodi diversi, il nostro obiettivo è fornire ai bambini, alle famiglie, a chi educa, nel centro della striscia di Gaza, attività che aiutino a conservare la cultura palestinese e a dare sicurezza di sé alle future generazioni”. Questa donna, creativa e instancabile, ci dice che sta crescendo una nuova leva, perché conta, nel giro di pochi anni, di trasferirsi in altra zona per costruire una analoga impresa.

Nashwa, la nostra accompagnatrice, è innamorata di questi luoghi e della bellezza degli edifici antichi per il cui restauro lavora: si illumina quando ci porta a visitare strutture restaurate, come il bellissimo edifico per la conservazione del patrimonio culturale, della famiglia Al Alami, si incupisce quando ci imbattiamo in una antica casa venduta ad un nuovo proprietario, che la sta facendo demolire.

Nel quartiere dove abita con la sua famiglia, Al Shejaeya, incontriamo le donne di Zakher, altra associazione, per lo sviluppo delle capacità femminili, anche essa in un bell’edifico restaurato, unico centro di donne, in un’area che ha visto un massacro di civili nell’ultima guerra. La cosa di cui la direttrice è orgogliosa è la “cucina femminista” Sarroud (pentola bassa con coperchio), a pochi metri di distanza, creato per rispondere ai bisogni delle donne a cui la guerra ha portato via il marito, rimaste sole a gestire casa e famiglia. La particolarità di Sarroud è che tutta la gestione della cucina, gli acquisti, la produzione di cibi, è fatta da donne: l’obiettivo dell’attività è fornire modesti redditi alle donne rimaste vedove, alle divorziate o a quelle sottoposte a violenza familiare.

Infine, in Gaza city, visiteremo a lungo la sede di Aisha, parlando con la giovane e attivissima Miriam, addetta alle “relazioni esterne”: Aisha è il nome della prima direttrice del centro, nato nel 2009 staccandosi dal Gaza Community mental health program (dopo quindici anni di attività), il suo significato è “vita”. Le donne di Aisha realizzano progetti finanziati da varie associazioni europee, inclusa l’italiana Gazzella, e hanno un vasto spettro di campi di attività. Vedremo al lavoro parrucchiere e truccatrici, donne che lavorano a maglia o a uncinetto, che producono artigianato: attività diverse che consentono un sia pur modesto reddito.

Altro importante settore è quello dedicato, con strumenti giuridici e psicologici, a combattere la violenza contro le donne e a proteggere le donne stesse, nonché i bambini. Ben 5.800 donne colpite dall’aggressione israeliana del 2014, sono state sostenute sia psicologicamente, sia fisicamente, anche, nei casi, più gravi con psicoterapia attraverso la clinica mobile. È così che molte donne acquisendo fiducia in se stesse hanno la capacità di dare sostegno ad altre.

Miriam ci racconta molto orgogliosa l’episodio di una frequentatrice del centro che, incontrata per strada una donna piangente a causa della violenza del marito contro se stessa e i bambini, sottratti dal marito per farli lavorare al mercato, è stata capace di fare causa, portarla in tribunale, farle riottenere i figli e farli tornare a scuola! Aisha, dice Miriam, è un agente di cambiamento sociale. E anche attraverso la formazione, sollecita   ragazze e ragazzi (“I giovani creano il cambiamento”) alla partecipazione politica nelle amministrazioni comunali, all’impegno per superare le divisioni politica – sempre un fattore paralizzante – attivando invece un lavoro sociale comune e servizi alla comunità.

Di politica, di partiti, di governo, si parla ben poco: la consapevolezza di una situazione difficilissima è diffusa, ma non ho sentito nessuna/o lamentarsi; tutti amano il proprio paese, ci interrogano sull’ostracismo della comunità internazionale, sul perché essere costretti a vivere in prigione e sul perché il nome di Gaza sia avvolto dal sospetto e dal rifiuto. Di risposte non ne abbiamo, possiamo solo assicurare di fare il possibile per trasmettere nel nostro paese immagini positive, racconti di storie e persone di grande vitalità e dignità, il loro desiderio, ma anche il loro diritto a una vita libera.

La rivolta dell’islam e il fascino della violenza

Moschea di Parigi

Guido Caldiron intervista Vincent Geisser, presidente dell’Istituto di ricerca sul mondo arabo e islamico di Marsiglia

da il manifesto – 18 novembre 2015

Presidente dell’Istituto di ricerche e studi sul mondo arabo e musulmano dell’Università di Marsiglia e politologo del Cnrs di Parigi, Vincent Geisser è uno dei massimi conoscitori dell’Islam francese, cui ha dedicato numerosi studi, tra cui, Ethnicité républicaine, La Nouvelle islamophobieMarianne & Allah.

Con 6 milioni di fedeli, la Francia è uno dei paesi europei dove la presenza musulmana è più forte. Quale è stato l’effetto della strage di Parigi su questa vasta comunità?
Bisogna fare una premessa necessaria: i terroristi hanno scelto di colpire la Francia perché sperano che le loro azioni favoriscano un ulteriore sviluppo dell’islamofobia, una stigmatizzazione dell’intera comunità musulmana che li aiuti nell’opera di reclutamento. Detto questo, all’interno della comunità molto diversificata dei francesi di fede islamica, visto che vi convivono molti modi diversi di praticare la fede, mi sembra si possano cogliere due conseguenze immediate di quanto accaduto. Da un lato emerge la sensazione di sentirsi degli “osservati speciali», guardati con sospetto e, talvolta, assimilati tout cuort a degli jihadisti. Dall’altro, con il passare dei giorni sta però crescendo anche una mobilitazione per molti versi inedita: di fronte a quegli atti sanguinari è come se si stesse assistendo ad una sorta di rivolta morale proprio di quanti non accettano che i loro sentimenti religiosi siano così barbaramente associati alla violenza. I rappresentanti di associazioni, moschee, centri culturali stanno prendendo la parola in questi giorni per affermare il loro disgusto per il terrorismo proprio in quanto musulmani. A questo si aggiunge una forte rivendicazione di appartenenza alla Francia, ai suoi valori, perfino ai suoi simboli, a cominciare della bandiera. È qualcosa che si rende particolarmente visibile sui social network dove in molti hanno subito messo il tricolore sul loro profilo Facebook. In questi termini e in queste proporzioni mi sembra un fenomeno del tutto nuovo.

Dopo l’attacco a Charlie Hebdo e al supermercato kasher non si era visto nulla di simile. Lo Stato islamico ha forse commesso un errore nella sua strategia?
Sembra proprio di sì. Questa volta l’orrore allo stato puro si è imposto su qualunque esitazione o timidezza nella reazione. Molti musulmani avevano comunque condannato anche le stragi di gennaio, ma è certo che Charlie Hebdo era un simbolo controverso, divisivo, con cui molti fedeli faticavano a riconoscersi. Ora è diverso, tutti sono stati colpiti, tutti sono ugualmente vittime e il bagno di sangue a cui si è assistito ha prodotto una presa di coscienza collettiva, non ci sono state le manifestazioni di massa di allora, ma nessuno può più pensare che quanto accaduto non lo riguardi. Oggi i musulmani sono in prima linea contro il terrorismo.

Le biografie degli attentatori di Parigi, come già successo in passato, ci dicono che però anche i terroristi rivendicano la propria matrice islamica: che ruolo gioca la religione nel loro percorso?
Malgrado sia in nome della fede che dichiarano di passare all’azione, in realtà è la fascinazione per la violenza che sembra muoverli davvero. Dei militari francesi impiegati in Afghanistan mi spiegavano che secondo loro la vera religione di questi giovani europei che un tempo partivano per partecipare alla jihad a Kabul e oggi fanno lo stesso in Siria, non è l’Islam, ma la violenza. In alcuni casi si tratta di piccoli delinquenti che ad un certo punto vestono i panni dei «combattenti della fede», in altri di giovani incensurati ma in cui è forte e preponderante il desiderio di affermare se stessi attraverso il ricorso a dei metodi violenti. In questo senso, la loro alfabetizzazione religiosa è spesso molto superficiale e dopo un breve passaggio per le moschee o i centri culturali musulmani, si svolge prevalentemente a casa, attraverso la rete, o in piccoli gruppi che si riuniscono privatamente. Molti Imam dicono che la vera radicalizzazione non avviene mentre quei giovani frequentano ancora le moschee, ma quando smettono di andarci e iniziano a cercare messaggi più aggressivi: quello è il momento in cui si deve iniziare a preoccuparsi. E in cui entrano in gioco i reclutatori dei gruppi terroristi. Alla fine di questo percorso si sceglie di andare a combattere in Siria non solo per difendere il sedicente Stato islamico, ma anche per vivere un’avventura, per provare il brivido seducente del combattimento.

La strage di Parigi avviene a dieci anni esatti dalla grande rivolta delle banlieue: la deriva sanguinaria dei giovani jihadisti è anche frutto della sconfitta di quella stagione?
È difficile stabilire un qualche parallelo tra spinte che puntavano alla trasformazione della società e quelle che inseguono invece la sua completa distruzione. Nel 2005 i giovani delle banlieue bruciavano le macchine per farsi sentire, non certo le persone. Piuttosto, accanto all’indagine sulla radicalizzazione in termini religiosi di una fetta dei giovani delle classi popolari europee, bisognerebbe cominciare ad indagare il ruolo che forme di violenza sempre più distruttiva hanno assunto nei loro processi di socializzazione. Da questo punto di vista, non mi convincono le tesi sociologiche che attribuiscono all’islamismo radicale la patente di ideologia, per quanto disperata, degli “ultimi”. Qui è piuttosto con dei percorsi di autodistruzione che abbiamo a che fare.

fonte: http://ilmanifesto.info/lislamologo-geisser-finalmente-musulmani-in-rivolta/

La Convenzione di Istanbul

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La Convenzione di Istanbul in vigore – Ma dov’è finito il piano antiviolenza

da  27esimaora.corriere.it (01/08/2014) – di Marina Calloni

La Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è da oggi [1°agosto 2014 – n.d.r.] in vigore in tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, ovvero in 47 Stati e per 820 milioni di cittadini (ben più dei 28 Paesi facenti solo parte dell’Unione Europea). Era necessario che almeno 10 nazioni, di cui 8 membri del Consiglio, ratificassero la Convenzione, prima di essere estesa a tutti gli altri Stati. Firmata a Istanbul nel 2011, la Convenzione è composta da 81 articoli, suddivisi in 12 capitoli. Si tratta del primo strumento vincolante a livello internazionale, avente come obiettivo la creazione di un quadro giuridico integrato per la prevenzione e protezione delle donne contro qualsiasi forma di violenza. A differenza di molti altri accordi internazionali, la Convenzione ha un’impostazione molto “pragmatica” che rimanda a un’idea concreta dei diritti umani, come relazioni eque nascenti innanzitutto dal rispetto nei rapporti interpersonali e intergenerazionali, affettivi e familiari, a partire dalla vita di tutti i giorni.

La Convenzione può essere riassunta attraverso 4 P:

Prevenzione, Protezione e sostegno delle vittime, Perseguimento dei colpevoli, Politiche integrate.

Sono le linee guida per la promozione di interventi pubblici che ogni singolo Stato dovrebbe adottare e mettere in atto per prevenire ed affrontare il problema nel suo insieme, da una parte mettendo in rete istituzioni, servizi e associazioni, mentre dall’altra prendendosi carico dei soggetti direttamente coinvolti nei fatti, anche se in modi diversi: dalle donne da tutelare prevenendo il rischio, ai minori da salvaguardare per via della violenza anche indiretta che subiscono, fino ai maltrattanti da perseguire e da riabilitare per evitare la recidività dei loro atti (l’85% di uomini “non trattati” ripetono l’abuso, spesso in modo ancor più feroce).

La Convenzione parte da una definizione precisa del fenomeno. L’articolo 3 afferma che con «violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata».

L’Italia era stata una delle prime nazioni a ratificare la Convenzione, dopo Turchia, Albania, Montenegro, Portogallo. Un decreto legge sul cosiddetto femminicidio era stato approvato all’unanimità dalla Camera il 28 maggio 2013 e fra le polemiche la Presidente Boldrini aveva poi convocato i Deputati il 20 agosto per la conversione del decreto legge. L’11 Ottobre il Senato aveva infine votato il documento con 143 voti favorevoli e 3 contrari (Popolo delle Libertà). Successivamente, il 15 Ottobre, il decreto – con modifiche – era diventato legge (n. 119), recependo di fatto i punti chiave della Convenzione di Istanbul. Cambiando alcuni punti del precedente decreto a causa delle proteste suscitate (come nel caso della querela ritrattabile da parte della donna e dunque non irrevocabile), la Legge 119 offre nuovi strumenti sia giudiziari per la persecuzione del reato, sia sociali per la promozione di un piano nazionale di prevenzione. Si aggiunge dunque ad altre norme giuridiche che già prevedevano l’allontanamento del coniuge violento (Legge n. 154, 2001) e la punizione di atti persecutori, come lo stalking (Legge n. 38, 2009).

Il decreto legge e relativa legge 199 erano stati approvati con una velocità sorprendente per i tempi della politica, sotto la crescente pressione dell’opinione pubblica, tant’è che la lotta al femminicidio sembrava diventata una priorità governativa, in una sorta di esercizio per la ricerca trasversale di intese politiche. Sviluppando un progetto lasciato incompiuto dalla ministra dimissionaria Idem, nel giugno 2013, Maria Cecilia Guerra (viceministra del lavoro e delle politiche sociali con delega alle pari opportunità nel governo Letta) aveva istituito una task force interministeriale con l’obiettivo di sviluppare un osservatorio sulla violenza di genere, secondo sette sottogruppi tematici: Codice Rosa, Comunicazione, Valutazione del rischio, Formazione, Educazione, Reinserimento vittime, Raccolta Dati. I lavori della task force sono stati ultimati, ma rimasti inutilizzati. Eppure la Legge 119 prevede lo sviluppo di un piano nazionale con l’erogazione di 10 milioni di euro per i centri anti-violenza e 10 milioni di euro per lo sviluppo di azioni preventive.

Sebbene i temi politici cocenti di questa estate non riguardino più la violenza di genere, bensì le riforme istituzionali, tuttavia il nodo politico delle pari opportunità e dell’integrazione sociale rimane tuttora irrisolto. Nonostante Matteo Renzi abbia applicato al suo governo il criterio formale della parità di genere in termini rappresentativi, ha tuttavia mantenuto per sé la delega alle Pari Opportunità, senza promuovere finora azioni mirate, così com’è ora richiesto sia da leggi nazionali che da impegni internazionali. Permane dunque il problema sostanziale dell’uguaglianza e della libertà, soprattutto quando sono violate sulla base della differenza di genere e delle diversità (una legge sull’omofobia non è ancora stata approvata). Ma questo impegno richiede una battaglia culturale collettiva contro dominanti stereotipi e immaginari di violenza, a partire da sé.

Difendi la tua casa. E buona fortuna

in: USA: TERRORIZZARE E OCCUPARE

di Nammgiuseppe

Una sera dell’autunno scorso aveva scoperto su Facebook che un amico di un amico stava pianificando con qualche altro complice di penetrare a casa sua. Avevano intenzione di rubare la pistola e un paio di apparecchi televisivi di Westcott. Secondo il messaggio su Facebook, il sospetto stava progettando di “far fuori” Westcott che ha immediatamente telefonato alla polizia di Tampa Bay per segnalare il complotto.

Secondo il Tampa Bay Times gli investigatori che hanno risposto alla chiamata di Westcott hanno avuto per lui un messaggio semplice: “Se qualcuno penetra in questa casa, prendi la pistola e spara per uccidere”.

Verso le 19.30 del 27 maggio sono arrivati gli intrusi. Westcott ha seguito il consiglio degli agenti, ha afferrato la pistola per difendere casa sua ed è morto puntandola contro gli estranei. Questi hanno usato fucili semiautomatici e pistole per abbattere il ventinovenne meccanico di motociclette. È stato colpito tre volte, una al braccio e due al fianco, ed è stato dichiarato morto durante il trasporto all’ospedale.

Gli intrusi, tuttavia, non erano dei ladri da quattro soldi in cerca di un modesto bottino. Erano invece membri della squadra SWAT del Dipartimento di Polizia di Tampa Bay che stavano eseguendo un ordine di perquisizione, su sospetti che Westcott e il suo compagno fossero trafficanti di marijuana. Avevano ricevuto la soffiata da un informatore confidenziale che avevano mandato quattro volte  nella casa di Westcott tra febbraio e maggio ad acquistare piccole quantità di marijuana, tra i 20 e i 60 dollari alla volta. L’informatore aveva riferito alla polizia di aver visto due pistole nella casa, ed è stato per questo che la polizia di Tampa Bay ha impiegato una squadra SWAT per eseguire il mandato di perquisizione.

Alla fine lo stesso dipartimento di polizia che aveva detto a Westcott di proteggere la sua casa usando la forza lo ha ucciso mentre lo faceva. Dopo aver perquisito il suo piccolo appartamento in affitto, i poliziotti hanno in effetti trovato dell’erba, per un valore di due dollari, e una pistola denunciata, quella che stava impugnando quando le pallottole lo hanno massacrato.

Benvenuti nella nuova era della sorveglianza statunitense, in cui i poliziotti si considerano sempre più dei soldati che occupano un territorio nemico, spesso con l’aiuto dell’arsenale dello Zio Sam, e in cui i reati non violenti sono affrontati con forza e brutalità travolgenti.

http://znetitaly.altervista.org/art/15636

[Originale: TomDispatch.com]