Mese: aprile 2015

L’Expo, il cibo e l’agricoltura del Belpaese

Segnalato da barbarasiberiana

Di Piero Bevilacqua – eddyburg.it, 28/04/2015

C’è un fondamento storico evidente e apprezzabile nella scelta di dedicare l’Expo italiano del 2015 all’alimentazione e all’agricoltura. La varietà, ricchezza, genialità della nostra cucina sono ormai un’ovvietà da senso comune. E tale fondamento si ritrova anche nella scelta di Milano, che oltre a vantare un prestigio di grande città e la modernità dei suoi servizi, custodisce un passato agricolo di rilievo mondiale. Almeno dal XVIII secolo Milano e la bassa Lombardia hanno visto fiorire una delle più prospere agricolture d’Europa e del mondo. Come sappiamo, questa grande opportunità, la ricchezza potenziale, culturale e politica di tale scelta, è andata in buona parte compromessa, se non è del tutto fallita. Certo, in tutte le Esposizioni universali del passato, sia che si tenessero a Londra o a Parigi, lo spettacolo ha avuto sempre una parte preponderante. D’altra parte, si trattava per l’appunto di Esposizioni, cioè delle esibizioni di un capitalismo orgoglioso di mostrarsi a un pubblico internazionale con le sue mirabilia tecnologiche, ma anche nei suoi virtuosismi estetici, incastonati entro mondi urbani in febbrile espansione. L’affanno e il ritardo con cui ci arriva Milano sono lo specchio impietoso di un capitalismo nazionale gravemente usurato nella sua capacità progettuale, corroso all’interno dalla prolungata corruttela che governa da decenni la vita pubblica italiana.

Di sicuro circoleranno nelle giornate milanesi dei prossimi mesi discussioni importanti e serie, contributi alla comprensione della complessa realtà del mondo agricolo e della produzione e distribuzione del cibo. Ma intanto tutti i mesi di preparazione sono già passati sprecando una grande occasione: almeno un ampio dibattito nazionale sulle condizioni della nostra agricoltura, oltre che del nostro cibo, gettando uno sguardo sugli squilibri intollerabili che governano l’architettura mondiale della produzione alimentare. Un Expo che si occupa del tema di “nutrire il pianeta” non dovrebbe dimenticare che il cibo si ottiene dalla terra e che è la sua mancanza alla base della fame di milioni di famiglie. Quella terra sottratta ai contadini dai possessi latifondistici, come accade in America Latina, dagli scavi minerari e dalle dighe, come accade in India e in Cina, dagli inquinamenti petroliferi, dall’agricoltura industriale, dalla desertificazione, e ora dalle guerre in Africa e in Medio Oriente.

Ma il cuore della discussione avrebbe dovuto essere e dovrebbe ancora essere la ragione storica del primato alimentare italiano. Perché il nostro cibo è cos’ straordinariamente ricco, sapido, inventivo, vario, amato e imitato dappertutto? La risposta è all’apparenza facile e nota. Ma perché esso rispecchia la ricchezza unica e irriproducibile della nostra biodiversità agricola, frutto della varietà straordinaria di habitat naturali della Penisola e di una storia senza possibilità di confronti delle numerosissime comunità agricole che vi hanno operato per millenni. E la manipolazione alimentare delle infinite varietà di piante, di ortaggi, legumi, frutta è anch’essa opera storica del mondo contadino, della creatività popolare. In Italia come in Europa – lo ha ricordato più volte Massimo Montanari – anche l’elaborazione “alta” della cucina da parte dei cuochi professionali, faceva base sui piatti inventati dai contadini. E dunque l’Expo di Milano avrebbe dovuto e dovrebbe ancora porsi il problema fondamentale: quale sorte è riservata oggi ai contadini e ai lavoratori della terra del nostro Paese? Perché dovrebbe essere evidente il paradosso a cui l’Italia certo non sfugge: i contadini, i piccoli agricoltori, i produttori di cibo, quelle figure che alla fine consentono a tutti noi di vivere, che sono ancora oggi la base primaria e imprescindibile delle nostre società, sono i peggio remunerati fra tutti i ceti produttivi esistenti. Spesso sono in condizione di schiavitù sostanziale, come accade ai braccianti agricoli extra-comunitari di Rosarno, di Nardò e di altre campagne italiane. Un lato oscuro e vergognoso del made in Italy, denunciato da pochi coraggiosi, tra cui Carlo Petrini.

Tale discussione è drammaticamente urgente non solo per ragioni di giustizia sociale, ma perché è in pericolo anche il nostro patrimonio, quel cibo su cui si regge ancora tanta parte della nostra ricchezza e della nostra identità nazionale. E qui occorre esser chiari. Se noi non assicuriamo ai nostri produttori agricoli una remunerazione dignitosa, se non conserveremo la terra fertile per produrre cibo, noi perderemo in breve tempo la base di biodiversità agricola su cui si è fondata la nostra eccellenza in cucina. Il made in Italy diventerà una finzione commerciale, un trucco all’Italiana di cui i consumatori internazionali si accorgeranno ben presto. Il processo è già in atto da tempo. Tra il 1982 e il 2010 sono scomparse 1 milione mezzo di aziende dalle nostre campagne. Abbandonano i campi i piccoli produttori e resistono le grandi aziende. E allora occorre chiedersi: e’ questo il modello di agricoltura che vogliamo? Vogliamo puntare sulle grandi imprese per “produrre di più” riducendo i costi? Dobbiamo addirittura inserire il mais e la soia Ogm nelle nostre campagne, come pretendono taluni scienziati italiani, che hanno tanto a cuore le sorti della loro ricerca, e si curano così poco della storia e delle ragioni della nostra agricoltura?

La sparizione delle piccole aziende tradizionali comporta di necessità una crescente uniformità bioagricola dei prodotti. Su questo abbiamo prove allarmanti. Oggi siamo in grado di misurare gli esiti statistici ed epidemiologici di tale processo omologante dell’agricoltura e dell’alimentazione industriale. Nel rapporto Nuove evidenze nell’evoluzione della mortalità per tumore in Italia, pubblicata nel 2005 dall’Istat e dall’Istituto Superiore di Sanità, si legge: «L’uniformità alimentare ha prodotto un danno alle popolazioni del Sud, che in questi 30 anni hanno perso un vantaggio di salute che avevano» sul resto della popolazione italiana. L’alimentazione contadina che a lungo aveva protetto i meridionali dall’incidenza del cancro è stata dunque travolta. Un mutamento di paradigma alimentare che li espone alla virulenza cancerogena propria degli stili di vita delle società industriali.
Appare dunque evidente che le sorti dell’eccellenza italiana, il nostro cibo e i suoi infiniti piatti, al di la delle montagne di retorica che si sono sovrapposte sul tema, sono inscindibilmente legate al modello di agricoltura che vogliamo realizzare e in parte conservare. Essa dipende dal destino dei piccoli e medi produttori biologici, dalla loro disponibilità di terra, dalla remunerazione dei loro prodotti, dal premio dato a chi tutela la salubrità delle campagne, protegge il territorio su cui vive e opera, custodisce e restaura il paesaggio del Belpaese.

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Il giorno della spaccatura

segnalato da barbarasiberiana

ITALICUM, IL GIORNO DELLA SPACCATURA DEL PD. BERSANI, SPERANZA E LETTA VOTANO CONTRO RENZI

La giornata che era iniziata con la bocciatura delle pregiudiziali delle opposizioni si chiude nel caos per i democratici dopo la decisione di porre la fiducia. E ora il premier vuole asfaltare i suoi oppositori.

Di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 28/04/2015

C’è un seggio vuoto nell’aula di Montecitorio, accanto a quello occupato dal vice-segretario del Pd, il renziano Lorenzo Guerini, e resterà a lungo senza occupante. È il posto del capogruppo dimissionario Roberto Speranza, in dissenso con il segretario-premier Matteo Renzi. Alle tre e venti del pomeriggio, quando la ministra (così la chiama anche il circuito interno della Camera) delle Riforme Maria Elena Boschi dichiara che il governo metterà la fiducia sulla legge elettorale Italicum, Speranza non c’è.

Arriva più tardi, verso le quattro, mentre l’aula ribolle di rabbia: crisantemi lanciati contro i banchi del governo, urla contro la presidente della Camera Laura Boldrini («venduta!») e contro il governo («maiali, rottinculo», grida il forzista Maurizio Bianconi), sottili disquisizioni («Renzi fascista», esclama il forzista Renato Brunetta). Speranza si siede, imbarazzo con Guerini, i due quasi non si parlano, immagine chiave di una giornata che non potrà essere dimenticata.

Qualche minuto dopo, infatti, il mite, riflessivo, posato ex capogruppo annuncia il suo strappo: non voterà la fiducia al governo Renzi. Il Pd si spacca, sul provvedimento decisivo, la legge elettorale. A furia di tirare di qui e di là, la forzatura di Renzi produce un risultato certo, l’Italicum approvato a passo di carica, e una drammatica spaccatura nel Pd dove un’ala parla di Renzi come Enrico Berlinguer parlava di Bettino Craxi nel 1984, ai tempi della scala mobile. «È in gioco la democrazia», alza la voce Pier Luigi Bersani. Anche lui non voterà la fiducia, come Rosy Bindi. La minoranza del Pd passa all’opposizione. E in serata si aggiunge un altro no pesante: quello dell’ex premier Enrico Letta.

Eppure la seduta era partita più che soft: soporifera. E il voto sulle pregiudiziali di incostituzionalità , a voto segreto, alle due del pomeriggio avevano consegnato al governo il più schiacciante dei risultati. Più di centosettanta voti di scarto, 384 a 209 nel caso del primo voto, 385 a 208 nel secondo, nel segreto dell’urna, un baratro tra maggioranza e opposizione, a prova di qualunque imboscata di eventuali franchi tiratori. In Transatlantico, nella pausa pranzo, in molti scommettevano che con numeri così rassicuranti difficilmente Renzi avrebbe potuto mettere la fiducia per ammazzare il dibattito. Solo in due casi, infatti, la fiducia è stata utilizzata sulle leggi elettorali: nel 1923, governo Mussolini sulla legge Acerbo, e nel 1953, governo De Gasperi sulla legge Scelba, la legge-truffa. Altri tempi, di tragedia e di tensione. Oggi, 27 aprile 2015, il clima dentro e fuori l’aula era piuttosto grigio, di ferro e di fumo, di contrapposizioni arrugginite, di stanchezza.

Invece all’ora del supplì si è consumata una partita a poker con doppio bluff. Il bluff degli oppositori dell’Italicum: dimostrare che i numeri erano sicuri per poi tendere qualche trappola in qualche voto segreto su un emendamento minore. E quello di Renzi: fingere di credere alle buone intenzioni dichiarate della minoranza interna al Pd. Così il premier che aveva già vinto la partita ha proseguito nell’unico schema che gli è congeniale, come un giocatore costretto a ripetere all’infinito sempre la stessa mossa: stravincere. Asfaltare, come si dice su twitter, gli avversari. Non perdere un minuto. Correre, correre sempre. Si è vinto nei voti segreti? Bisogna stravincere.

Alle tre e venti tocca alla Boschi annunciare la fiducia che azzera il dibattito. L’aula esplode. Insulti, «non si tirano fiori in aula», si duole la Boldrini con i colleghi di Sel. «Non ci farete diventare un’aula di manipoli renziani. Diciamo no al fascismo di Renzi!», tuona Brunetta, beccandosi il rimprovero di Ignazio La Russa, «questa è una farsa, non è il fascismo!». «Questo voto è un’occasione perduta. Sarà lacerante. E sulla legge elettorale esiste l’eterogenesi dei fini, chi la fa per se stesso finisce per favorire qualcun altro», ragiona il decano di Montecitorio Pino Pisicchio, antica saggezza democristiana. La Lega non trattiene la contentezza. Il Movimento 5 Stelle alza il tono e promette due giorni di fuoco. Ma la polveriera è altrove. Nel Pd.

Il partito più grande, in questo momento, non ha neppure un capogruppo. A sostituirlo non è lo zelante Ettore Rosato, il vero capogruppo del Pd si chiama Matteo Renzi. Con la fiducia sull’Italicum ogni ponte è saltato. Il 15 gennaio di un anno fa il neo-eletto segretario del Pd aveva motivato l’incontro del Nazareno con Silvio Berlusconi con la necessità di una maggioranza larga per fare le riforme: «non è nel nostro stile farle da soli». Ah, che disgrazia le questioni di stile, dice la canzone di Ivano Fossati, al diavolo lo stile, domani l’Italicum sarà, forse, una buona legge elettorale invidiata da tutti, come promette Renzi, ma oggi è il nome di una divisione che attraversa quel che resta del Parlamento e spacca il Pd, rottama gli ultimi leader del passato. Per paura o per arroganza o per entrambe le cose. O per la coazione a ripetere di un leader costretto a interpretare sempre se stesso. Senza alternative.

QUI l’articolo completo di video.

Le carte di Tsipras nella partita dell’Euro

di Alfonso Gianni – il Manifesto

La linea di Varou­fa­kis è chiara: «Faremo com­pro­messi con la Ue ma non fini­remo com­pro­messi». Ale­xis Tsi­pras dichiara alla Reu­ters che il governo lavora per una solu­zione che «rispetti il recente man­dato popo­lare come il qua­dro ope­ra­tivo dell’Eurozona», pre­ci­sando però che restano quat­tro punti di disac­cordo – non tec­nici, ma poli­tici – in mate­ria di rap­porti di lavoro (del resto il mer­cato del lavoro greco è già del tutto dere­go­la­men­tato), di sicu­rezza sociale, di aumento dell’Iva, di pri­va­tiz­za­zioni. Ovvero il cuore del pro­gramma sociale di Syriza.
(…)
Ma come sap­piamo il pro­blema è politico.

Se la Gre­cia se la cava, altri pos­sono per­cor­rere strade alter­na­tive all’austerità e l’influenza sul qua­dro poli­tico dei paesi in mag­giore dif­fi­coltà, che finora hanno ese­guito pedis­se­qua­mente i dik­tat della Troika tro­van­dosi peg­gio di prima, potrebbe essere letale per le destre che attual­mente li gover­nano. Il rife­ri­mento alla Spa­gna è d’obbligo.

Tut­ta­via, vale anche il ragio­na­mento con­tra­rio. Se la Gre­cia finisse in default, se – mal­grado le ultime dichia­ra­zioni più pru­denti della Mer­kel sulla per­ma­nenza greca nella Ue – ciò com­por­tasse una fuo­riu­scita dall’euro e quindi dalla Ue, non è affatto detto che per la finanza sarebbe pura godu­ria. Spe­rare infatti – scrive un edi­to­ria­li­sta del Sole24Ore – che il Gre­xit non abbia alcun impatto sui mer­cati finan­ziari e sull’economia degli paesi della Ue è come pre­ten­dere che una bomba esplo­dendo non fac­cia danni.

il marxismo libertario

 
 
E’ duro per l’Europa dei banchieri accettare la prospettiva di un’Europa dei popoli. Eppure è questa la minaccia rappresentata dalla Grecia di Tsipras. Se l’infezione si allargasse, allora lo 0,4 per cento della popolazione rischierebbe di diventare un po’ più povero

Nuovo giro di vite della Troika sulla Gre­cia. Si torna a par­lare di Gre­xit. Non è la prima volta in que­ste set­ti­mane, ma ora il tempo stringe. La liqui­dità scar­seg­gia e il paese elle­nico deve resti­tuire tra mag­gio e giu­gno al Fmi 2,5 miliardi di euro. A giu­gno e luglio sca­dono altri due bond verso la Bce per un importo ancora supe­riore di 6 miliardi. Se non doves­sero venire rim­bor­sati ces­se­rebbe anche la linea di cre­dito di emer­genza (Ela) da 73 miliardi messa a dispo­si­zione a caro prezzo dalla Bce per soste­nere le ban­che gre­che. E’ da dubi­tare che l’Eurogruppo di Riga del 24 aprile si mostri…

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Il caso che ha fatto saltare il coperchio sui tribunali segreti della Banca Mondiale

segnalato da nammgiuseppe

CochabambaWaterRevolt

di Jim Shultz – 26 aprile 2015

E’ in atto un risveglio internazionale riguardo a un’estensione radicale del potere delle imprese, un risveglio che sta al centro di due storici accordi commerciali globali prossimi a essere sottoscritti.

Uno concentra gli Stati Uniti sull’Europa – è il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) – e l’altro sull’Asia, nel Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Entrambi creerebbero vasti nuovi diritti delle imprese straniere di citare in giudizio governi per vasti importi ogniqualvolta le nazioni modificano le loro politiche pubbliche in modi che potrebbero avere un potenziale impatto sui utili d’impresa.

Questi casi non sarebbero trattati da tribunali nazionali, con la loro relativa trasparenza, bensì da speciali tribunali segreti internazionali.

E’ uno strumento meravigliosamente potente e una doppia vittoria per le imprese: è una macchina per far soldi che saccheggia i tesori pubblici e un potente strumento per soffocare discipline sgradite, il tutto in un’unica confezione. Come ha scritto recentemente la senatrice Elizabeth Warren sul Washington Post: “Dare alle imprese straniere speciali diritti di contestare le nostre leggi fuori dal nostro sistema legale sarebbe un cattivo affare”. Ma è un affare che i legislatori statunitensi si stanno rapidamente preparando a concludere mentre dibattono l’estensione al presidente Obama di usare la “corsia preferenziale” per la promozione del commercio.

Il sistema dei tribunali commerciali a porte chiuse è in circolazione ormai da decenni, annidato come una bomba a orologeria in centinaia di minori accordi commerciali bilaterali tra nazioni. Ma non molto tempo fa il sistema dei tribunali commerciali non era materia di editoriali d’apertura d’alto profilo di senatori statunitensi. Era virtualmente sconosciuto, salvo che presso una piccola squadra di avvocati internazionali e specialisti del commercio.

Il caso che ha portato il sistema a una vasta conoscenza pubblica è nato quindici anni fa, in questo mese, nelle strade di una città in alto nelle Ande. Come quella causa è stata vinta costituisce una potente lezione oggi per le battaglie sul TTIP, il TPP e il tentativo di passare alle imprese globali nuovi poteri legali.

La rivolta dell’acqua

E’ iniziato a Cochabamba, Bolivia, nell’aprile del 2000, quando i cittadini si sono ribellati contro l’acquisizione del sistema idrico pubblico da parte di un’impresa straniera.

In quella che divenne nota come la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba migliaia di boliviani affrontarono pallottole e manganelli per riprendersi l’acqua dalla Bechtel, il gigante ingegneristico californiano. Nel giro di settimane dall’acquisizione del sistema idrico pubblico la società boliviana della Bechtel aveva colpito gli utenti dell’acqua con aumenti di prezzo in media superiori al cinquanta per cento, e spesso maggiori. Le famiglie erano poste di fronte alla scelta estrema tra continuare a far correre l’acqua dal rubinetto e apparecchiare la tavola.

Così si ribellarono.

I dimostranti fermarono tre volte questa città di mezzo milione di abitanti con blocchi e scioperi generali. Il governo di destra inviò i soldati e la polizia a difendere il contratto della Bechtel, uccidendo un adolescente e lasciando feriti migliaia di altri. Ma le proteste non fecero che aumentare e alla fine la Bechtel fu costretta a lasciare la Bolivia, restituendo l’acqua a mani pubbliche.

Un anno dopo, tuttavia, la Bechtel contrattaccò, questa volta in un tribunale della Banca Mondiale. La società pretese non solo il milione di dollari investito nel paese, ma anche 50 milioni di dollari in totale, il resto essendo i “profitti” futuri che l’impresa affermava di aver perso andandosene.

La causa della Bechtel contro la Bolivia innescò una seconda ribellione. Questa fu globale e solto altrettanto potente, una campagna d’azione di cittadini che si estese a livello mondiale. Alla fine la Bechtel se ne andò non con i cinquanta milioni di dollari che aveva preteso dai boliviani, ma con solo trenta centesimi e un’immagine pubblica malamente danneggiata. Il caso tolse anche la maschera a un sistema di tribunali commerciali segreti che oggi è al centro del dibattito sugli scambi.

Un sistema ideato a vantaggio delle imprese

Qui in Bolivia una squadra di calcio di qualsiasi altra parte del mondo sarebbe folle a giocare una partita contro una squadra boliviana a La Paz, la capitale della nazione. A quasi 4.000 metri di altezza sul livello del mare la maggior parte degli stranieri incontra grosse difficoltà semplicemente a salire una scala, figuriamoci correre dietro a un pallone per 90 minuti.

La sede legale scelta dalla Bechtel – il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Dispute sugli Investimenti della Banca Mondiale (ICSID) – ha una qualità simile. E’ un campo di gioco che piegato pesantemente a vantaggio delle imprese.

Non c’è poca ironia nel fatto che la Bechtel si sia rivolta alla Banca Mondiale, poiché, tanto per cominciare, era stata la Banca Mondiale a mettere in moto la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba.

Nel 1997 funzionari della Banca Mondiale fecero della privatizzazione del sistema idrico pubblico di Cochabamba una condizione dei prestiti che la banca stava concedendo per ampliare i servizi idrici nel paese. Così il governo boliviano fu costretto a offrire una concessione quarantennale alla Bechtel, completa di una garanzia di profitti annui del 16 per cento, un contratto da rapina, coperto dalla disponibilità del governo a sparare sul suo stesso popolo, se necessario.

L’ICSID della Banca Mondiale e altri sistemi giudiziari internazionali sono il sogno delle imprese. I tribunali che decidono queste cause sono costituiti da avvocati che passano dall’essere difensori lautamente pagati delle imprese in un caso a giudici presunti imparziali nel successivo, uno sfacciato conflitto d’interessi. E’ un sistema in cui le testimonianze sono normalmente segretate e in cui i casi sono trattati a migliaia di miglia di distanza dalle comunità interessate.

Non sorprendentemente le imprese conseguono una vittoria totale o parziale più di una volta su due.

Il tribunale dell’opinione pubblica

La campagna dei cittadini che attaccò la Bechtel si rifiutò di condurre la sua battaglia entro i confini della confortevole area giudiziaria attentamente scelta dalla Bechtel.

L’organizzazione che dirigo, il Democracy Center, e i nostri alleati boliviani e globali presero invece di mira la Bechtel nel campo di battaglia in cui i movimenti dei cittadini hanno la meglio: il tribunale dell’opinione pubblica. Tale campagna divenne un potente prototipo iniziale di come organizzarsi nell’era di Internet, guidata non tanto da un piano orchestrato grandioso, quanto da pura e semplice ispirazione virale.

Attraverso i nostri articoli e la nostra collaborazione con giornalisti del New Yorker, della PBS e altri, il Democracy Center insistette a raccontare, in continuazione, la potente narrazione di una vittoria di Davide contro Golia sulle strade di Cochabamba. Anche leader della Rivolta dell’Acqua della Bolivia girarono per il mondo a condividere direttamente la loro storia.

Usammo quella storia non solo come un cappio al collo societario della Bechtel ma anche al collo del suo amministratore delegato e omonimo, Riley Bechtel. Diffondemmo persino i suoi indirizzi email privati a migliaia di persone. Quando le persone si rivolgevano a noi per impegnarsi, le armavamo di solide prove e di qualche consiglio sulla strategia, incoraggiandole a intraprendere qualsiasi iniziativa fossero mossi a intraprendere che potesse costruire pressioni sulla società.

Il risultato fu magnifico, uno spettacolo globale di potere dei cittadini.

A San Francisco attivisti bloccarono la direzione generale della Bechtel incatenandosi insieme nell’atrio. Una coalizione locale ottenne anche che la Commissione di Vigilanza di San Francisco approvasse una risoluzione della città che sollecitava la Bechtel a lasciare cadere la sua causa boliviana, proprio mentre la società stava negoziando un grosso contratto con la città.

Ad Amsterdam fu montata una scala all’esterno dell’ufficio locale della Bechtel e la via fu reintitolata all’adolescente uccido dai soldati durante la Rivolta di Cochabamba. A Washington dimostranti picchettarono la casa del presidente della sussidiaria idrica boliviana della Bechtel. Al Vertice della Terra in Sudafrica, l’attiva boliviana Marcela Olivera reclutò organizzazioni per aderire alla “Petizione dei Cittadini alla Banca Mondiale” che chiedeva che la Bechtel abbandonasse la causa. EarthJustice presentò una petizione legale richiedendo la partecipazione del pubblico e l’Institute for Policy Studies mobilitò ONG di Washington.

Da un angolo all’altro del mondo la Bechtel fu sequestrata da lillipuziani arrabbiati che legarono a terra un potente Gulliver imprenditoriale.

Il potere della narrazione

A gennaio 2006 dirigenti assediati della Bechtel volarono in Bolivia e firmarono un accordo con il governo boliviano in base al quale abbandonarono la causa presso la Banca Mondiale in cambio di due lucenti monetine da 1 boliviano, il costo di un biglietto locale d’autobus. Nessun’altra grande impresa, prima o da allora, è mai stata costretta a rinunciare a una grossa causa commerciale dalla pressione di una campagna di cittadini mossale contro.

Alla fine la Bechtel è stata sconfitta da qualcosa di molto semplice: una storia. E’ stata una storia di persone che hanno combattuto per la loro acqua e di una società contenta di vederle uccidere al fine di strizzare i poveri per incassare utili che non si era mai guadagnata. La potente impresa non poté mai sottrarsi al potere morale di tale storia. Abbiamo colpito la Bechtel con essa usando non una sola tattica, ma ogni tattica che abbiamo potuto immaginare, da lettere di avvocati all’azione diretta. Non abbiamo sprecato tempo a discutere quale approccio fosse il migliore.

Le battaglie commerciali che abbiamo oggi di fronte, compresi TPP e TTIP, devono essere anch’esse combattute con storie che traggano il problema fuori dal gergo tecnico e lo rendano popolarmente comprensibile.

E non c’è carenza di storie da raccontare. Il gigante del tabacco Phillip Morris pretende due milioni di dollari dall’Uruguay per il peccato di aver rafforzato gli avvertimenti sulla salute sui pacchetti di sigarette. Il popolo di El Salvador affronta una causa da 300 milioni di dollari da parte di una compagnia mineraria canadese-australiana perché i salvadoregni sono stati capaci di bloccare operazioni minerarie tossiche. La Germania affronta una richiesta di 700 milioni di euro da parte di una compagnia dell’energia nucleare perché, dopo il disastro di Fukushima, movimenti popolari hanno ottenuto una moratoria delle nuove centrali nucleari nel paese.

Raccontare le storie di casi come questi è essenziale per costruire una più vasta consapevolezza pubblica di ciò che è in gioco in questi negoziati arcani: un gioco di potere delle imprese contro la democrazia fondamentale.

“E’ impossibile sopravvalutare l’impatto della vittoria popolare di Cochabamba contro la Bechtel”, ha osservato recentemente Naomi Klein. “In un periodo in cui conseguire vittorie reali sembrava un sogno lontano, abbiamo improvvisamente che era possibile vincere, anche contro una gigantesca multinazionale statunitense”. Nella battaglia del popolo boliviano contro la Bechtel, Davide ha battuto Golia non solo una volta, ma due. Nel mezzo delle attuali battaglie sul commercio, lo spirito di entrambe queste vittorie e le loro lezioni concrete meritano bene il nostro ricordo.

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione: znetitaly.org

 

La battaglia di Max

di barbarasiberiana

Molti di noi avranno sentito parlare di Max Fanelli, malato di SLA che si sat battendo per l’eutanasia legale in italia. Con la sua campagna #iostoconmax, portata avanti sui social e con iniziative di notevole impatto mediatico, sta riportando sotto i riflettori questo tema. Numerosi parlamentari hanno aderito alla sua campagna, ad esempio Civati ha  pubblicato la sua lettera ed è andato a trovarlo a casa, su youtube si può trovare il video. Con le cartoline #iostoconmax è possibile aderire alla mobilitazione sia tramite facebook che spedendo le cartoline, che saranno successivamente raccolte e recapitate alla Presidente della Camera Boldrini.

L’ultima iniziativa è di qualche giorno fa: Max si è fatto accompagnare nell’atrio della Galleria Dorica ad Ancona e si è fatto incatenare ad un palo. La notizia la potete trovare QUI.

Riportiamo l’appello di Max Fanelli ai parlamentari per l’eutanasia legale.

Onorevoli Parlamentari

mi chiamo Massimo Fanelli, ho 54 anni e dal mese di settembre 2013 sono malato di sla. Progressivamente ho perso ogni autonomia e forza muscolare. Ora sono allettato ed ho bisogno di assistenza 24 ore su 24. Respiro grazie alla tracheotomia, mi alimento via PEG. Vivo, o sarebbe meglio dire “sopravvivo” nel disagio psicofisico di questa patologia che tra dolori e disagi psicologici raggiunge e supera spesso il limite della sopportazione e della dignità umana. Tutto questo é aggravato dalle leggi in vigore che non prevedono né regolamentano il diritto all’eutanasia come in molti paesi civili . E’ umano e nobile quindi, difendere il diritto all’autodeterminazione ed alla libertà di scelta dei malati terminali di come e quando poter porre fine alla propria vita, in modo da evitare atroci sofferenze e difendendo quella componente indispensabile della nostra Libertà che si chiama Dignità. Questo fino a che il Governo non esaminerà la proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta dall’associazione Luca Coscioni e dal comitato Eutanasia legale, depositata in Parlamento alla Camera dei deputati già il 13 settembre 2013. Con questa mia, spero di trovare un prezioso supporto per la difesa del diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, nel pieno rispetto degli altri e con unico giudice la propria coscienza. Grazie per la vostra disponibilità ed attenzione. Massimo.

Per seguire la battaglia di Max Fanelli

http://iostoconmax.tumblr.com/

https://www.facebook.com/pages/Io-Sto-Con-Max-Si-Alleutanasia/363116450536119?ref=ts&fref=ts

https://www.youtube.com/channel/UC1t9QoejXsr4GwsMN2VJxWA

Liberi di decidere fino alla fine

di barbarasiberiana

Le decisioni di fine vita sono decisioni personalissime e, in quanto tali, devono essere prese con la massima libertà dalla persona per se stessa. In Italia, benché la Costituzione riconosca che nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà, non vi sono leggi che regolino l’affermazione delle volontà della persona: né una legge sul testamento biologico, né sull’eutanasia.

Di seguito riportiamo alcune note relative a testamento biologico ed eutanasia, tratte principalmente dal sito dell’Associazione Luca Coscioni (http://www.associazionelucacoscioni.it/) e alcune iniziative di sensibilizzazione sul tema.

ALCUNE “DEFINIZIONI”

Eutanasia: volontaria, involontaria, passiva

Il significato letterale di eutanasia è quello di buona morte. Un dibattito sull’eutanasia è comparso negli ultimi decenni del XX secolo: principalmente per il perfezionamento delle macchine con cui si può tenere in vita un morente per tempi lunghissimi e per l’allungamento della vita. Lo scontro etico-giuridico si delinea tra coloro che ritengono che la fine della vita umana sia un evento a noi disponibile e coloro che ritengono che la vita umana sia un valore inviolabile.

Eutanasia attiva volontaria: atto con il quale qualcuno produce esplicitamente la morte di un’altra persona che è affetta da una grave malattia e vicina alla morte e che patendo gravi sofferenze fisiche e psicologiche chiede dunque, in modo consapevole, al suo medico curante e ad altri medici di essere aiutato a morire. Costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale.

Eutanasia involontaria: l’atto eutanasico per la persona non più competente dovrà essere considerato non approvabile se non si dispone di direttive anticipate, mentre si può accettare nel caso in cui vi sia la volontà precedentemente espressa.

Eutanasia passiva: legata ad una serie di distinzioni tra azione ed omissione, sospendere e iniziare una cura, mezzi di intervento terapeutici straordinari o ordinari. Costituisce un diritto inviolabile in base all’articolo 32 della Costituzione italiana in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Principio affermato, tra l’altro, dalla sentenza con la quale il Tribunale di Roma ha prosciolto Mario Riccio, il medico che ha praticato a Welby la sedazione terminale. Tuttavia in Italia viene disatteso anche questo principio che conduce al fenomeno dell’eutanasia clandestina.

Il testamento biologico

Il testamento biologico, detto anche dichiarazione anticipata di trattamento (DAT), è una espressione che indica le manifestazioni di volontà (generalmente formulate in un documento scritto)  con le quali ogni individuo, in condizioni di lucidità mentale, decide quali trattamenti sanitari (somministrazione di farmaci, sostentamento vitale, rianimazione, etc.) intende o non intende accettare nel momento in cui questi trattamenti siano necessari e il soggetto non sia più capace di intendere e di volere ovvero non sia più autonomo.

Al momento il nostro sistema giuridico non prevede una normativa che disciplina la pratica del testamento biologico. Tuttavia gli articoli 13 e 32 della Carta Costituzionale conferiscono ad ogni individuo piena e libera facoltà di decidere a quali trattamenti sanitari sottoporsi, il che dimostrerebbe l’esistenza di un vero e proprio diritto all’autodeterminazione, quale specificazione del più ampio diritto alla dignità umana.

Contemporaneamente al caso di Eluana Englaro, il Governo mise a punto un disegno di legge il cui nodo saliente era l’impossibilità di poter rinunciare a idratazione e alimentazione da parte del malato, anche se cosciente e sebbene egli avesse precedentemente disposto la sua volontà a interrompere le cure. Seccamente respinto dal Presidente della Repubblica e contestato da un’ampia fetta dell’opinione pubblica, ad esso è poi seguito un disegno di legge, a prima firma Raffaele Calabrò. Il ddl Calabrò è stato approvato in Senato nel 2009 e al momento è in discussione alla Camera dei deputati. L’impalcatura ideologica rimane identica a quella del disegno di legge precedente, fatte salve alcune modifiche, anche se meramente formali, apportate a seguito dell’evolversi della vicenda Englaro e del dibattito politico.

LE INIZIATIVE DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI

Le attività dell’Associazione

Clicca QUI per materiale informativo e per le attività dell’Associazione Luca Coscioni.

Il testmento biologico

Sul sito è disponibile un vademecum sul fine vita, con tutti i riferimenti alla normativa attuale in termini di rifiuto delle cure. E’ possibile scaricare il modulo per il testamento biologico redatto dall’associazione A buon diritto, e compilarlo, anche online o su facebook.

Segnaliamo inoltre la possibilità di richiedere, attraverso una proposta di delibera popolare, l’istituzione del registro del testamento biologico presso il proprio comune di appartenenza. Ci sono già diversi comuni che lo hanno fatto (guarda la mappa) e che hanno aderito alla Lega degli enti locali per il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Petizione sul fine vita

Puoi firmare QUI

Un atto di disobbedienza civile

I radicali Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli hanno costituito una associazione “Associazione soccorso civile per l’eutanasia” e aperto il sito internet www.SOSeutanasia.it e un conto corrente per condurre un’azione di disobbedienza civile sull’eutanasia.

Cappato, Welby e Fraticelli hanno dichiarato:

Forniamo informazioni e, in alcuni casi anche assistenza logistica e finanziaria, alle persone che vogliono ottenere l’eutanasia, quando vi siano le condizioni previste dalla proposta di legge di iniziativa popolare del Comitato per l’eutanasia legale.

La nostra azione è un atto di disobbedienza civile nei confronti delle leggi esistenti (che condannano fino a 15 anni di carcere per “omicidio del consenziente”o concorso nello stesso reato). Risponderemo a tutte le richieste, in nome dell’affermazione del diritto all’autodeterminazione, alla libertà fondamentale di scegliere per se stessi, il proprio corpo e la propria malattia anche nella fase finale della propria vita, in nome dell’effettiva attuazione degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione. (…)

L’azione di disobbedienza civile proseguirà fino a quando il Parlamento italiano non calendarizzerà la proposta di legge di iniziativa popolare depositata a settembre 2013 e da allora mai discussa in Parlamento, in violazione dell’articolo 71 della Costituzione.

QUI il comunicato stampa.

Portador de un populismo crítico

Ciarli Natale, GiuliaPingon, transiberiana9

Nell’impermeabile percezione in lingua nazionale, la parola ‘populismo’ si è presentata negli ultimi anni come un termine piuttosto ‘cangiante’.

Fin dagli “anatemi Napolitani”, le migliori menti del patrio suolo si sono esercitate in semestrali arrampicate sugli specchi nel tentativo di cogliere il vero significato della parola. Manco fosse una stella alpina.

Sì, il Made in Italy è impermeabile, ma che succede fuori… piove?
Quasi due mesi fa scrivevo a transiberiana9:

Ieri ho passato mezz’ora su siti di news politiche, blog e forum attivisti spagnoli.
Una ricerca volutamente superficiale, senza badare alla qualità dei contenuti, giusto differenze di percezione.
Lì, il termine ‘populista’ non ha segno solo negativo come da noi…
Leggo titoli e affermazioni che in Italia potrebbero essere considerati eresia: “Syriza no está solo, los Podemos europeos […] el Movimiento 5 Estrellas de Beppe Grillo en Italia también sigue con su auge.”
Podemos è considerato populista sia dai sostenitori che dagli avversari.
I sostenitori di Podemos guardano al MoV come la ‘cosa’ italiana più affine a loro…
Qualcuno dice: la nostra matrice è più di sinistra della loro…
Qualcun altro risponde: questo perché le sinistre italiane sono più ‘casta’ delle nostre.
Usano proprio il termine casta.

Appendiamo un po’ di materiale grezzo generosamente tradotto dall’insostituibile Giulia.
Eventuali ricerche approfondite fatevele da soli: Ciarli Natale non esiste.

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Il tridente antisistema

da elmundo.es, 29.12.2014 – di Silvia Román

Partiti populisti, antisistema, di sinistra radicale. Sono molte le definizioni che accompagnano tre schieramenti che sono attualmente nell’occhio dell’uragano della politica europea: l’italiano Movimento 5 stelle, il greco Syriza e lo spagnolo Podemos. I loro rispettivi leader – Beppe Grillo, Alexis Tsipras e Pablo Iglesias – hanno saputo canalizzare l’indignazione o l’ira di votanti disincantati ed esausti che non credono più nelle soluzioni offerte dai partiti tradizionali, al punto che si stanno avvicinando pericolosamente al potere nei loro rispettivi Paesi.

Il caso più evidente è quello della Grecia, dove, secondo i sondaggi, Syriza vincerà le elezioni anticipate del prossimo 25 gennaio.

I loro detrattori li definiscono “antieuropei”, ma – specialmente – Syriza e Podemos insistono del dichiarare che la loro lotta non è contro l’identità europea, il Vecchio Continente o l’euro. Tsipras e Iglesias (non tanto Grillo) assicurano che la loro politica è anti- Banca Centrale Europea, anti-troika e anti-austerità.

Il loro obiettivo è cambiare il sistema, non solo nei rispettivi Paesi, ma anche nell’Unione Europea ed è per questo che Bruxelles inizia a tremare.

Parecchi analisti concordano nel sostenere che i tre partiti costituiscono un fattore di rischio per la stabilità dell’economia europea  e  della moneta unica, per non parlare del rifiuto totale che l’attuale politica comunitaria manifesta nei confronti del tridente antisistema.

“Sono partiti con soluzioni semplicistiche, lineari, populiste. È preoccupante”, assicura il ministro degli Affari Esteri, José Maria Garcìa-Margallo, in un’intervista concessa a EL MUNDO. D’accordo con il capo della diplomazia spagnola, i leader dei governi europei ribadiscono che Grillo, Tsipras e Iglesias non offrono soluzioni, ma cavalcano il malcontento sociale e l’indignazione per i partiti tradizionali.

In Italia, una delle critiche più note che riceve il M5S è che non agisce, ma si limita ad attendere che il Primo Ministro Renzi fallisca, approfittando inoltre del declino e della scomparsa di Berlusconi.

Duramente criticati per i loro programmi poco consistenti, di sicuro però Tsipras, Iglesias e Grillo sono dei maestri nel crearsi un seguito elettorale. Usano alla perfezione sia internet sia la televisione (fu proprio Grillo a trionfare come comico in tv) e sono riusciti a convincere un nutrito numero di cittadini, che non avevano partecipato alle ultime elezioni, dell’utilità del proprio voto.

“Ci vediamo nelle urne” urlano e twittano i sostenitori di queste figure carismatiche e telegeniche, le quali lasciano al futuro un’eredità misteriosa e preoccupante.

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Syriza non è solo, i Podemos europei

da negocios.com, 16.01.2015 – di Borja Jiménez de Francisco

Le parole di Pablo Iglesias, se da un lato garantiscono che in Europa soffi il vento del cambiamento, dall’altro possono piacere o meno. Di sicuro, però, sono una realtà.

La vittoria di Syriza in Grecia potrebbe mettere le ali ad altri due schieramenti molto simili che cercano il proprio spazio politico in Italia e Spagna: Podemos e il Movimento 5 Stelle.

Questo avviene senza dubbio in Europa, ma anche in Venezuela esiste un altro partito politico che ricorda molto Syriza.

Fernando Herrero-Nieto, presidente dell’osservatorio politico Vonselma e direttore di marketing politico alla URJC, ritiene che “in linea di principio, il partito politico che potrebbe riprodurre lo schema del partito greco o di Podemos sarebbe il Partito Social Venezolano guidato da Maduro. Come è noto, Podemos è nato a Caracas. Non posso dire sia una copia identica dei partiti sopra citati, dal momento che Europa e America Latina sono due contesti diversi, ma vi sono molte similitudini”.

Tornando in Europa, il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo continua la sua ascesa in Italia. Alle elezioni politiche del 2013 è stato il partito più votato nel Paese, mentre alle Europee è emerso che 1 elettore su 5 li sostiene.

Senza dubbio, sempre secondo Herrero-Nieto, esiste più di una differenza tra il M5S e, ad esempio, Podemos: “I primi sono ovviamente radicali, diciamo che oggi assistiamo ad una tendenza alla radicalizzazione sia a destra sia a sinistra, ma la diversità rispetto a Podemos è che sì, sono radicali, ma hanno degli argomenti. Per di più l’approccio alla politica è diverso, Podemos fa esclusivamente del populismo”.

E chi parla non è uno qualsiasi. Herrero-Nieto è stato professore di Pablo Iglesias all’Università e racconta sia stato uno studente esemplare, che eccelleva. Uno di quelli con la mano sempre alzata, pronto ad esporre la propria opinione, che superava gli esami con il massimo dei voti.

Quindi il successo di Tsipras potrebbe rappresentare un primo passo verso il trionfo della sinistra in Europa. Gruppi come Podemos e il M5S si staranno sfregando le mani sognando un finale come quello greco.

 

Rifugiàti

È banale, e per questo ancora più triste, constatare che la tragedia di Lampedusa e i suoi oltre 300 morti evidenziano per l’ennesima volta il fallimento delle politiche di gestione dei flussi migratori verso l’Europa. (1) Più complessa e controversa è l’attribuzione delle responsabilità.
Il 3 ottobre 2013, mentre diventava evidente la misura della catastrofe, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, additava le responsabilità degli scafisti, invocando il presidio delle frontiere per “stroncare il traffico criminale di esseri umani”. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ipotizzava addirittura un disegno divino per attribuire la responsabilità all’Europa: “Spero che la divina provvidenza abbia voluto questa tragedia per far aprire gli occhi all’Europa” . (2) Proseguendo con le metafore religiose, e senza voler in alcun modo minimizzare il ruolo di Europa e scafisti in queste morti, sarebbe forse più efficace iniziare a rimuovere le travi che albergano nei nostri occhi, indipendentemente dal fatto che quelle negli occhi degli altri siano pagliuzze, travi o intere foreste.
Se invece passiamo al linguaggio dell’economia, dobbiamo parlare di scelte e incentivi. Su quelle barche che cercano di approdare sulle nostre coste viaggiano sia immigrati “economici” che potenziali rifugiati. I primi vengono in Europa a cercare un lavoro e migliori condizioni di vita, i secondi cercano riparo da persecuzioni personali o da conflitti. In entrambi i casi, si tratta del risultato della sostanziale assenza di plausibili canali di accesso regolare in molti paesi europei e, in particolare, in Italia.
Degli immigrati “economici” si è già detto molto, anche su questo sito. Il punto cruciale è che gli immigrati che si trovano già in Italia senza documenti hanno una probabilità di diventare stranieri legalmente residenti (grazie a sanatorie o a un uso improprio del decreto flussi) assai più elevata di chi resta nel proprio paese di origine ad aspettare la chimera di un ingresso legale. (3) Difficile stupirsi, quindi, se molti di loro decidono di venire in Italia irregolarmente, spesso rischiando la vita.
La situazione è simile – e forse ancora più palese – per i potenziali rifugiati. Anche per loro ci sarebbero due modi per ottenere lo status di rifugiato. Il primo è arrivare fisicamente nel territorio dello stato ospitante e presentare la domanda di persona. Nulla, in teoria, impedisce ai potenziali richiedenti asilo di entrare per via aerea e con un regolare visto turistico. Naturalmente il problema è che i rifugiati, a differenza dei turisti, difficilmente hanno il tempo e la possibilità di ottenere passaporti e visti e, di conseguenza, l’ingresso irregolare rimane l’unica via percorribile, con le tragiche conseguenze che ne possono derivare.
Un secondo canale di ingresso prevede la possibilità di fare domanda di protezione internazionale “a distanza”, ad esempio dai campi profughi spesso allestiti in paesi confinanti con quelli in conflitto, e spostarsi nel paese ospitante solo quando (e se) lo status di rifugiato è stato ottenuto.
Il primo canale di ingresso è notevolmente più pericoloso, dunque sarebbe sufficiente che la probabilità di ottenere lo status di rifugiato attraverso il secondo canale fosse ragionevolmente elevata, per dissuadere gran parte dei profughi dal rischiare la propria vita attraversando il Mediterraneo su una barca. La domanda per passaggi sui barconi si abbasserebbe sensibilmente, con buona pace degli scafisti.

PERCHÉ L’ITALIA IGNORA LA RESETTLEMENT POLICY?

Il fatto che in Italia, come in molti altri paesi europei, sia previsto solo il primo canale di accesso non implica che il secondo resti un’ipotesi puramente teorica. La possibilità di ottenere lo status di rifugiato a “distanza” esiste: si chiama resettlement policy, ed è gestito dall’Unhcr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati. In sintesi, i paesi ospitanti che partecipano al programma permettono a profughi, che hanno trovato rifugio temporaneo in un paese terzo, di essere riconosciuti come rifugiati e trasferiti nel loro territorio. (4)

Il grafico sotto riporta il numero totale di rifugiati riconosciuti dai principali paesi Ocse nel periodo 2008-2012, distinguendo tra quelli che sono arrivati “autonomamente” (quindi, nella maggioranza dei casi, irregolarmente) e quelli resettled. Per ogni paese, il grafico mostra sia la percentuale corrispondente a ciascun canale di ingresso che i valori assoluti.
La percentuale di asili accordati attraverso programmi di resettlement supera il 50 per cento del totale dei rifugiati accolti in Nuova Zelanda (85 per cento), Usa (72 per cento) e Australia (55 per cento), ed è piuttosto elevata anche in Canada (36 per cento), Finlandia (34 per cento) e Danimarca (27 per cento). Gli Stati Uniti hanno permesso il resettlement nel loro territorio a oltre 260mila rifugiati, seguono l’Australia e il Canada con circa 30mila rifugiati resettled ciascuno. Al contrario, l’Italia si colloca fra i paesi in cui il numero di richiedenti asilo accolti attraverso programmi di resettlement è risibile: 288 rifugiati nel periodo 2008-2012, meno del 0,01 per cento dei circa 35mila rifugiati accolti in totale durante lo stesso periodo. Il motivo è semplice: l’Italia non partecipa, se non occasionalmente, al programma di resettlement dell’Unhcr.
In conclusione, mentre in Italia discutiamo di Europa, scafisti e vaghi progetti di “corridoi umanitari”, molti Stati partecipano attivamente ai programmi dell’Uhnrc, incluso, ad esempio, quello predisposto per l’emergenza siriana, che vede coinvolte sedici nazioni. Perché l’Italia non prende parte a questi programmi? La risposta più ovvia – “se lo facessimo verremmo sommersi di domande di asilo” – ha una conseguenza importante: ammettere che l’Italia, come molti altri paesi europei, utilizza la difficoltà di raggiungere le nostre coste come meccanismo di selezione per limitare le domande, scaricando il costo direttamente sui profughi (e creando il mercato per gli scafisti).
Siamo assolutamente certi che tutti i cittadini e i Governi europei condividano l’obiettivo minimo di evitare in futuro tragedie come quella di Lampedusa. Allora, i nostri governanti dovrebbero riconoscere che queste morti sono anche la conseguenza inevitabile di una precisa scelta (o non-scelta) politica e agire di conseguenza, senza attendere la prossima, annunciata tragedia.

Figura 1 – Rifugiati riconosciuti, per modalità di ingresso (totale 2008-2012)

devillanova fasani
Nostra elaborazione su dati Unhcr, Population Statistics Reference Database, United Nations High Commissioner for Refugees.

Ringraziamo Matteo de Bellis di Amnesty International (London).

(1) Secondo una stima per difetto, dal 1998 sarebbero circa 20mila le persone morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste meridionali dell’Europa (http://fortresseurope.blogspot.co.uk/p/la-strage.html).
(2) Entrambe le citazioni sono prese dal Sole-24Ore del 3 ottobre 2013:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-03/lampedusa-papa-vergogna-mobilitano-123003.shtml
(3) Si veda Fasani et al. (2013) “Immigration Policy and Crime”  (http://www.frdb.org/upload/file/Report%201.pdf).
(4) Si veda: http://www.unhcr.org/pages/4a16b1676.html.

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Rifugiati: la tragedia continua

lavoce.info, 21.04.15 – di Maurizio Ambrosini

I numeri delle migrazioni

La nuova tragedia del mare nel canale di Sicilia fa oscillare nuovamente il pendolo dell’opinione pubblica verso l’orrore e la compassione, dopo che con troppa fretta era stata archiviata l’operazione Mare Nostrum, accusata di attrarre nuovi sbarchi sulle nostre coste.
Poche settimane fa, avevano suscitato scalpore i dati diffusi dall’Eurostat: 626mila i richiedenti asilo nell’Unione Europea nel 2014, 191mila in più rispetto al 2013, con un incremento del 41 per cento: un record storico, sottolineavano le agenzie. L’Italia figurava al terzo posto per numero di domande ricevute, con 64.625. L’Eurostat indicava anche una crescita molto consistente dei siriani, passati da 50mila a quasi 123mila. Tutti dati veri, ma comunicati in questo modo, estrapolati dal contesto più ampio e drammatico in cui si collocano, sono tali da suscitare sentimenti di allarme e domande di contenimento.
L’Acnur, l’agenzia dell’Onu per l’assistenza ai rifugiati, ha diffuso a sua volta i numeri relativi ai primi sei mesi del 2014. Ci dicono che il piccolo Libano accoglieva in quel periodo 1,1 milioni di richiedenti asilo, la Turchia quasi 800mila, la Giordania 645mila.
Ciascuno di questi paesi da solo si faceva carico dunque di un numero di persone in cerca di protezione superiore a quello di tutti i 28 paesi dell’Unione Europea messi insieme. E da allora la situazione è molto peggiorata, per loro molto più che per noi. Un altro dato eloquente riguarda il numero di rifugiati accolti per ogni mille abitanti. Qui il Libano raggiungeva quota 257, la Giordania 114, la Turchia scendeva a 11. Il primo paese dell’UE è la piccola Malta con 23, la Svezia è a quota 9. L’Italia, sotto la media europea, si fa carico di 1,1 rifugiati ogni mille abitanti.

QUI l’articolo completo.

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segnalato da barbarasiberiana

limesonline.com, 21.04.2015 – di Riccardo Pennisi

COME EVITARE LA PROSSIMA STRAGE DI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO

[Carta di Laura Canali da Chi ha paura del califfo]

Accogliere tutti è impossibile e illogico, persegui(ta)re chi fugge da paesi in guerra anche. Ma qualche soluzione c’è, per l’Europa e per l’Africa.

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