16 ottobre e dintorni

di Barbara G.

Discriminazioni, persecuzioni, repressioni, proteste, lotte.

Mobilitazioni, categorie che scendono in campo, metaforicamente ed anche fisicamente, per il rispetto dei diritti di tutti, soprattutto di quelli che sono meno uguali degli altri.

Storie note e meno note, avvenute attorno al 16 ottobre, ma non solo…

Perché ogni storia richiama un’altra storia che merita di essere ricordata, e di servirci come avviso o come una luce di speranza, visti i tempi non proprio brillanti nei quali viviamo.

16 ottobre 1943

Fonte: http://www.storiaxxisecolo.ithttp://www.16ottobre1943.it

La “soluzione finale” per gli ebrei romani arriva il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo è indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. Nonostante il colpo delle leggi razziali, gli ebrei a Roma non si aspettano quello che sta per accadere: Roma è “città aperta”, e poi c’è il Papa, sotto l’ombra della cupola di San Pietro i tedeschi non oserebbero ricorrere alla violenza. Le notizie sul destino degli ebrei in Germania e nell’Europa dell’Est sono ancora scarse e imprecise. Inoltre, la richiesta fatta il 26 settembre da Kappler alla comunità ebraica di consegnare 50 chili d’oro, pena la deportazione di 200 persone, illude gli ebrei romani che tutto quello che i tedeschi vogliono sia un riscatto in oro. Oro che con enormi difficoltà la comunità riesce a mettere insieme e consegnare due giorni dopo in Via Tasso, nella certezza che i tedeschi saranno di parola e che nessun atto di violenza verrà compiuto. Nelle stesse ore le SS, con l’ausilio degli elenchi dei nominativi degli ebrei forniti dall’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno, stanno già organizzando il blitz del 16 ottobre.

Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in  contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.

I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola

Giacomo Debenedetti

(…) Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini.

Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

Fummo ammassati davanti a S. Angelo in Pescheria: I camion grigi arrivavano, i tedeschi caricavano a spintoni o col calcio del fucile uomini, donne, bambini … e anche vecchi e malati, e ripartivano. Quando toccò a noi mi accorsi che il camion imboccava il Lungotevere in direzione di Regina Coeli… Ma il camion andò avanti fino al Collegio Militare. Ci portarono in una grande aula: restammo lì per molte ore. Che cosa mi passava per la testa in quei momenti non riesco a ricordarlo con precisione; che cosa pensassero i miei compagni di sventura emergeva dalle loro confuse domande, spiegazioni, preghiere. Ci avrebbero portato a lavorare? E dove? Ci avrebbero internato in un campo di concentramento? “Campo di concentramento” allora non aveva il significato terribile che ha oggi. Era un posto dove ti portavano ad aspettare la fine della guerra; dove probabilmente avremmo sofferto freddo e fame, ma niente ci preparava a quello che sarebbe stato il Lager

Settimia Spizzichino (da “Gli anni rubati”)

16 ottobre 1968 – 50 anni fa

Messico ’68, Black power revolution

Fonte: storiedisport.com

Siamo nell’anno dell’assassinio di Martin Luther King, della primavera di Praga, del Maggio Francese, del sangue di Bob Kennedy. Periodo storico eufemisticamente delicato, crocevia del novecento, quando il futuro chiamava a gran voce e ancora troppo spesso la violenza rispondeva.

Norman, Smith, Carlos

Olimpiadi di Città del Messico. L’Olympic program for human rights nacque l’anno precedente per raccogliere a sé gli atleti di colore portandoli a boicottare i Giochi, perché sarebbe stato inutile “correre in Messico per strisciare a casa”. Impresa troppo complicata; gli atleti decisero di partecipare ma vollero raccogliersi sotto una coccarda, un messaggio appeso alla tuta, simbolo di quella protesta.

A testa alta.

I duecento metri piani videro Tommie Smith trionfare; record del mondo, il primo uomo (uomo, non “bianco” o “nero”) al di sotto dei venti secondi. Un risultato entusiasmante, un muro abbattuto.

Non sarà l’ultimo.

La medaglia d’oro e quella di bronzo John Carlos sono vicini, nel sottopassaggio dello stadio, in attesa di mostrarsi al mondo non come atleti, ma come uomini. I due stanno per fare un gesto che la storia ricorderà per sempre; e che al tempo stesso brucerà irrimediabilmente le loro carriere.

Il secondo classificato, Peter Norman, australiano, bianco, è al loro fianco. Chiede loro la coccarda, quella coccarda, perché “sono solidale con voi, si nasce tutti uguali e tutti con gli stessi diritti”.

Carlos dimenticò i suoi guanti, neri come quella pelle che stava ribellandosi a una violenza troppo profonda per essere ancora sopportata, e Norman suggerì ai due di dividersi quelli di Smith. Fu questo il motivo per cui uno alzò il pugno destro e l’altro il sinistro.

Quel pugno alzato al cielo era in onore dei fratelli che stavano combattendo per i loro diritti, fratelli ghettizzati e massacrati, come a Selma. Il black power salute contro ogni tipo di razzismo.

Scesi dal podio la loro vita sarà un inferno, la loro carriera bruciata, finita.

Per sempre.

Ma ancora una volta lo sport fu portatore di qualcosa di unico, bello, rivoluzionario. Che ancora oggi, grazie a due uomini veri, uniti, scalzi, ricordiamo.

Di questa storia, però, ci ricordiamo solo i due protagonisti di colore. I protagonisti però erano tre, come si intuisce dal testo sopra riportato, ed è il caso di dare il giusto riconoscimento anche a Peter Norman, anche lui “ghettizzato” dopo quel podio. Un riconoscimento che in patria è arrivato tardissimo, postumo (Norman, tuttora recordman nazionale sui 200, è morto nel 2006), con le scuse del Parlamento arrivate sei anni fa e la concessione da parte del Comitato Olimpico dell’Ordine al Merito.

Ecco la sua storia.

Sono uguale a voi. Quel volto bianco accanto ai pugni neri

di Gianni Mura – repubblica.it, 28/06/2018 

Bisogna sforzarsi di non guardare i due a testa bassa, il pugno chiuso alzato in un guanto nero, calze nere e niente scarpe, sul podio.

Bisogna concentrarsi sull’atleta di sinistra, bianco, lo sguardo dritto, le braccia lungo i fianchi.

Bisogna ricordare alcune cose, di quel 1968 perennemente associato al Maggio francese. Il 16 marzo il massacro di My Lai, il 4 aprile l’assassinio di Martin L. King, il 5 giugno tocca a Bob Kennedy. Aggiungiamoci il Biafra, i carri armati sovietici sulla primavera di Praga, la strage di piazza delle Tre Culture poco prima che cominci l’Olimpiade messicana.

Bisogna sapere che la finale dei 200 metri la vince Tommie Smith in 19″83 (primo a scendere sotto i 20″) davanti a Norman (20′ 06″) e Carlos (20′ 10″). Carlos parte forte, troppo forte. Smith lo passa a 30 metri dalla linea e corre gli ultimi 10 a braccia alzate. Norman ai 100 metri è solo sesto, viene fuori nel finale, supera Carlos negli ultimi metri.

Bisogna sapere che nel ’67 Harry Edwards, sociologo a Berkeley, voce baritonale, discreto discobolo, ha fondato l’Ophr, Olympic program for human rights. L’idea è che gli atleti neri boicottino i Giochi, ma è difficile da realizzare. Chi aderisce porta il distintivo, una sorta di coccarda, ed è libero di manifestare la sua protesta come crede. Smith e Carlos, accolti alla San José perché bravi atleti, a loro volta studenti di Sociologia, portano il distintivo e vogliono manifestare.

Bisogna anche avere un’idea sull’età dei tre sul podio. Tutti nati nel mese di giugno. Smith nel Texas, settimo di undici figli. Ha 24 anni. Suo padre raccoglie cotone. Norman è il più anziano, ha 26 anni, suo padre è macellaio, famiglia molto credente e vicina all’Esercito della salvezza. Carlos ha 23 anni, è figlio di un calzolaio, nato e cresciuto ad Harlem. Appena giù dal podio la loro carriera sarà finita, bruciata, e la vita un inferno. Ma loro non lo sanno e, se lo sanno, non gliene importa.

Nel sottopassaggio che va dagli spogliatoi al podio Norman assiste ai preparativi dei due americani. Tutto è fortemente simbolico, dalla mancanza di scarpe (indica la povertà) alla collanina di piccole pietre che Carlos mette al collo (ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato). Smith e Carlos spiegano. E Norman dice: «Datemi uno dei distintivi, sono solidale con voi. Si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti». Così anche Norman sistema la coccarda sulla sinistra della tuta. C’ è un problema, Carlos ha dimenticato i suoi guanti neri al villaggio, mentre Smith ha con sé quelli comprati da Denise, sua moglie. «Mettetevene uno tu e l’altro tu», consiglia Norman.

Così fanno. Smith alza il pugno destro e Carlos il sinistro. «Se ne pentiranno tutta la vita», dice Payton Jordan, capo delegazione Usa.

Vengono cacciati dal villaggio, Smith e Carlos. Uno camperà lavando auto, l’altro come scaricatore al porto di New York e come buttafuori ad Harlem. Sono come appestati. A casa di Smith arrivano minacce e pacchi pieni di escrementi, l’esercito lo espelle per indegnità. A casa di Carlos minacce telefoniche a ogni ora del giorno e della notte. Sua moglie si uccide. Solo molti anni dopo li riprenderanno a San José, come insegnanti di educazione fisica. E nel 2005 Norman sarà con loro, per l’inaugurazione di un monumento che ricorda quel giorno in Messico.

Norman in Australia viene cancellato. Supera 13 volte il tempo di qualificazione per i 200 e 5 quello per i 100, ma a Monaco ‘ 72 non lo mandano. Nessuna spiegazione. Gioca a football ma smette per un infortunio al tendine d’Achille, rischia l’amputazione di una gamba. Insegna educazione fisica, svolge attività sindacale, arrotonda in una macelleria. Il più grande sprinter australiano non è coinvolto in Sydney 2000 né tantomeno invitato (col suo 20″06 avrebbe vinto l’oro). Sofferente di cuore, muore il 3 ottobre 2006. Smith e Carlos vanno a reggere la bara, il 9 ottobre. La banda suona “Chariots of fire”. Il 9 ottobre diventa, su iniziativa Usa, la giornata mondiale dell’atletica. Il nipote Matt ha girato un lungometraggio sul nonno, intitolato “Salute”, trovando pochi finanziatori in patria («È una storia che riguarda due atleti neri»).

Non erano due neri e un bianco a chiedere rispetto e giustizia su quel podio, erano tre esseri umani. «Sono affari vostri», poteva dire Norman, ma non lo disse e non si pentì mai, e gli altri due nemmeno. Tutte cose che la foto non dice.

Primavera di Praga e Olimpiadi di Città del Messico

Sempre alle olimpiadi di Messico ’68 c’è stato un altro gesto di protesta, meno noto rispetto a quello di Smith e Carlos, ma comunque significativo.

La ginnasta ceca Vera Cáslavská, salita sul podio più volte durante la competizione, durante le premiazioni delle gare vinte da atlete sovietiche al momento dell’inno nazionale si volta dall’altra parte e abbassa lo sguardo, in segno di protesta contro la repressione della Primavera di Praga, e ciò la rende persona non gradita dal nuovo regime.

Vera, Tommie, Peter, John… e gli altri

Non ci sono solo queste storie con protagonisti atleti. Spesso il mondo dello sport si è fatto portatore di battaglie in difesa dei diritti di tutti. Gli atleti statunitensi contro le violenze sui cittadini di colore, i calciatori greci contro le stragi nel mediterraneo. Alcuni di questi episodi sono raccolti nel video che Repubblica.it ha dedicato ai “50 anni di sport ribelle“.

16 ottobre… padano

La vicenda di Lodi e delle agevolazioni mensa negate ai figli di immigrati può sembrare a qualcuno un fatto “minore”, compensabile (anche se non è giusto) dalla solidarietà altrui, ma sono anche tutti questi “fatti minori”, le discriminazioni quotidiane e diffuse, a generare un clima di insofferenza, diffidenza, odio, esclusione sociale. Una brutta aria che aleggia intorno a noi, e negli sguardi, nelle parole, nelle azioni vediamo 50 sfumature di un nero che non piace. Casi simili si sono verificati anche in altre città e regioni, ed è notizia recente che, con lo stesso…”stratagemma”, si sta cercando di escludere i figli dei migranti dalle agevolazioni per acquisto dei libri scolastici.

La cosa che fa incazzare (e che, una volta tanto, fa storcere il naso anche a qualche destrorso) è il fatto che si utilizzino i bambini come strumento per fare del male, loro che sono i più vulnerabili, e che sono i semi per una futura integrazione, per una società che, piaccia o meno, è destinata a diventare multietnica.

Ma la società civile in questo caso ha dato un esempio fantastico, reagendo prontamente con numerose iniziative finalizzate a sensibilizzare la cittadinanza sul problema. La colletta organizzata per coprire i maggiori costi dei buoni mensa ha raccolto, in due soli giorni, ben più della somma necessaria. E ieri, 16 ottobre, in piazza Broletto (davanti alla sede del Comune), si è tenuta una manifestazione che è durata tutto il giorno, con panini e merende solidali, spettacoli per i bambini, alla presenza di famiglie di tutti i colori e con vestiti sgargianti, nonne che spiegavano ai nipotini il significato della manifestazione, insegnanti che si sono impegnati attivamente in difesa dei propri alunni.

Sperando di spingere l’Amministrazione a rivedere la decisione, ma non solo: bisogna cogliere ogni occasione per far vedere che non si piega la testa davanti alle discriminazioni.

Lodi, piazza Broletto, 16/10/2018

Annunci

55 anni dopo

HaiVolutoLaBici?

Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è caduta sulla tovaglia. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri, il sasso era grande come una montagna e sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.

Dino Buzzati – Corriere della Sera, 11/10/1963

Sono passati 55 anni, e non è che abbiamo imparato molto, di questo disastro che non è proprio naturale naturale…

Questa storia è stata magistralmente raccontata da Marco Paolini, che si è girato l’Italia fra teatri e università, perché la memoria è fondamentale, per non rifare gli stessi errori. E il 9/10/1997 ha portato la sua orazione civile su, ai piedi della frana.

View original post

Tutti i danni del vicepremier

segnalato da Barbara G.

Tutti i danni che causerà il decreto Salvini sull’immigrazione

di Stefano Catone – possibile.com, 25/09/2018

L’approvazione all’unanimità in Consiglio dei ministri dei decreti voluti da Matteo Salvini, riguardanti sicurezza e immigrazione, confermano almeno due cose: la prima è che Matteo Salvini si è messo in tasca tutto il Movimento 5 Stelle, incapace di esprimere una sola voce in dissenso; la seconda è che la Lega cambia nome e segretario, ma come già successo con la legge Bossi-Fini si conferma campione del mondo nel creare problemi al nostro paese in maniera scientifica, articolo dopo articolo, comma dopo comma.

Il decreto Salvini parte da un assunto falso e cioè che coloro che hanno diritto alla protezione umanitaria siano dei “falsi profughi”, “finti rifugiati”, come ama chiamarli. Questo perché scappano da paesi nei quali “non c’è nessuna guerra”, come ripete ossessivamente. Il diritto a ricevere protezione, però, non è subordinato all’esistenza di guerre nel paese dal quale si scappa, ma alla storia individuale del richiedente asilo. L’articolo 10 della nostra Costituzione prescrive infatti che ha diritto d’asilo in Italia il cittadino straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», mentre il diritto internazionale, citando l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, ha consolidato il divieto di espellere o respingere «in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Per queste ragioni, per dare piena attuazione a queste prescrizioni e in accordo con la normativa europea, l’Italia ha introdotto l’istituto della «protezione umanitaria», riconosciuta nel caso in cui non vi siano gli estremi per riconoscere l’asilo o la protezione sussidiaria, ma ricorrano comunque «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano». Il decreto Salvini, al primo articolo, cancella la protezione umanitaria e la sostituisce con un coacervo di altre protezioni, circoscritte e confusionarie, di difficile interpretazione e quindi di difficile applicazione.

Partendo sempre dal medesimo assunto, la seconda applicazione non poteva che essere la cancellazione del Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), e cioè il sistema di accoglienza pubblico che offre maggiori garanzie, sia dal punto di vista della presa in carico della persona e della sua autonomia, che dal punto di vista amministrativo ed economico. Lo Sprar non esisterà più perché verranno espulsi dal sistema tutti i richiedenti asilo, anche coloro che sono considerati vulnerabili: «i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale o legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere, le vittime di mutilazioni genitali». Dallo Sprar vengono espulsi anche coloro che saranno titolari delle sei fattispecie che sostituiranno la protezione umanitaria. Tutti questi soggetti sono destinati a strutture di fatto affidate ai privati, sulle quali si sono concentrati scandali e indagini, a partire dai Cara e dai Cas. Nello Sprar resteranno solamente titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati.

Il decreto prevede inoltre una stretta virtuale sulle espulsioni, aumentando i periodi di detenzione per l’accertamento dell’identità e per il rimpatrio, prevedendo procedure accelerate, spostando risorse dai rimpatri volontari assistiti ai rimpatri forzati. «Virtuale», dicevamo, perché tra il detenere una persona in un centro per il rimpatrio e procedere all’effettivo rimpatrio c’è di mezzo il mare.

Tra eliminazione della protezione internazionale, smantellamento dello Sprar, investimento nelle espulsioni, ampliamento delle fattispecie per cui può essere revocata la protezione internazionale (vi rientra la minaccia a pubblico ufficiale: se minacci un pubblico ufficiale puoi essere torturato in patria) il finale sembra già scritto: maggiore irregolarità, più persone che cadranno in situazioni di marginalità.

Per concludere, in spregio alla mobilitazione che negli anni scorsi ha percorso l’Italia da sud a nord, il decreto estremizza il concetto di ius sanguinis introducendo la «revoca della cittadinanza», da applicarsi a chi compie reati connessi con il terrorismo. Ma non a tutti: solo a coloro che non sono nati italiani, ma che lo sono diventati. Pensare che la cittadinanza sia una concessione allo straniero e non un diritto acquisito e da riconoscere svela il disegno di fondo: uno straniero non potrà mai essere veramente italiano perché non è nato italiano, perché non ha sangue italiano. Vengono inoltre ampliate le tempistiche e inasprito il tributo dovuto per il riconoscimento della cittadinanza.

Infine, un altro mostro giuridico: al richiedente asilo che dovessero essere investito da un procedimento penale per ipotesi di reato legate alla sicurezza dello Stato (non condannato!) viene bloccato l’iter per il riconoscimento dell’asilo ed è tenuto ad abbandonare il paese. Si configura in primo luogo una violazione dell’art. 27 della Costituzione secondo il quale «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» e, inoltre, non si capisce per quale ragione – se il soggetto dovesse realmente rivelarsi colpevole e quindi essere una minaccia per lo Stato – nel frattempo sia stato costretto a lasciare il paese.

Profili di incostituzionalità e la volontà, nemmeno tanto nascosta, di fare a pezzi la parte migliore del sistema di accoglienza, per investire decisamente sulla gestione emergenziale e straordinaria che negli anni scorsi ha creato problemi di tutti i tipi. Ed è proprio sguazzando tra questi problemi che l’attuale ministro dell’Interno ha costruito il proprio consenso.

Sgomberi, Salvini scambia gli assistenti sociali per agenti di pubblica sicurezza

Segnalato da Barbara G.

La nuova circolare del Viminale sugli sgomberi affida ai servizi sociali dei Comuni, con l’ausilio del privato sociale, il censimento degli occupanti. «Si violano così relazioni di fiducia e il segreto professionale», afferma Gianmario Gazzi, «la nostra professione ha un ruolo di supporto alla persona, non di controllo sociale»

Alcuni abitanti del residence sociale “Aldo dice 26×1” – milanotoday.it

di Sara De Carli – vita.it, 04/09/2018

La circolare del Viminale sugli sgomberi? «Assegna agli assistenti sociali un ruolo di agente di pubblica sicurezza o molto vicino ad esso: la nostra professione invece ha un ruolo di supporto alla persona, non di controllo sociale. Così si intaccano i principi della professione disegnati dalla legge e dal codice deontologico, abbiamo una serie di obblighi legati al segreto professionale, è un po’ come chiedere a un medico di fornire non una statistica epidemiologica bensì i nominativi dei pazienti con una determinata malattia». Così Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale degli assistenti sociali, commenta la circolare che il 1 settembre il Viminale ha inviato ai prefetti.

La sua, precisa Gazzi, è una prima lettura: «approfondiremo», ma il testo della circolare di primo acchito presenta «forti criticità per il merito e per il metodo». La circolare parla esplicitamente di un «censimento degli occupanti» che «dovrà essere condotto, anche in forma speditiva, sotto la regia dei Servizi Sociali dei Comuni e, laddove occorra, con l’ausilio dei soggetti del privato sociale». Il censimento deve portare alla «identificazione degli occupati e della composizione dei nuclei familiari, con particolare riguardo alla presenza di minori o altre persone in condizioni di fragilità, oltre alla verifica della situazione reddituale e della condizione di regolarità di accesso e permanenza sul territorio nazionale».

Al fine della raccolta di queste informazioni – di cui dice la circolare stessa «non possono essere sottovalutate le difficoltà» – devono essere utilizzati i dati già in possesso dei Servizi sociali per quegli occupanti che già beneficiano di eventuali prestazioni assistenziali. Solo ove questi accertamenti portino a individuare soggetti in situazioni di particolare fragilità i Servizi sociali dei Comuni dovrebbero attivare «specifici interventi», che «non potranno essere considerati negoziabili», mentre in tutti gli altri casi si procede allo sgombero «con la dovuta tempestività», «ritenuta sufficiente l’assunzione delle forme più generali di assistenza», ad esempio inviando gli occupanti ad una struttura di accoglienza per «il tempo strettamente necessario all’individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative».

«Non siamo a favore dell’occupazione, come qualcuno sui social ci ha detto», afferma Gazzi, «capisco l’esigenza di intervenire, ma nel rispetto dei ruoli di ciascuno. Il punto, cioè, è il “come”. Se c’è il sospetto che ci sia un racket delle case occupate, questo è un tema di politiche sociali o di sicurezza pubblica? Va affrontato con gli assistenti sociali o con la polizia giudiziaria? Ci sono tante équipe territoriali che lavorano sulle strade, costruendo con le persone relazioni di fiducia: la circolare non ne tiene conto. E menziona anche il privato sociale…. Sarebbe bastato coinvolgere gli attori istituzionali che operano professionalmente in materia di sgomberi come l’Anci e per l’appunto la rappresentanza della professione degli assistenti sociali».

Lo stesso presidente dell’Anci, Antonio Decaro, ha criticato la circolare: «Una circolare non può superare una norma, c’è un decreto che prevede concertazione nell’ambito del comitato metropolitano per la sicurezza urbana nel quale si fa pianificazione degli sgomberi tra prefettura, comune, regione e forze dell’ordine individuando soluzioni alternative. La circolare, superando la normativa, dice che il prefetto sgombera e poi il Comune pensa a una soluzione alternativa e ciò significa dover lavorare sull’emergenza». Anche per Anci «secondo la circolare gli assistenti sociali dovrebbero andare a fare il censimento, ciò non rientra nelle competenze degli assistenti sociali. Il monitoraggio va fatto dalla polizia locale e dalle forze dell’ordine».

Un’ultima considerazione di Gazzi allarga la questione: «nelle occupazioni a scopo abitativo, se fai uno sgombero liberi una casa ma non risolvi il problema, soltanto lo sposti. Un piano di edilizia pubblica non si vede da decenni, non si risolverà nulla senza un piano credibile e forte di sviluppo di politiche abitative e di contrasto dell’esclusione sociale dei soggetti fragili».

Nuovo sgombero per “Aldo dice 26×1” – milanotoday.it

Non siate indifferenti

Segnalato da Barbara G.

Leggi razziali, 80 anni fa gli studenti ebrei via dalle scuole. Liliana Segre: Non siate indifferenti

Il 5 settembre 1938 il primo dei «decreti della vergogna»: esclusi dalle scuole tutti gli appartenenti alla «razza ebraica». Il sindaco di Pisa: «Chiedo scusa agli ebrei a nome della città»

Redazione scuola – corriere.it, 05/09/2018

«Non siate indifferenti, ascoltate la vostra coscienza». Si rivolge ai ragazzi delle scuole, e non solo a loro, Liliana Segre, senatrice a vita, reduce dell’Olocausto, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti. E ai microfoni di Radio1, nello speciale sugli 80 anni dall’introduzione delle leggi razziali volute dal fascismo, parla del silenzio degli italiani non ebrei di allora e avverte: «Anche adesso c’è l’indifferenza. Questa indifferenza è la mia nemica personale». E ricorda: «Io avevo 8 anni e avrei dovuto fare la III elementare. Sentirsi dire che si era stati espulsi è una cosa molto grave. Io chiesi subito: Ma perché? Che cosa ho fatto? Quando capii, con fatica, che ero stata espulsa perché ero di una religione diversa dalle mie compagne, ecco, quel sentimento dura per sempre, non si dimentica più», ha concluso Segre.

«Macchia indelebile»

Intanto, nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dove la famiglia reale si trasferiva sei mesi all’anno e dove ottant’anni fa le leggi razziali vennero firmate, il rettore dell’Università di Pisa, Paolo Maria Mancarella, ha definito quelle norme che fecero sì che gli ebrei non fossero più cittadini come gli altri «una macchia indelebile per il mondo accademico italiano». Ricordando come allora alcuni accademici italiani firmarono il manifesto della razza. «Faremo tutta una serie di iniziative – ha spiegato il rettore – che culmineranno in una cerimonia che abbiamo chiamato “del ricordo e delle scuse”. Io ho sentito il dovere di fare queste iniziative come rettore dell’università della città in cui si sono firmate quelle infami leggi. Abbiamo il dovere di tenere viva la memoria perché queste cose non accadano più. Bisogna far rinascere la sensibilità per ricordare». Anche il sindaco di Pisa, Michele Conti, a San Rossore per la presentazione delle iniziative che la Regione Toscana, l’Università e l’amministrazione comunale pisana hanno organizzato per ricordare l’infamia delle leggi razziali, ha «chiesto scusa a nome della mia città a tutti gli ebrei per le infami leggi razziali che vennero firmate dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre del 1938 proprio a Pisa, nella tenuta di San Rossore».

Le scuse dell’Accademia

Professori ed accademici hanno annunciato nei giorni scorsi le scuse per quell’avvallo alle leggi razziali fasciste – che codificavano in norma una tesi sostenuta appunto da numerosi cattedratici italiani dell’epoca – accolte nel silenzio complice quando non sostenute scientificamente a spada tratta.

I decreti della vergogna

Il primo di quelli che sono stati definiti i «decreti della vergogna», tendenti a legittimare una visione razzista della cosiddetta «questione ebraica» – firmati, tra l’estate e l’autunno 1938, da Benito Mussolini e promulgati dal re Vittorio Emanuele III – risale proprio al 5 settembre di quell’anno e fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» mentre è di due giorni dopo, il 7 settembre, il testo che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri».

Scuole

Tra i primi divieti posti agli ebrei, il divieto per i ragazzi che non fossero convertiti al cattolicesimo di iscriversi nelle scuole pubbliche. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole.

Limiti

Poi vennero gli altri odiosi limiti: non era autorizzato il matrimonio tra italiani ed ebrei, era vietato per gli ebrei avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto a ebrei stranieri di trasferirsi in Italia, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali. Lunghissima la serie di limitazioni, da cui erano esclusi i cosiddetti «arianizzati»: dal divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

Il mondo dell’università

Al mondo della ricerca e dell’università le leggi razziali diedero un colpo mortale: più di trecento furono i docenti epurati, centinaia i professori di liceo, gli accademici, gli autori di libri di testo messi all’indice e tanti i giovani laureati e ricercatori, la cui carriera fu stroncata sul nascere. Tra gli scienziati e intellettuali ebrei colpiti dal provvedimento del 5 settembre che migrarono all’estero, personalità come Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano, Uberto Limentani, Umberto Cassuto, Carlo Foà, Amedeo Herlitzka. Con loro lasciarono l’Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree.

Il matrimonio è quasi uguale per tutti

Segnalato da Barbara G.

(Il titolo originale è leggermente fuorviante, oltre che un tanticchia “ambiguo”, ma si tratta comunque di un passo estremamente significativo)

Unione europea, sentenza storica: il matrimonio egualitario è valido in tutti gli stati membri

gaypost.it, 05/06/2018

Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso sulla base delle regole sulla libera circolazione delle persone nei paesi UE. Lo riferisce l’agenzia di stampa Agi.

Il caso di un cittadino romeno e uno statunitense

Esprimendosi sul caso di un cittadino romeno sposato con un americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di “coniuge” comprende i coniugi dello stesso sesso. Il trattato di Schengen, infatti, stabilisce che i cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di circolare liberamente negli stati che aderiscono e, con loro, anche i familiari. Questo vale anche se non sono cittadini di uno Stato membro dell’Ue.

Uno Stato Ue non può impedire il soggiorno al coniuge

Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione. Non possono, cioè, rifiutare di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, che non è cittadino Ue, il diritto di soggiorno sul proprio territorio.

Sentenza storica

La Romania, dunque, dovrà concedere al cittadino statunitense il diritto di soggiorno sul proprio territorio perché sposato con un romeno. Ma al di là del caso specifico, la sentenza ha un valore che tutti definiscono storico. Di fatto, riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso al pari di quello tra persone eterosessuali per tutti i paesi dell’Unione.

Il Ministro è nudo

di Barbara G.

Dopo giorni e giorni di stupido e pericoloso braccio di ferro, giocato sulla pelle di persone che hanno visto e subito cose che noi umani non possiamo immaginare, ecco uscire dal cilindro “la soluzione”, la magica formula di redistribuzione dei migranti che ha consentito a Salvini di uscire dal vicolo cieco nel quale si era cacciato volontariamente. Magicamente, Irlanda Albania e Chiesa corrono in solidarietà del popolo italico.

Ma, un momento…Cosa significa ospitare un migrante?

I migranti non hanno bisogno solo di un tetto e di un pasto caldo. Hanno bisogno di supporto psicologico e medico, percorsi di integrazione, assistenza legale durante la procedura per la richiesta di asilo. Dimentichiamoci per un attimo della cinquantina di persone che verranno ricollocate in Irlanda (paese UE) e in Albania (extra UE), pensiamo al centinaio che verranno ospitati “dalla Chiesa”. I migranti non verranno ospitati nella Città del Vaticano, troveranno posto presso uno o più centri gestiti dalla Chiesa, e l’accoglienza dovrà sottostare alle regole vigenti nello stato ospitante. Guarda caso, si parla di portarli a Rocca di Papa (e quindi…in Italia), dove c’è un CAS. Le pratiche x protezione internazionale dovranno quindi passare da tribunali italiani.

E mi chiedo anche: dato che l’accoglienza dovrebbe avvenire tramite il sistema Sprar ma, per le politiche di gestione “emergenziale” che sono adottate in Italia, la stragrande maggioranza dei migranti finisce nei CAS, che differenza c’è fra collocare i ragazzi e le ragazze della Diciotti in un CAS gestito dalla Chiesa, previo parere della Prefettura, o in un CAS individuato con affidamento diretto (o tramite gare poco chiare) dalla Prefettura?

Riassumendo. Per come vedo io le cose, Salvini ha dovuto (passatemi il termine) calare le braghe, ma è talmente furbo che fa credere di indossare pantaloni in stoffa magica, visibile solo a chi è intelligente (o a chi è un vero italiano).

Ma il ministro è nudo, e dobbiamo gridarlo a gran voce.

Dobbiamo smontare la propaganda fatta di annunci ad effetto, proclami a gran voce, slogan, violazioni della legge, negazione delle più elementari regole del buonsenso e della solidarietà, per riportare il discorso sul piano concreto, parlando nel merito delle questioni. Non è facile, soprattutto visto il clima di odio che trasuda dalle discussioni sui social, ma anche in quelle nel mondo reale, ma è l’unico modo per riportare un po’ di umanità nella discussione, e per poter chiedere di risolvere le questioni affrontandolae nella loro complessità, e non con la semplicità degli hashtag ad effetto.

Ed è per questo che è importante la partecipazione all’iniziativa che si terrà martedì 28 a Milano, in occasione dell’incontro fra Salvini e Orban: perché non ci si può lamentare, ad ogni occasione, della mancanza di solidarietà dell’Europa quando la Lega solidarizza con i Paesi che non vogliono fare la loro parte, e quando è proprio la Lega di Salvini ad aver disertato tutte le riunioni della Commissione che ha curato la revisione del Regolamento di Dublino, finalizzata proprio ad eliminare il criterio del primo paese di ingresso. Ricordo che, in occasione della votazioni in aula, la Lega si è astenuta mentre il M5S ha votato contro questa importante riforma.

Faccio un’ultima considerazione: mentre la “rappresentazione teatrale” della Diciotti era in scena a Catania, altrove sono sbarcati 250 migranti, nel silenzio totale. Secondo L’Avvenire, questo scontro è stato studiato e costruito a tavolino. A pensar male si fa peccato, si sa, però… il dubbio è lecito

MANIFESTAZIONE: l’appuntamento è alle 17 in San Babila

Il potere di decidere il futuro modello di sviluppo

segnalato da Barbara G.

L’autostrada E80, di cui il ponte Morandi fa parte, sulle case di Staglieno, Genova © Afp

Quel ponte poggiato sui palazzi, immagine di un paese sfigurato. La sinistra ha molte buone occasioni per tornare in campo e occuparsi di territorio e buon governo

di Aldo Carra – ilmanifesto.it, 21/08/2018

Non ha fatto nemmeno in tempo a decollare la nuova analisi costi-benefici sulla Torino – Lione, che il crollo del ponte Morandi riapre la discussione sugli aspetti della politica delle infrastrutture: tempi e nessi tra progettazione e realizzazione, tra manutenzione e gestione, tra pubblico e privato, tra opere e modello di sviluppo. Si tratta di due vicende diverse e, per molti aspetti, di segno opposto. La Torino- Lione è un’infrastruttura pensata 30 anni fa ed appena avviata che già oggi appare, nei costi ambientali, sovradimensionata.

Negli anni Novanta l’andamento dell’economia, i nuovi flussi di traffico merci e le speranze di intercettare a Gioia Tauro i traffici Asia-Europa, facevano pensare ad uno sviluppo esponenziale dei volumi trasportabili e, quindi, alla necessità di nuove infrastrutture. Invece, stava per finire un’epoca tanto che oggi si temono la stagnazione e la deglobalizzazione. Nel frattempo i costi lievitano e traffici e ricavi previsti si riducono rendendo più ragionevole un radicale ripensamento dell’opera.

Nel caso Genova si tratta di un’opera stradale giudicata, al contrario, sottodimensionata. Completata 50 anni fa e pensata per i traffici prevedibili allora, è stata sottoposta a pressioni di intensità e peso enormemente più alte. Da qui, dai probabili limiti insiti nella progettazione, dalla sottovalutazione delle esigenze di manutenzione e limitazione del traffico che stridevano col carattere privatistico della gestione, il punto di rottura tra caratteristiche costruttive, dimensionamento strutturale e volumi di traffico che l’hanno attraversata. Da questo groviglio di problematiche il disastro che l’ha colpita.

Le due vicende, per quanto così diverse, ruotano attorno allo stesso tema: l’interazione tra infrastrutture e modello di sviluppo al quale esse sono organiche. Le infrastrutture hanno una lunga fase di incubazione, dalla ideazione alla realizzazione, dovrebbero essere progettate per avere una vita lunghissima, nascono per sostenere lo sviluppo presente, ma influiscono anche sulla sua evoluzione. Un ponte nasce per fluidificare i flussi di traffico, ma finisce anche per attrarne di nuovi e più pesanti. Esse contribuiscono, così, a cambiare gli stessi parametri sui quali si basa la loro progettazione. Così come risentono dei mutamenti che avvengono nel territorio in cui insistono. Basta guardare a come è cambiata la struttura economica dell’area genovese, da nodo centrale del “triangolo industriale” Genova-Torino-Milano ad area vasta di servizi che ruotano intorno alle attività portuali in uno scenario globale – la rivoluzione dei container – che ne ha fatto sempre di più una sede di puro transito di mezzi pesanti accentuato dallo sviluppo del terminal Voltri.

A questa mutazione delle attività produttive, purtroppo, non si è affiancato un parallelo e tempestivo ridisegno delle infrastrutture modali con un riequilibrio tra strada e ferrovia (il potenziamento del nodo ferroviario genovese non è ancora compiuto e segue, invece di precedere temporalmente, l’aumento dei volumi di merci movimentate).

Ecco allora che la relazione tra infrastrutture, modello di sviluppo e contesto economico appare in tutta la sua rilevanza. Per tutte le infrastrutture si possono trovare ragioni per realizzarle, ma nessuna infrastruttura è neutra. Si tratta sempre di decidere a quale idea di territorio, di economia, di qualità della vita e dello sviluppo essa corrisponda, a cosa serve e cosa genera. Si tratta di capire chi se ne avvantaggia, chi ne subisce danni e quali interessi la muovono. Non esiste la modernità a prescindere, come cieca soggezione a tutto ciò che è nuovo. Né la stella polare delle scelte infrastrutturali può essere l’industria dell’auto o il capitalismo rampante a profitto garantito dai pedaggi delle autostrade che, invece di investire correndo il rischio di impresa, si insedia nelle nicchie della rendita di posizione, nei settori prima pubblici, sviluppando un perfido intreccio tra capitale, impresa e politica.

Eppure tutto questo è accaduto e questi temi saranno al centro della discussione che si apre.

Si sentirà in essa anche la voce della sinistra? Nell’immaginario collettivo, e non sempre a torto, la sinistra è corresponsabile e complice di ciò che di negativo emerge oggi. Ed il governo parte col vantaggio, non sempre fondato, di apparire nuovo. Quella che si apre potrà essere comunque una fase interessante. Per fronteggiare l’emergenza presente e le situazioni che verranno a galla dai controlli che si faranno ad oltre mezzo secolo dal boom del cemento, si imporranno consistenti manutenzioni del territorio. Ed i temi degli investimenti pubblici, dei vincoli di bilancio e dei rapporti con l’Europa diventeranno centrali, così come quelli delle priorità tra grandi opere e manutenzione diffusa del territorio. E su questi temi non è detto che l’alleanza di governo possa procedere compatta e senza incrinature.

C’è, quindi, terreno per fare politica e per ricostruire una visione di sinistra dello sviluppo e del futuro. Sia a Genova che in tutta Italia abbiamo a che fare con un territorio tanto bello quanto fragile ed i disastri di diversa natura che periodicamente lo colpiscono sono figli o di una trascuratezza o di una forzatura violenta dell’uomo sulla natura.

Prenderci cura del nostro territorio con le sue grandi bellezze, accudirlo come un essere delicato, costruire un modello di sviluppo basato sulla sua salute, sul suo benessere intrinseco e su quello che può trasmettere a chi lo vive e lo visita, può essere un nuovo cammino da intraprendere per una sinistra oggi fuori gioco. E’ troppo? Si. Basta, comunque, che non vediamo più quella terribile foto che mostra il ponte “appoggiato” sui palazzi preesistenti. Anzi: ma come abbiamo potuto conviverci per tanti anni?

Per la stazione di Bologna

E troveremo una bambola, un diario
una valigia sventrata
una fotografia, una scarpa
Scavando troveremo ciò che fu
una vacanza una famiglia una piazza
E troveremo sangue
sparso, ignoto, mescolato.
Separeremo dalle loro pietre
ciò che era nostro
eppure anche quelle pietre
erano nostre, una volta
case, stazione, città.
E troveremo un cratere, una miccia
un’auto sbranata, una scheggia
una mano attenta separerà
ciò che uccise da ciò che ha ucciso.
E quando ci chiederanno di dimenticare
troveremo una bugia, un volto
di tradimento, una traccia
di nuovo ore e giorni scaveremo
anche se triste è il paese
dove la vita non è più di questo.

Stefano Benni