Mese: marzo 2018

Via Crucis

segnalato da Barbara G.

Israele spara sulla marcia palestinese: 15 morti a Gaza

Striscia di Gaza. Uomini, donne e bambini per il ritorno e il Giorno della terra: i cecchini israeliani aprono il fuoco su 20mila persone al confine. Oltre mille i feriti

di Michele Giorgio – ilmanifesto.it, 31/03/2018

Il video che gira su twitter mostra un ragazzo mentre corre ad aiutare un amico con ‎in mano un vecchio pneumatico da dare alle fiamme. Ad certo punto il ragazzo, ‎avrà forse 14 anni, cade, colpito da un tiro di precisione partito dalle postazioni ‎israeliane. Poi ci diranno che è stato “solo” ferito. Una sorte ben peggiore è toccata ‎ad altri 15 palestinesi di Gaza rimasti uccisi ieri in quello che non si può che ‎definire il tiro al piccione praticato per ore dai cecchini dell’esercito israeliano. ‎Una strage. I feriti sono stati un migliaio (1.500 anche 1.800 secondo altre fonti): ‎centinaia intossicati dai gas lacrimogeni, gli altri sono stati colpiti da proiettili veri ‎o ricoperti di gomma. È stato il bilancio di vittime a Gaza più alto in una sola ‎giornata dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. ‎Gli ospedali già ‎in ginocchio da mesi hanno dovuto affrontare questa nuova emergenza con pochi ‎mezzi a disposizione. Hanno dovuto lanciare un appello a donare il sangue perché ‎quello disponibile non bastava ad aiutare i tanti colpiti alle gambe, all’addome, al ‎torace. ‎«I nostri ospedali da mesi non hanno più alcuni farmaci importanti, ‎lavorano in condizioni molto precarie e oggi (ieri) stanno lavorando in una doppia ‎emergenza, quella ordinaria e quella causata dal fuoco israeliano sul confine», ci ‎diceva Aziz Kahlout, un giornalista.

‎ Gli ordini dei comandi militari israeliani e del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman erano tassativi: aprire il fuoco con munizioni vere su chiunque si fosse ‎spinto fino a pochi metri dalle barriere di confine. E così è andata. Per giorni le ‎autorità di governo e i vertici delle forze armate hanno descritto la Grande Marcia ‎del Ritorno come un piano del movimento islamico Hamas per invadere le ‎comunità ebraiche e i kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza e per occupare ‎porzioni del sud di Israele. Per questo erano stati fatti affluire intorno a Gaza ‎rinforzi di truppe, carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e un centinaio di ‎tiratori scelti. ‎

‎ Pur considerando il ruolo da protagonista svolto da Hamas, che sicuramente ‎ieri ha dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, la Grande Marcia ‎del Ritorno non è stata solo una idea del movimento islamista. Tutte le formazioni ‎politiche palestinesi vi hanno preso parte, laiche, di sinistra e religiose. Anche ‎Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen che ieri ha proclamato il lutto ‎nazionale. E in ogni caso lungo il confine sono andati 20mila di civili disarmati, ‎famiglie intere, giovani, anziani, bambini e non dei guerriglieri ben addestrati. ‎Senza dubbio alcune centinaia si sono spinti fin sotto i reticolati, vicino alle ‎torrette militari, ma erano dei civili, spesso solo dei ragazzi. Israele ha denunciato ‎lanci di pietre e di molotov, ha parlato di ‎«manifestazioni di massa volte a coprire ‎attacchi terroristici» ma l’unico attacco armato vero e proprio è stato quello – ‎ripreso anche in un video diffuso dall’esercito – di due militanti del Jihad giunti ‎sulle barriere di confine dove hanno sparato contro le postazioni israeliane prima ‎di essere uccisi da una cannonata.‎

‎ La Grande Marcia del Ritorno sulla fascia orientale di Gaza e in Cisgiordania è ‎coincisa con il “Yom al-Ard”, il “Giorno della Terra”. Ogni 30 marzo i palestinesi ‎ricordano le sei vittime del fuoco della polizia contro i manifestanti che in Galilea ‎si opponevano all’esproprio di altre terre arabe per costruire comunità ebraiche nel ‎nord di Israele. I suoi promotori, che hanno preparato cinque campi di tende lungo ‎il confine tra Gaza e Israele – simili a quelle in cui vivono i profughi di guerra -, ‎intendono portarla avanti nelle prossime settimane, fino al 15 maggio quando ‎Israele celebrerà i suoi 70 anni e i palestinesi commemoreranno la Nakba, la ‎catastrofe della perdita della terra e dell’esilio per centinaia di migliaia di profughi. ‎Naturalmente l’obiettivo è anche quello di dire con forza che la gente di Gaza non ‎sopporta più il blocco attuato da Israele ed Egitto e vuole vivere libera. Asmaa al ‎Katari, una studentessa universitaria, ha spiegato ieri di aver partecipato alla ‎marcia e che si unirà alle prossime proteste ‎«perché la vita è difficile a Gaza e non ‎abbiamo nulla da perdere‎». Ghanem Abdelal, 50 anni, spera che la protesta ‎‎«porterà a una svolta, a un miglioramento della nostra vita a Gaza‎».‎

Per Israele invece la Marcia è solo un piano di Hamas per compiere atti di ‎terrorismo. La risposta perciò è stata durissima. Il primo a morire è stato, ieri ‎all’alba, un contadino che, andando nel suo campo, si era avvicinato troppo al ‎confine. Poi la mattanza: due-tre, poi sei-sette, 10-12 morti. A fine giornata 15. E ‎il bilancio purtroppo potrebbe salire. Alcuni dei feriti sono gravissimi.‎

Annunci

La distruzione del Gran Chaco

segnalato da Barbara G.

Le immagini mai viste della distruzione del Chaco: distese di soia al posto delle foreste

Terreni bruciati, alberi abbattuti. Poi, distese di soia, dove prima sorgeva la foresta. Ecco le immagini della deforestazione in Argentina e Paraguay. Per far crescere l’industria dei mangimi. Tra glifosato e bambini con tumori

di Francesco De Augustinis – corriere.it, 26/03/2018

Le immagini sono davvero impressionant/i. Distese di monocolture che si stendono a vista d’occhio. Poi una sottile linea di confine e inizia la scena, sempre uguale, di distese altrettanto vaste di terreni rasi al suolo dalle fiamme o coperti da file di tronchi abbattuti dal lavoro sistematico dei bulldozer. Terreni che prima ospitavano la foresta del Chaco, il più grande ecosistema “nativo” del Sud America dopo l’Amazzonia, che giorno dopo giorno lascia spazio a nuove coltivazioni di soia e cereali.

Video qui LINK

La frontiera della deforestazione

Le immagini sono state realizzate tra agosto e settembre 2017 dalla Ong statunitense Mighty Earth in un tratto lungo 4200 km del Gran Chaco, tra Argentina e Paraguay. Un lavoro durato settimane, per raccontare attraverso l’occhio di un drone e una serie di indagini sul campo quello che sta succedendo nella zona dove la deforestazione (legale e illegale) avanza con i ritmi più rapidi al mondo.
L’ecosistema del Chaco ricopre un’area di 110 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. Si stima che tra il 12 e il 15 per cento del Chaco sia già stato “convertito” in uso agricolo. Tra il 2000 e il 2012 è stata deforestata un’area di circa 8 milioni di ettari. Negli anni successivi il ritmo è aumentato come “effetto indiretto” delle normative contro la deforestazione legata alla soia in altre zone del Sud America, come l’Amazzonia.

Carenza normativa

«In Argentina e in Paraguay esistono sistemi di tutela ambientale simili, che sono ancora più deboli di quello del Brasile. In generale c’è una situazione di mancanza di norme», ci racconta Anahita Yousefi, responsabile delle campagne di Mighty Earth. «In questi due Paesi in sostanza c’è solo Greenpeace Argentina come soggetto che si occupa di monitorare l’avanzata della deforestazione, contrastando il taglio illegale».
Secondo i dati raccolti dall’associazione, la «carenza normativa» ha già permesso la perdita di oltre il 22 per cento della superficie di foreste dell’Argentina, convertite per lo più in coltivazioni di soia. La zona più colpita è il nord del Paese, nell’area del Gran Chaco, ovvero nelle province di Santiago del Estero, Salta, Formosa e Chaco, «dove si concentra l’80 per cento della deforestazione».
Anche in Paraguay il Chaco è il principale fronte di deforestazione da quando nel 2004 una normativa ha imposto la «deforestazione zero» dall’altra parte del Paese, nelle aree atlantiche già quasi totalmente convertite in terreni agricoli, spostando di fatto l’avanzata delle coltivazioni. «Nel Chaco argentino il principale motivo della deforestazione è la soia», afferma Yousefi. «Nell’area del Chaco in Paraguay invece il primo motivo di deforestazione è l’allevamento bovino (ne avevamo parlato in un precedente servizio, ndr), poi c’è la soia».

La questione chimica

Insieme alle immagini della deforestazione, Mighty Earth ha approfondito anche l’impennata dell’utilizzo della chimica nel Chaco, dovuto alle sfavorevoli condizioni di coltivazione in quest’area del pianeta. «Il clima rigido del Chaco non è naturalmente adatto alle grandi monocolture», si legge nel rapporto della Ong. «Di conseguenza, la soia coltivata qui è geneticamente modificata e richiede grandi quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi, come l’erbicida glifosato».
Ad oggi in Argentina sono ammesse 46 colture Ogm, la maggior parte soia e mais. Il team investigativo di Mighty Earth ha raccolto sul campo diverse storie in cui le fumigazioni dei campi, fatte con gli aerei sulle grandi monoculture di soia, sono le principali indiziate dei problemi di salute anche gravi alle popolazioni delle città e dei villaggi della regione, adiacenti ai campi. «Sono venuti qui nel Chaco e in tutta l’Argentina per crearci problemi di salute con la Soia», si sfoga Catalina Cendra, piccola agricoltrice di Napai, città della provincia del Chaco in Argentina. «Vengono, seminano, avvelenano, raccolgono e vanno via».

Chi vende e chi compra

Il team di ricercatori incaricato da Mighty Earth riferisce nel rapporto di aver intervistato anche diversi coltivatori delle distese di soia: «Ci hanno detto che la loro soia è venduta ai principali trader, citando specificamente Cargill e Bunge tra i maggiori acquirenti». Le due multinazionali, insieme ad altre sigle come Adm, Louis Dreyfus e Wilmar, controllano circa il 90 per cento del commercio mondiale di cereali e semi oleosi come la soia. Entrambe erano già state citate in una precedente investigazione di Mighty Earth sul Cerrado Brasiliano e l’Amazzonia in Bolivia. Quello che è certo è che la stragrande maggioranza della soia coltivata nel Chaco è destinata all’esportazione, in particolare attraverso il porto argentino di Rosario. A livello mondiale, Brasile, Argentina e Usa rappresentano insieme circa l’80 per cento della produzione mondiale di soia, mentre Europa e Cina sono i due principali importatori. Secondo i dati dell’osservatorio resourcetrade.earth nel 2016 l’Europa ha importato 46,8 milioni di tonnellate di soia, di cui 27,8 dall’America Latina. L’Italia ha un ruolo tutt’altro che secondario nelle importazioni di soia sudamericana. Secondo lo stesso osservatorio, nel 2016 ha importato -nell’ordine- 1,5 milioni di tonnellate dall’Argentina (terzo importatore UE), 653 mila tonnellate dal Brasile (sesto importatore UE), 530 mila dal Paraguay (secondo importatore UE).

L’industria dei mangimi

Almeno l’85 per cento della soia importata in Italia è utilizzata per la produzione di mangimi, destinati agli allevamenti. La stessa Mighty Earth mette in correlazione la soia importata con l’aumento del consumo di carne in Europa: secondo i dati Ocse, nel 2016 ogni cittadino europeo ha consumato in media 32 kg di suino, 24 kg di pollo, 11 kg di carne bovina, 2 chili di ovini e caprini.

Il collegamento tra deforestazione, soia, carne e derivati è un tema centrale in ottica di sostenibilità alimentare. L’aumento di nuovi terreni coltivati a soia e cereali è trainato prevalentemente dalla domanda dell’industria mangimistica, che deve far fronte all’aumento del consumo globale di carne. Una domanda che che a sua volta va di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale, che dovrebbe superare i 9,7 miliardi nel 2050.

Secondo i dati Faostat, produciamo già calorie alimentari per circa 16 miliardi di persone, ma gran parte della produzione di cereali e semi oleosi è destinata ai circa 70 miliardi di animali da produzione allevati ogni anno. Con questo ritmo, si stima che nel 2050 un quinto delle foreste residue sul pianeta dovrà essere convertito in terreno agricolo per la produzione di soia e cereali.

Quando le donne sono al potere possono fare la differenza

segnalato da Barbara G.

internazionale.it, 22/11/2017

“La prima volta che ho annunciato che mi sarei candidata per il parlamento si sono messi a ridere. Poi ci ho riprovato e alla fine ce l’ho fatta”, dice Peris Tobiko, la prima donna masai diventata parlamentare in Kenya.

Quando le donne sono al potere, a livello locale o nazionale, possono fare la differenza, soprattutto su temi come la parità e la violenza di genere. Ma la loro presenza in politica è ancora insufficiente.

Secondo i dati raccolti dall’Unione interparlamentare (Ipu) in 193 parlamenti di tutto il mondo, le donne siedono solo sul 23 per cento dei seggi. Appena un ministro su cinque è donna. Nel 2017 il numero delle donne capo di stato o di governo nel mondo è sceso da 17 a 15.

Il paese con maggiore presenza femminile in parlamento è il Ruanda, dove il 61 per cento dei seggi è occupato da donne. A seguire la Bolivia con il 53 per cento di parlamentari donne e Cuba con il 49 per cento.

I leader del mondo si sono impegnati a raggiungere l’equilibrio di genere nella rappresentanza politica entro il 2030, ma si teme che i progressi fatti in questa direzione siano troppo lenti per raggiungere l’obiettivo.

Il video della Thomson Reuters Foundation.

Questo progetto è stato cofinanziato dall’European journalism centre, tramite il programma Innovation in development reporting grant.