Mese: dicembre 2015

Odio il Capodanno

Antonio Gramsci – Avanti!, edizione torinese, rubrica Sotto la Mole, 01/01/1916

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Aboliamo il Ministero dell’Ambiente

segnalato da Barbara G.

Da ambientalisti chiediamo a Renzi di abolire il Ministero dell’Ambiente

di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante (Green Italia) – huffingtonpost.it, 29/12/2015

Tra le pochissime certezze di questa fine 2015 all’insegna dell’emergenza smog, una si staglia su tutte: il Ministero dell’ambiente non serve a nulla. È stato creato negli anni ’80 per dare spazio e peso “di governo” alle politiche ambientali. Ha vissuto stagioni felici e altre totalmente da dimenticare. Oggi, e da almeno un decennio, è peggio che inutile: è dannoso, limita la possibilità di costruire per l’Italia un futuro prossimo e meno prossimo in cui l’ambiente diventi sinonimo di benessere, di vero sviluppo.

Le ragioni di questa evidente deriva sono varie. Certo ha contato la personalità non brillantissima di quasi tutti gli ultimi ministri: inutile fare nomi, la verità come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera è che da tempo quello dell’ambiente è considerato “un ministero di serie B. Un contentino da dare ai partiti minori” o a esponenti politici di seconda e terza fila generalmente del tutto digiuni della materia. Questa però è solo una delle ragioni, e non è nemmeno la principale. Soprattutto, il Ministero dell’ambiente sempre di più rappresenta un alibi, un diversivo rispetto a politiche generali che dell’ambiente semplicemente se ne infischiano.

Non che in Italia anche negli ultimi dieci o quindici anni non siano state fatte scelte politiche ambientalmente molto utili. Ma nessuna di queste – ripetiamo: nessuna – è arrivata per merito del ministro dell’ambiente pro-tempore. Alcune le ha decise in autonomia il Parlamento: così la recente legge sugli ecoreati o la sostituzione dei vecchi sacchetti di plastica con quelli nuovi biodegradabili. Altre – il no al nucleare, l’obbligo di gestione pubblica delle acque – le hanno imposte i cittadini a colpi di referendum. Altre ancora sono nate ai tempi dell’ultimo governo dell’Ulivo: è stato così sia per gli incentivi alle rinnovabili che hanno consentito all’Italia di mettersi all’avanguardia nel settore (primato oggi a rischio per le misure anti-rinnovabili varate dagli ultimi quattro governi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), sia per l’ecobonus fiscale che ha permesso a milioni di famiglie di migliorare il rendimento energetico delle loro case con grande vantaggio per loro stesse e per la collettività.

Insomma, se il Ministero dell’ambiente non ci fosse, per l’ambiente non sarebbe un problema. Diciamo di più: oggi le politiche ambientali veramente incisive passano per le competenze di altri ministeri: sono le politiche per l’innovazione energetica e la “green economy”, disgraziatamente nelle mani di Federica Guidi che è quanto di più lontano da un’idea anche vagamente ecologica dello sviluppo. E sono le politiche per le infrastrutture e per le città. Qui si ritorna allo smog che complice un inverno senza pioggia né vento assedia da giorni le nostre città. In un efficace decalogo pubblicato sul Sole 24 Ore, Giorgio Santilli fa l’elenco delle misure necessarie “per città pulite”: piano nazionale per potenziare il trasporto pubblico locale e il trasporto su ferro delle merci, incentivi a tutte le forme di mobilità urbana alternativa dalle corsie preferenziali alla bicicletta, misure per estendere ai grandi condomini l’ecobonus sulle ristrutturazioni energetiche in edilizia, una vera riforma urbanistica che favorisca la rigenerazione urbana e scoraggi il consumo i suolo… Bene: nessuno di questi provvedimenti riguarda il Ministero dell’ambiente, mentre quasi tutti investono le competenze di un ministero che non c’è, che si occupi a tempo pieno delle città.

Che l’Italia, paese delle cento città, non abbia da oltre vent’anni un ministero delle città è un incredibile paradosso, figlio sia di una caricatura di federalismo che di quella radicale mancanza di visione dell’interesse generale segno distintivo delle nostre classi dirigenti. Renzi vuole comportarsi da quel “grande modernizzatore” che dice tutti i giorni di essere? Cancelli il ministero dell’ambiente e affidi a uno bravo, non uno preso a caso, un ministero delle città. L’ambiente sentitamente ringrazierebbe.

I doni e i pacchi della manovra di Renzi

segnalato da Barbara G.

Dalla tassa tolta a chi possiede uno yacht, agli ottanta euro per i militari. I soldi ai diciottenni e gli incentivi per cambiare il camper. Mentre il premier lancia il “risparmiometro”, ecco cosa ci regala la stabilità.

Pausa. Venti giorni di riposo per i parlamentari. Ai deputati servono per riprendersi soprattutto dalla maratona notturna fatta per passare in tempo la manovra e il bilancio dello Stato al Senato, che ha così potuto approvare il testo prima della scadenza. La legge di Stabilità è stata così varata e sotto l’albero arrivano diverse novità. Ma sono doni o “pacchi”?

Quello che è certo è che Matteo Renzi è uno che quando fa i regali se ne vanta. Ma trattandosi del presidente del Consiglio e della manovra finanziaria (seguita dal milleproroghe), non siamo nel campo della maleducazione. È legittima propaganda. Alla Renzi, ovviamente, con tanto di “risparmiometro” sul sito del Pd, curato dai senatori: «Calcola il tuo risparmio del 2016 grazie alle azioni del governo Renzi», è l’invito. Poi le domande, ognuna pronta a colpire il diretto interessato, ognuna utile ad annunciare un regalino: «Quanto hai pagato di Imu nel 2015?». «Hai la tv?». «Hai un professore in famiglia?». «Hai qualcuno che diventerà maggiorenne nel 2016?». «E un militare?»

Diciottenni e militari, sì. Partiamo da qui. I primi due doni che Renzi cita sempre, e che assicura saranno tali, sono gli 80 euro estesi in busta paga a militari e forze dell’ordine (e ai lavoratori delle Capitanerie, grazie ad apposito emendamento dell’aula), e poi i 500 euro per i giovani, in una card, da spendere in cultura. Le due misure valgono 300 milioni la prima, e 250 milioni la seconda. C’è chi dice che siano regali inutili, ovviamente. Per gli ottanta euro valgono gli argomenti usati per la precedente e generalizzata operazione; «Dare un bonus di 500 euro ai giovani, dando solo indicazioni molto vaghe su come questi possono essere spesi, non è cultura: i giovani hanno bisogno di fondi strutturali per poter usufruire di servizi, non di regali una tantum», è la posizione dell’Unione degli studenti sui consumi culturali. In molti poi hanno notato come l’operazione escluda i ragazzi extracomunitari, neodiciottenni, anche se regolarmente residenti in Italia: «È mancato il coraggio», ha detto anche il Pd Francesco Boccia, pensando al casino che avrebbe fatto la Lega. Renzi comunque scommette che saranno pensieri graditi.

Per le forze dell’ordine ci sono poi anche 35 milioni di euro per le assunzioni. Questo è però quello che potremmo definire un regalo anticipato, come quando si chiede ai genitori di sommare compleanno, Natale e onomastico per qualcosa di caro: i soldi servono infatti ad anticipare al prossimo anno le assunzioni già programmate nel 2017.

Continuando nella metafora natalizia, altro dono rivendicato dal premier è l’abolizione delle tasse sulla prima casa, tema a cui sono dedicate ben tre domande del “risparmiometro”.

Dopo il lungo dibattito (con, nel Pd, la minoranza intenta a ricordare al premier che la posizione del partito è sempre stata quella di una progressività e non dell’abolizione indifferenziata) sono esclusi i castelli, fortunatamente, perché in quel caso sì che sarebbe stato un pacco. Una modifica fatta a Montecitorio ha poi stabilito che anche le seconde case, se nella stessa città e date in comodato d’uso ai figli, pagheranno il 50 per cento di Imu e Tasi. Anche questo ve lo ricorda il “risparmiometro”.

I comuni, dice poi Renzi, non potranno compensare il minor gettito con nuove tasse. Ma in passato, bisogna notare, è il dono si è trasformato quasi subito in pacco. Scendendo più nelle minute, altro dono che fa la finanziaria del governo è certamente quello alle Scuole Paritarie. Dono o pacco, in questo caso, è questione di sensibilità. Sarà perché fanno anche il presepe e non solo l’albero, ma alle scuole private sono arrivati tre milioni di euro in più sul fondo annuale, ovviamente già confermato nella prima bozza. L’emendamento che ha previsto l’aumento porta la firma di Maurizio Lupi.

In più si segnala una piccola modifica che fa arrivare un milione di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, alle scuole italiane non statali paritarie all’estero. Sotto l’albero delle scuole, pubbliche o private, manca però un altro regalo: il contestato “school bonus”, il credito di imposta per le erogazioni liberali fatte al singolo istituto, è stato posticipato di un anno.

Tra le cose aggiunte all’ultimo un dono è il milione l’anno in più, nel 2016, 2017 e 2018, che potrà spendere per le sue ricerche sul cervello la Fondazione Ebri-Rita Levi Montalcini. Saranno poi contenti all’Istituto nazionale di genetica molecolare, anche per loro c’è un milione anche se solo per il 2016. Di piccoli inserimenti così, dell’ultimo minuto, è piena la manovra. Un dono è certamente il bonus bebè di berlusconiana memoria. Il “risparmiometro”, furbissimo, vi chiede anche di comunicare in che mese dovrebbe nascere il pargolo, così da calcolarvi la busta: se avete un Isee inferiore ai 25mila euro, anche qui la cifra magica è 80 euro al mese. L’operazione costa 607 milioni.

Pacco è il limite per i pagamenti in contanti che sale a tremila euro: ma anche in questo caso per qualcuno sarà un dono e speriamo non siano però in tanti, viste le preoccupazioni di molti. La differenza tra dono e pacco, è spesso sottile. Un pacco è forse il canone Rai, almeno per chi non lo pagava. Finisce in bolletta, il contributo al servizio pubblico, ma scende da 113 a 100 euro ed è per questo che Renzi lo rivendica. Saranno dieci piccole rate mensili, e l’extra gettito servirà per aumentare la soglia di esenzione per gli ultra 75. Il giudizio va dato però considerando anche l’approvazione definitiva della riforma della Rai che dà molti più poteri al governo, con l’introduzione della figura dell’Amministratore delegato. Un pacco è sicuramente quello che è un dono per i possessori di imbarcazioni oltre i 14 metri. Sparisce infatti la tassa sugli “Yacht” voluta da Mario Monti. «È la riprova del proficuo confronto della nostra associazione con il governo», ha esultato il capo di confindustria nautica.

Altro pacco è il congedo parentale per i papà, finanziato e allungato: si passa dalla beffa del singolo giorno previsto da ministro Fornero a ben due giorni. Contenti?Mezzo pacco è il fondo per le rottamazioni. In parte perché non si capisce mai se il favore è più per chi deve acquistare l’auto o – combinato ai molti blocchi del traffico – alle case automobilistiche che devono piazzare modelli nuovi. In parte però perché il fondo è proprio esiguo: si prevedono, infatti, incentivi fino a un massimo di 8mila euro per chi rottama veicoli da euro 0 a euro 2 e passa almeno a un euro 5. Ma sul 2016 ci sono solo 5 milioni di euro e, pure limitando la platea ai soli camper, i fortunati (con il tetto a 8mila euro) non saranno che un migliaio. Che comunque, notano nel settore, è un quarto delle immatricolazioni annue.

La finanziaria è piena poi di piccoli e mirati doni. Uno, ad esempio, è quello per Matera. Sotto l’albero ci sono un po’ di risorse per il restauro dei Sassi, altri 20 milioni a quella che sarà la città europea della cultura 2019. La bolognese Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIIIcome nota Magister – l’istituto fondato da don Giuseppe Dossetti e da Giuseppe Alberigo, oggi diretto dallo storico della Chiesa Alberto Melloni, “consigliere” dell’attuale ministro dell’istruzione Stefania Giannini, per le “problematiche storiche, politiche e culturali”, sotto l’albero troverà 3 milioni di euro annui destinati a “infrastrutture di ricerca delle scienze religiose”.

Altro? Con poche righe introdotte alla Camera, i comuni di Barletta, Bisceglie, Margherita di Savoia e Trani sono stati autorizzati a spendere 5 milioni di euro ciascuno in più (nel patto di stabilità) negli anni 2016, 2017, 2018. L’obiettivo sembrerebbe nobile: la riqualificazione e rigenerazione delle coste. Gli studenti dei Conservatori potranno poi usufruire di un bonus una tantum da mille euro per l’acquisto di strumenti musicali. Gli sgravi fiscali sulle nuove assunzioni, infine, ci saranno anche nel 2016, ma più bassi. Se infatti fino al 31 dicembre se l’azienda vi tira fuori dalla disoccupazione con un contratto a tempo indeterminato (o meglio con un contratto a tutele crescenti) lo sconto arrivava a 8.060 euro l’anno per tre anni, nel 2016 lo sconto sarà al massimo di 3250 euro all’anno e per due. Che il regalo sia più alle imprese o ai lavoratori (che hanno perso l’articolo 18, e vedono ora monetizzabile il licenziamento) sta a voi deciderlo.

Tv di Governo

segnalato da transiberiana9

Riforma Rai, Mentana: “Così la tv di Stato ritorna a dipendere dall’esecutivo”

di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it, 23/12/2015

Il direttore del Tg La7 all’attacco: “Ora è come se l’ad fosse Palazzo Chigi”. E ancora: “La questione principale è che non si può permettere che la tv pubblica sia l’ultimo brandello della comunicazione governata dalla politica”

“Con questa riforma torniamo a prima del 1975, a una Rai che dipende dall’esecutivo. La fonte di legittimazione del Cda è la commissione di Vigilanza, ma soprattutto l’amministratore delegato con pieni poteri è Palazzo Chigi“. Il direttore del Tg La7Enrico Mentana, non usa sfumature. “Non si può dire ‘fuori i partiti da viale Mazzini’ e poi approvare una legge del genere”.

Se l’avesse fatta Berlusconi una riforma del genere cosa sarebbe accaduto?
Sarebbe pure peggio, perché Berlusconi possiede già tre reti televisive. Ma guardi, qui il problema è di sistema.

Spieghi.
Il nodo non è tanto Matteo Renzi, perché lui è un premier pro tempore. Il tema vero è che questa riforma schiaccia ancora di più l’emittente pubblica sotto il peso del potere politico, legandola al governo. E la dipendenza è rafforzata anche dal canone che verrà rastrellato inserendolo in bolletta. Una misura che crea una chiara distorsione nel mercato.

È una norma anti evasione.
E questo è assolutamente positivo. Ma se è vero che il canone in bolletta frutterà a Viale Mazzini 420 milioni in più, che effetti ci saranno sulla concorrenza con le aziende private? Per di più, in una fase in cui c’è un incredibile calo degli introiti pubblicitari, per tutti.

La Rai diventerà invincibile?
Di certo avrà una forza enorme.

Come si poteva, o si potrebbe rimediare?
Fissando un tetto per la Rai. Così com’è, questa misura è lesiva della concorrenza.

Rimane il fatto che unad scelto da Renzi, presente anche alla Leopolda, avrà un potere enorme. E tra sei mesi ci sono le Comunali.
Io non ho mai creduto che le tv decidano l’esito delle urne. In questi anni lo schieramento politico che controllava la Rai ha regolarmente perso le elezioni. E anche la Dc che governava a Viale Mazzini perse il referendum sul divorzio.

E allora la questione principale…
La questione principale è che non si può permettere che la tv pubblica sia l’ultimo brandello della comunicazione governata dalla politica.

Una legge così sembra la sconfessione perfetta del Renzi rottamatore.
Ma no, su questo il premier ha una sua coerenza, che non mi piace ma che pure riconosco. Ha sempre detto che la politica non si deve far sostituire da altro, e che si deve riappropriare di tutti gli spazi. Il problema è Renzi che vede questi spazi anche dove non dovrebbero esserci. D’altronde il crinale è stato superato la scorsa estate, con la nomina del Cda.

Ossia?
In quell’occasione tutti i partiti hanno accettato una logica lottizzatoria.

Tutti?
Spiace dirlo, ma sì, tutti quanti. Anche i Cinque Stelle. E fu l’antipasto di quello che è accaduto oggi. Se tutti assieme hanno varato il Parlamento della Rai, è logico che l’esecutivo decida per una Rai legata all’esecutivo.

Tra pochi giorni verranno nominati i nuovi direttori delle testate Rai. Sarà lottizzazione selvaggia?
Di certo per l’ad sarà molto più difficile, perché ora la politica è seduta in Rai: tutta.

 

Scrooge-Bertone e lo spirito del Natale

Vaticano: a proposito della finta donazione del cardinal Bertone

di Paolo Farinella, prete – ilfattoquotidiano, 20 dicembre 2015

Sig. cardinale Tarcisio Pietro Evasio Bertone,

che lei sia inadeguato ai ruoli e compiti che ha svolto è davanti agli occhi di tutti: a Genova dove non lasciò alcuna traccia significativa, ma scelse come plenipotenziario del Galliera, il prof. Giuseppe Profiti, al centro di ogni ben di Dio; da segretario di Stato dove ha distrutto la credibilità della Chiesa universale con la sua incapacità di governo, privo di qualsiasi discernimento, ma dedito a costruire una rete di fedelissimi per perpetuare il suo potere anche da pensionato e da morto; infine da cardinale in pensione con il miserevole attico di 296 mq dove vive con tre suore e magari si rilassa, giocando a golf negli appropriati corridoi.

Leggo sui giornali che lei ha deciso «ex abundantia cordis» di donare all’ospedale Bambin Gesù un contributo di 150mila euro, attinti come da lei dichiarato, dai «miei risparmi e dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative». Mi faccia capire perché c’è qualcosa che non quadra. Non sto a questionare sul fatto che la ristrutturazione è costata € 300mila, di cui 200mila pagati dalla fondazione Bambin Gesù. Mi lascia esterrefatto la notizia che lei ha preso questi soldi «dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative», cioè non per lei, ma perché lei li desse per gli scopi per cui li ha ricevuti o, genericamente, per opere di carità. Invece lei dice che attinge da questi «vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni» per pagare il suo appartamento. Non solo, ma lei parla di «vari anni», lasciando intendere un solo senso: lei ha trattenuto per anni contributi ricevuti per beneficenza. Mi perdoni, quando pensava di darli in beneficenza, alla sua morte per testamento?

Il buco che lei vuol coprire risulta più grande della toppa che cerca disperatamente di metterci su senza riuscirci perché la sua maldestra difesa aggrava ancora di più la sua posizione che l’espone, per le sue stesse parole, al ludibrio della gente perbene che vede nei suoi comportamenti una miserabile attitudine alla superficialità che è colpa ancora più grande della delinquenza di persone come lei che dicono di volere rappresentare quel Dio che accusa chi veste di porpora di essere soci della casta del potere. Non solo lei ha trattenuto nel suo conto personale denari ricevuti per beneficenza, ma li ha anche trattenuti per «vari anni», lucrando magari sugli interessi che dalle parti dello Ior, gestito da suoi uomini e da lei stesso, potrebbero essere stati più che generosi.

Lei ha rubato due volte ai poveri: la prima volta trattenendo questi denari non suoi e la seconda volta facendosi bello con l’ospedale «Bambin Gesù» dando soldi non suoi, ma quelli della beneficenza che non ha donato negli anni passati. In ultima analisi, poiché è il totale che fa la somma (copyright Totò), lei non sborsa nulla di tasca sua, ma paga tutto sempre con denaro di beneficenza. Complimenti, esimio cardinale!

La rovina dei preti sono sempre i soldi. Per questo sproloquiate di celibato perché così siete più liberi di amare «mammona iniquitatis», fornicando giorno e notte senza essere visti da alcuno. Se il tempo che dedicate a difendere il celibato dei preti, che solo pochi rispettano (e lei lo sa perfettamente!) o a condannare i gay laici – visto che preti, vescovi, monsignori e cardinali lo sono ad abundantiam – o a sproloquiare di separati e divorziati, di cui non sapete nulla, lo dedicaste a proibire ai preti di gestire denaro, fareste una cosa preziosa per il mondo e per la Chiesa. Sicuramente due terzi del clero lascerebbe la Chiesa, ma con il terzo che resta e con l’aiuto dei preti ridotti allo stato laicale perché sposati, ripresi in servizio, saremmo capaci di rivoluzionare il mondo, oltre che il Vaticano, covo di malaffare e di depravazione senza misura.

Tanti anni fa, quando era potente, io la ripudiai pubblicamente insieme al suo amico e sodale Berlusconi, da cui lei – o lui da lei? – «prese lo bello stile che le ha fatto (dis)onore» e oggi sono contento di avere visto lungo e giusto. Lei mente dicendo di essere salesiano; se lo fosse veramente, avrebbe agito come il cardinale Carlo Maria Martini, il quale, date le dimissioni, si è ritirato in una casa di gesuiti abitando in una stanza 6×4 con letto, tavolo, armadio, servizi e un assistente personale perché malato, partecipando alla vita comunitaria da cui proveniva. Scegliendo di accorpare due appartamenti con i soldi della beneficenza, lei ha dimostrato non solo di non credere in Dio, ma di dare un pugno nello stomaco a Papa Francesco che sta provando a dire ai cardinali, ai vescovi e ai preti che c’è anche un piccolo libretto che si chiama Vangelo. A lei, di sicuro non interessa, perché come i fatti dimostrano, lei legge solo «Gli Attici degli Apostoli».

Con profonda disistima perché la conosco dai tempi di Genova, senza rimpianti.

 

Banche, Boschi e burattini

segnalato da Barbara G.

Il “meta-Potere”: Banche, Boschi, Burattini

di Paolo Ercolani – ilmanifesto.info, 15/12/2015

Le analisi sul potere sono antiche quasi quanto l’umanità. Anche se non quanto il Potere stesso, fenomeno originario, atavico, vero e proprio burattinaio della dimensione pubblica come di quella privata.

Il fatto è che spesso ci si è concentrati sulle dinamiche teoriche del Potere, sui fondamenti che lo identificano: il governo dei pochi (oligarchia), di uno solo (monarchia), del popolo (democrazia).

Oppure su quelle pratiche, sulle modalità con cui esso arriva a costituirsi: libere elezioni, colpo di stato, guerra, diritto di nascita o di appartenenza castale.

Più rare, ma anche rarefatte e pallide, le analisi sul Potere che si è costituito. Quello che c’è già e sta operando.

IL POTERE CHE C’E’

Specie da quando, in epoca di democrazia, la legittimità di chi governa non può essere messa in dubbio, così che il periodo in cui gli è dato di governare in seguito a libere elezioni finisce con l’assumere i contorni di un parco protetto, in cui chi vi si trova dentro non è esposto ai colpi e neppure alle regole che invece riguardano «gli altri», i governati.

Accettare le regole democratiche significa anche questo: libera critica nei confronti di chi governa, ma riconoscimento della sua piena legittimità a governare fino alla scadenza del suo mandato, o fino a che il parlamento non gli revochi la fiducia (volendo escludere ipotesi più rare e gravi).

Il guaio è che nella nostra epoca, almeno a partire dal 1989, questa dinamica che abbiamo riassunto riguarda sì il Potere, ma non quello che governa effettivamente.

I governi delle nazioni, oggigiorno, esercitano certamente un potere, conservano la facoltà di operare delle scelte, ma il tutto deve avvenire all’interno del perimetro e dei dogmi rigidamente definiti dal «sistema tecno-finanziario». Il vero Potere.

Questi dogmi sono riassumibili utilizzando una formula del genere, che poi si declina nei vari ambiti e contesti sociali, lavorativi, culturali: il profitto continuo e il progresso infinito rappresentano lo scopo supremo rispetto al quale gli uomini, ovviamente per il loro bene, devono essere sottomessi e subordinati.

Dai misteri del potere (arcana imperii) di cui si parlava fin dall’antichità siamo passati, in maniera evidente e oscura al tempo stesso, al «potere del mistero», o meglio a un Potere oscuro e nascosto che tutto vede senza poter essere individuato e compreso a sua volta.

Un Potere che diffonde il Verbo della finanza e utilizza gli strumenti potentissimi delle nuove tecnologie mediatiche.

IL META-POTERE

I governanti hanno sempre fatto in modo di nascondersi agli occhi dei governati, tenendoli però sotto controllo fino al punto di rendere quanto più possibile ininfluente la loro opinione pubblica.

Ma mai come oggi ciò si rivela fattibile e pervasivo a un tale grado. Perché la sensazione è quella di avere a che fare con un «meta-Potere», con un Potere dei poteri che risulta ancora più potente in quanto non è scalfibile, non è direttamente responsabile di nulla, non è eletto né quindi deponibile in seguito a una consultazione popolare.

Potremmo quasi parlare di un Potere che non è, ma che in realtà riesce a operare e ad agire con una forza e pervasività mai visti prima.

Interfacciarsi con un genere tale di Potere è quanto mai ostico e pericoloso anche per i nostri governanti. Che laddove decidono di attuare dei programmi in parziale contrasto con i dogmi del sistema tecno-finanziario, bene che vada si scoprono più o meno impotenti (Barack Obama, Matteo Renzi, lo stesso Papa Francesco), male che vada vengono pubblicamente umiliati e costretti a un ripiego indecoroso (Tsipras).

Il sistema tecno-finanziario assume allora i contorni di un Potere divino, supremo, inarrivabile ma onnipotente, i cui apostoli e sacerdoti sono innanzitutto le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale, Ocsce), veri e propri maître-à-penser delle politiche governative, ma anche le banche, braccio operativo efficacissimo che, non a caso, i governi nazionali sono chiamati a salvare e sostenere con ingenti somme di denaro pubblico, mentre lo stato sociale, i servizi pubblici, la giustizia sociale e la qualità della vita dei cittadini vengono lasciati indegnamente allo sbando.

AL DI LA’ DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA

Fare i conti con questo tipo di «meta-Potere» non è facile per nessuno, perché abitando esso le terre misteriose e inesplorabili della «meta-politica», non è identificabile né configurabile: esso è ben oltre la destra o la sinistra, ben oltre le identità e le logiche di una politica che ormai esso è riuscito a sottomettere e a ridurre al ruolo di notaio servizievole dei propri diktat.

In questo senso si rivela ingenua o ipocrita l’affermazione di chi sposta le colpe dei malgoverni sulla politica corrotta, incapace, inadeguata. E non perché essa in buona parte non lo sia, ma perché essa lo è con il benestare e anzi perfino con la benedizione del meta potere tecno-finanziario.

Che se non volesse servirsi proprio di questo tipo di politica se ne libererebbe immediatamente, spazzandola via con un battito di ciglia.

Ad esso servono cittadini quanto più possibile ignoranti e indifferenti, disposti a sottomettersi alla sua logica dominante pur di potersi concedere la «vacanza» di un centro commerciale; nonché politici altrettanto ignoranti e incapaci, magari corrotti o corruttibili (perché ricattabili), oppure velleitari, cioè depositari di un progetto di costante rinascita di qualcosa di vecchio e irrealizzabile e, quindi, tremendamente funzionale a un Potere che desidera presentarsi anche con il vestito buono della democrazia.

Il Potere di cui sto parlando spazza via soltanto coloro che gli si presentano come realisticamente pericolosi. Tutti gli altri li lascia sopravvivere pacificamente, o persino li inonda di una ribalta luminosa e passeggera, buona per confondere gli occhi e le menti.

Un Potere del genere risulta ad oggi invincibile perché in grado di selezionare i suoi (finti) avversari a monte: nessuno può arrivare a ricoprire ruoli influenti in quasi nessun ganglo vitale della società se prima non ha dichiarato e certificato la propria sottomissione, e fede assoluta, rispetto ai dogmi e comandamenti del sistema tecno-finanziario, nonché ai suoi apostoli e sacerdoti che fanno capo alle grandi istituzioni internazionali (non elette da nessuno) e al sistema delle banche.

GIOVANI RAMPANTI A PIENO SERVIZIO

Il caso della ministra Boschi, ma soprattutto dell’intreccio fra banche e governo complice e compiacente, sembra rientrare in questo contesto (alla faccia dell’ormai dimenticato conflitto di interessi di Berlusconi), ma in generale un po’ tutta la fauna dei giovani renziani sembra suggerire il prototipo del giovane rampante, politicamente poco preparato, culturalmente non pervenuto, ma strategicamente assai abile ad attirare il consenso popolare pur facendo gli interessi dei soli poteri forti.

Ho parlato di un «meta-potere», quello del sistema tecno-finanziario, che si staglia oltre le logiche e le appartenenze della Destra e della Sinistra.

Ma sarebbe ingenuo pensare che esso non sia né di destra né di sinistra.

Cosicché, mentre Renzi cavalca alla grande questa dimensione ideologicamente indistinta, è bene sapere che è destinata alla sconfitta più sonora ogni Sinistra che o non si oppone realisticamente ai diktat della tecno-finanza (Renzi non ci pensa neppure lontanamente, ma lui è a sua volta «meta-politico»), oppure si rifugia in propositi arcaici e velleitari di ricostituzione di un passato che serve soltanto alla serena perpetuazione del presente.

Il caso francese insegna: a vincere è la Destra moderata, con sempre pronto in canna lo spauracchio di una Destra estremista abile a cavalcare i fragori del populismo, con annessi i «valori» di riserva del razzismo, del nazionalismo e in generale della «difesa» contro gli stranieri sporchi e cattivi. Populismo che naturalmente attecchisce ogniqualvolta si distrugge o smantella il sistema sociale (stiamo più male tutti, scatta la guerra fra poveri), su ordine della più sostanziale ideologia liberista e con una Sinistra che non risulta più pervenuta da troppo tempo nel suo compito principale: difendere le classi sociali più svantaggiate e impedire (o contenere) l’ingiustizia sociale che vede sempre meno persone più benestanti a fronte di un numero sempre crescente di persone e famiglie in difficoltà. Questo è il contesto realistico in cui si gioca la partita. Tutto il resto è fumo negli occhi. La forza della Sinistra risiede nella sua capacità di spingere la Politica verso un realistico controllo degli eccessi dell’Economia. Di governarla e incanalarla verso l’obiettivo del benessere collettivo e della giustizia sociale. Tutti coloro che non operano in tal senso non sono Sinistra. Così come una Sinistra che abdica a questo suo compito identitario e sostanziale si condanna a non essere.

Orgasm day

di Rocco Siffredi – 22 dicembre 2015 – lettera aperta al ministro Giannini

La pornografia dovrebbe essere intrattenimento, ma in mancanza di alternative è diventata uno strumento di apprendimento, soprattutto tra i giovani. Secondo voi è normale?

Il dialogo, l’ascolto, l’apertura mentale sui temi del sesso sono in Italia ancora lontani. Il sesso è in Italia ancora tabù, mentre in molti avrebbero bisogno di parlarne, aprirsi, essere ascoltati e ricevere risposte. Tanti giovani avrebbero voglia di soddisfare le proprie curiosità ma non sanno a chi rivolgersi.

L’educazione sessuale è obbligatoria in tutti i paesi dell’Unione tranne che in Italia, Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Regno Unito.

In Italia contiamo decenni di proposte sull’educazione sessuale e nessuna legge. Non esiste una legge, dunque, nonostante ci sia richiesta di formazione.

Sono un fiero porno attore e regista, protagonista di quasi 2000 film porno girati da attore e 450 da regista e fin da giovanissimo ho voluto dedicare la mia vita al sesso.

In occasione della giornata mondiale dell’orgasmo (22 dicembre), voglio lanciare questo appello, perché il sesso è una cosa bellissima. Ci metto la faccia e l’esperienza, offro la mia completa disponibilità a visitare le scuole italiane e a farmi promotore in prima persona di questa iniziativa.

Perché proprio io? Perché faccio il mio lavoro da 30 anni e ho acquisito abbastanza esperienza per assicurare che quello che faccio io non è educazione sessuale, bensì altro, pornografia appunto.

I ragazzi hanno il diritto di aprirsi, fare domande, avere risposte, ricevere una formazione su una delle cose più belle e importanti nella vita.

Cosa stiamo ancora aspettando? Educazione sessuale nelle scuole! #cipensarocco #Cometogether 

fonte: https://www.change.org/p/educazione-sessuale-nelle-scuole-ci-metto-la-faccia-e-l-esperienza-cipensarocco-cometogether-stegiannini?utm_source=action_alert&utm_medium=email&utm_campaign=476674&alert_id=LNYxwzfToi_NzxOcw9355M%2F0e380eNPs4Mxfob0xnb8lxnrrPbmjdRNld5af9vNG0H2UYjyrCWT

I grandi affari sotto il pelo dell’acqua

di Roberto Lessio e Marco Omizzolo – 26 ottobre 2015 – il manifesto

Tra le grandi con­trad­di­zioni che Ale­xis Tsi­pras dovrà scio­gliere ce n’è una che atte­sta tutta l’ipocrisia del capi­ta­li­smo e che riguarda anche il nostro paese. In breve: con gli accordi per il sal­va­tag­gio mone­ta­rio fir­mati dal governo e rati­fi­cati dal Par­la­mento quest’estate, la Gre­cia si è impe­gnata a soste­nere un pro­gramma di pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi idrici, par­tendo dalle città di Salo­nicco e Atene. La con­trad­di­zione sta nel fatto che nelle capi­tali dei due paesi con­si­de­rati lea­der dell’Ue, Fran­cia e Ger­ma­nia, i cit­ta­dini hanno già can­cel­lato le rela­tive pri­va­tiz­za­zioni dell’acqua con il loro voto. A Parigi la gestione era stata affi­data alle due mul­ti­na­zio­nali fran­cesi Veo­lia e GdF-Suez (quest’ultima nata dalla fusione tra Gas de France e Suez). Si tratta delle due aziende più grandi al mondo sia nei ser­vizi idrici che nello smal­ti­mento dei rifiuti, eppure espulse dal mer­cato per via refe­ren­da­ria. Per otte­nere la con­ferma del man­dato nelle ele­zioni del 2008 il sin­daco socia­li­sta Ber­trand Dela­noë aveva garan­tito il ritorno alla gestione inte­ra­mente pub­blica e gli elet­tori lo ave­vano pre­miato con il 70% dei voti. E infatti dal 1° gen­naio 2010 le bol­lette dell’acqua sono state abbas­sate e ci sono stati con­si­stenti risparmi di gestione. A Ber­lino invece il comune ha riscat­tato prima le quote dete­nute dalla mul­ti­na­zio­nale elet­trica tede­sca RWE per 658 milioni di euro e poi quelle di Veo­lia per 590 milioni. Anche in que­sto caso è stata rispet­tata la volontà degli elet­tori mani­fe­stata con un refe­ren­dum nel feb­braio 2011 con il quale 666mila ber­li­nesi si erano espressi per la ripub­bli­ciz­za­zione del ser­vi­zio. Altre otto città tede­sche, tra le quali Stoc­carda, hanno fatto la stessa scelta.

Ora anche in Gre­cia i cit­ta­dini dovranno ascol­tare la bella pre­dica della pri­va­tiz­za­zione. E que­sto dovrebbe acca­dere anche se già nel 2014 la Corte costi­tu­zio­nale elle­nica aveva sta­bi­lito che la ven­dita del ser­vi­zio idrico di Atene, voluta dal pre­ce­dente governo Sama­ras, è inco­sti­tu­zio­nale. La spe­ranza delle lobby dei ser­vizi idrici e delle loro appen­dici poli­ti­che è che accada qual­cosa di simile a quanto avve­nuto e sta avve­nendo nel nostro paese, mal­grado il risul­tato dei refe­ren­dum del 12 e 13 giu­gno 2011. Alcune sen­tenze della nostra Corte costi­tu­zio­nale dicono che il governo non può legi­fe­rare su norme modi­fi­cate dal voto popo­lare prima che siano pas­sati cin­que anni. La stra­te­gia adot­tata pre­vede invece di fare le stesse cose ma con pic­cole modi­fi­che. L’ultima l’ha appor­tata Renzi con la rein­tro­du­zione della pos­si­bi­lità di ven­dere ai pri­vati le quote in pos­sesso dei comuni nelle società che svol­gono i ser­vizi pub­blici: il mal­loppo così otte­nuto resterà fuori dal patto di stabilità.

Da tempo le due mul­ti­na­zio­nali sono pre­senti anche in Ita­lia e in qual­che caso, anche se indi­ret­ta­mente, sono socie tra loro. La giran­dola di inte­ressi che le carat­te­riz­zano è molto vicina sia al nostro governo che a quello fran­cese e tede­sco. Il gruppo GdF-Suez ad esem­pio è pre­sente in Acea Spa che, oltre alla capi­tale, gesti­sce l’acqua in cin­que dei sette ambiti ter­ri­to­riali della Toscana (inclusa Firenze), in Umbria, Fro­si­none e nel com­pren­so­rio sarnese-vesuviano in Cam­pa­nia. Acea, attra­verso Crea Gestioni Srl, è azio­ni­sta della Geal di Lucca, nel cui capi­tale sociale tro­viamo Veo­lia. Quest’altra mul­ti­na­zio­nale con­trolla la società Siba, che a sua volta è socia di GdF-Suez (attra­verso Degre­mont) nei due Con­sorzi che hanno costruito il mega depu­ra­tore di Milano: Milano Depur Scarl e Nosedo Scarl. Nel secondo con­sor­zio è azio­ni­sta anche la Lega delle Coo­pe­ra­tive, attra­verso Unieco. La Lega­coop, della quale era Pre­si­dente l’attuale mini­stro Giu­liano Poletti, è poi socia della stessa Acea negli ambiti toscani, insieme al Monte dei Paschi di Siena e al gruppo Cal­ta­gi­rone, altro grande azio­ni­sta di Acea.

Sia GdF-Suez che Veo­lia invece sono par­te­ci­pate dall’equivalente fran­cese della nostra Cassa Depo­siti e Pre­stiti: que­sta par­te­ci­pa­zione rap­pre­senta il modello finan­zia­rio che si vor­rebbe appli­care anche in Ita­lia. Il governo tede­sco è l’attuale pro­prie­ta­rio, sem­pre in via indi­retta, della Depfa Bank: banca pri­va­tiz­zata nel 1992 e tra­sfe­rita in Irlanda nel 2002 per motivi fiscali, spe­cia­liz­zata negli inve­sti­menti nel set­tore pub­blico in Gre­cia, Irlanda, Spa­gna e Ita­lia, acqui­stata dalla Hypo R.E. Bank (il secondo gruppo ban­ca­rio tede­sco negli inve­sti­menti immo­bi­liari) alla vigi­lia dello scop­pio della crisi finan­zia­ria del 2008. Que­sto gruppo poi è stato sal­vato dal governo tede­sco con 10 miliardi di euro come finan­zia­mento diretto e 142 miliardi sotto forma di garanzie.

Il motivo della nazio­na­liz­za­zione di Hypo risiede nella quan­tità enorme di titoli tos­sici che Depfa aveva nel suo bilan­cio. Pro­prio que­sta banca in Ita­lia ha finan­ziato, tra gli altri, le gestioni di Sori­cal in Cala­bria e di Acqua­la­tina nel basso Lazio. Entrambe società pubblico-private che hanno come part­ner Veo­lia, la quale, attra­verso Siba è a sua volta azio­ni­sta dell’Acquedotto Cam­pano e di Sici­lac­que. Veo­lia, in sostanza, sarà l’avversario prin­ci­pale del Pre­si­dente della Regione Sici­lia Rosa­rio Cro­cetta dopo la recente deli­bera regio­nale che vuole far tor­nare pub­blico l’intero ser­vi­zio idrico dell’isola.

Se vuole farsi un’idea di come fun­ziona l’intero mec­ca­ni­smo, Tsi­pras può fare una visita nel comune di Apri­lia. Per giu­sti­fi­carsi con la popo­la­zione rima­sta senz’acqua nelle ultime set­ti­mane, Acqua­la­tina ha dichia­rato che ciò era dovuto ai «con­sumi ano­mali» che si sta­vano veri­fi­cando in città, salvo poi sco­prire che la causa era una gigan­te­sca per­dita che per­du­rava da tempo in un quar­tiere peri­fe­rico. Dai rap­porti sulle gestioni di que­sta società si sco­pre che la per­cen­tuale di per­dite nel 2002, quando è suben­trata alle gestioni comu­nali, era del 74%: lo scorso anno le mede­sime disper­sioni sono state del 69% in tutta la rete. In com­penso ogni anno Acqua­la­tina, della quale sono pro­prie­tari al 51% i comuni pon­tini, paga fior di euro sui pro­dotti finan­ziari deri­vati sot­to­scritti con la banca nazio­na­liz­zata dal governo tedesco.

Puzzle spagnolo

di Luigi Pandolfi – Linkiesta – 20 dicembre 2015

In Spagna si è chiusa un’epoca. Con queste elezioni (ieri, n.d.r.) infatti, si è messa la parola fine al sostanziale bipartitismo che ha segnato la storia democratica del Paese. Agli amanti della numerologia, non sarà sfuggito, per di più, l’insistenza del numero 20 negli snodi più rilevanti della storia politica spagnola degli ultimi quattro decenni. Il 20 dicembre del 1973 muore in un attentato a Madrid l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, delfino di Franco, candidato alla successione del dittatore. Fu l’inizio della fine del regime, che, di fatto, avvenne il 20 novembre del 1975, giorno in cui si spense il Caudillo. Quarant’anni dopo, il 20 dicembre, la politica spagnola entra ufficialmente in una fase nuova. Simpatica curiosità.

Come per altri Paesi europei, anche in Spagna la crisi si è fatta levatrice di un nuovo quadro politico, favorendo l’affermazione di nuovi movimenti e di nuove leadership carismatiche, che, dalla crisi stessa, e dalle trasformazioni da essa indotte, hanno tratto motivazioni e spinta propulsiva.

L’affluenza alle urne è stata più alta che nel 2011, e molti di più sono stati coloro che hanno votato per posta, dall’estero (+14%), a conferma che la voglia di partecipare al cambiamento questa volta non era solo uno slogan dei partiti emergenti. Ma è la composizione del voto, i dati che sembrerebbero restituire le urne, a tracciare un quadro nuovo, obiettivamente complesso, per la politica spagnola.

A scrutinio ultimato, il Partido Popular, col 28,7%, si conferma la prima forza politica del Paese, lontanissimo però da quel robusto 44,63% che ottenne alle precedenti elezioni generali, nel 2011, il 20 novembre. Una vittoria dal sapore di sconfitta, insomma, sia per il crollo dei consensi, sia per le difficoltà che adesso si addenseranno nella ricerca di alleati per la formazione di una maggioranza di governo. Seconda forza del Paese è invece il Psoe, contrariamente a quanto sembrava emergere dai primi exit poll, con il 22%.

Successo anche per Podemos, che si attesterebbe al terzo posto (primo in Catalogna), con un soddisfacente 20,6%. Per il partito di Pabolo Iglesias si tratta di un risultato che confermerebbe la grande rimonta degli ultimi giorni di campagna elettorale, soprattutto a danno dei socialisti. La vera sorpresa, tuttavia, è il risultato di Ciudadanos, che si ferma al 13,8%, quindi ben distante dai numeri che alcuni sondaggi gli attribuivano alla vigilia del voto. Molto al di sotto del 5% Izquerda Unida, a dispetto di una ripresa che tutti i media spagnoli avevano segnalato negli ultimi giorni di campagna elettorale. Con queste percentuali, al Pp andrebbero 122 seggi, al Psoe 91, a Podemos 69, a Ciudadanos 40, soli due deputati a Izquerda Unida-Unidad Popular. Sebbene la distanza tra Psoe e Podemos non sia enorme, lo scarto in seggi tra le due forze è abbastanza marcato, perché la ripartizione degli stessi avviene su base provinciale.

Considerando che l’asticella per la maggioranza in parlamento è fissata a 176 seggi, nemmeno un’alleanza tra i popolari ed il movimento di Albert Rivera, come si ipotizzava alla vigilia, sarebbe sufficiente per dare vita ad un nuovo governo, anche perché i voti di Ciudadanos non sarebbero sommabili a quelli delle forze nazionaliste, catalane e basche, entrate in parlamento. Scenario molto incerto, quindi, che potrebbe aprirsi a soluzioni inedite, oppure ad una qualche forma di collaborazione tra forze politiche tradizionali, in nome della governabilità e della stabilità del Paese.

La prima dichiarazione ufficiale di Ciudadanos, per bocca Fernando de Pàramo, responsabile della comunicazione del movimento, è stata la seguente: «Siamo comunque felici, veniamo dal nulla, da zero, e stiamo moltiplicando i risultati delle comunali», aggiungendo «Credo che siamo stati l’unico partito che ha messo in chiaro che cosa avrebbe fatto con i voti ottenuti prima delle elezioni». Poi ha concluso:« L’unione di tutti gli spagnoli non si tocca, non è negoziabile. Vogliamo riformare la Spagna, non romperla».

Pablo Iglesias invece ha detto che «grazie al nostro brillante risultato in Catalogna e nei Paesi Baschi, siamo l’unica forza che può favorire un accordo territoriale nuovo. La Spagna ha votato per cambiare il sistema. Ora si cambi la costituzione, per ampliare i diritti sociali e fare della Spagna un Paese più giusto. Si cambi anche la legge elettorale in senso proporzionale».