Ur-Fascismo: il fascismo perenne secondo Umberto Eco

segnalato da Barbara G.

Per una traduzione con commenti dell’articolo Ur-Fascism (comparso sulla New York review of books) si veda questa pagina

- Radical Ging -

In un momento storico in cui si inneggia alla conservazione della razza bianca e in cui la nomina a senatrice a vita di Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, scandalizza perché, a quanto pare, sono solo soldi buttati (basta leggere i commenti all’articolo qui citato), è fondamentale ricordare che il fascismo vive ancora oggi e subdolamente si nasconde dietro volti e nomi all’apparenza innocui e rassicuranti. Per questo, vi vogliamo proporre un estratto da Il fascismo eterno, di Umberto Eco, recentemente riproposto da La Nave di Teseo. Un libricino che ogni persona dovrebbe leggere, a prescindere dal proprio colore politico e dai propri valori.


Ci fu un solo nazismo, e non possiamo chiamare “nazismo” il falangismo ipercattolico di Franco, dal momento che il nazismo è fondamentalmente pagano, politeistico e anticristiano, o non è nazismo. Al contrario, si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del…

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La prima volta di Liliana

segnalato da Barbara G.

Respingere la tentazione dell’indifferenza

Il primo intervento al Senato di Liliana Segre

voisapete.it, 05/06/2018

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz.

Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano.

Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano. A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri.

In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale.

Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza.

Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo.

Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita.

Liliana Segre, Senato della Repubblica, 5 giugno 2018.

Bramini vs Mercanti

segnalato da Barbara G.

Piketty: i Bramini che si sono presi la sinistra

Il nuovo saggio dell’economista francese studia i comportamenti elettorali in Francia, Usa e Regno Unito dal 1948 al 2017 e ne conclude che i sistemi politici non si possono più interpretare in base alla lotta di classe. A confrontarsi sono due diverse élite, quella degli intellettuali (i “Bramini”) nei partiti di sinistra tradizionale, e quella degli affari (i “Mercanti”) in quelli di destra. Per i più svantaggiati restano i “populismi” e ancor più il non voto.

di Carlo Clericetti – temi.repubblica.it/micromega-online, 08/05/2018

Il periodo in cui sono prevalse le politiche di riduzione delle disuguaglianze è quasi un accidente della storia, perché si è verificato solo in seguito ad eventi particolari: la Grande depressione, la seconda guerra mondiale, l’ascesa del comunismo. Lo dice Thomas Piketty, quello diventato famoso con il suo “Il capitale nel XXI secolo”, nel suo nuovo saggio “Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict”, ossia Bramini di sinistra contro Mercanti di destra:  crescita della disuguaglianza e cambiamento nella struttura del conflitto politico.

Piketty ha studiato tutte le ricerche post-elettorali in Francia, Usa e Regno Unito dal 1948 al 2017 ed ha esaminato i risultati non in base alla sola variabile dell’occupazione, che è di norma quella usata in queste ricerche, ma a molte variabili (reddito, patrimonio, istruzione, sesso, religione, età, ecc.). Tra queste risulta no particolarmente rilevanti il livello di istruzione e il patrimonio, mentre il solo livello di reddito non dà luogo a correlazioni significative. Ne è risultato che, mentre nel dopoguerra gli elettori si dividevano prevalentemente secondo i canoni tradizionali, quelli della lotta di classe, ossia chi aveva basso reddito e bassa istruzione votava prevalentemente a sinistra mentre gli alti redditi e alta istruzione prevalentemente a destra, oggi la situazione è completamente cambiata: gli elettori di sinistra sono caratterizzati da un alto livello di istruzione, quelli di destra da un più elevato patrimonio.

Insomma i sistemi politici sono diventati a “élite multipla” (multiple-élite) e quelle che si alternano al potere sono l’élite intellettuale e l’élite degli affari. E chi non ne fa parte? Il massiccio aumento dell’astensione fra le decadi 50-60 e 2000-2010 è dovuto per la maggior parte ai gruppi a bassa istruzione e basso reddito; e quelli che non si astengono si rivolgono ai “populismi”.

Questo fenomeno Piketty lo riscontra in tutti e tre i paesi esaminati. “Questo tipo di sistema di partiti – dice – ha poco a che fare con quello “sinistra contro destra” degli anni ’50 e ’60. Forse può essere descritto meglio come un’opposizione tra “globalisti” (alto reddito – alta istruzione) e “nativisti” (basso reddito – bassa istruzione). Questo è più o meno il modo in cui i nuovi attori politici stessi – per esempio Macron e Le Pen – tendono a descrivere ciò che percepiscono”.

“La difficile domanda – aggiunge poi – alla quale non sono in grado di dare una risposta esaustiva in questo studio, è capire da dove venga questa evoluzione”. Per riuscirci basterebbe forse che Piketty leggesse l’infinito numero di interventi (tra i più recenti questo dell’economista di Harvard Dani Rodrik, che parla anche di questo lavoro) che hanno raccontato come i partiti di sinistra, a partire dagli ultimi anni ’70 del secolo scorso, abbiano abbandonato le tradizionali idee socialdemocratiche basate sul compromesso keynesiano per convertirsi al neoliberismo, processo che si è poi accentuato quando la disgregazione dell’Unione sovietica ha fatto venire meno il modello alternativo a quello capitalistico. Da allora, nelle democrazie, l’offerta politica è stata relativamente omogenea da parte dei partiti di destra e sinistra tradizionali (ricordate “La fine della storia” di Francis Fukuyama?), almeno dal punto di vista delle ricette economiche, e le differenziazioni si sono giocate sulla maggiore o minore radicalità delle politiche neoliberiste, sui diritti civili, in qualche caso sui problemi ambientali.

Una parte di elettori si è riallineata a queste offerte, altri si sono allontanati dal voto non trovandole convincenti, altri ancora si sono rivolti a chi in modo più persuasivo è riuscito a proporsi come “anti-sistema” (i cosiddetti “populismi”). Così, l’oceano di numeri di Piketty ci dice un sacco di cose, per esempio che in Francia il voto femminile si è man mano spostato a sinistra, che i mussulmani votano prevalentemente a sinistra, che dopo il 2012 la percentuale di votanti che ritengono che ci siano troppi immigrati è stata superata da quelle di chi ritiene che non sia così. Ma nella sinistra lui ci mette tutti, quella che – con un ossimoro – potremmo chiamare la “sinistra liberista” ma anche gli altri partiti come La France Insoumise. Più interessante sarebbe capire come mai le proposte della sinistra più vicina a quella tradizionale (Mélenchon, appunto, in Francia, la Linke in Germania) non attirino più del 10% circa dell’elettorato. Sfiducia verso proposte considerate ormai fuori tempo? O mancanza di un leader carismatico, come il primo Tsipras in Grecia, Bernie Sanders negli Usa e Jeremy Corbyn nel Regno Unito?

Certo, bisogna anche considerare che la cultura individualista ha lasciato il segno. Nel 2002 ancora il 63% dei francesi riteneva giusto che si dovessero ridurre le disuguaglianze, nel 2017 la percentuale è scesa al 52 e, come mostra il grafico, la tendenza si è accentuata nel periodo della crisi. Una successiva tabella ci dice qualcosa di più: gli “egualitari” sono più di tutti nei partiti di sinistra, come ci si poteva aspettare, ma la seconda concentrazione più alta sta nel partito della Le Pen, mentre la destra di Macron fa il pieno di “internazionalisti” e i gollisti di Fillon di anti-egalitari.

Questo studio di Piketty, insomma, è un’ulteriore conferma di un’analisi politica condivisa da molti, ma che proprio i politici sembrano avere difficoltà ad accettare: la sinistra tradizionale è diventata una “sinistra dei Bramini”, cioè partiti di élite che hanno perso il seguito popolare, perché da tempo hanno scelto di non rappresentare più quella parte di società. Salvo poi lamentarsi che una fetta di costoro, che insieme agli astensionisti sono ormai quasi dappertutto la maggioranza degli elettori, si rivolgano ai “populisti”. Un tempo si è teorizzato che tra capitalismo e sistemi democratici ci fosse un legame intrinseco. A vedere quello che sta accadendo, sembra invece che questo capitalismo si stia mangiando la democrazia.

 

Le ragazze del ’43 e la bicicletta

segnalato da Barbara G.

uisp.it, 13/05/2015

Le ragazze del ’43 e la bicicletta” è il documentario realizzato da Uisp e Udi in occasione del 70° della Liberazione. Il video racconta il contributo decisivo delle donne alla Resistenza e in modo particolare quello dei Gruppi di difesa della donna e delle staffette partigiane. L’Uisp sceglie la bicicletta come simbolo della Liberazione per celebrare il ruolo fondamentale giocato dalle Staffette partigiane durante la Resistenza. La bici è, inoltre, un esempio di Liberazione da un modello di mobilità urbana insostenibile.

Le donne nella Resistenza erano in gran parte giovani e giovanissime e per il loro impegno hanno usato i mezzi semplici e poveri che avevano a disposizione, come la bicicletta. Questa, proibita come pericolosa dai nazisti, rimane il simbolo dell’impegno di una nuova generazione di uomini e di donne per la libertà del nostro paese e aiuta a comprendere il coraggio e la generosità di quella storia.

Il documentario, della durata di 30′, racconta, attraverso immagini e le testimonianze di Marisa Rodano, Lidia Menapace, Luciana Romoli e Tina Costa, quelle straordinarie pagine della Resistenza italiana, scritte anche con l’uso della bicicletta. Il video è stato ideato da Vittoria Tola e Raffaella Chiodo, che hanno curato e realizzato le interviste, mentre la regia e il montaggio sono firmati da Francesca Spanò.

Ecco alcuni stralci delle interviste alle quattro partigiane: “La bicicletta in quegli anni serviva per scappare, per questo i nazisti la vietarono a Roma durante l’occupazione, con un editto del 1943. La stessa cosa avvenne in altre città italiane, ha detto Marisa Rodano, classe 1921, parlamentare italiana ed europea che ebbe un ruolo attivo nella lotta partigiana a Roma.

“La maestra un giorno ci disse che saremmo dovuti andare tutti vestiti da figli della lupa e piccole italiane e a me l’idea piaceva molto. Mia madre quel giorno mi disse: ‘qui c’è poco da mangiare, vai a cercare la lupa e fatti dare da mangiare, perché anche per lei non ne abbiamo’. Credo di aver fatto la mia scelta quel momento, anche guidata da una famiglia di antifascisti”. Queste le parole di Tina Costa.

Luciana Romoli, ci ha raccontato il suo primo atto di ribellione, nel 1938: “Appartenevo ad una famiglia di antifascisti, mia madre addormentava le mie sorelle con canzoni sovversive. Nel 1938 quando facevo la terza elementare sono stata espulsa da tutte le scuole del regno perché ho difeso la mia compagna di banco ebrea”.

“Dopo l’8 settembre mio padre viene preso e portato in un campo di concentramento, noi siamo sfollati ma mia sorella e io in bicicletta tutte le mattine scendiamo a Torino per andare a scuola. Una volta mentre scendiamo due ragazzi in borghese ma col moschetto ci fermano e ci chiedono ‘Da che parte state?’ Io rispondo che sto contro quelli che hanno portato via mio padre, allora ci propongono di aiutarli a portare messaggi a Novara. Così sono diventata staffetta, usando la bici che era il mezzo di comunicazione più popolare”, così Lidia Menapace racconta il suo ingresso tra le staffette partigiane.