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Non lasciate ai social il fischietto

segnalato da Barbara G.

Fake news: non lasciate ai social network il fischietto

di Guido Scorza – scorza.blogautore.espresso.repubblica.it, 27/11/2017

Sarà l’allarme autorevolmente lanciato dalle colonne del New York Times nei giorni scorsi, sarà la campagna elettorale che avanza, sarà una somma di questi e di altri fattori ma, negli ultimi giorni, le fake news sembrano essersi trasformate, anche in Italia, da problema del secolo a emergenza nazionale.

E come accade all’indomani dell’identificazione di ogni emergenza – vera o presunta che sia – in un Paese nel quale, a dispetto della storia, si continua a pensare che le leggi siano la panacea di ogni genere di patologia sociale, tecnologica, democratica, culturale o economica, c’è qualcuno che ha preso carta e penna e, notte tempo, ha buttato giù un disegno di legge anti-fake news.

E lo ha fatto nella piena consapevolezza che il Parlamento – questo Parlamento – non lo discuterà mai perché il triplo fischio di fine legislatura è, ormai, imminente e non c’è più tempo per discutere neppure delle proposte di legge pendenti da anni, figurarsi dalle nuove.

Il disegno di legge targato PD, a quanto si apprende dalle pagine de La Repubblica, ruota attorno a un paio di principi che, da soli, giustificano qualche bit di inchiostro digitale per mettere nero su bianco che si tratta della soluzione sbagliata oltre che nel metodo anche nel merito.

Il primo è la definizione di fake news: un’espressione con la quale, nel disegno di legge, sembrerebbe definirsi tutta la spazzatura digitale che miliardi di utenti, ogni minuto, riversano sul web, contenuti illeciti, diffamatori, pubblicati in violazione della privacy, post razzisti, anti-semiti, violenti e, magari, anche notizie false.

Tutto insieme, in uno straordinario zibaldone di immondizia che, nella realtà, nel mondo degli atomi come in quello di bit, forma oggetto – ed è giusto che sia così – di regole diverse, in buona parte, peraltro, già esistenti.

Se proprio serve – ed è davvero difficile esserne così convinti – una nuova legge anti-fake news, certamente non serve una nuova legge contro la diffamazione online, contro le violazioni della privacy, contro la pubblicazione di contenuti pedopornografici e chi più ne ha più ne metta.

Il secondo principio che proprio non va è l’idea che gli spazzini del web, i moralizzatori dei contenuti online, gli arbitri della buona e della cattiva informazione digitale, i novelli giudici dell’etica e delle pubbliche virtù e, magari, anche i caschi blu, sorveglianti speciali, delle prossime elezioni debbano essere i social network, i loro eserciti di moderatori tutti i privati, i loro algoritmi sviluppati con i soldi e secondo le indicazioni dei loro azionisti.

E’ una pessima idea.

Una cura anti-democratica a una minaccia – ma solo una minaccia – alla democrazia.

La classica medicina peggiore del male che si vorrebbe curare.

L’ultima cosa di cui c’è bisogno e che la circolazione dei contenuti, delle informazioni, delle idee nell’agorà telematica – specie in tempo di elezioni – sia affidata a soggetti di mercato, a soggetti che legittimamente agiscono per profitto e che altrettanto legittimamente rispondono ai propri azionisti e giudicano dell’opportunità che un contenuto circoli o non circoli online prima che sulla base delle nostre leggi, sulla base delle proprie policy, uscite dalla penna dei propri avvocati e scritte non per difendere l’interesse pubblico ma quello privato del valore dei titoli azionari dei padroni delle piattaforme.

E’ la strada sbagliata. Il modo peggiore per chiudere una legislatura, una soluzione della quale non si avverte l’esigenza, presa in prestito, in fretta e furia, dal Governo di Berlino che, nei mesi scorsi, ha velleitariamente pensato di risolvere il problema globale delle fake news in maniera analoga: responsabilizzando i social network e minacciando loro, naturalmente per legge, sanzioni multimilionarie.

Tutto questo proprio mentre nell’Unione europea si è lanciata una consultazione pubblica, si sta costituendo un gruppo di esperti e si è avviato un ragionamento comune a caccia di soluzioni non necessariamente normative a un problema che, evidentemente, non è né tedesco, né italiano, né nazionale ma europeo e anzi globale e che, pertanto, necessita di una soluzione sovrannazionale.

Questa legge, pardon, questo bruco normativo nato nella pina consapevolezza che non diventerà mai farfalla, davvero non serve, è brutto ed è pericoloso perché fissa principi che contraddicono le premesse: premessa l’importanza della democrazia e della libera circolazione delle informazioni per farla crescere sana e robusta, la si cura con una soluzione antidemocratica per definizione come posare una toga da giudici sulle spalle dei giganti del web.

Se davvero esiste il rischio urgente e imminente che le prossime elezioni siano non semplicemente contaminate – perché questo avviene da sempre – ma condizionate al di là di quanto democraticamente sostenibile dal fenomeno delle fake news, corriamo pure ai ripari ma, per carità, facciamolo senza tradire i principi sui quali si fonda la nostra democrazia e la nostra civiltà giuridica: il lecito e l’illecito, ciò che si può dire e ciò che non si può dire, il vero e il falso lo accertano solo Giudici e Autorità terze e imparziali, mai i privati.

Si costituisca – probabilmente non serve neppure una legge ma basterebbe un protocollo di intesa – una taskforce che metta insieme le competenze delle Autorità amministrative indipendenti che più hanno a che fare con il fenomeno delle fake news e della comunicazione politica, le si autorizzi ad arruolare, a tempo, esperti anti-fake e si chieda a Facebook e compagni di mettere a disposizione tecnologie e risorse – se servono anche finanziarie – da utilizzare esclusivamente sotto il diretto controllo delle Authority.

Dichiariamola così guerra alle fake news. Tracciamo la via italiana e chissà che il nostro Paese non possa trasformarsi in un laboratorio europeo nel quale sperimentare con successo quello che poi Bruxelles potrebbe trasformare in un farmaco comunitario.

Leggi anche

https://www.possibile.com/la-gigantesca-fake-news-della-normativa-le-fake-news/

Questa voglia di disintermediare

Triskel182

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.

A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.

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Freccero: «Guevara tecnologico, sogno o utopia?»

“Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Ma per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere”

di Micaela Bongi – ilmanifesto.it, 08/04/2017

Carlo Freccero, anche lei sarà a Ivrea all’evento in ricordo di Gianroberto Casaleggio a un anno dalla morte. Perché sarà lì?

Il Movimento 5 Stelle nasce da un’intuizione che è quella di tutti i partiti tecnologici, come i Pirati. L’intuizione di Casaleggio è che non si possono inviare messaggi alternativi usando i media mainstream. Non a caso in questi anni il critico del sistema, il dissidente, coincide con la figura dell’hacker. Che Guevara è tecnologico. Casaleggio, partendo da questa intuizione, ha creato Rousseau perché bisognava dotarsi di mezzi propri, una piattaforma e un sistema operativo. Secondo: la comunicazione politica non doveva più essere passiva (attraverso la televisione o la stampa, appunto) ma attiva, con la creazione di un sapere comune politico condiviso. E ancora: questo sapere doveva essere riscritto insieme, un’opera comune, come Wikipedia. Quarto: non bisognava partire da una qualsivoglia ideologia data, socialismo o liberismo, ma fare tabula rasa.

Dunque, cosa dirà a Ivrea?

Questo sogno di Casaleggio non rischia di essere un’utopia? La politica di oggi, importata in Europa sul modello Usa, è propaganda, manipolazione, non agisce a livello conscio ma inconscio, per piegare le masse al volere delle élite. Il sogno di Casaleggio, quello di elettori non contaminati dalla propaganda, è realizzabile? Ho dei dubbi: la propaganda dei media getta comunque un’ombra sull’autonomia degli elettori. Quando arrivo su Rousseau sono già condizionato dalla propaganda martellante dei media tradizionali. I 5 Stelle pensano che tutto si risolva con la tecnologia. Ma anche gli algoritmi selezionano i nostri contenuti sottoponendoci a un controllo. E io penso che ancora ci sia differenza tra destra e sinistra. Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Una volta Gianroberto Casaleggio mi invita e mi dice: «Sa che lei è bloccato tra destra e sinistra?». Poi purtroppo per la sua malattia il confronto non è potuto proseguire. Ma io ho cercato di capire.

Intanto si potrebbe già dire che i media mainstream sono utilizzati eccome dai 5 Stelle, e sempre di più rispetto agli esordi. Lo stesso Davide Casaleggio, dopo averlo presentato sul «Corriere della sera», ha sentito il bisogno di andare da Lilli Gruber sulla 7 a due giorni dall’appuntamento dedicato a suo padre. Insomma, non disdegnano la «contaminazione».

Io vorrei verificare se sia possibile non essere condizionati e rimanere indenni dalla manipolazione. A me sembra poi che i 5 Stelle non affrontino mai temi ideologici di portata generale, sulla piattaforma ci si esprime sempre su quesiti semplici. Il rischio è la politica sul modello dell’assemblea del condominio. Io sono legato al Novecento, a destra e sinistra, la loro concezione tecnologica lo ha fatto fuori. Il loro atteggiamento è molto liberista su alcuni temi, su altri no. Sulla Rai ad esempio sono praticamente per il ritorno al bianco e nero.

Ecco, la Rai appunto: lei stesso, indicato dai 5 Stelle, insieme a Sel, per il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini scelto dai partiti, è espressione delle contraddizioni del Movimento.

E poi hanno il «garante», significa che l’«elettore attivo» rischia di essere fregato.

Come dimostra la vicenda della votazione per il candidato sindaco di Genova.

Appunto. Queste sono le contraddizioni. Ma ho visto anche altri casi, come quello di Antonio Di Pietro, che nel suo movimento è finito circondato da gente dubbia. Un controllo ci deve essere, loro pensano che la rete possa selezionare la classe dirigente…

La manifestazione di Ivrea, oltre che un omaggio a Gianroberto Casaleggio, vuole essere anche una sorta di palestra per un eventuale governo a 5 Stelle?

A me non sembra che in questo momento puntino veramente al governo, non mi sembrano ancora pronti. E poi se non ammettono la possibilità di alleanze, come fanno?

Pierluigi Bersani è stato subissato di critiche per le sue analisi sui 5 Stelle.

Bersani ha detto una cosa interessante, ma non solo per lui. Per tutta la sinistra sarebbe interessante aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle. La parola sinistra negli ultimi anni è diventata «sinistra», con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni, la sinistra è identificata con il potere.

Fake news

segnalato da Barbara G.

Fake news: il disegno di legge è pericoloso, inattuabile e inutile

di Guido Scorza – ilfattoquotidiano.it, 21/02/2017

Obbligo di registrazione e di rettifica entro 48 ore per tutti i blog e siti di informazione, obbligo di sorveglianza generale – o poco ci manca – per i gestori dei social network e delle piattaforme di condivisione di contenuti prodotti dagli utenti, pene pecuniarie e detentive per chi pone in essere una serie di condotte descritte in modo tanto vago ed evanescente da abbracciare al tempo stesso qualsiasi forma di reato di opinione così come ogni forma di esercizio della libertà di manifestazione del pensiero.

Può essere riassunto così – parola più parola meno – il contenuto del disegno di legge (Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica) attraverso il quale i senatori Gambaro (Ala), Mazzoni (Ala), Divina (Ln-Aut) e Giro (FI-Pdl) sembrano intendere dichiarare guerra al fenomeno planetario delle cosiddette “fake news”, le notizie false che rimbalzano sul web [e per la verità non solo sul web], influenzando le vicende della politica, dell’economia e della società e distorcendo la percezione della realtà da parte dell’opinione pubblica.

Dell’iniziativa legislativa tripartisan si è già detto e scritto molto e non sono mancate né critiche, né perplessità sollevate da più parti e per ragioni diverse.

E’ buona regola – lo suggeriva già Schopenhauer nel suo “Il mestiere dello scrittore” – scrivere solo quando si ha, per davvero, qualcosa da aggiungere a quanto già scritto da altri e, quindi, a un dibattito in corso. Spero di non tradire questa buona regola aggiungendo una manciata di considerazioni a quelle già fatte, da tanti, sin qui. Tuttavia la questione è centrale per il futuro dell’ecosistema internet e, forse – senza voler abusare del termine – per il futuro della nostra democrazia e, probabilmente, merita qualche parola in più.

E’ ovvio, innanzitutto, che si può scegliere di leggere il testo del disegno di legge in questione e poi lasciarlo scivolare distrattamente sulla scrivania – o addirittura nel cestino – semplicemente scuotendo le spalle e pensando che tanto non esiste nessuna concreta possibilità che, in una stagione politica come quella attuale, questa legislatura darà mai alla luce una legge sul web. Non c’è tempo e, soprattutto, deputati e senatori sono, ormai, in tutt’altre faccende affaccendati.

Ma un disegno di legge è qualcosa di più che una manciata di parole pronunciate da questo o quel parlamentare in un dibattito pubblico e, quindi, sembra opportuno mettere nero su bianco – anche solo a futura memoria – perché quello proposto in Senato nei giorni scorsi è una cura peggiore del male, che nasce vecchia, non risolverebbe alcun problema e, anzi, ne creerebbe a dozzine di nuovi e più perniciosi.

Prima di avventurarsi in questo ragionamento val la pena – per fugare ogni dubbio – chiarire che il problema delle notizie false che rimbalzano online come offline nei cosiddetti “nuovi media” così come in quelli vecchi e meno nuovi è un problema reale, globale, importante anche se né nuovo, né sconosciuto a chi si occupa di media giacché di notizie false – persino di guerre inventate e documentate in studi cinematografici – è piena zeppa la storia.

Le ricette proposte dai quattro senatori firmatari del disegno di legge sono però anacronistiche, inattuabili, inefficaci e, soprattutto ad alto rischio di deriva liberticida.

Un giudizio netto e severo che merita qualche spiegazione.

Cominciamo dal principio.

Il disegno di legge propone – e la circostanza ha di per sé dell’incredibile – che tutti i gestori di blog e siti internet debbano notificare via Pec (posta elettronica certificata) al Tribunale una sorta di dichiarazione di inizio di attività che non è esattamente una registrazione come quella richiesta ai periodici di carta ma poco ci manca.

Vale forse la pena di ricordare ai firmatari della nuova iniziativa legislativa che la prima volta che in Italia qualcuno propose una simile follia giuridica era il 2007, presidente del Consiglio era Romano Prodi e ministro delle Comunicazioni, l’attuale premier Paolo Gentiloni.

E toccò proprio a quest’ultimo, con un gesto di raro coraggio e altrettanta rara trasparenza, riconoscere che la proposta di obbligare i gestori dei siti internet a registrarsi in Tribunale era stata un errore da correggere in fretta.

Che dieci anni dopo qualcuno rispolveri dalla soffitta una soluzione già bollata come pericolosa, inattuabile e inutile dieci anni prima è circostanza sulla quale ogni parola in più risulterebbe poco rispettosa dei lettori.

Vale solo la pena appuntare che chiedere alle centinaia di migliaia di gestori di siti web (italiani?) di inviare una Pec in Tribunale è, nell’ordine: (a) inattuabile perché nessuno o quasi nessuno dei destinatari dell’obbligo in questione dispone di una Pec che è appannaggio pressoché esclusivo di professionisti ed imprese, (b) inutile perché non c’è autorità che sarebbe poi in grado di controllare il rispetto di un obbligo tanto massivo e, soprattutto, perché il web è liquido e senza confini geografici con l’ovvia conseguenza che una volta fatti registrare tutti i siti web “italiani” – qualsiasi cosa si decidesse di intendere con questa espressione – le temute fake news rimbalzerebbero in Italia, almeno sulla carta, da Oltralpe o Oltreoceano e (c) pericoloso perché, per fortuna, ad oggi scrivere, anche online, ciò che si pensa senza firmarsi (che non significa restando anonimi in senso assoluto, ndr) è lecito e, anzi, talvolta necessario e indispensabile.

E vale la pena ricordare ricordare agli onorevoli firmatari dell’iniziativa legislativa che, proprio come l’obbligo di registrazione di blog e siti internet, anche l’idea di imporre in capo a questi ultimi l’obbligo di rettifica entro 48 ore così come già previsto per gli editori professionisti è idea vecchia e arci-vecchia, valsa alle decine di disegni di legge che negli ultimi dieci anni l’hanno ospitata l’appellativo di norma “ammazza-web”.

Davvero nel 2017 si vuole dichiarare guerra al fenomeno delle fake-news con una ricetta che è già valsa all’Italia, negli ultimi anni, dozzine di punti (persi) nelle classifiche mondiali sulla libertà dei media?

E veniamo al terzo pilastro – anche se l’espressione suggerisce una stabilità difficilmente compatibile con l’estrema fragilità dell’impianto sul quale appare costruito il disegno di legge – dell’iniziativa anti-fake news.

Imporre ai gestori dei social network e dei siti di condivisione di contenuti per conto terzi un autentico obbligo di monitorare i miliardi di contenuti pubblicati, su base planetaria, sulle proprie pagine e intervenire tempestivamente a rimuovere quelle che appaiano – perché solo un giudice può dire per davvero che una notizia è falsa o, addirittura “esagerata”, come si propone nel disegno di legge – fake news.

Difficile, sotto questo profilo, astenersi dal ricordare ai firmatari del disegno di legge che era il 2000 quando l’Unione europea stabilì un principio che è caposaldo di civiltà, libertà e democrazia online diametralmente opposto a quello che loro vorrebbero veder introdotto nel nostro ordinamento: il divieto, per tutti i Paesi membri dell’Unione europea di imporre ai cosiddetti “intermediari della comunicazione” qualsivoglia obbligo generale di sorveglianza sui contenuti pubblicati dai propri utenti.

Un divieto che ha una spiegazione semplice e di straordinaria importanza: se lo Stato chiede a un soggetto privato di verificare ciò che i propri utenti pubblicano attraverso i propri servizi, questo soggetto, a tutela del proprio portafoglio, inizierà a limitare e restringere la libertà dei propri utenti di dire ciò che pensano online, sacrificando così l’idea che Internet possa rappresentare quella grande agorà democratica – che non significa né Far West, né zona franca senza regole – della quale tutti avvertiamo un gran bisogno.

Ed è, forse, proprio questa – tra le tante – la previsione della nuova iniziativa legislativa tripartisan più liberticida o, almeno, suscettibile di più immediate e pericolose derive liberticida.

Non è così, insomma, che si dichiara guerra alle fake news e questo sempre ammesso che sia per davvero necessario immaginare leggi da corte marziale contro un fenomeno che, forse, è figlio solo dei tempi e rispetto al quale l’opinione pubblica svilupperà in fretta naturali anticorpi.

La buona informazione, a tutti i livelli – professionali e non – è, probabilmente, la miglior cura contro la cattiva informazione e quindi, non è detto che servano leggi speciali, obblighi e sanzioni per difendere cittadini e utenti della rete dalle bufale online.

La scienza non è democratica

Meningite, prof. Burioni: “Migranti non hanno colpa, basta con derive xenofobe. La scienza non è democratica”

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Meningite? Non possiamo dare la colpa ai migranti e non accetto queste derive xenofobe sulla mia pagina Facebook. E ribadisco: la scienza non è democratica“. Così, ai microfoni di “Genetica Oggi” (Radio Cusano Campus), Roberto Burioni, medico e professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, puntella la propria posizione, già espressa sulla sua pagina Facebook. E spiega: “In un post avevo scritto che i ceppi di meningite circolanti in Africa sono diversi da quelli che circolano in Italia. Quindi, non possiamo dare la colpa ai migranti. Alcuni hanno messo commenti xenofobi, altri hanno postato documenti che neppure avevano letto, perché confermavano la mia tesi. Non avevo tempo di spiegare, quindi per una volta ho deciso di cancellare quei commenti e ho spiegato le ragioni: la scienza non è democratica” – continua – “Due più due fa quattro. E anche se il 99% della popolazione mondiale in una votazione dicesse che fa 5, continuerebbe ancora a fare 4. I dibattiti devono avvenire fra persone che conoscono gli argomenti. Stranamente questo è un concetto non accettato in campo scientifico, ma valido in campo sportivo , visto che non c’è mai un telecronista di calcio che non conosca la regola del fuorigioco“. Burioni, che su Facebook è seguito da quasi 120mila persone ed è celebre per la sua opera di divulgazione scientifica a favore dei vaccini, sottolinea: “Penso che internet abbia modificato le cose perché un professore e uno studentello di medicina al terzo anno sono sullo stesso piano. Non bisogna perdere il principio di autorità: quando si parla di un argomento, bisogna conoscerlo”. Poi ribadisce: “La vaccinazione non è un atto di protezione individuale, ma un atto di responsabilità sociale. Lo dico da cittadino e non da medico: ritengo che bisognerebbe introdurre un elemento di obbligatorietà. Perché chi non vaccina non solo danneggia il proprio figlio, ma danneggia anche i figli degli altri e gli adulti”.

L’eros in classe

segnalato da Barbara G.

Sesso e viralità, perché l’educazione all’eros in classe è ancora un tabù

di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it, 20/09/2016

Profilo bloggerOggi di Tiziana non si parla più. Sono bastati un paio di giorni per dimenticare il caso della 31enne di Casalnuovo di Napoli che si è tolta la vita per la gogna online a seguito di un video hot condiviso su WhatsApp e diventato virale. Tiziana è già fuori dalla cronaca. Tra qualche settimana non ci ricorderemo nemmeno il suo nome e il suo cognome.

Ma devono restare alcune domande a tormentarci: perché una ragazza di 31 anni ha voluto filmare la sua intimità? Perché una giovane donna ha condiviso via WhatsApp la nudità del suo corpo? Perché così tante persone hanno reso pubblici quei pochi minuti, quegli istanti di sesso tra un uomo e una donna? Che interessava al popolo del Web vedere due corpi che si intrecciano?

Ciò che è accaduto non riguarda Tiziana ma tutti noi. Se anche dovessimo dimenticare il caso della ragazza di Casalnuovo non possiamo girare pagina. E’ di stamattina il caso, riportato dalCorriere della Sera di due coppie di fidanzatini cagliaritani di 14 e 16 anni che si sono lasciati fotografare a letto nudi. Un gioco, hanno spiegato. Ancora una volta quelle immagini finiscono in Rete, su WhatsApp e poi su Facebook. Scatta la denuncia, le indagini e la goliardata finisce. Inizia la gogna.

Ancora domande: tutta colpa del Web? Dei social network?

Al festival della filosofia di Modena, domenica, Umberto Galimberti si è scagliato contro la digitalizzazione della scuola, contro una scuola che si butta sui computer.
Qualche ora dopo Enzo Bianchi ha parlato dell’animalità dell’uomo ricordando che “nella società spettacolarizzata la sessualità è spersonalizzata. Le giovani generazioni soffrono di analfabetismo erotico”.

Troppo facile dare la colpa al Web, allo strumento, alla tecnologia. La vicenda di Tiziana e dei ragazzi di Cagliari ci riporta più in là, al compito essenziale di chi educa: non nascondersi dietro la foglia di fico, affrontare gli argomenti della vita.
Ha ragione il priore di Bose: l’educazione all’eros deve diventare una priorità. Oggi, in classe (dalla primaria alla secondaria di secondo grado), quando parli di sessualità partono i risolini. Nelle scuole di questo Paese parlare di sessualità (compresa l’omosessualità) è ancora un tabù. Quando ho affrontato questo argomento in una classe quinta, mentre iniziavo a parlare, Marco si è alzato ed è andato a chiudere la porta della classe (sempre aperta nelle mie ore). Al momento non ho capito perché l’avesse fatto. Ho riaperto la porta e dopo qualche minuto il mio alunno si è alzato a richiuderla. Alla terza volta ho chiesto a Marco: “Perché chiudi la porta?”. Risposta: “Sai maestro quando si parla di certe cose…”.
Eppure dobbiamo chiedere ai nostri alunni senza paura: cos’è l’amore per te? Cos’è il sesso?

Quando una Tiziana di turno si suicida spargiamo lacrime di coccodrillo, commenti scontati. Troppo tardi.
I nostri ragazzi sono analfabeti dell’eros ma anche analfabeti digitali.
Galimberti (e non solo lui) è convinto che i nostri giovani sappiano già tutto e che a scuola ci sono troppi insegnanti che prediligono lo schermo. Non è così: i nostri ragazzi e noi insegnanti siamo la generazione che passa parecchie ore davanti ad un computer ma non conosce le regole del Web e non lo sanno usare come strumento che può arricchire ma si fa usare per far arricchire.
Il Garante della privacy in questi giorni ha chiesto l’introduzione dell’educazione civica digitale tra le materie scolastiche. Sacrosanto appello ma dobbiamo dirci con franchezza che oggi non si fa nemmeno educazione civica.
Se non vogliamo più leggere casi come quello di Tiziana abbiamo una sola strada da percorrere: formare chi educa, ri-assegnare il compito di maestro della vita a chi entra in aula.

Non mi fido dei giornali

L’informazione attendibile? Per gli Italiani è in rete

di Andrea Ceron e Luigi Curini – lavoce.info, 26 gennaio 2016

Più della metà degli italiani sono convinti che la rete sia una fonte di informazione credibile. E non sono pochi quelli che la ritengono molto più attendibile dei giornali. Eppure, nei momenti di crisi sono i media tradizionali a generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni.

Quanta fiducia nel web

La rete sembra godere di un ottimo stato di salute in Italia quanto ad attendibilità. Almeno questo è quanto emerge dall’ultima analisi Eurobarometro disponibile sul tema (l’Eurobarometro 82.3), che ha monitorato l’opinione pubblica in trentaquattro paesi europei. Con un 58,2 per cento di cittadini che considerano il web come una credibile fonte di informazione, l’Italia si colloca infatti in cima (sesto posto complessivo) alla classifica europea di chi esprime fiducia nei confronti della rete, addirittura prima tra i grandi paesi.
Il dato è considerevole ed è di quasi 10 punti superiore alla media europea (49,1 per cento), di 18 punti rispetto alla Spagna, di 23 rispetto alla Germania e di quasi 30 rispetto a Gran Bretagna e Francia.

Il grado di fiducia che gli italiani ripongono nel web è addirittura così elevato da risultare sensibilmente superiore a quello di cui gode la carta stampata, che rimane sì positivo, ma si ferma al 53,5 per cento.
Quel che più sorprende è però quel 17,6 per cento di italiani che si fidano della rete, ma non della carta stampata.

Il profilo di chi non si fida dei giornali

Ma chi sono costoro? E cosa li contraddistingue sulla base dei dati dell’Eurobarometro?
In prevalenza si tratta di uomini, tra i 35 e i 54 anni, interessati alla politica e che ne discutono attivamente. Contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, coloro che guardano alla rete come “unico” medium in cui riporre la propria fiducia sono cittadini di ceto medio-alto, che si dichiarano soddisfatti della propria vita e del proprio lavoro, ideologicamente moderati e che non sono necessariamente euroscettici, almeno non più della media, né tantomeno più anti-immigrati.
Il giudizio negativo nei confronti del mondo del giornalismo viene peraltro da cittadini civicamente attivi che considerano la democrazia come un valore importante e che, paradossalmente, leggono spesso i quotidiani (solo il 6 per cento dichiara infatti di non farlo).
Insomma, nonostante bufale e teorie del complotto (o forse proprio per questo?), l’informazione disintermediata di Internet sembra piacere anche a chi sembra realmente difficile da relegare a un ruolo di “outsider”. Un dato che dovrebbe preoccupare? Forse sì, per almeno un paio di ragioni.
Il ruolo dei media tradizionali nelle democrazie occidentali è stato, da sempre, un tema molto discusso. Nonostante alcuni ritengano che giornali e televisioni (enfatizzando spesso i toni polemici) possano produrre disaffezione, prevale tra gli scienziati sociali l’idea che i media siano ancora in grado di generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni, accrescendo il sostegno verso il regime democratico proprio di quei cittadini civici che sono parte integrante del sistema.
Questo è vero anche, se non soprattutto, in periodi caratterizzati dal verificarsi di scandali di natura politica, come quello che stiamo vivendo in Italia e non solo. In particolare, uno studio recente evidenzia come la stampa, in momenti di crisi, dia visibilità anche al punto di vista delle élite democratiche messe sotto accusa. Viene così garantito uno spazio per ribattere alle critiche e la diffusione delle contro-argomentazioni permette, in determinate circostanze, di contrastare il generale distacco da parte dei cittadini, fino a ripristinare, in modo sorprendente, un più alto grado di sostegno alla democrazia.
In rete, al contrario, tende a prevalere il risentimento verso le istituzioni colpite dagli scandali. Si finisce in altri termini per dare spazio – in modo univoco –a opinioni e notizie “negative” che spesso producono una sorta di “effetto eco” che va ad alimentare i sentimenti antipolitici e la generale disaffezione (anche in chi all’inizio disaffezionato non lo era).
La maggior negatività indica che la rete sia in senso metateorico più “cattiva”? Non necessariamente. Lasciando da parte ogni tentazione di determinismo tecnologico, i dati qui discussi servono solo a ricordarci quanto sia importante il ruolo che il giornalismo ricopre nelle democrazie, in tutte le sue varianti, comprese quelle “liquide”.
Capire le ragioni del perché quasi un italiano su cinque non abbia più fiducia nella carta stampata, ma invece ne abbia – almeno apparentemente – nell’oracolo Internet, è una sfida che acquista un valore niente affatto banale.