welfare

Far crescere i cittadini di domani

segnalato da Barbara G.

Per quanto considero Obama sopravvalutato, i concetti qui espressi li vedo in parziale risposta a quanto riportato in questo articolo, segnalato da Sun.

Il pubblico dell’ultimo discorso di Barack Obama da presidente degli Stati Uniti a Chicago, Illinois, il 10 gennaio 2017. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

di Annamaria Testa – internazionale.it, 16/01/2017

Nel commosso ed energico discorso di commiato (qui la sintesi in italiano) pronunciato a Chicago da Barack Obama c’è, tra le molte altre cose rilevanti, un singolo passaggio che vorrei riproporvi. È questo: “Le grandi disuguaglianze corrodono anche i nostri princìpi democratici (…). Non ci sono modi veloci per correggere questa tendenza di lungo periodo. Sono d’accordo che il commercio internazionale debba essere equo e non solo libero. Ma la prossima ondata di licenziamenti non verrà dall’estero. Verrà dal continuo progresso nell’automazione che renderà obsoleti molti posti di lavoro. E quindi dobbiamo formare un nuovo patto sociale, per garantire ai nostri figli l’istruzione di cui hanno bisogno, per dare ai lavoratori il potere di unirsi in un sindacato per chiedere paghe migliori, per aggiornare il nostro welfare così che sia adatto al modo in cui viviamo, per aggiornare il fisco”.

Obama aggiunge: “Se non creiamo opportunità per tutti, la disaffezione e la divisione che hanno fermato i nostri progressi non farà altro che aggravarsi”.

Notate che Obama, tra i fattori che possono contrastare il crescere delle disuguaglianze, cita l’istruzione prima del sindacato. Prima della previdenza sociale (welfare). Prima delle riforme fiscali.

Una vita dignitosa

Questo non significa che previdenza, fisco, tutela dei lavoratori non siano importanti: interventi in questi settori garantiscono che sia preservato un decente e dignitoso livello di qualità della vita per i cittadini. Ma l’istruzione può fare qualcosa in più: migliorare i cittadini stessi. Formare i nuovi cittadini e renderli capaci di continuare a interagire adeguatamente con il mondo che cambia.

Alcuni economisti sostengono che i progressi dell’intelligenza artificiale portano con sé incredibili promesse: incremento della produttività e maggior tempo libero. Altri sostengono che segneranno la fine di un lavoro dignitoso per la maggior parte della popolazione e faranno crescere le disuguaglianze, scrive la Stanford Social Innovation Review.

In realtà, potrebbero succedere entrambe le cose. Aumenterà in modo significativo la domanda di lavoratori iperspecializzati (ma sul fatto che avranno più tempo libero nutro qualche dubbio). Uno studio della McKinsey segnala che entro il 2020, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, mancheranno circa 83 milioni di lavoratori high skilled.

D’altra parte, calerà in modo ancora più significativo la richiesta di lavoratori con competenze minori. Sappiamo che molti lavori tradizionali sono già spariti. Sappiamo che moltissimi altri spariranno in un breve arco di tempo: e stavolta non si tratta solo dei lavori manuali. Le macchine intelligenti riducono la necessità di impiegare esseri umani, compresi quelli intelligenti.

Sappiamo che gli unici lavori non sostituibili dall’intelligenza artificiale, almeno per qualche decennio, sono quelli che hanno una forte componente intellettuale e creativa. L’intelligenza artificiale è potentissima e velocissima, ma ancora fatica a districarsi nelle situazioni complesse, nuove e ambigue. E non sa inventare.

Un interessante paradosso

Certo, già oggi possiamo avere perfino un computer che sa dipingere come Rembrandt, e che addirittura riesce a costruire una “nuova opera” di Rembrandt studiandosi l’intera produzione del pittore. Ma non abbiamo certo computer capaci di sviluppare autonomamente un nuovo stile pittorico: solo un talentuoso essere umano può riuscirci.

Ed eccoci di fronte a un interessante paradosso. Per vivere e lavorare in un mondo ipertecnologico, diventa cruciale il possesso delle capacità più specificamente umane: comunicazione, lavoro di gruppo, pensiero critico, flessibilità, invenzione. Queste vanno integrate con le competenze di base (lettura, scrittura, calcolo, scienze): quelle che mettono le persone in grado di continuare a imparare.

Oltretutto (a dirlo è sempre la Stanford Review) queste capacità sono fondamentali non solo in termini di occupazione, ma anche in termini di soluzione creativa di complessi problemi globali, dal cambiamento climatico alla crisi migratoria.

L’ulteriore paradosso è questo: occuparsi del futuro, oggi, significa ragionare di un’istituzione antica (e, nella sbrigativa percezione di troppi) polverosa com’è la scuola. Significa migliorare la scuola di oggi e progettare la scuola di domani, e istruire i cittadini di domani, prima e più ancora che progettare le tecnologie di domani.

Significa, infine, che non dobbiamo mai scordarci di rendere onore a chi investe, in questa sfida, tutta la sua competenza, la sua intelligenza, la sua energia e la sua passione.

Questo articolo è dedicato a Tullio De Mauro.

Sotta ‘o muro. Inserto Gratuito.

di Antonio “Boka”

Seconda Intercessione.

Quando la crisi non è un episodio ma piuttosto la regola.

Partiamo da una constatazione semplice e piuttosto difficile da accettare. Questo secolo sarà (ancora) del Capitalismo piuttosto che di un socialismo (possibile e necessario direbbe qualcuno). Prosperità e crisi si alternano costantemente nel capitalismo (cortesia di Kondratieff) e rappresentano la tendenza verso la sua estensione e dominio piuttosto che segnali della sua fine.

Ma, c’è un punto che ha bisogno di essere chiaro: il “miracolo economico” ha rappresentato una “singolarità” (cortesia di Vernor Vinge e non pensate a Laurent o a qualsiasi testo di calcolo differenziale) della storia del capitalismo e non una possibilità “immanente”.

Molti apologeti (o semplici mosche cocchiere) attribuiscono all’avvento della globalizzazione ed alle orde tribali del capitalismo finanziario la riduzione della povertà nel mondo negli ultimi vent’anni. Oltre ad essere inutili idioti mistificano i dati di ciò che è avvenuto confidando nell’uccisione e sepoltura della memoria storica. In realtà è nel periodo post seconda guerra mondiale sino alla prima crisi petrolifera dei primi anni ’70 che il reddito reale è aumentato drammaticamente e le spese di welfare sono state ampliate. Allora sembrava davvero (e di fatto era avvenuto) che il capitalismo avesse trasceso la povertà.

Tuttavia alla fine degli anni settanta e nel decennio successivo è diventato chiaro che la crisi economica globale del 1974-75 non fosse stata solo una interruzione di questo miracolo economico. Lo sviluppo del capitalismo ha subito crisi sempre più frequenti e la risposta (semplicistica) è stata quella di invocare aumento delle esportazioni, maggiore sviluppo tecnologico ma, soprattutto un maggiore sfruttamento della forza lavoro. Il risultato, banale applicazione della divisione di una torta che non è senza fine, ha visto la stagnazione del reddito reale e la costante diminuzione delle spese dello stato sociale.

I periodo del miracolo economico, punto singolare dello sviluppo del capitalismo, ha però scavato in profondità nel subconscio collettivo, soprattutto in Germania. Ed è proprio all’interno della socialdemocrazia si è radicata la convinzione che con la “giusta” politica economica la piena occupazione può essere raggiunta. Bisogna solo “regolare” di nuovo ed in maniera adeguata lo sviluppo del capitalismo. In maniera più drammatica questa percezione ha alimentato la convinzione nella sinistra radicale (dibattito stantio dai tempi delle seconde e terze internazionali) che il miracolo economico abbia costituito il tuffo finale verso la crisi finale e la decadenza del capitalismo, ma la dura realtà dei fatti mostra che crisi e disoccupazione sono giusto la normalità capitalistica.

La vera differenza è stata rappresentata dal crollo del blocco sovietico. La grande crisi della bolla speculativa del ’97-’98 e l’allora già evidente eccesso di capacità industriali non ha rappresentato un grave problema poiché non esisteva più un avversario geopolitico nelle cui mani questo “incidente” avrebbe potuto costituire un’arma per il cambiamento.

In questo contesto le risposte alla crisi sono state unidirezionali ed asservite alla logica del capitale finanziario aprendo nuovi ambiti di investimenti: privatizzazione di imprese statali ed estensione ai settori dello stato sociale come l’assistenza sanitaria. Si è chiesto ai cittadini di essere “responsabili” in prima persona, che tradotto in termini semplici ha significato pagare di più in modo da ampliare i territori disponibili al profitto. Il credo neoliberista di uno stato “magro” ha raggiunto il punto più alto della sua efficacia, riduzione dei bilanci fiscali dello stato sociale sono stati chiesti a ripetizione dietro la richiesta di austerità che giustificava il taglio dei servizi sociali e la privatizzazione delle imprese statali. L’ulteriore sviluppo del capitalismo richiedeva la “sussunzione” (cit.) di nuove sfere di esistenza sotto la logica della massimizzazione del profitto.

I due “recenti” giganti” economici, Cina ed India hanno reagito ed invaso il mercato mondiale con strategie differenti. La Cina ha preferito la via dell’accumulazione originaria con l’immissione di enormi masse di lavoratori a basso costo, l’India con imponenti investimenti nel campo dell’educazione rendendo i suoi lavoratori (a basso costo) appetibili per gli investitori stranieri. Allo stesso tempo, però, contrariamente ai risultati del “miracolo economico” le disparità di reddito e di sviluppo regionale sono aumentate drasticamente. L’imponente esercito di poveri reso disponibile come forza lavoro garantisce un flusso di manodopera a basso costo per i decenni a venire. Per il capitalismo del XXI secolo l’unico bene non scarso (che quindi non richiede allocazione efficiente e sottolineerei non soggetto alle regole del “loro” mercato” mancando l’attributo fondamentale) sarà rappresentato dal lavoro e, come ben noto, siamo di fronte ad un aumento del plusvalore assoluto (quello relativo avviene con l’innovazione tecnologica) grazie all’estensione della giornata lavorativa e la riduzione dei salari reali.

Abbiamo buttato via il Novecento ma gli innamorati del secolo precedente aumentano di giorno in giorno. Beata ignoranza e miopia, vere forze innovatrici della politica attuale.

In Europa questa modifica (tristemente con i socialdemocratici tedeschi) è avvenuta compitamente con il programma Hartz IV con la crescita dei “mini-obs” e la diffusione del lavoro temporaneo. Imporre il deterioramento delle condizioni del lavoro ha reso semplice la gestione del lavoro. Molto più semplice non rinnovare i rapporti di lavoro piuttosto che impegnarsi in faticose contrattazioni collettive. L’introduzione di misure di sostegno come i vari redditi minimi, condizionati e non, ha reso possibile lo smantellamento in atto di tutti i servizi di welfare. Il precariato come condizione universale permette il raggiungimento di un obiettivo fondamentale per il comando capitalistico: la distruzione della comunanza di interessi sostituita dalla lotta per la sopravvivenza.

Condominio solidale

Modena, inaugurato condominio solidale. Per avere la casa bisogna aiutare i vicini

Lo stabile è stato ristrutturato dal Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ed è costituito da 19 appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a favorire coesione e integrazione. Il sindaco Muzzarelli: “È un modello che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte occupandosi anche degli altri”.

di Annalisa Dall’Oca – ilfattoquotidiano.it, 24 ottobre 2015

La regola è una, ma va rispettata: bisogna essere solidali nei confronti dei propri vicini di casa. Perché è sull’aiuto reciproco fra dirimpettai che si basa il condominio sociale, lo stabile di via Gottardi a Modena che il Comune della Ghirlandina, in collaborazione con Acer Emilia Romagna, ha inaugurato lo scorso 21 ottobre. Diciannove appartamenti in cui vivono altrettante famiglie o anziani soli e in difficoltà, selezionati, oltre che sulla base della loro situazione economica, anche per la disponibilità a collaborare. “All’atto pratico – spiega Gian Carlo Muzzarelli, sindaco di Modena – è un modello abitativo che privilegia le relazioni tra vicini, in un sistema in cui ciascuno ha il dovere di fare la propria parte aiutando gli altri”.

I compiti richiesti ai condomini di via Gottardi, quindi, riguardano sia la cura dello stabile, sia quella dei propri vicini di casa. Si va dall’occuparsi a turno delle zone comuni, all’aiutare gli anziani che abitano sullo stesso pianerottolo con le necessità quotidiane. O ancora, dall’apertura e il riordino dei locali del pianoterra utilizzati per attività di socializzazione, fino all’obbligo di garantire, a rotazione, una presenza continuativa nel condominio per poter intervenire in eventuali situazioni di bisogno, allertando con tempestività, in caso di necessità, medici curanti e 118.

Un esempio tra i primi in Italia, spiega il Comune, che introduce un elemento di novità: quello, appunto, di accostare agli anziani soli, famiglie disposte ad assisterli. L’amministrazione, per realizzarlo, ha deciso di riqualificare un edificio di proprietà pubblica rimasto vuoto per anni, in collaborazione con Acer. “Il risultato è che in via Gottardi vengono condivise le risorse personali tra i residenti in un’ottica di reciprocità – spiega Giuliana Urbelli, assessore cittadino al Welfare – mentre le fragilità, dovute all’isolamento e al senso di solitudine, possono divenire una risorsa grazie al tempo disponibile da dedicare agli altri”.

La gestione condominiale è in collaborazione con Acer, che si occupa degli interventi di manutenzione a carico della proprietà, del servizio di vigilanza dello stabile, della gestione condominiale e della riscossione dei canoni. “Tali canoni per gli anziani sono commisurati al reddito e partono da un minimo mensile di 50 euro, per chi percepisce fino a 600 euro”. Per quanto riguarda le famiglie, invece, l’affitto varia sulla base dell’Accordo territoriale del Comune di Modena, che riduce i canoni previsti del 30% per i genitori con due figli a carico, e del 40% per i nuclei più numerosi.

“Le famiglie che abitano oggi nel condominio – spiega l’amministrazione – sono 4, mentre gli altri appartamenti sono occupati da 12 persone in condizione di fragilità, di cui due coppie di anziani, otto persone anziane sole e una ragazza adulta”. I nuclei familiari residenti in via Gottardi sono stati scelti, partendo dalle liste d’attesa di Agenzia Casa, sulla base di diversi colloqui, “che ne hanno sondato la propensione e la motivazione a risiedere in un contesto particolare come il condominio solidale. “Si tratta di tre famiglie italiane e una di origine marocchina – spiega l’amministrazione – che è anche la più numerosa, con nonna e quattro figli, di cui due universitari e due adolescenti, che vivono con mamma e papà”.

Gli anziani del condominio sociale, invece, hanno avuto accesso agli alloggi (mini appartamenti privi di barriere architettoniche e adatti a utenti disabili) attraverso un bando dell’assessorato al Welfare del Comune: “Sono persone non completamente autosufficienti, ma comunque in grado di provvedere ai loro bisogni primari, la cui fragilità è soprattutto legata alla solitudine, alla mancata vicinanza di familiari o alla loro impossibilità a occuparsene”. Una sperimentazione, che però Modena spera di poter esportare anche al di fuori delle mura cittadine. “Sappiamo che intervenire sulle relazioni non è mai facile – precisa Urbelli – ma le famiglie che abitano qui sono molto motivate, e intenzionate a far funzionare al meglio questo modello di condominio in cui le persone si conoscono e si aiutano. Speriamo soprattutto che quest’esperienza funzioni da apripista per un nuovo tipo di welfare in grado di favorire la coesione e l’integrazione sociale”.

Ripartiamo dal basso

segnalato da n.c.60

RODOTA’: “RIPARTIAMO DAL BASSO, SENZA LA ZAVORRA DEI PARTITI”

da micromega-online, 22/01/2015

“Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società”. Il giurista non risparmia riflessioni, ragionamenti e giudizi, anche duri. Una conversazione che va dal suo ultimo libro “Solidarietà” al bisogno di una coalizione sociale nel Paese passando per il ruolo della magistratura e le elezioni in Grecia: “La vittoria di Syriza cambierebbe gli scenari europei”.

intervista a Stefano Rodotà di Giacomo Russo Spena

“Solidarietà” è il titolo del suo ultimo libro. Qual è, professor Rodotà, l’importanza di riaffermare tale concetto nel 2015?

E’ un antidoto per contrastare la crisi economica che, dati alla mano, ha aumentato la diseguaglianza sociale e diffuso la povertà. Una parola tutt’altro che logorata e storicamente legata al nobile concetto di fraternità e allo sviluppo in Europa dei “30 anni gloriosi” e del Welfare State. Poi il termine è stato accantonato e abbandonato. La solidarietà serve a individuare i fondamenti di un ordine giuridico: incarna, insieme ad altri principi del “costituzionalismo arricchito”, un’opportunità per porre le questioni sociali come temi non più ineludibili. La crisi del Welfare non può sancire la fine del bisogno di diritti sociali. Sono legato anche al sottotitolo del libro, “un’utopia necessaria”, la solidarietà va proiettata nel presente ed utilizzata come strumento di lavoro per il futuro: l’utopia necessaria è la visione.

Lei ha parlato di “costituzionalismo arricchito”. Quali sono le pratiche da cui ripartire per riaffermare i diritti sociali in tempo di crisi economica, privatizzazioni e smantellamento dello Stato Sociale?

Mutualismo, beni comuni, reddito di cittadinanza sono gli elementi innovativi e costitutivi di un nuovo Stato Sociale, almeno rispetto a quello che abbiamo conosciuto e costruito nel Novecento. Durante la Guerra Fredda, i sistemi di Welfare sono stati una vetrina dell’Occidente di fronte al mondo comunista, una funzione benefica volta ad umanizzare il capitalismo in risposta al blocco sovietico. Ragionare sulla solidarietà come principio significa riconoscerne la storicità ed oggi è necessario arricchire le prospettive del Welfare. Ad esempio il reddito, inteso in tutte le sue fasi legate alle condizioni materiali, significa investimenti ed è possibile solo grazie ad un patto generazionale e ad una logica solidaristica dell’impiego delle risorse.

Nel libro cita gli studi della sociologa Chiara Saraceno la quale si interroga sull’idea di Stato Sociale come bene comune. Qual è il suo giudizio?

Il discorso esamina la capacità ricostruttiva della solidarietà che è frutto di una logica di de-mercificazione di ciò che conduce al di là della natura di mercato: ristabilire la supremazia della politica sull’economia. Qual è stata la logica in questi anni? Avendo un tesoretto ridotto, sacrifichiamo i diritti sociali. Tale ragionamento va respinto al mittente. Quali sono i criteri per allocare tali fondi? Come li distribuiamo? Finanziamo la guerra e gli F35 o utilizziamo quei soldi contro lo smantellamento dello Stato Sociale? La scuola pubblica, come dice la nostra Carta, non va resa funzionale al diritto costituzionale all’istruzione? Invece si finanziano le scuole private…

E i famosi 80 euro del governo Renzi possono essere considerati come forma solidaristica e di Welfare?

No, manca l’intervento strutturale. La Cgil ha reso pubblici alcuni dati: con quei soldi si sarebbero potuti creare 4oomila posti di lavoro. Appena si è parlato del bonus per le neomamme, ho pensato fosse più utile stanziare quelle risorse per la costruzione degli asili nido. Solo un vero discorso sulla solidarietà ci consente di stilare una gerarchia che pone al primo posto i diritti fondamentali. E per questo la modifica dell’articolo 81 della Costituzione, nel quale è stato introdotto il pareggio di bilancio, è un duro colpo per la democrazia. Abbiamo posto fuori legge Keynes.

Altro punto dirimente: la prospettiva europeista. Sappiamo bene quanto le politiche di austerity siano dettate dalla Troika e le nostre democrazie siano ostaggio della finanza; come pensare la solidarietà fuori dai confini nazionali?

Dobbiamo guardare all’Europa, il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia. Solidarietà implica un’Europa solidale tra Stati con una politica comune e coi diritti sociali come fari. Con Jürgen Habermas dico che è un principio che può attenuare l’odio tra i Paesi debitori e quelli creditori. Persino Lucrezia Reichlin ha parlato di Syriza con benevolenza perché sta avendo il merito di riaprire una riflessione in Europa su alcuni temi non più rimandabili. L’austerity ha fallito ed aumentato le diseguaglianze. Fino a qualche mese fa, i difensori del rigore giustificavano l’enorme forbice tra redditi alti e minimi affermando di aver tolto migliaia di persone dalla soglia di povertà. La diseguaglianza come conseguenza del contrasto allo sfruttamento. Una tesi smentita dagli stessi eventi.

Spesso le viene rivolta la critica di pensare esclusivamente ai diritti dei cittadini ma mai ai doveri. Come replica all’accusa?

E’ una vecchissima discussione che si svolse già a Parigi nel 1789. E la Costituzione italiana ha legato diritti e doveri: l’art. 2 si apre col riconoscimento dei diritti delle persone ma poi afferma che tutti devono adempiere ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Il tema dei doveri viene sbandierato per chiedere sacrifici alle fasce più deboli mentre rimangono al riparo i soggetti privati forti e le istituzioni pubbliche. Vogliamo discutere dei doveri? Facciamolo senza ipocrisie. Ad esempio, si dovrebbe riaffermare l’obbligo di non esercitare l’iniziativa economica e la libera impresa in contrasto con sicurezza e dignità dei lavoratori. Tale strategia ha fallito e politicamente ha generato un’enorme crisi della rappresentanza: il rifiuto della Casta non sarebbe così forte se non ci fosse stato un ceto politico dipendente dal denaro pubblico.

Le elezioni in Grecia hanno assunto una valenza europea. La vittoria di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras incutono paura alla finanza e ai poteri forti. Siamo davvero davanti ad un passaggio storico per invertire la rotta in Europa?

Il voto di domenica ha un’importanza enorme soprattutto dopo il deludente semestre italiano a guida Matteo Renzi. Il suo arrivo a Bruxelles aveva generato aspettative per le sue promesse di mettere in discussione gli assetti costituzionali europei. Nulla di tutto ciò, nessun negoziato, eppure non era così costoso intraprendere il discorso dell’“utopia necessaria” della riforma dei trattati. Tsipras può rappresentare la riapertura della fase costituente europea. È la mia speranza. Riapertura perché nel 1999 il Consiglio europeo di Colonia stabilisce la centralità della Carta dei diritti ma poi il processo si è chiuso nel ciclo dell’economia. Una vera e propria controriforma costituzionale. L’Unione europea oltre ad avere un deficit di democrazia ha un deficit di legittimità. Il deficit può essere recuperato attraverso i diritti fondamentali, ispirati alla dignità e alla solidarietà, e non al mercato. Altrimenti i rischi sono gravi, e non si parla di uscita dall’euro ma di deflagrazione dell’eurozona e di sviluppo di movimenti xenofobi ed antieuropei come quelli di Marine Le Pen e Matteo Salvini.

Se il semestre italiano non ha dato nessun segnale di discontinuità in Europa, quel che resta della sinistra nostrana guarda con ammirazione e speranza alla Grecia di Tsipras. È mai possibile la nascita di una “Syriza italiana” che unisca tutte le forze a sinistra del Pd?

In Italia siamo indietro e rischiamo di rifare alcuni errori. Mentre capisco la scelta del “papa straniero” Tsipras, non condivido l’idea di una “Syriza italiana”. È una forzatura. In Grecia Syriza ha raggiunto l’attuale consenso perché durante la crisi economica ha svolto un lavoro effettivo nel sociale dove ha garantito ai cittadini diritti e servizi grazie a pratiche di mutualismo: penso alle mense e alle cliniche popolari, alle farmacie e alle cooperative di disoccupati. In Italia la situazione è differente.

Oltre a Syriza, la Troika guarda con preoccupazione al repentino sviluppo di Podemos, il partito spagnolo che sta scuotendo la Spagna. Syriza e Podemos, seppur differenti sotto alcuni aspetti, sembrano le due forze capaci di trasformare gli assetti in Europa. Podemos rompe con tutti gli schemi classici della sinistra novecentesca e fa della Casta e dei banchieri un bersaglio politico. La sinistra italiana, per rinascere, non dovrebbe affrontare anche il tema della crisi della rappresentanza?

In questi anni c’è stata una drammatica deriva oligarchica e proprietaria dei partiti e la capacità rappresentativa è venuta meno anche per la consapevolezza che il potere decisionale fosse esterno alle sedi legittime e in mano a poche persone. La Corte Costituzionale ha emesso due importanti sentenze: una contro il Porcellum, decretando illegittima la legge elettorale in vigore, l’altra contro i soprusi del marchionnismo, stabilendo che non potesse essere esclusa la Fiom dagli stabilimenti. Lego queste due fondamentali sentenze perché entrambe pongono il problema della rappresentanza. E lo pongono nell’impresa e nella società cioè nel lavoro e nella politica, nei diritti sociali e in quelli civili. E’ un punto importante sul quale non abbiamo riflettuto abbastanza ed è la via per far recuperare legittimità alle istituzioni e alla politica.

Per sopperire alla crisi economica e politica nel Paese, il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais ha più volte insistito sulla necessità di dar vita a una forza “Giustizia e libertà”, un soggetto della società civile. Che ne pensa?

La sinistra italiana ha alle spalle due fallimenti: la lista Arcobaleno e Rivoluzione Civile di Ingroia. Due esperienze inopportune nate per mettere insieme i cespugli esistenti ed offrire una scialuppa a frammenti e a gruppi perdenti della sinistra. Chi pensa di ricostruire un soggetto di sinistra o socialmente insediato guardando a Sel, Rifondazione, Alba e minoranza Pd sbaglia. Lo dico senza iattanza, ma hanno perduto una capacità interpretativa e rappresentativa della società. Nulla di nuovo può nascere portandosi dietro queste zavorre. Rifondazione è un residuo di una storia, Sel ha avuto mille vicissitudini, la Lista Tsipras mi pare si sia dilaniata subito dopo il voto alle Europee. Ripeto: cercare di creare una nuova soggettività assemblando quel che c’è nel mondo propriamente politico secondo me è una via perdente. Bisogna partire da quel che definisco “coalizione sociale”. Mettere insieme le forze maggiormente vivaci ed attive: Fiom, Libera, Emergency – che ha creato ambulatori dal basso – movimenti per i beni comuni, reti civiche e associazionismo diffuso. Da qui, per ridisegnare il nodo della rappresentanza.

Il suo giudizio sui partiti esistenti è molto duro. Ma per una coalizione sociale non ci vuole tempo, addirittura anni?

Ci vuole pazienza e occorre ricostituire nel Paese un pensiero di sinistra. A livello istituzionale abbiamo assistito alla chiusura dei canali comunicativi tra politica e mondo della cultura, ciò si è palesato durante la riforma costituzionale. Come negli anni ’60-’70, per il cambiamento istituzionale, deve tornare la rielaborazione culturale. Il lavoro che ha svolto MicroMega in questi anni è prezioso e va continuato in tal senso. Insieme a Il Fatto sono le due testate che hanno tenuto dritta la barra. Ora vanno moltiplicate le iniziative, vanno connessi i soggetti sociali (anche attraverso la Rete) e va recuperato quel che c’è di produzione culturale operativa. Infine, tassello fondamentale: organizzazione. Tali processi non possono essere affidati semplicemente alla buona volontà delle persone.

In tutto questo, qual è il suo giudizio sul M5S? Il grillismo è in una crisi irreversibile?

Non so se i 5 stelle siano definitivamente perduti, di certo stanno perdendo molteplici chance. Il movimento ha deluso le aspettative: non ha ampliato spazi di democrazia, non ha inciso in Parlamento e in qualche modo ha accettato le logiche interne. Serpeggia una profonda delusione tra gli stessi elettori grillini. Mentre la vera novità è lo sviluppo di un’opposizione sociale al renzismo, l’embrione della coalizione sociale di cui parlavo prima.

Si riferisce alla mobilitazione autunnale contro il Jobs Act?

Renzi ha vinto senza combattere, non c’era nessuno sulla sua strada. Nessuno in grado di contrastarlo, nemmeno Giorgio Napolitano che secondo le mie valutazioni politiche aveva investito sul governo Letta. Ora si sta muovendo qualcosa: Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono ritrovati per uno sciopero unitario. Persino la Uil è stata costretta a schierarsi. Si è rivitalizzato il sindacato. Il governo Renzi ha cancellato tutti i corpi intermedi e la Camusso, rendendosi conto dell’attacco subito, deve riconquistare il suo ruolo. Individuare soggetti sia rappresentativi che di opposizione sociale è un dato istituzionalmente interessante. Oltre ad essere un dato politico rilevante. Si è manifestata un’opposizione sociale.

Però siamo ben distanti dai 3 milioni portati in piazza da Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18, e la Cgil viene comunque da anni di politiche concertative…

Sono confronti impensabili, il tessuto del nostro Paese è stato logorato da mille fattori nell’ultimo decennio. Anche dalla crisi economica. Con l’impoverimento drammatico le frizioni e le condizioni di convivenza obbligata diventato più difficili. Una situazione conflittuale che va oltre alla “guerra tra poveri”. Le con¬di¬zioni mate¬riali della soli¬da¬rietà sem¬brano distrutte.

Coalizione sociale, primato della solidarietà e nuovo rapporto tra cultura e politica. Sono questi gli ingredienti necessari per ripartire?

Prima mettiamo in relazione i soggetti sociali, in primis il sindacato, con le reti civiche e strutturiamo un minimo di organizzazione, rilanciando l’attivismo dei cittadini. Da tempo propongo alcune riforme e modifiche dei regolamenti parlamentari per dare maggiore potere alle leggi di iniziativa popolare. Ad inizio legislatura, in concerto con il gruppo del Teatro Valle, abbiamo inviato ai parlamentari una serie di proposte su fine vita e reddito minimo garantito… non sono nemmeno arrivate in Aula. In questo momento nella democrazia di prossimità, quella dei Comuni, si diffondono pratiche virtuose, penso ai registri per le coppie di fatto, per il testamento biologico, ai riconoscimenti nei limiti possibili di diritti fondamentali delle persone. A Bologna si è proposto di cogestire alcuni beni e il nuovo statuto di Parma è pieno di esperienze simili. C’è una democrazia di prossimità che va presa in considerazione. Così come il ruolo della magistratura.

Come collegare la figura dei magistrati alle questioni sociali?

I partiti di massa erano i referenti delle domande sociali, le selezionavano e le portavano in Parlamento. Io c’ero, me lo ricordo. Questo non esiste più. Regna un modo autoritario di individuare le domande sociali e il vuoto politico è stato colmato dalla magistratura. La Consulta è intervenuta in questi anni su diritti civili, dal caso Englaro alla Fini Giovanardi sulle droghe o alla legge più ideologica, quella sulla fecondazione assistita. Poi le già citate sentenze su legge elettorale e conflitto Fiom-Fiat. Qui non c’è giustizialismo, ma il ruolo di una magistratura – attaccata e in trincea per difendersi dagli attacchi di Berlusconi e salvaguardare autonomia e indipendenza – che ha maturato una propria elaborazione culturale per fronteggiare emergenza politica e garantire la legalità costituzionale. L’aver individuato nella figura di Raffaele Cantone un soggetto politico ha un’importanza storica visto che in Italia la corruzione è ormai strutturale.

Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca, la criminalità organizzata si è fatta istituzione come abbiamo visto con lo scandalo di Mafia Capitale…

Prima si parlava solo di tre regioni in mano ai poteri criminali: Calabria, Sicilia, Campania. Quando qualcuno osò parlare, giustamente, di infiltrazioni mafiose al Nord, l’ex ministro Roberto Maroni pretese le scuse. Ora invece grazie ad una serie di inchieste (Ilda Boccassini, Giuseppe Pignatone) sappiamo che questo è un dato strutturale: i poteri criminali occupano il territorio non solo fisico ma ormai anche istituzionale. E la corruzione non passa solo per il denaro pubblico rubato ma come un meccanismo endemico dello Stato. Il giustizialismo assume un fattore centrale e qualsiasi tentativo di silenziare i magistrati va contrastato.

Un’ultima domanda, la questione della leadership. Chi vede a capo della coalizione sociale?

Bah, spesso si cita il nome di Landini ma mi astengo dal rispondere. Non è prioritaria la questione. È palese che oggi la coalizione sociale ha una sua maggiore evidenza perché la presenza del sindacato è il dato nuovo e accresce le responsabilità di Landini e della Fiom. L’importante è uscire dagli schemi classici e visti finora: non dobbiamo pensare al recupero dei perdenti dell’ultima fase o ai pezzetti ancora incerti (minoranza del Pd). Così non possiamo basare l’iniziativa sul M5S. Sarebbe un errore. I 5 stelle hanno una loro storia, vediamo che faranno in futuro e semmai una coalizione sociale riuscisse a rafforzarsi, capire come reagiranno. Questo è il punto.

Una lettera, tre anni, quattro governi

segnalato da barbarasiberiana

UNA LETTERA, TRE ANNI, QUATTRO GOVERNI

di Rita Castellani – Newnomics.it

Negli ultimi tre anni, l’Italia ha vissuto una degradazione progressiva dei propri standard economici e sociali. Solo per citare gli indicatori più eclatanti:

  • Quattro governi con un solo passaggio elettorale, un double e triple dip con una diminuzione costante del PIL, che in termini reali oggi equivale a quello di quindici anni fa;
  • Un aumento costante del tasso di disoccupazione: 13,6% nel primo trimestre 2014 (+0,8% su base annua), come nel 1977, quando però il tasso di inflazione viaggiava intorno al 17%;
  • Un aumento costante della disoccupazione giovanile, che appare inesorabile come le piaghe d’Egitto, a fronte di un accesso al lavoro estremamente deregolato (a giugno 2014 tocca il 41,6%);
  • Un aumento costante della disuguaglianza (misurandola con l’indice di Gini, è passata dallo 0,27 degli anni ’90 allo 0,34 attuale) e della povertà assoluta (arrivata a interessare il 7,9% delle famiglie nel 2013, dal 6,8% nel 2012).

Tutto questo si verifica perché l’Italia ha applicato le indicazioni contenute nella famosa lettera della BCE dell’agosto del 2011? Vediamo. Nella lettera si dà per scontato l’obiettivo del pareggio di bilancio: in quel momento, con lo spread alle stelle e il debito italiano sotto attacco speculativo, era la misura minima per invertire la tendenza. Le indicazioni riguardano invece le cosiddette misure strutturali, prima tra tutte l’aumento della concorrenza, principalmente attraverso la liberalizzazione dei servizi privati professionali e dei servizi pubblici locali. Di questa misura non se ne è fatto niente: i servizi professionali continuano ad essere controllati dagli Ordini, mentre i servizi pubblici locali sono in larga parte gestiti dalle 7-8000 controllate dagli Enti pubblici locali.

L’intervento in questi settori dovrebbe mirare ad un aumento del grado di efficienza del sistema, (tecnicamente ad un aumento della produttività totale dei fattori) e non è un obiettivo che si consegue attraverso una semplice deregolazione, dopo decenni di mercato controllato: ovvero, la semplice privatizzazione delle controllate farebbe gli stessi danni di una secca abolizione degli ordini professionali. In ogni caso, nessuno dei quattro governi che si sono succeduti è andato fin qui oltre la mera dichiarazione di intenti, o anche meno (vedi la “riforma della Pubblica Amministrazione” annunciata dal Ministro Madia), e il contenimento del deficit è stato fin qui ottenuto con misure a impatto immediato sulle entrate e/o sulla spesa.

Il secondo intervento indicato nella lettera riguarda un complesso di misure che dovrebbero mettere ordine nel mercato del lavoro. Per una maggiore importanza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale si fa riferimento all’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, che viene giudicato “andare nella giusta direzione”. Tuttavia, quell’accordo è stato “forzato” dal DL 138/2011, ispirato dall’allora Ministro Sacconi e promulgato due giorni dopo l’acquisizione della lettera della BCE.

Il decreto mirava ad indebolire la valenza della contrattazione nazionale, allargando ulteriormente l’ambito di applicabilità della contrattazione aziendale, rischiando però di far saltare l’accordo di giugno. Così le parti stilano un nuovo accordo il 21 settembre per ribadire la loro intenzione di non superare i termini precedentemente fissati, nonostante quanto consentito dal decreto nel frattempo convertito in legge. La materia resta molto delicata dal punto di vista delle relazioni industriali, per di più complicata dalle modalità di computazione delle quote di rappresentanza sindacale; che, tra l’altro, a livello nazionale dovrebbero essere certificate dal CNEL, organismo costituzionale di cui è prevista l’abolizione nel ddl Boschi. Attualmente, disoccupazione, deflazione e conseguenti crisi aziendali diffuse hanno notevolmente compresso le possibilità di contrattazione e, quindi, i problemi eventualmente connessi, ma certo non si può affermare che questo aspetto del mercato del lavoro sia “ordinato”.

In ogni caso, almeno sulla carta, lo Statuto dei Lavoratori, della cui revisione si parla molto, recentemente, nell’ambito della maggioranza di governo, è già stato molto indebolito. Nei fatti, la progressiva diffusione di una pletora di contratti c.d. “atipici”, cioè del tutto indipendenti dai termini della contrattazione collettiva, e quella dei contratti a tempo determinato (ulteriormente liberalizzato con la conversione del Decreto Poletti nella legge 78/2014) ha certamente conseguito l’effetto di comprimere i salari; mentre non si rileva alcuna evidenza di creazione di posti di lavoro, con la disoccupazione giovanile che continua a salire, toccando ormai il 42%.

Potremmo dire che, quanto a maggiore flessibilità, la realtà del mercato del lavoro italiano ha superato le indicazioni della BCE, passando dalla segmentazione ad una progressiva polverizzazione.

Quello a cui non si è messo affatto mano, né testa, è la sempre più necessaria riforma del welfare, finalizzata a sostenere il reddito di chi si ritrova inoccupato, ormai con molta facilità. Lo stesso vale per la revisione del sistema di promozione dell’occupazione, che neanche la recente applicazione del programma “Garanzia Giovani” ha portato a modificare: la parte del leone nella destinazione dei fondi continuano a farlo le società di formazione, spesso in capo ad associazioni di categoria, senza che operi nei loro confronti un efficace sistema di verifica di metodi e risultati. Eppure questo era il terzo tipo di interventi indicato già come necessario tre anni fa. Dalla BCE.

Davanti al Governo Renzi ci sono due strade, rispetto alla programmazione delle proprie attività: continuare nel percorso avviato secondo le indicazioni della “famigerata” lettera BCE; oppure darsi un diverso ordine di priorità, in funzione della crescita, con ricadute comunque strutturali sul sistema economico nazionale. Ma il Governo non sceglie ancora nessuna delle due strade.

L’unica misura adottata come sostegno diretto alla crescita è una misura una tantum di circa 600 € lordi pro capite a favore del reddito disponibile delle classi di reddito medie e medio-basse. Troppo poco per pensare di rilanciare la domanda interna: i percettori, in larga parte, o li usano per pagare debiti pregressi, o li accantonano a fini precauzionali, come era largamente prevedibile. E così il tasso di variazione del PIL torna negativo nel secondo trimestre 2014.