Mese: settembre 2018

Tutti i danni del vicepremier

segnalato da Barbara G.

Tutti i danni che causerà il decreto Salvini sull’immigrazione

di Stefano Catone – possibile.com, 25/09/2018

L’approvazione all’unanimità in Consiglio dei ministri dei decreti voluti da Matteo Salvini, riguardanti sicurezza e immigrazione, confermano almeno due cose: la prima è che Matteo Salvini si è messo in tasca tutto il Movimento 5 Stelle, incapace di esprimere una sola voce in dissenso; la seconda è che la Lega cambia nome e segretario, ma come già successo con la legge Bossi-Fini si conferma campione del mondo nel creare problemi al nostro paese in maniera scientifica, articolo dopo articolo, comma dopo comma.

Il decreto Salvini parte da un assunto falso e cioè che coloro che hanno diritto alla protezione umanitaria siano dei “falsi profughi”, “finti rifugiati”, come ama chiamarli. Questo perché scappano da paesi nei quali “non c’è nessuna guerra”, come ripete ossessivamente. Il diritto a ricevere protezione, però, non è subordinato all’esistenza di guerre nel paese dal quale si scappa, ma alla storia individuale del richiedente asilo. L’articolo 10 della nostra Costituzione prescrive infatti che ha diritto d’asilo in Italia il cittadino straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana», mentre il diritto internazionale, citando l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, ha consolidato il divieto di espellere o respingere «in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Per queste ragioni, per dare piena attuazione a queste prescrizioni e in accordo con la normativa europea, l’Italia ha introdotto l’istituto della «protezione umanitaria», riconosciuta nel caso in cui non vi siano gli estremi per riconoscere l’asilo o la protezione sussidiaria, ma ricorrano comunque «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano». Il decreto Salvini, al primo articolo, cancella la protezione umanitaria e la sostituisce con un coacervo di altre protezioni, circoscritte e confusionarie, di difficile interpretazione e quindi di difficile applicazione.

Partendo sempre dal medesimo assunto, la seconda applicazione non poteva che essere la cancellazione del Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), e cioè il sistema di accoglienza pubblico che offre maggiori garanzie, sia dal punto di vista della presa in carico della persona e della sua autonomia, che dal punto di vista amministrativo ed economico. Lo Sprar non esisterà più perché verranno espulsi dal sistema tutti i richiedenti asilo, anche coloro che sono considerati vulnerabili: «i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta di esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali, le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale o legata all’orientamento sessuale o all’identità di genere, le vittime di mutilazioni genitali». Dallo Sprar vengono espulsi anche coloro che saranno titolari delle sei fattispecie che sostituiranno la protezione umanitaria. Tutti questi soggetti sono destinati a strutture di fatto affidate ai privati, sulle quali si sono concentrati scandali e indagini, a partire dai Cara e dai Cas. Nello Sprar resteranno solamente titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati.

Il decreto prevede inoltre una stretta virtuale sulle espulsioni, aumentando i periodi di detenzione per l’accertamento dell’identità e per il rimpatrio, prevedendo procedure accelerate, spostando risorse dai rimpatri volontari assistiti ai rimpatri forzati. «Virtuale», dicevamo, perché tra il detenere una persona in un centro per il rimpatrio e procedere all’effettivo rimpatrio c’è di mezzo il mare.

Tra eliminazione della protezione internazionale, smantellamento dello Sprar, investimento nelle espulsioni, ampliamento delle fattispecie per cui può essere revocata la protezione internazionale (vi rientra la minaccia a pubblico ufficiale: se minacci un pubblico ufficiale puoi essere torturato in patria) il finale sembra già scritto: maggiore irregolarità, più persone che cadranno in situazioni di marginalità.

Per concludere, in spregio alla mobilitazione che negli anni scorsi ha percorso l’Italia da sud a nord, il decreto estremizza il concetto di ius sanguinis introducendo la «revoca della cittadinanza», da applicarsi a chi compie reati connessi con il terrorismo. Ma non a tutti: solo a coloro che non sono nati italiani, ma che lo sono diventati. Pensare che la cittadinanza sia una concessione allo straniero e non un diritto acquisito e da riconoscere svela il disegno di fondo: uno straniero non potrà mai essere veramente italiano perché non è nato italiano, perché non ha sangue italiano. Vengono inoltre ampliate le tempistiche e inasprito il tributo dovuto per il riconoscimento della cittadinanza.

Infine, un altro mostro giuridico: al richiedente asilo che dovessero essere investito da un procedimento penale per ipotesi di reato legate alla sicurezza dello Stato (non condannato!) viene bloccato l’iter per il riconoscimento dell’asilo ed è tenuto ad abbandonare il paese. Si configura in primo luogo una violazione dell’art. 27 della Costituzione secondo il quale «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva» e, inoltre, non si capisce per quale ragione – se il soggetto dovesse realmente rivelarsi colpevole e quindi essere una minaccia per lo Stato – nel frattempo sia stato costretto a lasciare il paese.

Profili di incostituzionalità e la volontà, nemmeno tanto nascosta, di fare a pezzi la parte migliore del sistema di accoglienza, per investire decisamente sulla gestione emergenziale e straordinaria che negli anni scorsi ha creato problemi di tutti i tipi. Ed è proprio sguazzando tra questi problemi che l’attuale ministro dell’Interno ha costruito il proprio consenso.

Sgomberi, Salvini scambia gli assistenti sociali per agenti di pubblica sicurezza

Segnalato da Barbara G.

La nuova circolare del Viminale sugli sgomberi affida ai servizi sociali dei Comuni, con l’ausilio del privato sociale, il censimento degli occupanti. «Si violano così relazioni di fiducia e il segreto professionale», afferma Gianmario Gazzi, «la nostra professione ha un ruolo di supporto alla persona, non di controllo sociale»

Alcuni abitanti del residence sociale “Aldo dice 26×1” – milanotoday.it

di Sara De Carli – vita.it, 04/09/2018

La circolare del Viminale sugli sgomberi? «Assegna agli assistenti sociali un ruolo di agente di pubblica sicurezza o molto vicino ad esso: la nostra professione invece ha un ruolo di supporto alla persona, non di controllo sociale. Così si intaccano i principi della professione disegnati dalla legge e dal codice deontologico, abbiamo una serie di obblighi legati al segreto professionale, è un po’ come chiedere a un medico di fornire non una statistica epidemiologica bensì i nominativi dei pazienti con una determinata malattia». Così Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale degli assistenti sociali, commenta la circolare che il 1 settembre il Viminale ha inviato ai prefetti.

La sua, precisa Gazzi, è una prima lettura: «approfondiremo», ma il testo della circolare di primo acchito presenta «forti criticità per il merito e per il metodo». La circolare parla esplicitamente di un «censimento degli occupanti» che «dovrà essere condotto, anche in forma speditiva, sotto la regia dei Servizi Sociali dei Comuni e, laddove occorra, con l’ausilio dei soggetti del privato sociale». Il censimento deve portare alla «identificazione degli occupati e della composizione dei nuclei familiari, con particolare riguardo alla presenza di minori o altre persone in condizioni di fragilità, oltre alla verifica della situazione reddituale e della condizione di regolarità di accesso e permanenza sul territorio nazionale».

Al fine della raccolta di queste informazioni – di cui dice la circolare stessa «non possono essere sottovalutate le difficoltà» – devono essere utilizzati i dati già in possesso dei Servizi sociali per quegli occupanti che già beneficiano di eventuali prestazioni assistenziali. Solo ove questi accertamenti portino a individuare soggetti in situazioni di particolare fragilità i Servizi sociali dei Comuni dovrebbero attivare «specifici interventi», che «non potranno essere considerati negoziabili», mentre in tutti gli altri casi si procede allo sgombero «con la dovuta tempestività», «ritenuta sufficiente l’assunzione delle forme più generali di assistenza», ad esempio inviando gli occupanti ad una struttura di accoglienza per «il tempo strettamente necessario all’individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative».

«Non siamo a favore dell’occupazione, come qualcuno sui social ci ha detto», afferma Gazzi, «capisco l’esigenza di intervenire, ma nel rispetto dei ruoli di ciascuno. Il punto, cioè, è il “come”. Se c’è il sospetto che ci sia un racket delle case occupate, questo è un tema di politiche sociali o di sicurezza pubblica? Va affrontato con gli assistenti sociali o con la polizia giudiziaria? Ci sono tante équipe territoriali che lavorano sulle strade, costruendo con le persone relazioni di fiducia: la circolare non ne tiene conto. E menziona anche il privato sociale…. Sarebbe bastato coinvolgere gli attori istituzionali che operano professionalmente in materia di sgomberi come l’Anci e per l’appunto la rappresentanza della professione degli assistenti sociali».

Lo stesso presidente dell’Anci, Antonio Decaro, ha criticato la circolare: «Una circolare non può superare una norma, c’è un decreto che prevede concertazione nell’ambito del comitato metropolitano per la sicurezza urbana nel quale si fa pianificazione degli sgomberi tra prefettura, comune, regione e forze dell’ordine individuando soluzioni alternative. La circolare, superando la normativa, dice che il prefetto sgombera e poi il Comune pensa a una soluzione alternativa e ciò significa dover lavorare sull’emergenza». Anche per Anci «secondo la circolare gli assistenti sociali dovrebbero andare a fare il censimento, ciò non rientra nelle competenze degli assistenti sociali. Il monitoraggio va fatto dalla polizia locale e dalle forze dell’ordine».

Un’ultima considerazione di Gazzi allarga la questione: «nelle occupazioni a scopo abitativo, se fai uno sgombero liberi una casa ma non risolvi il problema, soltanto lo sposti. Un piano di edilizia pubblica non si vede da decenni, non si risolverà nulla senza un piano credibile e forte di sviluppo di politiche abitative e di contrasto dell’esclusione sociale dei soggetti fragili».

Nuovo sgombero per “Aldo dice 26×1” – milanotoday.it

Non siate indifferenti

Segnalato da Barbara G.

Leggi razziali, 80 anni fa gli studenti ebrei via dalle scuole. Liliana Segre: Non siate indifferenti

Il 5 settembre 1938 il primo dei «decreti della vergogna»: esclusi dalle scuole tutti gli appartenenti alla «razza ebraica». Il sindaco di Pisa: «Chiedo scusa agli ebrei a nome della città»

Redazione scuola – corriere.it, 05/09/2018

«Non siate indifferenti, ascoltate la vostra coscienza». Si rivolge ai ragazzi delle scuole, e non solo a loro, Liliana Segre, senatrice a vita, reduce dell’Olocausto, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti. E ai microfoni di Radio1, nello speciale sugli 80 anni dall’introduzione delle leggi razziali volute dal fascismo, parla del silenzio degli italiani non ebrei di allora e avverte: «Anche adesso c’è l’indifferenza. Questa indifferenza è la mia nemica personale». E ricorda: «Io avevo 8 anni e avrei dovuto fare la III elementare. Sentirsi dire che si era stati espulsi è una cosa molto grave. Io chiesi subito: Ma perché? Che cosa ho fatto? Quando capii, con fatica, che ero stata espulsa perché ero di una religione diversa dalle mie compagne, ecco, quel sentimento dura per sempre, non si dimentica più», ha concluso Segre.

«Macchia indelebile»

Intanto, nella tenuta di San Rossore, in Toscana, dove la famiglia reale si trasferiva sei mesi all’anno e dove ottant’anni fa le leggi razziali vennero firmate, il rettore dell’Università di Pisa, Paolo Maria Mancarella, ha definito quelle norme che fecero sì che gli ebrei non fossero più cittadini come gli altri «una macchia indelebile per il mondo accademico italiano». Ricordando come allora alcuni accademici italiani firmarono il manifesto della razza. «Faremo tutta una serie di iniziative – ha spiegato il rettore – che culmineranno in una cerimonia che abbiamo chiamato “del ricordo e delle scuse”. Io ho sentito il dovere di fare queste iniziative come rettore dell’università della città in cui si sono firmate quelle infami leggi. Abbiamo il dovere di tenere viva la memoria perché queste cose non accadano più. Bisogna far rinascere la sensibilità per ricordare». Anche il sindaco di Pisa, Michele Conti, a San Rossore per la presentazione delle iniziative che la Regione Toscana, l’Università e l’amministrazione comunale pisana hanno organizzato per ricordare l’infamia delle leggi razziali, ha «chiesto scusa a nome della mia città a tutti gli ebrei per le infami leggi razziali che vennero firmate dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre del 1938 proprio a Pisa, nella tenuta di San Rossore».

Le scuse dell’Accademia

Professori ed accademici hanno annunciato nei giorni scorsi le scuse per quell’avvallo alle leggi razziali fasciste – che codificavano in norma una tesi sostenuta appunto da numerosi cattedratici italiani dell’epoca – accolte nel silenzio complice quando non sostenute scientificamente a spada tratta.

I decreti della vergogna

Il primo di quelli che sono stati definiti i «decreti della vergogna», tendenti a legittimare una visione razzista della cosiddetta «questione ebraica» – firmati, tra l’estate e l’autunno 1938, da Benito Mussolini e promulgati dal re Vittorio Emanuele III – risale proprio al 5 settembre di quell’anno e fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» mentre è di due giorni dopo, il 7 settembre, il testo che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri».

Scuole

Tra i primi divieti posti agli ebrei, il divieto per i ragazzi che non fossero convertiti al cattolicesimo di iscriversi nelle scuole pubbliche. Fu inoltre disposta la creazione di scuole – a cura delle comunità ebraiche – specifiche per ragazzi ebrei. Gli insegnanti ebrei avrebbero potuto lavorare solo in quelle scuole.

Limiti

Poi vennero gli altri odiosi limiti: non era autorizzato il matrimonio tra italiani ed ebrei, era vietato per gli ebrei avere alle proprie dipendenze domestici di razza ariana, il divieto a ebrei stranieri di trasferirsi in Italia, il divieto di svolgere la professione di notaio e di giornalista e forti limitazioni per tutte le cosiddette professioni intellettuali. Lunghissima la serie di limitazioni, da cui erano esclusi i cosiddetti «arianizzati»: dal divieto di svolgere il servizio militare, esercitare il ruolo di tutore di minori, essere titolari di aziende dichiarate di interesse per la difesa nazionale, essere proprietari di terreni o di fabbricati urbani al di sopra di un certo valore. Per tutti fu disposta l’annotazione dello stato di razza ebraica nei registri dello stato civile.

Il mondo dell’università

Al mondo della ricerca e dell’università le leggi razziali diedero un colpo mortale: più di trecento furono i docenti epurati, centinaia i professori di liceo, gli accademici, gli autori di libri di testo messi all’indice e tanti i giovani laureati e ricercatori, la cui carriera fu stroncata sul nascere. Tra gli scienziati e intellettuali ebrei colpiti dal provvedimento del 5 settembre che migrarono all’estero, personalità come Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo, Franco Modigliani, Arnaldo Momigliano, Uberto Limentani, Umberto Cassuto, Carlo Foà, Amedeo Herlitzka. Con loro lasciarono l’Italia anche Enrico Fermi e Luigi Bogliolo, le cui mogli erano ebree.

Il matrimonio è quasi uguale per tutti

Segnalato da Barbara G.

(Il titolo originale è leggermente fuorviante, oltre che un tanticchia “ambiguo”, ma si tratta comunque di un passo estremamente significativo)

Unione europea, sentenza storica: il matrimonio egualitario è valido in tutti gli stati membri

gaypost.it, 05/06/2018

Con una sentenza storica, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha di fatto riconosciuto i matrimoni tra persone dello stesso sesso sulla base delle regole sulla libera circolazione delle persone nei paesi UE. Lo riferisce l’agenzia di stampa Agi.

Il caso di un cittadino romeno e uno statunitense

Esprimendosi sul caso di un cittadino romeno sposato con un americano, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che la nozione di “coniuge” comprende i coniugi dello stesso sesso. Il trattato di Schengen, infatti, stabilisce che i cittadini dell’Unione Europea hanno il diritto di circolare liberamente negli stati che aderiscono e, con loro, anche i familiari. Questo vale anche se non sono cittadini di uno Stato membro dell’Ue.

Uno Stato Ue non può impedire il soggiorno al coniuge

Secondo la Corte Ue, anche se gli Stati membri sono liberi di autorizzare o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non possono ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione. Non possono, cioè, rifiutare di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, che non è cittadino Ue, il diritto di soggiorno sul proprio territorio.

Sentenza storica

La Romania, dunque, dovrà concedere al cittadino statunitense il diritto di soggiorno sul proprio territorio perché sposato con un romeno. Ma al di là del caso specifico, la sentenza ha un valore che tutti definiscono storico. Di fatto, riconosce il matrimonio tra persone dello stesso sesso al pari di quello tra persone eterosessuali per tutti i paesi dell’Unione.