Mese: giugno 2016

L’occasione persa del giovane fossile

segnalato da Barbara G.

I proclami del presidente del Consiglio sul rilancio delle energie pulite passati ai raggi X in questo contributo di Francesco Ferrante, ecologista e fondatore di Green Italia

di Francesco Ferrante – lastampa.it, 28/06/2016

Un’occasione persa. Sembra la sintesi più efficace per commentare la conferenza stampa con cui Renzi qualche giorno fa a Palazzo Chigi si è presentato per “rilanciare” le rinnovabili. Un’occasione persa sia per la riconquista del consenso all’indomani di un brutto risultato alle elezioni amministrative – che era uno dei motivi dichiarati dallo stesso premier nell’annuncio dell’”evento” – sia, per noi tutti cosa assai più rilevante, per tracciare un’idea, una linea di politica industriale, magari fondata su una strategia energetica, ad oggi del tutto assente.

In quella sede è stato detto che si stanziavano 9 miliardi in 20 anni per le rinnovabili e si sono presentati i progetti di investimento di tre aziende Eni, Enel e Terna. Ma se si va oltre le slides, ciò che resta è poco e non ha nulla a che vedere con il supposto “rilancio”.

Le risorse vere (che vengono dalle bollette elettriche) sono in realtà solo 430 milioni che saranno rapidamente esaurite nei prossimi sei mesi non appena si potranno fare le aste previste dal decreto la cui firma è stata annunciata dal Ministro Calenda e che nei fatti arriva dopo quasi due anni di ritardo. Un decreto dove ci sono molte assurdità e mentre si prevedono tagli anche rilevanti agli incentivi per le vere rinnovabili, si mantengono in vita quelli inutili e anacronistici per gli inceneritori, si regalano soldi per la conversione degli zuccherifici, si rinuncia ancora una volta a semplificare le procedure burocratiche. Peraltro, considerando i tempi di realizzazione degli impianti, nemmeno 1 MW di nuove rinnovabili verrà realizzato attraverso la aggiudicazione di queste aste per tutto il 2017.

E così anche per l’anno prossimo si confermerà il passo indietro della percentuale di produzione da energie rinnovabili cui abbiamo assistito dal 2015. Perché il fatto è che quando Renzi dice che siamo all’avanguardia in questo settore in Europa dice la verità, ma si scorda di dire che campiamo di rendita sul passato, e che purtroppo il trend positivo che ci aveva consentito di raggiungere il 40% di energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, di cui quasi l’8% con il fotovoltaico (un record mondiale di cui si dovrebbe essere orgogliosi ai tempi della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici), si è invertito.

Sì: in questo campo si è davvero “cambiato verso” ma nella direzione opposta a quella che si sarebbe dovuto percorrere. Qui purtroppo infatti le idee, i comportamenti, le scelte politiche del Presidente del Consiglio sembrano una efficace metafora di una smarrita capacità di innovazione e visione del futuro.

Renzi si presentò sulla scena politica italiana da “rottamatore” e nel suo discorso pubblico, nonché nei suoi programmi con cui vinceva elezioni fiorentine e primarie democratiche, erano centrali argomenti quali Green Economy, rinnovabili, consumo del suolo. Insomma sembrava efficacemente rappresentare, insieme al superamento di una vecchia classe dirigente “fossile”, la necessità che si dovesse marciare anche verso una modernità fossil free che, sul modello delle esperienze internazionali, più avanzate costruisse una nuova economia, oltre che una “nuova” politica. Invece da quando si è insediato a Palazzo Chigi le scelte concrete sembrano andare in una direzione diametralmente opposta e sostanzialmente conservatrice, più attenta agli interessi dei soliti big players che non di quel diffuso sistema di imprese italiane che ha puntato sull’innovazione tecnologica per fare efficienza, rinnovabili, chimica verde.

Il primo segnale si ebbe con lo “spalmaincentivi” sulle rinnovabili. Un provvedimento inutile (il risparmio sulle bollette è stato come avevamo previsto inavvertibile e inavvertito) e scellerato in quanto come ogni intervento retroattivo ha scoraggiato investimenti come persino la non certo rivoluzionaria Assoelettrica ha certificato. Ma poi le cose, dal punto di vista del segnale politico, sono persino peggiorate con il decreto “sblocca Italia”, nel quale la sacrosanta idea di semplificare e sburocratizzare veniva declinata in favore di ricerca ed estrazione di oil&gas, realizzazione di inceneritori e di qualche infrastruttura (prevalentemente stradale).

Come se fossero quelle – simbolo e materialità – della old Economy le opere da sbloccare. E l’economia circolare? I processi autorizzativi lunghissimi che fanno lievitare i costi per le energie rinnovabili? La mobilità sostenibile?

Nel frattempo, è vero, in Parlamento con un paio di anni di ritardo arrivava all’approvazione del “collegato ambientale” in cui c’erano un po’ di norme che dovrebbero favorire quel tipo di economia (e ora siamo in atteso dei soliti relativi decreti attuativi), ma nel sostanziale disinteresse di Renzi che mai ne ha fatto oggetto del suo discorso pubblico, se non in un ormai famoso tweet del 2 gennaio 2015 dove annunciava il Green Act. Ancora aspettiamo. E nel DEF adesso lo si prevede (forse) per il 2017.

Un disinteresse che ha portato Renzi a un clamoroso errore di posizionamento in occasione del referendum notriv. Dopo aver capito che le norme che liberalizzavano ricerca ed estrazione di petrolio e gas erano insostenibili politicamente e averci quindi rinunciato, invece di capire che marciare in quella direzione avrebbe comportato un’inevitabile perdita di consenso, da Palazzo Chigi non sono riusciti a evitare una consultazione su un quesito marginale e hanno preferito cullarsi in una facile vittoria (di Pirro) cavalcando l’astensionismo, piuttosto che comprendere che così si sarebbero allontanati ulteriormente da quelle fasce di elettorato più giovani anagraficamente, più moderne e dinamiche. Quelle stesse che in queste ore tutti osannano perché le più sagge nel Regno Unito e che infatti nel nostrano referendum mostrarono più propensione alla partecipazione.

Renzi sembra cogliere il segnale all’indomani della sconfitta alle amministrative quando scrive che tra le cose su cui si deve caratterizzare la nuova azione del PD ci devono essere proprio le energie rinnovabili. Ma invece fa questa conferenza stampa in cui parte da una battuta “si siamo al servizio di una lobby, quella delle rinnovabili”, per presentare un po’ di greenwashing dell’Eni che ha in programma di mettere pannelli fotovoltaici in 400 ettari di suoi terreni bonificati o da bonificare. Per carità, un segno dei tempi positivo che persino il nostro campione fossile debba iniziare a fare un po’ di rinnovabili. E poi i programmi di investimento (all’estero) di Enel su rinnovabili e la digitalizzazione dei contatori che si sarebbe comunque fatta in ogni caso. Per arrivare poi a presentare gli investimenti di Terna per la modernizzazione della rete.

Interlocuzione con chi fa (o vorrebbe fare) concretamente le rinnovabili e efficienza nel nostro Paese per capire cosa servirebbe davvero? Nessuna. Contatti con il Coordinamento Free (che riunisce tutte le associazioni di impresa di quei settori) che proprio in quelle ore organizzava sua assemblea annuale per ascoltare le proposte per il futuro che ci permetterebbero di raggiungere obiettivi ambiziosi? Zero. E così si torna a quando – sin dai tempi della Prima Repubblica e quasi senza soluzione di continuità – le scelte energetiche del nostro Paese erano affidate a Enel ed ENI.

Certo per fortuna almeno l’Enel è cambiata reagendo a ciò che succede nel resto del mondo e oggi è una delle più grandi utilities globali impegnate sull’innovazione. Ma che senso ha affidare agli interessi parziali di due imprese private scelte collettive? Sarebbe mai possibile nel resto del mondo? Merkel presenta la Energiewende insieme alle utilities tedesche? O piuttosto un Governo dovrebbe capire quali sono le prospettive future più promettenti, prendere sul serio ciò che viene detto nelle conferenze internazionali, comprendere che ormai i “fossili sono dalla parte sbagliata della storia”, studiare il sistema imprenditoriale italiano che anche in questo caso è fatto di piccole e medie imprese innovative (spesso costrette a lavorare all’estero), e cambiare una strategia e energetica vecchia per scegliere la modernità? Qui sta l’occasione persa. Il mondo va avanti. Noi rischiamo di restare indietro.

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Democrazia recitativa

Rodotà: quando i referendum diventano un boomerang

Il giurista smonta il mito della democrazia referendaria: “L’errore di Cameron è stato usare la consultazione per fini politici, attenti a non ripeterlo anche in Italia”.
di Jacopo Iacoboni – lastampa.it, 27 giugno 2016
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«Questo referendum è stato brandito da Cameron per ragioni interne al suo partito, un uso del tutto strumentale di uno degli istituti giuridicamente più delicati. Ma così facendo il referendum diventa – da strumento di democrazia diretta e partecipazione – lo strumento distorcente di un appello al popolo, peraltro un popolo disinformato. E muore».

Professor Rodotà, la vicenda del referendum sulla Brexit – e oggi i tre milioni di firme, il premier scozzese Sturgeon che prova a fermare l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, e anche molti laburisti che ricordano che dovrà comunque decidere un voto del Parlamento – ecco, tutto questo logora definitivamente il mito della democrazia referendaria?  

«Una situazione analoga a quella attuale si creò in Francia nel 2000, all’epoca del referendum sul trattato costituzionale. Io, da estensore della Carta dei diritti fondamentali, partecipai a quella campagna referendaria francese; ero a favore del sì, consapevole dei limiti di quel testo, e mi trovai dinanzi anche tanti amici socialisti francesi, gente con cui avevo collaborato alla stesura, che mi dicevano “eh no, votiamo no perché Fabius…”, “eh no, votiamo no perché l’idraulico polacco…”. Anche allora, come oggi in Inghilterra, il referendum fu strumentalizzato neanche per interessi nazionali, per interessi di un partito. È il primo punto da capire».

Qual è il secondo?  

«Proprio nella carta dei diritti, giugno ’99, ma anche nel Trattato di Lisbona, si scrisse che fondamentale non è solo il “mercato comune”, ma la costruzione di un “popolo comune” europeo. L’Unione avrebbe fallito se fosse rimasta alle procedure economiche, senza creare procedure di legittimazione popolare, cioè senza la politica. Il caso Grecia è stato esemplare. Il principio di solidarietà, che è nel trattato di Lisbona, è stato ridotto all’interesse nazionale; il “popolo comune” non è mai nato».

L’informazione e il sistema dei media non sono stati complici? Il referendum sulla Brexit è stato costellato di bugie scandalose, si è lasciato dire a Johnson che in caso di uscita dall’Ue in Gran Bretagna sarebbero calati d’un colpo i migranti di 350mila unità…  

«Il referendum senza vera informazione è una distorsione. I costituenti italiani erano stati più accorti, previdero una lunga fase, dall’inizio della campagna referendaria e il voto, che generalmente va da gennaio a giugno».

Il Labour ora si appella a un voto del Parlamento, ma la strumentalizzazione di cui Cameron è stato campione forse non ha lasciato del tutto indenne Jeremy Corbyn, troppo silenzioso, non trova?  

«Corbyn ha pensato che non gli conveniva fare campagna dura per il Remain, perché in qualche modo il Remain avrebbe vinto comunque, sia pure di poco, e lui non si sarebbe alienato i voti dei più scontenti. Ma questo è un altro modo di strumentalizzare il referendum, piegare un istituto delicatissimo a calcoli interni a un partito».

Non pensa che bisogna essere meno ottimisti, a questo punto, sull’idea di democrazia diretta, referendaria? In Italia questa idea è agitata molto soprattutto dalla propaganda M5S.  

«Io, tolto quello del 2 giugno, i referendum li ho fatti tutti, e obiettivamente c’è un degrado. Ci sono anche esempi di referendum positivi, che hanno aumentato la partecipazione, penso a quello sull’acqua. Ma un referendum male usato produce un effetto divisivo fortissimo: il rischio qui è creare non uno, ma due popoli europei totalmente separati».

Andiamo verso un referendum italiano in cui penso si scontrino due propagande, quella di Renzi, palese, e quella del M5S, meno denunciata. È possibile, in questo quadro, aspettarsi qualcosa di buono?  

«Ormai l’ambiente informativo è molto più sensibile alle suggestioni, e alla propaganda, di quanto non fosse anche nel passato recente. Siamo, direbbe il titolo di un bel libro di Emilio Gentile, in una Democrazia recitativa, in cui è più la recita che l’informazione. In questo quadro il referendum, da forma di democrazia diretta dei cittadini, si trasforma nell’appello al capo e alla folla. Renzi ha commesso l’errore di cavalcare questo quadro, che gli si può ritorcere contro».

Oltre al Capo, infatti, c’è la Folla informe, diceva Canetti.

Sotta o’ muro. Dispensa n.3

(testata in attesa di aut.) 

di Antonio “Boka”

Precariat. Il bivio tra Inferno e Paradiso della Politica.

C’è una correlazione abbastanza significativa tra la diffusione del concetto di precariato e le varie proposte di reddito minimo garantito che si differenzia da altre misure di sostegno al reddito proposte o già esistenti in diversi paesi europei. La differenza sostanziale tra le due proposte deriva dall’atteggiamento (o analisi) che ci si trova ad avere nei confronti dei mutamenti sul mercato del lavoro e dai criteri usati per (ri)classificare le classi sociali.

Una delle analisi più compiute del concetto di “Precariat” (l’italiano precariato non rende la fusione tra proletario e precario) è quella di un professore di Economia della Sicurezza Sociale (mi viene un po’ da ridere al pensiero di introdurre l’insegnamento nelle università italiane) all’ università di Bath: Guy Standing. (Il suo libro è disponibile in licenza creative commons).

La sua analisi del “Precariat” (tenendo presente che ha dedicato buona parte del suo lavoro teorico per la diffusione del concetto) può essere riassunta, in termini familiari alle nottole marxiste-hegeliane, dalla sua trasformazione da classe-in-sé a classe-per-sè che ci porterebbe ad una “Politica di Inferno” rappresentata da un fascismo riadattato con i lavoratori precari che giocherebbero un ruolo analogo a quello del “lumpenproletariat” di marxiana memoria. Standing va giù pesante nelle sue varie definizioni del “Precariat”, arriva a definirlo come “una nuova classe pericolosa”, un “mostro” ed invoca la necessità di mettere in piedi delle contromisure prima che quel mostro prenda vita ed in particolare il bisogno di dare una “voce” che ascolti, comprenda e metta in piedi una “politica” in grado di comprendere e contenere la somma di insicurezze vissute all’interno di questa “classe” prima che diventi preda definitiva delle destre autoritarie. Processi che in parte abbiamo visto prendere luogo in Europa ed in particolare nel nostro paese.

Di fatto, il concetto di “precariato” è fondamentale per l’analisi del mercato del lavoro, dei processi di trasformazione del lavoro stesso e per il riconoscimento di quali siano le formazioni di classe che oggi si fronteggiano. Anticipo che non condivido le tesi che sostengono che il precariato sia una classe emergente poiché questa posizione preclude la comprensione effettiva delle trasformazioni avvenute nella divisione internazionale del lavoro, nello smantellamento (anche parziale) dello Stato Sociale ed in ultima analisi nello svuotamento della “Politica” intesa come partecipazione e come fattore dominante nella trasformazione delle nostre vite.

Non si tratta di rigettare il concetto di precariato in nome di fantomatiche ed illusorie “analisi di classe” ma di interpretarlo in maniera utile per definire una strategia politica. L’aspetto da rigettare invece è quello che utilizza il concetto di precariato come catalizzatore populista di fronte al nuovo antagonismo sociale che è trasversale al concetto di “classi sociali” e si limita alla presa d’atto di un “blocco di potere” (i garantiti, la finanza, i sindacalisti, i politici, chiamateli come volete, solo maschere che rappresentano il potere e la più banale certezza di non temere per un pasto, un tetto ed un paio di stracci da indossare con l’immancabile aggiunta della “device” di turno che ci fa sentire tutti uguali) e tutto il resto.

La precarietà, o meglio, senza enfasi retoriche da quattro soldi, l’insicurezza del lavoro, non è una “conquista” (sic.) recente ma un aspetto organico del Capitale come descritto, ripetuto e dimostrato da Marx, più e più volte, l’unica sostanziale differenza che ci fa capire che siamo in una fase di sviluppo qualitativo del lavoro (ah!, gli insopportabili vizi e vezzi dei marxisti-hegeliani o hegeliani-marxisti, innamorati della “dialettica”) è il peso totale dei cosiddetti precari sul totale dei lavoratori, ovviamente nel mondo occidentale poiché nel resto del pianeta si rivivono le condizioni primordiali tipiche degli inizi del capitalismo. Lo stesso uso di nuovi termini coniati per definire questo tipo di lavori (McJobs, flexiworking, mini-jobs. ecc.) ci fa capire come siano funzionali alla ristrutturazione “spaziale”, tecnologica ed organizzativa del capitalismo.

“I lavoratori dei docks di Liverpool vivono costantemente una situazione precaria ed incerta. L’offerta di lavoro è sempre superiore di gran lunga alla domanda e, di conseguenza, è che nessuno lavora più di quattro giorni alla settimana e mediamente 18 ore a settimana”, si può leggere in alcune cronache del 1882. Del resto il proletariato agrario della prima Inghilterra moderna era estremamente vulnerabile alle variazioni di domanda di lavoro e lo Stato era costantemente costretto ad intervenire con delle contromisure per evitare una vera e propria decimazione della popolazione. I filatori di cotone della prima rivoluzione industriale erano costantemente senza lavoro, alla ricerca di mille espedienti per sopravvivere. L’insicurezza è vecchia come il capitalismo ed ha sempre caratterizzato ampi settori dell’economia così come l’utilizzo di donne ed emarginati (per razza o status) per lo svolgimento della maggior parte dei lavori precari (o non retribuiti e socialmente necessari).

Con l’avvento del modello fordista di organizzazione del lavoro la stabilità dell’ occupazione diventa, invece, un obiettivo da  conseguire sia per ragioni di affermazione del marchio industriale sia per la sostituzione dell’operaio di mestiere con l’operaio massa. Ford, sosteneva che l’erogazione di un salario relativamente “alto” avrebbe portato ad una riduzione del costo complessivo del lavoro nel lungo termine. L’aumento della produttività, obiettivo costante della produzione capitalistica, era legato alla stabilità della forza-lavoro.

La rottura di questo sistema, sostanzialmente con forti accenti corporativi su cui si sono innestate, formate e, disgraziatamente, continuate, le politiche sindacali, è avvenuta come conseguenza della lunga crisi degli anni ’70, in particolare nel settore dei servizi, dove porzioni via via più grandi dell’occupazione totale sono state “appaltate” ad imprese che gestivano (e gestiscono) i lavoratori su base occasionale e temporanea. Posizioni di lavoro un tempo occupate da lavoratori stabili sono diventate il campo di attività di lavoratori temporanei.

Questo processo che man mano si è allargato a strati sempre più ampi di lavoratori spesso ben istruiti ma vincolati ad attività instabili senza necessità di fedeltà aziendali la cui esistenza è caratterizzata da insicurezza personale e sociale. L’unica solidarietà possibile è quella di gruppo con forti note individualistiche. Le forme di socializzazione sono rappresentate quasi esclusivamente da forme di “networking” piuttosto che dalle ormai superate (e non rappresentative del loro modo di esistenza) forme di “comunità” della vecchia classe operaia. D’altra parte sono loro che si sono ribellati nelle proteste anticapitalistiche dell’ultimo ventennio o giù di lì.

(continua)

(….Forse questa è una mia semplice fantasia, ma credo che la memoria della maggior parte di noi possa risalir più lontano di quanto generalmente si pensi; appunto come credo che la facoltà ’osservazione’ sia in molti bambini, per esattezza ed acume, addirittura prodigiosa. Di parecchi adulti, anzi, notevoli per questo rispetto, credo si possa dire, con maggior proprietà, non che abbiano acquistato, ma che non abbiano mai perduto quella facoltà; tanto più che simili uomini, come m’è dato spesso d’osservare, conservano certa freschezza, certa gentilezza e certa capacità di simpatia, che son certo qualità infantili rimaste in essi intatte fino all’età matura.)

LEAVE

Brexit, i risultati in diretta: vince il Leave col 52%. Regno Unito fuori da Ue. Farage: “Indipendence Day, via Cameron”

Inghilterra e Galles votano per uscire dall’Unione, Scozia e Irlanda del Nord per restare. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles. Ora il premier si dimetta”. Male le Borse, crollano le asiatiche. Spread in forte rialzo.

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Il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea: nel referendum sulla cosiddetta Brexit i cittadini britannici hanno votato con il 52% per l’uscita dall’Ue. Il leader storico degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, canta vittoria: “Questa è l’alba di un Regno Unito indipendente, oggi è il nostro Independence Day, è arrivato il momento di liberarci da Bruxelles”. Alla domanda se Cameron, che ha indetto il referendum nel 2013 e una campagna per rimanere nella Ue, dovrebbe dimettersi Farage ha detto: “Immediatamente“. Ma dal governo arrivano segnali in senso contrario: Cameron “resterà primo ministro e darà seguito alla volontà del popolo britannico”, ha detto il ministro degli Esteri Philip Hammond, secondo un tweet dellaBbc.

I primi dati e le prime analisi avevano fatto pensare ad una vittoria del fronte Remain. Poi, via via che i numeri ufficiali hanno iniziato ad affluire, ci si è resi conto che la realtà era radicalmente diversa da quella prospettata da sondaggisti e analisti. I primi ad accorgersene sono stati i mercati che, dopo un apertura entusiastica, spinta dai sondaggi effettuati a urne aperte, hanno fatto segnare una netta inversione di tendenza facendo sprofondare la sterlina a livelli che non conosceva da metà anni ottanta.

Poi sono arrivati i broker, che hanno deprezzato la vittoria del Leave. Uno dopo l’altro sono arrivati i risultati delle periferie, delle campagne, di quelle zone del paese che maggiormente si trovano a dover fare i conti con un mercato del lavoro sempre più difficile, con la paura dell’immigrazione e la frustrazione di non riuscire a garantire un futuro dignitoso per i propri figli. Sono loro i fautori della vittoria del fronte Leave. Una classe popolare spaventata dal futuro, insoddisfatta dal proprio presente, che preferisce compiere un salto nel buio votando la Brexit.

Un evento deflagrante, che porta la firma della destra populista, quella dell’Ukip di Nigel Farage, quella dei conservatori euroscettici di Boris Johnson. Quella di chi ha condotto una campagna – a tratti violenta – contro l’immigrazione e contro l’integrazione. Una vittoria, quella del Leave, che è stata strappata con le unghie e con i denti contro il volere e le previsioni della finanza, contro il volere e le previsioni dei poteri forti, contro i sondaggi, contro gli appelli, contro l’opinione e gli sforzi dei principali partiti e dei leader internazionali. La Brexit ha vinto. Circa 17 milioni di britannici (il 52% degli elettori) hanno segnato il destino del Paese, aprendo una ferita profonda, destinata a far sentire le sue conseguenze anche nel resto del Continente, chiamato ora a fare i conti con un’ondata di euroscetticismo senza precedenti.

La realtà è che il risultato del referendum, consegna alla storia un Paese frammentato e c’è da immaginarsi che le conseguenze, prima ancora che su un piano internazionale, si faranno sentire in terra britannica. Scozia (dove il Remain ha vinto in tutti i 32 distretti in cui è suddiviso il Paese con 1.661.191 voti contro i 1.018.322 andati al Leave, con un’affluenza del 67,2%) e Irlanda del Nord (ha vinto il fonte degli euroconvinti con 440.437 voti, il 55,78% dei voti , contro i 349.442 andati agli euroscettici, con un’affluenza del 62,9%) hanno votato per rimanere, il Galles e l’Inghilterra per uscire. Una frattura che tornerà a far parlare di separazione.

Un’ipotesi ventilata nelle settimane della campagna elettorale, che ha trovato subito conferma nelle in dichiarazioni ufficiali pronunciate questa mattina, a risultati non ancora definitivi. Il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha prima espresso soddisfazione per il risultato del suo Paese, sottolineando che “Tutta la Scozia è per il Remain”, aggiungendo poi che vede il futuro del proprio Paese “come parte dell’Unione Europea”.”La Scozia – ha ricordato, parlando prima dell’ufficializzazione della vittoria della Brexit – ha contribuito in modo significativo al voto per restare. Questo riflette la campagna positiva che il Partito nazionale scozzese ha combattuto, sottolineando i benefici dell’adesione alla Ue, e la gente in Scozia ha risposto in modo positivo”.

Reazione speculare anche Irlanda del Nord, dove a parlare è lo Sinn Fein che non ha tardato a far sapere che l’esito del voto accelera il processo di separazione dal Regno Unito. Il presidente onorifico del partito repubblicano nordirlandese, Declan Kearney, ha fatto sapere che la vittoria della Brexit deve portare a un nuovo referendum sull’unità dell’Irlanda. “Il governo britannico ha perso ogni mandato che doveva rappresentare gli interessi economici o politici dell’Irlanda del Nord”, ha detto il leader della formazione, l’ex braccio politico dell’esercito repubblicano irlandese (IRA).

Male le Borse, crollano le asiatiche – La sorpresa è stata forte e i crolli sui mercati proporzionati: nelle ore dello spoglio i listini sono crollati (sterlina -10%, la Borsa di Tokyo ha toccato punte di calo dell’8%, i futures sull’avvio della Borsa di Londra sono arrivati a cedere il 9%), mentre i beni rifugio (oro e derivati sui titoli di Stato Usa) stanno ovviamente correndo.

Il mercato azionario di Tokyo – che ha applicato il ‘circuit breaker‘ per inibire le funzioni di immissione e modifica degli ordini limitando i ribassi troppo elevati – è il listino borsistico aperto durante lo spoglio del voto che ha accusato maggiormente il colpo, arrivando a perdere con l’indice Nikkei fino all’8,17%, lasciando sul terreno oltre 1.300 punti. La Banca del Giappone è pronta a fornire liquidità, se necessario, per garantire la stabilità dei mercati, ha detto il governatore, Haruhiko Kuroda.

Hong Kong scende oltre il 4%, con Seul, Sidney e Mumbai che cedono più del 3%. Meno accentuati (attorno ai due punti percentuali) i cali di Singapore, Bangkok e Jakarta, mentre anche le Borse cinesi – che in un primo momento hanno provato a tenere – dopo la la pausa di metà seduta raddoppiano le perdite: Shanghai perde scende di oltre il 2% e Shenzhen più del 3%.

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ASPIRAPOLVERE VS BAZOOKA, QUESTO È IL DILEMMA CHE VA OLTRE LA BREXIT

di Marco Gaiazzi – glistatigenerali.com, 23 giugno 2016

“Mio padre ha combattuto i tedeschi non per farci dare ordini da loro 70 anni dopo”. Sta nella risposta di questa signora inglese il nocciolo vero della complessa partita in gioco con la Brexit.

Ed in effetti, se l’intero progetto europeo finisce per identificarsi con le desiderata di uno solo dei Paesi membri, significa che abbiamo un problema, che l’Europa, come progetto, ha un problema.

C’è voluto l’ex Governatore di Bankitalia Antonio Fazio a riportare al centro della discussione il ruolo che la Germania ha avuto e ha tutt’ora nelle dinamiche economiche nel vecchio continente. Fazio, ripreso da Libero in un articolo dell’ottimo Franco Bechis, stigmatizza senza mezzi termini il tema dei temi: il surplus tedesco, indicato come il killer dell’euro.

Se ne parla molto sul web ma poco o niente sui giornali o nei salotti tv. Forse perché materia ostica. Eppure serve ribadire il concetto perché “that is the question”: aspirapolvere contro Bazooka, chi la spunterà?

A giudicare dal significato intrinseco di queste parole non può che vincere il bazooka. Purtroppo non è così. Lo vado dicendo da almeno un anno. Il Quantitive Easing di Draghi non serve a nulla, quanto meno non per l’obiettivo principale per cui, così ci hanno detto, è stato armato, ossia riportare l’inflazione al 2%. E non serve per una moltitudine di motivi, il più macroscopico dei quali è l’aspirapolvere di cui sopra.

Il bazooka di Draghi spara soldi, l’aspirapolvere della Merkel aspira tutto, annullandone l’effetto.

Come si può pensare di scaldare i prezzi (in soldoni con più domanda interna in ciascun Paese) se in Europa ci sono alcuni Stati, Germania in testa, che esportano centinaia di miliardi di euro di inflazione, creando così deflazione?

La Germania esporta molto più di quello che importa e lo fa sì verso gli altri Paesi europei ma, si badi, molto di più verso i Paesi non europei. In sostanza il surplus tedesco, in assoluta violazione dei trattati, da molti anni ormai viaggia ben al di sopra della soglia del 6% del Pil imposta dagli accordi. E per fare questo la Germania ha implementato politiche di austerità salariale molto marcate con l’obiettivo di mantenere stitica la domanda interna, di abbassare il costo per unità prodotto, di vendere sui mercati mondiali prodotti di qualità a bassi prezzi, con ricadute in termini di sostanziale piena occupazione. Non solo. E poi riuscita, forte del suo ruolo di locomotiva, ad imporre facendo pressing stretto su Bruxelles altrettanta austerità sui bilanci pubblici degli altri Paesi europei confinanti. Austerità che ha acuito le recessioni in corso, creando disoccupazione, riduzione dei salari e falcidiando la domanda.

L’insieme di queste pratiche ha permesso alla Merkel di affrancare le proprie esportazioni dell’area europea (ed esserne così meno dipendente) a vantaggio dell’export worldwide.

Queste politiche, in atto da anni, hanno creato degli squilibri di tale gravità che Berlino si meriterebbe non una ammonizione bensì un rosso diretto. Eppure, al di là di un blando richiamo, nessuno si è permesso di ammonire la Germania con la stessa decisione e veemenza verbale usate, ad esempio, dal ministro Schäuble contro Italia, Grecia o Spagna per altre questioni.

Per dirla ancora più chiaramente, il progetto era questo: la Bce taglia i tassi, stampa moneta e tra aste di liquidità e acquisto di bond corre in aiuto delle banche che, avendo più risorse, dovrebbero erogare più credito a imprese e famiglie, al fine di sostenere la domanda interna e generare inflazione e Pil. L’ultimo passaggio, quello forse più importante, come si è visto non ha funzionato e gli utilizzatori finali della moneta, cioè noi, questo flusso di capitali non lo hanno visto neanche col binocolo. Non solo, tutta quella moneta stampata con l’obiettivo di creare inflazione ha visto risucchiato il suo potenziale effetto da uno tsunami di dimensioni eccezionali rappresentato dal surplus tedesco che permette così alla Germania di ottenere, dal combinato disposto di tutti questi elementi, il massimo vantaggio.

Tutto questo è aberrante e non v’è chi non veda che in campo c’è una sola squadra che gioca una partita senza arbitro né rivali.

L’unica cosa saggia da fare sarebbe (ma bisognava farlo anni fa) implementare un grande piano Marshall europeo, un piano di investimenti pubblici-europei-comunitari di dimensioni bibliche. Al netto degli annunci fatti da Juncker il cui piano da 300 mld è fuori dai radar. Faccio sommessamente notare che Obama in 8 anni di mandato ha implementato periodicamente investimenti infrastrutturali per centinaia di miliardi di dollari, l’ultimo dei quali ammonta a 302 miliardi per l’esattezza per il triennio 2015-2018. A conferma del fatto che non basta avere i soldi nel portafoglio per far ripartire l’economia, i soldi vanno spesi e bene.

Tornando alla nostra signora inglese mi domando: perché stare in una Europa che sembra parlare solo tedesco? Per lo stesso motivo per cui 70 anni fa suo padre combattè sul campo. L’Europa di pace è stata una conquista di tutti, non va lasciata nelle mani di uno solo.

Democrazia dell’onnipotenza

segnalato da Barbara G.

Verso una Costituzione di minoranza per una democrazia dell’onnipotenza *

di Luigi Ferrajoli – Professore emerito di Teoria generale del diritto, Università Roma Tre; componente del Comitato scientifico di Questione Giustizia

questionegiustizia.it, 02/05/2016

Dobbiamo decidere non tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 a causa del suo prestigio e del suo valore simbolico, ma dobbiamo decidere tra democrazia parlamentare e sistema sostanzialmente autocratico, monocratico, che non è una questione di forma. 
Questo referendum sarà un referendum sulla democrazia, un referendum sul carattere tendenzialmente autocratico, oppure democratico e pluralista della democrazia costituzionale.

La Costituzione che è stata proposta e già votata più volte alle Camere, è un’altra Costituzione.

Per il metodo con cui è stata approvata è un oltraggio non tanto e non solo alla Costituzione del ’48, ma al costituzionalismo in quanto tale, cioè all’idea stessa di Costituzione.

Le Costituzioni rigide sono nate nel secondo dopoguerra per unire, ma soprattutto sono nate come limiti e come vincoli ai poteri di maggioranza. Questa è la grande novità.

Le Costituzioni dopo le tragedie del fascismo, del nazismo, dei totalitarismi nascono come «mai più»: mai più l’onnipotenza di qualunque potere costituito, anche se di maggioranza; esse nascono come sistema di limiti, di vincoli, di regole ai poteri, a qualunque potere.

La Costituzione di Renzi si caratterizza, sin dal metodo, come una Costituzione non di maggioranza ma di minoranza.

Grazie a una legge dichiarata incostituzionale, il porcellum, un partito che aveva il 25% non degli elettori ma dei votanti, ha preso la maggioranza assoluta; e in questo 25% che equivarrà ad un 15% della popolazione, la maggioranza è costituita da meno della metà perché molti sono diventati “governativi” a seguito del cambiamento di equilibri interni al partito, quindi abbiamo un’infima minoranza a sostegno di questa riforma che è stata approvata – anzi, è stata imposta – attraverso operazioni veramente scandalose: la fiducia, il taglio di emendamenti, forme di Aventino fino all’ultima gravissima deformazione consistente nel carattere plebiscitario che si vorrebbe imporre al referendum comereferendum NON sulla Costituzione ma su Renzi.

Ma se c’è una questione che non ha niente a che fare con le funzioni di Governo è precisamente la Costituzione. Già questo, qualunque cosa dica la nuova Costituzione, è un fattore di discredito della nuova Carta.

Noi abbiamo una Costituzione che è nata dall’antifascismo, dalla Liberazione, votata praticamente quasi all’unanimità da partiti che avevano combattuto il fascismo; quindi anche sul piano simbolico essa ha un enorme valore aggregante e democratico.

L’oltraggio al costituzionalismo e alla Costituzione come momento storico di rottura avrà come risultato l’instaurazione di una Costituzione di minoranza, una Costituzione regressiva, una Costituzione che non ha più il prestigio, il valore che deve avere la Costituzione in un sistema democratico.

Del resto questo declino è accompagnato e segnalato dalle innumerevoli violazioni costituzionali che si sono sviluppate in questi anni anche nella procedura di riforma o revisione costituzionale; esse sono il sintomo di un generale declino della Costituzione e dei principi costituzionali dall’orizzonte della politica. E questo vale soprattutto per quel che riguarda i contenuti.

In questi anni è stato smantellato lo Stato sociale, è stato distrutto il diritto del lavoro – i lavoratori non hanno più diritti, il lavoro è diventato precario – la sanità non è più una sanità universalistica e gratuita perché è diventata una sanità monetizzata che pesa sulle spalle soprattutto dei più poveri, con tempi lunghissimi di prestazione che rendono di fatto incurabile gran parte delle malattie dei più poveri, che rinunciano alle cure.

Si parla sempre del PIL come fattore e misura della crescita e del progresso, si parla dello 0,7, 0,8 per cento: però contemporaneamente per la prima volta nella storia recente, abbiamo avuto una riduzione delle aspettative di vita; le aspettative di vita si sono ridotte, credo, di sei mesi, per effetto di un crollo delle garanzie della salute.

Le controriforme che sono state fatte sia nell’epoca berlusconiana che adesso, sono un’aggressione: un’aggressione alla scuola, un’aggressione alle pensioni, ai diritti di sussistenza, per il motivo che costano troppo; ma dobbiamo essere consapevoli che costa molto di più la mancata garanzia di questi diritti, le cui tutele sono il primo investimento produttivo; l’Italia è diventata più ricca rispetto al suo passato, e in generale l’Europa rispetto agli altri Paesi, perché hanno garantito i minimi vitali, l’istruzione, la salute, in assenza dei quali non c’è produttività individuale e non c’è chiaramente crescita economica e produttività collettiva.

Unità tra prima e seconda parte della Costituzione

Uno degli argomenti che viene proposto a sostegno di questa riforma costituzionale è che essa riguarderebbe soltanto la parte organizzativa e non inciderebbe sulla prima parte.

Questa è una falsità, perché le due parti sono fortemente connesse e perché la parte “organizzativa” mette insieme strumenti istituzioni e tecniche di garanzia idonei ad assicurare l’attuazione dei principi della prima parte, in particolare, l’uguaglianza, i diritti fondamentali, i diritti sociali. Io credo che per capire il nesso che esiste tra la prima e la seconda parte della Costituzione e quindi gli effetti che la modifica della seconda parte avrà sulla prima parte, basti prendere in parola quello che dice il Governo, e lo stesso presidente Renzi: «ce lo chiede l’Europa». L’Europa ci chiede queste riforme. Questa è una frase che a prima vista può sembrare senza senso. Che senso ha, che vuol dire che l’Europa è interessata all’abolizione del Senato oppure alla riforma della legge elettorale? Sembra soltanto una mistificazione, ma purtroppo è vero. Ce lo chiede l’Europa, cioè ce lo chiedono i mercati, perché l’obiettivo di questa riforma è un obiettivo perseguito da tanti anni, dalla riforma di Berlusconi, dalla riforma di Craxi: è la governabilità.

Che cosa vuol dire governabilità? Nel lessico dei nostri governi, non soltanto in Italia, governabilità vuol dire onnipotenza dell’esecutivo rispetto al Parlamento e ovviamente rispetto alla società.

Vuol dire mani libere, possibilità di aggredire lo Stato sociale, possibilità di aggredire la scuola, aggredire la sanità, sulla base unicamente di un consenso senza alternative: perché ci si presenta alle elezioni, e certamente non ci sarà più la quantità di voti del passato, ci sarà una crescita dell’astensionismo, perché è crollata la qualità del voto, non si vota per convinzione ma solo per paura del peggio; si ha disprezzo, disgusto, si vota per il meno peggio, e tuttavia questo è il consenso, è la fonte di legittimazione veicolata da una riduzione della politica a spettacolo che richiede NON, come vorrebbe l’articolo 49, il concorso dei cittadini nel determinare la politica nazionale, ma semplicemente il consenso degli spettatori al meno peggio. Al meno peggio significa che tutti devono assomigliarsi, perché non ci sono alternative, perché la politica dei mercati è una sola, la politica si sta trasformando in tecnocrazia, in modo tale che non si spiega perché ci debba essere un ceto politico di un milione di persone che evidentemente è diventato totalmente parassitario perché deve soltanto eseguire i dettami dei mercati.

Onnipotenza e impotenza della politica

Ebbene questa onnipotenza è ciò che si richiede alla politica perché la politica possa essere impotente nei confronti dei mercati, subalterna nei confronti dell’economia, perché per l’appunto si trasformi in tecnocrazia, perché abdichi al proprio ruolo di governo della finanza, dell’economia, perché possa obbedire alle ingiunzioni, fare i compiti a casa, unicamente mediante la riduzione dello Stato sociale; non certamente mediante la crescita della progressività delle imposte, non certamente applicando imposte del 70/90% a redditi ultramilionari, non certamente attuando norme costituzionali sulla redistribuzione della ricchezza, non certamente facendo ciò che la politica, secondo la Costituzione, deve fare.

Si deve semplicemente eseguire, ottemperare. I Governi di destra e i Governi di sinistra sono in questo senso uguali, tant’è vero che gli scontri sono di carattere personale, sono caratterizzati dagli insulti reciproci più che dai diversi programmi e nel dibattito politico ciò che non viene mai messo in questione è il sistema di limiti e di vincoli ai poteri economici e ai poteri della finanza, che dovrebbero essere governati dalla politica.

Questo governo della politica fa parte del costituzionalismo profondo dello Stato moderno che nasce come sfera pubblica separata in grado di governare l’economia, che altrimenti sarebbe guidata naturalmente dagli istinti predatori.

I diritti politici, infatti, così come i diritti civili, i diritti di iniziativa economica, i diritti di iniziativa privata, sono diritti esercitati in funzione degli interessi personali; ciò fa parte della logica del capitalismo, non possiamo pretendere che il capitalismo abbia una logica diversa, per questo è necessaria la politica, è necessario redistribuire la ricchezza, per limitare il carattere predatorio attraverso un conflitto sociale che è stato un fattore di civilizzazione. Lo smantellamento di tutto questo è possibile solo se prima di tutto si disarma la società, e cioè si smobilitano i partiti, e i cittadini sono ridotti a spettatori davanti alle televisioni a guardare gli scontri fra i politici, che naturalmente si scontrano su questioni marginali.

Ciò che viene perseguito è prima di tutto la neutralizzazione del controllo dal basso, del radicamento sociale, e in secondo luogo la neutralizzazioni dei limiti e dei vincoli dall’alto, e cioè da parte delle Costituzioni, perché le Costituzioni sono ormai scomparse dall’orizzonte della politica.

Nessuno, infatti, grida più all’incostituzionalità di fronte ai ticket e alla monetizzazione dei diritti fondamentali in materia di salute, che si distinguono dai diritti patrimoniali perché sono per l’appunto gratuiti, universali; sono la base dell’uguaglianza, dovrebbero essere garantiti a tutti nella stessa maniera, non ci dovrebbero essere differenze in materia di sanità. Naturalmente la cosa costa, ma non è neanche un costo troppo grave, se si pensa che su centodieci miliardi – queste sono le statistiche che abbiamo avuto modo di leggere sulla spesa pubblica in materia di sanità – tutti i ticket con tutto l’apparato burocratico che comportano, producono un introito di tre miliardi, cioè praticamente una parte irrilevante della spesa. Una spesa però che pesa interamente sulle spalle delle persone più povere e produce un’enorme mediazione burocratica che rende spesso ineffettivi i tempi delle cure; i tempi sono ormai diventati praticamente un fattore di crollo di una delle sanità pubbliche più avanzate del mondo.

Lo stesso fenomeno si sta verificando in Inghilterra, si sta verificando in Europa: stiamo assistendo ad un crollo delle nostre democrazie legato precisamente a questa involuzione autocratica.

Essa merita di essere chiamata così, perché il meccanismo che è stato introdotto attraverso la congiunzione della riforma costituzionale e della legge elettorale consegna il potere politico a una minoranza parlamentare di fatto fortemente vincolata al capo del Governo; è un fatto che già in parte è avvenuto tant’è vero che questa riforma costituzionale è una costituzionalizzazione dell’esistente, perché già oggi tra decreti legge, leggi delegate, leggi di iniziativa governativa, la produzione legislativa è per il 90% di produzione governativa. Già oggi noi abbiamo avuto un Parlamento esautorato, ma con queste riforme il Parlamento non conterà più niente, sarà per l’appunto una maggioranza di parlamentari, fortemente vincolati da chi deciderà della loro successiva elezione, a causa anche della disarticolazione sociale dei partiti, della loro neutralizzazione come fonti di legittimazione titolari delle funzioni di indirizzo politico, di controllo e di responsabilizzazione.

Il risultato quindi è un’involuzione autocratica, ed è su questo che dobbiamo decidere. Dobbiamo decidere NON tanto se vogliamo la Costituzione del ’48 a causa del suo prestigio e del suo valore simbolico, ma dobbiamo decidere tra democrazia parlamentare e sistema sostanzialmente autocratico, monocratico, che non è una questione di forma: questa forma è funzionale a una governabilità indirizzata a dare mani libere in materia soprattutto di diritti sociali, di diritti fondamentali di uguaglianza. Del resto la crescita della disuguaglianza è un fatto sotto gli occhi di tutti che viene incoraggiato dalle politiche governative non solo in Italia.

Il nostro voto è una scelta o a favore della democrazia pluralistica costituzionale oppure a favore di un’involuzione personalistica, verticalistica e autocratica del sistema politico.

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*Intervento alla Conferenza per il NO del 21 marzo 2016. Testo sbobinato dall’intervento orale non rivisto dall’autore

Amministratori sotto tiro

segnalato da Barbara G.

Approvato al Senato il disegno di legge per la tutela di sindaci e consiglieri

In Marcia con gli amministratori sotto tiro

Sono 180 i “casi” di intimidazione censiti da Avviso Pubblico da gennaio a maggio 2016. Il 27% si è registrato in Calabria, e per questo il prossimo 24 giugno l’associazione ha convocato una manifestazione a Polistena (Reggio Calabria). Siamo di fronte a una “patologia della democrazia” dice ad Altreconomia il presidente, Roberto Montà: “Non possiamo accettare che chi, pro tempore, si mette a disposizione della propria comunità debba considerarsi una persona a rischio”

di Duccio Facchini e Luca Martinelli – 09/06/2016

Il 24 giugno 2016 si tiene in Calabria la prima Marcia nazionale degli amministratori sotto tiro, organizzata da Avviso Pubblico. L’associazione -che riunisce enti locali e Regioni che si occupano di formazione civile contro le mafie- studia da anni il fenomeno delle intimidazione nei confronti degli amministratori locali, e a fronte dei dati drammatici dei primi cinque mesi del 2016, che hanno registrato ben 180 casi, ha “deciso di creare un momento in cui il tema venisse portato all’attenzione dell’opinione pubblica, con un’iniziativa dal valore simbolico -spiega ad Altreconomia Roberto Montà, presidente di Avviso Pubblico-. Per questo attraverseremo il territorio di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, un Comune che ha pesantemente pagato per il contrasto alla ‘ndrangheta: vogliamo dare un segnale contro il rischio che vive chi mette le proprie competenza a disposizione di queste comunità”.

Il 27% dei 180 amministratori minacciati da gennaio a maggio 2016 sono infatti calabresi, e per questo Avviso Pubblico ritiene necessario portare l’attenzione “su un territorio che vede gli amministratori particolarmente esposti, come confermano dati qualitativi e quantitativi -aggiunge Montà-.
L’idea iniziale era quella di portare qui gli amministratori, ma poi il percorso ha visto l’adesione di associazioni, di sindacati, di movimenti dell’antimafia. La scelta di coniugare la presentazione del Rapporto annuale ‘Amministratori sotto tiro’ e la marcia ci permetterà di associazione ai numeri anche volti e storie”.

Anche perché, sottolinea Monta, “il fenomeno ha una recrudescenza: verifichiamo una maggior violenza, maggior aggressività e maggior pervasività in alcune aree del Paese. Il fenomeno delle minacce e delle intimidazione ha, a nostro avviso, ragioni diverse: da una parte c’è chi paga scelte di carattere amministrativo, determinate politiche che i Comuni portano avanti, anche in tema di tutela dell’ambiente e del paesaggio, penso al ciclo dei rifiuti; in taluni casi, invece, il ‘problema’ è l’attenzione ai temi della legalità e del contrasto alle mafie. Capita, però, che gli atti siano  sintomo delle frustrazione, o di scarsa fiducia nelle istituzioni. Di fronte alla crisi economica, ed ai suoi effetti, gli amministratori come un terminale contro cui sfogarsi. Tutti questi sono elementi di patologia della democrazia. Perché non possiamo accettare che chi, pro tempore, si mette a disposizione della propria comunità, perché siamo il Paese dei 5mila Comuni con meno di 5mila abitanti, persone normali che conducono una vita normale, vedono le proprie auto, case, attività economiche, o peggio anche famigliari, minacciati. Il senso della marcia è dire: ‘chi vive questa condizione non è solo’. Perché minacce ed intimidazione spesso allontanano persona di qualità che avevano scelto di occuparsi della propria comunità”.

Alla conferenza stampa romana promossa da Avviso Pubblico per presentare la Marcia nazionale, che si è tenuta l’8 giugno, è intervenuta anche la senatrice Doris Lo Moro, presidente della Commissione d’inchiesta sugli amministratori minacciati, sottolineando come il Senato abbia approvato il disegno di legge a tutela di questi soggetti, alla cui stesura Avviso Pubblico ha contribuito con il proprio impegno. “Il punto principale, politico, è il riconoscimento del fenomeno -dice Montà-. E poi, sul piano penale, c’è l’introduzione di un’aggravante, che non qualificare gli amministratori come ‘soggetti speciali’. Questo potrà contrastare il riconoscimento di ‘attenuanti generiche’, e ci dice che i sindaci sono meritevoli di attenzioni particolari in quanto rappresentano un’istituzione”.

Il bello inizia adesso

segnalato da Barbara G.

Roma incorona il primo Sindaco donna: il bello per Virginia Raggi comincia adesso

di Marco Carta – glistatigenerali.com, 19/06/2016

Una ragazza di 37 anni nel luogo più importante del paese. Sembrava il sogno di una mente visionaria, invece è accaduto sul serio. Virginia Raggi è il nuovo sindaco di Roma e il Movimento 5 Stelle il primo partito della città. Il “complotto” si è avverato e la “Rivoluzione gentile”, ora, è già realtà. Quando nel febbraio scorso la Raggi si aggiudicò le comunarie del Movimento 5 Stelle, in pochi, anche nel suo partito, immaginavano che sarebbe finita così. “Se avessero messo Alessandro Di Battista sarebbe stata un’altra storia”. Eppure ce l’ha fatta proprio lei, ottenendo un risultato straordinario, impensabile fino a qualche anno fa, ma quasi obbligato dopo uno scandalo giudiziario come quello di Mafia Capitale, che ha rimesso in discussione tutti gli ultimi 25 anni di Roma: uomini, partiti, pratiche ed esperienze. Per ottenere la fiducia dei romani al Movimento 5 Stelle e a Virginia Raggi è bastato non avere alcuna esperienza, al contrario dei suoi “nemici”, i partiti tradizionali. Che ora tremano sul serio. Perchè un conto sono le minacce da campagna elettorale: “non dureranno più di un anno”. Un altro è vedere i propri avversari sedere nei posti occupati da una vita, con l’obiettivo di rimanerci il più a lungo possibile.

Perchè è esattamente in questa direzione che dovrebbe andare la squadra che la accompagnerà. I primi quattro nomi, Paolo Berdini, Luca Bergamo, Paola Muraro e Andrea Lo Cicero, per ora hanno fatto tacere i tutti i detrattori. Le polemiche negli ultimi due giorni di campagna elettorale si sono concentrate soprattutto sulla consulenza della Asl di Civitavecchia, senza scalfire minimamente i 4 assessori, che racchiudono in se competenza, credibilità ma soprattutto non estranei con quel mondo dei poteri cittadini, da sempre considerati distante anni luce dal Movimento 5 Stelle. Segno che ai grillini interessa provarci sul serio e non solo a parole. Certo, sarà difficile tenere fede agli impegni presi in campagna elettorale, ma l’esperienza molto ha insegnato ai 5 stelle, che al contrario, del passato, vedi Parma e l’inceneritore di Pizzarotti, a Roma si sono presi pochi, ma precisi impegni: lotta agli sprechi, stimati in oltre un miliardo da redistribuire, e trasparenza. D’altronde “un sindaco – ha spesso detto la Raggi – come un cuoco deve cucinare con quel che ha in frigo”. E se poi nel frigo sono previste anche operazioni importanti come lo stadio della Roma, “che deve rispettare la legge” o le possibili Olimpiadi, sarebbe impensabile rifiutarsi di governare ogni processo. Senza almeno provarci.

Al di là dei toni da campagna elettorale, il progressivo cambio di rotta su questi due elementi è il segno della volontà di Virginia Raggi di tentare un cambiamento, rompendo gli schemi del passato, ma senza chiudere ogni porta. Le Olimpiadi continuano a non essere prioritarie, ma questo non impedirà a Paolo Berdini, esperto urbanista e teorico della “moratoria del cemento”, di siedere al tavolo del comitato olimpico ed esprimere tutte le proprie perplessità, con l’obiettivo, perchè no, di modificare il progetto. Lo stesso potrebbe accadere per lo stadio della Roma, sul prolungamento della Metro C, o nei rapporti con i soci privati dentro Acea, tutte questioni con cui Virginia Raggi dovrà subito confrontarsi, spesso trovando il costruttore Caltagirone dall’altra parte del tavolo, e da cui si capirà, già nel primo anno di governo, quale sarà la forza concreta di questa compagine, maltrattata dai media tradizionali e cresciuta in maniera inarrestabile grazie alla rete.

Di certo, il debito accertato che supera i 13 miliardi è la prima vera incombenza per la Raggi, una volta che approderà in Campidoglio. Le sue indicazioni per tutta la durata della campagna elettorale  sono state chiare, subito un audit sul debito, ma soprattutto la necessità di rinegoziare i tassi di mutuo. “Oggi la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea prestano il denaro a tasso zero – ha detto più volte la Raggi – invece noi siamo ancora con dei tassi molto elevati (superiori al 5%) che pesano milioni e miliardi di euro”. Riuscire ad intervenire su questo fronte, ottenendo risorse immediatamente spendibili per il sociale e i trasporti, sarebbe fondamentale per far respirare Roma dopo anni di austerity, e, non è un caso, che la ricetta fosse proposta anche dagli altri candidati sindaco di Roma.

La vicinanza con il governo era uno, forse l’unico, dei punti forti del programma del suo avversario Roberto Giachetti, anche per lo sblocco dei fondi destinati alle opere pubbliche. Per questo, in molti si domandano per quale motivo Matteo Renzi non dovrebbe non ostacolare un’operazione che a poco meno di due anni dalle elezioni rischierebbe di rafforzare i suoi principali avversari. I precedenti non sono certo incoraggianti, pensando, per esempio, a Ignazio Marino che per mesi inutilmente chiese al governo di allentare il patto di stabilità. Ma la differenza, rispetto al passato, è sostanziale. Se con Marino, lo scontro era soprattutto interno al partito, ora con il Movimento 5 stelle sarà difficile evitare lo scontro pubblico. E’ per questo, che la partita sarà soprattutto nazionale e vedrà coinvolti i maggiori vertici del Movimento, come Luigi Di Maio, in una lotta parlamentare, che, se giocata fino all’ultimo, potrebbe rafforzare il M5S anche in caso di sconfitta.

I rapporti con il governo, inoltre, saranno fondamentali anche per chiudere al meglio partita con gli oltre 24 mila dipendenti pubblici sul salario accessorio, dopo che il prefetto Tronca, nei giorni scorsi, ha fermato la trattativa con i sindacati confederali, iniziata ormai oltre due anni fa dall’ex sindaco Marino. Ci sono poi le società municipalizzate, come l’Atac o l’Ama, considerate l’emblema del fallimento della “vecchia politica” e divenute nel tempo fonte di sprechi e di disagi per i cittadini, che pagano le tasse più alte d’Italia senza avere in cambio servizi adeguati. Proprio sull’azienda di trasporto Atac, che conta un esercito di 11.600 addetti e oltre un miliardo di debito, la Raggi è stata chiara nel suo programma: “il comando pubblico dell’azienda non si tocca, razionalizzazione delle posizioni dirigenziali, la renternalizzazione dei servizi e riconversione del personale amministrativo”. Ma per portare a termine i suoi obiettivi, sarà fondamentale la scelta del nuovo management. E per molti la mossa di due giorni fa del direttore generale di Marco Rettighieri di disdettare gli accordi su mense, distributori automatici e attività socio-ricreative del Dopolavoro Atac-Cotral, facendo risparmiare all’Atac circa 4 milioni di euro annui, è un tentativo più che evidente di tendere la mano alla candidata 5 Stelle, che proprio nella municipalizzata trasporti, dovrà misurarsi con la forza dei sindacati confederali, estranei alle dinamiche dei M5S, che in questi anni ha coltivato un rapporto privilegiato quasi esclusivamente con l’Usb.

Per salvare Atac, mantenendo il controllo pubblico, sarà indispensabile anche il dialogo con Nicola Zingaretti, che almeno in un primo momento non chiuderà le porte con l’amministrazione a 5 Stelle, “ci abbiamo provato anche con Civitavecchia e Pomezia, poi loro hanno eretto un muro”, dicono i suoi.  Il piano degli stanziamenti per il Trasporto Pubblico Locale prevede nel triennio 2015/2017 circa 640 milioni di euro, che dalla Regione vanno verso il Campidoglio, e il passato, anche da questo punto di vista, non è incoraggiante. Tanto per Alemanno con Renata Polverini, quanto per Marino con lo stesso Zingaretti, la corretta erogazione di questi fondi è sempre stata un terreno di scontro politico, figuriamoci a due anni dalle elezioni, con Zingaretti indebolito dall’inchiesta Mafia Capitale, e  i  5 stelle che sperano nell’effetto traino della capitale per prendersi nel 2018 poi anche la Pisana. Considerato il cuore centrale del potere anche per risolvere il nodo dei rifiuti.

Fallito il monopolio di Manlio Cerroni, che per quasi 40 anni aveva dettato legge con la discarica di Malagrotta, il ciclo dei rifiuti cittadino continua a zoppicare, e la municipalizzata Ama, ancora paga le conseguenze della Parentopoli di Alemanno. La raccolta differenziata, stabilizzata intorno al 45%, per ora è solo virtuale, e più che una risorsa, rappresenta ad oggi una spesa maggiore per tutti i romani. Il Movimento 5 Stelle per anni ha predicato la “strategia rifiuti zero” sul modello San Francisco, cavalcando la mobilitazione dei comitati contrari alla realizzazione dell’eco distretto di Rocca Cencia, in prossimità dell’impianto Ama. La stessa Paola Muraro, assessore in pectore, ha già ribadito la sua contrarietà al progetto, garantendo “l’impegno per l’attuazione del programma M5S, fondato sulla riduzione del rifiuto e del recupero di materia e non sull’incenerimento”. Ma se non sarà a Rocca Cencia, da qualche altra parte, per portare a compimento una gestione integrata e virtuosa dei rifiuti, dovranno essere aperti i nuovi impianti e questo, inevitabilmente, non potrà che aprire il primo fronte di scontro con i cittadini.

Lo stesso potrebbe accadere sui rom, un tema che storicamente incide sul dibattito cittadino nonostante una popolazione effettiva che non supera le 8 mila persone. Come sull’accoglienza migranti, l’inchiesta Mafia Capitale ha scoperchiato il vaso di pandora del sistema che ruotava intorno alla gestione dei campi nomadi, un groviglio di interessi  che costava al comune ogni anno oltre 20 milioni di euro, senza produrre risultati concreti sull’integrazione. Virginia Raggi non ha preso impegni precisi, ma  come tutti gli altri candidati, ha indicato genericamente il superamento dei campi, attraverso politiche di legalità. “Queste persone hanno gli stessi doveri e gli stessi diritti di tutti. Non è accettabile mantenere persone che possono lavorare”.Cosa significhi, in termini concreti, è difficile stabilirlo. Anche perchè, in questo modo, i rom sarebbero nuovamente discriminati rispetto a chi ad esempio vive in una casa popolare o in un residence, e non ha certo l’obbligo di lavorare.

Ma d’altronde la campagna elettorale ha le sue regole. Poi governare è un’altra cosa. Per questo dall’urbanistica alle politiche sociali, il rischio di deludere le aspettative è altamente probabile in una città come Roma, ridotta sul lastrico dopo decenni di cattive amministrazioni. Virginia Raggi questo lo sa, ma a differenza di tutti suoi predecessori, potrà contare sul sostegno illiminato, almeno iniziale, dei suoi elettori e del suo partito, pronto a giocarsi attraverso lei e Roma, la sua credibilità nazionale. E se poi i risultati previsti non arriveranno, non sarà certo un problema per i romani. Sono sopravvissuti ad Alemanno e al Pd di Mafia Capitale. Sopravviveranno anche alle scie chimiche sopra il Campidoglio. Ma almeno per una volta, Caltagirone avrà avuto paura sul serio.

The Day After

Le ragazze 5 Stelle travolgono le fragili barriere del Pd

Con le vittorie di Roma e Torino, il M5S diventa partito di massa, radicato nelle periferie, mentre il partito dell’uomo solo al comando salva Milano con Beppe Sala, ma esce ridimensionato. L’assedio a Palazzo Chigi comincia da qui.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 20 giugno 2016

Le ragazze 5 Stelle travolgono le fragili barriere del Pd
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Seggio n.931 Morena, Raggi 79,1 Giachetti 20,8. Seggio numero 1166 Raggi 80,6 Giachetti 19,3… Nella notte quando arrivano i seggi della periferia di Roma la vittoria di Virginia Raggi assume le proporzioni della valanga, un’ondata che travolge le fragili barriere del Pd, in un clamoroso rovesciamento delle parti. Il Movimento 5 Stelle nato sulla Rete e intorno al blog di Beppe Grillo diventa partito di massa, radicato nelle borgate e nelle cinture intorno al raccordo anulare, mentre il Pd erede del glorioso Pci e di un pezzo di Democrazia cristiana svanisce, evapora, si trasforma in un partito virtuale, un partito che non c’è. Negli stessi minuti, a Torino, l’addio alla lunga stagione di governo del centrosinistra modello Castellani-Chiamparino-Fassino è segnato dal discorso di investitura del neo-sindaco di M5S Chiara Appendino: parole di ringraziamento per il sindaco uscente, la città che è un patrimonio da tutelare e da restituire a chi verrà dopo… Il volto moderato di una rivoluzione.

L’Onda di Roma e di Torino ha il volto di due donne, due ragazze cresciute negli anni Ottanta-Novanta, nel vuoto della politica. Ha le caratteristiche dei grandi sconvolgimenti che partono nella politica italiana delle città. Il 1975, con le giunte rosse e l’avanzata del Pci di Enrico Berlinguer. Il 1993, la prima elezione diretta dei sindaci che spazzò via dalle grandi città il pentapartito egemone, prima del voto nazionale. E il 2011 dei sindaci arancioni che segnò la fine del berlusconismo a Milano e a Napoli.

Oggi resistono gli eredi di quelle stagioni: Luigi De Magistris a Napoli, Beppe Sala a Milano che nelle ultime settimane è apparso e forse ha vinto come l’erede di Giuliano Pisapia più che come esponente del partito della Nazione di Renzi, a Cagliari Massimo Zedda che neppure è del Pd, sembra piuttosto antico Ulivo. A Bologna resiste il sindaco Merola, ma è il nome sbagliato, espressione della sinistra appenninica, chiusa nei suoi recinti geografici e ideologici, quella che Renzi si proponeva di spazzare via.

La discontinuità va da un’altra parte. A Torino ha il volto della Appendino. A Roma la prima donna sindaco da Romolo e Remo, nella stanza che fu dei sindaci democristiani con i loro soprannomi fantastici, Salvatore Rebecchini, Amerigo Petrucci (il Gattone), Clelio Darida (la Volpe argentata), Nicola Signorello (Pennacchione), fa venire le vertigini pensare che da domani in quelle stanze ci sarà una ragazza sconosciuta che in pochi mesi ha conquistato percentuali che stagionati professionisti della politica non hanno mai visto neppure con il binocolo. La terza discontinuità: esattamente quaranta anni fa, il 21 giugno 1976, il Pci conquisto il Campidoglio dopo l’eterna stagione dei sindaci Dc.

La seconda nel 1993, quando a Roma nacquero i due schieramenti che avrebbero dominato la politica nazionale per venti anni. Il centrodestra, con la dichiarazione di voto di Silvio Berlusconi per Gianfranco Fini. E il centrosinistra modello Roma, di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni, da cui anni dopo germogliò il Pd. Ora tocca alla Raggi. Da Roma parte una sfida nazionale che ha caratteristiche opposte a quelle renziane. L’uomo solo al comando di Palazzo Chigi dovrà confrontarsi con una giovane donna che non comanda in solitudine ma che rappresenta un popolo, quello che l’ha spinta alla guida di Roma sulle macerie di mafia capitale e delle dimissioni di Ignazio Marino.

Il Pd di Renzi esce ridimensionato. Ricacciato nei suoi vizi d’origine. L’arroganza di capi e capetti, vecchi e giovani. L’assenza di classe dirigente. Il voltafaccia dell’antico radicamento sociale che non viene ricompensato dall’arrivo di nuovi ceti sociali e di nuovi elettori: vedi la chiusura di campagna elettorale del Pd romano, al ponte della Musica del Flaminio, come simbolo di un partito dell’Auditorium, lontano dalle periferie e dai mali e dalla vita quotidiana dei cittadini. L’incertezza ideologica. L’improvvisa debolezza del leader. La vulnerabilità di Renzi alla vigilia del referendum su cui si gioca tutto.

Non è un’alternativa il centrodestra, che perde con il volto moderato di Parisi e con quello estremista della Lega di Matteo Salvini a Bologna. Anche perché l’elettorato del centrodestra vota con relativa facilità i candidati di M5S, mentre lo stesso non avviene a parti invertite. E l’Onda del Movimento rompe gli argini anche a Carbonia e nei comuni attorno alla Capitale: Genzano, Nettuno, Marino, Anguillara. E in 19 comuni su 20 dove era al ballottaggio.

«Di solito non leggo i manifesti: camminando per le strade mi si abbuiano come dentro un tunnel. E non avrei visto questo del Partito comunista, se un amico non me lo avesse indicato: “Decidi/lotta/governa/col Pci/diventa comunista”. I due verbi – lottare, governare – sono graficamente separati ma aspirano, evidentemente, alla fusione, all’unione, all’univocità. Nascerà il verbo lottagovernare? Dopo la non sfiducia, il lottagovernare. Siamo ai neonevrologismi», scrisse Leonardo Sciascia dopo le vittorie del Pci nelle città negli anni Settanta. Un esperimento carico di speranze che non bastò a spingere il partito di Berlinguer alla conquista del governo nazionale. Tocca ora al Movimento 5 Stelle dimostrare di saper governare. Oggi le città, domani Roma. L’assedio a Palazzo Chigi comincia da qui.