Mese: marzo 2016

Focolaio belga

Segnalato da Barbara G.

Perché il Belgio è il focolaio del jihadismo europeo

Il bar Les béguines nel quartiere di Molenbeek, a Bruxelles, il 17 novembre 2015. Il locale era di proprietà di Brahim Abdeslam, uno dei responsabili degli attentati di Parigi

di Marie-Béatrice Baudet (*) – internazionale.it, 23/03/2016

Cercare di capire il motivo per cui il Belgio è oggi uno dei focolai del terrorismo in Europa significa esaminare diversi pezzi di un puzzle.

Il primo pezzo ha per simbolo la Grande moschea del parco del Cinquantenario, costruita nel cuore di Bruxelles, segno della forte influenza dell’Arabia Saudita, che l’ha finanziata alla fine degli anni sessanta, e della sua versione radicale e conservatrice dell’islam. Un terreno fertile per l’ideologia jihadista. Negli anni novanta lo sceicco francosiriano Bassam Ayachi ha tessuto una solida rete fondamentalista nel quartiere di Molenbeek-Saint-Jean, a lungo indisturbato dalle autorità federali belghe.

Questa “svolta salafita” dell’islam belga non si è limitata a Bruxelles. Ha riguardato anche altre città, come per esempio Anversa, dove è nata nel marzo del 2010 l’organizzazione Sharia4Belgium. Fouad Belkacem, il suo leader oggi in prigione, predicava all’epoca l’instaurazione della sharia nel paese e invocava la pena di morte per gli omosessuali. Il gruppuscolo salafita estremista riuscirà poi a estendere la sua influenza nelle Fiandre, in città come Mechelen e Vilvoorde, da dove molti giovani partiranno per combattere, a partire dal 2012, prima in Iraq e poi in Siria. Oggi dieci città in tutto il territorio belga sono considerate ad alto rischio dal governo federale e beneficiano di programmi di finanziamento per la lotta contro la radicalizzazione dei giovani.

Il secondo pezzo del puzzle potrebbe essere una “I”, come incrocio. Il Belgio infatti presenta molti vantaggi per un’organizzazione terroristica. Geograficamente si trova al centro dello spazio Schengen, dove è consentita la libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea. Anche se i controlli alle frontiere sono stati rafforzati, è ancora abbastanza facile raggiungere la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Germania, dove per esempio l’aeroporto di Düsseldorf offre molti voli economici per la Turchia, permettendo così di arrivare in Siria.

Il mercato illegale delle armi e la burocrazia

Il Belgio è anche uno snodo importante del traffico d’armi. Alla fine degli anni novanta, dopo le guerre nei Balcani e nel Caucaso, la mafia albanese e cecena si sono stabilite in diverse città del Belgio e hanno creato dei canali clandestini di approvvigionamento. È il caso di Charleroi, in Vallonia, dove Amedy Coulibaly, autore dell’attacco a un supermercato kosher di Parigi nel gennaio del 2015, si sarebbe procurato le armi. Tutte queste reti della criminalità organizzata sono utili ai gruppi jihadisti.

Il terzo pezzo del puzzle si potrebbe chiamare “particolarità politiche” del Belgio. Il paese è un rompicapo amministrativo e poliziesco che provoca numerose rivalità linguistiche e regionali. Bruxelles è costituita da 19 comuni, dove ogni sindaco ha poteri di polizia. La capitale belga è ugualmente divisa in sei zone di competenza della polizia federale. Per anni questo groviglio amministrativo ha impedito lo scambio di informazioni e ha ritardato diverse inchieste. Ancora oggi alcuni sindaci delle città belghe dicono di non conoscere precisamente la lista dei giovani a rischio di radicalizzazione residenti nel loro territorio e sottoposti a sorveglianza dalle autorità federali.

Infine, come in altri paesi europei, bisogna aggiungere un ultimo pezzo che riguarda le politiche di integrazione condotte nel paese. I reclutatori dei giovani che vogliono partire per la Siria approfittano del sentimento di frustrazione e di discriminazione provato da molti giovani e promettono ai futuri combattenti di passare dalla condizione di “essere uno zero a quelle di essere un eroe”. Una famiglia di origine marocchina su due è povera in Belgio. E i giovane di origine magrebina e turca hanno tra il 20 e il 30 per cento in meno di probabilità di trovare un lavoro rispetto a quelli di origine differente. Il gruppo Stato islamico sfrutta questo contesto economico.

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Garanzia di neutralità

Il giudice: i figli alla scuola pubblica

Milano, il provvedimento del Tribunale per risolvere la contesa tra genitori separati sull’istruzione. “Gli istituti privati possono condizionare l’educazione, solo quelli statali garantiscono la neutralità”.

di Franco Vanni – Repubblica.it, 30 marzo 2016

MILANO. La scuola pubblica rappresenta una scelta neutra, mentre la privata potrebbe “orientare il minore verso determinate scelte educative o culturali in genere”. Con questa motivazione, il Tribunale di Milano ha deciso che i figli di una coppia separata debbano frequentare un istituto statale, come chiesto dal padre, e non uno cattolico paritario, indicato invece dalla madre. La sentenza, firmata lo scorso 18 marzo dal giudice Giuseppe Buffone della nona Sezione civile, conclude che “non si possa affatto dire che la scuola privata risponda “al preminente interesse del minore”, poiché vorrebbe dire che le istituzioni di carattere privato sono migliori di quelle pubbliche “. Pertanto, conclude il giudice, “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.

Il caso su cui il Tribunale si è trovato a decidere riguarda due ragazzini di 12 e 9 anni. Quando la famiglia era unita, frequentavano scuole paritarie cattoliche. Dopo la separazione, nonostante la difficile situazione economica che i genitori si sono trovati ad affrontare, la madre ha insistito perché fosse garantita ai bambini “un’istruzione in continuità con quanto fatto fino a quel momento “. Il giudice della nona Sezione civile, presieduta da Paola Ortolan, ha rimarcato come “pretendere che i figli continuino a godere del medesimo benessere che prima poteva essere garantito costituisce l’espressione di un “diritto immaginario” che non trova tutela nell’ordinamento giuridico “. E ha concluso che “laddove sussista conflitto dei genitori separati sulla frequenza dei figli tra scuola privata e pubblica”, in mancanza di “evidenti controindicazioni”, allora “la decisione dell’Ufficio giudiziario non può che essere a favore dell’istruzione pubblica”.

Secondo la statistica del Tribunale, le decisioni riguardanti la scuola sono l’argomento di lite più frequente nelle coppie riguardo ai figli, insieme a quelle sulla residenza. Laura Cossar, avvocato di diritto di famiglia e membro dell’ufficio di presidenza dell’Ordine degli avvocati di Milano, dice: “La sentenza, che condivido in pieno, mette ordine in una questione che genera diatribe. Capita che la scuola privata risponda a un bisogno identitario del minore, come gli istituti ebraici per i figli di ebrei ortodossi, o gli istituti “nazionali” a cui gli stranieri iscrivono i figli. Ma sono eccezioni. Spesso uno dei genitori fa della scuola privata una questione di appartenenza a un’élite o un capriccio”. Per l’avvocato Cinzia Calabrese, presidente Aiaf Lombardia, “più in generale, nel momento in cui i genitori non sono in grado di fare una scelta per il figlio e devono rivolgersi a un giudice, significa che non stanno tutelando il suo interesse”.

Papà Boschi trema: il suo tesoro rischia di essere pignorato

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boschi-renziLa multa da 300 milioni per i manager di Banca Etruria minaccia la villa di Laterina, casali e azioni del padre della ministra.

La villa della famiglia Boschi, quella presa di mira dai risparmiatori beffati dalla Banca Popolare dell’Etruria con le loro manifestazioni, è a rischio. Come anticipato dal Fatto il 23 marzo scorso, il commissario liquidatore della Bpel Giuseppe Santoni, ha chiesto a Pier Luigi Boschi di pagare 300 milioni di euro, in solido con altri 36 ex manager. La lettera, spedita il 17 marzo, chiede agli amministratori e sindaci delle gestioni del periodo 2010-2015 di pagare entro 30 giorni in solido tra loro (cioè ciascuno risponde fino alla somma intera di 300 milioni) “a causa delle condotte illecite e di mala gestio accertate dalla Banca d’Italia e confermate all’esito delle verifiche”.

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Girotondini à la Renzi

Comunali Milano 2016 – Toh, i girotondini: ieri barricaderi e oggi renziani (in incognito)

di Andrea Scanzi – FQ, 24 marzo 2016

Daria Colombo è brava scrittrice e attivista instancabile. Una di quelle persone senza le quali, per esempio, non ci sarebbero stati i girotondi nel 2002. Da pochi giorni è a capo della lista “arancione” per le Comunali di Milano. Venerdì scorso, con il marito Roberto Vecchioni, era a Massafra per ritirare il Magna Grecia Awards 2016. C’ero anch’io. Non la conoscevo personalmente. Donna garbata, elegante e colta. Dopo la premiazione, a fine cena, mi ha detto ironicamente che di lì a poche ore molti avrebbero parlato di lei. Non era difficile intuire che stesse alludendo alle elezioni di Milano: “Ti candidi a sindaco?”, le ho chiesto. Ha sorriso.

Daria-ColomboMagari col Pd?”, ho aggiunto scherzando. Mi ha risposto, sempre con garbo, che con il Pd non avrebbe potuto farlo: è un progetto che sente distante, ancor più con Renzi. Proprio per questo – scelta nobilissima – aveva avvertito il dovere di rimettersi in gioco in prima persona. “Non dentro il Pd, però. Non è un caso che il mio ultimo romanzo si chiuda proprio poco prima che il Pd nasca”. Il suo ultimo romanzo, peraltro bello, è Alla nostra età, con la nostra bellezza. Parte nel 1992 e si chiude nel 2007. “Nel terzultimo e penultimo capitolo si intuisce cosa pensi del Pd”, mi ha detto venerdì. Ecco: non ne pensa benissimo. Quella sera Daria Colombo non ha voluto sbilanciarsi ulteriormente, ma alla luce di quanto da lei affermato era lecito immaginarsi – come minimo – una candidatura alternativa a Sala.

Magari con Civati. La realtà è stata appena diversa. Daria Colombo è sì a capo della lista arancione, dunque non nel Pd renziano. Proprio come aveva anticipato. C’è solo un problema: la sua lista corre in appoggio di Beppe Sala. E quindi di Renzi. Siam sempre lì: alla presunta montagna che partorisce un topolino. Alla “sinistra” che abbaia tanto, ma che non morde mai e alla fine obbedisce puntualmente al Caro Leader. La solita sinistra salottiera e borghese, che gioca ancora a turarsi il naso convinta che il berlusconismo dichiarato (Parisi) sia peggiore, o anche solo veramente diverso, di quello mascherato (Sala-Renzi). Una sinistra ovviamente griffata Sel e doppiamente colpevole, perché si riduce a stampella connivente di Renzi.

Finge di contrastarlo ma, con la scusa sempiterna del “condizionarne le scelte combattendo dall’interno”, non è che l’innocuo cavallo di Troia del renzismo. La Colombo si è detta certa che i voti arancioni saranno decisivi per far vincere Renzi: come se fosse un vanto, come se la cosa non rendesse questa operazione ancora più surreale (e colpevole). A Milano la sinistra poteva vincere, e valeva la pena quantomeno provarci, ma sarebbe stato troppo rischioso o peggio ancora stancante: meglio tornare all’ovile, giocando inizialmente ai ribelli per poi agitare la spauracchio del “rischio centrodestra”.

Non stupisce che la lista pisapiesca-menopeggista piaccia a Gad Lerner, emblema del giornalista indipendente (con la tessera del Pd in tasca) e dell’attivista pensoso che ieri bivaccava al Bar Casablanca di gaberiana memoria e oggi ha un’idea sempre più calcistica della politica: il punto, per quelli come lui, non è essere di sinistra ma tifare – e votare – Pd. A prescindere da cosa faccia il Pd. Come se il partito fosse l’Inter, e pazienza se ieri c’era Mazzola e oggi Kondogbia.

È ogni giorno più avvilente constatare come i girotondini barricaderi di ieri si siano spesso ridotti a renziani (neanche troppo) in incognito. Più che continuare a ripetere che “non ci sono alternative a Renzi”, bisognerebbe dire una volta per tutte che è proprio la “sinistra” a non volere alternative. Se una figura caricaturale come Renzi è stata trasformata nel delirio generale in una sorta di “leader onnipotente”, è anche colpa di questa gauche caviar al livello minimo di coscienza.

Siria come la Polonia

segnalato da Barbara G.

Il leader druso Jumblatt: Usa e Mosca già d’accordo
di Giordano Stabile – lastampa.it, 02/03/2016
«Stiamo per assistere alla spartizione della Siria. Come la Polonia nel 1939. Stati Uniti e Russia si sono già messi d’accordo. Si parla di soluzione federale. Ma sarà un federalismo mediorientale. Settario. La guerra non finirà mai davvero». Walid Jumblatt, leader storico dei drusi, a 66 anni è ancora un King Maker del Libano. Riceve nel palazzo di famiglia a Clemenceau, nel cuore di Beirut, con indosso il suo solito giubbotto di pelle nera. Sotto il pergolato nel cortile, davanti ai due leoni assiri in marmo che vegliano all’ingresso della casa, si sente il peso particolare della storia in Medio Oriente: «E il Libano? Ormai è una provincia dell’Impero persiano».

Presidente Jumblatt, chi ha vinto in Siria?  

«Chi è intervenuto direttamente. Chi ha mandato uomini sul terreno. L’appoggio degli iraniani, dei loro alleati libanesi Hezbollah, e dei russi, è determinante. Il regime sta vincendo. La tregua non significa molto. Non ci sarà mai una vera pace, ma una spartizione su base confessionale e settaria. Cioè un conflitto senza fine».

Chi l’ha decisa?

«Russi e americani si sono messi d’accordo alle spalle del popolo siriano. Parlano di Stato federale ma è come la Polonia nel 1939, un pezzo a me e un pezzo a te. I curdi avranno la loro parte, gli alawiti la loro, e poi i sunniti. Drusi e cristiani sono alleati di complemento. Circola già una mappa realizzata dalla Rand Corporation, che dice tutto. Ma la Siria non esiste più. Un Paese distrutto, dieci milioni di profughi e sfollati».

Poteva finire diversamente?  

«La svolta poteva esserci già nella grande battaglia di Homs, alla fine del 2011. Obama allora diceva: «Bashar al-Assad se ne deve andare». Se ne andrà prima lui dalla presidenza degli Stati Uniti, perché Assad probabilmente vincerà un altro mandato. Allora, all’inizio della guerra, Obama doveva fornire ai ribelli i missili anti-aerei, anti-elicotteri. I famosi Stinger che hanno sconfitto i sovietici in Afghanistan. Non l’ha fatto e ora ha perso».

Ma la tregua appare fragile, Turchia e Arabia Saudita non sembrano molto d’accordo con la linea russo-americana.

«L’unico pericolo serio lo vedo da parte della Turchia, che si è ritagliata una sorta di sua enclave nel Nord della Siria e vuole mantenerla. Se c’è un rischio di escalation del conflitto, di scontro diretto fra potenze, è fra russi e turchi».

La Siria è però parte della grande guerra fra sunniti e sciiti in Medio Oriente. Ci sono rischi per il Libano?  

«La coalizione russo-iraniana sta vincendo, perché gli avversari non sono sul terreno. Gli iraniani sono più forti, tutto qui. Anche in Libano, con i loro alleati».

E il Libano aspetta un presidente da 21 mesi.  

«C’è il fronte filo-sunnita e il fronte filo-sciita, con Hezbollah. Per questi ultimi va bene così, non hanno fretta di avere un nuovo presidente. In questo momento il campo di battaglia principale è la Siria. Il Libano è un campo di battaglia secondario. Ma siccome il regime siriano con l’aiuto dei russi e degli iraniani si sta rafforzando, vedremo una crescente pressione della Siria sul Libano. Torneremo a essere un satellite della Siria».

Può sopravvivere il Libano in questa situazione?  

«È sopravvissuto. La gente si è abituata. Non possiamo farci nulla per il momento».

Vede un rischio di nuova guerra civile?  

«No. Sono più preoccupato della crescente influenza della Siria e dell’Iran. Andiamo verso un maggior isolamento nei confronti del resto del mondo. E la crisi economica è grave. È tutto fermo: il turismo, l’edilizia, gli investimenti. In Libano abbiamo molti giovani di talento. Abbiamo uno dei più elevati livelli di istruzione nel Medio Oriente. Ma siamo troppo divisi. E il sistema premia attraverso criteri settari, politici, famigliari. Non premia il merito. Questo è il nostro maggiore problema».

Lei è il leader storico dei drusi, dello Shuf. È preoccupato per il futuro del suo popolo, anche alla luce di quello che accade in Siria?  

«Sono un libanese prima di tutto. Dobbiamo restare uniti. In questo senso l’accordo fra i due leader cristiani Michel Aoun e Samir Geagea è un buona cosa, va nel senso dell’unità. È la mia linea: essere corretto e onesto con tutti. Almeno fino all’elezione del presidente. Ma quella verrà decisa a Teheran, o a Mosca, non lo so. Siamo parte dell’Impero persiano, ormai».

Giornata dell’acqua 2016

segnalato da Barbara G.

(purtroppo siamo un po’ in ritardo)

da lifegate.it, 21/03/2016

Giornata dell’acqua. Per una gestione corretta, sostenibile e pubblica

Il 22 marzo è la Giornata dell’acqua. L’editoriale della presidente di Legambiente ripercorre le tappe, dal referendum al disegno di legge, verso una gestione corretta, sostenibile e pubblica della risorsa più preziosa.

Sono passati cinque anni dallo straordinario successo ai referendum del 12 e 13 giugno 2011 ed è rimasto intatto l’entusiasmo dato da quella straordinaria stagione referendaria e la convinzione di tanti, della gran parte degli italiani che lo hanno sancito con il loro voto, che l’acqua è un bene comune, un diritto inalienabile. Quel referendum ha segnato un passaggio decisivo nell’affermare il concetto di gestione pubblica dell’acqua, da cui non è più possibile prescindere, come ricordato con forza anche nel dibattito di questi giorni riguardo la discussione in Parlamento del disegno di legge per l’acqua pubblica. Ma la questione rimane ancora aperta, visto che a quello straordinario risultato elettorale, non è mai seguita una nuova stagione in Italia di gestione pubblica dell’acqua e siamo ancora lontani dalla sua concretizzazione.

Il tema di una gestione del ciclo delle acque corretta, sostenibile e pubblica richiede una riflessione che mette in gioco una nuova idea di governance, che deve tenere insieme il diritto di accesso alla risorsa, la partecipazione attiva delle comunità e dei comuni, le misure legate alla tutela della risorsa idrica o le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, che, come ci ricordano gli impegni presi alla passata Cop 21 di Parigi, presenteranno il conto entro i prossimi 25 anni.

Con questa visione, nella Giornata mondiale dell’acqua, Legambiente insieme agli amici dei comuni virtuosi lancia a bordo del Treno verde in sosta a Salerno un percorso di informazione e analisi sul tema Acqua bene comune per ripartire dai territori. In attesa di un riordino serio della materia e degli ambiti territoriali sono infatti molte le azioni che possono partire dagli enti locali per avviare una stagione di reale gestione pubblica e sostenibile dell’acqua. Per rendere efficiente il servizio idrico bisogna richiamare gli enti locali a una corretta gestione che non si limiti solo a respingere con forza la deriva della privatizzazione, ma ad esempio introduca nuove regole di partecipazione attiva, come previsto anche dalla direttiva europea 2000/60, o intervenga per ammodernare una rete di distribuzione che ancora oggi perde un terzo dell’acqua potabile in tubi colabrodo.

O ancora completi la rete di depurazione, che oggi ancora scarica i reflui di 15 milioni cittadini (pari al 25 per cento del totale) nei fiumi, nei laghi e nel mare. Un ritardo confermato anche da due condanne dell’Europa nei confronti dell’Italia. Accanto a questo resta infine fondamentale promuovere azioni per il controllo della qualità delle acque potabili e la trasparenza delle informazioni verso i cittadini; piuttosto che la diffusione di campagne di sensibilizzazione dei cittadini e nelle scuole per ridurre il non invidiabile primato europeo di consumo di acqua in bottiglia con oltre 190 litri per abitante, che a loro volta causano un uso di oltre 350mila tonnellate di plastica derivata dal petrolio, ovvero l’emissione di un milione di tonnellate di CO2. Un altro pezzo di quella società del dominio delle energie fossili che la modernità sta rottamando anche a colpi di “brocche di acqua del sindaco” nelle mense delle scuole.

Anche se il percorso è ancora lungo, oggi la strada è segnata e non è più possibile tornare indietro. Un risultato ottenuto grazie al voto di milioni di italiani. Un punto di forza che dobbiamo tenere ben presente anche il prossimo 17 aprile, quando saremo chiamati nuovamente ad essere protagonisti del futuro di questo Paese. Stavolta il voto riguarda lo stop alle fonti fossili, per un modello energetico pulito, democratico e distribuito che già oggi si sta diffondendo. Per ottenerlo è importante essere di nuovo in tanti a votare, e a votare sì.

*****

Il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua

L’edizione di quest’anno è dedicata al ruolo centrale che l’acqua svolge nella creazione di posti di lavoro.

L’acqua è sinonimo di vita. Da essa ha avuto origine la vita sul nostro pianeta e senza di essa cesserebbe di esistere. Il nostro corpo è composto per due terzi da acqua, come la Terra. L’acqua è il filo conduttore dell’esistenza umana, partendo da quei pesci strisciati fuori dal brodo primordiale per avventurarsi sulla terraferma, passando per tutte le civiltà sorte vicino alle coste o lungo i fiumi.

Il 22 marzo si celebra simbolicamente questo indispensabile elemento, si festeggia infatti la Giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1993 per evidenziare l’importanza dell’acqua e la necessità di preservarla e renderla accessibile a tutti. Sono infatti circa 750 milioni, secondo l’Unicef, le persone nel mondo che non hanno accesso all’acqua potabile, mentre noi l’abbiamo perfino nel gabinetto.

L’acqua è essenziale per sopravvivere e per proteggere la propria salute, un terzo della popolazione mondiale non ha accesso a servizi igienici adeguati, ma è anche di vitale importanza per la creazione di posti di lavoro e per sostenere lo sviluppo economico, sociale e umano. L’edizione del 2016, il cui slogan è “Better water, better jobs”, è dedicata proprio al ruolo centrale che l’acqua svolge nella creazione di posti di lavoro.

Attualmente circa la metà dei lavoratori del pianeta lavora in settori legati all’acqua, anche i restanti lavori, indipendentemente dal settore, sono direttamente connessi all’acqua. Ciononostante i diritti fondamentali di questi lavoratori spesso non sono riconosciuti né rispettati. Ma la disponibilità di acqua di qualità e in quantità può cambiare la vita e i mezzi di sussistenza dei lavoratori, e al contempo trasformare le società e le economie.

In occasione della giornata, che mira ad evidenziare la necessità di un consumo responsabile delle risorse idriche sia a livello personale che globale, sono previste numerose iniziative organizzate in tutto il mondo.

In Italia diversi eventi sono promossi dal Politecnico di Milano, nel capoluogo lombardo, presso gli edifici di piazza Leonardo da Vinci 32, sono in programma il workshop “L’acqua e l’ingegneria: oggi e domani”, uno spazio espositivo intitolato “I mille volti dell’acqua”, il concorso fotografico “Acqua: sfide e opportunità” e seminari e conferenze che si svolgeranno tra le 14 e le 19 (presso l’Aula Beltrami e l’Aula Castigliano).

Green Cross Italia, ong ambientalista per lo sviluppo sostenibile, lancia invece la quarta edizione della campagna Salva la goccia e chiede a scuole, insegnanti, studenti, famiglie e singoli cittadini di contribuire al risparmio idrico. “È possibile aderire all’iniziativa compiendo azioni virtuose fino al 22 marzo 2016 – si legge nel comunicato di Green Cross. – La partecipazione non richiede atti straordinari ma semplici gesti di razionalizzazione dei consumi dell’acqua, che consentono di sperimentare in prima persona le buone pratiche di riduzione degli sprechi”.

Le scuole che parteciperanno alla campagna Salva la goccia 2016 riceveranno un diploma e potranno entrare a far parte del Green school network di Green Cross Italia. La riduzione dei consumi domestici può avere benefici sorprendenti, consente di lasciare più acqua in fiumi e falde, produrre meno inquinamento idrico e consumare meno energia.

Per l’edizione 2016 della campagna Salva la goccia Green Cross ha scelto quelle persone che lavorano con l’acqua e che amano l’acqua. Dalla conduttrice televisiva al campione olimpico del kayak, dallo chef stellato alla poetessa candidata al Nobel, fino allo scienziato che si batte per l’adozione delle tecnologie pulite. Caterina Balivo, Daniele Molmenti, Giulio Dressino e Daniele Scarpa, Marcia Theophilo, Andrea Zitolo sono solo alcuni tra gli “eroi dell’acqua” che testimoniano l’importanza di tutelare le risorse idriche e limitare gli sprechi nella vita di tutti i giorni.

L’abbiamo troppo spesso data per scontata, ma l’acqua non è una risorsa infinita. Ad essa sono legati il clima, l’agricoltura, la salute e la vita stessa del pianeta. Gli hashtag di riferimento sui social network sono #WaterIsWork e #WorldWaterDay.

I due terrorismi e le alternative della nonviolenza

segnalato da Barbara G.

di Nanni Salio – serenoregis.org, 20/11/2015

Occhio per occhio e il mondo diventa cieco

(Gandhi)

I terrorismi sono due: quello dall’alto, degli stati, che viene chiamato guerra, e il terrorismo dal basso, degli insorti, dei ribelli, di coloro che subiscono gli effetti del primo terrorismo. Nasce prima l’uno o l’altro, l’uovo o la gallina? Hanno bisogno l’uno dell’altro, si autoalimentano, in una spirale di violenza crescente, come vediamo ogni giorno in molte aree del mondo, in particolare nel Medio Oriente, ma non solo. Espressioni “Shock and Awe” (colpisci e terrorizza) e “equilibrio del terrore” (che si riferisce alla minaccia di guerra nucleare) non sono state inventate dagli jihadisti, ma sono il frutto perverso del pensiero strategico delle grandi potenze.

E le vittime? Sono i civili, prevalentemente, ma non dimentichiamo anche i soldati, sottoposti allo stress della guerra, della paura, della morte.

E i burattinai? Siedono comodamente nei parlamenti, nei consigli di amministrazione delle industrie belliche e delle banche che le finanziano, nei centri di ricerca militari, nelle scuole di guerra, nei servizi segreti, nel Pentagono, nel mondo accademico e scientifico che offre i suoi servizi alla guerra, e così via. Loro la guerra non la fanno, la progettano e la fanno fare alla manovalanza.

Dopo ogni strage, come quella di Parigi del 13 novembre scorso, si sentono spesso opinionisti e politici urlare: “dove sono i pacifisti?”. Stranamente, questa volta non è ancora successo. Forse perché hanno avuto un minimo di pudore, se non di vergogna. Infatti, avrebbero dovuto chiedere “dov’è la NATO?” Stava giocando con 35 mila uomini alla battaglia navale nel Mediterraneo e a simulare la guerra prossima ventura non contro l’ISIS, bensì contro la Russia, e in prospettiva anche contro la Cina. E dove erano gli agenti dei servizi segreti, le intelligence poco intelligenti, che fingono di non sapere nulla prima, ma sanno tutto dopo?

E’ la “grande scacchiera” del “grande gioco” per controllare l’Eurasia, secondo le elucubrazioni di Brezinski, dove le pedine sono gli eserciti. Non compaiono le vittime, i civili, considerati semplicemente “danni collaterali”, né i burattinai, che operano ben nascosti.

Frankestein, il dottor Stranamore e l’ISIS

Prima era al Qaeda con Bin Laden, ora è l’ISIS con il califfo. Entrambi sono il risultato degli esperimenti di geopolitica condotti nel laboratorio-mondo dai grandi strateghi neocon e del Pentagono.

E’ ormai ampiamente risaputo che l’ISIS è una creatura nata dalla politica che gli USA hanno condotto da almeno un quarto di secolo in Medio Oriente. Insieme a loro non dobbiamo dimenticare Israele, che ha fatto della Palestina e di Gaza in particolare il laboratorio per la sperimentazione di ogni sorta di tecnologia di controllo sociale per incutere terrore nella popolazione.

Se provocano paura le immagini degli uomini in nero dell’ISIS che brandiscono in una mano un coltello e nell’altra un kalashnikov, suscitano altrettanta paura i robocop, i soldati e i poliziotti trasformati in robot per uccidere.

I media ci illustrano con grande dovizia di particolari le violenze inflitte ai nostri concittadini, ma si guardano bene dal riportare ciò che avviene quasi quotidianamanete con gli attacchi dei droni armati, che uccidono migliaia di civili, nel vano tentativo di colpire i responsabili degli atti di terrorismo. Il rapporto tra le vittime provocate dai nostri eserciti e quelle dei gruppi di jihadisti è di 1000:1 o, se si vuole essere generosi, di 100:1. E questi sono solo i dati relativi alla violenza diretta, mentre fingiamo di non vedere quella strutturale, di dimensioni ben maggiori.

Scontro di civiltà?

Non è quello prefigurato da Samuel Huntington, ma lo scontro tra la civiltà della violenza, del terrore, della barbarie e della guerra e la civiltà dell’amore, della solidarietà reciproca, della felicità e della nonviolenza.

Sta a noi scegliere da che parte stare e quale futuro vogliamo costruire per i nostri figli, nipoti e per l’umanità intera.

Le alternative della nonviolenza

E’ ormai risaputo, ma va sempre ribadito e documentato, che nonviolenza non vuol dire passività, ma azione e progetto politico per la creazione di una società equa e armonica mediante la trasformazione e risoluzione nonviolenta dei conflitti, dal micro al macro, senza ricorrere all’uso della violenza politica.

Molto cammino è stato fatto in questa direzione, sebbene quando ci troviamo di fronte a eventi tragici e di estrema violenza, possiamo essere presi dallo sconforto. Ma occorre allargare lo sguardo sia sul piano storico, sia su quello spaziale per vedere le alternative già presenti e quelle future. Abbiamo l’obbligo morale di dimostrare che tutti coloro che sono morti nel corso della violenza esercitata dai due terrorismi “non sono morti invano!”

Per rendere concreto questo impegno, possiamo ragionevolmente individuare due principali insiemi di proposte con le quali affrontare le crisi che attualmente lacerano l’umanità: misure non militari da adottare nel breve periodo, immediatamente, e misure nonviolente nel medio e lungo periodo.

Misure non militari nel breve periodo

Ecco alcune proposte ragionevoli, di buon senso, su cui c’è un accordo piuttosto ampio da parte di soggetti diversi, anche istituzionali, che non necessariamente aderiscono a una visione nonviolenta.

1 Interrompere il flusso di armi ai belligeranti, come stabilisce il diritto internazionale largamente disatteso.

2 Interrompere i finanziamenti ai gruppi jihadisti, che provengono in larga misura dall’Arabia Saudita, come ben noto, e dal commercio di petrolio e droga.

3 Affrontare con decisione e concretamente i problemi dei rifugiati, migranti, profughi.

4 Offrire valide alternative ai giovani immigrati nei paesi occidentali che vivono in condizioni di degrado e disagio sociale.

5 Avviare processi di negoziato e dialogo con le controparti. Per chi è scettico su questa proposta, ricordiamo che in tutte le principali situazioni precedenti, questo è avvenuto, dapprima con contatti segreti, poi apertamente (Irlanda del Nord, Nepal, Colombia, Paesi Baschi).

6 Affrontare con serietà, impegno e decisione la questione Israele-Palestina, il grande bubbone del Medio Oriente, imponendo al governo israeliano il rispetto del diritto internazionale, con mediatori del conflitto al di sopra delle parti.

7 Istituire una commissione Verità e Riconciliazione per facilitare i negoziati e indagare sulle responsabilità storiche passate e recenti delle grandi potenze occidentali e di molti paesi arabi.

8 Lavorare alla costruzione di una confederazione del Medio Oriente, sulla falsariga di altre confederazioni già esistenti e secondo i suggerimenti dati da personalità come Edgar Morin e Johan Galtung.

9. Coordinare azioni di polizia internazionale, che non sono guerra in senso stretto, per individuare e catturare i responsabili degli attentati e processarli, invece di condannarli a morte o rinchiuderli senza un giusto processo a Guantanamo e Abhu Ghraib. Essi vengono uccisi perché sono testimoni scomodi, come è avvenuto con Bin Laden, Saddam Hussein, Gheddafi. Se fossimo intelletualmente onesti dovremmo anche processare uomini politici come Bush jr. e Tony Blair, responsabili di crimini di guerra contro l’umanità. Ma attualmente questo è chiedere troppo!

10. Avviare processi di ricostruzione partecipata, per rimediare ai gravi danni inflitti alle popolazioni civili con i bombardamenti.

Misure nonviolente nel medio e lungo periodo

Le misure non militari nel breve periodo si possono avviare subito, se si crea il consenso tra le istituzioni politiche locali e internazionali.

Ma l’umanità intera si trova oggi in una fase di profonda trasformazione che dev’essere orientata verso la creazione di una autentica cultura della nonviolenza, se non vogliamo soccombere alle gravi minacce della crisi sistemica globale incombente (economico-finanziaria, alimentare, ecologico-climatica ambientale, sociale-esistenziale-etica-culturale).

Occorre pertanto lavorare a progetti concreti di medio e lungo periodo. Eccone alcuni, frutto degli studi avviati da tempo nel campo della ricerca per la pace.

1 Costituire e addestrare Corpi Civili di Pace con compiti di mediazione, interposizione e prevenzione, ispirandosi alle iniziative ed esperienze in corso da decenni e attuando le proposte presentate nelle principali sedi istituzionali internazionali, dall’Unione Europea alle Nazioni Unite

2 Riconvertire le industrie belliche e l’intero complesso militare-industriale in industrie civili e centri di ricerca per la pace e la sperimentazione di tecniche di risoluzione nonviolenta dei conflitti.

3 Promuovere percorsi di educazione alla pace e alla nonviolenza sia nel mondo della scuola sia nella società in generale, per imparare ad affrontare i conflitti con creatività, concretamente e costruttivamente, senza cadere nella trappola della violenza.

4 Riconversione ecologica e intellettuale dell’economia mondiale verso forme di economia gandhiana nonviolenta ispirate al paradigma della semplicità volontaria e del “partire dagli ultimi”. E’ una ricerca in atto, con sperimentazioni diffuse in ogni angolo del mondo, da cui c’è molto da imparare per superare la ristretta e distruttiva logica del capitalismo finanziario basato sulla crescita illimitata e sul profitto senza scrupoli.

5 Utilizzare al meglio le attuali capacità di comunicazione su scala globale per costruire un “giornalismo di pace” alternativo al “giornalismo di guerra” tuttora dominante e che vediamo in azione a ogni evento luttuoso.

6 Dialogo tra le religioni per riscoprire il comune fondamento basato sulla nonviolenza. Far conoscere in particolare le componenti più coerentemente nonviolente presenti in ciascuna religione, dai Quaccheri ai Sufi, dall’islam nonviolento di Badshah Khan, il “Gandhi musulmano”, alle tradizioni nonviolente della cultura ebraica, il Tikkun (aver cura del mondo), e buddhista.

7 La cultura scientifica e la tecnoscienza svolgono una funzione cruciale nei processi evolutivi dell’umanità, ma occorre orientarle anch’esse, in tutta la loro enorme potenzialità, verso la cultura della nonviolenza. La responsabilità sociale dei tecnoscienziati è un punto nodale della ricerca scientifica.

8 La cultura artistica, in tutte le sue principali manifestazioni, può e deve essere orientata verso lo sviluppo di una creatività che favorisca la ricerca di soluzioni nonviolente ai conflitti umani. Cinema, teatro, pittura, musica, letteratura sono strumenti da utilizzare per facilitare sia la cura dei traumi subiti sia la elaborazione positiva di visioni del mondo più armoniche.

9 Affrontare la grave crisi delle democrazie rappresentative e partitiche occidentali, che nel corso del tempo si sono trasformate prevalentemente in oligarchie finanziarie e populismi di stampo reazionario. Promuovere la partecipazione attiva e diffusa e l’autogoverno della cittadinanza.

10 Considerare i due terrorismi come una malattia mentale, una patologia mortale dell’umanità. Utilizzare il paradigma medico della diagnosi, prognosi e terapia (del passato e del futuro) per curare gli attori sociali dei due terrorismi.

Tutte queste azioni possono essere attuate e incrementate dal basso, come è avvenuto altre volte in passato, dai movimenti di base per la pace, l’ambiente, la giustizia sociale. Oggi questi movimenti, pur presenti, sono poco visibili e gli attentati di Parigi sembrano essere stati progettati appositamente per impedire loro di svolgere un ruolo di primo piano nel cambiamento sociale. Gli attentati sono avvenuti proprio a ridosso dell’importante appuntamento del COP 21 sul cambiamento climatico e hanno già contribuito a ridurre l’attenzione a tale conferenza.

Per tutte queste misure vale quanto abbiamo già detto: possono essere ampliate e perfezionate ulteriormente. Per far ciò “non basta la vita” di una singola persona, per quanto geniale, creativa, amorevole come quella dei grandi maestri che ci hanno preceduto, da Gandhi a Martin Luther King, da Danilo Dolci ad Aldo Capitini, da Buddha a Gesù. E’ un compito collettivo dell’intera umanità, possibile, doveroso, entusiasmante, per mettere fine alla violenza nella storia e far compiere un salto evolutivo alla natura umana.